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Contro la candidatura di Sergio Chiamparino alla segreteria del Pd

del Gruppo EveryOne

Esprimiamo alla dirigenza del PD la nostra più allarmata
preoccupazione di fronte all'ipotesi di una candidatura di Sergio
Chiamparino alla segreteria del Partito. Negli ultimi tre anni il
Gruppo EveryOne e le organizzazioni per i Diritti Umani che attuano un
monitoraggio sulla città di Torino hanno ricevuto numerose
segnalazioni di abusi nei confronti di famiglie di etnia Rom,
perseguitate, messe sulla strada o costrette a riparare all'estero
dopo azioni di sgombero senza alcuna alternativa umanitaria.
Nonostante qualche buona iniziativa di integrazione, anche a Torino si
è verificato un numero impressionante di violazioni dei diritti dei
Rom, come denunciavano con coraggio alcuni attivisti torinesi già nel
2007 (http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2007/un19/
art4779.html
). Come le autorità sanno perfettamente, la persecuzione
di Rom viene messa in atto, in Italia, colpendo le uniche fonti di
sostentamenbto di un popolo perseguitato, a partire dalla questua e
dai servizi agli automobilisti, come quello dei lavavetri. Riguardo ai
lavavetri (Rom nel 99 per cento dei casi), Chiamparino valutò, sempre
nel 2007, l'idea di combatterli come delinquenti, sulle orme dell'ex
sindaco di Firenze Leonardo Domenici, vero incubo per Rom, migranti
poveri e senzatetto (http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca).
Uguale tolleranza zero il sindaco-sceriffo di Torino esercitò non
sui mafiosi né sui corrotti, ben presenti sotto alla Mole
Antonelliana, ma contro... i parcheggiatori abusivi
(http://www.chiamparino.it/index.php/site).
Agghiacciante uno dei proclami di Chiamparino, a proposito delle
attività svolte dai poveri: "E vero che il lavavetri è l’anello debole
della catena, ma è altrettanto vero che, spesso, dietro di lui c’è una
banda di sfruttatori. E’ su questo che bisogna lavorare. L’ordinanza è
un’aspirina, poi bisogna capire come curare, a fondo, la malattia".
Durante il mandato Chiamparino, non solo Rom e migranti, ma anche
squatter e attivisti sono stati repressi, sgomberati e intimiditi
(http://www.informaazione.info/chiamparino).
Per combatterli, Torino è giunta a un "patto scellerato" con la Lega
e il ministro Maroni
(http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/8561/).
Patto scellerato che non si è fermato lì e che all'inizio di maggio
2009 ha portato alla nomina di una figura repressiva, antiemocratica e
inutile per la sicurezza: il Commissario di Torino all'emergenza
nomadi, prefetto Paolo Padoin, nominato da Maroni dietro accorata e
formale richiesta di Sergio Chiamparino.
"Maroni lo ha annunciato al sindaco che ne aveva fatto richiesta, -
riferisce il quotidiano La Stampa - anche con una certa esuberanza, a
dicembre quando la nomina era stata fatta per le città di Roma, Milano
e Napoli. Chiamparino apprezza: «Spero che si faccia in fretta e che
questo comporti anche l’arrivo di risorse». La nomina serve, secondo
il sindaco, a «garantire che ci sia qualcuno con la necessaria
autorità e autorevolezza per coordinare l’azione non solo della città,
ma di tutta l’area metropolitana evitando che si vada in ordine
sparso»". Questa è la politica di Chiamparino, vicinissima alle
ideologie intolleranti della Lega Nord e ai progetti di pulizia etnica
che dovrebbero appartenere storicamente all'estrema destra e ai
movimenti nazionalisti per la difesa della razza. Se il PD, come
traspare dalle dichiarazioni dell'attuale segretario Dario
Franceschini, intende recuperare la via dei Diritti Umani e del
progresso sociale, risulta evidente come la figura politica e umana di
Sergio Chiamparino (come Veltroni, Rutelli, Cofferati, Domenici,
Penati, Zanonato, Variati, Ceriscioli, Gianassi e nutrita compagnia)
appartenga a ben altra area di ideologia, pensiero e azione e rischi di
ricondurre il partito nel marasma ideologico e morale che lo ha
caratterizzato negli ultimi anni. Ci sembrano più in linea con le
Direttive dell'Unione europea che combattono la xenofobia sia le
posizioni di Dario Franceschini (salvo alcune dichiarazioni, senza
peraltro seguito, improntate al pregiudizio contro i Rom), sia quelle
di Pier Luigi Bersani, secondo cui "un approccio isterico, tipico
della destra, al tema della sicurezza crea solo degrado sociale".

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La Spagna è "Cosa Nostra"

di Miguel Mora

Traduzione di Irene Campari

E' un articolo apparso su El Pais edizione cartacea di domenica 21 giugno: come la Spagna sia diventata terra di esportazione delle tre mafie e come sia il luogo in cui hanno trovato residenza i capi di Mafia, Camorra e 'Ndrangheta.

Camorra, Mafia e 'Ndrangheta hanno concluso un'alleanza strategica per gestire insieme dalla Spagna il traffico di stupefacenti.

Le tre mafie più pericolose e potenti hanno sottoscritto un'alleanza economica in Spagna. I capi delle tre organizzazioni criminali vivono come onesti cittadini o fuggitivi d'oro sulla costa del mediterraneo, da Barcellona a Estepona. Da qui governano il traffico europeo di stupefacenti. Vivono in case di lusso, viaggiano su macchine da 16 mila euro, fanno investimenti immobiliari milionari per riciclare il denaro sporco e gestire i traffici per loro vitali: i capi comperano droga dai sudamericani contrattando il prezzo e intanto cercano di ridurre il rischio della cattura. L'arresto dello Spagnolo a Malaga ha permesso altri 200 arresti in Italia. Questo si trova scritto nella relazione che ha fatto Luigi Cannavale, magistrato antimafia a Napoli dal 2001 e corresponsabile dell'operazione Tiro Grosso, che nel 2007 arrivò ad arrestare 114 persone e la confisca di 1.500 chili di cocaina e 3.000 di hascisc. Lavora coordinandosi con i Carabinieri, sotto il comando del generale Gaetano Maruccia e con Unità Centrale Operativa della Guardia Civil spagnola. [...] Negli ultimi dodici mesi hanno catturato mezza dozzina di capi della camorra e alcuni luogotenenti spagnoli. In questo momento la giustizia italiana ha nella sua lista almeno 249 capi e gregari. Il generale Mauccia e il Giudice Cannavale calcolano che almeno il 70% sia in Spagna. Il penultimo ad essere catturato è stato Raffaele Amato, alias Lo Spagnolo. Fu arrestato a Marbella dopo un inseguimento iniziato da Malaga e grazie ad una intercettazione telefonica della Guardia Civil. Amato, 44 anni, era il capo del potente clan degli Spagnoli, un gruppo secessionista del clan dei Lauro, che controlla i quartieri di Scampia e Secondigliano, i maggiori supermercati della droga all'aperto d'Europa. Amato controlla 39 delle 40 zone del traffico in questa area. Nel maggio 2005, Amato è stato arrestato a Barcellona insieme ad altri cinque membri della Camorra all'uscita da un casinò. Ora pesano sulla loro testa accuse di omicidio, ordinati o commessi durante quella che è stata chiamata la guerra di Scampia. E' stato un anno in prigione e poi, scadendo i termini della carcerazione preventiva, fu rilasciato; invece di ritornare in Italia si sistemò in Spagna a gestire i suoi affari: il traffico di stupefacenti tra l’America latina e l’Europa.
Le alleanze si stringono sempre in ambienti di lusso: “Si muovono sempre con molta cautela, portandosi dietro borse piene di denaro contante per le immediate necessità”, dice Cannavale. "Bosti, arrestato mentre entrava in una farmacia, aveva con sé 24.000 euro in biglietti da 500. Amato diede 30.000 euro al portiere di un hotel di Londra affinché non lo registrasse come ospite”. I capi dormono in case di lusso, sempre di loro proprietà, cambiando in continuazione e domicilio e identità. Vincenzo Scarpa, un altro narcotrafficante napoletano arrestato a Rivas Vaciamadrid (Madrid), cambiò nome e documenti con il fratello Domenico. Fu arrestato per un errore fatale: festeggiò il compleanno nel giorno vero della sua nascita e non in quello del fratello. Un'altra caratteristica della dolce vita di Cosa Nostra è che i mafiosi vivono soli, senza moglie e familiari. E non sono mai armati. "In Italia possono avere qualche grattacapo e preoccupazione, ma in Spagna vivono tranquilli. Non hanno paura di essere sotto tiro e cercano di passare come normali impresari” sostiene il generale Maruccia. Molti hanno ristoranti e pizzerie e, negli ultimi anni, si sono introdotti nel business immobiliare. Quando fu arrestato a Marbella, Amato stava cercando di investire molti milioni di euro in terreni sul litorale malagueño. Voleva costruire un complesso turistico. "L’emigrazione mafiosa in Spagna è cominciata negli anni Ottanta” dice Cannavale. "Alcuni clan dediti in Italia al contrabbando si trasferirono a Malaga formando vere e proprie colonie, trafficando in hascisc dal Marocco utilizzando lance che solcavano lo stretto in mezz’ora. A poco a poco si infiltrarono nell’economia legale.” Come ha denunciato tante volte Saviano, l’infiltrazione è stata tollerata o ignorata dalle autorità, le quali preferirono applicare la dottrina Mitterand: se non si hanno delitti di sangue, li si lascia tranquilli. Un clima ovattato, l’assenza di una legislazione antimafia, le occasioni di riciclaggio dovute all’espansione economica e la mutua simpatia - soprattutto dovuta ai Mondiali del 1982 - trasformarono la Spagna in Costa Nostra. Oggi, i siciliani delle famiglie di Trapani, i calabresi delle ‘ndrine di Reggio e i camorristi di diversi clan e quartieri napoletani, lavorano gomito a gomito nel settore degli stupefacenti. "Quasi tutti i capi stanno in Spagna” dicono con sicurezza Maruccia e Cannavale. La collaborazione tra le Polizie è migliorata molto; quella giudiziari e quella generale sono poi ottime. Tuttavia avvertono: "All’inizio la mafia portava soldi, ma questo ora si sta trasformando in un boomerang. La Spagna ci sta aiutando moltissimo poiché inizia a temerlo. Sanno che qui ci sono le basi logistiche e il gran mercato della droga. Si sono già avute prove di contatti con i marsigliesi, gli olandesi e i tedeschi; in alcuni casi ci sono state anche morte violente, ed è inquietante. Saviano teme che sia troppo tardi: "Le ultime indagini in Italia mostrano che la Spagna è una porta aperta al narcotraffico . Mentre i politici si accapigliano, mentre si hanno campagne elettorali di ogni tipo e si diffondono allarmi contro il terrorismo, i clan italiani, russi e nigeriani stanno conquistando l’economia attraverso canali aperti dalla crisi economica. La Spagna deve comprendere che i clan importano anche la militarizzazione della sua terra; finora hanno fatto solo affari e riciclaggio. Presto incominceranno a sparare".

© EDICIONES EL PAÍS, S.L. - Miguel Yuste 40 - 28037 Madrid (España)

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Ecco i 72 europarlamentari eletti in Italia: qualcuno ha fatto fuori i protagonisti delle più importanti conquiste civili...

Bruxelles, 9 giugno 2009. Ecco l'elenco dei nuovi europarlamentari eletti in Italia. Xenofobi e nostalgici confermati in blocco e raggiunti da altri loro simili. Per il resto, volti che in aula non si vedranno mai, "maggiordomi" e politici per la maggior parte senza alcuna storia né cultura europea. Quasi tutti i protagonisti delle principali campagne per i diritti umani e civili, invece, sono stati fatti fuori: da Pannella a Cappato, da Agnoletto a Fava, da Catania a Chiesa. Un patrimonio di democrazia e progresso sacrificato a logiche incomprensibili. Tanto lavoro, alla base di Direttive, Risoluzioni e politiche, gettato al vento. E' il frutto di una logica politica perversa, mirata a collocare presso le Istituzioni europee personaggi facilmente controllabili e incapaci di contribuire alle istanze di civiltà. Come ho detto ieri in un'intervista su Radio Popolare, solo quando la sinistra smetterà di essere "ombra" della destra e riconoscerà il ruolo dei suoi uomini e delle sue donne migliori, e identificherà facce nuove fra i suoi giovani, si potrà sperare di dare all'Italia una vera alternativa alla destra autoritaria, xenofoba e immorale. Speranza non di VINCERE elezioni, ma di VINCERE per valori veri, quei valori che salvano vite umane e migliorano le società. Di certo, la lista qui sotto - salvo pochissime eccezioni - mette una gran tristezza e - per noi - si intravvedono speranze di dialogo legate ai diritti fondamentali soprattutto con i cristiani: quelli coraggiosi, quelli veri...

Magdi Cristiano Allam (Udc), Gabriele Albertini (Pdl), Roberta Angelilli (Pdl), Alfredo Antoniozzi (Pdl), Raffaele Baldassare (Pdl), Francesca Balzani (Pd), Sergio Antonio Berlato (Pdl), Luigi Berlinguer (Pd), Silvio Berlusconi (Pdl, eletto in 5 circoscrizioni), Vito Bonsignore (Pdl), Mario Borghezio (Lega Nord), Rita Borsellino (Pd), Umberto Bossi (Lega Nord, eletto in 3 circoscrizioni), Antonio Cancian (Pdl), Salvatore Caron (Pd), Carlo Casini (Udc), Sergio Cofferati (Pd), Lara Comi (Pdl), Silvia Costa (Pd), Andrea Cozzolino (Pd), Rosario Crocetta (Pd), Francesco De Angelis (Pd), Paolo De Castro (Pd), Luigi De Magistris (Idv, eletto in 4 circoscrizioni), Ciriaco De Mita (Udc), Antonio Di Pietro (Idv, eletto in 3 circoscrizioni), Leonardo Domenici (Pd), Herbert Dorfmann (Svp), Carlo Fidenza (Pdl), Lorenzo Fontana (Lega Nord), Elisabetta Gardini (Pdl), Roberto Gualtieri (Pd), Ignazio La Russa (Pdl), Giovanni La Via (Pdl), Clemente Mastella (Pdl), Barbara Matera (Pdl), Walter Mauro (Pdl), Erminia Mazzoni (Pdl), Guido Milana (Pd), Tiziano Motti (Udc), Alfredo Pallone (Pdl), Pierantonio Panzeri (Pd), Aldo Patriciello (Pdl), Mario Pirillo (Pd), Giovanni Saverio Furio Pittella (Pd), Vittorio Prodi (Pd), Fiorello Provera (Lega Nord), Enzo Rivellini (Pdl), Francesco Saverio Romano (Udc), Licia Ronzulli (Pdl), Potito Salatto (Pdl), Matteo Salvini (Lega Nord), Amalia Sartori (Pdl), David Sassoli (Pd), Giancarlo Scottà (Lega Nord), Marco Scurria (Pdl), Debora Serracchiani (Pd), Sergio Silvestris (Pdl), Francesco Speroni (Lega Nord), Gianluca Susta (Pd), Patrizia Toia (Pd).

 

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Intolleranza etnica nel Pd: una realtà preoccupante

Milano, 28 maggio 2009. Abbiamo segnalato numerosi casi di intolleranza e persecuzione etnica di cui si sono resi responsabili esponenti del Pd e del centrosinistra, da Firenze a Bologna, da Pesaro a Milano. Particolarmente gravi, proprio a Milano, le esternazioni di Filippo Penati, presidente della Provincia. In diverse occasioni, Penati ha ribadito pubblicamente i suoi pregiudizi riguardo ai Rom: "Sono un problema", "Molti di loro sono delinquenti, che fuggono quando viene annunciato uno sgombero", "Occupano abusivamente aree e stabili", "Costruiscono ville abusive da decenni". Penati giunge persino a definire "buoniste" le politiche intolleranti di De Corato e "deboli" le purghe etniche ordinate dalla giunta comunale, azioni che hanno causato la scomparsa dell'etnia Rom romena dal capoluogo meneghino. All'inizio del 2007 i Rom romeni a Milano erano circa 7.000: uno dei numeri più bassi di tutte le grandi città europee. Le azioni persecutorie condotte dal comune di Milano hanno ridotto i Rom romeni a circa 2.000 unità, che per la maggior parte vorrebbero abbandonare l'Italia per rientrare in Romania, ma che non possono farlo perché non hanno il denaro necessario al rinnovo dei documenti e all'acquisto del titolo di viaggio. Il Gruppo EveryOne ha chiesto al governo italiano, incontrando il presidente della Camera Gianfranco Fini e il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, di stanziare una somma di 150/200.000 euro, sufficiente a consentire i rimpatri volontari dalla città di Milano. La risposta è stata negativa: nessuno stanziamento per i ritorni volontari, ma un budget di 12 milioni di euro per le politiche degli sgomberi, delle "bonifiche" e della messa in sicurezza dei luoghi in cui i Rom potrebbero rifugiarsi: discariche, edifici e fabbriche abbandonate, ponti. Le dichiarazioni di Filippo Penati equivalgono a quelle che consentirono alla propaganda tedesca negli anni 1930 e 1940, di bollare i Rom come "asociali", criminali inveterati da perseguitare su tutto il territorio del Reich. "Sono un problema," tuonava Himmler. "Occupano abusivamente edifici e terreni," recitava una circolare dell'Ufficio Centrale del Reich per combattere la piaga zingara. "Molti di loro sono criminali," avvertiva la stampa di regime, che preannunciava anche la demolizione delle loro "case abusive". Niente è cambiato e le risposte che la verità storica ha fornito ai nazisti, condannando le loro azioni come crimini contro l'umanità, sono le stesse che inviamo ai nuovi intolleranti:

1) Il problema non sono i Rom, ma il razzismo e la persecuzione istituzionale che impedisce la loro integrazione nella società italiana, la propaganda razzista condotta da politici e media senza scrupoli, la diffusione - da parte loro - di odio razziale che è causa di infinite sofferenze, lutti ed esclusione;

2) è vero che i capifamiglia Rom fuggono prima dell'arrivo delle forze dell'ordine, quando vengono decise le purghe degli insediamenti. Fuggono perché sono l'unica speranza di sostentamento e di difesa delle loro famiglie ed è matematico che di fronte alle autorità o alla giustizia vengono considerati ala stregua di sub-umani, senza diritti, capri espiatori dell'intolleranza. Fuggono perché hanno subito, in Italia, decine di episodi di violenza, intimidazione, odio razziale sia da parte delle istituzioni che di privati cittadini. La criminalità a Milano, però, non è caratterizzata dai quattro spiccioli che i Rom raccolgono con la questua, ma dalla centinaia di milioni di euro che derivano dagli intrecci fra crimine organizzato, impresa e politica. La "caccia ai Rom" serve anche a coprire la natura di capitale della criminalità organizzata che si rafforza a Milano giorno dopo giorno (e che fa comodo a molti);

3) le famiglie Rom che si rifugiano in Italia non occupano abusivamente terreni e stabili, ma si rifugiano in luoghi abbandonati e inospitali per ripararsi dalle intemperie e dai pericoli del mondo esterno; se il popolo italiano sapesse quanti miliardi di euro sono stati sprecati dai servizi sociali sul territorio nazionale, senza che l'emergenza umanitaria legata ai Rom fosse mai affrontata seriamente, di certo non accorderebbe il consenso all'attuale classe politica. Abusivo è il ruolo degli amministratori delle città, che violano le disposizioni internazionali in materia di politiche sociali e integrazione, promuovendo l'odio etnico;

4) le "vile abusive" che una percentuale piccolissima di Rom possiede - e che le Istituzioni smantellano con metodo persecutorio e incivile - sono frutto di decenni di esclusione, che hanno consentito a persone senza diritti di investire proventi faticosamente guadagnati, spesso attraverso lavori sottopagati, per acquistare terreni e, anno dopo anno, edificare edifici non più precari, nella speranza di "mettere radici" in una città. Nel resto d'Europa le abitazioni "abusive" dei Rom sono state sanate, anche quale minima forma di risarcimento verso esseri umani che hanno subito persecuzioni reiterate e indegne di società civili e democratiche.

 

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La persecuzione dei Rom è ormai una realtà anche in Francia

da La Voix des Rroms

Parigi, 24 maggio 2009. Diego, un bambino Rom romeno, è morto ieri nell'incendio della baracca in cui vivevano i suoi genitori. Ce lo comunica "La Voix des Rroms" di Parigi, una delle più attive organizzazioni per la tutela dei diritti del popolo Rom nell'Unione europea. "Il destino tragico del bambino," scrive Saimir Mile (nella foto), presidente dell'associazione, "è la fotografia della condizione in cui sono costretti a vivere i circa seimila Rom romeni che si trovano in Francia. L'incendio è stato spento dai vigili del fuoco che, purtroppo, non sono riusciti a salvare il piccolo Diego. La questione però resta drammaticamente aperta: non bisogna aspettare i pompieri per occuparsi dei Rom, ma è lo Stato che deve intervenire per consentire a queste persone di vivere con dignità, consentendo loro di lavorare. La Francia ha accettato l'adesione di Romania e Bulgaria nell'Ue, che dall'1 gennaio 2007 ne fanno parte a pieno diritto. I Rom provenienti dai due Paesi, tuttavia, non sono aumentati: erano seimila nel 2002 e restano seimila oggi. Nonostante siano cittadini dell'Unione, però, non hanno diritti e possono lavorare solo con un permesso speciale rilasciato dalle prefetture, documento impossibile da ottenere. Così sono costretta a vivere in baraccopoli, lavorando in nero, vendendo giornali e fiori o mendicando. Diego andava a scuola, nonostante la sua famiglia fosse allontanata da un luogo all'altro dalle forze dell'ordine. Per i suoi sogni di bambino, è ormai tardi, ma non lo è per i suoi fratelli e sorelle, i cugini e gli altri. Come potranno, tuttavia, realizzarli, se le famiglie sono braccate e cacciate da un luogo all'altro o espulse al Paese? La Voix des Rroms chiede l'interruzione delle misure restrittive che lo Stato francese prevede per i Rom romeni e bulgari, misure che impediscono loro di inserirsi nel mercato del lavoro e di prendere residenza in una località. E' la base senza la quale nessuno sforzo diretto all'integrazione dei Rom provenienti da tali Paesi andrà a buon fine, ma resterà nel novero delle buone intenzioni o elle promesse ipocrite".

Parigi, 26 maggio 2009. Ci scrive ancora Saimir Mile: "Stamattina uno spiegamento di forze di polizia, accompagnate dalla Croce Rossa, ha evacuato le famiglie Rom romene ospitate provvisoriamente presso il ginnasio Henri Vallon di Bobigny, dopo l'incendio in cui ha perso la vita il piccolo Diego. Lo svolgersi degli eventi lascia decisamente sconcertati riguardo al ruolo delle Istituzioni in questa vicenda. Ieri sera, dopo un riunione fra il comune di Bobigny, la prefettura di Saint-Denis e le associazioni per i Diritti Umani, fra le quali "La Voix des Rroms", si era deciso di non evacuare le famiglie. Poco dopo, però, la polizia locale aveva fatto un sopralluogo al ginnasio, con torce elettriche. Intanto il prefetto comunicava che chi avesse voluto rientrare in patria, avrebbe potuto contare su un sostegno economico. Stamattina, però, la polizia ha messo le famiglie davanti a un aut-aut: tutti fuori dai locali del ginnasio, sia chi accettava il rimpatrio "volontario" sia chi non voleva tornare in patria. Di fronte all'emergenza di una donna appena sottoposta a taglio cesareo e di un ragazzino che attendeva di essere ricoverato per essere operato a causa di una malformazione alle gambe, i poliziotti estraevano i manganelli e minacciavano di arrestare e rimpatriare coattivamente chi non fosse uscito dai locali di sua volontà. Attualmente decine di famiglie sono all'aperto, sotto la pioggia, senza alcuna assistenza, in un parco pubblico vicino alla stazione di Saint-Denis. La famiglia di Diego è stata accolta in un albergo, fino al giorno del funerale in Romania". Da tempo il Gruppo EveryOne, di cui fa parte anche Saimir Mile, avverte le Istituzioni europee del rischio di una deriva razzista dell'intera società del continente, nei confronti del popolo Rom, sull'esempio italiano. Alcuni Rom che oggi vivono in Francia, dopo essere fuggiti da situazioni di persecuzione in Italia, ci comunicano da oltre un anno le fasi di una progressiva trasformazione della Francia in un Paese intollerante e ostile ai Rom provenienti dalla Romania. La cittadinanza, fino a qualche tempo fa tollerante, ha cominciato a segnalare alle forze dell'ordine la sola presenza di Rom nelle città. I politici cavalcano l'onda delle emozioni razziste, mentre le autorità trattano ormai le famiglie Rom romene alla stregua di bande di asociali, scacciandole con metodi duri da un luogo all'altro. Si cominciano a vedere pistole e manganelli fuori dalle fondine, anche di fronte a bambini, mentre - pur non assistendo a una "caccia all'uomo", come avviene in Italia - non sono rari i trattamenti inumani e degradanti, mirati a scoraggiare i Rom dalla permanenza in una città. Se le Istituzioni internazionali non decideranno al più presto di sanzionare pesantemente i Paesi che violano le norme internazionali che proteggono le minoranze, il nuovo Olocausto, le cui prime scintille si sono sprigionate dai movimenti razzisti italiani, divampando poi nel "Bel Paese", diventerà presto un fenomeno fuori controllo, circondato alla stessa indifferenza che consentì ai carnefici di Hitler di realizzare una delle più efferate persecuzioni che la Storia europea ricordi.

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E' ora che l'Unione Europea e le Nazioni Unite contrastino efficacemente le politiche razziali attuate dalle Istituzioni italiane

Milano, 27 maggio 2009. Le istituzioni italiane commettono da alcuni anni evidenti e gravissime violazioni dei Diritti Umani, stigmatizzate dalla Commissione e dal Consiglio d'Europa, dall'Unhcr, dal Cerd e dalle più importanti organizzazioni per la tutela delle minoranze. I respingimenti dei profughi in Libia, le deportazioni di esseri umani che fuggono da Paesi in cui sono in corso tragedie umanitarie, gli sgomberi di famiglie Rom da ricoveri di fortuna, senza alternative di alloggio né assistenza sono abusi impuniti che stanno trasformando in carta straccia la Convenzione di Ginevra, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Carta dei diritti fondamentali nell'Ue e le più importanti Direttive dell'Unione europea che si oppongono a razzismo e xenofobia. L'Italia, con le sue politiche persecutorie, condotte da partiti xenofobi che hanno raggiunto le più importanti posizioni di potere e si insinuano anche nel Parlamento europeo, mette a nudo la debolezza delle Istituzioni dell'Unione europea e delle Nazioni Unite, che non sembrano disporre di strumenti atti a contrastare gli abusi nel campo dei Diritti Umani. E' tempo di identificare strumenti che rendano efficaci le Direttive europee, altrimenti è inutile approvarne di nuove. E' ora di contrastare e di rendere illegali - come avviene negli Stati Uniti - i movimenti xenofobi e razzisti, che in tempo di crisi riescono ancora ad affermarsi nei Paesi membri dell'Ue, facendo leva sulle paure irrazionali della cittadinanza. E' tempo di combattere l'affermarsi di leggi razziali, altrimenti l'Unione europea non avrà compiuto progressi dopo l'esperienza dell'Olocausto. Non basta "ricordare": bisogna mettere in atto provvedimenti che cambino la civiltà europea, mettendola al sicuro dal crollo dei valori umani, civili e morali.
Se nessuna voce autorevole si alzerà in fretta, presto le Istituzioni italiane vareranno il decreto n° 733 sulla sicurezza, che contiene disposizioni razziste, ispirate da intolleranza e crudeltà. Il decreto è un insieme di leggi razziali, a partire dall'introduzione del "reato di clandestinità", che trasforma esseri umani che fuggono da guerre, persecuzioni, carestie e tragedie umanitarie in "asociali" da arrestare, imprigionare ed espellere. Si ricorda che le Direttive Ue 2004/83/CE e 2005/85/CE chiedono ai Paesi membri di valutare non solo il diritto all'asilo, ma anche quello alla protezione internazionale sussidiaria, che spetta a coloro che, rimpatriati, si ritroverebbero nei drammi umanitari da cui sono fuggiti. Il decreto aumenta a dismisura le tasse per i premessi di soggiorno (che ammonteranno a cifre fra gli 80 e i 200 euro), gravando su famiglie già in difficoltà. Il decreto non affronta in alcun modo la vera emergenza-sicurezza, che dovrebbe riguardare le innumerevoli aggressioni, spesso mortali, attuate da italiani contro migranti e Rom, i roghi dolosi delle baracche in cui vivono Rom e senzatetto, gli episodi di giustizia sommaria contro migranti e Rom in seguito a episodi di cronaca nera strumentalizzati dalla stampa e dai politici razzisti. Al contrario, il decreto costringerà i migranti a sottoscrivere un umiliante "Accordo di integrazione" (mentre gli italiani non dovranno firmare a propria volta "Accordi di accoglienza"): si tratta di un trattamento fortemente discriminatorio, che si pone contro l'ipotesi di una società multiculturale. L'Accordo" darà allo straniero un permesso di soggiorno "a punti", che lo metterà in una condizione di assoluta inferiorità. Persi tutti punti (magari per l'abuso di un'autorità o la calunnia di un razzista) lo straniero verrà privato del permesso di soggiorno. Il decreto istituisce un "Registro dei senzatetto", che sottoporrà a schedatura i cittadini più vulnerabili, mentre nessun programma di aiuto è previsto per loro. Perché registrare esseri umani la cui unica colpa è quella di trovarsi in difficoltà? Il decreto costringerà tutti i cittadini a denunciare i "clandestini", trasformando gli italiani in un popolo di delatori. Contemporaneamente, punirà le organizzazioni che promuoveranno tolleranza, perché la nuova legge asimila il sostegno ai migranti al favoreggiamento del "reato di immigrazione clandestina". Il decreto autorizza l'arruolamento di miliziani che entreranno a far parte di "ronde". Il governo descrive tali milizie come "cittadini disarmati che segnaleranno crimini alle autorità". Nella realtà, le "ronde" esistono dagli anni 1990 e sono composte da intolleranti e razzisti che si sono già segnalati per incendi di insediamenti Rom, aggressioni nei confronti di migranti e stranieri, spedizioni punitive contro senzatetto e omosessuali. Lo stesso decreto arma le "ronde" rendendo legale la vendita di spray al peperoncino. Il decreto non si occupa di combattere il fenomeno degli stupri fra le pareti domestiche, che costituisce la parte più consistente della casistica relativa a tali crimini, né di punire gli stupri, frequentissimi, di ragazze e donne costrette a vivere senza una dimora. Al contrario, dedica attenzione agli stupri commessi da stranieri, consentendo la vendita di spray al peperoncino, prevedendo l'arresto in flagranza e disponendo aggravanti per aggressioni in spazi aperti, sull'onda dei casi strumentalizzati dalla propaganda razzista (dal caso Giovanna Reggiani a quello della "Caffarella)". Il decreto rende più difficili i matrimoni fra italiani e stranieri, prevedendo un periodo di due anni prima di concedere allo straniero la cittadinanza. Nonostante l'Unione europea abbia recentemente condannato gli sfruttatori del lavoro di migranti "irregolari", il decreto - per proteggere gli imprenditori, che sono elettori dell'attuale governo - non punisce chi trarrà dallo sfruttamento ingiusto profitto. Al contrario, punirà coloro che daranno alloggio ai migranti "clandestini". Il decreto penalizza gli stranieri che sono da molto tempo in Italia, ma - spesso a causa della discriminazione - non hanno una conoscenza sufficiente della lingua italiana. Se non passeranno un esame di italiano, queste persone ormai inserite nella società italiana perderanno il diritto al soggiorno. Si ricorda che alcuni ebrei accolti da Israele non hanno parlato che la lingua Yiddish per decenni. Il decreto costringe lo straniero ad esibire il permesso di soggiorno per qualsiasi atto di stato civile: per esempio, il diritto a riconoscere un figlio sarà vincolato al possesso di permesso di soggiorno. Il decreto combatte quei migranti che inviano denaro in patria, spesso per consentire a figli e parenti di sopravvivere in luoghi di povertà e disperazione. I servizi di "money transfer" dovranno chiedere il permesso di soggiorno e denunciare chi tentasse di effettuare trasferimenti senza averlo. Il decreto prolunga fino a sei mesi la detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione. Ricordiamo che nei Cie italiani le condizioni di vita sono simili a quelle dei lager e i tentativi di suicidio, oltre agli atti di autolesionismo, sono quasi quotidiani. Va sottolineato che non esiste un'emergenza sicurezza legata a migranti e Rom, in Italia, come invece le Istituzioni e la stampa xenofoba vogliono far credere. Come dimostrano i rapporti Istat e i dati del ministero dell'Interno, l'Italia - già prima del governo Berlusconi - ha uno dei tasso di reati contro la persona più bassi del mondo (in Europa, il secondo, dietro la Norvegia), mentre crescono a dismisura il tasso di crimini attuati da cittadini italiani contro migranti e Rom, il tasso di abusi - sempre nei confronti degli stranieri - da parte delle forze dell'ordine e il tasso di reati commessi dalla criminalità organizzata (n'drangheta, mafia e camorra). Riguardo a quest'ultimo aspetto della criminalità in Italia, va sottolineato che il suo giro d'affari ha toccato a fine 2008 la cifra-record di 130 miliardi di euro in Italia e di 500 miliardi di euro nel mondo. Ci si chiede perché, anziché perseguire con un decreto di emergenza i crimini xenofobici, i reati di mafia e la corruzione, le Istituzioni abbiano invece deciso di perseguitare con intensità e crudeltà ancora maggiori i migranti, i Rom e le fasce più vulnerabili della popolazione.

 

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Come lavora il Gruppo EveryOne

di J. Munteano, Svezia

Il Gruppo EveryOne conduce campagne assai difficili per tutelare, in un Paese, l'Italia, dominato dall'intolleranza, il popolo Rom, i migranti e le minoranze invise alle Istituzioni. I risultati dell'organizzazione rappresentano tappe importanti per la civiltà dell'Unione europea e non a caso Parlamento, Commissione e Consiglio d'Europa riconoscono agli attivisti di EveryOne un ruolo fondamentale per le politiche di desegregazione del popolo Rom nell'Ue. La comunità Rom romena, dopo tante azioni condotte dal Gruppo EveryOne a tutela delle famiglie perseguitate, ha sottoscritto recentemente, con oltre 500 firme, una petizione affinché la Nobel Academy di Oslo assegni all'organizzazione il Premio Nobel per la pace 2010 (Oslo è la sede del Premio Nobel per la Pace, mentre le altre categorie fanno capo alla Fondazione di Stoccolma). Per comprendere più a fondo le strategie e le metodologie del Gruppo EveryOne, la studiosa Jasmina Munteanu ha posto alcune domande a Roberto Malini, uno dei suoi leader.

Quali strumenti legali sono d´aiuto nelle vostre azioni a tutela dei Rom e delle altre minoranze discriminate? Quali sono gli ostacoli? Quali le possibilità di relazione con le Istituzioni?

Il nostro gruppo basa la sue campagne su una perfetta conoscenza e un continuo studio delle leggi italiane e internazionali che riguardano i Diritti Umani, a stretto contatto con le Istituzioni europee e le Nazioni Unite. Abbiamo fornito al Parlamento, alla Commissione e al Consiglio europei dossier, ricerche e testi di mozioni che sono serviti all'elaborazione di Risoluzioni approvate dagli organismi politici dell'Unione. Abbiamo ottenuto un mandato a parte della Commissione europea per monitorare la condizione dei Rom in Italia e il comportamento delle autorità e della cittadinanza nei loro confronti. Trasmettiamo costantemente informazioni, notizie, studi, testimonianze e relazioni audiovisiva al Comitato contro le Discriminazioni delle Nazioni unite e a una rete di organizzazioni internazionali. L'assistenza di avvocati specializzati nel campo dei Diritti Umani è altrettanto importante, anche se in Italia si può ormai dire che le leggi non vengono più applicate, ma distorte e strumentalizzate al fine di espellere, deportare, scoraggiare migranti e Rom dalla permanenza sul suolo italiano. La percentuale di Rom nelle carceri italiane è altissima, assolutamente sproporzionata rispetto alle percentuali riguardanti altre etnie: un rapporto di 1 a 50 per i detenuti maschi, di 1 a 500 in riferimento alle donne. Le violenze da parte delle forze dell'ordine e gli abusi giudiziari sono ormai all'ordine del giorno, come dimostrano le centinaia di bambini sottratti ai genitori Rom a causa della loro indigenza, i reati attribuiti a Rom solo sulla base di pregiudizi etnici, le condanne di persone innocenti, sempre di etnia Rom. Caso emblematico è quello della giovane Angelica, romnì romena accusata del rapimento di una bambina in fasce a Ponticelli (Napoli) e condannata in primo grado e in appello sulla base delle parole contraddittorie della sua accusatrice, nonostante le evidenze che escludono le sua colpevolezza. Un altro caso esemplare è quello di Romulus Mailat, accusato dell'omicidio di Giovanna Reggiani sulla base della testimonianza di una donna affetta da gravissimi turbe psichiche. Riguardo a Romulus Mailat, gli esami del DNA relativi al suo sangue (trovato secondo gli investigatori sotto le unghie della vittima) e di quello della signora Reggiani (trovato sul volto di lui, sempre secondo le autorità) sono misteriosamente scomparsi. Durante il processo i periti hanno affermato che la pioggia aveva diluito il sangue, rendendo inaffidabili gli esiti degli esami. Ma il DNA permane ed è rintracciabile anche nella diluizione di uno a un milione. I casi di abuso giudiziario che colpiscono Rom e migranti sono migliaia, così come gli abusi polizieschi e le violenze impunite commesse da razzisti. A Bologna due giovani madri hanno perso i loro bambini di pochi mesi, perché durante uno sgombero la polizia aveva bruciato le medicine necessarie a curare un'infezione di cui soffrivano. L'ospedale non ha trovato di meglio da fare che restituire loro i cadaverini in una scatola di cartone, come se fossero gatti e non esseri umani. A Pesaro, dove le Istituzioni e le autorità hanno commesso una sequenza impressionante di crimini contro l'umanità, riferibili alla persecuzione etnica della comunità Rom romena stanziatasi nel capoluogo marchigiano, un'azione poliziesca ha causato la morte di due bimbi ancora nel grembo delle madri e solo grazie a un'azione eroica dei nostri attivisti si è evitata la sottrazione, già disposta dal Tribunale dei Minori di Ancona, di quindici bambini. I genitori avevano già deciso di cospargersi di benzina e darsi fuoco, nel caso avessero tolto loro i piccoli. I nostri attivisti hanno dovuto affrontare, nell'occasione, le intimidazoni di venti agenti armati e in preda a veri e propri accessi di odio etnico. "Voglio dedicare la vita a dare la caccia ai Rom per togliere loro i bambini," gridava un dirigente. In coincidenza con l'approvazione di decreti razzisti, inoltre, si verificano "a orologeria" episodi che destano intolleranza nei confronti dei Rom. Oltre al caso di Giovanna Reggiani e di Angelica (sempre nell'immediatezza del varo di decreti sulla sicurezza) si è verificato il caso della Caffarella (che ci ha visti decisamente impegnati a scagionare i colpevoli designati dalle autorità, che dovevano essere all'inizio i Rom Racz e Loyos) e temiamo inquietanti sorprese durante questo mese, nel quale, a meno di un rinsavimento delle Istituzioni, l'ultimo ddl - vera e propria legge razziale - dovrebbe essere approvato in Senato ed entrare in vigore, con esiti tragici per le etnie e le minoranze perseguitate. Il decreto sicurezza che le Istituzioni stanno per varare è uno degli atti più gravi che siano mai stati compiuti, nell'Unione europea e nel mondo civile, contro i Diritti Umani. Abbiamo dialogato con le più alte cariche dello Stato per evitare che una simile mostruosità giuridica venisse votata, ma incredibilmente la Camera ha dato il via libera alla legge razziale con 297 voti a favore, 255 contro e tre astenuti. Purtroppo il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che ci aveva convocati impegnandosi a frenare la deriva razzista e ci aveva chiamato anche in prossimità del voto dei deputati, chiedendoci un parere sul testo in approvazione alla Camera, ha tradito ogni promessa ed è stato uno dei principali fautori del pacchetto, che entra nella Storia dell'Unione europea come uno degli eventi più indecenti, come una delle violazioni più totali ed efferate di tutte le leggi civili e morali. Peccato, perché l'onorevole Fini aveva stigmatizzato, davanti a noi, il progetto di un'Italia xenofoba e razzista promosso dalla Lega Nord e dai movimenti nazionalisti e per la "difesa della razza". I suoi interventi ispirati alla tolleranza, di fatto, toccano sempre temi ed eventi marginali, mentre il suo appoggio incondizionato va alle politiche intolleranti che modificano profondamente la società, intaccandone come un cancro la fibra civile e la cultura dei Diritti Umani. Il nostro gruppo non rinuncia a confrontarsi con le Istituzioni, ma tocca a queste ultime accettare la nostra consulenza, che si basa sul diritto e sulla tradizione democratica del continente, senza concessioni a misure lesive delle libertà e dei diritti fondamentali delle minoranze.

Come si possono modificare i pregiudizi sui Rom che fanno ormai parte delle convinzioni dell´opinione pubblica?

In questo momento l'opinione pubblica è fortemente influenzata da oltre due anni di propaganda razzista condotta da quasi tutti i media: quotidiani e riviste, televisioni, radio e siti internet di informazione. Movimenti ispirati a ideologie intolleranti, come la Lega Nord, Forza Nuova, i gruppi neofascisti e neonazisti, le componenti del Popolo delle Libertà e delle forze di sinistra ostili alle minoranze etniche, ai migranti provenienti da Paesi in crisi umanitaria a ai senzatetto hanno contribuito al formarsi di fobie nei confronti delle razze e dei gruppi sociali oggi sgraditi. Riguardo agli uomini simbolo di questa sinistra, davvero "sinistra" nei confronti delle etnie, delle razze e delle categorie sociali emarginate, è rappresentata da politici come Sergio Cofferati e Leonardo Domenici, tuttora appoggiati dal PD, nonostante la loro storia legata alla repressione delle comunità sociali più vulnerabili. Proveniente da tutti i punti cardinali, l'ondata di intolleranza è divenuta una psicosi collettiva, che ha formato una cultura xenofoba e razzista, cultura che si è estesa come un virus a tutti i ceti sociali. Unico elemento positivo, la rinascita - grazie al lavoro di divulgazione culturale e alle campagne del Gruppo EveryOne, dei Radicali e di poche altre organizzazioni - di una cultura che, al contrario, è realmente antirazzista e tollerante. Se due anni fa questo pensiero rispettoso dei Diritti Umani era solo un germoglio, oggi si è diffuso presso politici, attivisti, intellettuali, insegnanti ed educatori. Se prima nove genitori su dieci mettevano in guardia i loro bambini contro il "pericolo zingaro" e una presunta asocialità di certe etnie e di certi comparti della società, oggi una buona parte di quei genitori comincia a insegnare ai figli che il razzismo e l'intolleranza sono mali da combattere e non atteggiamenti virtuosi. Bisogna tuttavia continuare a impegnarsi, decuplicando le energie, perché i semi del cambiamento raggiungano la politica, i media, la scuola, lo spettacolo e le manifestazioni culturali, consentendo il rifiorire della filosofia dell'accoglienza, dell'uguaglianza, dei Diritti Umani

Come si fa lavorare contro la discriminazione che esiste nei confronti dei Rom?

E' molto difficile, perché la discriminazione contro i Rom ha radici antiche e i pregiudizi medievali tendono a riaffermarsi quando la società si sente minacciata e le persone che la guidano utilizzano le minoranze più vulnerabili quali capri espiatori per giustificare crisi e fallimenti o per mantenere posizioni di potere. L'attivismo deve contrastare calunnie e propaganda dirette a creare allarme sociale, cercando di dimostrare l'infondatezza di tali falsità. Ma non basta. Quando una minoranza viene perseguitata, spesso si disperde e diviene facile preda di abusi, perché le vengono a mancare punti di riferimento utili a difendersi. I Rom, braccati, aggrediti, calunniati, soggetti a violazioni poliziesche e giudiziarie, scacciati da un luogo all'altro sono vittime sacrificali assolutamente indifese di fronte al potere deviato. E' fondamentale che l'attivismo mantenga i legami con le famiglie e le comunità, identifichi e protegga coloro che - fra le vittime dell'intolleranza - sentono la vocazione di rappresentare il proprio popolo. Non serve a nulla impegnarsi per i Rom, ma solo farlo insieme a loro. Questo significa spesso sottoporsi agli stessi rischi. I leader e gli altri attivisti del Gruppo EveryOne hanno subito pestaggi, insulti, calunnie, tentativi di abuso poliziesco, minacce di morte, intimidazioni da parte di autorità di notevole livello. Le loro campagne, però, hanno prodotto Risoluzioni europee, ammonizioni e sanzioni contro gli aguzzini da parte delle Istituzioni internazionali, un'informazione corretta sulla persecuzione al di fuori dei confini italiani, la mancata nomina di personalità politiche razziste a importanti ruoli internazionali (attualmente ci stiamo battendo affinché Mario Mauro del Pdl, un uomo che appoggiò le misure repressive contro i Rom, a partire dal rilievo delle impronte digitali, non divenga presidente del prossimo Parlamento europeo), la rimozione di autorità xenofobe e intolleranti (in un caso, persino un questore). Per ottenere tali risultati, occorrono le tre "C": Conoscenza, coraggio e costanza.

Il governo Italiano, lavora con la implementazione del RED? (Racial Equality directive)

Formalmente sì. Il governo italiano non perde occasione per affermare di essere impegnato contro razzismo e xenofobia, salvo poi farsi tradire dall'arroganza e assumere posizioni intolleranti anche contro gli organismi che tutelano i Diritti Umani, come hanno fatto in questi giorni il ministro La Russa e il presidente dei senatori del Pdl Gasparri, che hanno contestato l'autorità e il valore dell'Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite. In genere, però, gli uomini al potere - mentre attuano senza alcuno scrupolo le loro azioni contro le etnie, le razze e i gruppi sociali loro invisi - affermano di non essere intolleranti, ma accoglienti, di promuovere la parità sociale e l'antirazzismo. E' la stessa tattica che utilizzavano i nazisti. Accusati di perseguitare gli ebrei, si indignavano, manifestavano stupore e invitavano le Istituzioni e le organizzazioni umanitarie a visitare i campi di concentramento e sterminio, dove in occasione delle ispezioni realizzavano sofisticate messinscene che spesso convincevano le delegazioni riguardo all'attenzione del Terzo Reich nel campo dei Diritti Umani. Il caso del ghetto di Theresienstadt, luogo di dolore e morte mascherato da "villaggio per anziani e bambini ebrei" in occasione di una visita della Croce Rossa, è emblematico di questa politica. Il governo italiano cerca di evitare ispezioni internazionali, ma quando non può evitarle, tenta di mettere in atto mascherature della realtà, come nel caso della visita di Barrot a Lampedusa. Il governo italiano, in realtà, investe milioni di euro in purghe etniche contro i Rom, azioni di vessazione dei migranti, operazioni di respingimento dei profughi, creazione di luoghi inumani e degradanti per i migranti che cadono nelle loro mani, in attesa di espulsione (non certo di asilo). Il governo italiano rappresenta oggi il modello negativo che rischia di esercitare un'inquietante seduzione su altri Paesi che vorrebbero liberarsi di Rom e stranieri. L'Unione europea e le Nazioni Unite devono impegnarsi per evitare che il virus del razzismo italiano ammali il continente, riconducendolo in un medioevo fosco e barbarico, allontanandolo dalla vocazione alla tolleranza e all'antirazzismo, resuscitando i fantasmi delle leggi razziali e dell'Olocausto.

 

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Egregio Presidente Fini, non sia complice delle nuove leggi razziali, sia fautore di uguaglianza e civiltà

Roma, 14 maggio 2009. Egregio Presidente Fini, perché sta fornendo un alibi alle menzogne promosse da un governo che si trova in scacco, nelle mani di ideologi della razza? Le scriviamo ancora riguardo al decreto anti-migranti: riguardo alla norma per cui i bambini di madri senza passaporto diventeranno adottabili, è un fatto assodato e sia Roberto Maroni che Iole Santelli affermano il falso, quando rispondono alle critiche e allo sdegno dei democratici. Mentono, perché il testo del decreto razziale (non chiamiamolo decreto sicurezza, perché di certo non produrrà che disperazione e conflitti sociali gravi) pone i genitori nella chiara impossibilità, se non hanno il passaporto, di mantenere la patria potestà sui bambini che mettono al mondo. Ma, supponendo che invece venga precisato nel decreto - attualmente, tuttavia, non è così - che la madre senza passaporto avrà un permesso di sei mesi (secondo quanto afferma Maroni)... bene. E dopo? Visto che non è prevista alcuna assistenza né piano di integrazione o inserimento al lavoro, cosa accadrebbe dopo i sei mesi? La stessa cosa: espulsione dei genitori e bambino adottabile. Nessun diritto per la donna, nessun diritto per i bambini di altre etnie, di altre razze, provenienti da Paesi martoriati da catastrofi umanitarie. Presidente, da qualche tempo Le scriviamo l'opinione del nostro gruppo riguardo alle politiche intolleranti e spesso sadiche verso i migranti, i Rom, i senzatetto. A volte Lei ci risponde e il dialogo che scaturisce da questo confronto ci induce sempre a sperare che almeno Lei possa comprendere in che tunnel di orrore ci stiamo cacciando e assumere, di fronte alle atrocità più estreme, una posizione indomita, la posizione di un uomo giusto. Attualmente, però, siamo profondamente delusi e notiamo che Lei risponde con il silenzio e l'indifferenza a un messaggio che non è più nostro, ma viene dalla viva voce della stessa civiltà umana, della stessa democrazia. Sta sbagliando, Presidente, in modo irreparabile e lo sa perfettamente. Sta commettendo un errore grave a non dissociarsi dal decreto, che è un documento probatorio della persecuzione razziale. E' la più palese evidenza che mostra come il governo attui politiche che violano la Costituzione, oltre che la Carta europea dei diritti fondamentali e, in sostanza, tutte le normative che tutelano la civiltà dei Diritti Umani. Presidente, quando la follia xenofoba finirà (e i dati - legga la relazione Ipr Marketing di oggi - dimostrano che la gente si sta allontanando dalle ideologie intolleranti e crudeli dell'attuale maggioranza), sarà (sarebbe) una macchia indelebile sulla Sua immagine, questo maledetto decreto. Presidente, siamo convinti che Lei un giorno, se saprà essere ancora più coraggioso e lungimirante, potrebbe raggiungere la statura politica e morale che Le consentirà di diventare Capo dello Stato. Per tramandare ai posteri un valore nobile ed eterno, però, quel giorno dovrà essere preceduto da un periodo durante il quale la Repubblica Italiana sarà tenuta a dimostrare di aver recuperato la via della civiltà e dei Diritti Umani. Ma quel giorno Lei, come tutti noi, dovrà rendere conto di quanto si è impegnato per difendere la Costituzione e i valori che rappresenta. Ci creda: Lei potrebbe davvero scrivere le pagine più belle e luminose di quella che sarà Storia del nostro futuro. Potrebbe diventare il Presidente che comprese il valore della fratellanza e si batté contro i fantasmi del razzismo. Il Presidente degli italiani, ma anche dei profughi, delle etnie perseguitate. Di coloro che saranno i nuovi italiani: non solo pelli bianche, ma anche scure od olivastre, occhi a mandorla... sorrisi di bambini di ogni razza (Lei può farli sorridere, quei bimbi straziati oggi dalle deportazioni e dall'odio). Noi crediamo ancora in Lei, ma attendiamo da parte Sua un gesto significativo, niente di meno forte e orgoglioso delle parole che seguono: "No, io non voglio essere complice di questo decreto che annulla ogni conquista civile e sociale, morale e culturale. Io non voglio essere responsabile del dolore e dei lutti che porterà l'orrida trasformazione del migrante in un criminale. No, io mi dissocio da questa politica che somiglia pericolosamente alle politiche che condussero alle più feroci persecuzioni della Storia. Io, Gianfranco Fini, Presidente della Camera ed essere umano, dico basta e chiedo alle Istituzioni di intraprendere una via nuova". Ecco cosa Le domandiamo, Presidente. Non sia una delle persone che avranno permesso l'avvento delle nuove leggi razziali e lo schiudersi di frontiere sempre più cupe di intolleranza. Sia onesto e fiero. Sia l'Uomo del Sogno. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne

 

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Respingendo i migranti in Libia il governo italiano sta violando i principi cardine della Convenzione di Ginevra: se la comunità internazionale accetta questi abusi, perdono valore tutte le Carte che tutelano i Diritti Umani

di Roberto Malini

Milano, 10 maggio 2009

6 maggio 2009: tre barconi con a bordo 227 persone (40 donne di cui tre incinte e molti malati) sono stati soccorsi in acque maltesi da motovedette italiane, al largo di Lampedusa, e sono stati riportati in Libia da dove erano partiti. Nessuno dei migranti era libico, mentre i loro luoghi di provenienza - Nigeria, Etiopia, Somalia - avrebbero dovuto farli riconoscere dalle Istituzioni italiane quali rifugiati, con diritto alla protezione umanitaria in base alla Convenzione di Ginevra. Come ha scritto il giornalista Francesco Viviano su La Repubblica dell'8 maggio 2009, i 227 migranti incontreranno in Libia detenzione, torture, trattamenti inumani e degradanti, schiavitù e - riguardo alle donne stupri e umiliazioni di ogni genere, mentre i malati difficilmente sopravviveranno. "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no," hanno affermato in lacrime le connazionali dei migranti respinti, giunte a Lampedusa nelle scorse settimane o reduci dal mercantile turco Pinar. Il 10 maggio, come confermato dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, altri 240 migranti con diritto alla protezione internazionale sono stati respinti ancora verso la Libia. "Pochi minuti fa abbiamo riportato a Tripoli altri 240 clandestini trovati in mare," ha dichiarato il ministro. Si ricorda che le politiche ostili allo spostamento dei rifugiati dall'Africa all'Europa hanno causato negli ultimi anni migliaia di decessi in mare o nei luoghi di deportazione, a causa della mancata assistenza dei migranti o delle procedure mirate a rendere difficoltoso, se non impossibile, il loro "viaggio della speranza". Come risulta dalle testimonianze e dalle relazioni delle principali organizzazioni umanitarie (sintetizzate, per esempio, nel sito e nella rivista di "World Socialist" dell'8 aprile 2009, in un articolo firmato da Martin Kreickenbaum) le morti di migliaia di persone avvengono in circostanze poco chiare, sempre a causa del mancato rispetto della Convenzione di Ginevra e riguardano migranti che fuggono da situazioni di guerra, povertà, carestia, persecuzione. L'autore del pezzo definisce "lacrime di coccodrillo" il minuto di silenzio osservato recentemente dal il Parlamento europeo per i rifugiati vittime del mare e dell'intolleranza: a suo avviso - e ad avviso delle organizzazioni per i Diritti Umani - sono le politiche europee riguardanti i rifugiati alla base di tante tragedie. Dal 1988 a oggi, secondo un dossier pubblicato da Fortres Europe, almeno 13 mila rifugiati sono morti cercando di raggiungere l'Europa (ma sono i numeri ufficiali, cui vanno aggiunte le migliaia di dispersi). Dopo tanti lutti, l'Unione europea non ha migliorato le disposizioni di accoglienza, ma le ha rese sempre meno favorevoli ai rifugiati, causando un genocidio che si protrae nel'indifferenza. Alcuni Paesi europei, fra cui Germania e Italia, giustificano l'intolleranza riferendosi a un "traffico di esseri umani da fermare" piuttosto che a politiche criminali che respingono chi avrebbe diritto a protezione internazionale e asilo. Riguardo all'accordo Italia-Libia, è un patto che non ha senso giuridico e viola regolarmente i diritti dei rifugiati, poiché la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra ed è stata denunciata ripetutamente per i trattamenti inumani e degradanti, le torture, la scomparsa di rifugiati. In Libia, come riferiscono le organizzazioni per i Diritti Umani, esistono campi di concentramento simili ai lager nazisti e altri, grazie all'accordo con l'Italia, ne saranno costruiti presto. Lì i rifugiati vengono detenuti in tragiche condizioni, anche per anni e, se riescono a sopravvivere, vengono poi deportati nei Paesi di provenienza. E' importante che si ristabiliscano nell'Unione europea i principi cardine delle convenzione di Ginevra, fra cui quello, fondamentale, del "non-refoulement", che vieta di respingere forzatamente un rifugiato verso i confini di uno Stato in cui la sua vita o libertà siano minacciate (art. 33). Tale principio riguarda sia il rifugiato già riconosciuto, sia il richiedente asilo e non vieta solo di respingere il soggetto già presente sul territorio dello Stato interessato, ma anche quello di rifiutare l'ingresso alla frontiera di chi non vi è ancora entrato. La Convenzione non avrebbe senso senza tale principio, che garantisce al rifugiato una protezione temporanea e in ogni caso la sicurezza di non essere respinto nel paese da cui è scappato o in un paese che porrebbe a rischio la sua persona. Il non-refoulement deve essere rispettato da tutti gli Stati, anche da quelli che non hanno sottoscritto la Convenzione, trattandosi di principio consuetudinario vigente in tutta la comunità internazionale.

Il commissario per i Diritti Umani Thomas Hammarberg riceve la lettera EveryOne e lancia un messaggio chiaro alle Istituzioni italiane e all'Unione europea.

«L'Italia fermi i respingimenti e l'Unione europea si impegni di più sull'emergenza sbarchI»

Immigrati, il Consiglio d'Europa: «L'Italia interrompa subito i respingimenti». Il commissario per i Diritti umani Hammarberg: «Non è una buona soluzione»
Dal Corriere della Sera online. Milano, 11 maggio 2009. Il respingimento degli immigrati clandestini verso la Libia «è un'iniziativa molto triste», che «mina la possibilità per ogni essere umano di fuggire da repressione e violenza, ricorrendo al diritto d'asilo». Questo il messaggio lanciato dal commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, interpellato da Adnkronos International. «L'iniziativa italiana mina totalmente il diritto di ogni essere umano di ottenere asilo», afferma Hammarberg, aggiungendo: «Spero che l'Italia non vada avanti con questa politica». Insomma, quella trovata dal governo italiano per rispondere all'emergenza sbarchi «non è una buona soluzione», ha sottolineato ancora Hammarberg dicendosi «totalmente in linea con le posizioni espresse dal Vaticano».

«L'UE FACCIA DI PIU'» - «Queste persone - ha avvertito ancora Hammarberg contattato telefonicamente nel corso di una sua missione a Madrid - devono avere una chance per ottenere asilo. Ora in Italia tutto questo diventa impossibile». Il commissario per i diritti umani ha tuttavia spezzato una lancia in favore del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, invitando l'Unione europea a fare di più per sostenere il nostro Paese a rispondere all'emergenza sbarchi. «Credo che il ministro Maroni agisca in questo modo perchè a Bruxelles ha trovato soltanto il silenzio dell'Ue». In questo contesto, ha avvertito Hammarberg, «anche l'Unione europea deve essere più responsabile e seria, mettendosi all'ascolto di quei Paesi come l'Italia o Malta che a nome di tutta l'Unione devono affrontare questa sfida». «Spero davvero che l'Unione europea aiuti maggiormente l'Italia», ha concluso il commissario.

COS'E' - Il Consiglio d'Europa, che non va confuso con gli organi dell'Unione europea, fu istituito il 5 maggio 1949 allo scopo di favorire la creazione di uno spazio democratico e giuridico comune in Europa, organizzato nel rispetto della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e di altri testi di riferimento relativi alla tutela dell'individuo.
11 maggio 2009

 

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Un giorno da dimenticare

di Giancarlo Ranaldi

Il 7 maggio del 2009 per il Ministro Maroni è stata una giornata “storica”: la si leggeva in faccia la sua soddisfazione. Per la prima volta, da quando è al governo, 227 disperati erano stati “respinti” sulle coste libiche. Altri ne seguiranno e la storia sembra ripetersi: militari con il cuore piccolo piccolo costretti a subire “ordini infami”, la felicità dei “clandestini” quando sono stati soccorsi e la disperazione dell’inganno. Le separazioni al loro arrivo, le donne con i bambini senza più lacrime da una parte e gli uomini dall’altra, tutti incontro al loro triste destino, nei loro volti la stessa paura e la stessa rassegnazione di sempre.

A Roma il 7 maggio del 2009, Mamouni Mubraka, una donna Tunisina di 44 anni, con un ultimo disperato gesto di “libertà” toglieva il disturbo impiccandosi nel bagno del Centro di Identificazione ed Espulsione dove era rinchiusa. Solo la sera prima, dopo una vita vissuta malamente in Italia, le avevano comunicato che questa volta non c’era più niente da fare: il suo permesso di soggiorno era irrimediabilmente scaduto e la mattina dopo, quella maledetta mattina, sarebbero venuti a prenderla per rimpatriarla.

Il 7 maggio del 2009, un fedele “servo” di questo stato, all’anagrafe tale Matteo Savini, padano nel cuore e nella mente, alla ricerca di consenso elettorale nel giorno della presentazione dei candidati leghisti, elaborando il “pensiero” al massimo delle sue possibilità, fra il serio ed il faceto, proponeva l’accesso “separato” al metrò di Milano, cosa per altro già sperimentata, in questo caso senza la necessità di scomodare la storia, anche sugli autobus (sic!) della democratica Foggia del sindaco Orazio Ciliberti.

Quello stesso maledetto giorno, il 7 maggio del 2009, dopo una breve camera di consiglio, il tribunale dei minorenni confermava la condanna di Angelica: tre anni ed otto mesi.

Per capire l’aria che si respirava in quel tribunale, senza dimenticare le dichiarazioni rese solo qualche giorno prima dal procuratore capo dei Minori di Napoli, Luciana Izzo, che tristemente quasi anticipavano questa nuova sentenza,

http://sucardrom.blogspot.com

bisogna solo leggere le dichiarazioni del pm Alessandro Piccirillo che nel chiedere la conferma della condanna di primo grado, affermava: “La Romania è entrata a far parte nella comunità europea, pertanto deve uniformarsi i parametri dell'Unione e integrarsi con la nostra cultura e le nostre leggi. Il rapimento dei neonati non appartiene alla nostra cultura. Ciò nonostante, in Italia spariscono tanti bambini. Non sappiamo ad opera di chi, ma è un dato del quale non possiamo non tenere conto”.

http://ricerca.repubblica.it/

Altri tempi ed altre storie ma anche Sacco e Vanzetti furono condannati alla sedia elettrica solo per essere italiani e, notoriamente, non risulta che oggi i Rumeni o i Rom vadano in giro per il mondo a rubare i bambini, non appartiene alla loro cultura. Analogamente, un magistrato che nel corso di un dibattimento pubblico si lascia andare a simili dichiarazioni è un dato del quale non possiamo non tenere conto.

 

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Il 7 maggio a Napoli, processo di appello per la giovane Rom Angelica. Gruppo EveryOne: "E' stata condannata in base al pregiudizio medievale secondo cui i Rom rubano bambini".

Napoli, 4 maggio 2009. "La giovane Rom ha subito una condanna assurda, senza prove, senza indagini approfondite, senza buon senso," dichiarano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "Abbiamo inviato al giudice del Tribunale d'Appello un dossier che ne dimostra l'innocenza". Il grande giurista Juan de Dios Ramirez Heredia si è detto pronto a "indossare la toga per difenderla, accanto all'avvocato Valle". Angelica viene da Bistrita-Nasaud città della Transilvania. Era arrivata in Italia da pochi mesi con il giovane marito Emiliano e alcuni familiari. Ha una figlia di 3 anni, Alessandra Emiliana, che è rimasta in Romania. "Ma come possono pensare che io abbia cercato di rapire una bambina?" protesta Angelica davanti a un attivista di EveryOne, che ha avuto il permesso dal giudice di visitarla. "Sono una mamma e se qualcuno mi portasse via la bambina, morirei dal dolore". A Napoli la ragazza viveva di elemosina "e di qualche piccolo furto," confessa, "ma solo quando non sapevo come procurarmi da vivere, perché il mio sogno era quello di lavorare, se solo avessi avuto un'occasione". Il 10 maggio Angelica viene arrestata con un'accusa terribile: una donna di Ponticelli afferma di averla sorpresa mentre avrebbe tentato di rapire la sua bambina in fasce. "Per entrare nella stanza in cui dormiva la piccola," ricostruiscono gli attivisti, "Angelica avrebbe dovuto trovare contemporaneamente aperti il cancello esterno, il portone dell'edificio e la porta blindata dell'appartamento, senza imbattersi in un inquilino e senza che la piccola, una volta afferrata, si mettesse a piangere. Tutto questo, in un periodo caratterizzato a Ponticelli da una vera e propria fobia nei confronti degli 'zingari', tanto che tre mesi prima era nato un Comitato di Ponticelli per il problema dei Rom. Inverosimile". Leggendo gli atti del processo e il dispositivo di sentenza, si rileva che non esistono prove a carico di Angelica, ma solo la testimonianza della madre della bambina neonata. "Non vediamo perché la donna avrebbe dovuto mentire," scrive il magistrato. "E' una sentenza priva di razionalità, proprio per la 'zingarofobia' che si era impadronita in quei giorni degli abitanti di Ponticelli," prosegue EveryOne. "La Storia ci insegna che fin dal Medioevo la sola presenza di 'zingari' vicino a un bambino 'cristiano' faceva gridare le comunità locali al ratto di minore. Anche volendo credere alla buona fede dell'accusatrice, il fattore-pregiudizio non può in alcun modo essere ignorato nel giudizio di un caso come questo. Una perizia, che non è stata mai eseguita, avrebbe dimostrato che Angelica avrebbe dovuto muoversi al rallentatore per essere vista dalla madre, già sul pianerottolo e con la bimba in braccio, e quindi raggiunta e bloccata. Sembra che la madre della neonata descriva una propria paura piuttosto che un evento reale. I seguito è ancora più irreale. La madre leva la piccola dalle braccia di Angelica, rientra in casa, pone la bambina a terra, grida e... Angelica è rimasta ancora sul pianerottolo, giusto per farsi raggiungere dal nonno della neonata e poi da altri vicini, che cercano di linciarla". Alcuni cittadini di Ponticelli hanno ricordato che l'accusatrice ha precedenti giudiziari per falso ideologico. Le stesse conclusioni tratte dal Gruppo EveryOne e dal giurista spagnolo Heredia sono state tratte dal giornalista investigativo spagnolo Miguel Mora sulle pagine di El Pais: "Il teorema che ha portato alla condanna si basa solo sulle parole contraddittorie dell'accusatrice. "Il caso di Angelica ha scatenato gli abitanti di Ponticelli," commentano gli attivisti, "che in men che non si dica hanno sgomberato con brutalità i terreni occupati da Rom romeni, che erano al centro di un progetto urbanistico in attesa di un finanziamento pubblico di milioni di euro, finanziamento che poco dopo il 'pogrom' sono arrivati". Angelica, secondo la giurisprudenza, è una "minore non accompagnata" e il legislatore ritiene che un minore di età debba rimanere in Istituto il minor tempo possibile, favorendo tutte le possibilità di reinserimento sociale. "Ma Angelica è già dentro da un anno," conclude EveryOne, "e sconcerta il fatto che non le sia stato concesso il patrocino gratuito per un motivo surreale: era impossibile al magistrato stabilire le sue condizioni economiche in Romania". Se in appello sarà fatta giustizia, per Angelica si aprono due possibilità: tornare in Romania e ricostruirsi una vita con i suoi cari oppure restare in Italia, grazie a una famiglia che si è offerta di aiutarla in un percorso di inserimento sociale positivo, in attesa di ricongiungersi alla famiglia. Intanto il suo caso ha destato l'attenzione della Commissione europea, del Cerd (Nazioni Unite) e delle più importanti organizzazioni contro la discriminazione e gli abusi che colpiscono il popolo Rom in Europa, da Union Romani a ERRC, dall'OSI al Coordinamento Antirazzista Sa Phrala.

 

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Livorno: al carcere “Le sughere” trovato morto in circostanze sospette un ragazzo romeno, in cella da 24 ore con l’accusa di un presunto stupro

3 maggio 2009. Ennesima tragedia dai contorni foschi e sospetti al carcere “Le sughere” di Livorno. Stavolta è toccato a un ragazzo romeno di 21 anni, trovato morto nella sua cella dopo appena 24 ore dall’arresto. Secondo quanto riportano i giornali locali, il giovane era stato arrestato giovedì in serata in seguito all’ordinanza della Procura livornese firmata dal Gip con l’accusa di un presunto stupro ai danni della sua ex fidanzata. Rinchiuso in isolamento, il ragazzo si sarebbe impiccato nel bagno, formando un cappio con le lenzuola della sua branda. Un secondino l’avrebbe sorpreso così, esanime, la sera di venerdì, nel corso di un normale controllo, appena 24 ore dal suo ingresso in carcere. Ovviamente non si conoscono i motivi del gesto – sempre che di un gesto volontario si sia trattato –, ma la cosa che più rende inquietante l’intera vicenda è che nessun particolare sull’accusa della presunta violenza sessuale che l’aveva portato in carcere è emerso dagli Inquirenti. Il Gruppo EveryOne, che opera a contatto con Rom, migranti, rifugiati e senzatetto, è a conoscenza di episodi di aggressione e intimidazione da parte di autorità e uomini in divisa nei confronti dei più deboli, e ha segnalato a più riprese episodi sospetti come questo al CERD delle Nazioni Unite, al Parlamento europeo, alla Commissione e al Consiglio Ue. Nonostante tutto, tragedie simili a questa di Livorno continuano ad accadere ed è necessario istituire una task-force europea che possa indagare in piena autonomia dalle Istituzioni e Autorità italiane contro episodi di violenza xenofoba e razzista, per il rispetto dei diritti fondamentali di ogni individuo. Il carcere “Le sughere” di Livorno – lo stesso che ha rinchiuso nelle sue celle Victor Lacatus, Rom romeno padre della piccola Lenuca Carolea, arsa viva nel rogo di Livorno di due anni fa – non è nuovo a questo tipo di episodi. Solo il 9 novembre scorso, Alessandro Mascaro, un detenuto originario di Catanzaro, è stato trovato cadavere. Secondo le indagini portate avanti dagli Inquirenti, avrebbe aspirato gas da un fornellino da campeggio con lo scopo di provare un’ebbrezza simile a quella data dagli stupefacenti. Ma vi è un’inchiesta ancora aperta anche per la morte tra le mura del carcere di Marcello Lorenzi, deceduto l’11 luglio 2003 a 29 anni. Le autorità avevano parlato di arresto cardiaco, mentre la madre del giovane ritenne che il decesso fosse conseguente a un violentissimo pestaggio. Da allora, il PM Roberto Pennisi aprì un fascicolo per omicidio, contro ignoti. Intanto, la Procura di Livorno fa sapere di aver avviato delle indagini, coordinate dal PM Antonella Tenerani, anche per quest’ulteriore tragico episodio. Trionferà ancora una volta il silenzio e il mistero? Avranno mai giustizia gli individui senza una voce? Ciò che è certo, è che ancora una volta si è scritta una triste, inquietante pagina della nostra Italia.

Matteo Pegoraro

 

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Rom: Milano avvia l'Operazione Repeller, aberrante programma di repressione etnica finanziato dal governo

Milano, 1 maggio 2009. Nonostante sia una priorità dell'Unione europea l'integrazione del popolo Rom e il rispetto della sua dignità e dei suoi diritti fondamentali, ecco come la città di Milano si appresta a spendere i fondi concessi dal governo per risolvere la cosiddetta "emergenza nomadi", emergenza che in realtà è già stata risolta attraverso una persecuzione che ha allontanato coattivamente dalla città il 90% delle famiglie che vi si erano rifugiate negli ultimi vent'anni, provenendo da Paesi membri dell'Ue. Dieci milioni di euro, che basterebbero a risolvere in toto la tragedia umanitaria che colpisce i Rom a Milano - attraverso l'avvio di un piano urgente di assistenza/inserimento scuola e lavoro/alloggi agevolati - saranno invece spesi per "mettere in sicurezza" i pochi campi-ghetto (in cui vigono leggi razziali definite "Patti di legalità") e ad installare cancellate e protezioni in tutte le aree dismesse comunale e in quelle private (addebitando poi i costi dell'operazione ai proprietari di tali aree). Si tratta di un'operazione aberrante, che non trova precedenti nei Paesi civili e democratici, perché presuppone che le persone indigenti e perseguitate non possano in alcun modo rifugiarsi sotto un tetto o un ponte, neanche se anziani, malati o con bambini in tenera età. Le componenti "di sinistra" approvano il progetto meneghino, suggerendo di utilizzare, però, gli edifici dismessi per ospitare scuole e spazi sociali.

Neanche loro - ma ormai, in quanto a xenofobia e odio razziale, che differenza c'è fra amministratori di "sinistra" o di destra? - ravvisano elementi di turpitudine nell'Operazione Repeller che Milano si appresta ad avviare. Repeller: si chiamano così i veleni, i diffusori di ultrasuoni e le istallazioni a punte metalliche che alcune ditte di disinfestazione applicano in punti strategici di edifici, cantieri, magazzini per tenere lontani topi, scarafaggi, parassiti e piccioni. Neanche alle autorità berlinesi, alle porte delle olimpiadi naziste del 1936, venne in mente una simile aberrazione: giunsero infatti ad allontanare - per offrire un'immagine di "decoro" - i senza tetto, i mendicanti e gli artisti di strada dal centro cittadino e dalle vicinanze delle strutture sportive, ma solo per il periodo dei Giochi. Il denaro, comunque, anche ai fini di un progetto di raccapricciante disumanità, andrà sprecato e non solo per la classica mala gestione. Il fatto è che i Rom a Milano sono ormai uno spauracchio, un riflesso isterico dell'odio etnico che possiede le Istituzioni locali. Le poche famiglie che permangono nel capoluogo, braccate dalle forze dell'ordine, oggetto di violenze razziali, senza alcuna assistenza, sono costrette a farlo poiché non dispongono delle somme sufficienti al rilascio di documenti validi (somma che comprende da 80 a 120 euro per persona, oltre al costo del viaggio verso il consolato più vicino) e del biglietto di ritorno in Romania (mediamente, altri 80 euro). Sono poche unità familiari in condizioni sanitarie, igieniche e sociali spaventose, che se fossero in grado di reagire alla vessazione istituzionale, non avrebbero certo bisogno di entrare negli edifici cadenti di una Milano che - moralmente - è cadente in ogni quartiere: tutti sanno che con quattro assi e un pugno di chiodi, i Rom sono in grado di costruire baracche in grado di sfidare qualsiasi clima. In realtà, nessuna persona di etnia Rom desidera restare nella città dell'odio. Odio che spesso dà la mano all'avidità: finché qualche "zingaro" maleodorante e stracciato girerà per le vie milanesi, fioccheranno fondi pubblici per "affrontare l'emergenza". E a chi non fanno comodo, milioni di euro a pioggia? Quando non se ne vedranno più, di "zingari", addio a quel gruzzolo che fa gola a molti. Abbiamo sottoposto durante incontri diretti a Montecitorio e al Viminale, al Presidente della Camera Gianfranco Fini (cui trasmetto questo breve articolo) e all'onorevole Alfredo Mantovano, sottosegretario all'Interno, la drammatica urgenza di agevolare, quantomeno, le famiglie senza documenti né mezzi di sopravvivenza nel ritorno a casa. Nonostante le rassicurazioni ottenute, la nostra richiesta non è stata accolta e alcune centinaia di Rom, con molti malati (i tumori maligni, le cardiopatie e le gravi malattie da precarietà sono purtroppo diffusissime, fra i Rom che vivono senza un rifugio fisso), sono di fatto prigionieri in una città che inventa ogni giorno misure crudeli per annientarli. Roberto Malini

 

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Italia. Nuovo Decreto Sicurezza. Oggi riprende nelle Commissioni I e II della Camera l'esame del ddl sicurezza (A.C. 2180). E' imminente approvazione.

Roma, 29 aprile 2009

Il Gruppo EveryOne ha inviato oggi a ciascun membro della Camera dei Deputati, ai Senatori e per conoscenza agli Europarlamentari e alle personalità politiche democratiche dell'Unione europea la seguente breve lettera e una disamina del ddl in approvazione alla camera.

Illustri membri della camera dei Deputati,

oggi potete scrivere una pagina di civiltà o un'altra pagina di orrore e abusi. Oggi potete dire "no" all'intolleranza che umilia e uccide, che trasforma le vittime in "nemici pubblici" oppure potete piegare la testa all'odio razziale, come fecero uomini nella Vostra posizione 71 anni fa. Presto potrete guardarVi allo specchio e sapere se siete ancora uomini... o no. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne

Violazioni dei Diritti Umani e incongruenze amministrative del decreto sicurezza

Il ddl si presenta a tutti gli effetti come una legge razziale, articolata in una serie di articoli che violano la dignità, la sicurezza e i diritti fondamentali di Rom, migranti e minori stranieri. E' un decreto che irride la Carta dei diritti fondamentali nell'Unione europea e si pone quale fondamento giuridico ai movimenti razzisti e xenofobi italiani ed europei. Non a caso Maroni e il suo parto hanno ricevuto il più entusiastico consenso da parte di tutti i gruppi neonazisti e razzisti italiani ed europei, ma anche internazionali, come Stormfront o White Pride (p.e. http://www.stormfront.org/forum/showthread.php?t=488893&page=10 ). Si configurano nel decreto numerose violazioni della Carta dei diritti fondamentali nell'Unione europea e delle Direttive Ue che garantiscono libera circolazione, pari diritti e criteri di accoglienza e protezione ai rifugiati.

1) Riguardo alla disposizione che invitava i medici e il personale sanitario a denunciare i clandestini richiedenti cure (art. 35, co. 5 T.U.), pare che la maggioranza abbia deciso di ritirare l'articolo, anche se la stampa riporta notizie secondo cui il governo non esclude di varare sia tale norma - che viola lo stesso giuramento prestato dai medici - sia l'introduzione delle "ronde padane", squadracce che già sono attive soprattutto dal nord al centro Italia e la cui attività, di fatto, è la persecuzione di Rom, senzatetto e migranti poveri.

Si intende tuttavia reintrodurre il prolungamento fino a 6 mesi di detenzione nei Cie: l'immigrato trattato come criminale (i Cie, oltretutto, in Italia sono luoghi di tortura e abuso quotidiano). Sei mesi sono una pena vera e propria ed è una grave violazione dei diritti del profugo applicarla a persone non solo innocenti, ma socialmente vulnerabili. Persone da proteggere, secondo la Carta europea dei diritti fondamentali. L'Unione europea si misura anche su questo fronte: è destinata a rinunciare alla cultura dei Diritti Umani, alla Dichiarazione universale, alla Convezione di Ginevra per "difendersi" dalle "invasioni" o saprà proseguire una via di accoglienza e rispetto? Siamo a un bivio e l'Italia rappresenta la tentazione "oscura" che ci riporterebbe a tempi di intolleranza e orrore.

2) Reato di soggiorno illegale. L'introduzione del reato è in contrasto con le basi stesse del diritto e causerà drammi e problemi gravissimi, anche nell'ipotesi di cancellazione della modifica dell'art. 35, co. 5 T.U., con riferimento alla situazione dei genitori irregolari di minore iscritto a scuola: i presidi saranno obbligati a sporgere denuncia nei loro confronti, divenendo delatori a tutti gli effetti, a meno che non facciano obiezione di coscienza, assumendosene i rischi, che nell'Italia di oggi possono significare il carcere. Introdurre in un Paese membro Ue questo reato, che non corrisponde a un'azione contro la società da parte del migrante, il quale, anzi, fugge da luoghi in cui è perseguitato e soggetto a condizioni di vita impossibili, è un precedente di enorme pericolosità e - come scritto sopra - stravolge le basi del diritto, il significato stesso di "legge", che diviene
strumentale alla xenofobia. L'unica via civile è considerare l'immigrato come un profugo (quando si rifugia in un Paese per evitare sofferenze intollerabili in patria) o un migrante (è evidente che se stesse bene in patria, non affronterebbe il "viaggio della speranza"). Non vi è crimine in queste imprese che individui e famiglie compiono: vi è coraggio, amore per la famiglia, desiderio di riscatto. Vi sono termini precisi per definire chi combatte e non aiuta questi fratelli umani: crudeltà, razzismo, intolleranza, persecuzione.

E' importante rilevare come il fondamento ideologico dell'introduzione del reato si ponga in antitesi con la Direttiva 115/2008 sui rimpatri, all'art. 2, co. 2, che consente di non applicare le disposizioni della stessa Direttiva agli stranieri per i quali il rimpatrio costituisce sanzione penale. Attraverso l'introduzione del reato di clandestinità, il provvedimento di espulsione segue automaticamente la condanna, aggirando le disposizioni che, nella Direttiva, tutelano lo straniero "irregolare", a partire dal suo diritto al rimpatrio volontario, senza permanenza nei Cie.

Maroni utilizza per cacciare i migranti anche l'art. 15, co. 1 lettera a) della stessa Direttiva, che consente di dar luogo a detenzione e a rimpatrio
coatto qualora vi sia rischio di fuga dello straniero, ipotesi che in mancanza di chiarimenti Ue può sempre essere ravvisata, consentendo ad amministratori xenofobi di aggirare le norme Ue.

3) Obbligo per lo straniero di dimostrare la regolarità del soggiorno, se vuole beneficiare dei servizi, a esclusione di quelli sanitari, per ora garantiti a tutti, e se intende del perfezionare gli atti di stato civile (nascita, matrimonio, riconoscimento dei figli, morte).

Riguardo ai servizi, si deve notare in particolare una grave violazione riguardo a quelli scolastici: se i genitori saranno obbligati a esibire al presi il permesso di soggiorno, questi sarà costretto in caso di soggiorno illegale dei genitori a denunciarli, trattandosi di un reato perseguibile d'ufficio.

In merito alla registrazione della nascita, la facoltà di ottenere un permesso di soggiorno da parte di una donna incinta non offre sufficienti tutele alla richiedente, poiché il permesso può essere rilasciato solo dietro presentazione di un passaporto in corso di validità.

Il riconoscimento del figlio naturale da parte del padre clandestino diventerà un evento irrealizzabile, non essendo prevista la concessione di un permesso al padre naturale. L'impossibilità di registrare i neonati allo stato civile sarà fonte di angoscia per gli stranieri "irregolari" e causerà gravi drammi umanitari. E' un'altra misura che nega i diritti dell'infanzia, oltre a costituire persecuzione del migrante "clandestino".

4) Un altro punto da censurare senza mezzi termini è quello relativo all'obbligo di dimostrare la regolarità del soggiorno per la celebrazione del matrimonio sul suolo italiano. Viola il diritto, per il cittadino straniero e anche per l'italiano, il diritto a costituire una famiglia legittima, perché lo Stato impedirà a chiunque di unirsi in matrimonio a una persona irregolarmente soggiornante. Si crea un precedente mai esistito nei Paesi democratici e civili. Si teme che l'Italia, se potrà attuare queste disposizioni, possa costituire un esempio di intolleranza che altri Paesi membri potrebbero seguire. "Tanto l'Unione europea non prende provvedimenti rilevanti," potrebbero dire...

5) Obbligo di verifica delle condizioni igienico-sanitarie dell'alloggio per concedere l'iscrizione all'anagrafe. Sarà previsto per tutti per tutti, compresi gli italiani e i cittadini dell'Ue; viola le disposizioni dell'Unione europea in merito alla libertà di circolazione dei cittadini sia italiani che stranieri. Da sottolineare che, in base alla legge, la persona che viva in un alloggio non idoneo avrebbe comunque comunque l'iscrizione all'anagrafe come "senza fissa dimora". E' una modifica che serve solo a complicare la vita di cittadini che, secondo la Carta europea dei diritti fondamentali, dovrebbero, al contrario, essere integrati positivamente nella società.

6) Il Comune avrà l'obbligo di certificare l'idoneità abitativa dell'alloggio ai fini del ricongiungimento. Le condizioni richieste tuttavia sono difficili da raggiungere anche per le famiglie italiane; non si tiene conto, inoltre, della necessità di agevolare gruppi sociali vulnerabili, per consentire loro di integrarsi. Rendendo loro le cose difficili o impossibili, non si fa che creare nuova "irregolarità", nuova disoccupazione, nuove tragedie umanitarie. Moltissimi edifici nei centri storici sono privi di idoneità abitativa, eppure sono
abitati da cittadini. La normativa europea prevede che si possano richiedere, riguardo ai migranti, le caratteristiche di un alloggio considerato "normale" nella regione dove lo straniero vive e comunque prevede criteri che agevolino e non opprimano i migranti che cercano di costruirsi vite oneste e regolari.

7) Introduzione del permesso di soggiorno a punti. Aumenta i problemi burocratici, già gravi in Italia, dove le amministrazioni sono in grave ritardo, costantemente, nel rispetto dei tempi di legge in merito al rilascio e al rinnovo dei permessi. Inoltre toglie allo straniero le pari opportunità rispetto al cittadino italiano. La società diventerebbe simile a quei film di fantascienza in cui cittadini superiori avrebbero tutti i diritti, mentre quelli inferiori, ridotti a "schiavi" dovrebbero vivere ringraziando e accondiscendendo i loro "benefattori"... Si tenga conto che di fatto in Italia è già così la condizione dei migranti "utili", mentre per quelli "inutili" (perché in condizioni di povertà) vi sono solo abusi polizieschi e giudiziari, violenze razziali, sottrazione di minori, sgomberi disumani, espulsioni de jure e de facto.

8) Prova di conoscenza della lingua italiana per il permesso CE ai soggiornanti di lungo periodo. Va rilevato che il possesso di tale permesso è condizione sine qua non, per l'accesso ai servizi di assistenza sociale per invalidi. I portatori di invalidità psichica resteranno senza tali servizi essenziali, poiché spesso non sono in grado di superare il test. Anche gli anziani hanno problemi con la lingua di un Paese nuovo. Basti pensare che molti ebrei immigrati in Israele dopo la guerra parlano anche oggi quasi esclusivamente lo Yiddish.

9) Introduzione di un aumento del contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno: da 8o a 200 euro. E' evidente la volontà di colpire una fascia debole della popolazione, in un frangente di crisi economica internazionale. Sembrano "piccole" perversità, ma nel loro insieme pongono gli stranieri in una condizione di cittadini di serie b, c... z.

10) Come spiega correttamente Sergio Bruglio in una sua disamina del ddl, va sottolineato il problema insito nel provvedimento di "condizionare la conversione del permesso dei minori non accompagnati, al compimento della maggiore età, alla maturazione di un soggiorno pregresso triennale. Vanifica l'orientamento giurisprudenziale sviluppatosi in questi anni, rischia di incentivare un'immigrazione di ragazzi al di sotto dei quindici anni e induce all'abbandono dei progetti di inserimento i minori non accompagnati per i quali la conversione dovesse risultare inevitabilmente preclusa".

Grazie a Sergio Bruglio

 

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I Rom di Pesaro, dopo l'azione poliziesca del 25 febbraio

Maria L. di Pesaro scrive al Gruppo EveryOne: "Come prima cosa, complimenti per il vostro impegno contro l'intolleranza, che è un grande problema qui nelle Marche, come in molte altre regioni d'Italia. Ho letto le notizie riguardanti le famiglie Rom che si erano rifugiate in città e la terribile mattina del 25 febbraio, quando le forze dell'ordine hanno compiuto un'azione che mi fa orrore. Dove serviva accoglienza, è stata usata discriminazione. Dove serviva tutelare l'unione delle famiglie, si è cercato di dividere. Dove occorreva un supporto sociale e sanitario, è stata usata intolleranza. Confesso che ho pianto, quando ho saputo che due bambini sono morti, prima ancora di vedere la luce, proprio qui a Pesaro, dove invece io, italiana, ho avuto la fortuna di mettere al mondo tre bambini. Com'è ingiusto e crudele il razzismo. Mi consola sapere che almeno la Scavolini Spar, che è la gloria sportiva della mia città, si è recata a trovare le famiglie Rom con i suoi meravigliosi atleti e i suoi sensibili dirigenti. Non credevo che, dopo la visita della squadra ai bambini, alle donne e agli uomini rifugiatisi in città, le autorità avrebbero avuto il coraggio di mandarli via. Vorrei avere notizie sulle famiglie costrette a fuggire da Pesaro: dove vivono, adesso? Stanno bene? Possibile che non si possa chiedere al comune almeno un risarcimento per le cose orribili che sono accadute?".
Risponde EveryOne. Grazie delle tue parole. Il Gruppo EveryOne ha cercato con tutte le proprie forze di evitare la tragedia che si è verificata a Pesaro. Abbiamo incontrato le principali autorità, abbiamo consegnato loro dossier riguardanti la condizione delle famiglie Rom rifugiatesi in città e i testi delle leggi internazionali che prevedono assistenza e procedure di inclusione, in casi come quello presentatosi a Pesaro. Nonostante il muro di intolleranza che il sindaco e i suoi assessori ci hanno posto davanti, siamo riusciti addirittura a metterli allo stesso tavolo con due rappresentanti della comunità Rom. Abbiamo inviato a tutte le personalità politiche di Pesaro e provincia lettere chiuse (protocollate dall'apposito ufficio) e lettere aperte. Abbiamo contattato ripetutamente prefettura, questura, comando della polizia locale e dei carabinieri, difensore civico, procura della repubblica. Ci siamo scontrati con le strutture sanitarie locali, affinché i pazienti Rom ricevessero lo stesso trattamento degli altri cittadini, intraprendendo vie giudiziali e giungendo a una condivisione di ideali umanitari con l'ospedale San Salvatore. L'odio razziale, così forte e presente presso le Istituzioni locali, ha reso impossibile, però, l'attuazione di un programma di integrazione, nonostante vi fossero malati gravi e portatori di handicap, donne incinte e minori, nella comunità Rom romena di Pesaro. Si è giunti così, dopo innumerevoli episodi di razzismo, brutalità e indifferenza, al drammatico mattino del 25 febbraio, al tentativo a parte di 20 agenti di sottrarre i bambini ai genitori, alla fuga disperata delle mamme, ai decessi dei due nascituri e alla diaspora della comunità. La foto di una giovane donna incinta caduta al suolo, senza che nessuno dei 20 agenti si premurasse di assisterla, minacciando - al contrario - gli attivisti di essere denunciati per "oltraggio", sintetizza in un'immagine terribile quelle ore di persecuzione e orrore, dolore e morte, crudeltà e ingiustizia. Noi c'eravamo e non dimenticheremo.

Le famiglie che hanno vissuto quella violazione totale dei propri diritti fondamentali hanno denunciato alle Istituzioni internazionali la tragedia in cui sono passate e noi abbiamo testimoniato quanto visto e ascoltato. Ci auguriamo che sia fatta giustizia, perché gli eventi che si sono verificati a Pesaro sono un segno chiaro e incontrovertibile di una disumanità che sembra provenire dagli anni dell'Olocausto e non dalla nostra epoca, in cui l'Unione europea e le Nazioni Unite tentano di risalire la china dei Diritti Umani e di preparare per le generazioni venture una società multietnica, tollerante e accogliente. Riguardo alla Scavolini Spar, purtroppo la società sportiva, dopo aver invitato alcuni rappresentanti della comunità Rom locale sugli spalti, non ha tenuto fede successivamente alle promesse, nonostante avessimo tentato in diverse occasioni di far leva sulla sensibilità mostrata in occasione della cosiddetta "partita dell'antirazzismo" e nonostante il Parlamento europeo avesse proposto la società per un encomio ufficiale. La verità è che nessun dirigente, nessun atleta si è mai recato presso i due edifici dismessi in cui vivevano fra mille privazioni le famiglie Rom provenienti dalla Romania. E' triste e doloroso per noi scrivere queste parole, perché mantenere in vita un "mito" come quello della Scavolini amica del popolo Rom potrebbe servire da esempio per altre realtà, per altre società. Ma quando abbiamo deciso di dedicare le nostre vite ai Diritti Umani, abbiamo scelto, contemporaneamente, di servire la verità. L'impegno della società di pallacanestro si è limitato a quella partita, in cui lo speaker annunciò al pubblico la presenza della comunità Rom di Pesaro e a un pugno di biglietti per una partita successiva. E' evidente, cara amica, che se gli atleti della Scavolini fossero andati a trovare le famiglie Rom e se le foto della loro visita fossero apparse sui giornali locali e nazionali, come era nei progetti del nostro gruppo, nessuno avrebbe avuto il coraggio di vessare ancora una volta quell'umanità già straziata da intolleranza e violenza. Il fatto è che i Rom di Pesaro sono stati abbandonati da tutti, a Pesaro, salvo pochi meravigliosi esseri umani che li hanno aiutati con impegno, coraggio e compiendo immensi sacrifici personali: Mariateresa e Lia su tutti. E' a loro che va l'encomio ed è grazie a loro che un terribile dramma umanitario non ha avuto conseguenze ancora più funeste. Rispondendo alle tue ultime domande, alcune delle famiglie fuggite da Pesaro si trovano ora in Romania. Fra di loro vi sono pazienti oncologici e cardiopatici dell'ospedale San Salvatore: hanno perso tutto, anche la possibilità di curarsi. Però sono uniti ai loro cari e ai loro bambini. Altre famiglie si sono rifugiate in Grecia, dove soffrono emarginazione e povertà, ma non la persecuzione patita in Italia. Un'altra coppia con due bambini si trova nel nord Italia. Dopo la fuga da Pesaro, la madre ha trascorso alcune notti dormendo all'aperto ed essendo una donna molto malata, ha rischiato di perdere la vita. Con grande fatica e agendo in condizioni di grave pericolo, abbiamo procurato un riparo alla famiglia, che per ora è fuori pericolo. Una famiglia è ancora a Pesaro. E' la famiglia in condizioni di salute più gravi. Le autorità hanno fermato più volte i suoi componenti, dopo il 25 febbraio. La madre, che soffre di un tumore al seno in metastasi, è in cura presso il San Salvatore, ma la pressione insopportabile delle autorità ha già indotto la famiglia a lasciare la città, verso un futuro che lascia poche speranze. La gran parte delle famiglie ha rilasciato testimonianza di quanto patito a Pesaro, chiedendo giustizia alle autorità preposte in àmbito internazionale.

 

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Il Gruppo EveryOne protesta contro le candidature europee di Cofferati e Domenici

Firenze, 16 aprile 2009. Gli attivisti hanno inviato una lettera aperta alle dirigenze del Partito Democratico in Toscana ed Emilia Romagna, nonché a tutti i Parlamentari Europei e ai membri del Parlamento Italiano contro la candidatura come eurodeputati degli attuali sindaci di Firenze e Bologna

“Sergio Cofferati, Sindaco di Bologna, e Leonardo Domenici, Sindaco di Firenze e presidente dell’A.N.C.I., sono stati alcuni dei precursori delle politiche razziste e xenofobe per cui oggi l'Italia si trova al centro della riprovazione internazionale”. Lo dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, i leader del Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale per i Diritti Umani. “Il Gruppo EveryOne, proprio sulla base delle politiche all'insegna dell'intolleranza durante i mandati dei due Sindaci, protesta vivamente, con il massimo sdegno, contro la loro candidatura alle elezioni europee, fra le file del PD, che li ha scelti addirittura il primo come capolista nel nord ovest, il secondo come probabile capolista del centro Italia”.
“Le ordinanze anti immigrati e le politiche persecutorie contro il popolo Rom regalarono a Cofferati il plauso della Lega Nord già nel 2005,”, spiegano gli attivisti, “quando i leader del Carroccio lo definirono ‘Meglio di Guazzaloca’, primo sindaco di destra di Bologna. Durante tutto il suo mandato, Sergio Cofferati si è distinto per aver ordinato una sequenza tragica di sgomberi di insediamenti Rom senza alternative di alloggio, senza assistenza sociale né igienico-sanitaria per donne, malati e bambini, senza alcun piano d'integrazione né rispetto per la dignità personale dell'individuo. La Bologna di Cofferati si è trasformata a poco a poco in un inferno per i Rom, come ha potuto verificare l'ottobre scorso una delegazione di esperti riguardo ai fenomeni di persecuzione razziale, guidata dall'europarlamentare Viktoria Mohacsì. ‘Agiscono senza autorizzazione e bisogna combatterli affinché non ce ne siano più, in futuro’, disse dei mendicanti, degli artisti di strada e dei lavavetri,sollevando l'entusiastica approvazione della Lega, di Forza Nuova, dei neonazisti di Stormfront e White Pride e in genere della destra xenofoba” proseguono i rappresentanti di EveryOne. “Pochi giorni fa, all'inizio di aprile 2009, Cofferati ha ordinato nuovi tragici sgomberi a danno degli ultimi Rom rifugiati a Bologna, presso l'ex area militare dei Prati di Caprara”.
Il Gruppo EveryOne ribadisce poi il netto no anche alla candidatura dell’attuale sindaco di Firenze e presidente dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani. “Leonardo Domenici è il Sindaco ideatore, con l’assessore-sceriffo Graziano Cioni, dell’ordinanza comunale di agosto 2008 che prevedeva fino a tre mesi di carcere per i lavavetri della città di Firenze, parlando addirittura di ‘pericolo di conflitto sociale’. Ricordiamo che Domenici dichiarò al Corriere della Sera ‘Tolgo i lavavetri ai semafori seguendo la lezione di Lenin’, divulgando la notizia secondo cui esistesse un racket di lavavetri che minacciava la sicurezza dei fiorentini e ricevendo la sementita pubblica del procuratore Nannucci e l’invito a rivedere l’ordinanza poiché non esistevano illeciti penali nell’operato dei lavavetri. Domenici strumentalizzò l'articolo 154 della Costituzione: ‘Il secondo comma’, disse il Sindaco di Firenze sempre al Corriere della Sera in quell’occasione, ‘impone a chi ha incarichi pubblici di esercitarli con ‘disciplina e onore’. La nostra Costituzione è stata scritta nel '47 e alcune parole sono ormai desuete, ma queste due sono belle: disciplina e onore. A me piacciono’. Leonardo Domenici” prosegue l’organizzazione internazionale per i Diritti Umani “è anche il Sindaco che ha autorizzato il nuovo regolamento di Polizia Urbana della città di Firenze, in cui non solo sono previste sanzioni di oltre 160 euro per i questuanti, ma anche per tutti i mendicanti che ‘intralcino il passaggio dei pedoni’ per le strade fiorentine o che ‘diano fastidio’ chiedendo l’elemosina o ‘dormendo in modo palesemente indecente occupando il suolo pubblico’. Non ultimi, gli episodi accaduti più volte in cui a Rom e senzatetto, rifiutati dai ricoveri per l’emergenza freddo in convenzione con il Comune, sono state tolte, in autunno e in pieno inverno, le coperte per riscaldarsi all’aperto. Nonostante tutto ciò Leonardo Domenici ha mantenuto l’assoluta indifferenza di sempre riguardo a politiche integrative e di assistenza umanitaria nei confronti dei più deboli” conclude EveryOne.
"Vi sono alcuni uomini della destra,", spiegano ancora gli attivisti, "a partire dal Presidente della Camera Gianfranco Fini, che stanno facendo ammenda per le politiche xenofobe e razziste condotte negli ultimi anni dalle Istituzioni italiane. Come è possibile che la sinistra, che dovrebbe avere i Diritti Umani, l'accoglienza e l'antirazzismo fra le basi della propria politica, stia invece premiando i propri rappresentanti che si sono distinti per intolleranza a azioni persecutorie nei confronti di Rom, migranti e senzatetto? Ci auguriamo che la classe politica italiana smetta di cercare consensi elettorali facendo leva sulla xenofobia e inizi a seguire realmente le linee-guida, ispirate ai più alti valori civili, dell’Unione europea. E questo cominciando con il ripensare seriamente alla candidatura in Europarlamento dei due Sindaci dell’intolleranza”.

 

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Sgomberi a Milano e... giustizia a orologeria

Milano, 1 aprile 2009. Un anno fa Milano attuava una serie di sgomberi brutali e senza alcuna alternativa di alloggio nei confronti di decine di insediamenti Rom. Nel mese di marzo 2008, quasi quotidianamente ampi spiegamenti di forze di polizia percorrevano la città all'alba, mentre la cittadinanza ancora dormiva, per raggiungere luoghi di disperazione e dolore in cui famiglie Rom sopravvivevano in condizioni estreme. Raggiunti tali insediamenti, mettevano in fila bambini, donne e uomini, provvedevano a schedarli, quindi distruggevano i loro ripari di fortuna e si svolgeva la solita tragica pantomima: "Se donne e bambini vogliono un ricovero, devono separarsi dai mariti, dai fratelli e dai padri. Le accoglieremo per qualche mese, mentre gli uomini saranno mandati via dalla città". Peggio che ad Auschwitz, dove la speranza di vita media dei Rom era la stessa di Milano, ma almeno i nazisti consentivano alle famiglie di restare unite nello Zigeunerlager, il campo degli "zingari". Rifiutata la proposta indecente del Comune e il ricovero da parte delle associazioni collaborazioniste, come prevedono sia il buon senso (che speranze avrebbe una giovane madre Rom da sola, messa in mezzo alla strada dopo poche settimane o mesi in un ospizio?) sia la legge del popolo Rom - secondo la quale la donna deve restare accanto al marito nella buona e nella cattiva sorte - ecco che decine, a volte centinaia di famiglie erano costrette ad allontanarsi dalle loro baracche in macerie, incamminandosi in drammatiche marce della morte verso il nulla. "Dopo uno sgombero, i più deboli a volte muoiono subito, a volte resistono ancora qualche settimana, qualche mese..." spiega con amarezza uno dei molti Rom cacciati da Milano. Un anno fa accadeva questo e alle proteste degli attivisti, Milano rispondeva con una "storia" già sentita e letta mille volte: "I Rom delinquono: ecco perché li mandiamo via". In risposta alle loro denunce, sulle pagine dei giornali e in tv, compariva come per incanto la vicenda del campo di Triboniano, dove un "racket" Rom comprava e vendeva prostitute, spesso bambine, le stuprava, le metteva in mostra in un pietoso mercato della carne umana, quindi le cedeva a sadici compratori - rigorosamente stranieri - che a propria volta, con efferata crudeltà, le costringevano a guadagnare un minimo... di 250 mila euro all'anno. Un anno dopo, nel mese di marzo 2009, anzi, il 1° di aprile, Milano attua gli ultimi sgomberi: di insediamenti ne restano due o tre. Quello presso il Ponte della Ghisolfa era stato segnalato da Amnesty International e dal Gruppo EveryOne: secondo le organizzazioni internazionali per i Diritti Umani vivevano lì 250 Rom, fra cui molti minori, in condizioni di emarginazione e indigenza gravissime. 50 famiglie con molti bambini, donne e malati. Una comunità etnica da tutelare. Ma il comune di Milano non ascolta più alcuna voce, perché considera i Rom alla stregua di scarafaggi e gli sgomberi, per le autorità, sono solo azioni di disinfestazione, condotte sempre sotto gli occhi di associazioni che hanno svenduto ogni ideale di giustizia sociale, salvo poche eccezioni, come l'eroico Comitato Antirazzista Milanese. Così ieri è stato brutalmente sgomberato anche l'insediamento sotto il Ponte della Ghisolfa e le famiglie rifugiate sono state braccate e cacciate con violenza anche dai nuovi rifugi di fortuna in cui hanno tentato di ripararsi per non andare incontro a una tragedia umanitaria ancora più grave. 24 ore dopo torna sulle pagine dei giornali la "storia" del Triboniano e della "mafia Rom". A distanza di un anno, la stessa inchiesta, gli stessi arresti. Tutti sanno, anche i ragazzini, che a Milano non esiste fenomeno di prostituzione che non sia sotto il controllo della n'drangheta, la cui presenza è sempre più consistente in città e a cui non sfugge nulla in questo "ramo d'affari". Criminalizzare le famiglie Rom del Triboniano serve a giustificare la purga etnica, secondo un modulo già sperimentato sia nel capoluogo meneghino che a Roma e Napoli. Domani chiederemo alle autorità di consentirci indagini accurate, come è diritto di un'associazione per i Diritti Umani. Chiederemo di incontrare i Rom accusati di aver organizzato il "racket" e le loro presunte vittime. Al momento attuale, possiamo solo affermare con certezza che se vi è sfruttamento della prostituzione presso il Triboniano, è gestito dalla criminalità organizzata italiana - mentre i Rom non potrebbero che avere un ruolo di "schiavi", date le loro condizioni, se coinvolti. Le autorità lo sanno perfettamente. Inoltre, nel campo di Triboniano non entra nessuno senza passare attraverso controlli e autorizzazioni: una realtà che quantomeno ci insospettisce riguardo al continuo riaffiorare della stessa notizia, in perfetta coincidenza con i più drammatici sgomberi. Non siamo riusciti a visitare il Triboniano neppure in compagnia di un europarlamentare, senza che in pochi istanti si presentasse la forza pubblica. La cronaca riguardante i Rom, sempre pronta a censurare le notizie di sgomberi, aggressioni razziali e altre atrocità (ma che onesti, i direttori dei media e i giornalisti!), presenta costantemente questa etnia sotto una luce sinistra: sono i "mostri" di cui hanno bisogno gli intolleranti. Contro di loro celebra il suo rito di pulizia razziale una giustizia a orologeria ormai deviata dal diritto democratico. Qui sotto, due articoli, apparsi sul Corriere a distanza di un anno l'uno dall'altro...

Marzo 2008:

L'inchiesta. Liberate tre minorenni. I carabinieri: il Triboniano è terra di nessuno

Triboniano, nel campo rom il racket delle baby luccioleLe ragazze dell' Est nascoste e rivendute agli albanesi L' accampamento accanto al Cimitero Maggiore è l' «albergo» in cui vengono nascoste le giovani, arrivate dalla Romania

Prigioniere in via Triboniano, al campo nomadi pennellato di fresco e pulito con il «patto di legalità». Ragazzine, o poco più, fatte arrivare dalla Romania, picchiate, stuprate, tenute senza mangiare e costrette a prostituirsi sulle strade della periferia cittadina e, soprattutto, a Ospiate di Bollate. Sono due le nuove inchieste recentemente avviate dalla Procura della Repubblica di Milano sul favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, ed entrambe dicono la stessa cosa: il campo nomadi accanto al Cimitero Maggiore è l' impietoso albergo in cui vengono nascoste le giovani clandestine prima di essere vendute alle organizzazioni che le obbligano al marciapiede. E tra di loro i carabinieri e il pm Ester Nocera, che coordina le indagini, hanno anche scoperto il passaggio certo di almeno tre minorenni. Le preferite dal clan degli albanesi, che al cinque stelle della miseria le costringono a salire su di una panca e le obbligano a sfilare senza vestiti addosso, come fossero vacche al mercato. Più sono graziose e più le pagano, perché fanno soldi e rendono. La più bella delle ultime tre minorenni, spiega un inquirente, al rom che l' ha fatta arrivare clandestinamente dalla Romania ha reso cinquemila euro. Gli albanesi pagano in contanti. A dare il via alle due nuove indagini che confermano come il campo di via Triboniano nonostante gli sforzi di politica e giustizia sia ancora terra di nessuno, sono state due giovani prostitute che hanno trovato il coraggio di bussare alla porta di una caserma dei carabinieri. Sette gli arresti, tre i fermi, ma perché le indagini reggano fino in fondo occorre che le ragazze non spariscano e abbiano il coraggio di confermare le accuse anche al processo, cosa che non sempre accade. Perché a chi parla troppo gli albanesi promettono vendetta e morte, e di solito mantengono. «Quel campo - spiega un investigatore - è territorio franco». Poche settimane fa il pm Ester Nocera avrebbe voluto ordinare una perquisizione a riscontro del racconto di una prostituta stanca di umiliazioni e botte, ma un alto ufficiale dell' Arma ha allargato le braccia. E il perché è spiegato facilmente. O al campo di via Triboniano ci si va in massa, con decine e decine di uomini, o la perquisizione non serve a nulla, perché un sistema di sentinelle avverte dell' arrivo dei militari e avvisa chi può fare sparire persone o cose in tempo reale. Fatto sta che della perquisizione il magistrato ha dovuto fare a meno. E intanto al campo rom pennellato di fresco e pulito col «patto di legalità» ci sono altre giovani tenute prigioniere pronte per la strada.

Marsiglia Biagio, 10 marzo 2008 - Corriere della Sera

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1 aprile 2009:

Prostituzione, 4 arresti per tratta di donne. Gruppo familiare comprava le ragazze in Romania, per cifre tra i 2 e i 4 mila euro o in cambio di auto

La Squadra Mobile di Milano ha concluso un'operazione tra la Romania e l'Italia arrestando quattro persone per reati di violenza sessuale, sequestro di persona, sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. L'attività investigativa ha fatto emergere l'esistenza di un'organizzazione familiare che, comprando ragazze in Romania, anche minorenni, le immetteva nel circuito della prostituzione di strada. Il tutto con l'uso di ripetute violenze e incuranti delle condizioni fisiche delle donne.

Tra gli arrestati anche una donna romena che aveva, tra l'altro, venduto la figlia ventenne alla banda familiare. Il capo, Nica Mitita, 46 anni, romeno di etnia rom, era ricercato per una brutale violenza sessuale di gruppo su una prostituta ucraina nel 1997 a Milano. Doveva scontare una condanna definitiva a sette anni e mezzo. Seguendo le tracce dell'uomo, catturato il 12 dicembre scorso a Bals, in Romania, la polizia ha scoperto che dietro un'attività di copertura (servizio taxi) in Romania i figli gestivano un gruppo di ragazze costrette a prostituirsi nel Milanese e in altre province lombarde. Le giovani venivano comprate e vendute per cifre tra i duemila e i quattromila euro, ma anche in cambio di auto date in garanzia. Ne sono state identificate cinque, quasi tutte romene, di cui una minorenne. Portavano agli sfruttatori 20 mila euro al mese. Seguendo una di loro la polizia è arrivata a Mitita. L'indagine, partita a settembre, due giorni fa ha portato in carcere anche Mihai Vasilescu, 25 anni, e Diamant Stoica, 24, figli del latitante. Arrestata anche Costantina Cocarica, 39 anni, che aveva venduto la figlia ai due fratelli. Gli arresti sono avvenuti in Romania e in Italia. Gli arrestati frequentavano il campo rom di via Triboniano a Milano

Nella foto di G. Martino, tracce della permanenza delle famiglie Rom presso il Ponte della Ghisolfa. Erano 250 persone, fra cui bambini, donne incinte, moltissimi malati, anche gravi. Per giustificare l'ennesima atrocità, la propaganda razzista usa ogni mezzo


Campagna internazionale per evitare la deportazione dal Regno Unito del gay ugandese John Bosco Nyombi

1 aprile 2009. Anne's Door sostiene la Campagna per la vita di John Bosco Nyombi: un altro caso di profugo omosessuale a rischio di deportazione dal Regno Unito all'Uganda, una repubblica a partito unico in cui l'omosessualità è gravemente perseguita. John Bosco Nyombi, 38 anni, nel settembre 2001 è arrivato nel Regno Unito, fuggendo dal suo Paese d’origine, per richiedere asilo come rifugiato. E’ noto infatti che l’Uganda è un paese ad altissimo rischio per una persona omosessuale: gay e lesbiche sono braccati; se vengono scoperti, seguono arresti con detenzioni illecite, condanne per “sodomia” che possono arrivare all’ergastolo, pestaggi da parte delle forze dell’ordine e di gruppi omofobi che in più occasioni si sono tradotti in veri e propri assassinii. Esistono testate giornalistiche nazionali, come l’ormai celebre “Red Pepper”, che pubblicano nomi e cognomi, professioni, foto e talvolta indirizzo di casa di persone gay e lesbiche, fomentando la caccia alle streghe e inaudite violenze. Attivisti di associazioni e organizzazioni LGBT vengono intimiditi dalle autorità locali, minacciati di morte, arrestati con false accuse. Stazioni radio private che mandavano in onda programmi per la prevenzione dell’HIV – destinati dunque anche a un pubblico omosessuale – sono state chiuse e condannate al pagamento di pesanti ammende. “Recentemente”, affermano i leader del Gruppo EveryOne, Matteo Pegoraro, Roberto Malini e Dario Picciau, “una coalizione di capi religiosi ha marciato per le vie di Kampala chiedendo l’arresto di tutte le persone LGBT, con un prete che chiedeva addirittura la ‘messa a morte degli omosessuali’”. John Bosco Nyombi, fino a settembre 2008, ha lavorato per la Stonham association, a contatto con ragazzi disabili anche psichici, integrandosi come un cittadino modello con la società britannica. Ha regolarmente firmato al commissariato di polizia per anni e nessuno pensava che potesse essere cacciato via dalla sua nuova Patria e rispedito in una nazione che lo ha già perseguitato e in cui correrebbe gravissimi pericoli.

Invece il 14 settembre 2008 è stato deportato dal Regno Unito con un volo verso il suo Paese d’origine, dopo essere stato prelevato dalla polizia inglese dalla sua abitazione e condotto al Tinsley House Immigration Removal Centre, nei pressi dell’aeroporto di Gatwick. Tutto questo senza alcuna possibilità di ricorrere al diniego – arrivato dopo ben sette anni – di asilo politico come rifugiato entro 72 ore dalla notifica di deportazione, come imporrebbero le leggi interne. Secondo la motivazione dell’Home Office, John Bosco Nyombi non rischierebbe ritorsioni, sempre secondo la teoria – già apparsa in passato con il caso del gay iraniano Mehdi Kazemi – del “being discreet”, ossia dell’essere discreto nel vivere la propria omosessualità in Patria. “Il signor Nyombi”, spiegano i rappresentanti del Gruppo EveryOne, “è stato poi prelevato dal Removal Centre da quattro poliziotti, con la scusa di andare in udienza da un agente dell’immigrazione. Quindi è stato caricato con la forza su una camionetta e portato all’aeroporto. Quando ha tentato di resistere, è stato picchiato brutalmente, con pugni nelle parti intime che lo hanno immobilizzato; è stato preso per le gambe e caricato sull’aereo che lo ha riportato in Uganda”. All’arrivo a Kampala, John Bosco Nyombi è stato arrestato in aeroporto e condotto in cella, dove è rimasto per diversi giorni in tragiche condizioni igienico-sanitarie, incontrando l’ostilità e la brutale violenza dei secondini ugandesi. Nel febbraio 2009, il giudice inglese George Newman ha emesso una sentenza in cui giudicava errato l’operato della Border Immigration Agency e intimava all’Home Office Secretary Jacqui Smith di “fare il possibile affinché il sig. Nyombi venga riportato nel Regno Unito” e gli venga concessa la possibilità di ricorrere al giudizio negativo relativamente alla sua permanenza come rifugiato in Gran Bretagna. Il 6 marzo scorso, il signor Nyombi è sbarcato all’aeroporto di Gatwik e dopo una breve permanenza al Tinsley House Immigration Removal Centre è potuto tornare nella sua abitazione nel South Coast. Ma rischia tuttora la deportazione a Kampala, in Uganda, prevista nei prossimi giorni. “La cosa paradossale dell’intera vicenda”, continuano Malini, Pegoraro e Picciau, “è che lo stesso giudice ha messo un veto sull’uso pubblico del nome di John Bosco Nyombi, per evitare una maggiore pubblicità del suo caso. Il sito www.savebosco.net, che conteneva la petizione per salvare Nyombi dalla deportazione, è stato oscurato. Secondo il giudice, Nyombi dovrebbe essere indicato come “Mister X”.

Questo con la scusa, inverosimile, di preservarlo dalla repressione nell’eventualità in cui sia rispedito in Uganda. “Ricordiamo” continuano gli attivisti “che il caso di John Bosco Nyombi ha già suscitato l’interesse dei media britannici e ugandesi. Questo veto”, affermano i rappresentanti del Gruppo EveryOne, “altro non è che un ricatto, che viola i diritti dei profughi e dei rifugiati e pone sotto pressione ingiustificata gli attivisti per i Diritti Umani, che hanno il dovere, non appena ne vengono a conoscenza, di denunciare gli abusi perpetrati nei confronti di uno specifico individuo; il nome di una persona è infatti il principale riferimento che consente alle organizzazioni per i Diritti Umani di denunciare abusi. Tentare di vietarne l'uso”, proseguono gli attivisti “è negare, come durante l'Apartheid e lo schiavismo, un diritto fondamentale. In questa maniera si isola una persona, la si uniformizza a un qualunque Mister X o a un numero – come avveniva nei campi di concentramento nazisti e avviene oggi nelle carceri dei Paesi integralisti islamici – e la si annienta”. Il Gruppo EveryOne richiede l’intervento delle Istituzioni e agli Organismi dell’Unione europea, che già in altre occasioni – in primis per i casi degli omosessuali iraniani Pegah Emambakhsh e Mehdi Kazemi – si sono dimostrati pronti a salvare vite umane, con risoluzioni e raccomandazioni del Parlamento europeo e del Consiglio Ue. “Per i gravi motivi che fanno dell’Uganda un Paese invivibile per una persona omosessuale” conclude l’organizzazione per i Diritti Umani “chiediamo che si ponga all’attenzione – mediatica, ma soprattutto politica, giudiziaria e civile – il caso di John Bosco Nyombi. Ci appelliamo inoltre all’ambasciatore di Gran Bretagna in Italia, Edward Chaplin, affinché, come in altre occasioni, intervenga, coadiuvato dai funzionari Pierluigi Puglia e Christopher Layden, presso il Governo del Regno Unito per un’immediata e positiva risoluzione della vicenda e per una radicale riconsiderazione delle politiche di deportazione in Uganda, repubblica a partito unico in cui si segnalano ogni anno milioni di violazioni dei diritti fondamentali della persona”.

Nelle foto, John Bosco Nyombi


Caffarella: ecco perché vi sono dubbi sulla colpevolezza dei romeni Alexandru e Gavrila


Roma, 25 marzo 2009. “Che fine hanno fatto i 20 pastori romeni il cui aplotipo Y del DNA era identico a quello rinvenuto nei reperti biologici relativi allo stupro della Caffarella, avvenuto a Roma lo scorso 14 febbraio ai danni di una ragazzina 14enne?”. Se lo chiedono i leader del Gruppo EveryOne, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, alla luce dei nuovi presunti sviluppi del caso, che hanno portato al fermo dei Rom romeni Oltean Gavrila e Ionut Jean Alexandru, inchiodati dagli esami del DNA - secondo gli inquirenti - e quindi rei confessi. “Come hanno riportato tutti gli organi di stampa nazionali,” spiegano gli attivisti dell’organizzazione internazionale per i Diritti Umani, “due investigatori romani e un dirigente della polizia di Stato italiana erano sbarcati a Bucarest per ricercare gli autori certi dello stupro fra i figli e cugini di un pastore romeno detenuto in patria, il cui aplotipo Y del DNA combaciava con quello rinvenuto sui vestiti e sui tamponi vaginali della vittima. Una procedura corretta, perché è evidente che almeno uno dei colpevoli deve avere il DNA compatibile con quello del pastore". Gli inquirenti hanno poi divulgato i risultati di 7 dei 20 test del DNA effettuati, tutti negativi. Improvvisamente questa pista – come molte altre, altrettanto attendibili – è stata abbandonata dalle autorità. "Hanno arrestato il giovanissimo Alexandru e - dietro segnalazione del ragazzo - il 27enne Gavrila, annunciando che il DNA li incastrava. E' evidente, essendo solo due gli autori dello stupro, che il DNA di uno di loro avrebbe dovuto essere identico a quello del pastore romeno. Invece no. Quell'esame che identificava al di là di ogni dubbio uno degli stupratori è stato dimenticato e accantonato definitivamente: di certo non è compatibile con il DNA di Alexandru e Gavrila. Il riconoscimento da parte delle vittime e le confessioni, visto quello che è successo con Loyos e Racz, non rivestono di certo l'importanza del DNA".
"E' una considerazione inquietante," prosegue EveryOne, "ma fondamentale per comprendere i metodi utilizzati nelle indagini. Se sugli abiti della vittima vi era lo sperma del pastore romeno o di uno dei suoi stretti parenti, almeno uno dei due nuovi detenuti è innocente. A questo punto vi è da chiedersi se, contro il protocollo, gli inquirenti non abbiano semplicemente fatto un'incetta di mozziconi di sigaretta e materiale eterogeneo reperiti nell'area attorno al luogo del delitto, mettendo insieme un campionario di DNA senza alcun valore probatorio".
In effetti questa procedura poco ortodossa e fuori protocollo sembrerebbe confermata da una dichiarazione pubblica apparsa sul quotidiano ‘Evenimentul Zilei’ da fonti della polizia romena, che hanno sottolineato che ‘esistono, d'altra parte, alcuni problemi legati al modo in cui sono state raccolte le prove sul posto’. "In questa maniera appaiono chiaramente forzate e non corrette” continuano Malini, Pegoraro e Picciau, “le procedure che hanno incastrato Gavrila e Alexandru, che in ogni caso sono lontanissimi dalle descrizioni dei fidanzatini: niente capelli lunghi, niente accento arabo, niente mutilazioni alle mani". Ed è proprio quest’ultimo particolare – indicato dalla vittima dello stupro e dal fidanzatino come caratteristica evidente di uno dei due aggressori, monco di 3 dita di una mano – a riportare l’attenzione sulla misteriosa figura del romeno Ciprian Cioschi, 22 anni, originario di Botosani e conosciuto, nonché molto temuto, da Isztoika Loyos e dai Rom romeni dei campi romani di Tor di Quinto, nonché del campo alle spalle del “Santa Maria della Pietà”, al Trionfale.
"Ciprian Cioschi corrisponde perfettamente nell’altezza, nei capelli lunghi, scuri e folti e nella menomazione a una mano alla descrizione resa dalle giovani vittime," affermano gli attivisti, "inoltre il compagno della vittima avrebbe riconosciuto, subito dopo l’aggressione, Ciprian Cioschi in una foto con 'assoluta certezza' come uno degli stupratori della fidanzatina. La Politia Romana (ossia le autorità poliziesche romene) diramava però in pochissime ore un a dir poco sospettoso comunicato da Bucarest, in cui si affermava che Cioschi era estraneo al fatto della Caffarella poiché era rientrato in Romania dall’Italia l’11 febbraio, tre giorni prima dello stupro, con un bus partito dalla stazione di Roma Tiburtina. Alibi, quest’ultimo, smontato dal quotidiano romeno ‘Cotidianul’: ‘Quel giorno poteva essere in Italia’, hanno affermato i cronisti di Bucarest, avanzando l’ipotesi – secondo alcune fonti – che il romeno avesse raggiunto la Romania solo il 16 febbraio".
Nonostante ciò, la Questura di Roma non ha portato avanti alcuna indagine che implicasse un coinvolgimento di Cioschi nello stupro e ha provveduto a far cadere la cosa nel dimenticatoio, non rendendo mai noti gli esami del DNA che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbero stati comunque effettuati sull’uomo. "Inoltre,” prosegue il Gruppo EveryOne, “non solo Ciprian Cioschi ha un fratello biondo molto simile a Isztoika Loyos, il ‘biondino’ ancora in carcere a Regina Coeli per calunnia e autocalunnia, ma, secondo quanto riporta un articolo de ‘La Repubblica’ del 9 marzo scorso, a firma Marino Bisso, ‘Qualcuno dice che sia un informatore della polizia di Bucarest. La questura nega che ci siano indagini su Ciprian anche se i suoi connotati fisici sono più simili agli identikit elaborati dai fidanzatini’.
Cosa dire poi dei cellulari delle vittime, che sarebbero stati sottratti dai due aggressori? Anche qui vi sono innumerevoli contraddizioni, che sottolineano quanto la Polizia italiana abbia operato in maniera discutibile: secondo gli Inquirenti romani, i violentatori sfilarono le schede ‘sim’ dai telefonini delle vittime e le buttarono tra i rovi del parco. Le tesserine sono state trovate, ma sono totalmente assenti dai reperti impronte digitali. Inoltre, cosa ancora più sconcertante, un uomo, mai intercettato – nordafricano, secondo alcune voci – avrebbe venduto uno dei cellulari rubati ai fidanzatini della Caffarella a un senegalese che gestisce un banco ambulante nel mercatino lungo via di Boccea. Lì lo avrebbe comprato un italiano che, rintracciato dagli agenti della Squadra Mobile, avrebbe detto di averlo acquistato pochi giorni prima. Secondo quanto riportano numerose agenzie di stampa, quando l’italiano avrebbe acceso il cellulare, gli investigatori lo avrebbero subito rintracciato, e da lui sarebbero risaliti al senegalese. Ma chi è l’uomo che avrebbe ceduto l’apparecchio al senegalese? Che fine ha fatto? I cellulari rubati ai fidanzatini erano due. L’altro, secondo indiscrezioni circolate a piazzale Clodio, sarebbe stato trovato in Romania e sarebbe poi stato recapitato negli uffici della Squadra Mobile romana. Sarebbe stato nelle mani di uno zingaro transilvano, che avrebbe detto di averlo acquistato da un connazionale. Anche in questo caso, niente più si è saputo a riguardo, e la vicenda dei cellulari è stata messa a tacere con un velo ancora più torbido e inquietante”.
Secondo Malini, Pegoraro e Picciau “Oltean Gavrila e Ionut Jean Alexandru potrebbero non essere altro che gli ennesimi capri espiatori di una vicenda che coinvolge misteriose figure di italiani e romeni che operano a stretto contatto, al di sopra della legge. La vicenda dai toni foschi e misteriosi della Caffarella è la dimostrazione palese” concludono “che in Italia sono oggi in pericolo il diritto e la democrazia, mentre crimini efferati vengono usati per incastrare innocenti - come accaduto per il caso di Romulus Mailat, condannato a 29 anni di carcere in base ad elementi probatori quantomeno inconsistenti - attribuendone le colpe a un’intera etnia, aprendo le porte a provvedimenti discriminatori e istigando il popolo italiano all'odio razziale e alla violenza etnica”.


Dld sicurezza: registrazione alla nascita degli "irregolari", una violazione delle normative italiane e internazionali

Roma, 22 marzo 2009. Il Gruppo EveryOne, il Gruppo Watching The Sky e Anne's Door condividono e sottoscrivono la lettera aperta alle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, alla Commissione Infanzia e ai capigruppo, divulgata dall'A.S.G.I. e relativa alla norma inserita nel ddl sicurezza che impedisce la registrazione alla nascita di stranieri "irregolari". E' un'altra legge razziale, che aumenterà il dramma dei bambini nati fuori dalle strutture ospedaliere o tenuti nascosti dai genitori - senza identità né assistenza - per evitarne la sottrazione da parte dei servizi sociali, che in base alla norma li considereranno in stato di abbandono.
Scrive l'A.S.G.I.: Il ddl sicurezza prevede una norma, passata quasi inosservata, che impedisce la registrazione alla nascita dei figli di cittadini stranieri irregolari, in palese violazione della Costituzione e della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Le conseguenze di tale modifica normativa sarebbero gravissime: i bambini non registrati alla nascita resterebbero senza identità, completamente invisibili; vi è inoltre il forte rischio che i bambini
nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno e siano dichiarati in stato d'abbandono; per evitare questo, è probabile che molte donne in condizione irregolare decidano di non partorire in ospedale, con serissimi rischi per la salute della madre e del bambino. Qui di seguito, il testo della lettera alle Istituzioni.

Conseguenze dell’art. 45, comma 1, lett. f) del ddl C. 2180 sul diritto del minore a essere registrato alla nascita

Alla cortese attenzione dei membri della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, dei membri della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati,
dei membri della Commissione parlamentare per l’Infanzia, dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati

9 marzo 2009. L’art. 45, comma 1, lett. f) del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza”, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera (C. 2180), introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono inclusi anche gli atti di nascita[1]. L’ufficiale dello stato civile non potrà dunque ricevere la dichiarazione di nascita né di riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno. La norma che impedisce la registrazione della nascita si configura come una misura che oggettivamente scoraggia una protezione del minore e della maternità. Una simile norma appare dunque incostituzionale sotto diversi profili. In primo luogo comporta una palese violazione del dovere per la Repubblica di proteggere la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo (art. 31, comma 2 Cost.) e sfavorisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli (art. 30, comma 1 Cost.). In secondo luogo viola il divieto costituzionale di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici (art. 22 Cost.) ed è noto che la dottrina si riferisce alle privazioni per qualsiasi motivo di interesse politico dello Stato. La norma è altresì incostituzionale per violazione del limite previsto dall'art. 117, comma 1 Cost. che impone alla legge di rispettare gli obblighi internazionali. Essa si pone infatti in palese contrasto con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176 che agli articoli 7 e 8 riconosce a ogni minore, senza alcuna discriminazione (dunque indipendentemente dalla nazionalità e dalla regolarità del soggiorno del genitore), il diritto di essere “registrato immediatamente al momento della sua nascita”, il diritto “ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”, nonché il diritto “a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni famigliari”. La disposizione in oggetto violerebbe inoltre l'art. 24, comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato e reso esecutivo con legge 25 ottobre 1977, n. 881, che espressamente prevede che ogni bambino deve essere registrato immediatamente dopo la nascita ed avere un nome. Le conseguenze di tale modifica normativa sui bambini che nascono in Italia da genitori irregolari sarebbero gravissime. I minori che non saranno registrati alla nascita, infatti, resteranno privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle istituzioni: bambini invisibili, senza identità, e dunque esposti a ogni violazione di quei diritti fondamentali che ai sensi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza devono essere riconosciuti a ogni minore. Ad esempio, in mancanza di un documento da cui risulti il rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la cittadinanza dei genitori e diventeranno dunque apolidi di fatto. Per tutta la vita incontreranno ostacoli nel rapportarsi con qualsiasi istituzione, inclusa la scuola. Proprio a causa della loro invisibilità, saranno assai più facilmente vittime di abusi, di sfruttamento e della tratta di esseri umani. In secondo luogo, vi è il forte rischio che i bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno, essendo a questi ultimi impedito il riconoscimento del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la dichiarazione dello stato d’abbandono. Questi bambini, dunque, potranno essere separati dai loro genitori, in violazione del diritto fondamentale di ogni minore a crescere nella propria famiglia (ad eccezione dei casi in cui ciò sia contrario all’interesse del minore), sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalla legislazione italiana. E’ probabile, infine, che molte donne prive di permesso di soggiorno, temendo che il figlio venga loro tolto, decidano di non partorire in ospedale. Anche in considerazione delle condizioni estremamente precarie in cui vivono molti immigrati irregolari, sono evidenti gli elevatissimi rischi che questo comporterebbe per la salute sia del bambino che della madre, con un conseguente aumento delle morti di parto e delle morti alla nascita. Per evitare queste gravissime violazioni dei diritti dei minori (oltre che dei loro genitori), rivolgiamo un appello ai Parlamentari affinché respingano la disposizione di cui all’art. 45, comma 1, lett. f) del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza” (C. 2180). Seguono le adesioni dell'A.S.G.I. e di altre associazioni
[1] La citata disposizione del disegno di legge modifica l’art. 6 comma 2 del D. Lgs. 286/1998, eliminando l’eccezione attualmente prevista in base a cui il cittadino straniero è esonerato dall’obbligo di presentare il documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile.


Verona, nuovo e preoccupante episodio di discriminazione razziale. Lettera alle autorità

Oltre duecento cittadini e cittadine veronesi (e molto altri se ne stanno aggiungendo) hanno firmato una lettera aperta, rivolta alle autorità civili e religiose, e a tutta la stampa locale, preoccupati per quanto accaduto all'alba di giovedì 5 marzo quando agenti di Polizia hanno "schedato" gli abitanti presso le piazzole di sosta (non è un campo nomadi!) di Strada La rizza, solo perchè appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom. Si tratta di un brutto episodio di discriminazione razziale.

Lettera aperta alle autorità civili e religiose veronesi e alla stampa locale

Verona, 22 marzo 2009. Cosa accadrebbe se domani in un qualsiasi condominio di Borgo Roma, Borgo Trento o Borgo Venezia arrivassero funzionari di Polizia in divisa, svegliando all’alba tutti i membri delle nostre famiglie, per fotografarci di fronte e di profilo, con un cartello identificativo in mano, dicendoci che si tratta di un’operazione di controllo? come reagiremmo? Certamente lo riterremmo intollerabile e gravemente lesivo della nostra dignità.
Noi sottoscritti, cittadine e cittadini veronesi, abbiamo saputo che, all’alba del 5 marzo 2009, agenti di Polizia della Questura di Verona hanno videofilmato e fotografato, di fronte e di profilo, le persone residenti o domiciliate presso le piazzole di sosta di Strada La Rizza, Forte Azzano, famiglie residenti in Verona da decenni; si tratta di nostri concittadini italiani che si riconoscono come appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom
Apprendiamo da un quotidiano locale che questi concittadini sarebbero stati fotografati da personale di Polizia con un cartello in mano indicante cognome, nome e data di nascita e numero progressivo, nonostante il possesso da parte loro delle carte di identità e la loro regolare iscrizione ai registri anagrafici; sarebbero stati sottoposti a tale procedura anche alcuni minorenni.
In qualità di semplici cittadini e cittadine, riteniamo che il possesso di carta di identità e la regolare iscrizione nei registri anagrafici locali, dovrebbero preservarci, a prescindere dalla nostra appartenenza linguistica, religiosa, etnica o dalle provenienze culturali o geografiche di ciascuno di noi, dal subire metodi di identificazione che, al di fuori dei casi tassativamente previsti dal nostro ordinamento, riteniamo lesivi della dignità personale.
Se, poi, come risulta da talune agenzie Ansa, tale procedura fosse stata effettivamente programmata unicamente con riferimento a persone residenti nei “campi nomadi” veneti, la nostra preoccupazione non potrebbe che aumentare: riservare un trattamento deteriore ad un’intera categoria di persone a causa della loro appartenenza ad una minoranza etnica, costituisce certamente offesa intollerabile ai più basilari principi giuridici su cui si fonda la nostra comunità.
Dove non c’è democrazia e dove non c’è pace per i Sinti, i Rom, gli “zingari”, non ci sarà pace e democrazia neppure per tutti gli altri, perché tutti siamo parte di questa città: ci attiviamo dunque per noi stessi, per la nostra comunità civile, per i nostri figli, perché la città e la società in cui con responsabilità ed onesta consapevolezza vogliamo vivere nasca dal rispetto del diritto e della vita di ognuno.
Non vogliamo limitarci ad una mera testimonianza di solidarietà, ma anche attivarci perché tutti, ma proprio tutti, possano da una parte diventare titolari di diritti civili, economici, sociali, politici e culturali e dall’altra assumersi la responsabilità di doveri per una inclusione sociale che non comporti annullamento della propria specificità e non generi e alimenti conflittualità.

Seguono centinaia di firme

Per informazioni: tiziana.valpiana@tiscali.it

Movimento Nonviolento
via Spagna, 8
37123 Verona
tel. 045 8009803
Fax 045 8009212
sito: www.nonviolenti.org


Lavoro: ONU, Italia discrimina immigrati, soprattutto Rom

L'International Labour Organization (ILO) delle Nazioni Unite, dopo aver analizzato le prove, le testimonianze e i dossier riguardanti la persecuzione del Rom in Italia, presentati dalle più attive organizzazioni di tutela dei diritti del popolo Rom e di monitoraggio della sua condizione in Italia e nell'Ue - fra le quali il Gruppo EveryOne e il Coordinamento nazionale contro le discriminazioni "Sa Phrala" - condanna nel suo Rapporto 2009 le politiche xenofobe e razziste attuate dalle Istituzioni italiane. Il ministro degli Esteri Frattini contesta il documento, negando ancora una volta l'evidenza di una persecuzione istituzionale di Rom e migranti che è da tempo efferata e fuori controllo.

L'Italia discrimina i lavoratori immigrati, soprattutto i Rom, con forme di intolleranza, razzismo e xenofobia. L'accusa arriva dal Comitato di esperti dell'Ilo - l'agenzia per il lavoro dell'Onu - che nel suo ultimo rapporto sull'applicazione delle Convenzioni e Raccomandazioni internazionali, punta il dito anche verso i "leader politici" italiani rei di usare una "retorica aggressiva e discriminatoria nell'associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di ostilità e antagonismo nell'opinione pubblica".

Il Rapporto - pubblicato il sei marzo scorso - chiede così a Roma "risposte" entro il 2009, sollecitando misure ed interventi per "per contrastare il clima di intolleranza e per garantire la tutela ai migranti, a prescindere dal loro status". Ma l'analisi del Comitato sulla situazione italiana dei "lavoratori immigrati", soprattutto - oltre ai rom - quelli provenienti da Africa, Asia ed Europa dell'Est, va oltre.

E evidenzia come il clima di intolleranza esistente in Italia abbia un impatto anche sugli standard minimi di protezione "dei diritti umani e del lavoro" nonché sui livelli di vita e le condizioni lavorative, ponendosi in contrasto con la convenzione 143, sulla "Promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti", ratificata dall'Italia nel 1981. Il comitato richiama così il Governo al "rispetto" delle norme per gli immigrati, "a prescindere dal loro status" ricordando che "ha il dovere di assicurare" anche ai lavoratori "illegali" i loro diritti nel rispetto delle norme su "remunerazioni, sicurezza sociale e altri benefits".

Il comitato spera - si legge nel testo del Rapporto - che il governo italiano sia in grado di eliminare il clima di intolleranza, violenza e discriminazione degli immigrati, con particolare attenzione alla comunità rom, e di assicurare loro, sia legalmente che socialmente, i diritti umani fondamentali. E, ancora, di far in modo che gli atteggiamenti discriminatori siano meglio identificati e condannati.

Il rapporto e' stato elaborato da un comitato di 20 esperti indipendenti e contiene osservazioni sullo stato d'applicazione delle convenzioni ratificate dagli Stati. E sara' esaminato dalla Conferenza internazionale del lavoro in cui sono stati coinvolti rappresentanti dei governi, imprenditori e lavoratori dei 175 membri dell'Ilo.

Nel capitolo dedicato all'applicazione della Convenzione 143 sui lavoratori migranti da parte dell'Italia, gli esperti hanno giudicato la situazione sufficientemente grave da giustificare la richiesta all'Italia di presentare una risposta dettagliata entro settembre e non tra cinque anni come e' la prassi per questo tipo di Convenzione, ha spiegato Martin Oelz, del dipartimento legale dell'Ilo. L'Italia potrebbe essere chiamata a riferire gia' in giugno in occasione della Conferenza internazionale del lavoro. Dal Corriere della Sera, 19 marzo 2009


Nuove frontiere della giustizia razziale

di Roberto Malini

Roma, 8 marzo 2009. La giustizia italiana ha metabolizzato da alcuni anni l'atmosfera xenofoba e razzista che imperversa nel nostro Paese. Il caso Giovanna Reggiani, cha ha visto la condanna a 29 anni di carcere comminata a Romulus Mailat in base alla testimonianza di una donna la cui psiche è devastata da una grave malattia mentale, mentre gli esiti degli esami del DNA relativi alle numerose tracce di sangue reperite sul cadavere e sul volto di Mailat - che avrebbero potuto scagionarlo, insieme alle testimonianze ignorate dagli inquirenti - sono misteriosamente scomparsi. Il caso del "tentato rapimento" di Ponticelli, cha ha visto la condanna in primo grado della giovanissima Angelica V. solo in base alla testimonianza della sua accusatrice, che faceva parte di un gruppo di napoletani impegnati nel combattere la presenza di "zingari" nel quartiere partenopeo. E adesso, il caso dello stupro della Caffarella, che solo grazie all'intervento del Gruppo EveryOne e dei Radicali non si è risolto con la condanna dei romeni Alexandru Imztoika Loyos e Carol Racz (verso i quali, però, prosegue la persecuzione da parte degli inquirenti, nonostante la loro innocenza dimostrata dagli esami del DNA e da una serie importante di prove). Sono solo gli eventi più eclatanti che mostrano come ormai, di fronte alla forza pubblica e alla giustizia, i Rom sono colpevoli a priori. Nelle carceri italiane sono rinchiusi centinaia di Rom che hanno subito condanne senza un vero diritto alla difesa, perché l'iniquo istituto del diritto processuale penale che si chiama "patteggiamento" e l'altrettanto iniquo procedimento penale non ordinario detto "direttissima" sono alla base di innumerevoli condanne di persone di etnia Rom completamente innocenti. In particolare, assistiamo ormai quotidianamente a condanne di cittadini Rom per "oltraggio a pubblico ufficiale" e "resistenza a pubblico ufficiale".

I Rom che vivono in Italia sanno perfettamente che di fronte alle forze dell'ordine basta usare un tono che non sia umile e sottomesso per provocare vessazioni di ogni genere. Quando ci troviamo di fronte a una condanna per "oltraggio" o "resistenza", quindi, possiamo essere sicuri che nel 99% dei casi si tratta di offese subite dai Rom e non certo perpetrate. Per evitare di finire dietro le sbarre o, nel caso di recidiva, per evitare condanne pesanti, i Rom patteggiano e le loro fedine penali si macchiano: ecco come la giustizia razziale tradisce la giustizia e la uccide, così come uccide il diritto e la civiltà. Recentemente il signor Codrean Ciuraru, Rom romeno che vive a Pesaro, ha avuto il coraggio di dire no al patteggiamento. "Ho subito violenza e sono stato accusato di averla commessa, ma andrò di fronte al giudice a dire la verità. Non mi importa se i miei accusatori sono agenti della forza pubblica e non mi importa se l'avvocato di ufficio mi ha consigliato di ammettere qualcosa che non ho fatto, patteggiando una pena ridotta. Sono stanco di subire botte e umiliazioni: voglio giustizia". Il Gruppo EveryOne segue il signor Ciuraru e non lo abbandonerà, confidando che in questo caso la giustizia torni ad essere giusta e gli agenti violenti e bugiardi non vedano trionfare la loro iniquità. Codrean Ciuraru è come Rosa Parks e il suo coraggio è il simbolo delle istanze di giustizia che provengono non solo da lui, ma da un popolo perseguitato. Riguardo alle nuove, oscure frontiere della giustizia razziale, le parole che un agente di polizia mi disse a Roma, nel periodo successivo all'assassinio di Giovanna Reggiani le rappresentano bene: "Se fosse per me, il sangue per gli esami del DNA lo prenderei direttamente agli zingari quando li arrestiamo, tanto se non sono colpevoli quella volta, lo saranno la volta dopo". La vicenda di Derek Rocco Bernabei - ragazzo italoamericano condannato a morte e ucciso dal boia in Virginia nel 2000, al termine di un processo indiziario e iniquo, che lo giudicò colpevole per aver stuprato e ucciso la sua fidanzata - mostra come neppure gli esami del DNA siano una prova sicura, essendovi la possibilità che siano falsificati o manipolati. E' importante che le indagini siano sempre trasparenti e che le organizzazioni per i Diritti Umani abbiano la possibilità di verificarne la correttezza (cosa che oggi non è possibile), altrimenti le autorità potranno costruire a proprio piacimento indizi e prove di colpevolezza, ai danni del solito Rom o migrante. I media, poi, faranno il resto, amplificando a dismisura gli effetti della caccia al diverso.

Nella foto, Romulus Mailat, nuovo Alfred Dreyfus?


"Emergenza stupri" e ronde: la radice maschilista è la stessa

di Annamaria Rivera - da Liberazione, 9 marzo 2009

A dubitare fin dall'inizio della narrazione pubblica dello "stupro della Caffarella" siamo stati in pochi. Con l'eccezione di qualcuno - EveryOne, per esempio, ha avuto il coraggio di smentirla in un dossier dettagliato - quasi tutti la hanno data per scontata, perfino quotidiani decisamente di sinistra: a nessun giornalista è venuto in mente di fare non dico una controinchiesta (non siamo mica negli anni '70!), ma almeno una vera, onesta indagine giornalistica. Al massimo si è cercato di correggere l'amalgama indecente romeni-rom-stupratori dando la parola agli "zingari buoni", che avrebbero permesso la cattura di uno dei due accusati. Correzione che non ha migliorato la versione dominante, se mai le ha aggiunto quel tocco di paternalismo peloso che le mancava. Non parliamo poi del malcostume d'ignorare il principio della presunzione d'innocenza, specie quando si tratta degli "altri": sembra che anche a sinistra si cominci a pensare che rispettarlo è un lusso che non possiamo più permetterci. Il che la dice lunga non solo sullo scadimento del mestiere ma anche sull'egemonia culturale della destra.
L'"emergenza-stupri", lo sappiamo bene, è solo l'avatar più recente del vizio di orchestrare campagne propagandistiche di stampo forcaiolo e razzista, in cui a variare sono solo i capri espiatori: figure "aliene" che mutano secondo criteri statistici - la componente immigrata più numerosa - o biecamente strumentali - la categoria di "altri" più antipatica e/o più utile a spacciare l'urgenza di misure liberticide e persecutorie. Non è un fenomeno nuovo: la tendenza a ridurre l'attualità politica ai fatti di cronaca nera - selezionati, gerarchizzati, drammatizzati dai mass media secondo l'aria politica del momento - si manifesta dacché esiste uno spazio pubblico che esige qualche coinvolgimento dei cittadini, spesso in realtà ridotti a semplici elettori. E non è nuovo, anzi è antico come i linciaggi il tema del "diverso" che insidia le nostre donne. Vetusto è anche quello che attribuisce agli "altri" l'attitudine naturale ad opprimere, schiavizzare, far violenza alle donne: per limitarci all'Italia, un tempo era prerogativa dei terroni, più di recente degli "islamici". Non è nuovissima neppure la moda di prendere a pretesto crimini contro le donne, purché commessi da estranei, per compiacere o sollecitare gli umori collettivi più malsani: il "consiglio di guerra" convocato dal governo di centrosinistra dopo l'omicidio Reggiani ha fatto scuola. Più stravagante è che ad allarmarsi e starnazzare per l'"emergenza-stupri" sia chi ha reintrodotto nello spazio pubblico il celodurismo, rinverdendo così lo stile mussoliniano. Si sa, parlando dell'Altro si parla di se stessi. Che a gridare contro lo stupratore alieno sia la Lega nord, il partito che ha reso linguaggio politico l'esibizione genitale -così prossima alle fantasie e agli atti di stupro- rivela quali siano le pulsioni che si agitano nel ventre maschilista, razzista e fascistoide del nostro infelice paese. E' da quel ventre misogino che nasce l'idea delle ronde, apparentata con la violenza sessuale dalla medesima attitudine proprietaria nei confronti dei corpi femminili. Del resto, la complicità del mondo maschile maggioritario con gli stupratori, quelli veri, è mostrata dall'atteggiamento abituale allorché il violentatore è italiano: se ha consumato il suo crimine all'interno delle mura domestiche prevarrà l'indifferenza; se lo ha fatto in un luogo pubblico, si dirà che è stato colto da un raptus o che, povero ragazzo, era sotto l'effetto di droga o alcol.
In realtà, lo stupro è endemico ai più vari sistemi sociali che valorizzano la cultura del potere, della sopraffazione, della violenza. Il più delle volte avviene nel chiuso delle relazioni di prossimità: in Italia, come a livello mondiale, la maggior parte delle violenze sessuali è esercitata da parte di persone che conoscono la vittima. E' trasversale alle classi, agli ambienti sociali, alle culture, alle appartenenze religiose, alle nazionalità, ma comune a un solo genere: quello maschile. Per decenni il movimento femminista italiano ha cercato di richiamare l'attenzione dei poteri pubblici sullo scandalo di questa violenza endemica e del sistema che la favorisce: un sistema di relazioni di potere talmente squilibrati in sfavore delle donne che anno dopo anno, come abbiamo riferito più volte, i rapporti del World Economic Forum collocano l'Italia sempre più in basso nella scala della parità uomo-donna, al di sotto di alcuni paesi del terzo mondo. Mentre le donne conquistano margini crescenti di libertà e autonomia, poco mutano i meccanismi della discriminazione di fatto. Anzi, è proprio la conquista di quei margini, in assenza di una rappresentazione pubblica condivisa dell'eguale diritto, dignità, valore del genere femminile, che spinge una parte del mondo maschile, traversato dalla crisi della virilità tradizionale, verso la frustrazione, il rancore, la paura, il desiderio di punire le donne. C'è un ritorno - lo avete notato? - del vecchio vizio di umiliare l'autorevolezza femminile. Come negli anni prima del femminismo, accade che dei maschi provino a importi il silenzio o a screditare la tua parola come illegittima o aggressiva. In fondo, sessismo e razzismo hanno la stessa matrice: il desiderio di annullare l'altro-da-sé che non si sa riconoscere come parte del proprio sé.


Trattamento Sanitario Obbligatorio: lettera dell'attivista Mauro Zavalloni alla Corte europea dei diritti umani

del Gruppo EveryOne

Roma, 7 marzo 2009. Il Gruppo EveryOne sostiene l'azione coraggiosa dell'attivista Mauro Zavalloni, uno dei numerosi casi in cui viene imposto il Trattamento Obbligatorio Farmacologico a persone pacifiche ed equilibrate, colpevoli di non uniformarsi al pensiero medio o di condurre comportamenti ritenuti "eccentrici". E' uno scandalo, perché gli psichiatri che prescrivono tale terapia coatta, di fronte a richieste di spiegazioni affermano che la terapia prescritta è necessaria, considerata la patologia psichica di cui soffre il paziente. Di fatto, si tratta di una delle più gravi violazioni dei diritti dell'uomo, che non è più perpetrata solo nelle carceri, nelle comunità e nei luoghi di cura, ma nei confronti di cittadini che conducono esistenze normali, cittadini che improvvisamente cadono in questa ragnatela di violazioni legalizzate. A volte attivisti e associazioni umanitarie ci chiedono come si possano difendere le vittime del TSO. E' difficile. Innanzitutto bisogna seguire una direttiva morale e civile ben precisa: non importa quello che affermano gli psichiatri, perché un cittadino che sia in grado di dimostrare di non essere pericoloso per la società, dovrebbe poter scegliere se sottoporsi a terapia farmacologica oppure no. In alcuni casi, il cittadino potrebbe preferire cure naturali o attività fisica, rispetto all'assunzione di droghe tossiche e piene di gravi effetti collaterali. Mauro Zavalloni è un uomo pacifico e chiede di essere liberato dal tormento del TSO. Contemporaneamente, desidera impegnarsi in una campagna contro questa forma prepotente di psichiatra, perché un giorno sia considerata un abuso contro l'umanità. Il Gruppo EveryOne raccoglierà tutti i rapporti che Mauro scriverà riguardo alla vicenda che lo riguarda, li pubblicherà in un diario pubblico (su www.everyonegroup.com) e ne farà un libro. Contemporaneamente, sosterrà in ogni sede le sue istanze di libertà e giustizia. Qui di seguito, la lettera di Mauro Zavalloni alla Corte europea dei diritti umani.

Alla Corte europea dei diritti umani presso il Consiglio d’Europa B.P. 431 R6 STRASBURGO-Cedex-Francia

Lettera di denuncia di violazione Convenzione europea diritti umani art.5, da parte del Servizio Sanitario Nazionale e del Governo Italiano

Il sottoscritto ZAVALLONI MAURO, nato a Pescara il 26.07.1961 residente a Conselice, rappresentato
dall’Avv. Claudia Lusa con Studio in Conselice (RA) p.za Gramsci n.3 lamenta la violazione dell’art. 5 Convenzione europea diritti umani (diritto alla libertà e alla sicurezza).

Lo stesso rileva di essere ritenuto dai medici del Servizio Sanitario Nazionale affetto da una patologia tale da indurlo ad essere seguito dal Dipartimento Salute Mentale del Servizio Sanitario Regionale competente con trattamento farmacologico obbligatorio. Detta patologia è stata causata dal fatto che a partire dal 1991 per circa dieci anni ha svolto attività di sostegno a persone che presentano disabilità e/o difficoltà psicofisiche. L’insegnamento di sostegno a portatori di handicap se non si svolge in un laboratorio di psicomotricità limita fisicamente e mentalmente la possibilità di esprimersi . Il peso mentale del lavoro di sostegno con bambini portatori di handicap ha indotto il sottoscritto ad essere ricoverato presso l’Ospedale Malpigli di Bologna nel giugno 2005 ove, in violazione dell’art. 5 della Convenzione citata è stato rinchiuso a chiave in un ambulatorio nella mattinata e gli è stato impedito di consultare medici psichiatri di sua fiducia e/o di fare ricorso al TSO imposto, ed è stato ricoverato per 32 giorni contro la sua volontà.

Tale reclusione è stata motivata da una lettera, intercettata dagli psichiatri del SSN di Bologna in violazione dell’art.8 e 9 Convenzione europea diritti umani, ed attribuita, senza prova alcuna, al sottoscritto.

Dopo il ricovero i Medici che hanno seguito il sottoscritto, gli hanno intimato di non separarsi dalla moglie, in caso contrario sarebbe stato di nuovo ricoverato in Ospedale.

Attualmente il sottoscritto Zavalloni Mauro è sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio farmacologico (TSF) presso il Centro Salute Mentale di Lugo, nonostante non abbia avuto più ricoveri per disagio psichico dal giugno 2005 e svolga la professione di insegnante di educazione fisica in classi normali, senza aver fatto assenze da tale periodo. Tuttavia il sottoscritto segnala che nel periodo 2007, avendo manifestato l’intenzione di farsi assistere da un medico psichiatra privato di fiducia, è stato sottoposto ad una terapia più pesante con la somministrazione ogni 20 giorni anziché 30, di mg 50 di Serenase, impedendo che lo stesso fosse seguito dallo psichiatra, che aveva manifestato l’intenzione di diminuire la terapia fino a cessarla .

Pertanto chiede che gli venga riconosciuto il diritto di scegliere la sospensione della cura medica e di poterla sostituire con l’attività e l’alimentazione adeguate e adeguatamente prescritte.

La neurologia e la psichiatria riconoscono ormai in maniera indiscutibile il valore dell’attività fisica nella cura di pazienti con problemi di salute mentale.

Con la presente lettera si intende mettere a conoscenza Codesta Corte di un trattamento lesivo dei diritti umani fondamentali da parte del Servizio Sanitario-Salute Mentale Italiano.

Conselice, lì 06 febbraio 2009

Zavalloni Mauro


Lo stupro della Caffarella a Roma: caso grave ed emblematico di giustizia razziale

del Gruppo EveryOne

Abbiamo inviato gli esiti dell'analisi dei fatti legati allo stupro della Caffarella alle Istituzioni italiane ed europee, nonché a politici, intellettuali, attivisti e giornalisti di tutto il mondo. Le controindagini EveryOne hanno destato l'attenzione di importanti componenti democratiche della società italiana e dell'Unione europea, tanto che indagini che parevano frettolosamente concluse ora si riaprono e uno spiraglio di giustizia si schiude anche per i due accusati. Lo stupro della Caffarella è un crimine che ha sollevato una grande eco mediatica, provocando innumerevoli episodi di intolleranza in Italia e spalancando le porte a nuovi provvedimenti discriminatori come il decreto legge sulla sicurezza, i provvedimenti di sgombero ed espulsioni di insediamenti Rom e i nuovi Regolamenti per i campi Rom. Riteniamo gravissimo quanto sta accadendo intorno a tale caso e nei primi giorni dopo l'arresto abbiamo temuto che che i testimoni in grado di scagionare Racz e Isztoika potessero essere non solo intimiditi, ma addirittura sgomberati, come avvenne per i testimoni del caso Giovanna Reggiani. Siamo convinti che neanche l'eventuale trasferimento dei detenuti in Romania avrebbe potuto tutelarli, perché ormai vi è una parte delle autorità romene inaffidabile sotto il profilo della protezione dei diritti dei Rom che provengono dal loro Paese. I crimini ad ampia eco mediatica seminano intolleranza, consentono ai movimenti razzisti di conseguire potere politico e spalancano le porte a leggi razziali. Fare luce sul caso della Caffarella non basta. Il nostro Gruppo si sta impegnando affinché sia fatta giustizia anche riguardo ad Angelica V., la ragazzina Rom romena che è stata condannata senza prove per il tentato rapimento di Ponticelli. Il supporto di Union Romani sarà prezioso, perché il verdetto in primo grado sia capovolto in sede di appello. Altrettanto importante sarà riaprire integralmente il caso Reggiani, perché Romulus Mailat fu condannato a 29 anni di carcere in base a una testimonianza inattendibile, senza alcuna prova oggettiva.

Razzismo in Italia e criminalizzazione dei Rom: che cosa avvenne al parco della Caffarella?

Roma, 24 febbraio 2009. Immediatamente dopo lo stupro della ragazzina di 14 anni, avvenuto al parco della Caffarella di Roma intorno alle 18 di sabato 14 febbraio 2009, le autorità italiane diramavano la descrizione degli aggressori effettuata dalla vittima e dal suo fidanzatino di 15 anni, secondo i quali si trattava di due persone dalla carnagione scura, uno dei quali avrebbe avuto i capelli lunghi e anche il naso schiacciato, da pugile. Uno dei due, inoltre, sempre secondo la ragazzina vittima dello stupro, avrebbe avuto due dita di una mano mancanti, caratteristica assente in entrambi gli accusati. In un primo momento i due ragazzi avrebbero anche parlato di "accento arabo", secondo la testimonianza audio pubblicata on line da Repubblica TV (http://tv.repubblica.it/copertina/lei-e-piccolissima/29454?video) di uno dei primi passanti che ha soccorso la coppia di fronte a un bar; il sindaco di Roma Gianni Alemanno divulgava invece dalla Slovenia, in cui si trovava per attività istituzionali, una notizia secondo cui – senza citare alcuna fonte o testimonianza – gli stupratori si erano espressi ai ragazzini con un accento dell'Est europeo, ribadendo il dato della pelle scura, ipotizzando che si trattasse Rom e comunicando che dall’indomani sarebbero iniziate ingenti operazioni di sgombero degli insediamenti abusivi di Rom romeni ancora presenti nella Capitale.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=46617&sez=H

http://www.romatoday.it/cronaca/indagini-stupro-parco-caffarella-identikit-stupratori.html

http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=10691

Secondo i riscontri effettuati dal Gruppo EveryOne tra le dichiarazioni delle due vittime e delle Autorità di Forza Pubblica romane, i due romeni arrestati non corrispondono alle caratteristiche divulgate in un primo momento: uno è biondo, con la pelle chiara e i capelli corti; l'altro è scuro, ma ha un principio di calvizie e un video precedente ai fatti lo mostra con i capelli corti, durante un controllo della polizia presso il campo Rom di Primavalle. Nessuno dei due ha il viso da pugile.

Inoltre alcuni Rom di Roma hanno dichiarato a un attivista del Gruppo EveryOne, antecedentemente all’arresto dei due accusati di stupro, che le autorità avevano già catturato e tenevano sotto chiave altri due Rom romeni, con la medesima accusa. Se l'informazione corrispondesse a realtà, si potrebbe pensare a due "riserve" nell’eventualità in cui altri fermati fossero risultati del tutto incompatibili con quanto dichiarato dalle vittime, dal sindaco Alemanno e dalle Autorità italiane.

Alexandru Loyos Isztoika, soprannominato dalla stampa nazionale "il biondino", avrebbe confessato il crimine la notte tra il 17 e il 18 febbraio, fornendo, secondo le Autorità, una descrizione dei fatti “agghiacciante”: "I due ragazzini piangevano e noi prendevamo ancora più gusto all'idea di stuprare lei” avrebbe detto, secondo quanto riportato dagli organi di stampa nazionali.

Le Autorità comunicavano via via di essere in possesso di prove schiaccianti: esami del DNA, impronte digitali, tracce ematiche e biologiche definite “importanti” su molti quotidiani e organi di stampa, tutte reperite lungo il tragitto percorso nel parco, nonché dei due telefonini spenti nelle mani dei due stupratori.

Karol Racz però si dichiarava innocente fin dal momento dell'arresto, fornendo un alibi: nel momento dello stupro, si trovava al campo Rom di Torrevecchia in compagnia di altri Rom romeni. Versione, quest’ultima, confermata da 7 testimoni, 4 dei quali hanno testimoniato di fronte al Giudice per le Indagini Preliminari.

In data 20 febbraio, anche Alexandru Loyos Isztoika, davanti al gip Valerio Savio, si protestava estraneo ai fatti e denunciava di essere stato costretto a confessare con botte, sevizie e torture da parte della Polizia. Fornisce lo stesso alibi di Karol Racz.

«Sono stato costretto a confessare. Quelle dichiarazioni mi sono state estorte in questura la notte tra il 17 e il 18 febbraio con violenze e pressioni psicologiche, anche da parte della polizia romena».

Il gip non gli crede. E per i due indagati viene emessa un’ordinanza in carcere: pericolo di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato.

L'avvocato di Isztoika confermava la smentita del suo cliente e dichiarava che la ragazzina vittima dello stupro non aveva riconosciuto l'aggressore dalla foto a prima vista, ma solo dopo insistenza degli Inquirenti. Si specifica che non è stato effettuato alcun confronto diretto tra le vittime e gli aggressori, ma solo attraverso fotografie. Di fronte alla smentita del "biondino", il gip dichiarava che la nuova versione di Alexandru Loyos Isztoika non doveva essere considerata attendibile e riguardo alle sevizie subite dichiarava che Isztoika "Presenta solo un arrossamento sotto l'ascella" (da notare che spesso le Autorità sanno effettuare pestaggi e torture scientifici, che lasciano ben poche tracce visibili a occhio nudo). Tuttavia, non ribadiva che esistono altre prove: il DNA, le tracce ematiche, le impronte, i telefonini, tutto improvvisamente scomparso e accantonato.

Il Gruppo EveryOne ritiene che non sempre i diritti dei cittadini stranieri, e in particolare romeni, che finiscono nelle maglie della giustizia vedano i propri diritti fondamentali rispettati. Durante gli interrogatori sarebbe necessario che potessero essere presenti associazioni per i diritti umani, viste le innumerevoli segnalazioni di pestaggi, intimidazioni e torture e la frequente distorsione delle dichiarazioni rese dagli indagati, spesso attraverso interpreti non qualificati. Un esempio di mancato rispetto dei diritti del cittadino sottoposto a indagine è il caso Giovanna Reggiani. Anche in quel caso le autorità avevano dichiarato di essere in possesso di prove, esami del DNA, testimonianze, ma di fatto Romulus Mailat è stato condannato a 29 anni di carcere in base alla testimonianza di una donna sofferente di gravi turbe psichiche, attestate da lunghe degenze in istituti psichiatrici. Domenica 22 febbraio 2009 l'interprete che tradusse agli inquirenti le dichiarazioni di Mailat e della "supertestimone" è stata aggredita e picchiata da uno sconosciuto a Pietralata (Roma). Probabili gli intenti intimidatori da parte dell'aggressore.

(Fonte dell’aggressione all’interprete: “Il Messaggero” di lunedì 23 febbraio pagg. 1 e 9).

Sempre in data 22 febbraio 2009, quattro Rom del campo di Torrevecchia, a Roma, hanno reso una dichiarazione spontanea agli inquirenti riguardo alla posizione di Karol Racz, uno dei due accusati dello stupro della Caffarella, confermando le dichiarazioni del sospettato: la sera del 14 febbraio 2009, mentre avveniva la violenza sessuale, Karol Racz si trovava in compagnia loro e di altre persone presso il campo vicino a santa Maria della Pietà, "dalle cinque del pomeriggio fino alle nove di sera". (testimonianze dei quattro Rom su “Il Messaggero” del 23 febbraio 2009, pag. 9).

Lo stupro si è verificato alle sei e mezzo del pomeriggio. Incredibilmente gli inquirenti stanno accertando se vi sia parentela fra i testimoni e l'accusato, per invalidare la loro coraggiosa testimonianza. Vi sono tuttavia altri Rom e romeni che possono confermare le parole di Racz. Un altra superficialità da parte degli inquirenti è stata quella di evitare il confronto fra la vittima e l'accusato, limitandosi a mostrare alla ragazza alcune foto dei due romeni in stato d'arresto. Nonostante avesse dichiarato che i due aggressori avevano la pelle scura, capelli neri e fossero benvestiti, la ragazza – certamente a causa dello choc – ha "riconosciuto" due uomini vestiti poveramente, con i capelli corti, uno dei quali ha pelle bianca e capelli biondi.

In seguito allo stupro del parco della Caffarella e alla successiva campagna mediatica diretta a criminalizzare Rom e romeni - in violazione del principio di diritto secondo cui le responsabilità dei crimini sono individuali e non devono mai essere estese a un gruppo sociale o a un'etnia - si sono verificate in Italia decine di aggressioni violente nei confronti di Rom, romeni e stranieri. Nei soli giorni del 15 e 16 febbraio, si sono verificati 18 episodi di aggressione. Il 15 sera a Roma, una ronda composta da 20 razzisti armati di mazze e con i volti coperti da passamontagna hanno pestato in diversi momenti cinque Rom romeni (due dei quali ricoverati in gravi condizioni), quindi un cittadino romeno, una giovane madre di etnia Rom con la sua bambina, due ragazzini Rom. Successivamente si è verificato un rogo a Pisa, in cui dieci baracche abitate da Rom sono andate bruciate. A Torino un ragazzo peruviano di 18 anni è stato pestato da una ronda di razzisti armati di spranghe. A Sassari, pestaggio di tre romeni. A Sesto San Giovanni (MI), aggressione da parte di ronde di razzisti nei confronti di alcuni Rom. A Sacrofano (Roma), una ronda di otto razzisti armati di mazze ha pestato tre Rom romeni. Ad Ancona ronde di razzisti hanno pestato prima un ragazzo Rom di 19 anni, quindi un Rom romeno 36enne. Una ronda ha colpito a Roma anche il 21 febbraio, lanciando due molotov che sono esplose in un negozio gestito da romeni. Ma episodi di insulti, minacce o percosse sono stati segnalati in diverse città italiane. Contemporaneamente le autorità hanno approfittato del clima di intolleranza per effettuare sgomberi di insediamenti Rom (oltre 40 a Roma nei giorni 15 e 16 febbraio) e arresti di Rom e romeni, nell'ambito di operazioni "contro la microcriminalità". A Pesaro è comparso un volantino con la scritta "Adolf Hitler ce l'ha insegnato, bruciare gli zingari non è reato. 10, 100, 1000 ronde". Nella stessa città il personale della Caritas ha apostrofato un giovane Rom con espressioni intolleranti e alcuni cittadini hanno allontanato senza motivo da un centro commerciale due donne di etnia Rom.

Devono far riflettere i seguenti crimini di grande impatto mediatico:

- l'assassinio di Giovanna Reggiani di cui è stato incolpato e successivamente condannato Romulus Mailat, in base a una testimonianza inattendibile e senza prove;

- il tentato rapimento di una bambina in un appartamento a Ponticelli (Napoli), per il quale è stata arrestata e quindi condannata senza prove la giovanissima Angelica V., romena di etnia Rom;

- l'arresto e la condanna mediatica di Karol Racz e Alexandru Loyos Isztoika, che non corrispondono alla descrizione delle vittime, si professano innocenti e hanno un alibi di ferro (già emerso con chiarezza, di fronte al gip, per quanto riguarda Karol Racz).

Tutti e tre i crimini si sono verificati pochi giorni prima dell'approvazione di decreti-sicurezza contenenti numerosi provvedimenti xenofobi e razzisti. In tutti e tre i casi, inoltre, le Istituzioni hanno sollevato un grave allarme sociale, puntando il dito contro Rom, romeni e stranieri. Sono coincidenze inquietanti, confermate da elementi e testimonianze che suffragano i più gravi sospetti. Sappiamo che durante gli anni delle leggi razziali, le SA e le SS inscenarono crimini odiosi e ne fecero ricadere la colpa su ebrei e Rom, giustificando arresti, pogrom, deportazioni e operazioni persecutorie. Sappiamo anche che in Italia esistono gruppi che predicano l'odio razziale, la xenofobia e la superiorità dell'italiano rispetto al migrante e sappiamo che tali gruppi hanno raggiunto posizioni di assoluto potere politico, informativo, militare, poliziesco e mediatico. Queste considerazioni, unite alla constatazione di una persecuzione attuata sistematicamente dalle autorità italiane contro Rom e migranti poveri, nonché da innumerevoli abusi polizieschi e giuridici nei confronti delle etnie deboli, giustificano gravi dubbi riguardo ai delitti di cui sono incolpati e condannati Rom e stranieri in Italia.
Riguardo alla campagna mediatica condotta da autorità e diffusa dai media, vanno segnalate diverse inesattezze. In particolare, la diminuzione dei crimini di violenza sessuale, secondo quanto dichiarato dal primo ministro Silvio Berlusconi, non trova riscontri nella realtà: i dati contenuti nel rapporto Istat 2007 sono pressoché invariati, così come la percentuale di stupri perpetrati da stranieri nei confronti di donne italiane, che è inferiore al 3% della casistica totale e che raggiunge il 6% se si considerano gli stupri che avvengono all’interno di comunità straniere. Il 92% dei reati di violenza sessuale sono invece da attribuire a italiani (http://spartacuslibero.blogspot.com/2007_12_01_archive.html). Negli ultimi tempi, però, i media riportano con evidenza solo i crimini di violenza sessuale commessi da stranieri o attribuiti a stranieri. Nove stupri su 10, denunciati contro italiani, restano nel silenzio o comunque ricevano spazi marginale da parte dei media, anche quando presentano caratteristiche atroci: stupri di gruppo, violenze sessuali perpetrate da adulti contro bambine piccole o abusi commessi da italiani approfittando della povertà delle donne violentate. Si segnalano in particolare lo stupro ripetuto di una bambina di 4 anni a opera del padre adottivo, lo stupro di una bambina di 9 anni, la lunga segregazione e violenza commessa da un milanese nei confronti di una ragazza del Mozambico, gli innumerevoli abusi commessi a italiani nei confronti di bambine e ragazzine romene, la cui fiducia viene carpita spesso con la semplice offerta di un pasto. Le autorità romene, come quelle del Mozambico, però, hanno mantenuto il riserbo durante le indagini, anche per tutelare la privacy delle vittime. Se avessero attuato una politica xenofoba, probabilmente l’opinione pubblica si sarebbe riversata contro le numerose comunità locali, fomentando odio etnico. Esiste ormai il pericolo, tuttavia, che i movimenti nazionalisti dei Paesi membri Ue e dei Paesi al i fuori dell’unione possano ispirarsi al modello italiano,producendo una nuova era di “caccia allo straniero” e una nuova ondata di razzismo e xenofobia, che coinvolgerebbe sicuramente gli italiani all’estero, ravvivando gli stereotipi che spesso hanno accompagnato i nostri concittadini in tutto il mondo.

http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_18/

http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/violenza-sessuale/

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=46441&sez=HOME_NELMONDO

http://www.nigeriavillagesquare.com/forum/woman-woman/

Il Governo italiano, infine, sta per presentare a quello romeno un dossier che vorrebbe dimostrare quanto sia incidente in Italia la criminalità romena. Il dossier, di cui abbiamo letto gli intenti, smentirà di fatto i dati ufficiali, che attestano un'incidenza della criminalità romena che è nella norma proporzionale.

Si deve inoltre notare che in un Paese democratico e tollerante non vi dovrebbero essere sproporzioni fra le percentuali etniche della popolazione e quella dei detenuti nelle carceri, poiché è assodato da sociologi, antropologi e criminologi che non esiste un popolo con attitudini genetiche alla delinquenza e solo la diseguaglianza sociale può comportarne in tal senso variabili consistenti. Il rapporto 2008 del SAPPE, Sindacato di Polizia Penitenziaria, dimostra, al contrario, che in Italia, dove gli stranieri rappresentano l'8% della popolazione, ben il 46% dei detenuti nelle carceri è straniero. Se si considera solo la popolazione residente, il 36% dei carcerati è di etnia straniera. Altrettanto interessante è un dato che contrasta con l'allarme sicurezza lanciato dal governo: sia nel 2007 che nel 2008 vi è stata una netta diminuzione dei reati contro la persona, nonostante l'entrata della tanto bistrattata Romania nell'Unione europea.

Nonostante ciò, in data 23 febbraio 2009, il Ministro degli esteri Franco Frattini ha ribadito il trattamento differenziato che l'Italia riserverà alla Romania rispetto ad altri Stati membri dell'Ue: "L'Italia vuole chiarire una volta per tutte che noi accogliamo e continueremo ad accogliere i romeni che lavorano rispettando la legge, ma al tempo stesso che saremo fermissimi nei confronti dei romeni che violano la legge".

E' un passaggio fondamentale per la civiltà europea, quello di estirpare la ricomparsa di un fenomeno violento di razzismo e xenofobia, che fa capo a un movimento organizzato che ricorda gruppi di pulizia etnica e persecuzione razziale come il Ku Klux Klan, il Partito nazionalsocialista, le Croci Frecciate ungheresi, gli Ustascia, le Camicie Nere, il National party sudafricano.

E' opportuno ribadire in ogni sede, per evitare che la persecuzione dei Rom in Italia si consumi nell'indifferenza o nella tacita approvazione dell'unione europea, gli ammonimenti che provengono da coloro che vissero situazioni di persecuzione e annientamento motivati dall'odio razziale: i testimoni della Shoah.

"I Rom oggi sono perseguitati in Italia esattamente come lo fummo noi ebrei negli anni delle leggi razziali". Piero Terracina di fronte il dolore delle famiglie Rom perseguitate in un insediamento romano

"Noi zingari siamo gli ultimi nella gerarchia sociale, nel mondo della scuola e del lavoro, di fronte alla legge. Per noi, l'Olocausto non è mai finito". Goffredo Bezzecchi, Rom italiano sopravvissuto al Samudaripen

"Anche per noi ebrei cominciò così. Le autorità e i giornali cominciarono ad attribuirci i crimini più odiosi: lo stupro, l'infanticidio, il complotto contro gli ariani, l'avidità, la pratica di rituali depravati. Le SA e le SS inscenarono brutali delitti la cui responsabilità fu fatta ricadere su ebrei innocenti, anche rabbini, scatenando terribili pogrom e istigando nella popolazione europea sospetto e odio contro un intero popolo. I Rom sono ancora vittime di questa strategia razzista, perché alcuni dei Paesi più ricchi dell'Unione europea, a partire dall'Italia, preferiscono eliminarli fisicamente, anno dopo anno, piuttosto che favorirne l'integrazione. La condizione dei Rom in Italia è uguale a quella degli ebrei nei ghetti lituani e polacchi durante gli anni del nazismo. Io mi sento molto vicina ai Rom e so cosa stanno passando". Tamara Deuel, sopravissuta all'Olocausto in Lituania

"Questa è una verità storica. Un’amara, tragica verità. Noi stessi, noi ebrei, abbiamo subito sulla nostra pelle ripetutamente - fino alla più terribile persecuzione che è stata quella della Shoah - le conseguenze dell’essere prima di tutto indicati come stranieri irriducibili, poi progressivamente stranieri parassiti, quindi stranieri complottanti, infine assassini di bambini cristiani e in conclusione gruppi umani da espellere, da perseguitare, da sterminare. Noi ebrei sappiamo bene cosa significhi essere vittime di pregiudizi che si trasformano in odio e in violenza “purificatrice”. Sappiamo cosa significhi essere additati come il “Male” da estirpare. E da ebreo, oltre che da cittadino democratico, mi sento a fianco di una comunità, quella Rom, che non può, non deve essere vittima di nuovi pogrom". Amos Luzzatto


Stupro di Roma, parlano i Rom di Livorno

Roma, 18 febbraio 2009. "Il popolo Rom considera lo stupro come un crimine terribile, grave quanto l'omicidio. La dignità della donna è alla base della nostra comunità e quello che è successo a quella ragazzina ci ha indignati, perché abbiamo pensato che sarebbe potuto accadere a una nostra figlia o a una nostra sorella". A parlare al Gruppo EveryOne è Victor Lacatus, Rom romeno stanziato a Livorno e portavoce della comunità "nomade" locale, padre della piccola Lenuca Carolea, uno dei bambini morti tragicamente nel rogo di Livorno dell’'agosto 2007. "Noi Rom che viviamo a Livorno,"prosegue Victor, che con sua moglie Elena e i due bambini sopravvive tra mille stenti in una baracca, "siamo orgogliosi di aver aiutato le forze dell'ordine a catturare uno di quei due criminali”". Victor si riferisce all’'arresto dei due romeni accusati dello stupro ai danni di una ragazzina di 14 anni avvenuto a Roma, nel parco della Caffarella, lo scorso 14 febbraio.
"Come affermiamo da tempo in ogni sede italiana e internazionale,"dichiarano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "gli aggressori, ancora una volta, non sono Rom. I Rom stanziati nel territorio italiano, specie nei pochi insediamenti cosiddetti ‘abusivi’ rimasti, sono espressione di un popolo estremamente pacifico, e vivono in condizioni di igiene e povertà tragiche: senza acqua corrente, vestiti di stracci e soprattutto in totale povertà, visto che la questua –- perseguita ormai come un reato dai regolamenti di polizia urbana di diverse città - non consente loro di procurarsi il pane sufficiente a sopravvivere". EveryOne fa però notare che “come per Romulus Mailat, romeno-tedesco di etnia bunjas e i presunti stupratori di Guidonia, romeni e non Rom, politici e autorità conducono spesso una campagna fortemente denigratoria verso i Rom che non ha alcun fondamento e che sta generando ogni genere di vessazioni, discriminazioni e aggressioni in tutto il territorio italiano di forte stampo xenofobo e razzista”.

"A Roma," prosegue EveryOne, "nella stessa sera successiva allo stupro almeno otto Rom, fra cui una giovane mamma e la sua bambina, sono stati pestati da ronde neonazista: due ragazzi si trovano ancora all'ospedale in gravi condizioni. A Milano, Sassari e Pisa si sono verificati veri e propri linciaggi".
"E' un sollievo anche per noi Rom,"aggiunge Nicusor Grancea, attivista Rom romeno, "sapere che quei due criminali non sono più in circolazione: lo stupro è un delitto gravissimo e spesso anche le nostre ragazze e le nostre donne, che vivono senza una casa, ne sono colpite. Siamo tutti vicini alla giovane vittima,"aggiunge Grancea, "ma siamo molto amareggiati dall'ondata di razzismo e violenza che ha colpito i Rom a Roma e in tutta l'Italia dopo la notizia dello stupro. Sarebbe ora” conclude l’'attivista “che i politici e i media smettessero di accusarci di tutto ciò che di male avviene in Italia, perché siamo un popolo pacifico, che odia la violenza e non ha mai partecipato a una guerra".
Il Gruppo EveryOne fa sapere infine di stare vagliando un’azione giudiziaria a livello internazionale e in collaborazione con altri organismi europei per contrastare i numerosi episodi di incitazione all'odio razziale e di propaganda razzista che avvengono, ormai impunemente, in Italia e che spesso vedono quali istigatori alcuni politici, giornalisti e autorità. "Secondo l'ultimo rapporto Istat," proseguono i leader EveryOne, "solo il 10% degli stupri, in Italia, è opera di stranieri, ma i politici e le autorità puntano il dito in direzione di questi ultimi, seminando odio etnico e razziale. In particolare, dopo ogni stupro, vi sono amministrazioni locali che approfittano del clima di razzismo per sgomberare e perseguitare famiglie Rom, che non c'entrano niente con tali crimini, ma sono il capro espiatorio più facile da colpire. Lo stesso giorno in cui è avvenuto lo stupro di Roma, altre nove donne denunciavano violenze sessuali commesse da italiani: crimini 'invisibili', ignorati dai media perché sembra ormai che la notizia di uno stupro debba servire quale strumento dell'intolleranza".
Il Gruppo EveryOne ha recentemente incontrato a Budapest una task force antirazzista che lavora a contatto con la Commissione europea per combattere l'antiziganismo e mettere a punto nuovi strumenti a tutela del popolo Rom. "Nell'Unione europea vi è grande preoccupazione per l'affermarsi di ideologie razziste e il rafforzarsi di movimenti xenofobi e neonazisti in Italia," conclude EveryOne, "ma politici e autorità proseguono irresponsabilmente le loro politiche intolleranti, che pongono il Paese nella riprovazione generale e ritardano i processi europei di inclusione delle minoranze. Non a caso qualche giorno fa il Parlamento di Navarra ha emanato un documento ufficiale, ratificato dal governo di Spagna, che condanna la persecuzione condotta dalle Istituzioni italiane contro l'etnia Rom".

Nella foto di Steed Gamero, Victor ed Elena Lacatus


Stupri, Gruppo EveryOne: "No alla caccia al Rom"

"Le reazioni del mondo politico di destra che si stanno susseguendo in queste ore, in seguito alla notizia dello stupro avvenuto ai danni di una ragazzina 14enne nel parco della Caffarella a Roma, altro non sono che speculazioni sul dolore di una vittima indifesa, che hanno l'obiettivo di scatenare nei cittadini italiani offensive violentissime di stampo xenofobo e razzista ai danni del popolo rom, da sempre pacifico". E' la dichiarazione di Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale per i diritti umani. Secondo le ricostruzioni - ancora confuse - della ragazzina e del suo fidanzatino, immobilizzato e picchiato mentre si consumava la violenza sessuale, gli aggressori sarebbero stati due, avrebbero avuto un forte accento dell'Est europeo e sarebbero stati armati di pistole e ben vestiti. "Quest'ultimo particolare," sottolineano i leader del Gruppo "più di tutti mette in forte dubbio il fatto che fossero di etnia Rom, in quanto i Rom della zona vivono in condizioni di igiene e povertà tragiche: senza acqua corrente, vestiti di stracci e soprattutto impossibilitati a entrare in possesso armi da fuoco, visto che la questua non consente loro di procurarsi ormai nemmeno un pezzo di pane per sfamarsi". EveryOne ricorda inoltre che finora mai nessun Rom è stato incriminato per un reato di stupro: Romulus Mailat - "Condannato peraltro in base alla testimonianza di una donna sofferente di gravi turbe psichiche," ricorda EveryOne - era infatti un romeno-tedesco di etnia bunjas e i due presunti stupratori di Guidonia sono romeni, non Rom. "E' comunque incivile e in contrasto con le più elementari norme di diritti umani, attribuire il crimine di singoli a un intero popolo. Durante il nazismo, le SS inscenarono terribili delitti facendone ricadere la colpa sugli ebrei ed è possibile che i movimenti razzisti facciano lo stesso, oggi, contro i Rom, approfittando del clima di odio razziale che imperversa a Roma e in Italia. Esistono motivi fondati per temere, soprattutto a Roma, azioni di tale genere. Abbiamo preventivamente avvertito l'eurodeputata ungherese di origine rom Viktoria Mohacsì e i membri della Commissione europea affinché vigilino sin da subito sull'operato delle Istituzioni e delle autorità italiane, che in queste ore fanno a gara nel diffondere dichiarazioni xenofobe irresponsabili. E' necessario," continuano Malini, Pegoraro e Picciau "che l'Unione europea si renda conto di come il governo italiano e i politici più intolleranti, a partire da Storace e Alemanno, stiano strumentalizzando l'intera vicenda per creare un pretesto di pulizia etnica, con sgomberi simili a pogrom e la messa in strada di decine di innocenti, tra cui molti bambini e malati gravi, senza risorse per sopravvivere". Il Gruppo EveryOne segnala inoltre un altro tragico evento, contemporaneo agli stupri, ma trascurato dai media: "La sera del 14 febbraio le autorità romane hanno rinvenuto all'interno di una baracca distrutta dalle fiamme il cadavere carbonizzato di un senzatetto, probabilmente Rom," affermano i leader di EveryOne. "La macabra scoperta è stata fatta dai vigili del fuoco in via Filippo Tommaso Marinetti, fra Acqua Acetosa Ostiense e Laurentino. Questa tragedia, però, non ha ottenuto spazio sulle prime pagine dei quotidiani né all'interno dei telegiornali, così come sono costantemente ignorate le innumerevoli violenze - anche sessuali - perpetrate da intolleranti sulle ragazze e le donne di etnia Rom, che dopo gli sgomberi e gli arresti dei loro compagni rimangono in mezzo alla strada, esposte a pericoli di ogni genere".


Pisa. Emergenza famiglie Rom sfollate dal campo delle Bocchette

Lettera al Presidente della Regione Toscana Claudio Martini e alle autorità di Pisa, San Giuliano Terme e comuni limitrofi

Bruxelles, 12 febbraio 2009

In data odierna il Gruppo EveryOne ha comunicato alla Commissione del Parlamento europeo la situazione umanitaria in cui si trovano le famiglie Rom Romene sfollate dal campo di via Bocchette (Pisa), colpito da nubifragio il 6 febbraio. Stiamo elaborando inoltre un dossier, sempre riguardo a tali famiglie, che presenteremo alle Istituzioni dell'Unione europea e al Cerd (Comitato anti-discriminazione delle Nazioni Unite) chiedendo un intervento a favore delle 56 persone - fra cui 17 minori - che si trovano in tale emergenza. Contemporaneamente, chiediamo alle autorità di Pisa di attuare con urgenza piani di sostegno e assistenza a tali famiglie, in modo che possano rimanere unite e affrontare il futuro in condizioni umane, senza ulteriori drammi, ma sostenute dalla solidarietà che da sempre contraddistingue Pisa e da concreti progetti di inclusione. Viviamo in un'epoca difficile, in cui i Diritti Umani spesso sono sacrificati all'intolleranza, ma è necessario presentare all'Unione europea anche aspetti di un'Italia che non accetta la deriva razzista, ma è ancora ispirata da sentimenti di fratellanza e antirazzismo. Ecco perché il nostro gruppo pone la comunità Rom Romena di Pisa al centro - insieme ad altre comunità Rom - dell'Osservatorio internazionale recentemente avviato insieme alla Commissione europea e alle principali associazioni per i diritti del popolo Rom nell'Unione e sostiene con impegno le istanze di tutela della minoranza Rom che vive a Pisa, condotte da Agostino Rota Martir e dalle associazioni umanitarie e antirazziste della città e della Regione Toscana, istanze sintetizzate nella lettera che segue, inviata alle Istituzioni di Pisa e comuni limitrofi, nonché alla Provincia di Pisa e alla Regione Toscana. In attesa di un contatto da parte delle Istituzioni e di un eventuale incontro diretto a risolvere l'emergenza secondo i principi della Dichiarazione universale dei Diritti Umani e delle leggi europee che proteggono la minoranza Rom, porgiamo i più cordiali saluti. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Glenys Robinson, Steed Gamero, Giancarlo Ranaldi, Nico Grancea, Fabio Patronelli - Gruppo EveryOne

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All’attenzione del Prefetto e del Questore di Pisa

p.c. al Sindaco del Comune di Pisa
al Sindaco del Comune di San Giuliano terme

al Sindaco del Comune di Vecchiano

al Sindaco del Comune di Crespina

al Sindaco del Comune di Vicopisano

al Sindaco del Comune di San Miniato

al Sindaco del Comune di Cascina

alla Società della salute di Pisa

alla Provincia di Pisa

alla Regione Toscana


Pisa, 10 febbraio 2009

Con la presente informiamo le Istituzioni indicate sopra riguardo alla drammatica situazione che stiamo vivendo.
Venerdì 6 febbraio il campo delle Bocchette, dove vivevamo, è stato travolto dal nubifragio: fango e acqua hanno devastato le nostre abitazioni e travolto la nostra roba. Di fronte all’impossibilità di trovare un’altra soluzione e di fronte alla necessità assoluta i sfollare dal campo delle Bocchette, abbiamo cercato riparo presso l’asilo dismesso di via Puccini a Ghezzano.
Siamo 16 famiglie, in tutto 56 persone, di cui 17 minori (12 in età scolare, 7 scolarizzati), 1 donna incinta del primo figlio all’ottavo mese di gravidanza, 1 donna gravemente malata. Quasi tutti gli uomini lavorano nei vari comuni del territorio, tra Pisa, San Giuliano, Migliarino Pisano, Cenaia, Caprona, San Miniato e Cascina.
Non vogliamo ne’ possiamo tornare nel campo delle Bocchette.
Chiediamo che sia data una risposta temporanea di assistenza umanitaria in attesa che un tavolo organizzato tra i vari Comuni del territorio riesca ad avviare un percorso reale non di assistenzialismo ma di integrazione.

Le famiglie dell’asilo di via Puccini
Le associazioni locali

Il Gruppo EveryOne


Nella foto, Claudio Martini


Insulti razzisti contro Mario Balotelli

Milano, 11 febbraio 2009. Nel forum in cui si incontrano in rete i razzisti dei movimenti neonazisti Stormfront e White Pride (www.stormfront.org) appaiono da qualche tempo ingiurie razziste rivolte al giovane calciatore dell'Inter Mario Balotelli. Il 20 gennaio scorso è stato postato nel forum un fotomontaggio in cui si vede il campione di origine ghanese in compagnia della velina Costanza Caracciolo. "Il disgusto che mi provoca quella orrenda visione è genuino," scrive uno dei frequentatori del forum, "mi vengono i conati quando si vede un negro abbracciato ad una bianca". Le manifestazioni di intolleranza razziale, però, non si fermano ai siti neonazisti, perché anche in NNTP Newsgroup Gateway (http://www.nntp.it/newsgroups-sport-calcio/) e in altri blog si leggono commenti razzisti rivolti al giovane attaccante interista: "Se ha la pelle negra non può essere italiano..." oppure "un negro in nazionale è la fine del calcio italiano".

Il Gruppo EveryOne, che nei prossimi giorni consegnerà alla società sportiva Scavolini di Pesaro una lettera di encomio da parte della Commissione del Parlamento europeo per le sue iniziative contro il razzismo, chiede a gran voce che Balotelli sia sostenuto sia da parte dell'Inter che delle Nazionali: "E' importante che gli allenatori di Balotelli, Mourinho e il ct della nazionale under 21 Casiraghi, creino un ambiente sereno intorno al ragazzo," affermano i leader dell'organizzazione per i Diritti Umani Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "e non gli rivolgano solo critiche, anche pesanti, attraverso i media, perché tali critiche vengono poi strumentalizzate dagli intolleranti". Lo scorso anno, nel corso di un'intervista a Sport Week, Balotelli disse: "Il razzismo? Ce n'è in Italia e ce n'è nel calcio. Ho visto quello che è successo ad Abba, il ragazzo che hanno ammazzato di botte a Milano. Fosse stato un bianco, non l'avrebbero ucciso a calci e pugni. Io mi definisco un nero italiano, sono orgoglioso della mia pelle e se incrocio un nero che non conosco, istintivamente lo saluto. Se è bianco, no".
"E' triste constatare che un giovane talento come Balotelli sia costretto a vivere in un'atmosfera di ostilità e odio razziale," proseguono gli attivisti, "ed è fondamentale che sia protetto, perché le sue parole di orgoglio e denuncia fanno capire chiaramente che il ragazzo non è solo un talento sportivo, ma anche un giovane pieno di coraggio e dignità , esempio di impegno contro l'intolleranza per le nuove generazioni, che spesso, a causa di tanti cattivi maestri, non ricevono alcuna educazione alla tolleranza razziale e alla fratellanza fra i popoli. Il nostro Gruppo ha proposto al Cerd - il Comitato antirazzismo delle Nazioni unite - e alla Commissione Ue che Mario Balotelli sia nominato Ambasciatore contro il razzismo, come i campioni Rio Ferdinand, inglese, e Banel Nicolita, Rom romeno".


L'Italia autorizza con decreto legge il razzismo, la delazione e la persecuzione etnica

del Gruppo EveryOne

Le Istituzioni italiane approvano con decreto legge le ronde anti-Rom e anti-stranieri, la schedatura dei senzatetto e i campi-ghetto. Il pacchetto sicurezza invita i medici a denunciare i migranti "irregolari". Intanto dieci profughi tunisini condannati alla deportazione tentano il suicidio a Lampedusa. Gruppo EveryOne: "Le Ronde padane sono l'equivalente delle Camicie nere e sono finalizzate alla persecuzione razziale. L'ideologia di estrema destra ispirata all'odio razziale trionfa, mentre stupisce l'inconsistenza delle proteste dei partiti democratici, di fronte a simili iniquità. Non si tratta più di politica, ma di un orrore senza fine che colpisce soprattutto le donne, i bambini e i deboli. E' necessario un intervento urgente e deciso da parte delle Istituzioni internazionali"

Roma, 9 febbraio 2009

Le politiche e le azioni razziste e xenofobe si affermano in Italia a tutti i livelli e vi è da sottolineare come le Istituzioni italiane ignorino ormai ogni normativa internazionale contro le discriminazioni e per i Diritti Umani, quando emanano leggi, decreti od ordinanze. Venerdì 6 febbraio 2009 il Senato italiano ha approvato il nuovo decreto legge detto "pacchetto sicurezza". Si tratta di un insieme di provvedimenti discriminatori e persecutori, che colpiscono Rom, migranti e senzatetto. Dopo le proteste levatesi in tutto il mondo contro la schedatura dei Rom iniziata lo scorso anno dietro proposta del ministro Maroni, membro del partito anti-immigrazione Lega Nord, lo stesso provvedimento riparte sotto una forma diversa. Il pacchetto sicurezza prevede infatti la schedatura di tutti i cittadini senza fissa dimora, con indicazione della loro etnia. L'archivio dei senza tetto sarà istituito presso il Ministero dell'Interno e secondo fonti attendibili prevederà anche il rilievo delle impronte digitali e forse del DNA. Si ricorda che il partito nazista istituì, negli anni delle leggi razziali, un registro degli asociali, che comprendeva senzatetto e Rom. Il pacchetto autorizza inoltre le "Ronde padane". Come le Croci Frecciate in Ungheria, le Camicie Brune in Germania e le Camicie Nere in Italia, si tratta di milizie volontarie legittimate ad affiancare le forze dell'ordine nelle operazioni di ricerca e segnalazione di persone considerate un problema per la sicurezza. Quando ancora non erano autorizzate, le Ronde padane si resero protagoniste di azioni violente contro Rom e migranti, fra cui il rogo dell'insediamento Rom di Opera (Milano) nel 2007. Nate ufficialmente nel 1990, le Ronde padane seguono la filosofia rappresentata dallo slogan coniato dal leghista Mario Borghezio: "Bastoni contro l'immigrazione". Tre anni dopo l'ideologo delle Ronde Miglio affermò che "Il linciaggio è la forma di giustizia più alta". Le associazioni per i diritti di Rom e migranti hanno ricevuto decine di segnalazioni di abusi compiuti dalle Ronde. Spesso tali Ronde sono imitate da gruppi di razzisti - fra cui il GAPE, in Toscana - che si sono resi protagonisti di attentati nei quali hanno orrendamente perso la vita cittadini Rom: ricordiamo il rogo di Livorno in cui bruciarono vivi quattro bambini piccoli. Dopo l'annuncio dell'approvazione del decreto legge partiti e gruppi intolleranti hanno iniziato a reclutare membri. E' concreto il pericolo che i 176.000 razzisti italiani violenti attivi con slogan e proclami contro i Rom su Facebook - solo una parte del movimento intollerante e neonazista italiano - affluiscano nelle Ronde per dare vita a purghe etniche "autorizzate". Di fronte alle accuse delle vittime, i miliziani avranno copertura istituzionale e le loro testimonianze saranno equiparate a quelle di "pubblici ufficiali". Il decreto cancella la norma per cui un medico non deve denunciare il migrante che riceve prestazioni sanitarie e chiede alle strutture sanitarie di denunciare i cittadini stranieri "irregolari", in violazione del giuramento di Ippocrate. Il rinnovo del permesso di soggiorno costerà fino a 200 euro: una cifra assolutamente spropositata che colpirà migranti già discriminati e spesso ridotti in schiavitù dal potere che la legge italiana assegna ai loro datori di lavoro. Mentre il Senato approvava il pacchetto xenofobo, a Lampedusa un gruppo di profughi tunisini condannati alla deportazione ha tentato il suicidio, impiccandosi con i propri indumenti. Per quanto riguarda la gestione degli insediamenti Rom, Milano ha ufficializzato il nuovo "Patto di socialità" che trasforma ogni campo in un vero e proprio ghetto chiuso e controllato 24 ore su 24 dalla polizia, nel quale i cittadini Rom sono privati di qualsiasi diritto. Il vicesindaco De Corato, dopo aver confermato con compiacimento la responsabilità delle Istituzioni milanesi nella tragedia umanitaria dello "sgombero di più di 100 insediamenti, anche di grosse dimensioni", annuncia per il 2009 "l'abbattimento delle case abusive e degli insediamenti in area privata" e "regole più ferree" contro la comunità Rom. Va sottolineato che nella sola città di Milano si sono verificate centinaia di episodi di violenza contro le donne di etnia Rom, spesso gettate in mezzo alla strada da sole o con bambini piccoli in seguito alle operazioni di sgombero, mentre gli uomini che avrebbero potuto proteggerle venivano condotti nelle questure per il controllo dei documenti e altri accertamenti. "Chiediamo alle Istituzioni dell'Unione europea e delle Nazioni Unite, alle nazioni democratiche, alle organizzazioni per i Diritti Umani di affiancarci nella campagna contro la persecuzione dei Rom e dei migranti in Italia," affermano con preoccupazione Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne. "Dopo la purga etnica che ha annientato o costretto a fuggire la maggior parte della comunità Rom in Italia, dopo le innumerevoli violazioni dei diritti umani e tragiche violenze, ora l'Italia riporta l'Unione europea ai tempi delle Camicie brune, dei ghetti e del collaborazionismo. E' necessario assumersi precise responsabilità e intervenire con decisione, per evitare che queste politiche intolleranti e incivili possano diffondersi sotto forma di ideologie e contagiare altri Paesi dell'Unione. Il recente passato ci insegna che Risoluzioni e ammonimenti non hanno efficacia, mentre le Direttive sono costantemente aggirate o disattese, impunemente. L'inerzia è pericolosa e la presenza di leader razzisti e xenofobi nello stesso Parlamento europeo (addirittura nella Commissione Libertà Civili), oltre al riaffiorare di ideologie antisemite e intolleranti è sintomatica di un fenomeno che desta angoscia e presenta di fronte al progetto di un'Europa dei Diritti Umani i più oscuri fantasmi".


Il caso del "tentato rapimento di Ponticelli": una sentenza già scritta

di Miguel Mora - El Pais, 1 febbraio 2009

Nel maggio del 2008 Angelica V., una sedicenne rumena, è finita in carcere a Napoli con un’accusa molto grave: tentato rapimento di una neonata. Il 13 gennaio un giudice del tribunale per i minorenni di Napoli ha condannato la ragazza a tre anni e otto mesi di carcere. È la prima condanna del genere contro un rom in Italia. Il suo avvocato presenterà ricorso, ma non si fa illusioni. “Il processo è stato parziale, l’appello lo sarà altrettanto”, dice Cristian Valle. “I diritti umani di Angelica sono stati violati”. Da otto mesi Angelica è rinchiusa nel carcere minorile di Nisida, anche se si dichiara innocente ed è stata condannata solo sulla base della testimonianza della madre della bambina. In prigione tutte le detenute sono rom come lei. Il caso di Angelica è insolito per l’Italia, dove la certezza della pena non è poi così certa e la giustizia è molto lenta. Come mi ha detto Salvatore, un tassista romano, “qui le regole valgono solo per i più deboli”. E Angelica V. è una di loro. Anche se è europea a pieno titolo, non ha la carta d’identità, è giovane, è donna, è zingara e non ha studiato. Come se non bastasse, ha avuto la sfortuna di trovarsi a Napoli quando il governo Berlusconi ha inaugurato la sua politica del pugno di ferro. Il presidente del consiglio aveva appena nominato come ministro dell’interno Roberto Maroni, della Lega nord, il cui obiettivo dichiarato era restituire le strade agli italiani e ristabilire un senso di sicurezza. Maroni aveva le idee chiare e un solo nemico in mente. Non la camorra, la ’ndrangheta o Cosa nostra. Ma i rom.

Una violenza inaudita

La storia di Angelica V. è legata ai pogrom di Ponticelli, immagini che hanno fatto il giro del mondo. Dopo l’allarme lanciato da una donna per il tentato rapimento di sua iglia, gruppi di giovani in motorino si sono fatti giustizia da soli dando fuoco agli accampamenti rom del quartiere. “La reazione è stata di una violenza inaudita”, ricorda il giornalista del Corriere della Sera Marco Imarisio, che ha raccontato i fatti di quei giorni nel libro I giorni della vergogna. Cronaca di una emergenza infinita (L’Ancora del Mediterraneo 2008). Alcuni hanno cercato di descrivere gli attacchi come una rivolta popolare contro i rom, una battaglia spontanea tra poveri. Ma a Napoli tutti sanno che è stato “un fatto di camorra”. Imarisio racconta che “per lasciarli vivere a Ponticelli, il clan che controlla il quartiere riscuoteva cinquanta euro a baracca. Lo ha fatto per anni. A un certo punto, però, ha smesso e ha cominciato a dare fuoco agli insediamenti. La gente del quartiere non voleva i rom. Il presunto tentativo di rapimento è stata una scusa per cacciarli”. Negli ultimi mesi si è scoperto che dietro gli attacchi di Ponticelli si nasconde un intreccio di degrado, povertà, razzismo, demagogia, criminalità organizzata e speculazione edilizia. Il punto fondamentale è che i terreni dove sorgevano gli accampamenti illegali bruciati a maggio del 2008 dovranno ospitare il Palaponticelli, un grande progetto urbanistico dichiarato di interesse pubblico nel giugno del 2007 dalla giunta del sindaco Rosa Russo Iervolino (del Partito democratico). Questo progetto faraonico si estende su 85mila metri quadri e comprende un padiglione polivalente, una sala concerti, un centro commerciale con un parcheggio per tremila auto e una piazza. Il costo previsto è di 200 milioni di euro, a carico della società promotrice. È prevista inoltre la creazione di mille posti di lavoro. Andrea Santoro, un consigliere comunale di Alleanza nazionale, ha denunciato pubblicamente l’operazione come “una delle più grosse speculazioni edilizie e commerciali che abbia mai colpito la città di Napoli”. Il consigliere fa notare che la società promotrice del progetto, la Palaponticelli srl, è protetta da un sistema di scatole cinesi. La società è infatti proprietà di Armonia, un’azienda di Reggio Emilia amministrata da Marilù Faraone Mennella e Silvio De Simone. La società emiliana è a sua volta di proprietà della romana Dm che, spiega Santoro, “fa capo a società lussemburghesi, anonime, soggette a una giurisdizione che rende impossibile risalire ai soci”. Le accuse di Santoro sono cadute nel nulla e il 30 gennaio 2009 la giunta comunale di Napoli ha approvato in via deinitiva il progetto. Il luogo scelto per il Palaponticelli, come si legge nella delibera della giunta del 2007, era in “condizioni di abbandono e degrado”. Un anno dopo il comune ha risolto il problema senza pagare un euro e senza dover trovare una nuova sistemazione a nessuno. “I rom sono scappati, sono andati nei centri di accoglienza o sono tornati nei loro paesi”, spiega Roberto Malini, fondatore dell’ong EveryOne. Il giorno dell’esodo dei rom Patrizio Gragnano, un consigliere di Rifondazione comunista, ha attaccato la destra e il Partito democratico. “Hanno continuato a seminare odio tra la gente e a cavalcare l’esasperazione popolare”, ha dichiarato alla Repubblica. Nello stesso articolo si legge: “Nell’area in cui sorgeva uno dei campi bruciati è prevista la costruzione del Palaponticelli, struttura da 12mila posti per concerti. Lo sgombero dei rom, lì, era nei programmi da tempo”. La donna che ha accusato Angelica è Flora Martinelli, 28 anni, figlia di Ciro Martinelli, conosciuto dai carabinieri di Napoli come ’O Cardinale o ’O Vescovo. Martinelli è un collaboratore dei Sarno, il clan camorrista che regna su Ponticelli ed è noto per l’abilità nell’aggiudicarsi gli appalti pubblici. Martinelli è stato condannato nel 1999 per associazione a delinquere. Anche sua figlia è stata arrestata nel 2004 per un reato minore: falso ideologico e falsificazione di documenti. Angelica era arrivata in Italia dalla Romania da poco e stava sempre con il suo ragazzo. I rom di Ponticelli quasi non la conoscevano. I due vivevano appartati, tiravano avanti rubando, chiedendo l’elemosina e facendo delle commissioni per chi capitava. Ma Angelica non era particolarmente scaltra nei furti. Nell’aprile del 2008 è stata afidata alla comunità di Monte di Procida, una delle tante case famiglia che si trovano in Italia, dove l’assistenza è affidata ai privati e quasi sempre alla chiesa cattolica. Pochi giorni dopo è riuscita a scappare ed è tornata a Ponticelli. Domenica 11 maggio, alle nove e mezzo di sera, è salita al secondo piano di una casa e ha cercato di portarsi via una bambina. La madre l’ha colta sul fatto. Settanta persone hanno cercato di linciarla. La polizia l’ha salvata. È finita in carcere il 13 maggio. La sera dell’11 erano già cominciate le ritorsioni. La prima vittima è stato un rumeno, ma non di etnia rom. Aveva una casa, non viveva in un accampamento, e faceva l’operaio. In venti l’hanno aggredito con calci e pugni, e l’hanno accoltellato alla schiena. Poi sono arrivati gli incendi e le sassaiole. Nessuno è stato risparmiato, neanche le donne, i bambini o i ragazzi. A capo di tutto c’erano i Sarno. In quarantott’ore tutti i rom erano fuggiti da Ponticelli perché la polizia non era in grado di garantire la loro sicurezza. Si sono lasciati alle spalle i vestiti, tutte le loro cose e cinque cani. Nessuno è stato arrestato per le violenze. Questa è la versione dei fatti che la stampa ha raccontato in quei giorni. Convincente, ma incompleta. Secondo il giornalista Marco Imarisio e l’avvocato di Angelica, le cose sono andate diversamente. Imarisio sostiene che non c’è stato nessun rapimento. “Anche la polizia crede che in questa storia ci sia qualcosa di strano”, scrive. “E fin dall’inizio ha sollevato dei dubbi sulla versione ufficiale, costruita sulla base del racconto della madre della bambina e dei suoi familiari”. Nel suo rapporto la polizia ha messo in dubbio la “verosimiglianza” degli eventi dell’11 maggio 2008. “I cellulari dei Martinelli sono stati tenuti sotto controllo per due mesi”, spiega Imarisio, “per sentire se nelle loro telefonate parlassero di quella che agli investigatori sembrava una messinscena o una versione esagerata degli eventi”. ’O Cardinale avrebbe bloccato la ragazza sulla soglia di casa. “È un personaggio molto noto, un uomo rispettato. È difficile immaginare che qualcuno vada a rubare a casa sua, tanto meno a rapire sua nipote”. Angelica era già stata in quella casa, raccontano i vicini, “almeno tre o quattro volte”. “Probabilmente anche di più”, sostengono gli investigatori. “Ci ha raccontato che ci andava perché le davano dei vestiti”.

Una versione poco credibile

Flora Martinelli ha dichiarato alla polizia che Angelica è entrata forzando la porta e si è portata via la bambina. Durante il processo ha cambiato versione e ha detto che la porta era aperta. La tesi della polizia è che Angelica sia entrata con il permesso della famiglia e che la madre abbia lasciato la bambina in salotto mentre andava in camera sua a cercare qualcosa: in quel momento forse Angelica ha deciso di rubare qualcosa e Flora l’ha vista. Secondo la donna, la ragazza stava uscendo di casa con la bambina in braccio. Ma la polizia e l’avvocato considerano inverosimile questa versione dei fatti: la distanza tra il salotto e la porta di casa è molto breve, e Angelica avrebbe fatto in tempo a scappare prima del ritorno della Martinelli. Il nonno ha sentito le urla ed è salito. Ha bloccato la zingara sulle scale, ma poi misteriosamente l’ha lasciata fuggire. Poi l’ha inseguita per cinquecento metri fino a quando non l’ha raggiunta. Durante il processo ’O Cardinale e i suoi vicini hanno detto di non aver visto Angelica con la bambina in braccio. L’ha vista solo la mamma, ma è stato sufficiente per la giudice Cirillo: il 13 gennaio il tribunale per i minorenni di Napoli ha condannato Angelica V. a tre anni e otto mesi di carcere con l’aggravante della minorata difesa, visto che la madre della bambina era in un’altra stanza. “Ho l’impressione che si stia condannando un’innocente”, ha detto Enzo Esposito, segretario dell’Opera nomadi di Napoli. L’avvocato Valle ha la stessa sensazione: “Non è stato un processo imparziale. Tutte le domande della difesa sono state considerate irrilevanti. E gli atti del processo non sono stati tradotti come stabilisce la legge nel caso in cui l’accusato non capisca l’italiano. L’unica prova alla base della condanna è la testimonianza della madre della bambina. Secondo il pubblico ministero e la giudice, la Martinelli non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la ragazza se le cose non fossero andate davvero così. Tra una mamma napoletana, figlia di un uomo rispettato, e una zingara ladra a chi dovremmo credere?”. Dopo la sentenza il gruppo di avvocati di Soccorso legale, a cui appartiene anche Cristian Valle, ha emesso un comunicato: “Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, perfino l’ammissione al gratuito patrocinio. L’apparato giudiziario ha scatenato la sua offensiva contro una ragazzina rom, sola e in difficoltà, accanendosi in una smania di punizione alimentata dal più vergognoso razzismo e dalla dilagante ideologia securitaria di stampo fascista”. Angelica era condannata a essere condannata. Forse aveva la vocazione del capro espiatorio. Prima dell’11 maggio gli abitanti del quartiere si erano incontrati più volte per studiare il modo di cacciare i rom. Gli abitanti delle case popolari costruite negli anni sessanta nella periferia est di Napoli, ricorda Imarisio, avrebbero fondato non meno di cinque comitati civici per sgomberare gli accampamenti. L’unico a difendere gli zingari è stato il parroco di Ponticelli, che dopo il pogrom ha dichiarato: “Qui c’è un intreccio perverso, qualcosa di più della mafia”. Si riferiva al Palaponticelli e alla compattezza con cui i politici e i mezzi d’informazione italiani hanno seminato l’odio contro i rom. A Napoli questa campagna di criminalizzazione è stata guidata dal centrosinistra, come dimostra un manifesto del Pd locale con la scritta: “Via gli accampamenti rom da Ponticelli”. I rom vivevano lì da quindici anni e il comune non si è mai preoccupato di integrarli. Il quartiere è un luogo degradato e abbandonato, dove l’unica legge è quella della camorra. Nella primavera del 2008, inoltre, Ponticelli stava vivendo un’altra emergenza: quella dei riiuti. Gli abitanti della zona aspettavano da anni il messaggio di Berlusconi e Maroni: più sicurezza, più stato, via i rom. Aspettavano una pioggia di miliardi che tardava ad arrivare e che avrebbe dovuto cambiare il volto di quella periferia. C’è poi un altro elemento da tenere in considerazione: la camorra. Il clan dei Sarno è noto per l’abilità con cui si muove sullo scivoloso terreno degli appalti pubblici, un mondo che in parte è crollato qualche settimana fa con l’arresto di Alfredo Romeo, un imprenditore vicino al Partito democratico. Tra i giovani che hanno guidato gli assalti contro i campi nomadi c’era anche un parente del “sindaco” di Ponticelli, Ciro Sarno, che continua a esercitare il suo potere dal carcere. Il 21 febbraio 2008 la giunta comunale aveva modiicato e dato forma definitiva al piano di recupero urbano di Ponticelli (Prup). Secondo la stampa locale, era stata introdotta una clausola importante: se i cantieri non fossero stati avviati prima del 4 agosto, i finanziamenti ministeriali sarebbero andati in fumo. Quindi c’era fretta. Il giorno in cui Angelica è entrata in carcere la dirigente del servizio infrastrutture, studi e progettazione del comune di Napoli, Elena Camerlingo, ha mandato dei tecnici per cominciare i sopralluoghi per il progetto del Palaponticelli. Poche settimane dopo, il ministro Maroni ha annunciato un censimento di tutti i rom in Italia, bambini compresi. A luglio trenta famiglie di zingari hanno avuto il coraggio di tornare in via Argine. Non hanno avuto il tempo di sistemarsi che qualcuno ha dato fuoco ai terreni su cui si erano accampati. Forse Angelica ha davvero cercato di rubare la bambina ma è difficile da credere. Secondo lo studio La zingara rapitrice, realizzato dall’università di Verona per la fondazione Migrantes, il cento per cento delle accuse di questo genere presentate in Italia dal 1986 al 2007 è risultato falso. L’avvocato Valle ricorrerà in appello. Magari la prossima volta potrà chiamare a deporre, oltre al silenzioso ’O Cardinale, anche i leader politici locali, i membri della famiglia Sarno e i rappresentanti del governo che soffiano sul fuoco della xenofobia e continuano a tollerare che si ripetano storie come questa.

Traduzione: “Internazionale”, n. 781


I patti di legalità e i regolamenti dei ghetti polacchi

Milano, 4 febbraio 2009. Dopo essere stati oggetto di espulsioni indiscriminate, aggressioni, campagne mediatiche di impronta razziale. Dopo essere stati sottoposti a tali e tante privazioni che la loro speranza media di vita è scesa sotto i 40 anni, contro gli 80 degli altri cittadini, ora i Rom di Milano vivranno in campi-ghetto in cui le condizioni di vita non miglioreranno, ma finirà qualsiasi idea di libertà o dignità. "Non siamo più esseri umani, ma topi," mi ha detto fra le lacrime una romnì di viale Triboniano. "Ma cosa dovremmo fare? Se protestiamo, ci mettono in mezzo alla strada. Mio marito e i miei figli, sapeste cosa hanno passato! Almeno ci lasciano vivere e per noi zingari è già tanto, qui a Milano". Passa una volante e la donna corre a nascondersi dietro una cesta di biancheria, piegandosi tutta tremante, come una contorsionista. Non illudiamoci: i Patti di legalità sono identici ai regolamenti nel ghetto di Varsavia o di Lodz. I numeri parlano chiaro: la lunghezza della vita dei Rom nei campi-ghetto di Milano e la terribile mortalità dei loro bambini è la stessa di allora, in quei luoghi. Il caro Piero Terracina, che è venuto insieme a noi, in alcuni campi, ha detto recentemente (e dicendolo piangeva), abbracciando due bambini Rom: "Bambini miei... bambini miei... vi hanno ridotti come noi ebrei, tanti anni fa". Fino a quando ci gireremo dall'altra parte, passando davanti agli "insediamenti autorizzati", facendo finta di non vedere ciò che è evidente? Fino a quando eviteremo di parlare, finanche durante le Giornate della Memoria, di una disumanità che si ripete? Qui sotto, un articolo da Il Giornale in cui è riassunto il nuovo Patto di legalità. Roberto Malini

Campi nomadi. Stretta sulle regole: coprifuoco alle 22 e affitto per i Rom

Il prefetto ha firmato il regolamento: un euro al giorno di canone, supermulte
per chi sgarra

di Chiara Campo- Il Giornale

Campi Rom, si cambia. Scattano il coprifuoco, multe da 25 a 500 euro per chi
non rispetta le regole, la tassa da un euro al giorno per mettere le
«tende», persino l’obbligo di fare la raccolta differenziata. Ieri
pomeriggio il prefetto Gian Valerio Lombardi, nella veste di commissario per
l’emergenza nomadi in Lombardia, ha dato il via libera al nuovo regolamento
messo a punto con il Comune. Dopo l’ultimo incontro con l’assessore alle
Politiche sociali Mariolina Moioli e il vicesindaco Riccardo De Corato il 14
gennaio, sono stati limati gli ultimi passaggi e ieri la firma. Undici
paginette di regole a cui dovranno sottostare gli ospiti dei dodici campi
autorizzati della città. O, meglio «aree transitorie di sosta», come recita
l’intestazione. Perché sia chiaro a tutti (e per evitare spiacevoli
fraintendimenti, il regolamento sarà tradotto anche nella lingua dei nomadi)
l’era delle roulotte per venti o trent’anni di fila è finita: la permanenza
avrà la durata massima di tre anni, non di più - proroga solo ai cittadini
italiani -, casomai meno se si sgarra al Patto di legalità e a una serie di
norme.
Tra i motivi della revoca ci sono la condanna definitiva per reati contro il
patrimonio o le persone, l’abbandono della struttura per più di un mese
senza avviso, il rifiuto per due volte a un percorso di inserimento al
lavoro proposto dal Comune, l’evasione dell’obbligo scolastico da parte dei
figli. In questi casi, la famiglia deve abbandonare il campo entro 48 ore,
ma ha lo stesso tempo per fare «ricorso». La protesta va indirizzata al
presidente del Comitato di gestione, che dura un anno e ha in carico tutte
le aree - decide accessi, revoche, allontanamenti degli ospiti - senza
ricevere compensi. È composto da un dirigente scelto dal sindaco, che
diventa presidente (in pole c’è il direttore della Casa della carità, don
Virginio Colmegna), un dirigente di Servizi sociali, Sicurezza,
Decentramento e polizia locale. Ogni anno a febbraio il Comitato invia al
sindaco un report su attività e spese sostenute e due volte l’anno fa un
sopralluogo nei campi con polizia, Asl, Arpa e vigili del fuoco.

Il controllo diretto spetta invece al gestore sociale - uno per campo - che
svolge una vera e propria attività di «portierato», una sorta di
amministratore di condominio. Per accedere i Rom e gli immigrati (solo con
permesso di soggiorno) devono mostrare il tesserino di riconoscimento, e le
assenze oltre 48 ore vengono registrate. «Rimbalzato» chi ha un reddito
familiare tale da permettersi un’abitazione diversa e chi ha già una
proprietà sul territorio nazionale. All’interno del campo, gli ospiti devono
attenersi a una serie di comportamenti: usare solo elettrodomestici a norma,
i contenitori della differenziata, non intralciare i passaggi pedonali e per
i veicoli, non lasciare incustoditi arnesi da lavoro, da cucina e quanto può
causare pericolo, non costruire verande o manufatti non autorizzati (o
verranno demoliti, a spese dei trasgressori). Entro le ore 22, stop alle
attività all’aperto che possano disturbare e fine delle visite da parte di
amici e parenti che per entrare devono farsi identificare all’ingresso
dall’operatore sociale. Vanno dichiarati anche gli animali domestici (e non
devono disturbare la quiete).
Come in un campeggio qualsiasi, i nomadi devono pagare acqua, luce e gas,
tutti i maggiorenni una quota di un euro al giorno che viene sospesa per i
giorni di assenza se vengono comunicati almeno 10 giorni prima e per quei
casi che il Comune può decidere di escludere. Gli ospiti devono risarcire
eventuali danni, anche da parte dei figli piccoli. Per chi viola le norme
scattano multe da 25 a 500 euro, somme che il Comune destinerà a un Fondo
per le spese di funzionamento e per realizzazione di opere e interventi nei
campi. Il comitato di gestione verrà istituito entro un mese, ed entro tre -
quindi entro il 31 maggio - il Comune verificherà la presenza di chi si
trova nelle aree di sosta.
«Ringrazio il prefetto, senza il suo lavoro certosino di raccordo col Comune
saremmo fermi al regolamento di 30 anni fa - afferma il vicesindaco Riccardo
De Corato -. Ora serve un grosso sforzo di vigili ma anche della polizia, e
insieme alla presenza del volontariato laico o cattolico potremo riprendere
il controllo, sfuggito da anni, dei campi Rom creati dalle giunte del
centrosinistra». Ribadita, fa eco l’assessore Moioli, «la temporaneità dei
campi e il coinvolgimento ai costi delle utenze. Ci sarà sostegno
all’inserimento e all’integrazione, ai bambini e alle donne».

Foto Steed Gamero (Triboniano)


Rapporto della Commissione europea sulla missione nei campi Rom in Italia: dura condanna alla persecuzione

Roma, 22 gennaio 2009. Il Gruppo EveryOne, anche grazie allo straordinario impegno e alla coraggiosa testimonianza dei suoi membri di etnia Rom, diffonde da alcuni anni a livello internazionale - interessando Istituzioni, organizzazioni e una vastissima rete di attivisti nell'Unione europea e in tutti i Paesi democratici - un'informazione puntuale riguardo alla persecuzione dei Rom in Italia. Abbiamo trasmesso al Parlamento, alla Commissione, al Consiglio d'Europa, al Cerd (Nazioni Unite) e ai principali organismi che tutelano i diritti delle minoranze i dati di un monitoraggio capilare e sempre aggiornato - corredato da documenti, video, fotografie e testimonianze - riguardo al triste fenomeno che interessa il nostro Paese e purtroppo tende ad esercitare una pericolosa seduzione su altri governi. Abbiamo sempre attribuito un ruolo fondamentale, riguardo all'escalation di razzismo e xenofobia, ai media e, di conseguenza, abbiamo sempre corredato i nostri dossier con una rassegna stampa/radio/tv. Lavorando insieme a organizzazioni capaci di autofinanziarsi come noi e di mantenersi al di fuori delle ideologie politiche, abbiamo collaborato alla preparazione di relazioni, testi per mozioni, risoluzioni e direttive. Alcune forze politiche e alcuni europarlamentari sono stati preziosi per ottenere risultati fondamentali, tappe miliari di un percorso che condurrà - auguriamoci presto - all'emancipazione di un popolo che conta quasi dieci milioni di individui in Europa e ha subito secoli di persecuzioni e genocidi. Insieme alle più coraggiose organizzazioni italiane e straniere che lottano per i diritti dei Rom, abbiamo creato le condizioni per innumerevoli meeting presso le Istituzioni internazionali e per le visite di ispezione in Italia da parte di due delegazioni della Commissione europea, oltre che una serie di indagini da parte di europarlamentari, funzionari delle Nazioni unite, responsabili di organizzazioni per i Diritti Umani, reporter e troupe televisive. Siamo stati costretti alcune volte a scontrarci, anche duramente, con personalità politiche di primo piano, per evitare che elementi di estrema destra o di forze politiche xenofobe potessero inquinare gli esiti delle indagini da parte delle delegazioni. Il 18 e 19 settembre 2008 dapprima abbiamo ottenuto il cambiamento dell'itinerario previsto per l'indagine Ue nei campi Rom, inserendo insediamenti esemplari della persecuzione, quindi abbiamo protestato ufficialmente, ottenendo ampio spazio sui media in Italia e nei Paesi Ue, contro la presenza di europarlamentari xenofobi nella delegazione che avrebbe effettuato le ispezioni. Siamo stati espulsi da Palazzo Madama in seguito a una decisione della delegazione Ue (infarcita di euroodeputati di estrema destra e sovrabbondante di italiani) che non aveva precedenti in alcun Paese democratico. Ma alla fine ce l'abbiamo fatta e l'ispezione si è svolta secondo le regole di imparzialità. Il ruolo dell'europarlamentare Viktoria Mohacsi, va sottolineato, è stato determinante in ogni conquista ottenuta nell'Unione europea in relazione alle azioni a tutela dei diritti del popolo Rom. Oggi, se pure siamo costretti a lamentare la mancanza di efficacia dei provvedimenti Ue contro le Istituzioni centrali e locali italiane che attuano politiche persecutorie e razziste (politiche condotte da politici di destra e sinistra, per la verità, equamente suddivisi), accogliamo però con soddisfazione e orgoglio il Rapportt della Commissione europea sulla missione della delegazione nei campi nomadi. Qui di seguito, un articolo apparso oggi su Liberazione, che sintetizza il testo del Rapporto, che pubblicheremo a breve integralmente.

Commissione del Parlamento europeo, Rapporto sulla missione nei campi nomadi, bocciati anche i media

Ue: in Italia violenza contro i rom

Roma, 22 gennaio 2009. «Condizioni pessime nei campi Rom» dove «sono in aumento gli episodi anche violenti, amplificati dai media che drammatizzano il fenomeno esasperando la tensione sociale». E' l'esito del rapporto, approvato con 35 voti a favore e 12 contrari, della commissione Libertà pubblica del Parlamento europeo stilato in seguito alla missione degli eurodeputati a Roma dal 18 al 19 settembre scorso per verificare sul terreno la situazione nomadi.
Nella relazione è scritto che la visita ha permesso di accertare «un senso di disagio e di insicurezza nella vita quotidiana dei cittadini italiani e stranieri. Si è registrato un aumento degli episodi di xenofobia e razzismo, alcuni dei quali caratterizzati da una violenza senza precedenti».
Ce ne è anche per il sistema dell'informazione: «Permane l'allarme sociale, addotto a giustificazione del pacchetto sicurezza e delle ordinanze d'urgenza» e inoltre «la drammatizzazione del fenomeno a opera dei mezzi di comunicazione e del dibattito pubblico sembra esasperare, invece che placare, le tensioni esistenti nella società». La missione ha incontrato diversi parlamentari italiani e il ministro dell'Interno. Ha poi raccolto i pareri di varie organizzazioni non governative, della Croce rossa e dell'alto commissariato per i rifugiati Onu riguardo al fatto che «la condizione del popolo nomade è stata a lungo sottovalutata dalle autorità pubbliche, tanto da risultare oggi seriamente compromessa», afferma la relazione.
Secondo il vicepresidente della commissione Libertà, la relazione «è durissima nel denunciare le tensioni xenofobiche che si respirano in Italia e nel descrivere le pessime condizioni di accoglienza in cui sono costretti a vivere i rom». La capo delegazione di An, Roberta Angelilli, e il leghista Mario Borghezio hanno votato contro la relazione, presentando un «parere di minoranza a difesa della verità e del buon nome dell'Italia in Europa» denunciando che il testo «traccia un quadro denigratorio e non realistico della situazione in Italia e sembra mirato a esprimere un giudizio politico strumentale piuttosto che contribuire alla soluzione dei problemi».

Nella foto di Steed Gamero, da sinistra: Roberto Malini, Viktoria Mohacsi (che mostra il Premio Minerva 2009 appena ricevuto) e Dario Picciau


Rom: i nuovi "intoccabili". Appello del Gruppo EveryOne alle Istituzioni internazionali

7 gennaio 2009. Il Gruppo EveryOne ha trasmesso in data odierna a Parlamento europeo, Consiglio dell'Ue, Commissione europea, Comitato contro le discriminazioni razziali delle Nazioni Unite, Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani l'appello che riportiamo qui sotto (in lingua inglese). Assistiamo in Italia a una persecuzione su base razziale ed etnica che ci riporta ai tempi più oscuri della Storia umana, quando i Diritti dell'Uomo lasciarono il posto all'odio e all'aberrazione morale nonché politica. Alcuni Paesi membri dell'Unione, purtroppo, iniziano a imitare il cattivo esempio italiano: per un'amministrazione centrale o locale priva di scrupoli, è più semplice annientare il popolo dei Rom, facendo leva su pregiudizi e calunnie medievali, piuttosto che attuare progetti di inclusione e investire risorse tal fine. Il fatto che le condizioni dei Rom derivino da secoli di persecuzioni e stermini, poi, non importa ai nuovi razzisti, cui interessa il consenso della maggioranza e non certo la tutela delle minoranze. Abbiamo inviato il testo del messaggio alle Istituzioni internazionali, ma anche agli attivisti e agli antirazzisti italiani, convinti che ogni iniziativa possa oggi contribuire a salvare vite umane (la persecuzione produce numerose vittime ogni anno, che in inverno aumentano) e ad affermare principi d'uguaglianza e di emancipazione. "Diffondetelo e sostenetelo," abbiamo chiesto ai destinatari. Abbiamo inoltre trasmesso il testo ai giornalisti, ai caporedattori e ai direttori di quotidiani e network: purtroppo la disinformazione e la campagna di propaganda razzista condotta dai media è responsabile in gran parte dell'ondata di odio razziale che, specie negli ultimi due anni, ha travolto (e continua a travolgere) il nostro Paese, fomentando o giustificando politiche e azioni repressive assolutamente disumane. Il Gruppo EveryOne auspica che i media, nei quali operano anche persone di cultura e dotate di una certa sensibilità umana, ritrovino la strada dei diritti civili e del rispetto delle minoranze, ponendosi a volte in contrasto - se necessario - con coloro che esercitano un forte peso sull'informazione. L'organizzazione per i Diritti Umnai si augura infine che le Istituzioni internazionali abbandonino la convenienza "diplomatica" e utilizzino ogni mezzo giuridico, politico e umanitario per evitare che i valori alla base della civiltà e della democrazia vadano in cenere come accade a tante baracche abitate da famiglie Rom.

Rom, nuovi INTOCCABILI in Italia e nell'Unione europea: sono necessarie politiche urgenti ed efficaci

Alla pregiata 'attenzione di: Parlamento europeo, Consiglio dell'Unione europea, Commissione europea, Comitato per l'eliminazione delle discriminazioni razziali presso le Nazioni Unite (CERD), Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani

Roma, 7 gennaio 2009. il Gruppo EveryOne, con i suoi studiosi di chiara fama, Rom e non Rom, i suoi specialisti nella lotta alla discriminazione razziale e i suoi attivisti vi chiede ancora una volta di non sottovalutare il fenomeno del razzismo che colpisce i Rom, fenomeno presente su tutto il territorio dell'Unione, ma particolarmente grave in Italia. Attualmente, nonostante le Direttive, le Risoluzioni, gli ammonimenti, le conferenze, l'invio di delegazioni da parte della Commissione europea, nessun provvedimento, nessun progetto, nessuna vera azione di inclusione sociale è stata attuata a favore del popolo Rom. Il governo di destra ed estrema destra Italiano, purtroppo, non trova opposizione, in questo campo tanto critico, da parte della propria controparte, che a propria volta conduce - oggi localmente, ma a livello nazionale durante il Governo Prodi - politiche razziali finalizzate ad allontanare i cittadini dell'Unione europea di etnia Rom dal teritorio italiano e di rendere molto dure le condizioni di vita dei Rom di nazionalità italiana o rifugiatisi in Italia negli anni 1970 e 1990. Sgomberi senza alternative, una costante persecuzione poliziesca e giudiziaria, violenze da parte di gruppi di intolleranti, unitamente a una propaganda mediatica improntata alla diffusione di odio razziale nei confronti del popolo Rom hanno provocato un esodo drammatico di Rom dell'Unione verso altri Paesi o di ritorno in patria, un abbassamento tragico della loro speranza di vita media, numerose tragiche morti (causate da malattie, fame, freddo, indigenza, roghi e altri atti di violenza) nonché la sottrazione di centinaia di bambini Rom ai loro legittimi genitori, giustificata dalla loro impossibilità di assicurare loro "condizioni di vita decenti". Se nel 2007 circa 45 mila Rom provenienti dalla Romania vivevano in Italia dove le organizzazioni per i diritti umani avevano avviato seri programmi di integrazione e scolarizzazione, la persecuzione istituzionale ha vanificato tali programmi, scatenando una purga etnica le cui atroci direttive sono state accolte dalle amministrazioni locali, organizzate e messe in atto dalle forze dell'ordine, che hanno stimolato il collaborazionismo da parte delle cittadinanze. Le azioni poliziesche hanno caratteristiche di disumanità e brutalità, mentre nessun sostegno è offerto dai servizi sociali. Oggi restano meno di 3000 Rom romeni, in Italia, in condizioni socio-sanitarie spaventose. Anche i Rom di nazionalità italiana o provenienti dalla ex Jugoslavia - 45 mila circa in totale, dopo la fuga di molti gruppi familiari in Spagna, Francia e altre nazioni - vivono in condizioni penose nei campi. Criminalizzati, impossibilitati a svolgere lavori fissi, rifiutati dalle scuole o, in pochi casi, iscritti, ma discriminati pesantemente e regolarmente sottovalutati, sopravvivono senza speranze di emancipazione. Gli attivisti che si occupano di tutela dl popolo Rom sono regolarmente intimiditi e controllati dalle forze dell'ordine; in alcuni casi sono stati oggetto di violenza, anche grave, da parte delle stesse forze di polizia, durante sgomberi e azioni persecutorie. La percentuale di donne e uomini Rom, nele carceri, è altissima: nessuna vera tutela giuridica è loro offerta, se non formale, di fronte alla legge. L'unica fonte di sostentamento di cui dispongono, l'elemosina, è proibita in molte città da ordinanze, mentre dovunque le forze dell'ordine combattono l'accattonaggio. Giornali e TV diffondono calunnie e pregiudizi ormai fuori controllo. Sotto gli occhi quasi indifferenti dell'Unione europea i Rom divengono gli INTOCCABILI dell'Occidente, a causa del grado di intolleranza che si è affermato in Italia, che non ha precedenti se si esclude l'era delle leggi razziali e che costituisce una tentazione per altri Paesi dell'Unione: si pensi alla Spagna, dove un recente sondaggio istituzionale ha rivelato che un ragazzo su due non vorrebbe un Rom come compagno di banco; alla Francia, dove le Istituzioni locali stanno adottando il modello italiano dei controlli polizieschi ossessivi: soprattutto, alla Romania, dove la propaganda razzista italiana raggiunge i media locali, causando nuovo odio razziale contro il popolo Rom, che in Romania conta circa due milioni di individui. Non è un'esagerazione paragonare i Rom disciminati agli Intoccabili, perché di fatto non vi è più differenza fra i DALITS dell'Asia del sud e gli "zingari" in Italia. Anzi, i DALITS, gli INTOCCABILI hanno la possibilità di accedere a lavori considerati "impuri" come la pulizia delle latrine, i lavori cimiteriali e nelle stalle, il recupero di materiali dalle discariche, mentre i Rom, in Italia, sono tenuti a distanza da tutti. La Storia e l'esperienza insegnano che quando si forma una "casta" all'interno di una civiltà, si affermano contemporaneamente tanti pregiudizi che occorrono secoli per rimuoverli. Senza contare che l'esclusione e l'odio razziale causano un peggioramento delle condizioni di salute, igiene e "presentabilità" delle vittime, che agli occhi dela cittadinanza divengono automaticamente "brutte, sporche e cattive". Il nostro gruppo ritiene che in Italia il limite della civiltà sia stato ampiamente oltrepassato e che allo stato attuale delle cose sarebbero necessarie leggi precise, non suggerimenti. Per esempio - e siamo in grado di fornirvi un progetto articolato in tal senso - l'obbligo da parte degli stati di inserire nel numero di lavoratori provenienti da un Paese membro delk'Unione europea una percentuale di Rom pari alla loro consistenza etnica nel Paese di provenienza. Considerato che in Romania i Rom sono il 10%, il progetto richiederebbe all'Italia (e agli altri membri) di prevedere nelle quote di lavoratori romeni il 10% di romeni di etnia Rom. Sarebbe auspicabile applicare la stessa norma all'interno degli stessi Paesi membri. Per esempio, la Romania dovrebbe inserire un Rom ogni dieci cittadini assunti nei settori pubblici e privati. E' comunque fondamentale che l'Unione europea assuma provvedimenti efficaci e urgenti, avvalendosi della consulenza di organizzazioni come la nostra, che hanno una notevole esperienza sul campo unita alla conoscenza storica e attuale delle caratteristiche del popolo Rom. E' inaccettabile che una civiltà che fa dell'unione, dell'uguaglianza etnica e razziale, delle pari opportunità, dei Diritti Umani le proprie fondamenta, assista contemporaneamente all'affermarsi di una categoria di esseri umani senza diritti, i nuovi INTOCCABILI. Rimaniamo a disposizione per qualsiasi forma di collaborazione nei dificili procedimenti che si rendono ormai necessari per combattere le piaghe dell'odio razziale, della negazione dei diritti umani verso un intero popolo e di una cultura del pregiudizio che nasconde pericolosamente sia la vera Storia del popolo Rom in Europa, sia le necessarie istanze che devono portare in tempi brevi alla sua emancipazione e al suo corretto riconoscimento morale, giuridico, culturale e storico. Il Gruppo EveryOne

Nella foto di Steed Gamero, una madre di famiglia Rom romena, che attualmente vive in una tenda dietro alcuni cespugli, a Bologna. Lei e i suoi bambini hanno subito aggressioni, sgomberi brutali e minacce. Sono stati allontanati da ospedali e associazioni "umanitarie". Sopravvivono, come tutti i Rom in Italia, senza diritti di alcun genere, circondati dall'odio razziale.


Milano rende ufficiali i ghetti Rom

Milano, 4 gennaio 2009. Negli ultimi due anni e in particolare nel 2008 le autorità milanesi hanno braccato i Rom in ogni angolo della città. Le famiglie "scovate" dalle forze dell'ordine sono state metodicamente denunciate per occupazione abusiva di suolo pubblico o privato, resistenza a pubblico ufficiale (ai Rom basta sussurrare timidamente "scusi, agente..." per ricevere tale accusa), accattonaggio molesto ecc. Baracche, tende, rifugi di fortuna sono stati smantellati; case diroccate e fabbriche dismesse in cui si erano rifugiate decine di famiglie Rom in difficoltà sono state evacuate. I Rom controllati o fermati dalla forza pubblica sono stati regolarmente "invitati" ad andarsene da Milano e dall'Italia. Si è trattato di una purga etnica di enormi dimensioni, che decine di testimoni - oggi in Romania, Spagna, Francia, Grecia - possono testimoniare e ricostruire negli agghiaccianti dettagli. A Milano si è assistito inoltre all'attuazione di un programma di sgomberi metodico, che ha risparmiato solo quei campi abitati da Rom di nazionalità italiana o insediatisi in Italia negli anni 1970 e 1990, provenienti dalla ex Jugoslavia: insediamenti sotto gli occhi dell'Unione europea, che non avrebbe tollerato abusi tanto macroscopici. Anche in quei campi, tuttavia, la persecuzione istituzionale ha raggiunto punte fuori controllo, riducendone drasticamente la popolazione, la speranza media di vita e i diritti fondamentali della persona. I "Patti per la legalità" sono nati per reprimere un intero popolo e additarlo quale etnia asociale e sgradita agli occhi della cittadinanza, in violazione di tutte le Carte sui Diritti Umani e dell'articolo 3 della Costituzione italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Ora si assiste a nuovi abusi, all'emanazione di nuove leggi razziali, all'istituzione di scandalosi "ghetti" per i pochi Rom rimasti a Milano, perché impossibilitati a riparare altrove, non avendo alternative - specialmente se nati in Italia - o non disponendo di denaro sufficiente a rinnovare i documenti smarriti o scaduti, se cittadini Ue. L'articolo che segue, tratto da Il Giornale di oggi, 4 gennaio 2009, illustra in sintesi i nuovi provvedimenti nei confronti dei Rom.

Campi rom in affitto, il Comune detta le regole Il prefetto prepara la normativa sui nomadi. Prevede un canone per i maggiorenni e un «amministratore condominiale» E Palazzo Marino vuole il pugno di ferro: «No ai condannati, e al sindaco il potere di smantellare le basi dei criminali»

di Alberto Giannoni

Domenica 4 gennaio 2009. Un «affitto» da pagare per le aree demaniali occupate dagli insediamenti, un amministratore di campo incaricato di sbrigare le pratiche relative ai servizi, 3 anni al massimo di permanenza sul territorio cittadino. Sono queste le linee di indirizzo del regolamento sui nomadi a cui sta lavorando il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, commissario per l’emergenza rom. E il Comune è già pronto a chiedere una maggiore severità.
L’idea dell’affitto, nelle intenzioni degli amministratori milanesi è un incentivo all’integrazione e a una nuova «cittadinanza dei nomadi», con diritti e anche doveri: dovrebbe essere un euro al giorno per i maggiorenni. L’amministratore, figura inedita, servirà da collegamento fra gli abitanti del campo e le attività previste.
Il regolamento dovrà governare la presenza dei nomadi in città nei prossimi anni, e garantire entro pochi mesi gli obiettivi fissati dal ministero dell’Interno: campi regolari con servizi e condizioni igieniche minime, scolarizzazione dei minori, e ovviamente un controllo capace di assicurare decoro alla città e sicurezza alla popolazione. Lo strumento sarà pronto verso il 20 di gennaio. La prefettura ci sta lavorando in queste ore, e ha chiesto delle osservazioni di merito al Comune, che lo dovrà concretamente applicare.
Palazzo Marino chiederà una stretta sulle condizioni di permanenza dei nomadi. Il vicesindaco Riccardo De Corato, titolare delle deleghe sulla Sicurezza, ha già elaborato le sue proposte, su tre questioni. La prima concerne l’articolo 12: escludere la possibilità di permanenza nel territorio comunale a chi abbia riportato condanne penali anche in primo grado (non solo in giudicato) e anche prima dell’insediamento in città (non solo dopo).
Seconda proposta: escludere la possibilità che il campo possa ospitare gli arresti o la detenzione domiciliare di una persona sottoposta a procedimento o misure di carattere penale: «Sarebbe una presa in giro - annuncia De Corato - significherebbe tollerare un ambiente delinquenziale su cui invece non ci devono essere incertezze». Terza questione, la più importante: il potere per il sindaco, su segnalazione dello stesso prefetto o del questore, di smantellare i campi rom regolari (revocando l’autorizzazione) dove vivano però persone che abbiano commesso fatti delittuosi.
Le osservazioni saranno sottoposte al prefetto in un incontro già in programma nei prossimi giorni. E De Corato annuncia un programma di nuovi sgomberi e di demolizioni, anche di strutture abusive nei campi regolari.


Nei CIE, la Convenzione di Ginevra e le Carte dei Diritti Umani non esistono più

Roma, 29 dicembre 2008. Riproponiamo un articolo firmato da Fulvio Vassallo Paleologo, i cui contenuti sono purtroppo più che mai attuali e di drammatica urgenza. I Centri di Identificazione ed Espulsione, militarizzati e blindati nei confronti dell'opinione pubblica, delle organizzazioni per i diritti umani e dei media, sono luoghi in cui vengono imprigionati e sottoposti a trattamenti inumani e degradanti - in attesa di espulsioni indiscriminate - migranti che in molti casi avrebbero diritto allo status di rifugiati e all'asilo nel nostro Paese e che in tutti i casi sono protetti dalla Convenzione di Ginevra e dalle leggi contro la discriminazione. Considerata la mancanza di un'opposizione rispettosa dei diritti delle minoranze, in Italia, come dimostrato dal precedente governo e dalle sue politiche xenofobe, è necessaria l'istituzione di comitati internazionali di controllo dei CIE, delle carceri, delle comunità di accoglienza per minori, migranti e persone indigenti: luoghi in cui le violazioni dell'autorità nei confronti dell'internato sono ormai la regola, vigendo una pericolosa "legge del più forte" che rischia di affermarsi e di venire esportata - insieme all'atroce xenofobia "made in Italy" - in altri Paesi Ue, con conseguenze letali per la democrazia e le civiltà del continente. R.M.

CIE, i nuovi centri di Identificazione ed espulsione

di Fulvio Vassallo Paleologo (www.terrelibere.org)

I vecchi CPT diventano CIE (Centri di Identificazione ed espulsione), dove vengono rinchiusi sia gli immigrati irregolari neoarrivati, sia i richiedenti asilo, sia quelli col permesso di soggiorno scaduto. Sempre più militarizzati e chiusi al mondo esterno, sono il prodotto della politica dell`emergenza del governo Berlusconi, che grazie ai media ha trasformato la peggiore xenofobia in senso comune, e grazie ad un`opposizione inesistente ha fatto approvare provvedimenti incostituzionali che sono stati duramente condannati dal Parlamento Europeo

La guerra ai migranti da parte del governo italiano procede, ogni giorno con maggiore vigore, sul fronte interno e sul fronte esterno. Nello stesso giorno in cui nel Canale di Sicilia altri migranti perdevano la vita per le politiche di sbarramento delle frontiere marittime meridionali adottate con le inutili missioni FRONTEX dall’Unione Europea, guidata dall’ex commissario Frattini, il governo italiano ha deciso l’invio di contingenti militari per presidiare i centri di detenzione amministrativa per stranieri, non solo i vecchi CPT ( adesso denominati CIE Centri per l’identificazione e l’espulsione) ma anche gli altri centri – sembrerebbe - nei quali vengono raccolti gli immigrati, anche se richiedenti asilo, dopo lo sbarco. Infatti molti CIE sono all’interno di “centri polifunzionali” che comprendono anche i CARA ed i CPA/CID, per i richiedenti asilo, e dunque i militari faranno la guardia anche a donne e bambini, ed in generale a persone in attesa che venga riconosciuto il loro status di rifugiati o la protezione internazionale. E solo questo può significare l’invio dell’esercito in città come Siracusa ed Agrigento, dove ancora non ci sono centri di detenzione, ma dove evidentemente il governo intende introdurre nuove strutture di detenzione amministrativa anche per quanti sono in transito o ancora in attesa della prima identificazione, dopo lo sbarco o il salvataggio in mare. Si può già immaginare quali saranno le conseguenze della presenza dei militari, alcuni dei quali provenienti dai corpi speciali impegnati nella guerra in Afghanistan, nella vigilanza dei centri di detenzione. La misura snatura il ruolo costituzionale dell’esercito e, per quanto se ne conosce, potrebbe anche comportare una maggiore chiusura dei centri di detenzione rispetto all’esterno, in contrasto con le direttive comunitarie in materia di accoglienza e di procedure di asilo, appena attuate in Italia, ma ancora prive del regolamento di attuazione. Si potranno anche registrare conseguenze assai gravi, all’esterno delle strutture sottoposte al regime della sorveglianza militare armata, sulla libertà di manifestazione delle reti antirazziste e sulle iniziative di solidarietà con gli immigrati trattenuti all’interno. La misura dell’invio dei militari per sorvegliare i recinti spinati dei CIE (i vecchi CPT) si accompagna alla decisione di moltiplicare queste strutture in tutte le regioni italiane, misura che richiederà comunque un maggiore impiego di forze di polizia. A questo scopo, per fare presto, saranno adottate procedure d’urgenza come le ordinanze di protezione civile consentite dalla dichiarazione dello stato di emergenza immigrazione. Un modo per imporre i centri di detenzione anche a quelle regioni come l’Umbria e la Toscana che si erano sempre opposte all’apertura di queste strutture. Una spesa immensa gestita dal ministero dell’interno tramite le Prefetture, una spesa sottratta ad ogni controllo di contabilità, uno spreco di risorse senza precedenti che contribuirà solo a criminalizzare gli immigrati irregolari ed a rendere più violenti i rapporti sociali. Senza garantire neppure una maggiore “efficacia” delle misure di allontanamento forzato. Una politica organica, quella del Governo Berlusconi, che viene scandita ogni giorno da misure di emergenza, incostituzionali, approvate sull’onda dei sondaggi e del populismo xenofobo che sta diventando senso comune in Italia. Con la prospettiva ormai certa dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina e del prolungamento fino a 18 mesi della detenzione amministrativa. Magari mettendo a tacere quella parte che rimane ancora fuori controllo nel mondo dell’informazione e della magistratura. Anche su questo, in autunno, il governo ha pronti interventi liberticidi che sovvertiranno l’assetto costituzionale sul quale si è basata la democrazia in Italia negli ultimi sessanta anni. Sembra che non servano a nulla neppure i richiami e le condanne da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa, che ha rilevato tanto un eccessivo uso della violenza da parte della polizia nelle operazioni di sgombero all’interno dei campi rom, quanto il rischio che l’Italia continui a praticare espulsioni verso paesi nei quali ai danni dei migranti provenienti da altri paesi sono praticati abitualmente torture ed altri trattamenti inumani e degradanti. Le reazioni indignate di Maroni si commentano da sole, andando a leggere le pagine di contro-osservazioni che il governo italiano ha cercato di opporre alla durissima condanna inflitta dal rapporto Hammarberg, un punto di non ritorno del percorso di isolamento dell’Italia a livello europeo, per la il mancato rispetto, da parte del nostro paese, della legalità democratica e dei diritti fondamentali della persona sanciti dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo. Mentre il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale ancora tacciono, ma presto saranno chiamati a pronunciarsi senza equivoci, sono stati gli organismi europei ad avvertire per primi i gravissimi rischi che corre la nostra democrazia, a partire dalla “guerra” dichiarata ai migranti, in nome della sicurezza e dell’egoismo sociale, Il Rapporto Hammarberg del Consiglio d’Europa mette sotto accusa anche i rimpatri che l’Italia ha effettuato verso la Tunisia e l’Egitto, paesi che non riconosco effettivamente il diritto di asilo e la protezione internazionale, anche se aderiscono formalmente alla Convenzione di Ginevra. E questo mentre l’Italia progetta di concludere con Gheddafi l’ennesimo accordo di riammissione per respingere verso l’inferno libico migranti di paesi terzi che si troverebbero così condannati ancora per altri anni a subire gli abusi che sono ormai documentati in numerosi rapporti internazionali (da consultare suwww.fortresseurope.blogspot.com), ma che il nostro paese dimostra di ignorare o di cui non vuole tenere conto. Il Ministro Maroni si è detto scandalizzato della dura condanna dell’Italia da parte del Consiglio d’Europa, ma forse, prima di reagire con tanta acredine, avrebbe fatto meglio ad informarsi con i suoi collaboratori ed esperti consulenti, sulle modalità sommarie di rimpatrio che negli ultimi mesi l’Italia, ed il suo ministero, hanno praticato organizzando voli diretti da Lampedusa verso l’Egitto, o rimpatriando arbitrariamente in Tunisia immigrati per i quali la Corte Europea dei diritti dell’uomo aveva ingiunto la sospensione immediata dell’esecuzione del provvedimento di allontanamento forzato. Vorremmo ricordare alcuni fatti concreti che -neppure richiamati dalla dura condanna del Consiglio d’Europa- dimostrano come le prassi di polizia violino ancora oggi gli standard imposti dalle Convenzioni internazionali che pure l’Italia ha sottoscritto. E non solo ai danni della popolazione rom, da ultimo con la bastonatura di una bambina e del suo papà a Milano, ma anche ai danni di immigrati regolari che rivendicano i loro diritti occupando una Cattedrale. La brutale violenza della polizia che ha caricato a Napoli asilanti che rivendicavano una sistemazione dignitosa ha indotto persino il sindaco di quella città a chiedere scusa ai migranti, mentre alcuni assessori comunali sono stati testimoni diretti delle cariche e degli arresti arbitrari compiuti dalle forze di polizia. Prima di replicare indispettito alle dure contestazioni del Consiglio d’Europa il ministro dell’interno farebbe bene a chiarire le responsabilità degli agenti e dei dirigenti che hanno partecipato a questi sgomberi violenti. Ma il ministro Maroni dovrebbe rendere conto, insieme al ministro degli esteri, delle dure critiche della relazione Hammaberg nei confronti delle espulsioni disposte dal Ministero dell’interno e dalle questure italiane verso paesi che non garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Nella notte del 2 luglio, in particolare, erano stati rimpatriati in Egitto 35 cittadini di origine egiziana, ospitati presso il Cie (Centro di identificazione e di espulsione) di Lampedusa. Così almeno l’ANSA chiama adesso quello che fino a pochi giorni fa veniva definito Centro di accoglienza, un “centro di accoglienza a cinque stelle”, come affermato nel corso di una visita lampo dal ministro Ronchi a giugno. Ma si sa, le denominazioni possono cambiare con un tratto di penna, come è successo per i CPT adesso CIE, per decreto legge addirittura, a seconda della convenienza dei politici al governo. Il volo charter, secondo le notizie del ministero dell’interno, è partito alle 2 di notte del 2 luglio dall`aeroporto di Catania alla volta del Cairo. Questo tipo di rimpatri prosegue ininterrottamente da tempo, ma negli ultimi tre mesi le procedure sono state assai più sbrigative ed i voli senza altro scalo (tecnico) che l’aeroporto di Catania. L`operazione, condotta dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, fa seguito ad una precedente operazione che aveva consentito il rimpatrio di 38 cittadini di origine egiziana. Il governo ha tentato in questo modo di “decongestionare” la struttura di Lampedusa che a fine giugno aveva “accolto” oltre 1600 immigrati, salvati dai mezzi della nostra marina mentre tentavano di attraversare il Canale di Sicilia. I voli di rimpatrio da Lampedusa verso l’Egitto, via Catania, sembrerebbero intanto proseguire. Evidentemente occorreva lanciare l’ennesimo messaggio dissuasivo e per questo si è ripristinata la prassi dei rimpatri diretti da Lampedusa, con modalità assai vicine alle espulsioni collettive, prassi che nel 2004, dopo il caso Cap Anamur, vera pietra miliare della guerra contro i migranti, era costata una condanna all’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Non sappiamo se alle persone destinatarie della misura dell’allontanamento forzato in frontiera sia stato notificato un provvedimento di respingimento o di espulsione, se questi provvedimenti e il trattenimento nel CIE siano stati notificati individualmente e convalidati da un magistrato, di certo a Lampedusa non c’è né un Tribunale, né una Questura. Come era successo nel 2004 gli incidenti di percorso non sono mancati ed un immigrato marocchino, scambiato per egiziano, è stato “restituito” all’Italia dopo essere atterrato in Egitto. O gli immigrati sono stati rimpatriati in Egitto senza provvedimenti formali, come se Lampedusa non appartenesse al territorio italiano, come se si fosse trattato di un comune respingimento ad una frontiera terrestre, con un gravissimo abuso rilevante anche in sede penale, oppure sono stati rimpatriati sulla base di provvedimenti illegittimi, adottati al di fuori delle procedure previste dal Testo Unico sull’immigrazione. Ma come si sa, una volta allontanati dall’Italia, i migranti non riescono certo a fare ricorso al tribunale amministrativo. Dopo la condanna del Consiglio di Europa con il rapporto Hammarberg, che conferma per intero le denunce delle associazioni antirazziste si dovrà fare finalmente chiarezza sull’accertamento delle modalità di rimpatrio forzato, praticate negli ultimi mesi direttamente dall’isola di Lampedusa verso l’Egitto o da altre città verso paesi, come la Tunisia e la Libia, nei quali possano essere praticati la tortura o trattamenti inumani e degradanti. Mentre si sta alzando una cortina fumogena sulle circostanze della morte di un migrante nella notte del 29 giugno scorso nel CID di Caltanissetta, per alcuni il giovane ghanese sarebbe morto in Ospedale e non nel centro di Pian del lago, per altri durante il trasporto in ambulanza, il governo insiste nella logica perversa di moltiplicare in tutta Italia i centri di detenzione, per dare in pasto all’opinione pubblica affamata di sicurezza i corpi di altri migranti da deportare, magari scelti a caso, o sulla base dei rapporti con le ambasciate dei paesi di provenienza, misure simboliche rispetto alla massa di clandestinità che il governo alimenta con il blocco degli ingressi legali e con le misure del pacchetto sicurezza, ma assolutamente preoccupanti per le tante possibilità di vita e di integrazione che si stanno distruggendo. «La Sicilia è una terra verso cui si dirige la disperazione degli immigrati clandestini. Le aggressioni (così si esprimono le agenzie di informazione) che sotto il profilo territoriale connotano anche in queste ore l`isola di Lampedusa, sono note a tutti. Tra 10-12 giorni al massimo avremo a disposizione altri 6 o 7 centri di identificazione ai fini dell`espulsione in altre regioni d`Italia. Questo ci permetterà di evitare il sovraffollamento delle poche strutture attualmente esistenti sul territorio». Lo affermava poche settimane fa il sottosegretario al Ministero dell`Interno, Nitto Francesco Palma, a Palermo per un vertice con i prefetti delle 9 province siciliane. Adesso quelle minacciose parole si avviano a diventare realtà. Ma l’inasprimento delle trattamento riservato agli immigrati irregolari non arresta certo i tentativi di migliaia di uomini, donne e minori che tentano di raggiungere una speranza di vita in Europa, fuggendo dall’inferno della Libia. A qualunque costo, anche a costo della vita. Al loro arrivo in Italia questi migranti troveranno ancora detenzione, trasferimenti in autobus con i vetri oscurati e filo spinato. Porto Empedocle, vicino Agrigento, è diventato ormai, dopo Lampedusa, il vero punto di smistamento verso i centri di accoglienza, verso i centri di identificazione ed espulsione, verso i centri per richiedenti asilo (CARA). Ormai abbiamo capito come il governo allestirà tanti centri di detenzione in qualche settimana, forse anche in Sicilia, dove nel 2005 era stato chiuso il CPT di Agrigento proprio dopo una ispezione da parte del Consiglio d’Europa, e dove nel 2007 era stato chiuso il CPT femminile di Ragusa dopo una ispezione della Commissione De Mistura. I tempi sono ormai cambiati. Associazioni convenzionate con le Prefetture e contingenti di militari di professione daranno presto man forte alla polizia per moltiplicare anche in Sicilia i luoghi di transito caratterizzati da un regime di detenzione amministrativa. Senza nessuna effettiva garanzia di difesa. Qualunque abuso da parte degli enti gestori e delle forze dell’ordine sarà coperto, per ordine del ministro di turno. Che cosa ci importa dell’Europa? Temiamo che si vada ad un ulteriore imbarbarimento delle regole delle detenzione, magari con il ricorso ai professionisti delle “guerre umanitarie” e delle caserme dell’esercito, con la solita copertura della Croce Rossa e delle associazioni che hanno accettato il ruolo di secondini. Temiamo che ai migranti morti a Torino, nel CPT di via Brunelleschi e a Caltanissetta, a Pian del lago, presto ne possano seguire altri. Di certo in queste ultime settimane il clima nei centri di detenzione è tesissimo, i pestaggi sono all’ordine del giorno, l’uso dei psicofarmaci nella normalità, e i controlli di legalità dei giudici di pace sempre più formali, spesso limitati alla verifica degli atti come se si trattasse di apporre un semplice bollo. Ma dopo la condanna “farsa” dei poliziotti e dei carabinieri carnefici a Genova durante il G8 del 2001, tutto sembra consentito alle “forze dell’ordine”. Ogni giorno che passa si consuma una rottura sempre più grave tra le forze di polizia e quella parte di cittadini che non si rassegnano al ruolo di sudditi. Una rottura che si sarebbe potuta evitare sanzionando sino in fondo le responsabilità per le torture inflitte ai manifestanti a Genova, ed evitando pratiche generalizzate di violenza ai danni degli immigrati, prassi arbitrarie che adesso anche il Consiglio d’Europa rimprovera all’Italia. Molti migranti arrestati dalla polizia nelle città del nord Italia sono stati intanto trasferiti nelle carceri o nei CPT/CIE meridionali, creando una situazione di sovraffollamento e di confusione con gli immigrati appena arrivati da Lampedusa o da altri punti di sbarco. Esattamente la stessa situazione che si era determinata nel 1999, prima del rogo e della strage del centro Serraino Vulpitta di Trapani per la quale adesso, a nove anni di distanza, i giudici civili chiamano in causa la gravissime responsabilità delle forze di polizia che non intervennero in tempo per spegnere il rogo che poi costò la vita di sei migranti rinchiusi in una cella trasformata in forno crematorio. Per tutte queste ragioni sollecitiamo una iniziativa ancora più forte di denuncia, di mobilitazione e di difesa legale di migranti trattenuti nei centri di detenzione. Un appello rivolto a tutte le associazioni, senza protagonismi o ambizioni di visibilità che potrebbero pregiudicare il lavoro collettivo, che si sta portando avanti da anni nei territori per difendere la vita ed i diritti dei migranti. Chiediamo che, nello stesso spirito, i parlamentari nazionali ed europei tornino a visitare periodicamente i centri di detenzione e le carceri per monitorare la situazioni in tutte le strutture nelle quali vengono imprigionati i migranti privi di un documento di soggiorno. Occorre istituire gruppi permanenti per il monitoraggio dei luoghi nei quali può essere violata la libertà personale e gli altri diritti fondamentali della persona. Alla luce della approvazione della direttiva comunitaria sui rimpatri, la “direttiva della vergogna” deve impedirsi che se ne faccia un uso strumentale, magari prolungando fino a 18 mesi la detenzione nei centri di espulsione (CIE). Il prolungamento dei tempi della detenzione amministrativa potrebbe trasformare i centri in vere e proprie polveriere, senza accrescere le possibilità di identificazione dei cd. clandestini. Occorre contribuire tutti alla costruzione di un vasto fronte per denunciare la normativa italiana e la nuova direttiva sui rimpatri davanti alla Corte di Giustizia, e sollevare nel nostro paese eccezioni di costituzionalità a catena, non appena si volesse darne applicazione nel nostro ordinamento. Occorre anche denunciare tutti i casi nei quali le nuove norme o le nuove prassi amministrative risultino in violazione del diritto di asilo e dei diritti fondamentali, riconosciuti a tutte le persone, dalla nostra Carta Costituzionale, prima che dalle norme comunitarie e dalla Convenzione di Ginevra.


Pisa, i Rom romeni chiedono alle Istituzioni il rispetto dei loro diritti fondamentali

Pisa, 22 dicembre 2008. Pisa rigetta i Rom romeni, famiglie che versano in tragiche condizioni socio-sanitarie e che avrebbero necessità di un sostegno urgente e di serie politiche di accoglienza, da parte delle Istituzioni. Invece, profittando del clima di intolleranza razziale che si è ormai diffuso su tutto il territorio italiano, il sindaco Filippeschi attua una politica di "tolleranza zero", giustificando azioni di purga nei confronti di bimbi, donne e uomini poveri ed emarginati come se si trattasse di azioni contro il degrado urbano. "Non possiamo certo permettere che esseri umani vivano in quelle terribili condizioni igieniche," affermano le autorità. Ma la loro lotta non è contro l'indigenza e la persecuzione razziale, ma piuttosto una battaglia spietata contro gli ultimi, i più vulnerabili. L'ordinanza "antibaraccopoli", legge che combatte l'etnia Rom, non è tuttavia un'iniziativa nefanda da ascrivere al solo sindaco, perché nessuna voce di protesta si è levata abbastanza in alto da sospenderla, rilevandone le innumerevoli violazioni delle norme Ue e delle carte dei Diritti Umani. Abbandonati a se stessi, nonostante gli incontri con le autorità (un atroce "classico" italiano: le istanze dei Rom vengono ascoltate dai politici, che spendono vuote promesse e poi procedono, appena possibile, con gli sgomberi-pogrom), i Rom di Pisa hanno scritto una lettera alle Istituzioni cittadine.

Caro Sindaco, non ci metta in mezzo alla strada, cerchiamo insieme una soluzione umana

lettera dei Rom rumeni dei campi di Pisa

Pisa, 22 dicembre 2008. Siamo dei Rom rumeni, siamo circa 60 famiglie. Viviamo nella città di Pisa, nelle baracche, in condizioni non buone, senza acqua e senza luce. Noi non vogliamo vivere nelle baracche. Siamo costretti a vivere nelle baracche perché non ci è data la possibilità di prendere una casa: il Comune non ha interesse ad aiutarci a trovare una casa. Non possiamo mandare a scuola i bimbi perché non abbiamo condizioni igienico-sanitarie decenti. Alcuni bimbi vanno a scuola, ma spesso le scuole rifiutano di iscrivere i nostri figli. Facciamo lavori che gli italiani non vogliono fare, in condizioni peggiori. Alcuni di noi lavorano con contratto regolare, altri in nero, altri sono in cerca. Alcune persone hanno fatto dei corsi di specializzazione, anche se vivono in queste condizioni. È difficile trovare lavoro, perché molti datori di lavoro chiedono la residenza dell’anagrafe. Anche se viviamo a Pisa da tanti anni, anche se lavoriamo, anche se i nostri figli vanno a scuola, il Comune non ci dà la residenza dell’anagrafe perché viviamo nelle baracche. Siamo persone che vogliono integrarsi, siamo persone intelligenti, con cultura, con tradizioni. Il sindaco di Pisa ha firmato una ordinanza per sgomberare i campi, senza soluzioni alternative, nella stagione invernale. Non possiamo lasciare la città di Pisa, abbiamo lavoro, paghiamo i contributi, abbiamo anche alcuni figli malati. Ordinare uno sgombero in queste condizioni è inumano. Il sindaco dice che non ha la possibilità di aiutarci. Sappiamo che l’Unione europea ha programmi e fondi per i cittadini Rom e che l’Italia non li usa, sappiamo che è stata multata per questo. Chiediamo che il sindaco non faccia sgomberi e che si trovi insieme una soluzione per vivere normalmente come gli altri italiani. Ci sono modi civili per fare questo, che non sono gli sgomberi, ma per esempio il recupero - curato da noi stessi Rom - delle case abbandonate.


Allarme rosso per il Casilino 900

E' necessario evitare che l'amministrazione romana attui un progetto iniquo, che sembra tuttavia sempre più probabile. Lottando in ogni sede, insieme ad altre organizzazioni e reti di attivisti, in primis il Coordinamento Nazionale Antirazzista "Sa Phrala" e i gruppi attivi nella capitale, abbiamo evitato per almeno tre volte che l'insediamento venisse sgomberato senza che ai residenti fosse concessa un'alternativa decorosa di alloggio. Abbiamo condotto a Roma e presso il campo ben due delegazioni della Commissione europea, sollecitato l'intervento del Cerd, Comitato contro il razzismo delle Nazioni Unite e presentato 35 denunce per violazioni istituzionali contro persone che vivono al Casilino 900 alla Corte europea per i diritti umani e alla Corte penale internazionale de l'Aja. Nonostante tutte queste azioni a tutela dei diritti delle famiglie che vivono al Casilino e nonostante aver svelato pubblicamente e in anticipo sugli eventi (leggasi retata con immensa eco mediatica del 2 dicembre scorso), in ogni dettaglio, i reali progetti delle Istituzioni per annientare circa duecento famiglie Rom, gli aguzzini non recedono dai loro propositi ingiusti e disumani e cercano di giustificare un pogrom gettando il fango della calunnia su tali nuclei familiari, trasformandoli agli occhi dell'opinione pubblica in bande malavitose. Bisogna resistere, a costo di ricominciare tutto da capo, ma non lasciare la gente del Casilino 900 nelle mani di chi architetta la sua distruzione. Una cosa è certa: nelle zone oltre il grande raccordo anulare, i cittadini non vogliono che sia istituito il nuovo Casilino. Tantomeno nelle aree limitrofe alla periferia est di Roma. La via virtuosa, anche per risarcire in misura minima un gruppo di persone emarginate ormai da quarant'anni, perseguitate negli ultimi due, sarebbe quella di lasciare loro l'attuale sito, investendo per costruire un villaggio di qualità. Per la cronaca, ecco il parere di una cittadina di Guidonia, pubblicato dal Messaggero, di fronte alla notizia del possibile trasferimento del Casilino 900 nel suo comune.

Il Messaggero di Roma, 12 dicembre 2008. Cara Redazione, scrivo da Guidonia allarmata e preoccupata circa le notizie circolanti sulla realizzazione di uno dei più grandi campi rom d'Europa in una non specificata area limitrofa alla periferia est di Roma e al nostro comune (si parla di Settecamini-Guidonia). In questo "complesso residenziale" confluirà il ben più noto campo rom Casilino 900 e questo incidera' negativamente sull'impatto ambientale e sociale di tutta questa zona. Sul nostro territorio incombono già i veleni della discarica INVIOLATA e del colossale cementificio Buzzi-UNICEM con le sue polveri sottili..non bastavano questi mostri ad avvelenarci l'esistenza? Non basta il budello della consolare Tiburtina a rubarci ore e ore tappati nel caos bestiale ogni giorno, nonostante tutte le promesse di ampliamento e realizzazione di strade alternative? Dobbiamo morire in questo inferno di smog, sostanze tossiche e convivenza con etnie con seri problemi di inserimento, soprattutto nel modo di condurre una vita al di fuori della legalità? Non è traslando i problemi geograficamente che si risolvono. E' necessario realizzare campi rom protetti, in cui ogni individuo è anagraficamente censito, legalmente occupato a livello lavorativo, vigilati 24h su 24 da agenti, per assicurare protezione ai cittadini residenti (italiani e non) nelle vicinanze e per proteggere il campo stesso da eventuali rappresaglie violente ad opera di esterni. Ma soprattutto campi non eccessivamente grandi, di modo che chi ci vive si senta portato a socializzare con il mondo che c'è fuori il campo e anche ad evitare la forza di coesione che li inviterebbe a concentrarsi troppo su se stessi e a costituire un'entità in antitesi con il resto della popolazione. Grazie per la gentile attenzione e saluti. Lettera firmata.

Difficilmente le autorità riusciranno a persuadere la popolazione di Guidonia o di altre zone intorno a Roma ad accogliere i Rom del Casilino 900, specie dopo la campagna mediatica che li ha trasformati in mostri. Ed ecco la lettera che i rappresentanti dell'insediamento hanno inviato al sindaco di Roma.
Casilino 900,10 dicembre 2008. 60°anniversario della carta dei diritti dell’Uomo

Signor Sindaco, tutta la comunità del campo Casilino 900 è stata lieta della sua partecipazione all’ iniziativa di domenica 23 novembre “Quando cadono i muri”, contro il crescente e allarmante pregiudizio nei confronti del popolo ROM, che pervade la nostra società e che sta diventando un avvelenato paradigma di tutte le intolleranze. Come non essere profondamente angosciati e come poter dimenticare la sorte che ha accomunato i Rom agli Ebrei e che ha portato al genocidio nazista dei nostri due popoli? Abbiamo scelto questa giornata simbolica per inviarle questa lettera proprio per ricordare a tutti che ancora oggi ai Rom molti diritti fondamentali vengono negati. Infatti, come non cogliere un atteggiamento xenofobo dietro la comunicazione dell’arresto di quattro persone insediate nel campo? Noi siamo felici dell’intervento delle forze dell’ordine quando come in questo caso è mirato all’accertamento di gravi responsabilità individuali, la comunitò è la prima vittima della criminalità organizzata e Le rinnova la disponibilità già data al Prefetto Mosca di collaborare affinchè sistemi malavitosi non si insinuino nell’insediamento. Non possiamo però non indignarci di come molta mala informazione approfitti di questi eventi per alimentare pregiudizi e fomentare la xenofobia e l’odio verso tutti i Rom, sancendo di fatto un principio di responsabilità collettiva inaccettabile in una democrazia. La firma con cui ha voluto siglare la Petizione in sostegno e solidarietà con il Casilino 900 apre una prospettiva di concreta speranza e viene a confermare così l’accoglienza e il rilancio delle proposte della comunità, a partire dalle più indilazionabili: il rapido ripristino di acqua e luce e lo smaltimento delle immondizie. Questi primissimi interventi irrinunciabili permetteranno a tutta la Comunità di iniziare a riemergere dalla critica crisi igienico - sanitaria in cui è precipitato l’insediamento. Ma soprattutto, signor Sindaco, le siamo grati per la sua risoluzione di voler ripristinare il tavolo di concertazione, aperto dal Prefetto Mosca, con la comunità e con i soggetti che in questi duri mesi di accerchiamento ci sono stati vicini, per condividere le scelte che riguardano i destini della stessa comunità. A riguardo attendiamo una convocazione. Lei, con nostro vivo compiacimento, si è inoltre appellato alla normativa europea, per stabilire i criteri con cui iniziare ad operare. Questo di fatto lo intendiamo come un sostegno al superamento dei “campi” - per la realizzazione dei quali 3 volte l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea - ma di insediamenti, senza discriminatorie recinzioni e videosorveglianza, ove favorire l’integrazione, invece di sancire la segregazione dei Rom. Oltre a queste richieste che hanno fatto parte delle questioni più urgenti richiamate durante la sua visita, vogliamo cogliere immediatamente lo spirito pragmatico e di collaborazione da lei così sinceramente proposto. Assieme a Stalker – Osservatorio Nomade, al DIP.S.U. dell’Università di Roma Tre e con il sostegno di un nutrito numero di associazioni cittadine e comitati di quartiere stiamo elaborando un ventaglio di proposte, i cui principi ispiratori sottoponiamo alla Sua attenzione affinché vengano discusse sul tavolo di concertazione, in maniera che la soluzione congiuntamente individuata possa essere sviluppata in uno studio di fattibilità ed in seguito in una progettazione definitiva. Le proposte che di seguito riportiamo sono, come da Lei stesso dichiarato durante la Sua visita al campo, da attuarsi attraverso la pratica dell’autorecupero e dell’autocostruzione assistita, e potrebbero essere estese anche a cittadini non rom in condizioni di disagio abitativo: il fatto di partecipare insieme alla costruzione di un insediamento misto sarebbe infatti un primo passo importante verso la reciproca conoscenza e l’integrazione. Tutte le ipotesi si basano sul rispetto delle normative europee e quindi degli standard abitativi che, come lei sa, nei campi di container non vengono rispettati. Pertanto le proposte sono concepite prive di tutte quelle forme evidenti di discriminazione e ghettizzazione che caratterizzano gli attuali “campi nomadi”, caratteristiche incompatibili con i dettami costituzionali ed europei e con il rispetto dei diritti dell’uomo.

- Ipotesi A, progetto di recupero in situ

In continuità con quanto proposto dall’Agenzia delle Nazioni Unite UN – Habitat, per gli insediamenti spontanei - proponiamo un progetto di recupero dell’insediamento in situ. Abbiamo valutato che questa ipotesi risulterebbe essere la più economica, la più rapida e rispettosa del diritto all’abitare. Inoltre permetterebbe di procedere rapidamente senza dover reperire nuove aree e troverebbe il consenso entusiasta di gran parte della comunità. Vista la bassissima densità abitativa l’estensione dell’insediamento potrebbe essere considerevolmente ridotta.

- Ipotesi B, microaree nel VII Municipio

Nel rispetto della continuità territoriale, dei principi di integrazione e di promozione della scolarizzazione, proponiamo di distribuire la Comunità, secondo la struttura dei legami familiari in microaree o edifici dismessi di proprietà pubblica da reperire all’interno del VII Municipio. Questo consentirebbe ai minori in gran parte iscritti nelle scuole del quartiere di non dover ricominciare daccapo il percorso di integrazione scolastica.

- Ipotesi C, progetto di un nuovo insediamento fuori dal VII Municipio

Nel caso - che vorremmo scongiurare - non si reperissero le aree all’interno del VII Municipio è ipotizzabile realizzare un insediamento o l’autorecupero di immobili dimessi, su un terreno quanto più vicino all’area dell’attuale insediamento, provvisto di collegamenti pubblici e non isolato rispetto al tessuto cittadino. Ben più di una settimana è passata dalla festa, siamo consapevoli delle difficoltà tecniche ma la invitiamo a dar seguito al più presto al suo intendimento di restituire acqua e luce all’insediamento. Che si sia lasciata, da nove mes,i un’intera comunità di 600 persone con quasi 300 bambini senz’acqua e senza luce è inaccettabile e ancora una volta contrario alla Carta dei Diritti dell’Uomo di cui oggi si celebra l’Anniversario. Da parte nostra ci teniamo a comunicarle che stiamo dando seguito a quanto da noi stessi determinato con il regolamento interno al Casilino 900. Si stanno informando tutti i nuclei familiari del merito e delle conseguenze per quanti contravvengano. Ci stiamo attivando per favorire il deflusso delle acque stagnanti e lo smaltimento delle immondizie, problemi che costituiscono un reale pericolo igienico sanitario, e che, come lei sa bene, non possiamo risolvere da soli senza il concreto sostegno delle Istituzioni. Rinnovando la fiducia a quanto da lei detto personalmente qui al campo non diamo credito alle illazioni, spesso portate avanti con toni discriminatori e razzisti con cui molta stampa annuncia i nostri destini già segnati, in containers fuori dal raccordo anulare, peraltro in una area di 30 ettari, più di tre volte il Casilino 900 e 10 vollte più grande di quanto non serva ad ospitare l’intera Comunità di Casilino 900. Con i più cordiali saluti e con la massima disponibilità nella collaborazione con le Istituzioni. I rappresentanti di Casilino 900


Da dove cominciare, per combattere razzismo e omofobia in Italia, come chiede l'Unione europea?

Riceviamo dalla Delegazione italiana del Gruppo socialista presso il Parlamento europeo il testo della dichiarazione di Maria Grazia Pagano, Pd-Pse, Commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Abbiamo inviato le nostre considerazioni e alcune proposte ai membri della Commissione che ci paiono sinceramente sensibili alla necessità di adeguarsi alla linea Europea, che non concede più spazio all'odio razziale e omofobico.

Dichiarazione di Maria Grazia Pagano

Bruxelles, 5 dicembre 2008. "Il razzismo e la xenofobia non hanno posto in Europa": è questo il messaggio che l'Unione Europea lancia all'indomani del Consiglio dei 27 ministri della Giustizia che introduce sanzioni fino a 3 anni di carcere per chi incita pubblicamente alla violenza e all'odio. Ma io direi di più: il razzismo, l'omofobia e le discriminazioni di ogni sorta non hanno dimora in una UE che ad una legislazione già avanzata in materia di diritti di cittadinanza aggiungerà presto una direttiva, attualmente all'esame del Parlamento Europeo, contro ogni forma di discriminazione.

Sarà da vedere se l'Italia saprà o vorrà trasporre correttamente questa normativa senza incappare in un'ennesima procedura d'infrazione del diritto comunitario. Devo dire, però, che nutro poca fiducia nell'attuale maggioranza di governo, non tanto perché di uno schieramento opposto al mio, quanto perché l'attuale centrodestra mi sembra, da un lato, incapace di sviluppare una cultura dell'integrazione e dell'inclusione e, dall'altro, ancora incapace di difendere la laicità dello Stato e troppo timoroso degli strali del Vaticano.

La posizione espressa dalla Chiesa in questi giorni sulla depenalizzazione dell'omosessualità nel mondo e sulla Convenzione ONU sull'handicap è nota. Quello che stupisce, però, è che uno stato laico sia incapace di difendere apertamente i diritti umani e si preoccupi di smorzare le preoccupazioni del Vaticano con dichiarazioni di comprensione, se non di apprezzamento, a partire da quella del ministro Frattini. L'Italia deve stare tutta - destra e sinistra, laici e cattolici - dalla parte dei diritti."

La proposta EveryOne. Razzismo, omofobia, diritto di cittadinanza: per cambiare è necessario aprire gli occhi sulla realtà attuale e cominciare con una seria autocritica

Roma, 6 dicembre 2008. Accogliamo con favore e speranza questo vostro messaggio. La destra italiana, che ha ingannato gli elettori attraverso una campagna di propaganda razziale senza precedenti attua una politica improntata all'intolleranza, mentre non si impegna in alcun modo in relazione ai problemi veri: la criminalità organizzata, collusa con politica e informazione, che ha toccato i suoi "record" di "fatturato" nel 2007: 130 miliardi di euro in Italia, circa 500 nel mondo (altro che criminalità straniera!); le disastrose politiche ambientali, che non sono solo le pessime soluzioni adottate in Campania per l'emergenza-rifiuti, ma la cecità di fronte all'inquinamento, all'effetto-sera, ai progetti sul nucleare; la diffusione in ogni strato della società di ideologie razziste, negazionismi, nazionalismi e federalismi pretestuosi; la totale censura politica sui media (basti pensare al nostro gruppo: nonostante i risultati ottenuti, nel campo dei Diritti Umani, in tutto il mondo e il rispetto che ci circonda, siamo soggetti a un diktat e "bannati" da TV e stampa, salvo briciole e scampoli, quando diffondiamo notizie inedite di interesse nazionale). La sinistra, però, deve cambiare, perché le politiche razziali, che esistono in Italia da lustri, sono diventate spregiudicate, poi efferate proprio durante il governo Prodi e la Roma di Veltroni ha inaugurato l'inferno in cui attualmente versano i Rom. I pochi uomini di sinistra che conoscono la realtà della persecuzione antizigana in Italia si comportano ormai come le tre scimmiette: per loro il razzismo è qualcosa di "astratto" e non riguarda il popolo annientato dei Rom. Amministrazioni di sinistra come quella di Pesaro attuano politiche persecutorie assolutamente disumane (basta digitare su google "Pesaro" e "Rom" per averne un saggio); ma praticamente tutti i comuni in cui esistono giunte di sinistra conducono azioni di persecuzione etnica e razziale, nei confronti dei Rom, eccettuati i comuni sardi, dove tuttavia la presenza Rom è minima. Idem per quelli di "destra". Se le forze politiche di sinistra iniziassero a proporre programmi di integrazione e non di espulsione e vessazione e decidessero di interrompere e far interrompere la propaganda razzista, che raggiunge punte spaventose durante le elezioni, sarebbe un bel passo avanti. I recenti discorsi di Rutelli, però, fanno pensare che si va in direzione opposta. Riguardo all'Omofobia, il nostro gruppo è in grado di elaborare una mozione per una Direttiva europea che garantisca diritti basilari a tutti i cittadini omosessuali che risiedono nell'Unione europea, a partire da una formula - che deve valere ovunque - per dare un riconoscimento giuridico alle unioni. Se non è riconosciuto il rapporto di solidarietà e amore fra due persone, i diritti dei Gay restano nella preistoria, perché si nega la base stessa della libertà di scelta sessuale, che non è solo "poesia", ma deve trovare una tutela nella legge. Se ritenete che i tempi siano maturi, parliamone. Il Gruppo EveryOne

Nella foto, Maria Grazia Pagano


Rom e "manghel", Gruppo EveryOne: "Meglio i tempi di Erode che quelli di Berlusconi, Maroni e dei sindaci sceriffi"

Roma, 2 dicembre 2008. "La Corte di Cassazione, con la sentenza di assoluzione di una donna Rom dal reato di induzione in schiavitù perché aveva effettuato la questua col suo bambino, non ha fatto altro che cancellare una sentenza iniqua, simile a centinaia di altre sentenze discriminatorie a causa delle quali donne e uomini Rom innocenti languiscono in carcere, mentre i servizi sociali hanno sottratto illegittimamente i loro bambini". Lo dichiarano i leader del Gruppo EveryOneRoberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, in risposta alle dichiarazioni del ministro Maroni e dell'on. Gasparri, che invitano i sindaci a vietare nelle ordinanze comunali l'accattonaggio in attesa dell'approvazione in Parlamento di una legge che 'tuteli i minori, sfruttati in modo così indegno'.
"Il 'manghel' o la questua non solo - come sottolinea la Cassazione, in linea con gli articoli 19 e 20 della Carta di Algeri –, è ormai una tradizione del popolo Rom che, dopo secoli di segregazione, schiavitù e persecuzione da parte delle nazioni europee, ha fatto proprio un valore riconosciuto da tutte le grandi religioni, ma," proseguono i rappresentanti dell'organizzazione per i diritti umani "nei secoli, ha consentito a coloro che non posseggono nulla di continuare a vivere, anche nelle nazioni in cui i governanti non si prendevano a cuore la piaga della miseria. Gesù Cristo stesso, nel Discorso della Montagna, afferma la santità di colui che a causa della povertà tende la mano a chi è più fortunato: 'Beati i mendicanti nello spirito, perché il Regno dei Cieli appartiene a loro'".

Il Gruppo EveryOne, inoltre, fa notare che i provvedimenti – finora locali – che oggi combattono l'accattonaggio non trovano riscontro nella Storia: Hitler proibì la questua solo durante eventi internazionali come le Olimpiadi di Berlino del 1936, ma non varò mai leggi contro l'elemosina. "L'Italia" commentano Malini, Pegoraro e Picciau "tocca il fondo della crudeltà sociale, dell'intolleranza e della repressione delle fasce più vulnerabili della popolazione, criminalizzando la povertà e rendendo ancora più rapida ed efferata l'azione di annientamento del popolo 'nomade'. Ricordiamo che," proseguono gli attivisti "in mancanza di sostegno economico da parte dei servizi sociali o di un'efficace politica di integrazione professionale, il ricorso alla carità dei cittadini costituisce l'estrema possibilità di sopravvivenza per esseri umani in condizioni di povertà gravissime". Secondo EveryOne "i bimbi Rom sono felici di restare accanto ai loro papà e alle loro mamme, durante l'attività della questua: per loro è scuola di vita, perché la società razzista non offrirà loro alternative, salvo snaturarli ed eradicarli. La gente si scandalizza se un bimbo Rom chiede l'elemosina, ma non fa nulla per avvicinare i suoi genitori e tentare di seguirli nella vita, aiutandoli a cercare casa e lavoro. O pretendere che lo facciano i servizi sociali. E' una posizione ipocrita ed è moralmente preferibile evitare di scandalizzarsi e allungare una moneta alle piccole e grandi mani tese che ce la chiedono".
"Se a Betlemme, nell'anno zero, ci fossero state leggi persecutorie come quelle italiane, Giuseppe e Maria sarebbero stati denunciati per 'Occupazione abusiva di edificio rurale' (in base all'articolo 633 del Codice Penale) e sgomberati, messi in mezzo alla strada senza alternative. Gesù sarebbe stato tolto ai genitori e affidato ai servizi sociali (secondo l'articolo 403 del Codice Civile). Meglio vivere ai tempi di Erode" concludono i tre leader del Gruppo "che a quelli di Berlusconi, Maroni e dei 'sindaci sceriffi'".

Nella foto di Steed Gamero - "Fuggi, Maria, con il tuo bambino..." - una mamma romena di etnia Rom, costretta a fuggire da Pesaro verso una cittadina del sud Italia per evitare la persecuzione e il tragico abbandono in cui la città marchigiana l'aveva lasciata.


Francesco Rutelli chiede pene durissime per i Rom che fanno "manghel" con i loro bambini. Contemporaneamente, le Istituzioni si preparano a colpire, dopo una campagna di propaganda antizigana, il Casilino 900

del Gruppo EveryOne

Da qualche tempo si annunciava una nuova offensiva contro il popolo Rom. La stampa e le televisioni, nonostante gli ammonimenti dell'unione europea e le nuove norme contro il razzismo, hanno ripreso a diffondere, ingigantiti, episodi che vedono i Rom nelle veste di protagonisti negativi. La stessa sentenza della Cassazione, che ha ridotto la pena comminata a una madre Rom, costretta dall'indigenza e dall'abbandono sociale a mendicare e sorpresa a fare "manghel", è stata usata dal movimento razzista per promuovere odio nei confronti dei Rom "sfruttatori di bambini", secondo lo stereotipo dell'intolleranza. Si ricorda che nella cultura Rom, l'elemosina non è un delitto, ma ha un valore evangelico e sociale; grazie al "manghel" il popolo, sempre perseguitato per motivi razziali attraverso i secoli, è riuscito a sopravvivere e i bimbi Rom sono orgogliosi di partecipare a questa attività che salvò la vita a tante generazioni di "nomadi". Condannare un Rom per il "manghel" non è lontano all'idea di condannare un ebreo perché si reca in sinagoga a pregare e chiedere aiuto a Dio. L'elemosina non fa parte della cultura Rom, perché i Rom, da sempre, cercano di ottenere condizioni di vita identiche agli altri popoli, ma sicuramente fa parte della loro Storia, quale estremo mezzo di sussistenza per generazioni. In Italia ne sono rimasti pochi, di Rom. Quelli provenienti della Romania se ne sono andati, costretti dalle vessazioni istituzionali, dalla violenza, dalle malattie, dalla sottrazione di minori da parte dei servizi sociali, dal puro razzismo. Quelli che restano - forse 2 mila, ormai - sono prigionieri nei nostri confini. Vogliono fuggire, ma sono senza documenti e ottenerli costa: il biglietto per andare al consolato romeno, le spese consolari (da 55 a 100 euro pro capite), il biglietto per il viaggio di ritorno in Romania. Per una famiglia povera, è troppo denaro e né l'Italia né la Romania agevolano queste pratiche. Sono pochi e ridotti male, i Rom in Italia, ma le autorità politiche, di destra e sinistra, li vogliono annientare. Francesco Rutelli, quando perse le elezioni, affermò di essere stato sconfitto sulla questione sicurezza. Molti politici di "sinistra" si sono pentiti, anche pubblicamente, dopo le elezioni, per non aver imitato i colleghi di destra, i quali, al contrario, hanno "vinto" scatenando una feroce campagna razziale. I politici, salvo rare eccezioni, non sanno che cosa siano i diritti umani, non attribuisconio alcun valore alla giustizia sociale. Quello che conta, per loro, è vincere e se per vincere bisogna cucinare carne umana, carne di Rom, lo fanno senza esitare. Anche noi del Gruppo EveryOne assistiamo a un walzer osceno. Quando l'Unione europea appoggia le nostre istanze, ecco che ci circonda un nugolo di alleati e quegli europarlamentari italiani che spesso non rispondono neppure alle nostre email riguardanti tragedie umaniarie in corso, si complimentano con noi, scandalizzati per la "deriva razzista" e chiamandoci "compagni" e "fratelli". Questa non è politica, ma lucro. Fare politica vuol dire, quanto meno, tutelare le democrazia e i diritti umani. E' necessario che sia tenuta al più presto ai nostri politici una lezione sula differenza fra "democrazia" e "dittatura della maggioranza", perché quasi tutti, ormai, inseguono le seduzioni della seconda e diventano "fascisti neri" o "fascisti rossi". Riguardo alla posizione di Rutelli, espressa compiutamente nell'intervista rilasciata al Corriere che riproduciamo qui di seguito, essa mette in luce un'ideologia inquietante. Rutelli ha compreso che l'intolleranza, oggi, permette di conseguire consenso popolare e diviene moneta politica. Così, anziché chiedere a gran voce che siano combattute l'emarginazione e l'indigenza, attivando con urgenza servizi socio-sanitari che aiutino famiglie e bambini, Rutelli scatena adesso un'offensiva affinché i bambini che mendicano siano tolti ai genitori e riempie la stampa e le tv di incitazioni al'odio contro i Rom. A Roma, contemporaneamente, si prepara - ce lo comunicano fonti attendibili - una campagna contro l'insediamento del Casilino 900. Alemanno ha incontrato difficoltà nel progetto di collocare le famiglie del campo fuori dal grande raccordo anulare, perché lo hanno raggiunto le proteste delle cittadinanze limitrofe al nuovo ipotetico insediamento: "I Rom qui non li vogliamo". Così si pensa di tornare all'idea di uno sgombero e di espulsioni indiscriminate. Ma per giustificare un'operazione tanto disumana e impopolare agli occhi dell'Unione europea, le Istituzioni devono creare un caso, un caso che presenti i Rom del Casilino 900 come criminali, asociali, una nutrita associazione per delinquere. E' quello che facevano i nazisti con le comunità ebraiche, negli anni delle Leggi di Norimberga. Istituzioni, autorità e associazioni per i diritti umani conoscono da tempo la realtà del Casilino 900, dove - come in ogni altro insediamento umano - convivono persone oneste e una piccola minoranza dedita ad attività illecite. Un'esigua comunità perseguitata e costretta a vivere sotto la soglia della povertà, falcidiata da fame, malattie (persino un caso di mucca pazza, insabbiato dalle autorità), è inoltre esposta alle pressioni della criminalità organizzata italiana, che ha alcune reclute anche al Casilino 900. Per colpire i Rom del Casilino con un'azione poliziesca stile -pogrom, è ipotizzabile, secondo le nostre informazioni, che si decida di colpire le due o tre persone dedite a ricettazione, arrestandole, sequestrando il materiale detenuto illecitamente e i loro beni personali, per poi divulgare l'operazione attraverso stampa e tv, presentando l'intero insediamento come un ricettacolo di criminalità e ricchezza proveniente da attività illecite: narcotraffico, furto, prostituzione e ogni altra possibile fonte criminosa di denaro. Si cercherà così - se le nostre fonti sono veritiere, come ahimè temiamo - di rispolverare il pregiudizio medievale, ma mai cancellato dal buon senso, secondo cui i Rom sarebbero ricchi, ma vivanoin povertà proprio per nascondere la natura illecita delle loro fortune. E si griderà, come accade da più di seicento anni, in Europa: "Al rogo!"

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L’INTERVISTA: «SERVONO SANZIONI COME PER LA RIDUZIONE IN SCHIAVITÙ»

Rutelli: vanno tolti i figli a chi li manda a mendicareL’appello al Pdl: arresto e processo immediato per i genitori

Francesco Rutelli (Ansa)

Roma, 3 dicembre 2008 - «Accetteremmo mai che la nostra vicina di casa si piazzi sul marciapiede a chiedere l’elemosina con il figlio seminudo accanto...? E accetteremmo mai che il marito della signora, poi, passi a ritirare i soldi?». Le domande retoriche se le pone Francesco Rutelli che, anche in forza di una lunga esperienza in Campidoglio, ha fatto un salto nel leggere per intero la sentenza con cui la Cassazione ha derubricato, da riduzione in schiavitù a maltrattamenti in famiglia, il reato contestato dalla corte d’Appello di Napoli a una madre rom che praticava il «manghel» (accattonaggio) part-time con il figlioletto semisvestito anche di inverno. Rutelli non si limita all’indignazione. E per questo fa una proposta al Pdl: «Bene Maroni, che con il suo ddl raccoglie la proposta mia e di Amato sull’inasprimento delle pene per chi impiega i minori nell’accattonaggio. Ma, se la maggioranza è d’accordo, io proporrei che in ogni caso scatti la privazione della potestà genitoriale...».

Lei propone la linea dura ma è vero che la Cassazione ha cercato di differenziare tra il nomade adulto che riduce in schiavitù e il genitore rom che si fa accompagnare nell’attività di accattonaggio «molto radicata nella cultura e nella mentalità di tali popolazioni».
«Io non intendo criticare i magistrati. Prendo solo atto del dispositivo della sentenza anche se culturalmente non lo condivido. Penso, infatti, che noi dovremmo affermare con forza una visione universale dei diritti umani. I bimbi—senegalesi, rom, italiani — sono tutti uguali perché nel nostro Paese l’inquadramento di una persona al di fuori delle condizioni della convivenza civile non può essere tollerato».

Vieterebbe l’accattonaggio, come propone la Lega?
«Se un adulto è costretto a fare l’accattonaggio non commette reato perché qualsiasi persona potrebbe trovarsi in condizione di necessità, anche se è dovere della comunità sostenere le persone più povere. Ma l’accattonaggio sistematico, organizzato da alcune comunità rom, non è tollerabile perché vivere nel nostro Paese credo significhi anche superare aspetti di tradizioni evidentemente deteriori ».

Il ddl Maroni all’esame del Senato prevede un inasprimento delle pene per chi sfrutta i minori di 14 anni nell’accattonaggio. Che farà il Pd?
«In realtà un inasprimento delle pene, grazie a un emendamento per il quale mi sono molto battuto in consiglio dei ministri, era già previsto nel ddl Amato. La mia proposta, seppure non prevedesse un automatismo tale da far configurare sempre la riduzione in schiavitù, produceva gli stessi effetti del reato più grave, con tanto di pena accessoria di perdita della potestà genitoriale in caso di condanna per l’impiego di minori nell’accattonaggio».

Maurizio Gasparri (Pdl) ha annunciato emendamenti. Collaborerete?
«Io, innanzitutto, confermo che bene ha fatto il ministro Maroni a raccogliere quella norma che aveva previsto anche il governo Prodi. Ben venga poi un’intesa con il Pdl per ripristinare l’automatismo che, in presenza di minori di anni 14 portati sulla strada a mendicare, preveda le sanzioni proprie della riduzione in schiavitù».

La proposta Rutelli, dunque, inasprisce la pena prevista dal ministro Maroni?
«Rutelli va oltre Maroni? Se vogliamo, mettiamola così per il semplice motivo che queste erano le intenzioni originarie che ho sostenuto in seno al governo Prodi. La proposta politica, ora, consiste in un appello bipartisan: migliorare il testo prevedendo la perdita della potestà genitoriale anche in caso di condanna per il delitto di impiego di minori nell’accattonaggio. Con una pena edittale più alta, da 3 mesi a 3 anni e 6 mesi, per consentire l’arresto in flagranza e il ricorso alla direttissima. Un rito più rapido, effettivamente dissuasivo: così i giudici avrebbero un chiaro riferimento della volontà del Parlamento».

Scusi Rutelli, da presidente del Copasir (Comitato di controllo sui servizi, ndr) come fa a seguire questo genere di problematiche?
«Guardi, le dico che nella nostra prima relazione al Parlamento sulla tratta degli esseri umani ci sarà un capitolo consistente sullo sfruttamento dei bambini che coinvolge migliaia di minori non accompagnati giunti nel nostro Paese. Molti di loro sono sfruttati sessualmente, per l’accattonaggio, per il lavoro minorile. Tutto ad opera della malavita senza che, devo dire, l’intelligence si sia occupata a fondo della tratta negli anni passati: poca cooperazione internazionale, scarse analisi su gli interessi che alimentano una spietata criminalità».

Lei si è occupato molto del dramma dell’infibulazione. Anche per questa pratica illegale c’è bisogno di misure di polizia?
«Fortunatamente contro la pratica dell’infibulazione, che spesso è un’imposizione dei capi maschi capace di generare violenza e atroce umiliazione in alcuni gruppi etnici, c’è stata una grande mobilitazione culturale femminile. Il fenomeno sembra ridimensionato, in Italia, grazie anche alle strutture come il servizio di medicina preventiva della migrazione del San gallicano guidato dal dottor Aldo Morrone. In queste ore, in cui i pescatori di Mazara del Vallo hanno salvato dalla morte sicura centinaia di immigrati, riconosciamo le virtù civili di un Paese in cui va tutelata sempre la vita e la dignità umana. Anche dei bimbi rom agli angoli della strada».

Dino Martirano
03 dicembre 2008


Perché i Rom non lavorano

In Italia vivono ormai, dopo le innumerevoli purghe razziali, da 50 a 70mila Rom, compresi quelli con cittadinanza italiana. Dei Rom entrati nel nostro Paese dalla Romania, da 45mila circa, ne restano meno di tremila. Sono stati allontanati con sgomberi brutali, intimidazioni, aggressioni, attentati. Chi conosce la comunità Rom, sa che la maggior parte degli adulti validi cerca lavoro, anche lavori umilissimi e sottopagati. Spesso sono taglieggiati dal caporalato o dalle cosche. Purtroppo, il mercato del lavoro, a causa del pregiudizio, è interdetto ai Rom. Il Gruppo EveryOne ha tentato di trovare un'occupazione, nei primi dieci mesi 2008, a oltre cento capifamiglia o adulti validi di etnia Rom. In tale ricerca, è stata attuata ogni soluzione possibile, dalle agenzie di collocamento agli annunci, al passaparola, al coinvolgimento di associazioni umanitarie e religiose, a internet. L'organizzazione ha scritto curriculum, inviato migliaia di richieste via posta tradizionale o elettronica, fornito referenze e garanzie. Risultato: un solo Rom è stato impiegato, nell'allevamento, in un paesino del Sud Italia, ma grazie all'interessamento di un amico antirazzista e non alla campagna di collocamento attivata dal Gruppo EveryOne. Riguardo alla casa, stesso discorso, perché gli italiani non affittano ai Rom, neanche se occupati. Si giustificano affermando che i Rom sono chiassosi o che il vicinato e l'amministrazione dell'appartamento affittato a una famiglia Rom protesterebbero, perché gli appartamenti dello stesso stabile "perderebbero valore". Riguardo alla criminalità, sono i dati del Viminale e il rapporto Censis a parlare: quella Rom non ha alcun rilievo statistico, soprattutto per quanto riguarda i crimini violenti. Persino il caso Mailat - con tutti i dubbi riguardanti le indagini, a partire dagli esami del DNA dal sangue sotto le unghie della Reggiani e sul viso di Mailat: entrambi misteriosamente perduti dalle autorità - non riguarda il popolo Rom, perché Mailat è romeno-tedesco di etnia Bunjas e non Rom. Per quanto riguarda il piccolo crimine, la percentuale dei Rom che commettono reati è identica a quella relativa alle altre etnie e spesso, a causa della loro condizione sociale svantaggiata, i Rom sono asserviti alla criminalità organizzata e di fronte alla legge non hanno alcuna tutela. La verità è semplice ed è la stessa che riguardò per secoli il popolo ebraico (che è sempre a rischio, perché anche l'antisemitismo è tutt'altro che scomparso e se non ci fosse Israele...) ovvero che il popolo Rom è emarginato, segregato, privato di ogni diritto, violato e ridotto in condizioni disumane a causa del razzismo e della xenofobia che ammalano il popolo italiano più ancora che altre genti europee. E' lo stesso germe aberrante che produsse l'Olocausto e le persecuzioni etniche e razziali. E' lo stesso germe che si difonde a una velocità e con una virulenza impressionanti, perché l'odio contro i Rom è montato e ora colpisce, in Italia, tutte le etnie e le razze invise alla propaganda e - di conseguenza - al popolo italiano, la cui cultura della tolleranza ha lasciato posto al pregiudizio medievale.


Rapporto presso la Commissione europea sulla situazione dei Rom in Italia. Diventerà una Risoluzione legislativa o resterà nel "cassetto" delle buone intenzioni?

del Gruppo EveryOne

Bruxelles, 18 novembre 2008. Ecco le prime conclusioni del Parlamento europeo sulla condizione di persecuzione del popolo Rom in Italia, anticipate da alcuni quotidiani italiani. Le fonti del Rapporto sono la relazione della delegazione dell'Unione europea dopo le ispezioni effettuate presso alcuni insediamenti Rom nel settembre scorso; il voluminoso dossier - corredato da dati, documenti, foto e video - preparato da Viktoria Mohacsi, dal Gruppo EveryOne e da altre associazioni per i Diritti Umani; i dati raccolti dal Coordinamento Nazionale Antirazzista (National Anti-Discrimination Coordination) e dalle Ong impegnate nella tutela del popolo Rom; un'ampia rassegna stampa e una raccolta di testimonianze rese da persone di etnia Rom perseguitate sul territorio italiano. E' un risultato importante, che finalmente rende ufficiale agli occhi dell'Europa la verità sui Rom nel nostro Paese. E' una tappa rilevante nel cammino verso l'emancipazione di una nazione senza territorio compatto, frutto di un lavoro complesso, difficile, spesso sul campo, insieme a Viktoria Mohacsi e ad altri europarlamentari antirazzisti. Il supporto di attivisti Rom romeni come Nico Grancea e Ionut Ciuraru è stato fondamentale per mantenere una rete in grado di monitorare costantemente e su tutto il territorio le operazioni di purga etnica e le violazioni dei diritti dei Rom. L'articolo del Corriere anticipa i punti salienti di una Risoluzione, che è tanto necessaria quanto osteggiata, in sede Ue, da quelle forze politiche che rifiutano il cambiamento, preludio a un'era di rispetto delle minoranze etniche. Se la Commissione europea resisterà alle pressioni e si manterrà fedele agli ideali della nuova Europa e alla carta europea dei Diritti umani, a dicembre il Rapporto diventerà una Risoluzione e questa volta il Parlamento europeo si premurerà di emanarla in una forma impegnativa, cui l'Italia dovrà attenersi. Se invece prevarranno logiche perverse - le stesse logiche che il Gruppo EveryOne ha combattuto a Roma, durante la visita della delegazione europea ai campi Rom, venendo espulso antidemocraticamente dagli incontri - il Rapporto subirà una revisione così pesante da risultare irriconoscibile e, di fatto, inutile alle istanze di emancipazione del popolo Rom. E' quindi necessario vigilare sui "giochi" che si svolgono nelle sedi politiche dell'Unione europea. Se è vero che il Rapporto rende ufficiale - almeno presso le Istituzioni europee - che esistono una persecuzione istituzionale contro i Rom, una campagna propagandistica di stampo razzista, una sequenza di abusi e violenze perpetrate contro questo popolo anche da parte di autorità di forza pubblica, è anche vero che nessun progetto di inclusione e di cultura antirazzista è ancora attivo, sancito dal diritto europeo. Il Gruppo EveryOne, il Coordinamento Nazionale Antirazzista e altre ong aggiornano continuamente il Dossier riguardante i Rom in Italia, ponendolo all'attenzione dell'Unione europea. Il Dossier presenta prove e testimonianze della discriminazione, delle violenze, dei pogrom, della negazione dei diritti fondamentali. Presto sarà completato da un database riguardante i pogrom istituzionali e le azioni di purga etnica che si sono svolte nelle diverse regioni italiane. Il Rapporto sui Rom in Italia, se dovesse diventare una Risoluzione legislativa, costituirebbe un'altra pagina importante per i Diritti Umani. L'errore imperdonabile, però, sarebbe quello di abbassare la guardia, perché l'Italia è gravemente malata di razzismo e xenofobia ed è ormai incapace di riconoscersi nello specchio della civiltà. Il walzer delle convenienze e degli opportunismi, inoltre, non è un malvezzo solo italiano e sulla pelle dei Rom esiste un vergognoso "mercato", a tutti i livelli. E' di vitale importanza, tuttavia, rilevare che dopo mille anni di persecuzione in Europa, proprio in questi ultimi due anni, grazie al lavoro dei nostri attivisti, di alcuni europarlamentari, delle personalità e delle forze politiche antirazziste, sono stati approvati documenti fondamentali che sottolineano la discriminazione e le vessazioni di natura razziale che colpiscono il popolo Rom in Italia e in altri Paesi Ue e aprono la strada a una nuova Europa, un'Europa che su queste basi, auguriamoci presto, riconoscerà i diritti del popolo Rom e la necessità di avviare campagne antirazziste mirate a combattere i pregiudizi medievali che sono ancora alla base del'esclusione e della persecuzione di un popolo innocente.


Rom a Pesaro. Radio Popolare intervista Roberto Malini del Gruppo EveryOne

Venerdì 14 novembre alle 8.30 del mattino, Radio Popolare ha intervistato Roberto Malini del Gruppo EveryOne riguardo alla situazione dei Rom a Pesaro e alla campagna che l'organizzazione internazionale per i Diritti Umani ha avviato in questi giorni, nel tentativo di ottenere protezione umanitaria per le famiglie Rom che vivono ancora a Pesaro da parte di altri comuni in Italia o all'estero. "La condizione dei Rom che vivono ancora a Pesaro è tragica," ha detto Roberto Malini, co-presidente del Gruppo. "Sembra incredibile che in un Paese dell'Unione europea vi siano ancora esseri umani cui sono stati negati tutti i diritti fondamentali della persona. I Rom di Pesaro hanno subito pestaggi, minacce di morte e insulti. Le Istituzioni hanno negato loro qualsiasi assistenza, nonostante alcuni dei 'nomadi' di Pesaro siano affetti da patologie e handicap gravissimi, nonostante vi siano bambini anche in fasce. I servizi sociali hanno rifiutato persino di registrare i nomi dei Rom che si sono rifugiati in città quasi un anno fa. Il motivo? Sono 'zingari' e gli 'zingari' sono solo esseri sgraditi da allontanare, nella città di Pesaro". L'attivista ha riassunto il calvario che le famiglie Rom stanno passando. "Il mio gruppo ha cercato di spiegare alle autorità pesaresi la realtà dei Rom," ha proseguito Malini, "una realtà fatta di indigenza ed emarginazione. Si tratta di famiglie provenienti dalla Romania, più volte sgomberate nel nord Italia, vittime di abusi da parte di razzisti e di agenti di forza pubblica. La comunità Rom di Pesaro piange già, purtroppo, alcune vittime, uccise dalla persecuzione: Soltir, malato di cancro e rifiutato dai medici di alcuni ospedali milanesi; Ciprian, il ragazzino bruciato vivo nel rogo della ex Falck, a Sesto San Giovanni. Ho consegnato alle Istituzioni locali la legislazione italiana e internazionale che tutela il popolo Rom; ho dimostrato loro che, secondo la legge, anche senza considerare il buon senso e l'etica umanitaria, avrebbero avuto il dovere di aiutare quelle famiglie e non reprimerle. Al contrario, i Rom che si sono rifugiati in un edificio privato fatiscente, dietro indicazione di un assessore comunale, sono stati denunciati per occupazione abusiva di stabile e rischiano una condanna a una pesante pena detentiva. Assurdo, perché la loro unica alternativa sarebbe la morte all'addiaccio, senza mezzi di sussistenza. Non si può più parlare di razzismo e xenofobia, perché vi è qualcosa di ancora più sinistro: un desiderio di annientamento". Roberto Malini ha proseguito l'intervista parlando del progetto EveryOne: "Abbiamo presentato ad alcuni comuni in Italia e fuori la tragedia dei Rom di Pesaro, chiedendo protezione umanitaria. L'eurodeputata Viktoria Mohacsi (nella foto) è venuta qui, nel capoluogo marchigiano, insieme a una delegazione di esperti di tematiche legate alla discriminazione del popolo Rom, per ascoltare i alcuni dei membri della comunità Rom pesarese. Davanti alle telecamere della TV ungherese Duma TV, i testimoni hanno riferito innumerevoli episodi di intolleranza, segregazione e violenza subiti in Italia. La Commissione europea ha aperto un fascicolo relativo a questo piccolo gruppo, che rappresenta perfettamente il fenomeno dell'antiziganismo nel nostro Paese.

Attualmente una città francese ha accolto una delle famiglie, un paesino in provincia di Potenza ne ha ospitata un'altra e una cittadina del Sud Italia si appresta ad accoglierne una terza. La solidarietà di privati cittadini e di alcuni amministratori pubblici è stata fondamentale, in queste tre operazioni-salvezza. Due capifamiglia lavorano già, mentre i bimbi vanno a scuola. Vi sono altre due famiglie da mettere al sicuro ed è importante che il comune di Pesaro ci conceda un po' di tempo. E' necessario definire efficacemente i programmi di accoglienza umanitaria e le Istituzioni pesaresi devono evitare di continuare ad esercitare pressione sui rifugiati, attraverso l'azione della forza pubblica. E' dannoso il loro rifiuto di dialogare con le associazioni per i Diritti Umani e forse non si rendono conto che una parte della cittadinanza di Pesaro non si fa più ingannare dalla propaganda, ma è pronta a manifestare contro la brutalità di un'evacuazione. Non si rendono conto che il caso dei Rom di Pesaro è seguito dalla Commissione europea, che ravvisa nella loro condizione una sequenza impressionante di omissioni di assistenza e di violazioni dei Diritti Umani da parte delle autorità locali. Il nostro gruppo non sarà solo, se le Istituzioni dovessero superare i limiti della disumanità e mettere in pericolo vite di esseri umani innocenti. Ma siamo ancora convinti che vi siano, anche all'interno dell'amministrazione di Pesaro e della Regione Marche amministratori non ancora accecati dall'odio razziale. E' a loro che ci appelliamo, affinché ci consentano di mettere a punto le opportune azioni umanitarie". Al termine dell'intervista, Radio Popolare ha rivolto un appello a tutti i comuni italiani: abbandonate la via dell'intolleranza e dimostratevi antirazzisti, concedendo ospitalità umanitaria alle ultime famiglie Rom di Pesaro. A.B.


Istituzioni minacciano sgombero dei Rom a Pesaro. Gruppo EveryOne: "Sarebbe una tragedia umanitaria. Dateci tempo di trovare un'alternativa"

Pesaro, 10 novembre 2008. Pesaro, una città in cui alcuni di noi hanno scelto di vivere e che si stanno sforzando di amare - tentando di contribuire a un difficilissimo risveglio di ideali umanitari, antifascisti e di solidarietà - ha scelto la via della persecuzione delle minoranze etniche e razziali più vulnerabili. Alcuni mesi fa abbiamo consegnato alla giunta comunale e alle forze dell'ordine la legislazione italiana ed internazionale che tutela i diritti degli individui e dei popoli disagiati, segregati ed esclusi, nonché le Direttive e le Risoluzioni del Parlamento europeo che combattono razzismo e intolleranza e promuovono azioni di inclusione sociale. Abbiamo inoltre spiegato - per iscritto - alle Istituzioni locali la Direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea all'interno degli Stati membri. La città di Pesaro avrebbe dovuto capire, in sostanza, che esiste un obbligo da parte delle autorità di tutelare individui e famiglie in stato di indigenza o addirittura di invalidità, che fuggono da Paesi che non offrono loro una possibilità di sopravvivenza dignitosa e che in nessun caso si possono mettere in mezzo alla strada famiglie che non hanno mezzi di sopravvivenza; al contrario, spetta ai servizi sociali provvedere alle loro necessità, fornendo un riparo e un sostegno sociale, assicurando l'opportunità di un'esistenza sicura e dignitosa. Successivamente, le Istituzioni hanno - secondo quanto prevede la stessa Costituzione - il compito di proteggere invalidi, malati gravi e bambini, nonché di attuare programmi di inclusione per gli adulti validi. In nessun caso è lecito evacuare esseri umani in difficoltà da alloggi di emergenza (baracche, ponti, edifici abbandonati pubblici e privati) senza prima aver fornito loro una soluzione abitativa adeguata e un supporto sociale. La città di Pesaro, al contrario, prosegue una politica di vessazione, persecuzione e allontanamento delle minoranze "sgradite". Negli ultimi tempi, per evitare l'interbento delle associazioni umanitarie e dei gruppi per i diritti umani, gli sgomberi avvengono in un colpevole "silenzio stampa". Pochi giorni fa i carabinieri hanno evacuato da una casa abbandonata in via Borgheria una piccola comunità di senza tetto italiani, albanesi e romeni, fra cui minorenni, portatori di handicap, malati gravissimi, alcolisti e tossicodipendenti. Persone socialmente fragili, cui palesemente necessiterebbe un sostegno socio-sanitario urgente. La scelta di mettere questi esseri umani in mezzo alla strada è una scelta che nulla ha a che vedere con la civiltà, i diritti umani, la cultura tollerante della nuova Europa. E' crudele e inaccettabile la tragica "marcia della morte" in cui sono stati costretti a incamminarsi, verso il nulla, al freddo, senza alcun mezzo di sostentamento, senza un tetto sulla testa, con poche possibilità di sopravvivere al clima rigido e ai pericoli della vita all'addiaccio. Istituzioni e autorità di Pesaro hanno già stabilito un destino identico anche per le ultime famiglie Rom rimaste in città. Il Gruppo EveryOne, con un impegno instancabile e fra mille difficoltà, è riuscito finora a trovare protezione umanitaria per due famiglie "nomadi", che sono state accolte in un piccolo paese del sud. Grazie alla tolleranza delle autorità del posto e all'impegno di alcuni privati, i capifamiglia lavorano e i bambini frequentano le scuole locali. In particolare, la piccola Annamaria, bambina Rom nata a Pesaro sei anni fa, è guarita da una brutta polmonite che l'aveva colpita nella città delle Marche e che l'aveva ridotta - a causa dell'emarginazione e della povertà in cui viveva - in drammatiche condizioni di salute. Recentemente abbiamo individuato una soluzione di alloggio e inserimento professionale per un'altra famiglia Rom, cui un piccolo comune - sempre del sud - ha offerto accoglienza umanitaria, dopo aver appreso della situazione di persecuzione razziale in cui si trovano i Rom a Pesaro. Nel frattempo, un altro nucleo familiare è stato ospitato in Francia. Le autorità conoscono il nostro impegno per mettere al sicuro i Rom perseguitati a Pesaro, ma sembra che non basti loro sapere che è in atto una "campagna della speranza", un'operazione che un po' per volta porrà in salvo le famiglie, consentendo ai bambini di frequentare le scuole e ai loro genitori di lavorare. Anziché agevolarci e concederci un po' di tempo, incalzano questi esseri umani derelitti ed esclusi, preferendo metterli in mezzo alla strada subito piuttosto che vederli allontanarsi a piccoli scaglioni, verso un futuro caratterizzato dalla speranza e non dall'orrore della miseria e del rigore invernale. Putroppo - e le autorità ne sono perfettamente al corrente - alcuni Rom che vivono a Pesaro, soffrono di patologie importanti, fra cui tumori maligni non più curabili e gravi handicap. Le famiglie che vivono in via Solferino, in particolare, hanno una situazione socio-sanitaria terrificante, ma anziché ricevere aiuto sono stati denunciati per occupazione di proprietà privata e rischiano una pesante condanna detentiva. E' caduta nel vuoto anche la richiesta, presentata dai Rom di via Solferino al Comune di Pesaro, di incontrare la società Campus srl di Fano, che ha denunciato l'occupazione dello stabile di sua proprietà, per chiedere un po' di tempo prima di lasciare lo stabile. Il tempo di definire un'alternativa a quella proposta dalla Istituzioni, che è la solita, inumana "marcia della morte". Il Gruppo EveryOne, che sta lavorando per identificare soluzioni umanitarie, non viene neppure ricevuto dalle Istituzioni pesaresi, nonostante svolga la sua attività a tutela dei diritti dei Rom in sinergia con le istituzioni Ue e con un incarico ufficiale. E' necessario abbandonare questa strada di intolleranza e odio, sostituendola, se non con la cultura dell'accoglienza, almeno con il buon senso. "A nemico che fugge, ponti d'oro" recita un antico adagio. "La mia organizzazione," dice Roberto Malini, co-presidente del Gruppo EveryOne "chiede agli antirazzisti pesaresi, che siano pochi o tanti, di farsi avanti adesso, nel momento più difficile, e di levare le loro voci a sostegno della 'campagna della speranza', per evitare che la politica disumana e frenetica dello sgombero immediato produca danni umanitari irreparabili, mentre se le Istituzioni ci garantiranno qualche settimana di tempo, potremo evitare dolore e lutti, consentendo alla piccola comunità Rom che vive in città di beneficiare della protezione umanitaria offerta da paesi e città, in Italia e all'estero, in cui razzismo e intolleranza non si sono ancora affermati con tanta spietatezza. Le famiglie Rom che vivono a Pesaro sono seguite direttamente dalla Commissione europea e la loro vicenda non sarà dimenticata. Impegnarsi adesso per tutelare i loro diritti fondamentali significa impegnarsi, a imperitura memoria, anche per il buon nome della città di Pesaro, che non deve tramandare agli storici del futuro nuove pagine di intolleranza e orrore".

Gruppo EveryOne: www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com - 334 8429527


Firenze, prosegue la persecuzione dei Rom: privati delle coperte, perseguitati, in attesa di sgombero, rischiano la vita 200 "nomadi"

Firenze, 4 novembre 2008. E’ la conseguenza della politica degli esponenti fiorentini e sestesi del Partito Democratico e dell'’inasprimento degli RPU, i Regolamenti di Polizia Urbana. Il sindaco di Sesto Fiorentino Gianni Gianassi (PD) ha disposto per lunedì 27 ottobre scorso la “bonifica” di un'area comunale, confinante con un terreno privato, che parte da via del Cantone e arriva, costeggiando la ferrovia, a via San Piero a Quaracchi. Nei due terreni – uno di proprietà comunale, l'altro privato – si erano insediate da diverso tempo una trentina di famiglie rom romene con bambini, donne incinte, malati e anziani, sgomberati lunedì scorso con l'ausilio di alcuni agenti della Polizia Municipale sestese e dei mezzi della Quadrifoglio, l'azienda di smaltimento dei rifiuti fiorentina.
“Polizia Municipale e Comune di Sesto Fiorentino hanno parlato di ‘bonifica’. Ciò che in realtà è avvenuto davanti ai nostri occhi è un tragico sgombero forzoso," dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne e Stefania Micol, presidente dell'associazione L’'Aurora onlus di Firenze, "in cui famiglie disperate senza dimora, senza alcuna alternativa alloggiativa, senza la possibilità di un lavoro regolare e prive di qualunque assistenza socio-sanitaria sono state messe in mezzo alla strada. Spazzini e operatori”, continuano gli attivisti, "hanno avuto l'incarico da parte delle Istituzioni locali di macinare coperte e vestiti e distruggere giacigli di fortuna assemblati con assi e tende per ripararsi dall'inverno: sono stati schiacciati dalla ruspa fornelli, pentole, medicine, piccole riserve di cibo messe a disposizione da alcune associazioni, zainetti di ragazzi che frequentano le scuole fiorentine partendo al mattino presto dalle loro baracche e riuscendo ad arrivare miracolosamente puliti e puntuali in classe". Solo tre baracche sono state risparmiate alla demolizione con le ruspe in seguito all'intervento di EveryOne e L'Aurora: tra esse, quella di due giovani genitori con un bambino di appena 5 settimane. Le altre famiglie sono state identificate e verranno probabilmente denunciate per occupazione abusiva di suolo privato. “Gli agenti della Municipale hanno dato loro il tempo di una settimana per lasciare la baracca. L'unica alternativa di alloggio proposta dal Comune di Sesto Fiorentino è stata quella di quattro giorni presso un centro emergenza freddo della Caritas per la mamma e il bambino di 5 settimane. Proposta che noi stessi abbiamo contestato," spiegano Malini, Picciau, Pegoraro e Micol, "perché è anticostituzionale distruggere l'unità di una famiglia, lasciando il padre fuori, in strada, al freddo e al gelo, lontano da chi ama, così come è impensabile non offrire la minima assistenza agli altri sgomberati. Lasciare oltretutto una donna che non parla italiano con un bambino di un mese vorrebbe dire rischiare – come già avvenuto in altre circostanze – che il Servizio Sociale e la Municipale strappino dalle braccia della madre il bambino, inserendolo nel Centro Sicuro del Comune di Firenze e poi in una comunità".
Appena una settimana prima, lunedì 20, gli stessi rom sgomberati hanno raccontato di essere stati vittima di una spedizione punitiva da parte di energumeni che indossavano divise: "Tre uomini in divisa sono arrivati con una jeep intorno alle 22, noi ci siamo allontanati per non farci vedere. Hanno messo a soqquadro diverse baracche, a uno di noi hanno portato via un lettore MP3, a un altro dieci euro che teneva nella giacca in baracca". Un ragazzo, testimone all'’interno della sua baracca di quanto stava avvenendo, ha poi riferito ulteriori dettagli del raid: "Erano quasi le 23. Uno degli uomini è entrato in una baracca con la sigaretta accesa e un accendino in mano. Dopo pochi secondi è uscito, e tutti e tre se ne sono andati risalendo subito in macchina e abbandonando il campo. Mi sono avvicinato alla baracca in questione,” ha continuato, “perché scorgevo una luce. Poi ho visto il fuoco. Coperte, stracci, materasso: se non fossi arrivato per tempo e non avessi chiamato aiuto, non avremmo spento l'incendio così prontamente"”.
Ma la persecuzione non finisce qui. La mattina di venerdì 31 ottobre la Polizia Municipale sestese e altri mezzi della Quadrifoglio hanno demolito per l’'ennesima volta altre baracche abitate da una settantina di rom romeni nella zona dell’'Osmannoro all’'ex Osmatex, nel territorio comunale di Sesto Fiorentino. "In Toscana - come in altre regioni italiane - si stanno consumando abusi intollerabili," commentano gli attivisti, "che contrastano con la Dichiarazione universale dei diritti umani e con le normative europee che tutelano la dignità, la salute e la sicurezza degli esseri umani, disponendo che le Istituzioni garantiscano il diritto alla casa, al sostentamento, al benessere e alla salute di tutti, ivi comprese quelle persone sono in mezzo alla strada. In Italia, però, vi sono minoranze etniche e razziali cui è negato il fondamentale diritto alla vita e vengono scacciate brutalmente. Gli sgomberi, che somigliano a disinfestazioni, colpiscono indiscriminatamente bambini, donne incinte e anziani, ma a nessuno importa niente della loro sorte".”
"Che dire poi di coloro che ‘pretendono’ di coprirsi con una coperta mentre riposano?" continuano i membri di EveryOne e L'Aurora, "i rom romeni che dormono nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella a Firenze ci hanno mostrato i verbali con le multe per occupazione abusiva di suolo pubblico, rilasciate dalla Polizia Municipale fiorentina. Sulla base del nuovo regolamento urbano varato dall’'assessore alla sicurezza Graziano Cioni, per i rom di Firenze ci saranno sanzioni e processi. Il loro delitto è quello di aver cercato di ripararsi dal freddo. Moltissime contravvenzioni di circa 160 euro ciascuna recitano: 'ha violato l’'articolo 15 c. 1 lett. d) del R.P.U., dormiva in forma palesemente indecente occupando il suolo pubblico. L'interessato ripristinava lo stato dei luoghi mediante allontanamento'. Di fronte alla divulgazione di episodi vessatori nei riguardi dei Rom, fino ad oggi le Istituzioni fiorentine e sestesi hanno sempre negato gli stessi, manifestando contemporaneamente un ostinato rifiuto a dialogare con le Associazioni. Rinnoviamo tuttavia l'invito alle Istituzioni e alle autorità di Firenze e Sesto Fiorentino a non mettere in piedi ancora una volta il walzer delle smentite di quanto segnaliamo, perché abbiamo raccolto verbali, testimonianze e fotografie degli eventi," proseguono EveryOne e L'’Aurora, "dunque “abbiamo le prove di una persecuzione etnica e denunciamo un'emergenza umanitaria che non ha nulla a che vedere con la 'politica' locale. Evitino di tirare in ballo il decoro urbano e non si rimpallino le responsabilità," dicono gli attivisti, "ma piuttosto si mettano al lavoro per prestare immediata assistenza a queste persone, attenendosi al diritto internazionale e alle norme etiche che distinguono le società civili dai regimi intolleranti: servono coperte, serve cibo, servono medicine, serve un luogo caldo che li tolga dalla strada, dove è a rischio la loro stessa sopravvivenza, con le incombenti temperature gelide e le intemperie di questi giorni. Non chiediamo più incontri, ma azioni urgenti di aiuto umanitario". Gli attivisti sottolineano un'altro tema scottante, riguardo ai rapporti fra le autorità e i Rom: "I gruppi umanitari che si occupano di tutelare i Rom ricevono frequenti segnalazioni di abusi e violenze sugli stessi da parte di uomini in divisa. In nessun caso, però, gli agenti violenti sono stati perseguiti e puniti. I Rom lo sanno e hanno paura di denunciare i loro aguzzini. Così subiscono pestaggi, minacce e insulti in silenzio. Combattere simili comportamenti da parte di chi dovrebbe proteggere i cittadini più vulnerabili sarebbe un messaggio di civiltà e giustizia e non di debolezza, da parte delle Istituzioni italiane". Il Gruppo EveryOne ha presentato con urgenza i rapporti su alcuni casi di persecuzione razziale nei confronti dei Rom, fra cui i drammatici sgomberi etnici nel fiorentino, alla Commissione del Parlamento europeo, sollecitando un intervento urgente.


Lettera del Gruppo EveryOne al Prefetto di Roma Carlo Mosca: "E' necessario attuare con urgenza un progetto di desegregazione e inclusione dei Rom nella Capitale"

In occasione dell'Incontro delle Associazioni Arpj-Tetto, Popica, Arci, Antica Sartoria Rom e Gruppo EveryOne con il Prefetto di Roma

Egregio signor Prefetto,

Roma, 27 ottobre 2008. Il Gruppo EveryOne ha rilevato negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi 12 mesi, un'escalation di razzismo e brutalità nei confronti delle famiglie Rom che si sono rifugiate a Roma e in particolar modo nei riguardi dei Rom provenienti dalla Romania. Una campagna politico-mediatica, partita nell'immediatezza dell'entrata della Romania nell'Unione europea e proseguita fino a oggi, ha seminato odio razziale verso il popolo Rom, consentendo alle autorità di attuare una vera e propria purga etnica, nonostante la Risoluzione del Parlamento europeo del 15 novembre 2007 sull'applicazione della direttiva 2004/38/CE, gli ammonimenti della Commissione europea e delle Nazioni Unite, la stigmatizzazione delle politiche persecutorie italiane da parte dei tutto il mondo civile. Negli ultimi giorni le autorità di Roma, incuranti della recente visita della delegazione della Commissione europea e della lettera di Jacques Barrot al Ministro degli interni Roberto Maroni, hanno intensificato le operazioni repressive, evacuando una ventina di microinsediamenti sugli argini del Tevere e in altre zone della Capitale e mettendo in mezzo alla strada decine di famiglie di etnia Rom, con bambini, donne incinte e malati anche gravissimi. Durante tali azioni poliziesche, nessuna assistenza socio-sanitaria è stata garantita agli sgomberati, che sono stati cacciati dai loro miseri ripari con una cinica disumanità. Bimbi in fasce, malati di cancro, portatori di handicap, cardiopatie e patologie importanti sono stati costretti a incamminarsi senza mezzi di sussistenza, senza coperte né farmaci essenziali verso il nulla, in tragiche marce della morte, indegne di qualsiasi città o Paese civile. Se la sorte che la città di Roma riserva ai Rom provenienti dalla Romania è così inumana, anche ai Rom italiani, a quelli provenienti dalla ex-Jugoslavia e agli "apolidi" non è certo riservato un trattamento rispettoso dei diritti basilari. I pochi "campi Rom" rimasti a Roma sono veri e propri ghetti, in cui le Istituzioni hanno deliberatamente evitato di fornire servizi igienici e sociali necessari alla vita. Contemporaneamente, in spregio alle norme internazionali che tutelano i popoli, gli abitanti di tali insediamenti sono stati costantemente intimiditi, umiliati, abusati nei loro diritti a perseguire un'esistenza dignitosa. Criminalizzati attraverso dichiarazioni di autorità irresponsabili, diffuse dai media locali e nazionali, gli abitanti dei campi si sono trovati senza alcuna opportunità di sussistenza e le lorro condizioni - verificate da delegazioni europee - sono quelle di topi o scarafaggi. "Sono come i topi," ha affermato infatti, qualche tempo fa, l'esponente di uno dei partiti di governo, "solo che è più difficile disinfestare le città dalla loro presenza". La speranza di vita media all'interno dei campi Rom della capitale non raggiunge i 40 anni, mentre infezioni batteriche, fungine e virali imperversano e le malattie da precarietà falcidiano bambini, donne e uomini. Riguardo ai "nomadi" che hanno cercato rifugio a Roma, provenendo da situazioni difficili in Romania, basti notare che un anno fa erano circa 6 mila, mentre oggi, a causa della persecuzione, sono poche centinaia: esseri umani in una condizione di disagio sociale e di precarietà drammatiche, peggiori addirittura - come rilevato dalla Croce Rossa - che nei più poveri e tormentati Stati africani. L'europarlamentare Viktoria Mohacsi ha pronunciato le seguenti parole, dopo aver visitato microinsediamenti e campi, a Roma e in altre città italiane: "Ho viaggiato per tutta l'Europa e ho osservato le comunità Rom di tutti i Paesi dell'Unione europea, ma in nessun luogo ho visto con i miei occhi una situazione così grave di emarginazione e persecuzione della mia gente. Spero che l'esempio italiano, che si può paragonare solo alle persecuzioni razziali avvenute nel Terzo Reich, non si difonda mai nei Paesi dell'Unione europea".
Il Gruppo EveryOne non può che condividere amaramente le osservazioni dell'europarlamentare ungherese e una volta di più Le chiede, egregio signor Prefetto Carlo Mosca - e insieme a Lei, lo chiede a tutte le autorità di Roma - di sospendere immediatamente le operazioni poliziesche di sgombero dei pochi insediamenti Rom romeni rimasti in città, provvedendo ad attivare con urgenza piani di sostegno per le famiglie che vivono in essi, in condizioni tragiche. Tali piani dovranno iniziare con l'assistenza socio-sanitaria, la predisposizione repentina di piani di alloggio, la concessione di sussidi alle persone gravemente malate o inabili. Quindi, quando le famiglie - unite - potranno contare sul diritto a un tetto sulla testa, alla salute e alla sicurezza, si potranno attivare programmi di inserimento professionale e scolastico. Per quanto riguarda i campi Rom, invece, il Gruppo EveryOne chiede che siano immediatamente interrotte le misure poliziesche di controllo e repressione, che presentano le famiglie perseguitate, agli occhi dei cittadini romani, come "associazioni per delinquere" e non come persone rifdotte in condizioni disperate a causa dell'odio razziale, delle violenze dei movimenti razzisti, della negligenza e della brutalità disumana di Istituzioni e autorità. Quindi, quando sarà restituita la dignità agli abitanti dei campi e quando la verità della repressione razziale sarà di dominio pubblico, si potranno avviare i programmi di alloggio e integrazione, cercando quanto più possibile di corrispondere le richieste delle famiglie vittime della persecuzione.
Il Gruppo EveryOne mette a Sua disposizione, signor Prefetto, nonché delle altre istituzioni e autorità, la propria esperienza e la propria rete di attivisti, esperti e specialisti internazionali per aiutare la città di Roma ad attuare il necessario cambiamento, sia mettendo in essere progetti educativi destinati a combattere il razzismo (rivolti alla cittadinanza, alle scuole, ma anche - ed è una priorità - alle forze dell'ordine), sia cooperando nell'organizzazione di progetti efficaci di desegregazione e inclusione sociale.

Grati dell'attenzione, attendiamo una risposta e Le porgiamo i più cordiali saluti

Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne

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Londra: dopo intervento EveryOne Annociate Nimpagaritse ottiene asilo nel Regno Unito

26 ottobre 2008. Annociate Nimpagaritse, donna originaria di Bujumbura, capitale del Burundi, facente parte della minoranza etnica Tutsi, rischiava la morte in patria per mano dei ribelli Hutu del FNL (movimento di liberazione nazionale) e doveva essere deportata dal Regno Unito – Paese in cui aveva richiesto asilo come rifugiata, ma che non aveva accolto la domanda – il 25 settembre scorso con un volo della Kenya Airways da Londra. Dopo che il Gruppo EveryOne, insieme al movimento "Friends of Annonciate Nimpagaritse" aveva lanciato il 23 settembre su scala internazionale la campagna per la sua vita scrivendo al Governo del Regno Unito e all''Ambasciata britannica in Italia, la donna era stata rilasciata il 27 settembre dal centro di detenzione di Colnbrook, in cui era richiusa, ed era potuta tornare a Sheffield, dove viveva dal 2005, in attesa dell'esito della sua domanda di asilo. Ieri sera è arrivata da Londra l’attesissima notizia: “Annonciate Nimpagaritse, grazie alla straordinaria mobilitazione per la sua vita, ha ottenuto dal Governo del Regno Unito l’autorizzazione a permanere stabilmente in Gran Bretagna, senza più il pericolo di deportazioni nel Paese d’origine”.
“Annonciate ha ricevuto asilo, dopo una campagna fulminea ma difficilissima, sulla base di quanto abbiamo documentato alle autorità britanniche,” affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau “ossia che da aprile 2008, a differenza di quanto ritenesse la Border Immigration Agency, nel Burundi sono ricominciate le sanguinose rappresaglie dei ribelli Hutu nei confronti dei civili di etnia Tutsi, che hanno mietuto in pochissimo tempo decine e decine di vittime innocenti e sono responsabili del massacro dei familiari di Annonciate stessa.

Il governo e la magistratura del Regno Unito” spiegano gli attivisti “avevano motivato il rifiuto in base alla tregua stipulata in Burundi nel 2006, ma non erano a conoscenza della ripresa del conflitto, verificatasi nel mese di aprile del 2008. La decisione di concedere asilo ad Annonciate da parte dell’Home Office, che ha riesaminato con umanità il caso, non solo ci conforta ma ci testimonia che con il dialogo e l’apertura all’accoglienza l’Europa custodisce ancora dei modelli di civiltà, e il caso di Annonciate è per tutti, l’Italia in primis, una grande lezione di umanità e rispetto delle minoranze: al contrario di quanto avviene nel nostro Paese. Le Istituzioni del Regno Unito hanno dimostrato che, di fronte all’evidenza dei fatti e a un effettivo rischio di vita documentato, è necessario prendere coscienza e agire tempestivamente nell’interesse di un cittadino in pericolo, sia esso connazionale o straniero, tendendo la mano verso le parti più deboli e abbandonando la via della repressione e dell’indifferenza. Non a caso, dopo che il Gruppo EveryOne e gli “Amici di Annonciate” hanno dimostrato con un dossier che la situazione politica in Burundi è ancora altamente rischiosa per i profughi di etnia Tutsi, il Governo ha rovesciato una decisione che era stata presa in seguito a due sentenze di tribunali, una dell'Ufficio immigrazione e una della Corte Suprema del Regno Unito”. Il Gruppo EveryOne sottolinea infine che “è stato essenziale l'interessamento e l'emblematico impegno del funzionario Pier Luigi Puglia, capo ufficio stampa dell''Ambasciata britannica in Italia, nonché la mediazione di Sir Christopher Layden, consigliere politico della rappresentanza britannica a Roma; due uomini di diritti umani che si sono resi disponibili ancora una volta al dialogo e al confronto, per una positiva risoluzione della questione”.

Nella foto, la gente del Burundi tenta di ricostruire un edificio distrutto


La Commissione Ue boccia il decreto sulla libera circolazione, ma il razzismo colpisce ancora

Dopo un'azione internazionale complessa, che ha coinvolto Istituzioni Ue, organizzazioni per i diritti umani, forze e personalità politiche antirazziste, attivisti Rom (come dimenticare il lavoro di raccolta informazioni e testimonianze di Nico Grancea?) e persino testimoni dell'Olocausto (da Piero Terracina all'indimenticata Tamara Deuel e a Nedo Fiano), Anne's Door e il Gruppo EveryOne accolgono con immensa soddisfazione i frutti di una formidabile vittoria dei Diritti Umani. La Commissione europea, infatti, ha bocciato in toto il decreto legislativo sulla libera circolazione nell'Unione europea. Il decreto Maroni prevedeva l'espulsione per chi non avesse residenza né mezzi di sostentamento. La Commissione ha ritenuto illegittima tale misura, che di fatto era stata congegnata come legge razziale nei confronti dei Rom. Le autorità potranno, tutt'al più, ma sempre senza ledere i diritti delle minoranze, consegnare agli "ospiti sgraditi" un invito - non impegnativo - a lasciare il Paese. Basta deportazioni, basta "allontanamenti" fuori dai confini del comune, della provincia, della regione o addirittura dello Stato italiano, che hanno caratterizzato un lungo periodo di violazioni e abusi istituzionali, un periodo durante il quale abbiamo assistito al triste rifiorire di ordinanze e provvedimenti simili a quelli attuati dal regime nazifascista. Dopo aver manifestato disappunto per la decisione della Commissione, Maroni ha dichiarato a denti stretti che il governo "eviterà di modificare il decreto del 2007 sulla libera circolazione». Naturalmente è necessario non abbassare la guardia, perché il movimento razzista - che ha raggiunto i vertici del potere - può cambiare il pelo, a causa delle sferzate europee, ma non il vizio, che è palesemente quello di perseguitare le minoranze razziali che gli sono invise. Gravissimi esempi di intolleranza sono sotto gli occhi di tutti. Ieri le autorità hanno effettuato ben nove sgomberi di insediamenti Rom che si trovavano lungo il Tevere, a Roma.

Le famiglie, con tanti bambini e persone gravemente malate, sono state messe sulla strada senza alcuna assistenza né alternativa di alloggio e gli agenti di forza pubblica hanno agito nei loro confronti come fanno i disinfestatori nei riguardi dei topi o degli scarafaggi. Situazione identica a Pesaro, città tradizionalmente rossa che non ha abbandonato le cattive abitudini del precedente governo: nessuna pietà per i Rom, neanche quando si tratti di bimbi nati da pochi giorni, di donne incinte, di malati terminali. "Questi 'pesci' non li vogliamo" ha tuonato un funzionario dei servizi sociali, "nelle nostre acque". Trenta esseri umani in condizioni di salute e di indigenza disperate sono già state denunciate per occupazione abusiva di stabile (nonostante si trovassero all'interno di un edificio fatiscente aspettando che il sindaco mantenesse le sue promesse di dare loro casa entro lo scorso settembre) e presto saranno costrette, in fila indiana come gli ebrei della Shoah a incamminarsi in una tragica "marcia della morte" verso il nulla, verso il gelo del prossimo inverno. Contemporaneamente, sono sempre di più i comuni che, in violazione della Costituzione italiana, hanno deciso di vietare e perseguire l'elemosina. Proprio in questi giorni il sindaco di Civitanova Marche Massimo Mobili ha firmato un'ordinanza (che Maroni definirebbe con compiacimento "creativa") contro l'accattonaggio. Firenze, un tempo città dell'accoglienza e della cultura multietnica, ha multato i Rom che dormono all'aperto, riparati da cartoni, con una sanzione di 160 euro. In seguito a questi provvedimenti persecutori, decine di famiglie Rom fuggono al di fuori dei confini italiani e il loro esodo è causa di un aumento della mortalità dei loro bambini, della perdita prematura dei loro malati più gravi, di una tragedia senza fine.

Nella foto di Steed Gamero, "Emergenza umanitaria al Casilino 900 di Roma" (www.everyonegroup.com)


Approvate le "classi per bambini immigrati", come negli anni delle leggi razziali

di Roberto Malini - Gruppo EveryOne

da Café Babel - Espresso

Roma, 15 ottobre 2008. Con 256 sì contro 246 no e un astenuto, la mozione leghista che proponeva alla Camera l'istituzione di classi per studenti immigrati, definite "classi di inserimento", è stata approvata. Tali classi saranno riservate agli alunni stranieri che non supereranno i test previsti per le classi ordinarie. Si tratta di un evento da non sottovalutare: la realizzazione - da parte delle Istituzioni italiane - di ideologie deliranti, di stampo razzista e xenofobo, che fino a qualche anno fa appartenevano all'ambito neonazista o ai nostalgici dei tempi delle leggi razziali. Durante la discussione, il capogruppo della Lega Roberto Cota - che recentemente ha affermato che i bambini stranieri "rallentano i processi di apprendimento di quelli italiani", negando strumentalmente l'importanza dell'intercultura e del valore educativo della fratellanza - ispirato da Umberto Bossi, ben presente al suo fianco, ha fornito una giustificazione alla proposta della Lega: evitare di iscrivere bambini stranieri dopo il 31 dicembre per non bloccare lo svolgimento del programma; creare le classi ponte o di inserimento, impedendo l'effetto "ritardante" dei bimbi stranieri su quelli ariani... ooops, italiani; infine, capovolgendo i termini del problema reale, prevedere che il numero degli stranieri in una classe sia proporzionale a quello degli italiani per evitare che si creino classi di stranieri in cui "per i nostri alunni italiani evidentemente non vi sarebbe più spazio". "Classi ebraiche statali" e "classi per stranieri" furono istituite dal regime nazista (con la formula dei decreti, utilizzata con disinvolta frequenza oggi, in Italia, come allora), così come fu definita una percentuale massima di studenti "non ariani", fissata allora all'1,50% dal Decreto contro il sovraffollamento nelle scuole tedesche. Contemporaneamente, i programmi scolastici vennero infarciti di nuove teorie educative e di una rilettura della Storia. La propaganda, poi, spiegò al popolo tedesco che i cambiamenti avrebbero migliorato le condizioni di vita tanto dei cittadini del Reich quanto degli stranieri, perché la Germania di Hitler - secondo le rassicurazioni di Goebbels - era terra d'accoglienza e integrazione. "La propaganda è un'arte," scrisse lo stesso Goebbels, "non ha alcuna importanza se esprima la verità". Ed ecco, oggi, Bossi, mascherato da Cota: "Le classi di inserimento sono uno strumento per garantire l'inclusione, servono a prevenire il razzismo e a realizzare una vera integrazione". E' evidente che l'Italia sprofonda ogni giorno che passa nel fango dell'odio razziale, in un modo sempre più spregevole. La vita e la dignità umana hanno perso ormai qualsiasi valore, per i razzisti italiani. Come durante i regimi di Mussolini e Hitler, è crollato anche il mito che la cultura umana ha sempre considerato inviolabile: l'integrità dell'infanzia. Basta visitare un insediamento Rom e assistere con i propri occhi all'agonia di centinaia di bambini - annientati da virus, batteri e funghi, divorati dai topi e dal fuoco, consumati dalla sporcizia, dalla fame e dagli agenti atmosferici - per comprendere come l'intolleranza abbia reso le autorità e gran parte del popolo italiano insensibile, anzi, crudele nei confronti delle etnie sgradite. Le "classi per stranieri", se diventeranno effettive, distruggeranno la cultura della tolleranza, rendendo sempre più solide le basi dell'ideologia razzista: dai pogrom istituzionali si arriverebbe presto all'affermazione di una vera e propria "cultura della razza", principio della fine di una democrazia e di una società basata sui diritti umani e civili.

"Negli esseri umani forniti di un marcato istinto di razza, la parte rimasta pura tenderà sempre all'unione fra simili impedendo un'ulteriore mescolanza. E con questo, gli elementi imbastarditi passano in secondo piano, a meno che essi non si siano moltiplicati in misura così consistente da impedire la riaffermazione della razza pura". Adolf Hitler, "Mein Kampf".


Il caso Diop Moussa: ennesimo episodio di razzismo istituzionale

di Roberto Malini

Ennesimo episodio di razzismo e violenza xenofoba attuata da agenti di pubblica sicurezza nei confronti di cittadini stranieri. A Milano Diop Moussa, senegalese di 43 anni, che vive e lavora nel capoluogo lombardo dal 1992 ed è oggi caporeparto di un'impresa, sposato a un'italiana e padre di un figlio di 6 anni ha subito un gravissimo abuso. Mercoledì mattina, verso le 8.20, l'uomo stava portando a scuola il figlioletto, a bordo della sua auto. Ha parcheggiato ed è sceso con il bambino. Due vigili gli si sono avvicinati e gli hanno chiesto patente e libretto, perché il piccolo viaggiava senza cintura. Diop ha esibito la patente e ha chiesto di poter accompagnare il bimbo a scuola, quindi sarebbe tornato con loro alla macchina e avrebbe mostrato il libretto. I vigli - che nel frattempo erano stati raggiunti da altri tre colleghi - non hanno acconsentito e alle civili proteste del padre, l'hanno gettato a terra e ammanettato di fronte al figlio e ad altri bambini con i rispettivi genitori. La gente ha preso le parti di Diop e ha espresso agli agenti ferme rimostranze per il trattamento che riservavano all'uomo. I vigili non ascoltavano nessuno e lo portavano via, mentre il bambino restava solo nel parco giochi. Nonostante le molte testimonianze a favore del senegalese, i poliziotti municipali denunciavano la loro vittima per resistenza. Il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato si schierava subito con i vigili violenti: "Per il momento risulta del tutto infondata l'accusa di razzismo, comunque stiamo facendo tutti gli accertamenti necessari . Di sicuro noi abbiano la denuncia dei vigili nei confronti del senegalese: inoltre dall'inizio dell'anno è il settantaseiesimo caso di aggressione ai vigili". Il Gruppo EveryOne segnala da due anni episodi come questo, chiedendo l'intervento delle più alte cariche dello Stato e delle Istituzioni internazionali. Alcuni membri dell'organizzazione per i Diritti Umani sono testimoni oculari di simili maltrattamenti, abusi e anche di pestaggi, a Milano e in altre città d'Italia. Altri membri del Gruppo sono stati vittime a propria volta di aggressioni, gravi violenze, minacce, insulti e intimidazioni da parte di uomini delle forze dell'ordine. Parlare di "montature" o di invenzioni da parte delle vittime - a priori - significa mentire, coprendo con calunnie l'operato di agenti degenerati, che andrebbero puniti e radiati. Stiamo vivendo un periodo atroce, in cui i germi del razzismo hanno infettato le Istituzioni a tutti i livelli. E' importante che all'impegno degli antirazzisti e degli attivisti si unisca quello degli agenti onesti, che "servono e proteggono" i cittadini. Devono avere coraggio e denunciare gli episodi di prevaricazione e violazione dei Diritti Umani, onorando il loro giuramento solenne e ponendosi dalla parte degli ideali di Giustizia che si sono impegnati a seguire. In caso contrario, saranno complici di reati di gravità inaudita, di cui risponderanno di fronte a Dio, se sono credenti, alla propria coscienza, sempre, e ad autorità internazionali, quando le operazioni razziali compiute contro persone di etnie deboli saranno giudicate quali crimini contro l'umanità.


Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso, afferma che bisogna eliminare i figli dei Rom

di Juan de Dios Ramírez-Heredia - Union Romani

Pregare? Piangere? Gridare? Protestare? Non so più che cosa possiamo fare, cari amici. La situazione ha raggiunto limiti impensabili, in Italia. Abbiamo appena ricevuto da un amico italiano il video, da YouTube, di un momento del comizio del politico leghista. Veramente incredibile. In questo video appare il vicesindaco di Treviso, capoluogo di provincia veneto di 100.000 abitanti. Quest'uomo che è diventato una bestia e non merita altro nome, che appartiene alla Lega Nord, partito che fa parte del governo Berlusconi, ha detto durante un comizio, dinanzi a migliaia di persone, che bisogna eliminare - intende "assassinare?" - i figli dei Rom, che a suo avviso rubano e vivono per delinquere. Questo miserabile afferma di avere distrutto due accampamenti di "zingari" e se ne vanta, promettendo che nella sua città presto non vi saranno più Rom.

Giancarlo Gentilini propugna le sue idee deliranti da otto anni e si riferisce al fascismo come a un regime che gli ha insegnato l'ordine e la disciplina. Si è autoproclamato "sceriffo" e come tale ha acquisito notorietà, agendo contro i Rom secondo un metodo di "tolleranza doppio zero". Questo nazista appartiene al partito di Umberto Bossi, un uomo che minaccia sempre l'uso dei fucili e di essere in grado di combattere alla testa di centomila uomini armati. Cari amici, cari fratelli, siamo arrivati a un punto di vera perversione. Gentilini porta avanti le sue ideologie promuovendo un ingiustificato allarme sociale. Le parole e le immagini del video sono eloquenti. Non so più cosa possiamo fare, dalla Spagna, per ridurre le angosce e l'orrore che colpiscono tanti esseri umani innocenti. Non solo in Italia. Pregare? Piangere? Gridare? Protestare? Non lo so e Dio sa che non lo so. So solo che vorrei smentire coloro che affermano che "la Storia si ripete sempre".

Nella foto, Juan de Dios Ramírez-Heredia


Evitiamo che i Rom di Pesaro si incamminino in una tragica "marcia della morte"

di Roberto Malini

Pesaro, 5 ottobre 2008 - Nella mattina venerdì 3 ottobre la polizia e i vigili urbani di Pesaro, con un notevole spiegamento di forze e di mezzi mobili, hanno effettuato un vero e proprio "blitz", alle sei e mezza del mattino, nell'edificio rurale in via Solferino n° 121, dove da alcuni mesi si sono rifugiate alcune famiglie Rom in gravissime condizioni di indigenza e sanitarie.
Presso la minuscola comunità Rom, come è noto, ci sono persone che soffrono di patologie oncologiche incurabili, cardiopatie, handicap di entità assai importante, gravi malattie da precarietà. Si tratta di pazienti di cui si è preso cura l'Ospedale San Salvatore e che hanno urgente bisogno di un alloggio dignitoso, assistenza sociale e possibilità di curarsi regolarmente. il Gruppo EveryOne desidera precisare alcuni aspetti, a proposito del "blitz" delle forze dell'ordine. Innanzitutto, che le famiglie Rom si trovavano, al momento dei controlli per identificazione e della comunicazione di ipotesi di reato (occupazione di stabile rurale), all'interno della casa fatiscente per una ragione ben precisa e conosciuta dalle autorità cittadine. Non avendo altro possibile riparo, le famiglie sono rimaste, come comunicato alla proprietà - Campus s.r.l. - all'interno dello stabile, in attesa dei primi giorni di settembre. In quei giorni, lasciati trascorrere irresponsabilmente dai politici cittadini, avrebbe dovuto iniziare il programma di assistenza e integrazione dei Rom che vivono a Pesaro, come promesso dal sindaco e dagli assessori alla salute e ai servizi sociali, in linea con le disposizioni previste dalle norme internazionali, norme da noi consegnate al Comune e dal Comune protocollate, e dalla Costituzione italiana.

Il piano di inclusione avrebbe dovuto mettere in atto con urgenza assoluta un'azione di sostegno socio-sanitario, inserimento professionale e soprattutto la concessione di un alloggio dignitoso, necessario per l'urgenza umanitari. Disattese le promesse, le persone Rom all'interno della casa (fredda, umida, fatiscente, senza alcun servizio né acqua né corrente elettrica) non avevano alternativa a quella di permanere nell'edificio. Accusarli di un reato o perseguitarli ancora vuol dire affermare ufficialmente che i malati, le donne, i bambini, le persone in difficoltà di etnia Rom avrebbero dovuto e dovrebbero, per essere "a norma di Legge", incamminarsi in una tragica marcia della morte verso il nulla, al freddo, senza cibo né farmaci, senza riparo né aiuti sociali. Come topi usciti da un luogo disinfestato. E' importante che sia chiara questa realtà, perché una diversa spiegazione sarebbe solo un'indegna ipocrisia. Il Gruppo EveryOne ha inviato alla Procura della Repubblica un documento in cui è spiegata chiaramente la contraddizione - una tragica contraddizione - secondo cui le famiglie Rom avrebbero commesso un reato rimanendo sotto l'unico tetto che hanno, dopo che gli impegni del Comune, impegni noti a tutti anche grazie ai giornali, sono stati traditi.

Basta digitare in un motore di ricerca internet le parole "Pesaro" e "Rom" per avere una rassegna stampa degli episodi di intolleranza e persecuzione che hanno colpito e funestato la comunità Rom locale, negli ultimi mesi. Riteniamo che la costante repressione, i trattamenti inumani e l'abbandono in cui sono sottoposti i Rom di Pesaro siano inconcepibili e inaccettabili persino nell'attuale clima di intolleranza e odio razziale che imperversa in Italia. Nessuna città, nessun paese, finora - a quanto ci risulta, salvo le recenti esternazioni del vicesindaco di Treviso - aveva posto famiglie indigenti nella condizione di scegliere fra lasciarsi morire di stenti o andare incontro a procedimenti giudiziari e polizieschi. Atroce. Ci aspettiamo quantomeno, da parte del sindaco e delle altre autorità pesaresi, a partire dalle forze dell'ordine che avrebbero il dovere di difendere i deboli e gli oppressi, che ci concedano il tempo per mettere al sicuro le famiglie Rom che vivono a Pesaro.

Siamo già riusciti ad ottenere protezione umanitaria da parte di una cittadina del Sud presso Potenza per la famiglia Jivan Petrici, salvando la vita alla piccola Annamaria, malata di polmonite e costretta a vivere, qui a Pesaro, al freddo, senza sostegno sociale, nell'indifferenza più gelida, mentre la tosse la scuoteva e la febbre la indeboliva ogni giorno. Ora Annamaria sta meglio, perché vive in una casa, al caldo, con persone di buona volontà che la assistono e un lavoro per il papà. Vi sono in Italia altre località, altre autorità comunali, altre persone solidali che, indignate e addolorate per il calvario che i Rom di Pesaro stanno attraversando, manifestano solidarietà nei loro confronti. Siamo in contatto con loro e presto saremo in grado di assicurare un riparo al caldo, una situazione protetta e programmi di inclusione ad altre famiglie. La "caccia al Rom" scatenata dalle Istituzioni locali, la terribile oppressione, la furiosa intenzione di rendere rapidamente la città di Pesaro "zigeunerfrei", libera da "zingari", ostacola gravemente la lotta per la vita che il nostro Gruppo conduce, fra mille difficoltà, insieme a cittadini di Pesaro che non seguono la corrente razzista. Dopo il "blitz" delle forze dell'ordine, con le procedure di identificazione, la comunicazione di ipotesi di reato (il "reato" di non lasciarsi morire, di tentare disperatamente di tenere unite e in vita le famiglie), alcune donne di via Solferino 121 si sono sentite male; tutti, bambini, malati, genitori si sentono affranti.

Avvertiti da un agente, affinché se ne andassero subito, pena finire in carcere, privati dei bambini, avevano già radunato le loro povere cose e il nostro Gruppo ha dovuto attuare una difficile opera di persuasione per impedire che si allontanassero al freddo e senza niente, in una "marcia della morte" che solo in un Paese imbarbarito, senza più traccia di civiltà e umanità sarebbe pensabile. Mentre li controllavano e compilavano schede e denuncia, gli agenti non mostravano alcun sentimento di compassione per l'umanità dolente che avevano di fronte. Non si è sentita una parola di solidarietà. Non si è visto un sorriso. Solo gelo e frasi impersonali. "Lunedì torneranno e ci porteranno in prigione," ripeteva un ragazzo fra le lacrime. "Ci hanno detto che abbiamo commesso un reato grave, rifugiandoci in questa casa e che se non ce ne andiamo, sarà peggio per noi". Alcuni di noi, eredi dei Testimoni dell'Olocausto, lottano ogni giorno perché i fantasmi più oscuri siano ricacciati nel buio della Storia. Eppure, quegli spettri ritornano, i loro riecheggiano ancora ai confini della "civiltà", dove un'umanità martoriata è costretta a vivere nel dolore, nell'esclusione, senza alcun diritto. Che cosa siamo diventati?

Nella foto, la "Palla di Pomodoro", uno dei più celebri monumenti di Pesaro. Diventa il simbolo di una città dal cuore di metallo?


Sempre più diffusa a Rimini la sottrazione di minori, da parte dei servizi sociali, alle famiglie Rom e migranti

A Rimini è drammaticamente frequente la pratica, attuata dai servizi sociali, di sottrarre minori ai migranti e ai Rom. Il Gruppo EveryOne riceve un numero anomalo di segnalazioni, dalla città della Riviera Romagnola: casi drammatici di madri e padri che si vedono portare via i bambini da un giorno all'altro, senza comprendere la ragioni di provvedimenti tanto spietati, che violano il diritto più sacro e inviolabile di un genitore, quello di amare e allevare i propri bambini, tenendoli vicini a sé. Nonostante le leggi italiane prevedano che la povertà non possa costituire un motivo per togliere la potestà parentale, è proprio la mancanza di mezzi di sostentamento la motivazione addotta dagli assistenti sociali e dalla autorità riminesi. Un importante studio legale affianca il Gruppo EveryOne nella difficile difesa dei diritti dei genitori, contro una pratica ingiusta e crudele, che è già stata alla base, in Italia, nell'ultimo anno, di un esodo di migliaia e migliaia di famiglie Rom e migranti, che hanno preferito un destino incerto al dolore di una separazione iniqua. Purtroppo le Istituzioni nazionali erogano fondi ingentissimi nel campo degli affidi dei minori a case famiglia e strutture di accoglienza, che ricevono per ogni minore sottratto alla famiglia straniera da 1500 e 3000 euro mensili. Somme che incentivano il fenomeno e sostengono una purga etnica de facto, ponendo un'insopportabile spada di damocle sulle teste delle madri e dei padri Rom e migranti. "L'assistente sociale, sorridendo, si è offerta di aiutarmi," ci ha raccontato una delle madri cui è stato sottratto un minore. "Mi ha assicurato che il mio bambino sarebbe stato nella casa famiglia per un periodo brevissimo, poi, una volta che avessi avuto un lavoro, sarebbe tornato con me. Ora ho un lavoro, ma il mio bambino resta lì ed è sempre più difficile vederlo. Se non me lo ridanno, mi ammazzo". Un caso simile a migliaia di altri, in Italia. Un caso che si è verificato recentemente nella solita Rimini. Dalla stessa città ci è giunta qualche giorno fa un'email in cui una giovane donna slovacca riferisce la sua terribile disavventura: "Mi hanno tolto due bambini, di 4 e cinque anni. Ho avuto problemi familiari, ma ho sempre lavorato e sono laureata. Nonostante un decreto del tribunale mi consentirebbe di tornare in patria con i miei bambini, non me li restituiscono più. Sono caduta in una trappola e adesso posso abbracciarli solo un giorno a settimana, il venerdì. Al mio Paese ho una residenza e un lavoro di insegnante, ma a loro non basta neanche questo. Aiutatemi, vi prego".


L'Ospedale San Salvatore di Pesaro avvia un programma che riconosce ai Rom il diritto alla salute

Pesaro, 30 settembre 2008

La direzione sanitaria dell'Ospedale San Salvatore di Pesaro rifiuta le ragioni dell'intolleranza e riconosce senza eccezioni il diritto alla salute di tutti i pazienti a partire proprio dai senzatetto e dai Rom, che più di tutti soffrono a causa della precarietà. Sembra una contraddizione lodare un ospedale perché riconosce il “diritto alla salute” a tutti i cittadini, perché è un diritto sancito dalla Costituzione. Purtroppo, però, nell’Italia di oggi, irrazionalmente spaventata di fronte agli stranieri, ai poveri e ai diversi, deve a volte essere considerato come una conquista anche il semplice rispetto di un valore fondamentale della civiltà. Dopo qualche incomprensione iniziale, dovuta alla carenza di informazioni ricevute dall'Ospedale San Salvatore riguardo alla presenza di una comunità Rom in città, è nata una sinergia fra il San Salvatore, il Gruppo EveryOne e la neonata Associazione "La Ruota Rossa" (che rappresenta proprio i "nomadi" che vivono a Pesaro). Grazie a tale collaborazione, la situazione sanitaria dei Rom di Pesaro è decisamente migliorata e alcuni pazienti che soffrono di gravissime patologie (tumori maligni, cardiopatie, considerevoli handicap della persona) sono ora in cura e si può affermare senza dubbio che sono state evitate gravi tragedie umanitarie, nonostante la latitanza delle Istituzioni e l'irresponsabilità dei servizi sociali. "I nostri medici faranno sempre il possibile per garantire esami e cure ai pazienti Rom, ma il problema più urgente è la condizione in cui sono costretti a vivere," ha detto allargando le braccia un medico dell'ospedale pesarese, "perché non è tollerabile che esseri umani, fra cui malati e bambini, non abbiano alcun sostegno da parte delle Istituzioni. Non abbiamo la bacchetta magica e possiamo solo fare eco all'allarme sollevato dal Gruppo EveryOne: se non verranno attuati progetti a tutela di queste persone sfortunate, il freddo del prossimo inverno potrebbe causare situazioni umanitarie spaventose". Riguardo alla tutela dei pazienti Rom, l'Ospedale San Salvatore ribadisce che non solo si atterrà sempre alle normative relative al diritto alla salute degli stranieri regolari e irregolari (decreto legge 286 del 25 luglio 1998; DPR 394 del 31 agosto 1999; Circolare del Ministero della Salute n.5 del 24 marzo 2000; Piano Sanitario Nazionale 2002- 2004), che riguardano la prestazione di cure urgenti o essenziali, ma non rifiuterà in alcun caso di prestare assistenza medica a una persona malata, specie se la condizione di precarietà in cui vive rende "essenziale" anche la cura di un semplice raffreddore.
"Abbiamo illustrato nei dettagli al sindaco, durante un incontro, la tragedia delle famiglie Rom di Pesaro, supplicandolo di intervenire, per evitare che l'indigenza, l'emarginazione razziale e le gravi condizioni di salute dei 'nomadi' presenti in città potessero causare drammi atroci," dichiarano gli attivisti del Gruppo EveryOne, "ma nonostante gli impegni assunti, anche sulla stampa locale, i Rom sono stati abbandonati e sopravvivono in edifici fatiscenti, al freddo, senza acqua né corrente elettrica, senza alcun sostegno sociale. Abbiamo chiesto almeno un cassonetto per i rifiuti. Niente. Alcuni familiari, anche minorenni, avrebbero dovuto ricongiungersi ai loro parenti. Uno di loro, purtroppo, il giovanissimo Ciprian Danila, promesso sposo di una ragazza Rom di Pesaro, è morto bruciato vivo a Sesto San Giovanni, per colpa di una candela, ma soprattutto dell'emarginazione in cui era costretto. Se, come promesso, il programma di integrazione fosse partito all'inizio di settembre, sarebbe ancora vivo e lo vedremmo camminare per le strade di Pesaro".

Grazie alla collaborazione fra il San Salvatore, il Gruppo EveryOne e due persone straordinarie - Giancarlo e il sacerdote don Michele - Annamaria, bambina Rom di cinque anni, nata a Pesaro, ha ricevuto le cure per una brutta polmonite (una delle prime cause di mortalità infantile) ed è stata posta al riparo, con la sua famiglia, in una cittadina del Sud Italia, che si è offerta di accogliere il nucleo familiare, offrendo un alloggio confortevole e inserendo il capofamiglia in un programma di inserimento al lavoro, dopo essere venuta a conoscenza della situazione di persecuzione e incuria riservata ai Rom di Pesaro, dove - purtroppo - alle promesse di assistenza umanitarie e piani di integrazione dispensate dal sindaco e da alcuni assessori del Comune, non è seguito alcun progetto concreto.
Oggi la piccola Annamaria sarà iscritta a scuola e sono bastati pochi giorni in una casa riscaldata, con un'alimentazione adeguata e migliorare la tosse che la scuoteva giorno e notte. Giovedì 2 ottobre la Direzione sanitaria del San Salvatore incontrerà il Gruppo EveryOne e La Ruota Rossa per pianificare le modalità con cui sarà affrontata la gravissima emergenza sanitaria che si prefigura - salvo un intervento urgente della Provincia di Pesaro, allertata dall'organizzazione per i Diritti Umani - per l'inverno imminente, se le famiglie Rom di Pesaro non avranno una condizione alloggiativa e sociale dignitosa. "L'Ospedale San Salvatore di Pesaro è un esempio per tutta la sanità italiana," concludono gli attivisti EveryOne, "perché segue una direttiva etica, che trova nel Giuramento di Ippocrate i suoi fondamenti. Abbiamo segnalato l'Azienda ospedaliera marchigiana alla Commissione europea, per i principi esemplari che la caratterizzano, principi che pongono la salute dell'essere umano - al di là della sua razza o etnia - al centro di tutto. Sembra un concetto scontato, ma non è così, perché in tutta Italia si segnalano casi di pazienti Rom rifiutati o curati con estrema superficialità, di farmaci essenziali negati, di trattamenti discriminatori. Per sconfiggere il razzismo vi è bisogno di esempi positivi e in questo senso la condotta del San Salvatore è doppiamente preziosa: un sostegno necessario ai suoi pazienti Rom e un modello per le struture sanitarie che, dimenticando Ippocrate, si sono lasciate travolgere dalla deriva razzista".

Nella foto, due pazienti di etnia Rom del San Salvatore di Pesaro


Morire per l'Expo. Ciprian Danila, un'altra vittima Rom di una grande speculazione

di Dino Erba

Milano, 30 settembre 2008 - Si chiamava Marian Danila [Ciprian], il ragazzino Rom che il 23 settembre è morto bruciato in un edificio diroccato di via Trento, all'interno dell'ex area Falk di Sesto San Giovanni (Milano). L’ex area Falk è da tempo l’estremo rifugio di molti Rom, perseguitati dalle normative dei sindaci, che il «Decreto sicurezza» ha notevolmente ampliato e inasprito. Ma neppure qui, tra muri pericolanti, macerie e ratti, i Rom trovano pace.
In quello stesso sfasciume, perché altra definizione non merita, l’estate scorsa si erano rifugiati una cinquantina di Rom, ma il 7 settembre, giunse all’improvviso la polizia. Con freddezza, gli sbirri seguirono la solita procedura: controllarono i documenti; radunarono bambini, donne e uomini fuori dall'insediamento (nessuno spazio al dialogo, nessuna attenzione alle emergenze umanitarie, nessun tentennamento); distrussero baracche e beni personali. Dopo di che, per i cinquanta Rom non ci fu altra scelta che un’errabonda ricerca di altri luoghi di rifugio. Quali? E quali risorse per vivere?
Negli ultimi mesi, a Milano e dintorni già tre Rom sono morti per cause dovute alle miserabili condizioni di vita, cui li costringono le amministrazioni pubbliche, in primis quella di Milano e di Sesto San Giovanni, al servizio di quella grande speculazione che si chiama Expo 2015.

Un progetto faraonico
L’ex area Falk, dove è morto Marian Danila, è destinata a una grande speculazione immobiliare, che è strettamente legata all’Expo 2015. L’architetto Renzo Piano ha messo a punto un progetto che prevede una trentina di torri di 30 piani! La costruzione è stata affidata al gruppo dell’immobiliarista Luigi Zunino (che attualmente non naviga in buone acque, ma questa è un’altra storia). L’iniziativa è nata dagli appetiti affaristici dei notabili della zona, prima dell’ex sindaco di Sesto San Giovanni Filippo Penati (oggi a capo della provincia di Milano), poi dell’attuale sindaco, Giorgio Oldrini. Pur di realizzare il grande business, entrambi hanno fatto carte false, sorvolando su delicati problemi, come la bonifica delle ex aree industriali. A coronare i loro sforzi, il 7 dicembre 2007 il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, visitò l’ex area Falk e benedisse il progetto faraonico dell’architetto Renzo Piano. A questo punto, la presenza di qualche Rom diventava un piccolo problema di ordine pubblico, che tuttavia avrebbe dovuto prevedere incidenti di percorso, come la morte di Marian Danila.
Ma poco importa. Con gran faccia di tolla, i due patroni della speculazione dell’ex area Falk, Penati e Oldrini, hanno partecipato in prima fila alla funzione funebre, che si è tenuta lunedì 29 settembre, alla chiesa di San Giorgio alle Ferriere, a cento metri dal locale dove Daniel è morto tra le fiamme. Al loro fianco, non poteva mancare don Virginio Colmegna, il pRomotore del cosiddetto «patto di legalità», che costringe i Rom di via Triboniano-Barzaghi (Milano) in una condizione simile a quella degli ebrei del ghetto di Varsavia. A questo punto, alla funzione mancava solo il vice sindaco Riccardo De Corato, il piccolo Himmler di Milano. Ma il gioco delle parti ha regole ben precise.

Spezzare le false divisioni
Il gioco delle parti fin’ora ha funzionato. Ha creato divisioni tra gli sfruttati, tra italiani e immigrati, in particolare contro i Rom, di fronte a un problema come quello della casa, che dovrebbe richiedere un impegno unitario di lotta. Il problema della casa riguarda tutti i proletari: italiani e immigrati. La crisi, e soprattutto le conseguenze devastanti dei mutui subprime, rendono la situazione drammatica: per molti gli affitti delle case popolari sono diventati proibitivi, gli sfratti aumentano e infine chi non è in grado di pagare i mutui si vede la casa pignorata. Di fronte a questo problema, che a Milano colpisce migliaia di famiglie, l’amministrazione comunale starnazza contro poche centinaia di Rom. Come mai? Per prima cosa, per mettere gli uni contro gli altri e, poi per mettere le mani sulle aree dove sorgono i campi Rom, e regalarle agli amici: ai Ligresti, ai Tronchetti Provera, agli Zunino e a tutta l’allegra brigata di speculatori, che si stanno pappando la città. Sarebbe ora di dire basta. Anche per evitare altre morti, come quella di Marian Danila.


Rigoberta Menchù in visita a Pesaro, una città che perseguita i Rom

Martedì 30 settembre alle ore 11, presso la sala del Consiglio comunale di Pesaro, sarà presentato un evento molto atteso in città: la visita al capoluogo marchigiano di Rigoberta Menchù (nella foto), Premio Nobel per la pace e attivista per i diritti dei popoli indigeni, prevista per i primi di ottobre. L'attivista e scrittrice incontrerà alcune personalità cittadine e presenterà la sua nuova campagna per i diritti dei popoli discriminati.

I numerosi episodi di razzismo e xenofobia avvenuti nella città di Pesaro non sono mai stati stigmatizzati dalle autorità locali; al contrario, un assessore di sinistra ha affermato, recentemente, riferendosi ai Rom: ''Qui a Pesaro i nomadi non attecchiranno mai. Non c’è acqua per quei pesci, perché qui la gente lavora. Qui il nomade se ne va in fretta o viene allontanato. Gli amici spagnoli secondo me non hanno sbagliato del tutto a definirci razzisti''.

Nello scorso luglio il sindaco di Pesaro si impegnò pubblicamente, anche in alcune interviste pubblicate sui giornali locali, ad avviare un progetto di integrazione, in linea con le Direttive Ue e le leggi internazionali contro il razzismo e a tutela dei popoli. Il progetto avrebbe dovuto comprendere assistenza sociale per le persone Rom gravemente ammalate (vi sono casi di tumori maligni in fase avanzata, cardiopatie gravi, mutilazioni e handicap), la possibilità di accedere a un alloggio decoroso (il sindaco propose di consentire alla comunità Rom di riattare edifici fatiscenti nell'area cittadina), il ricongiungimento nelle famiglie di alcuni minori e un piano di inserimento professionale per le persone valide.

Purtroppo, nonostante il Gruppo EveryOne avesse proposto di contribuire, con sacrificio personale dei suoi membri, al progetto, ogni promessa è stata disattesa, con conseguenze drammatiche per le famiglie Rom, già provate da anni di indigenza, emarginazione e incuria da parte delle Istituzioni.

Ciprian Danila, il giovanissimo Rom che viveva a Sesto San Giovanni in condizioni di indigenza intollerabili, è morto bruciato vivo nel rogo scatenato da una candela all'interno dell'edificio fatiscente in cui viveva. Avrebbe dovuto ricongiungersi alla famiglia della sua fidanzata, che vive a Pesaro. Soltir Danila, 55 anni, malato di cancro, avrebbe dovuto ricongiungersi alla sua famiglia ed essere curato presso l'Ospedale San Salvatore (ospedale che, una volta compresa la condizione sanitaria spaventosa in cui versano i Rom, ha scelto di curarli, secondo il codice deontologico). E' morto in Romania, senza poter accedere ai farmaci che avrebbero potuto salvarlo.

A Pesaro vivono altre persone Rom a rischio di vita, senza cure, in luoghi freddi e malsani. Solo lo spirito umanitario di alcuni cittadini - fra i quali spiccano per impegno e generosità Mariateresa, Maria, Elisa e il sacerdote don Roberto - ha impedito altri drammi irreparabili. Ma per l'amministrazione della città, non c'è posto per i Rom. Il tempo stringe, l'inverno è alle porte e nonostante le rassicurazioni del sindaco per i Rom di Pesaro non è stato fatto nulla.

Di fronte al rischio di tragedie umanitarie come quelle che stanno colpendo i Rom in molte città italiane, Il membri del Gruppo EveryOne, con le sole proprie risorse, hanno senza clamori iniziato ad organizzare piani si emergenza per la salvaguardia delle famiglie Rom presenti a Pesaro. La piccola Annamaria, malata di polmonite (una delle prime cause di morte infantile nel mondo) è stata curata e trasferita insieme alla sua famiglia al sicuro, al sud, lontano da Pesaro, in un paese che ha scelto di accoglierla, di darle un alloggio e un'occasione di lavoro. Annamaria frequenterà le scuole locali e la sua brutta tosse, grazie al riscaldamento, alle cure mediche e a un'alimentazione adeguata, guarirà presto.

Un'altra famiglia è in procinto di partire, verso il sud, dove è attesa da alcuni uomini di buona volontà, fra cui l'eroico parroco don Michele, un uomo che non verrà dimenticato, quando la persecuzione dei Rom avrà termine. In questi giorni, il Gruppo EveryOne presenterà a Rigoberta - con cui ha una fraterna affinità nell'impegno per i diritti degli emarginati - un documento in cui è dettagliata la condizione di emarginazione e negazione di ogni diritto umano in cui si trovano i Rom di Pesaro, chiedendole di aggiungere la sua voce al coro delle proteste e di chiedere con voce ferma alle autorità locali di rispettare le Direttive Ue e le convenzioni internazionali che combattono il razzismo e promuovono la tolleranza fra i popoli. Prossimamente, inoltre, l'organizzazione presenterà il cortometraggio "Pesaro Zigeunerfrei", una denuncia della repressione delle famiglie Rom che cercano di sopravvivere nella città di Rossini (compositore che, peraltro, amava la cultura "zingara").

Mentre le organizzazioni per i diritti umani e alcuni cittadini pesaresi assolvono i compiti per cui l'amministrazione è stata eletta, il comune di Pesaro ha l'ardire di parlare di Diritti Umani con una donna che - lei sì - si batte contro gli abusi e le violenze perpetrati da governi e istituzioni locali contro le minoranze etniche. Circa un anno fa Rigoberta, scambiata per una nomade, fu espulsa da un hotel di Cancun, in Messico. Ci auguriamo che l'amministrazione pesarese, che non può certo essere definita accogliente o tollerante nei confronti delle minoranze poiché attua una politica pesantemente discriminatoria contro le famiglie Rom che vivono in città, non riservi per sbaglio al premio nobel Rigoberta Menchù lo stesso trattamento che ha riservato alle persone di etnia Rom che si sono rifugiate a Pesaro e che a malapena sono lasciate camminare per le strade della città.


Il Gruppo EveryOne e l'Ambasciata britannica a Roma bloccano la deportazione della donna tutsi Annociate Nimpgaritse

"Una grande vittoria dei Diritti Umani. Il Regno Unito offre un esempio di civiltà all'Europa. La campagna prosegue finché non le sarà concesso asilo"

27 settembre 2008. Annociate Nimpagaritse, donna originaria di Bujumbura, capitale del Burundi, facente parte della minoranza etnica Tutsi, che rischiava la morte in patria per mano dei ribelli Hutu del FNL (movimento di liberazione nazionale), doveva essere deportata dal Regno Unito – Paese in cui aveva richiesto asilo come rifugiata, ma che non aveva accolto la domanda – il 25 settembre con un volo della Kenya Airways da Londra. Dopo che il Gruppo EveryOne, insieme al movimento "Friends of Annonciate Nimpagaritse" aveva lanciato il 23 settembre su scala internazionale la campagna per la sua vita scrivendo al Governo del Regno Unito e all’'Ambasciata britannico in Italia, la donna è stata rilasciata dal centro di detenzione di Colnbrook, in cui era richiusa, e ha potuto tornare a Sheffield, dove viveva dal 2005, in attesa dell'esito della sua domanda di asilo.
“E' stata una campagna fulminea, ma difficilissima," commentano sollevati i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "perché Annociate si era vista rifiutare l'asilo dall'Home Office, quindi da un ufficio immigrazione indipendente, da un magistrato dell'immigrazione e, infine, dall'Alta Corte di Giustizia". Poco dopo lo stop dei voli che avrebbero ricondotto la donna prima in Kenia e subito dopo nel Burundi, il Gruppo EveryOne ha ricevuto la conferma della sospensione della deportazione. "Adesso l'Home Office del Regno Unito riesaminerà l'intero caso," commentano gli attivisti di EveryOne, "sulla base di quanto abbiamo documentato alle autorità britanniche, ossia che da aprile 2008, a differenza di quanto ritenesse la Border Immigration Agency, nel Burundi sono ricominciate le sanguinose rappresaglie dei ribelli Hutu nei confronti dei civili di etnia Tutsi, che hanno mietuto in pochissimo tempo decine e decine di vittime innocenti e sono responsabili del massacro dei familiari di Annonciate stessa. Il governo e la magistratura del Regno Unito avevano motivato il rifiuto in base alla tregua stipulata in Burundi nel 2006, ma non erano a conoscenza della ripresa del conflitto, verificatasi nel mese di aprile del 2008”.
Il blocco immediato della deportazione è stato possibile grazie alla mediazione diplomatica condotta nelle ore immediatamente precedenti la deportazione da parte dell’'Ambasciata Britannica in Italia. “Come per i casi di Pegah Emambakhsh e di Mehdi Kazemi, è stato essenziale l’interessamento e l’impegno del funzionario Pier Luigi Puglia, capo ufficio stampa dell'’Ambasciata, nonché la mediazione di Sir Christopher Layden, consigliere politico della rappresentanza britannica a Roma, che si sono resi disponibili ancora una volta al dialogo e al confronto, per una positiva risoluzione della questione” spiegano gli attivisti. “Tuttavia, nonostante Annociate sia stata rilasciata e la sua deportazione in Burundi momentaneamente sospesa” precisano Malini, Pegoraro e Picciau “è assolutamente necessario tenere gli occhi aperti sulla vicenda, affinché l’'Home Office Secretary Jacqui Smith riconsideri in via definitiva il provvedimento di rimpatrio coatto e conferisca l’autorizzazione ad Annonicate Nimpagaritse di permanere sul suolo britannico come rifugiata, in base a quanto garantito dalla Convenzione di Ginevra e dal Protocollo del ’67, nonché dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Carta dei Diritti dei Popoli. Fino a quel momento, la donna, il cui stato è ancora quello di 'richiedente asilo' rimane a rischio di deportazione”.
Il Gruppo EveryOne sta raccogliendo evidenze e testimonianze che attestano la situazione di conflitto in Burundi e l'instabilità politica e civile che caratterizza attualmente lo Stato africano. "Per evitare che possano riaffiorare dubbi riguardo ai rischi che Annociate correrebbe se venisse rimpatriata," conclude EveryOne, "presenteremo un dossier-Burundi alle autorità britanniche. Nel frattempo, ci conforta l'apertura al dialogo mostrata dal governo britannico, in un campo delicato e importante come quello del diritto di asilo. Le nostre azioni a tutela dei Diritti Umani sono sempre più difficili, in questo periodo caratterizzato da rigurgiti di odio razziale e xenofobia, che sono sentimenti lontani dalla cultura della civiltà e della fratellanza. L'Europa ha bisogno di modelli di civiltà e il caso Annociate, se avrà un lieto fine, sarà una grande lezione di umanità e rispetto delle minoranze".
Il Gruppo EveryOne, con il sostegno del Partito Radicale e delle forze politiche più attente i diritti dell'uomo, annuncia la presentazione al Parlamento Europeo di un documento programmatico focalizzato sui vizi e le incongruenze nella procedure adottate dai governi degli Stati membri in materia di rifugiati richiedenti asilo, per garantire il rispetto dei diritti fondamentali dell'’individuo, così come sancito dall’'Unione con la Carta di Nizza e le direttive europee, cui ogni Stato Membro è tenuto ad attenersi.


Il 25 settembre Annociate, donna Tutsi, sarà deportata dal Regno Unito in Burundi, dove rischia la vita

24 settembre 2008. E’ di queste ore la conferma, che arriva direttamente agli attivisti del Gruppo EveryOne dall’associazione Assist Sheffield, che Annociate Nimpagaritse (nella foto), donna originaria di Bujumbura, capitale del Burundi, facente parte della minoranza etnica Tutsi, sarà deportata dal Regno Unito il prossimo 25 settembre nonostante in Patria rischi di essere assassinata dai ribelli del FNL, il movimento di liberazione nazionale appartenente all’etnia Hutu.
E’ già stato fissato il volo delle 20,10 della Kenya Airways n°KQ101 che giovedì, dall’aeroporto di Heatrhow, deporterà la donna contro la sua volontà prima verso Nairobi, in Kenya, e subito dopo, con il volo n°KQ470, a Bujumbura.

Annociate, che nel 2004 era fuggita da casa verso un campo profughi dopo che i suoi genitori erano stati assassinati dai ribelli Hutu del FNL, nel 2005 era salita su un volo diretto a Londra, e lì aveva iniziato le procedure per richiedere l’asilo come rifugiata. Dei suoi fratelli, sopra