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Memorie dell'Olocausto: a Berlino un Memoriale del Samudaripen. In Italia le iniziative del Gruppo Watching The Sky
Berlino, 1 gennaio 2009. Da domani entrano nella fase realizzativa i lavori, approvati il 19 dicembre 2008, per l'edificazione di un memoriale che ricorderà le oltre 500 mila vittime della persecuzione che i nazisti condussero dal 1933 al 1945 contro il popolo Rom. A Berlino esistono già memoriali che ricordano le vittime della Shoah e della persecuzione degli omosessuali. Dopo 16 anni di discussioni fra le Istituzioni nazionali e cittadine e i gruppi che rappresentano i Rom e i Sinti in Germania, finalmente l'opera sta per divenire una realtà, che celebrerà i martiri di una delle epoche più buie per i Diritti Umani. Il gruppo Watching The Sky propone da alcuni anni un progetto analogo alle Istituzioni italiane e ad alcune amministrazioni cittadine: un monumento a memoria dei Rom perseguitati e deportati nei campi di sterminio. Recentemente la provincia di Firenze ha approvato il progetto del Gruppo Watching In The Sky per un monumento alla memoria dei "Triangoli rosa", le vittime della persecuzione degli omosessuali e transgender durante il regime di Hitler.
  
Contemporaneamente, nel Milanese inizieranno presto i lavori per la creazione della prima Pinacoteca dell'Olocausto in Italia, anch'essa nata da un progetto e da un'importante donazione del Gruppo Watching The Sky. Gli artisti del Gruppo Watching The Sky saranno presenti in diverse città, in occasione del Giorno della Memoria 2009. il 24 gennaio a Genova con la proiezione del cortometraggio "Grüne Rose" di Dario Picciau e Roberto Malini, interpretato da Libero Stelluti e da un gruppo di straordinari giovani attori. Seguirà un incontro sul tema della persecuzione dei gay, con l'intervento di Matteo Pegoraro e del presidente di Arcigay Firenze Francesco Piomboni. Il 26 gennaio a Roma, nell'àmbito dell'evento "Il giallo e il rosa", dedicato alla commemorazione dei gay nell'Olocausto, nella cornice multipiano del Qube di via Pontonaccio 212, sarà proiettato ancora il cortometraggio "Grüne Rose" di Dario Picciau e Roberto Malini.

"Il giallo e il rosa", ideato da Vittorio Pavoncello per l'Associazione Ecad, è un’iniziativa realizzata con il sostegno della Provincia di Roma, Regione Lazio, Comunità Ebraica di Roma e Segretariato Sociale della Rai, con il patrocinio di Parlamento Europeo, Ambasciata di Israele, Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, Regione Lazio, Provincia di Roma, Unione Comunità Ebraiche Italiane e Centro di Cultura Ebraica. Dal 27 gennaio al 10 febbraio a Cassina de' Pecchi (Milano), presso la Sala dell'Aned, si terrà la mostra curata da Carol Morganti per il Comune di Cassina "Artisti dell'Olocausto", che presenterà in anteprima assoluta trenta opere d'arte della Collezione Roberto Malini. Sono dipinti, disegni e incisioni originali di artisti ebrei assassinati nei campi di sterminio nazisti o sopravvissuti alla Shoah: una parte significativa della collezione, che comprende oltre 200 opere di immenso valore artistico, storico e commemorativo, che costituirà il fondo della Pinacoteca dell'Olocausto. Lo stesso giorno, incontro con testimoni dell'Olocausto e presentazione da parte di Roberto Malini e Carol Morganti della Pinacoteca dell'Olocausto. Dal 30 gennaio al 15 febbraio 2009 a Pistoia, presso le Sale affrescate del Comune, si terrà la mostra fotografica di Steed Gamero e Roberto Malini "Capelli d'oro e di cenere. Donne nella Shoah"; inaugurazione il 30 gennaio dalle 17, alla presenza degli autori. Sempre a Pistoia, proiezione del film documento di Dario Picciau e Roberto Malini "In viaggio con Anne Frank" e presentazione del libro "Le 100 Anne Frank".
Nelle foto di Steed Gamero e Roberto Malini, tre donne che sopravvissero all'Olocausto: Hanneli Pick-Goslar, Halina Birenbaum, la Romnì Antonia Bezzecchi e l'eroina ebrea Mirjam Waterman Pinkhof (da "Capelli d'oro e di cenere")
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Cassazione annulla la condanna a cinque anni della mamma del bimbo Rom che mendicava a Caserta
Roma, 29 novembre 2008. Come abbiamo già scritto più volte e ripetuto in ogni sede, compresa la Commissione europea, il "mangel", l'attività di questua dei Rom è ormai una tradizione di quel popolo, dopo secoli di segregazione, schiavitù e persecuzione da parte delle nazioni europee. Costretti a vivere ai margini dei margini della civiltà, i Rom hanno fatto proprio un valore che riconoscono tutte le grandi religioni e che si riassume nelle parole di Gesù, tradotte correttamente: "Beati i mendicanti". Con una decisione coraggiosa, la Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d’Appello di Napoli che aveva condannato Mia, una madre Rom sorpresa dalle forze dell'ordine a fare accattonaggio con il figlio di quattro anni. In primo grado la donna aveva ricevuto una condanna a 6 anni per riduzione in schiavitù e maltrattamenti in famiglia. In appello la Corte non aveva ravvisato i maltrattamenti, ma confermava la riduzione in schiavitù, riducendo la pena a 5 anni. La Cassazione ha cancellato quella sentenza iniqua, simile a centinaia di altre sentenze discriminatorie a causa delle quali donne e uomini Rom innocenti languiscono in carcere, mentre i servizi sociali hanno sottratto illegittimamente i loro bambini, affidandoli a comunità o famiglie. La Corte di Cassazione ha precisato che Mia non faceva parte "di un’organizzazione volta allo sfruttamento dei minori" ma mendicava per povertà. Inoltre, faceva la questua con il figlio soltanto dalle 9 alle 13, quindi non esiste "quella integrale negazione della libertà e dignità umana del bambino che consente di ritenere che versi in stato di completa servitù," come affermava la sentenza precedente. I giudici della Suprema corte hanno concluso sentenziando che "non si possono criminalizzare condotte che rientrino nella tradizione culturale di un popolo". Centrodestra e centrosinistra, che hanno basato campagne elettorali, propaganda mediatica e operazioni di persecuzione nei confronti delle famiglie Rom proprio sull'assioma "mengel=sfruttamento" sono insorte, riproponendo i loro pregiudizi e la loro ignoranza riguardo alla Storia e alla cultura del popolo Rom. Sbagliano. Sbagliano in malafede, perché la sentenza della Cassazione è una scintilla di civiltà e di verità nell'attuale buio che circonda i diriti delle minoranze etniche. Ripropongo qui di seguito un mio breve articolo di qualche mese fa, quando commentai l'appello dei vescovi italiani rivolto ai sindaci: "non criminalizate i mendicanti". Roberto Malini
I vescovi italiani lanciano un disperato appello: "Sindaci, non combattete l'elemosina!"
Roma, 28 luglio 2008. Le persone che non hanno perso la via dei Diritti Umani devono schierarsi a fianco dei vescovi italiani, che condannano le ordinanze inique, disumane e incivili che proibiscono ai poveri di chiedere l'elemosina. L'elemosina evangelica è l'espressione reale della virtù teologale della carità, un fondamento del cristianesimo, dell'islamismo, dell'ebraismo e di tutte le principali confessioni. Nel Discorso della Montagna, Gesù Cristo afferma la santità di colui che a causa della povertà tende la mano a chi è più fortunato: "Beati i mendicanti nello spirito, perché il Regno dei Cieli appartiene a loro". L'elemosina, nei secoli, ha consentito a coloro che non posseggono nulla di continuare a vivere, anche nelle nazioni in cui i governanti non si prendevano a cuore la piaga della miseria. I provvedimenti che oggi combattono l'accattonaggio non trovano riscontro nella Storia. Hitler proibì la questua solo durante eventi internazionali come le Olimpiadi di Berlino del 1936, ma non varò mai leggi contro l'elemosina, per evitare di inimicarsi i cittadini credenti. L'Italia tocca il fondo della crudeltà sociale, del razzismo e della repressione delle fasce più vulnerabili della popolazione. Punire l'elemosina non significa solo punire i Rom, cui la feroce discriminazione ha lasciato solo tale estrema forma di sopravvivenza, ma vuol dire rendere ancora più rapida ed efferata l'azione di annientamento del popolo "nomade". Non vi è fine all'orrore. Le città che hanno emesso o stanno per emettere ordinanze contro l'elemosina rappresentano un'Italia senza più etica né spirito di umanità, espressione di un Paese caduto nella barbarie, che sarà presto giudicato dall'Europa e dal mondo per la sua ingiustizia, il suo odio razziale, la sua indole persecutoria nei confronti delle minoranze più deboli. "I poveri non sono mai un fastidio e non si può vincere la povertà togliendo i poveri d'attorno," ha scritto Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, giudicando con grande severità gli amministratori che dichiarano guerra agli indigenti, che nel Cristianesimo rappresentano l'immagine del Figlio di Dio nel mondo. R.M.
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Pesaro: abbiamo "liberato" Anna Frank
di Roberto Malini
Pesaro, 28 agosto 2008. La "nostra" Anna Frank, che ci guarda dal
selciato di Piazza del Popolo, a Pesaro, invitandoci a ricordare
l'Olocausto è libera. Gli organizzatori di Festa Pesaro 2008,
dimostrando sensibilità e rispetto dei valori che l'Olocausto, le sue
vittime e i suoi testimoni ci hanno tramandato, hanno rimosso il
grande adesivo e la "Mazda" che coprivano l'opera d'arte, in
ceramica, dedicata all'autrice del celebre Diario e scomparsa
tragicamente a Bergen-Belsen nel mese di marzo del 1945. IL Resto del
Carlino, nell'inserto di Pesaro, ha dedicato spazio alla richiesta
che il Gruppo EveryOne ha presentato al PD di Pesaro e Urbino:
"LIberate Anna Frank..." mentre decine di cittadini hanno fatto
propria la nostra iniziativa, chiedendo a loro volta agli
organizzatori di Festa Pesaro: "LIberate Anna Frank". Da parte mia,
ieri mattina ho inviato la seguente lettera al Partito Democratico
locale:
"Cari compagni del PD di Pesaro e Urbino, sono certo che non vi sia
stata una volontà offensiva, da parte degli organizzatori di Festa
Pesaro 2008, quando hanno deciso di coprire con un adesivo l'opera
d'arte in piazza del Popolo che celebra la memoria di Anna Frank, il
simbolo più noto nel mondo dell'Olocausto. Non sono solo le mie
origine ebraiche né la mia amicizia di vecchia data con tanti
sopravvissuti all'Olocausto: da Piero Teracina a Nedo Fano, da Ruth
Steindler Pardo ad Halina Birenboim, da Mirjam Pinkhof ad Hanneli
Pick-Goslar. E non è neanche il mio immenso amore per la giovane
autrice del Diario, vittima dell'odio razziale a Bergen-Belsen, alla
cui vita ho dedicato il mio saggio storico "Le 100 Anne Frank", il
libro educativo "Conoscere l'Olocausto", diverse pubblicazioni e il
documentario "In viaggio con Anne Frank". No, a farmi sentire una
profonda amarezza davanti alla "Mazda" e all'adesivo che cancellano -
per una lotteria! - l'immagine di una ragazzina che patì un martirio
indicibile, ebbe un comportamento eroico nei lager (come ricordano i
testimoni che la conobbero) e ci trasmise la memoria di una
persecuzione e di un genocidio immani è la mancata risposta da parte
degli antirazzisti e di coloro che, fra di voi, considerano ancora la
Shoah come un crimine mostruoso, un esempio di orrore verso cui
guardare sempre, per evitare che si ripeta (e con la persecuzione del
popolo Rom in Italia, ormai possiamo dirlo - insieme a Terracina e
Fiano - che i fantasmi più oscuri sono tornati). Nessun
provvedimento, neanche dopo che il Carlino - inserto Pesaro -, a
pagina 4, ha pubblicato la nostra richiesta agli organizzatori di
Festa Pesaro 2008: "Liberate il volto di Anna Frank". Vi chiedo
ancora di provedere: non lasciate che passi ancora un giorno con
quella coperta di plastica che invita al consumismo, con il peso di
quell'automobile sul viso di Anna Frank. E' un viso che le
scolaresche, passando per Piazza Grande, osservano con rispetto e
commozione, mentre gli educatori ricordano loro la tragedia della
persecuzione di ebrei e Rom durante il nazifascismo. Profanare i
simboli positivi della Memoria, sacrificarli a logiche diverse dalla
devozione e dalla commemorazione dei martiri è un pessimo esempio
educativo per i nostri ragazzi, per la Pesaro che cresce, già immersa
in un clima di "caccia allo straniero". Provvedete, per piacere.
Spostate l'auto e l'adesivo di qualche metro: non perderà efficacia,
la vostra lotteria, ma dimostrerete di non aver perso la strada del
ricordo, dell'antirazzismo e della democrazia".

Ieri sera, passando da Piazza del Popolo, notavamo che la nostra
richiesta era stata esaudita. L'adesivo che celava il volto di Anna
Frank, la Stella di Davide e altri simboli della Shoah era stato
rimosso e la "Mazda", parcheggiata un po' più in là. Numerosi
pesaresi - che forse grazie al "Carlino" si erano finalmente accorti
dell'opera che celebra la Memoria del genocidio di milioni di ebrei,
'zingari', stranieri, disabili, omosessuali - si fermavano a rimirare
i "Fogli Fossili", i documenti che ricordano gli orrori del
nazifascismo e il giovane viso di Anna. Le Istituzioni di Pesaro
hanno "liberato" Anna Frank e ora attendiamo che rispondano ancora
"sì" - come promesso - alle richieste di una piccola comunità che
reclama i propri diritti a vivere, lavorare, costruirsi un futuro in
città. Cari compagni di Pesaro, cari esseri umani di Pesaro: Anna
Frank, ad Auschwitz (la giovane scrittrice fu internata anche nella
"Fabbrica della morte"), fu testimone del martirio del popolo Rom. Di
fronte alle ragazzine 'zingare' che a testa bassa venivano condotte
alle camere a gas, piangeva e si lamentava, come ci ha raccontato una
sopravvisuta che la conobbe nel lager polacco. Il suo messaggio, che
ci raggiunge da un'epoca terribile - la notte dei diritti umani -
risuona ancora chiaro: smettiamo di commettere ingiustizie, abusi e
violenze contro i Rom, i quali, nonostante la tragedia
dell'Olocausto, che ne inghiottì un milione, sono ancora
discriminati, vessati, scacciati dalle nostre città a causa della
loro razza, della loro povertà, delle loro tradizioni. A Pesaro
vivono alcune "Anne Frank" costrette a nascondersi, a vivere in case
abbandonate senza acqua, luce, cibo. Non ripetete il crimine degli
aguzzini di Hitler. Non lasciate che uomini in divisa mettano loro e
i loro cari in mezzo alla strada, da dove le attenderebbe una
dolorosa marcia della morte verso il nulla. Sì, verso il nulla,
perché non hanno nulla. Perché agli occhi della gente (salvo pochi
"giusti"), quelle ragazze e le loro famiglie sono meno che nulla:
vagabonde, ladre, asociali. Come gli ebrei e gli 'zingari'
dell'Olocausto. Come Anna Frank. Avete "liberato", simbolicamente,
Anna Frank, cari compagni. Adesso aiutatela a trovare un posto dove
vivere, l'occasione di far parte di una città e l'accoglienza di un
popolo che - ne siamo certi - è diverso da quello che acclamava nelle
piazze due spietati dittatori che ingannarono il mondo.
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Festa Pesaro copre un'opera d'arte sulla memoria
da: Mosaico - Sito Comunità Ebraica di Milano
In occasione della Festa Pesaro, organizzata dalla sede locale del PD, un'opera d'arte dedicata alla memoria di Anna Frank e di sei milioni di ebrei vittime dell'Olocausto è stata coperta con un grande adesivo che pubblicizza il primo premio di una lotteria: un'automobile Mazda.
"È sconcertante," commentano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne, "perché gli organizzatori hanno incollato un messaggio pubblicitario sopra alcune immagini emblematiche della Shoah, fra le quali il viso di Anne Frank e la stella di Davide che gli ebrei erano costretti a cucirsi sugli abiti. Sul grande adesivo, è stata inoltre parcheggiata la vettura, su cui campeggia la scritta '1° premio'.
Nel mese di marzo 2008, per il 70° anniversario delle leggi razziali, l'amministrazione della Città di Pesaro ha accolto in piazza del Popolo, a imperitura memoria, incastonata nel selciato, l'opera d'arte “I fogli fossili”, installazione ceramica realizzata dall’Istituto d’Arte F. Mengaroni.

Sono immagini che invitano i pesaresi, soprattutto i bambini e i giovani, a ricordare l'orrore della persecuzione degli ebrei e dei Rom durante gli anni del nazifascismo. Che esempio diamo alle nuove generazioni, se manchiamo di rispetto ai simboli che le vittime e i testimoni ci hanno consegnato?
Il caro volto della giovane autrice del Diario, assassinata dai nazisti a Bergen-Belsen, non merita di finire nascosto sotto il simbolo del nostro materialismo". "Pesaro si distinse nel 1938, purtroppo, per una totale adesione alle disposizioni della Direzione generale per la demografia e la razza," ricordano i leader del Gruppo EveryOne, " e iniziò la persecuzione con una circolare della Prefettura che diede il via al censimento. Poco dopo iniziò a livello locale una campagna antisemita e razzista a mezzo stampa, in cui si distinsero quotidiani come L'Ora e Il Resto del Carlino. Quest'ultimo ha recentemente protestato contro l'opera d'arte che ricorda la persecuzione razziale e che presenta anche una pagina antisemita pubblicata all'epoca dal 'Carlino', ma in realtà la stampa dovrebbe fare un esame di coscienza ed evitare di ripetere errori e orrori". L'installazione in ceramica di piazza del Popolo riporta le copie fedeli di documenti emanati dalle autorità pesaresi e di articoli antisemiti. "In men che non si dica," continuano gli attivisti, "la cittadinanza pesarese si convinse che il problema della sicurezza nazionale fosse rappresentato da ebrei e 'zingari'.

Le autorità invitavano i cittadini ad evitare buonismi e pietismo e di collaborare per risolvere una volta per tutte il problema etnico. Su indicazioni della Prefettura, le forze dell'ordine iniziarono a determinare le ricchezze possedute dagli ebrei, perché non potessero salvarle trasferendole all'estero". Con il Regio Decreto Legge 1728 del 17 novembre 1938 entrarono in vigore le leggi razziali, gli espropri, le misure repressive e persecutorie. "Con l'entrata in guerra dell'Italia, le misure divennero sempre più dure. Una nota del Prefetto al Questore di Pesaro invitava le autorità a una maggiore severità nelle politiche razziali e nei controlli polizieschi," continua EveryOne, "mentre nel 1941 iniziarono arresti e deportazioni. Nella provincia di Pesaro vi erano numerosi luoghi di internamento in cui i prigionieri venivano registrati secondo la razza: ebrei o zingari.
La cultura civica di Pesaro, come quella di molte città di Italia, non può prescindere dalla memoria dell'Olocausto e per non perdere tale cultura, è necessario coltivare, oltre all'antirazzismo e al rispetto delle minoranze etniche, il valore fondamentale della Memoria. Ecco perché chiediamo accoratamente agli organizzatori della Festa Pesaro 2008 di rimuovere senza indugio l'adesivo propagandistico e la vettura che coprono irriguardosamente il volto di Anna Frank e altri simboli dell'Olocausto". Milano 26/08/08
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Gay Pride, simbolo di Memoria, cultura e orgoglio
del Gruppo EveryOne
Il no al patrocinio del Gay Pride è un grave segnale di omofobia. Gruppo EveryOne: "Il Gay Pride è come il Giorno della Memoria per gli ebrei: simboleggia l'unione della comunità GLBT e l'orgoglio della sua cultura. E' un monito contro pregiudizi e persecuzioni. Per sconfiggere l'omofobia, necessario che l'Unione europea riconosca pari diritti nelle unioni civili e in ogni aspetto della vita sociale"

20 maggio 2008. Le dichiarazioni del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna, che ha annunciato l'intenzione del governo Berlusconi di non concedere il patrocinio al Gay Pride hanno suscitato reazioni molto dure da parte delle associazioni per i Diritti Umani. "Per il governo gli omosessuali non sono discriminati," si giustifica la ex velina. "Il ministro non ha una preparazione riguardo al significato delle manifestazioni per i Diritti Umani," commentano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "il cui significato non è semplicemente quello di combattere la discriminazione, ma di celebrare la presenza e il contributo di una minoranza, già oggetto di persecuzioni, all'interno della società. Secondo la Carfagna, quindi, quando il governo riterrà che gli ebrei non sono più discriminati, negherà il patrocinio al Giorno della Memora o alle Marce dei Vivi? E' inquietante la deriva omofobica in cui le Istituzioni italiane sono cadute, già anticipata da battute infelici di alcuni degli attuali ministri. Il Gay Pride e il Corteo GLBT (Gay Parade) sono manifestazioni riconosciute in tutti i Paesi democratici e celebrano l'orgoglio della comunità omosessuale riguardo alla sua stessa esistenza, alle sue istanze di emancipazione alle sue tradizioni, alla sua cultura, che da sempre apporta un contributo fondamentale all'intera umanità". Riguardo alle critiche che riceve a volte l'aspetto 'trasgressivo' delle manifestazioni gay, i leader EveryOne spiegano che "le simbologie 'trasgressive', che suscitano l'ilarità o la disapprovazione degli intolleranti costituiscono la memoria storica della persecuzione che a Berlino colpì la comunità e lo stile di vita gay, la cui estetica era improntata a una ricerca di libertà, creatività e disinibizione, in reazione a secoli di repressione ed emarginazione. Il travestitismo, il nudo, il lato 'cabarettistico' del Gay Pride hanno precisi riferimenti culturali, sociali e politici su cui si basarono le istanze contro l'omofobia di Magnus Hirschfeld, nonché l'opera eroica dei primi movimenti per i diritti GLBT. Il modello proposto dai nuovi movimenti per i diritti omosessuali si poneva quale unica forma possibile di contrasto alla repressione promossa dall'Articolo 175 del Codice penale tedesco, promulgato nel 1871, che considerava l'omosessualità un crimine e fu il fondamento ideologico per la persecuzione attuata dai carnefici di Hitler". Sicuramente il ministro non conosce questi aspetti del Gay Pride, la cui presenza nella società assicura un principio di rispetto dele tradizioni della diversità. "Nel Gay Pride sono usati altri simboli," proseguono gli attivisti, "fra cui la bandiera arcobaleno, che è simbolo dell'identità gay così come la Stella di David è simbolo della comunità ebraica mondiale, sopravvissuta alla Shoah.

Un altro simbolo riconosciuto del Gay Pride è il Triangolo Rosa, che ricorda la persecuzione e lo sterminio degli omosessuali durante la Seconda guerra mondiale. Il Giorno dell'Orgoglio Gay è un invito internazionale ad accettare i diritti delle persone GLBT e a dire 'mai più' alle persecuzioni". Il Gruppo EveryOne opera nel campo della cultura, dell'educazione della memoria gay a contatto con le principali organizzazioni internazionali, fra cui la GLBT Historical Society di San Francisco e il Memoriale della Deportazione omosessuale di Parigi. "Negli anni 1980 nacque il Corteo (Gay Parade)," ricorda il Gruppo EveryOne, "i cui simboli - scelti dal movimento gay internazionale - erano la lettera greca lambda (emblema del movimento stesso) e il triangolo rosa. Negare il patrocinio e affermare che questo governo è espressione di un popolo italiano che non riconosce i diritti GLBT, come ha fatto la Carfagna, corrisponde a definire il governo come un regime omofobico che non rispetta i diritti umani e questo non è consentito, per fortuna, dalle norme Ue, dalle Carte per i Diritti dell'Uomo, dalla stessa Costituzione. Quello che è accaduto, in un'Italia che è già in preda a un delirio razzista che l'Ue si appresta a sanzionare pesantemente, è un atto di grave omofobia istituzionale ed è il principio di una forma di negazionismo della Memoria GLBT che risulta intollerabile, perché significa non cessare di riconoscere le conquiste effettuate in un campo delicato dei Diritti Umani, conquiste pagate spesso con il sangue dalla comunità GLBT, che ha ereditato il messaggio all'umanità lasciatoci dalle migliaia di vittime omosessuali torturate, castrate, soggette ad atroci esperimenti medici e assassinate nei lager nazisti". Gli attivisti ricordano come sia ancora presente la discriminazione omofobica in Occidente e come nei regimi integralisti si punisca l'omosessualità con la pena capitale.
"Dobbiamo fermare questo fenomeno di intolleranza e violazione dei diritti delle persone omosessuali," conclude EveryOne, "esprimendo una ferma protesta in Italia e soprattutto nelle sedi internazionali. E' tempo di cambiare atteggiamento ed è importante che l'Unione europea, oltre a stigmatizzare la deriva omofobica, consideri l'urgenza di una normativa internazionale che finalmente tuteli le unioni gay, che sono la base della vita privata e pubblica delle persone omosessuali. La Spagna moderna ha indicato l'unica strada civile da intraprendere, perché è inconcepibile che nell'Europa dei pari diritti vi sia una differenza così marcata fra le coppie eterosessuali (la maggioranza) e quelle gay (una minoranza perseguitata da tutelare). La richiesta all'Ue di questo punto deve essere chiara: parità nella sostanza delle unioni civili gay rispetto a quelle uomo-donna, con norme che la attestino in tutti i Paesi membri, senza possibilità di dubbi od equivoci e senza interferenze religiose e di parte, perché i pari diritti sono il punto di arrivo della nuova civiltà europea".
(Nelle foto:
Mara Carfagna, il Gay Pride è orgoglio e Memoria)
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Siamo tutti Rom: raccogliamo l'eredità degli eroi 'zingari' del 16 maggio 1944
di Roberto Malini
Il 16 maggio 1944 quattromila Rom internati nello "zigeunerlager" di Auschwitz decisero di opporsi ai loro aguzzini, che secondo programma erano venuti a prelevarli, per condurli nelle camere a gas. Di fronte a un'umanità ridotta in condizioni pietose - formata da nugoli di bambini pelle e ossa, donne e capifamiglia scalzi - si trovava la più potente e organizzata macchina di oppressione morte di tutti i tempi. Non furono solo gli uomini a decidere di non piegare il capo di fronte ai carnefici in divisa; anche le manine ossute dei bimbi e delle donne raccolsero pietre, mattoni, spranghe, rudimentali lame e tutti insieme i Rom di Auschwitz dissero: "No!"
"Non vi daremo i nostri piccoli, perché li facciate uscire dai vostri camini. I vostri medici ne hanno già straziati tanti, sperimentando la loro scienza mostruosa su di loro. Le loro urla salivano fino al cielo, più in alto ancora del fumo denso che usciva dai crematori, più in alto ancora delle nostre preghiere. Non annienterete le nostre famiglie, cui avete già tolto i doni preziosi della libertà e della dignità. Non lasceremo alle vostre mani rapaci, ai vostri cuori tenebrosi, al vostro odio disumano la bellezza delle nostre vite, la santità dell'amore che unisce le nostre famiglie in un popolo povero, ma fiero". Le mamme stringevano al petto i bimbi più piccoli, mentre combattevano; i ragazzini difendevano lo "zigeunerlager" finché il sangue non li copriva, rendendoli simili agli spiriti della vendetta delle leggende; braccia scure brandivano armi rudimentali in un impeto instancabile, finché le SS si ritirarono, esterrefatte davanti a quell'eroismo, a quel coraggio sovrumano che affrontava le palottole e le baionette con la carne nuda. Le SS si ritirarono, portando con sé molti cadaveri tedeschi. Solo il 2 agosto 1944 i nazisti - dopo aver ridotto in fin di vita la popolazione Rom prigioniera della "fabbrica della morte", limitando al minimo il suo sostentamento alimentare - riuscirono a liquidare lo "zigeunerlager". 2.897 eroi Rom furono assassinati in una sola notte nelle camere a gas di Birkenau.

Oggi, 16 maggio 2008, siamo di fronte agli eredi dei carnefici di Hitler. I mandanti del nuovo crimine di massa sono quegli uomini e quelle donne che vediamo ogni giorno sulle pagine dei giornali e in TV, sorridenti, pieni di boria, rifatti dal lifting e dal trucco, con le bocche ghignanti piene di parole che suonano come "Legalità", "Giustizia", "Sicurezza", ma che significano "Persecuzione", "Razzismo" e "Morte". Li vediamo ogni giorno e non hanno più colore, perché sono uniti e uniformati dall'odio. Non hanno rispetto di niente: non della vita, non dei diritti umani, non delle leggi universali, non della nuova Europa che si oppone ai pregiudizi. Hanno istigato violenze e pogrom in tutta Italia, ingannando le masse con calunnie razziste e incitamenti alla violenza xenofoba. Non li fermeremo, noi che vediamo ancora la luce dei Diritti Umani, noi che adesso siamo tutti Rom, noi che vogliamo essere Rom perché vogliamo essere giusti, non li fermeremo se non decidiamo fin da adesso di ereditare l'orgoglio degli 'zingari' di Auschwitz e non ci prepariamo a schierarci accanto alle famiglie perseguitate, sfidando le autorità che non rappresentano più nulla, le divise che non rappresentano più nulla, le più alte cariche dello Stato che hanno tradito ogni valore, che non hanno il diritto ad esprimersi a nome di un popolo, di una civiltà di un'umanità che - fra tanti orrori - ha creato anche un testo che è un impegno a costruire un futuro migliore per tutti: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
(Nella foto: Memoriale del Samudaripen ad Auschwitz)
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Nicolae Ceausescu e i Rom
In Italia vi è una scarsa conoscenza dei Rom romeni, delle condizioni di vita in
cui versano nel loro Paese di origine e della loro Storia, sia antica che
recente. Un operatore sociale di consolidata esperienza che segue da vicino la
comunità Rom romena in una grande città italiana ha affermato, nel corso di una
nostra conversazione, che quando era al potere, Ceausescu promosse
l'integrazione dei Rom nella società romena e li tutelò, emanando una serie di
provvedimenti a favore dei loro diritti umani e civili. L'operatore ha citato, a
sostegno della sua tesi, alcune testimonianze.

La realtà fu purtroppo diversa, perché Nicolae Ceausescu condusse una
campagna persecutoria di inaudita crudeltà contro gli zingari in Romania. Ho
incontrato diversi Rom romeni che hanno subito segregazione, torture e atroci
esperimenti genetici sotto il regime di Ceausescu. Altri hanno visto molti dei
loro cari, fra cui tanti bambini, prelevati dagli sgherri del dittatore e
scomparsi per sempre. Ceausescu si ispirò, riguardo alle politiche verso i Rom,
alle ideologie razziali di Adolf Hitler. Affermò più volte di ammirare i
programmi di selezione della razza del capo del nazismo e dichiarò che solo i
veri romeni, i "Daci" avrebbero avuto il diritto di esistere in Romania, mentre
i Rom sarebbero stati destinati alla schiavitù o all'estinzione. Inutile creare
miti riguardanti inesistenti "età dell'oro" per il popolo Rom, la cui strada
verso la parità non ha mai segnato - fino al momento attuale - tappe di cui
l'Europa possa andare fiera. R.M. |
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Fino a dove può arrivare la propaganda razziale delle
Istituzioni italiane contro i Rom?
di Roberto Malini – Gruppo EveryOne
23 aprile 2008
Ci si chiede fino a dove può arrivare la propaganda razziale condotta dalle
Istituzioni italiane per continuare e magari accentuare, visti gli esiti delle
ultime elezioni politiche, la persecuzione contro il popolo Rom. La risposta,
purtroppo, è lampante: non esistono limiti, perché la propaganda - che si avvale
della complicità di alcuni fra i principali media nazionali e locali - si è
posta l'obiettivo di trasformare gli zingari, agli occhi del popolo italiano,
nel nemico pubblico numero uno. I dati del Ministero degli Interni sono chiari:
l'incidenza dei crimini violenti perpetrati da Rom in Italia è percentualmente
senza rilevanza. Assai più elevato è, al contrario, il numero di aggressioni e
omicidi compiuti da italiani nei riguardi del Rom. E allora, si chiederà chi non
è obnubilato dall'odio razziale, come è possibile che l'Italia si sia convinta
del contrario? Come è possibile che praticamente tutti gli italiani siano
terrorizzati dal "pericolo zingaro"? Non è la prima volta che questo fenomeno
xenofobico e razzista imperversa in Italia ed Europa. La propaganda nazista
convinse il popolo tedesco che gli ebrei fossero un popolo di assassini, ladri,
truffatori, pervertiti, rapitori e violentatori di bambini. Proprio così: a
partire dagli anni 1920 il Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP)
iniziò una campagna razziale diretta a modificare nella percezione del popolo
tedesco l'immagine degli ebrei, da esseri umani pacifici e religiosi in creature
diaboliche e prive di valori morali. La stampa fu il veicolo principale di tale
azione di discredito. Naturalmente, per ottenere spazio sulla stampa, i nazisti
attribuirono a persone di fede ebraica crimini particolarmente odiosi,
attraverso macabre messinscene: aggressioni, infanticidi, delitti sanguinosi. I
cittadini tedeschi iniziarono così a temere gli ebrei e a tenersi lontani dalle
loro comunità, considerate (come i campi Rom di oggi) "luoghi di perversione e
crimine". La rivista settimanale Der Stürmer (in italiano "L'attaccante") fu uno
dei mezzi che servirono alla propaganda con più efficacia e più a lungo: fu
infatti pubblicata dal 1923 fino al termine della Seconda guerra mondiale a cura
dell'editore nazista di destra Julius Streicher.

Mentre il Völkischer Beobachter, organo di stampa ufficiale del partito,
propugnava ideali razzisti con un linguaggio apparentemente obiettivo (come
fanno oggi in relazione ai Rom, alcune importanti testate nazionali), Der
Stürmer divulgò calunnie, menzogne, stereotipi anche osceni, che diffondevano
scandalo, risentimento, terrore nei confronti degli ebrei, dei Rom e delle
minoranze che i nazisti si apprestavano ad annientare, in nome di un concetto
distorto di "sicurezza". A ogni nuovo episodio che vedeva un ebreo o uno zingaro
accusato di un delitto orrendo, le leggi venivano modificate e si facevano più
dure, si proclamava la "tolleranza zero" e si intensificavano le operazioni di
polizia, gli arresti, le limitazioni alla libertà personale delle "etnie
immorali". La fascia meno colta del popolo tedesco attribuì ampio credito alla
propaganda di regime, tanto che gli eccessi di Der Stürmer furono relegati, a un
certo punto, proprio a tale fascia, mentre una propaganda razzista più
sofisticata fu riservata agli strati più colti, agli uffici amministrativi e
alla Hitler-Jugend, che proibì la distribuzione del settimanale scandalistico
all'interno delle proprie strutture educative e ricreative. Nonostante ciò, la
campagna di Der Stürmer si intensificò di anno in anno, tanto che la rivista
raggiunse, nel 1938, una tiratura di 500 mila copie. Valeva per i propagandisti
di Hitler e vale per i nostri politici, che raggiungono o mantengono le
posizioni di potere - ormai - quasi esclusivamente cavalcando l'onda razzista e
xenofoba, uno dei motti preferiti dal gerarca nazista Joseph Goebbels:
"Qualsiasi bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà a poco a poco in
verità". |
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Piero Terracina,
sopravvissuto ad Auschwitz: "Il Pdl ha un'anima fascista e razzista. I Rom in
Italia sono una minoranza perseguitata"
di Eleonora Martini (da Il Manifesto, 18 aprile 2008)
«Non basta mettersi la kippah davanti al Muro del pianto, per smettere di essere
fascisti. L'hanno fatto in tanti, forse l'hanno fatto in troppi. Io credo che
votare per un partito che accoglie gente come Alessandra Mussolini e Ciarrapico
dovrebbe essere impossibile per tutti, non solo per gli ebrei, ma anche per i
tanti antifascisti che ci sono nel centrodestra. Figuriamoci poi dare il voto ad
una destra estrema che si dichiara apertamente fascista. Il problema non è
l'apparentamento con Storace, il problema è Alemanno stesso, candidato a sindaco
di Roma». È lucido e non ha perso nemmeno un grammo di memoria, Piero Terracina,
classe 1928, esponente di spicco della comunità ebraica e colonna portante
dell'antifascismo italiano. Terracina aveva 15 anni quando venne arrestato dalle
Ss e deportato ad Auschwitz insieme agli altri sette membri della sua famiglia.
Tornò a Roma da solo, unico superstite. «Mi denunciarono i fascisti, loro mi
consegnarono alle Ss per prendersi il compenso di cinque mila lire. E quando
tornai, a 17 anni, senza più nessuno, la prima lettera che ricevetti fu dallo
stato italiano che reclamava le tasse arretrate di mio nonno ucciso nelle camere
a gas. E solo dopo nove anni ottenni l'aiuto economico che avevo chiesto.
Eccolo, è un assegno che non ho mai incassato e che da allora porto sempre con
me, guardi: sono 48.065 lire». Allora lo stipendio medio era di 200 mila lire.
Dopo le proteste del presidente Riccardo Pacifici, Alemanno ha detto ieri che
terrà conto dell'opinione della comunità ebraica romana per decidere
sull'apparentamento con La Destra. Ma ci tiene a ricordare che Storace è stato
in Israele prima di Fini.
Credono che sia sufficiente andare in pellegrinaggio in Israele o ad Auschwitz.
Ma quando si tratta poi di esprimere con i fatti le loro idee, si rivelano per
quello che sono. Dovremmo ricordare tutti il loro passato perché il problema
purtroppo è questo: a differenza della Germania, l'Italia non ha mai fatto i
conti con il suo passato. La Shoah non ci sarebbe stata senza le leggi razziali
nel '38, e queste non avrebbero potuto essere emanate se il fascismo non avesse
tolto a tutti noi italiani la libertà nel '22. E non dimentichiamo che è il
fascismo che ha fatto scuola al nazismo, nato solo successivamente.

Anche Fiamma Nirenstein è entrata senza remore nel Pdl. Possibile che
ormai il giudizio sulle politiche dei governi israeliani sia diventata la vera
discriminante politica di molti ebrei, più che i principi e i valori che esprime
una parte politica?
Quello che penso l'ho già detto personalmente a Fiamma, la sua scelta mi ha
fatto molto male.
Ci racconta cosa le ha detto precisamente?
Le ho detto che secondo me per un ebreo entrare in un partito che accoglie
fascisti è andare, come dire, contro natura. Io credo che il padre di Fiamma,
Alberto Nirenstein, deportato anche lui, si sia rivoltato nella tomba. Però c'è
da dire che se ormai si è arrivati a questo punto la colpa è anche della
sinistra. Siccome gli estremi spesso si toccano, l'estrema sinistra ha assunto
le stesse idee dell'estrema destra. C'è un antisemitismo mascherato dietro le
prese di posizione sul conflitto israelo-palestinese: la colpa alla fine è
sempre degli ebrei. Apparentemente l'odio è anti israeliano, ma in realtà si
riversa contro tutti gli ebrei. Ogni persona di buon senso dovrebbe capire che
uno stato sovrano ha il diritto e il dovere di difendere i propri cittadini.
È per questo che la maggior parte della comunità ebraica ha fatto una scelta di
campo verso il centrodestra?
Indubbiamente questa presa di posizione della sinistra ha orientato il pensiero
di molti ebrei. Non ci dimentichiamo che Israele è la nostra assicurazione sulla
vita. E da questo punto di vista hanno fatto danni tutti, li ha fatti l'estrema
sinistra ma anche D'Alema, andando a braccetto con il capo degli Hezbollah.
Eppure Alemanno, che sembra mostrare questa sensibilità verso Israele, nel suo
incontro di oggi (ieri, per chi legge) con il ministro francese
dell'immigrazione e dell'identità nazionale, Brice Hortefeux, ha parlato di
preferenza nazionale e del solito «problema immigrazione» e «nomadi». Non vede
alcuna contraddizione in questo?
Certo. Infatti, non è razzismo anche questo? Non metto in dubbio che la
questione dei campi rom possa essere diventata ormai un problema sociale, ma c'è
modo e modo di parlarne e di affrontarlo. Perché invece non cercare una
soluzione condivisa con queste persone? Io, che giro molto per le scuole di
tutta Italia, vedo che spesso i ragazzi rom sono più motivati dei loro coetanei,
ma non viene data loro alcuna opportunità. Ricordiamoci che abbiamo impedito ai
cosiddetti nomadi di continuare quelle che erano le loro tradizionali attività:
i ramai, gli allevatori di cavalli. Qualsiasi cosa tentino di fare per vivere
onestamente devono chiedere la partita Iva.
Sono una minoranza perseguitata, secondo lei, i rom oggi in Italia?
Assolutamente sì.
Alemanno oggi (ieri, ndr) per addolcire la «pillola» Storace si è profuso in
lodi verso l'iniziativa di Veltroni di promuovere viaggi per Auschwitz con gli
studenti delle scuole romane. Ha detto che «vanno senz'altro ripetuti». Lei lo
accompagnerebbe Alemanno, in un viaggio del genere?
Innanzitutto ricordiamo che il primo viaggio con le scuole romane ad
Auschiwtz l'ha ideato Rutelli nel '98. Solo nel 2002 Veltroni ha rinnovato la
tradizione, anche se lui ha avuto il merito di istituzionalizzarli in modo che
anche le future amministrazioni capitoline avranno il compito di organizzare e
promuovere questi viaggi della memoria.
E poi?
Poi voglio dire chiaramente: io ho partecipato a tutti i viaggi organizzati per
le scuole romane, ma non credo che potrei mai accompagnare un Ciarrapico e
nemmeno lo stesso Gianni Alemanno.
Nella foto, Piero Terracina |
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Milano, un deplorevole esempio di antiziganismo
di Roberto Malini
15 febbraio 2008
I Rrom, con la loro identità etnica e culturale così diversa da
quella della nazione tedesca, rappresentavano per il partito nazionalsocialista
una grave turbativa dell'ordine sociale e la loro persecuzione fu condotta
secondo un progetto di prevenzione della criminalità e di ripristino della
"legalità". Secondo l'ideologia hitleriana, la "questione zingara" riguardava
proprio la convinzione che il popolo Rrom fosse geneticamente asociale e
predisposto alla truffa, all'accattonaggio, al nomadismo, allo sfruttamento dei
minori. Gli insediamenti Rrom nel Reich erano considerati illegali e quasi
sempre abusivi. Prima di iniziare la persecuzione e lo sterminio dei Rrom, il
partito nazista affidò agli organi di polizia locale il controllo dei luoghi in
cui essi si accampavano e dimoravano. Nonostante la campagna razziale avesse
instillato odio e paura da parte della popolazione del Reich nei confronti degli
zingari, le autorità pretendevano che lavorassero e non si dedicassero né
all'accattonaggio né ai servizi di strada. Le leggi imponevano loro di possedere
carte di identificazione e permessi di soggiorno o sosta in luoghi presidiati
dalle forze di polizia, destinati a un numero chiuso di persone; gli ospiti non
autorizzati venivano immediatamente schedati, espulsi o arrestati. E'
preoccupante l'analogia, speculare, fra la politica razziale attuata dai nazisti
e quella seguita dalle Istituzioni in un numero sempre crescente di città
italiane.

Il Gruppo EveryOne ha denunciato nelle sedi competenti internazionali gli
sgomberi attuati in dispregio di qualsiasi legge a tutela dei diritti umani, le
illecite espulsioni, i maltrattamenti che colpiscono i Rrom in Italia. Vi è da
aggiungere che i pochi campi "autorizzati" funzionano ormai come i ghetti
dell'era nazista. In tali insediamenti, come i tre campi milanesi di via
Triboniano, i Rrom non godono di alcun diritto civile e sono soggetti a un
controllo poliziesco continuo. Agenti di Polizia municipale, Polizia di Stato e
Carabinieri pattugliano i campi e sottopongono le famiglie a perquisizioni
continue, effettuate da uomini della pubblica sicurezza che utilizzano metodi
intimidatori, durissimi, umilianti nei confronti di una popolazione Rrom
composta da 270 bambini, 130 donne e 120 uomini, la maggior parte in giovane
età. Il Nucleo Problemi del Territorio agli ordini del vice sindaco e assessore
alla sicurezza Riccardo De Corato conduce queste "operazioni di polizia", con
metodi disumani (che noi stessi in alcune occasioni abbiamo testimoniato), in
violazione delle convenzioni che tutelano le minoranze e i diritti civili. Il
Nucleo inoltre non consente alle organizzazioni che operano per tutelare i
diritti umani di osservare i controlli e di indagare sul contegno degli agenti,
anche qui in violazione delle disposizioni dell'UE, che raccomanda a governi e
autorità locali di consentire sempre il monitoraggio di questo tipo di
operazioni da parte dei gruppi a tutela dei diritti umani e la testimonianza dei
metodi utilizzati dalle forze di polizia. Ieri il famigerato Nucleo ha espulso
da uno dei campi di via Triboniano tre Rrom romeni, colpevoli di essere "ospiti
non autorizzati" di una famiglia. I tre, due uomini e una donna, sono stati
costretti a seguire gli agenti al commissariato, dove sono stati denunciati per
"traffico illecito" (sic). Il "reato" di ospitare cittadini romeni non facenti
parte della lista autorizzata dalle autorità è perseguito con accanimento, a
Milano. "Non c'è spazio per gli abusivi nei campi autorizzati di Triboniano," ha
tuonato De Corato dopo i provvedimenti presi nei confronti degli ospiti di
famiglie Rrom, "ma solo per le famiglie assegnatarie che hanno sottoscritto il
patto di socialità e legalità. I costanti controlli sono un preciso segnale che
queste regole le facciamo rispettare. Da metà giugno a oggi, dopo la
costituzione del terzo campo, abbiamo allontanato almeno duecento nomadi che
stazionavano irregolarmente nell'area ed espulso quattro famiglie che ospitavano
gente non autorizzata". Il nuovo Olocausto dei Rrom prosegue, e le nazioni
civili – che hanno stigmatizzato la politica razziale italiana, ma che non
prendono provvedimenti contro gli aguzzini – stanno, per ora, a guardare. |
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Pegah, la petizione potrebbe contribuire a garantirle asilo nel Regno Unito
Un precedente nell'agosto 2006, quando un omosessuale ugandese ottenne asilo con diecimila firme e il ricorso in appello, nonostante l'opposizione dell'Home Office
di Matteo Pegoraro
Si chiama Moses Kayiza, è un ugandese omosessuale che ha ottenuto l’asilo politico come rifugiato in Gran Bretagna lo scorso anno, e potrebbe rappresentare un importantissimo precedente per il caso di Pegah Emambakhsh.

Moses è fuggito dall’Uganda nel maggio del 2004. Secondo le leggi, la cultura e la religione ugandesi, l’omosessualità è considerata un crimine, per la quale sono previste durissime pene detentive, fino ad arrivare all’ergastolo.
Yoweri Museveni, il Presidente dell’Uganda, aveva manifestato negli ultimi anni proprio la volontà di ordinare l’arresto di tutti gli omosessuali del Paese, correggendo poi le sue dichiarazioni con l’augurio di ritornare “al buon tempo in cui erano i genitori di questi individui a farli sparire e ad ammazzarli”.
Moses aveva vissuto in segreto la sua omosessualità sin da giovane, per diversi anni. Nel 2003, le pressioni provenienti dalla sua famiglia e dalla tradizione culturale del suo Paese lo costrinsero a un’unione matrimoniale combinata.
Dopo tredici mesi di matrimonio e un periodo di separazione, la moglie di Moses ritornò nella casa coniugale e scoprì il marito con un altro uomo, quel compagno segreto con cui perdurava una relazione amorosa da anni. La donna lo denunciò alle autorità, e sulla base delle evidenze raccolte, la polizia arrestò Moses più e più volte.
Come spesso succede in Uganda, durante le incarcerazioni Moses fu torturato e violentato per sette giorni dagli agenti delle forze di sicurezza che lo avevano in custodia. Questo prima della sua disperata fuga, nel maggio di tre anni fa, verso il Regno Unito, dove avrebbe richiesto rifugio.
Moses, arrivato in Inghilterra, si era stabilito nell’area di Manchester, dove aveva intessuto contatti e amicizie con la comunitàgay locale.
Questo fino allo scorso anno, il 2006, quando il segretario di Stato dell’Home Office John Reid, in carica dal 5 maggio 2006 per il Governo di Tony Blair, aveva ulteriormente negato l’asilo politico al cittadino ugandese. Il Giudice aveva infatti rifiutato l’appello di Moses con motivazioni ancor più gravi e pretestuose di quelle addotte dall’attuale segretario di Stato Jacqui Smith nei confronti di Pegah Emambakhsh.
“Se, come dice il richiedente asilo, l’omosessualità è illegale e criminalizzata in Uganda, trovo spiacevole il fatto che per quattro notti in una stazione di polizia gli agenti abbiano abusato di lui” aveva decretato il Giudice. “Da prove oggettive” aveva continuato “è evidente che l’omosessualità sia tuttora oggetto di persecuzione in Uganda. Tuttavia, appaiono, al momento attuale, pochissimi, se non nulli, i provvedimenti adottati per rafforzare questo tipo di legge persecutoria”.
Dunque, nonostante Amnesty International abbia documentato negli anni ripetuti casi di omosessuali torturati in Uganda, e nonostante gli stessi referti medici di Moses confermassero la sua esperienza di tortura e violenza, l’uomo si ritrovò respinta la sua richiesta.
Nel momento in cui stava per essere deportato, afflitto da una grave crisi nervosa da stress e crisi di panico, venne ricoverato in base alla sezione 2 del Mental Health Act. Mentre era in ospedale, e all’avvocato veniva offerta la possibilità di ricorrere in appello alla decisione dell’Home Office attraverso un’Immigration Court, venivano raccolte oltre 10.000 firme per una petizione al Governo del Regno Unito per la positiva risoluzione del caso di Moses.
Moses otteneva il supporto di singoli cittadini, di associazioni, della National Religious Leaders Roundtable e delle Metropolitan Community Churches di tutto il mondo. Tremila cartoline venivano inviate al Ministro dell’Immigrazione, così come centinaia di lettere ed e-mail di protesta inondavano le caselle di posta dell’Home Office.
Ad Agosto del 2006 l’Immigration Court riconobbe il ricorso in appello del cittadino ugandese sulla base della Convenzione ONU di Ginevra del 1951, relativa allo status di rifugiato, e in base alla Convenzione Europea dei Diritti Umani. L’Home Office Secretary, che aveva tempo 5 giorni per ricorrere ulteriormente alla decisione della Corte, preferì a quel punto non replicare.
Moses si trova ora in Inghilterra con il permesso di rimanerci stabilmente per cinque anni, godendo di tutti i diritti di un cittadino britannico, tra cui il diritto al lavoro, all’educazione e ai benefici di sicurezza sociale previsti. Al termine del quinquennio, l’Home Office revisionerà la situazione in Uganda. Se niente sarà cambiato in meglio per la comunità gay e lesbica, otterrà l’asilo definitivo nel Regno Unito.
Moses, nonostante la timidezza che lo caratterizza, ha partecipato pubblicamente agli ultimi Gay Pride di Londra e Manchester, portando la sua testimonianza davanti a migliaia di persone.
Jacqui Smith, il segretario di Stato britannico scelto dal primo ministro Gordon Brown, è succeduto a John Reid il 28 giugno 2007. Prima donna a ricoprire quest’incarico nella storia della Gran Bretagna, la Smith ha ricalcato perfettamente la tradizione omofobica e lesiva della dignità umana che ormai da anni caratterizza l’Home Office del Regno Unito.
Gettatasi a capofitto sul caso di Pegah Emambakhsh, le ha negato la richiesta d’asilo, ne ha ordinato l’incarcerazione nel centro di detenzione temporanea di Yarl’s Wood, a Clapham, nel Bedfordshire, e ne ha decretato la deportazione in Iran più volte, non considerando le richieste di rimando del provvedimento da parte del PM di Sheffield Central, Richard Caborn.
Grazie alla denuncia del caso da parte del Gruppo EveryOne, in collaborazione con IRQO (Iranian Queer Organization) e Friends of Pegah Campaign, è partita una campagna internazionale (con l’adesione di singoli cittadini, istituzioni, associazioni, organizzazioni per i diritti umani) che ha bloccato la deportazione di Pegah e ha raccolto oltre 15.000 firme per una petizione che verrà inviata dal Gruppo EveryOne nei prossimi giorni al Ministro dell’Immigrazione britannico, al premier Brown e, per conoscenza, all’Ambasciata Britannica in Italia.
Il team legale di Pegah ha nel frattempo presentato ricorso in appello all’Immigration Court, ed entro una decina di giorni, secondo fonti vicine al Gruppo EveryOne, dovrebbe arrivare anche quella sentenza.
Il caso di Pegah Emambakhsh rappresenta però solo la punta di un iceberg. Nei mesi e negli anni passati sono stati infatti deportati – nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e nella silenziosa complicità degli Stati Membri dell’Unione Europea, tra cui, purtroppo, anche l’Italia – centinaia e centinaia di profughi richiedenti asilo. Di questi, molti non hanno raggiunto il Paese d’origine: solo negli ultimi tre anni, sono almeno due i casi documentati e accertati di suicidio da parte di cittadini omosessuali iraniani che avevano richiesto l’asilo all’Home Office del Regno Unito e si sono visti improvvisamente sospesi il diritto al lavoro e ai sussidi, e soprattutto respinta la richiesta di rifugiarsi in un Paese che consideravano civile. Entrambi hanno scelto la via della morte per conservare la propria dignità, quando già era giunta per loro l’ora della deportazione. E quando, come per Pegah, era già stato fissato loro il volo verso il terrore.
Il Gruppo EveryOne, che sta lavorando su tutti questi casi collezionando documentazione e testimonianze, sta redigendo un dossier che pubblicherà prossimamente, e che farà pervenire alle massime rappresentanze per la difesa dei diritti umani nel mondo e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Questo non solo per denunciare la politica estremamente lesiva dei diritti fondamentali dell’individuo perpetrata dal Governo Britannico, ma soprattutto per fermare questa pericolosissima ondata di complicità, anche da parte di altri Stati d’Europa, con regimi conservatori e assassini. Matteo Pegoraro - Gruppo EveryOne
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Gli allievi della scuola di polizia di Berlino non vogliono sentir parlare dell'Olocausto
Prima di riferire la cronaca riguardante il più recente episodio di antisemitismo e "rigetto" della Shoah avvenuto in Germania, un breve preambolo. Qualche mese fa mi trovavo a casa del sopravvissuto all'Olocausto Ahron Ohnhaus, ebreo tedesco internato dai nazisti nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. "L'antisemitismo è come una malattia," mi diceva, "comincia con un po' di intolleranza verso gli ebrei e finisce con le camere a gas e i forni crematori". Manzi Franz Ohnhaus, sua moglie, ricordava lucidamente il delirio razzista che esplose nel suo paese con l'avvento di Hitler, ma che covava, come fuoco sotto alla cenere, da tanti anni. "Bisogna parlare della Shoah," si accalorava, "bisogna parlarne nelle scuole, nelle case, sui posti di lavoro. Bisogna parlarne perché non deve succedere più. E' troppo facile dimenticare l'orrore, il massacro di milioni di innocenti, ma è proprio quando si dimentica che tutto ricomincia". In Germania e in Austria la memoria dell'Olocausto è vissuta dalla generazione di oggi con imbarazzo, speso con fastidio. Che cosa c'entriamo noi con Hitler e il nazismo? dicono i figli e i nipoti di chi, invece, assisté all'ascesa e alla caduta del partito della svastica. Recentemente ho incontrato il dirigente di un network tedesco, che mi ha detto, convinto di affermare una verità assoluta e inconfutabile: "Ormai i testimoni dall'Olocausto sono come attori di teatro. Ogni anno che passa, accentuano sempre di più le vicende che hanno passato, per impressionare chi li ascolta. Li trovo patetici". I festival cinematografici faticano a selezionare i film più crudi e veritieri dedicati allo sterminio degli ebrei, dei Rom, degli omosessuali, dei dissidenti. Mi è capitato per ben due volte di ricevere un rifiuto da parte della giuria del Festival del Cinema di Berlino, in relazione a cortometraggi di cui avevo scritto soggetto e sceneggiatura. La spiegazione? Nel primo caso, che il festival non prevedeva una sezione adatta a quell'opera (come se a Berlino non selezionassero... i corti!); nel secondo, nessuna risposta (ancora Malini e Picciau! Ma perché non la smettono di rompere le scatole con l'Olocausto?). R.M.
da Repubblica.it, 20 marzo 2007
I protagonisti in negativo sono stati gli allievi della scuola di polizia di Berlino, e ciò rende ancor più grave l’accaduto. A quanto riferisce la “Berliner Zeitung”, un’intera classe si è ribellata all’evocazione dell’Olocausto fatta da un sopravvissuto, Isaak Behar, 83 anni, che ha perso i genitori e due sorelle ad Auschwitz. Al termine della conferenza, i futuri poliziotti hanno detto ad alta voce che ne avevano abbastanza di sentirsi ripetere in continuazione le vicende dell’Olocausto ed hanno anche fatto pesanti allusioni ai rapporti tra gli ebrei ed il denaro. L’episodio risale al 27 febbraio, ma il direttore della scuola di polizia, Dieter Glietsch, ne è venuto a conoscenza per caso solo dopo alcuni giorni.
“Se i fatti verranno confermati, ci saranno delle conseguenze”, ha avvertito, ed ha immediatamente ordinato un’inchiesta dopo aver convocato il responsabile per la formazione politica dei futuri poliziotti ed un insegnante. Il rabbino Andreas Nachama ha stigmatizzato l’episodio, lamentando che quello che è accaduto nella scuola di polizia di Berlino riflette la situazione esistente nella società tedesca. “Questo antisemitismo che emerge ovunque è deplorevole e allarmante”, ha affermato. Lo scorso maggio un funzionario della quinta direzione della polizia berlinese era stato sospeso dal servizio per motivi analoghi ed un mese prima un tecnico della criminalpol era stato sospeso per aver inviato messaggi email di contenuto razzista. Già nel 2000 alcuni studenti della scuola di polizia berlinese avevano creato scandalo per aver pronunciato affermazioni razziste.
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Anne's Door recupera due foto inedite del 1942, raffiguranti ebrei del ghetto di Lublino
Anne's Door ha recuperato presso la bottega di un anziano antiquario due fotografie inedite, originali del 1942, raffiguranti due ebrei del ghetto di Lublino. Si tratta di due immagini di straordinario valore storico recuperate dall'oblio, due scatti effettuati da un militare tedesco nel ghetto che si trovava nella città della Polonia centrale. Le fotografie sono state donate a un importante museo dell'Olocausto, che le esporrà al pubblico: preziosi e commoventi reperti di un mondo annientato.

Lublino era una città di grande tradizione ebraica. Nel 1939 su 122.000 abitanti, ben 40.000 erano ebrei. La persecuzione iniziò subito dopo l'invasione tedesca. Gli ebrei furono obbligati a indossare la stella gialla, i loro beni furono confiscati e i maschi in età lavorativa vennero inviati progressivamente - retata dopo retata - ai lavori forzati. Oltre sessantamila ebrei provenienti da altre località polacche furono deportati a Lublino. Il piano originale dei nazisti era quello di concentrare lì tutti gli ebrei polacchi, sottovalutandone il numero, superiore ai due milioni e mezzo. Così quel progetto fu presto abbandonato e molti ebrei furono trasferiti dalla città ad altre destinazioni.

Nel 1941 fu creato a Lublino il ghetto ebraico, che conteneva 34.000 persone. Il tifo, le deportazioni nei campi di sterminio , soprattutto Belzec e le fucilazioni nei boschi ap R.M.pena fuori dall'abitato falcidiarono la popolazione ebraica. Il 31 marzo 1942 rimasero in vita solo 4.000 internati, presto inviati nei luoghi di morte o ai lavori coatti. L'Armata Rossa entrò a Lublino il 24 luglio 1944: in città non rimanevano più ebrei vivi. R.M.
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Gli U.S.A. furono complici della Soluzione Finale
A volte sento lodare, anche da parte di ebrei, gli Stati Uniti, il loro ruolo di liberatori nella fase terminale della Seconda guerra mondiale e un loro presunto "filosemitismo" negli anni dell'ascesa del nazismo in Germania e in quelli della Shoah. La realtà fu molto diversa. Negli Stati Uniti, a partire dagli anni 1920, le teorie dell'eugenista Madison Grant (nella foto), improntate al razzismo e alla xenofobia più rigorosi, si diffusero in tutti gli ambienti ed ebbero notevole influenza sull'opinione pubblica. Le idee e gli scritti di Grant nutriranno il pensiero politico e scientifico in Germania, ispirando le campagne di sterilizzazione ed eutanasia coatte. Fra il 1921 e il 1924 gli U.S.A. chiuderanno le frontiere e nel 1924 limiteranno l'immigrazione dai paesi dell'est e dal sud dell'Europa, al fine di arginare quella degli ebrei in fuga dalle persecuzioni. Una politica disumana che non si interromperà neanche durante l'Olocausto, quando i vertici americani conoscevano perfettamente le dinamiche dello sterminio in atto nel Vecchio continente.

I profughi ebrei vennero sistematicamente e cinicamente respinti. Solo il numero irrisorio di 30.000 persone di fede ebraica fu accolto entro le frontiere americane. Questo dato è significativo di una precisa realtà ovvero che l'Olocausto non fu un evento europeo, ma mondiale, come il conflitto contemporaneo. Gli ebrei d'Europa non ebbero amici e se non furono annientati, lo devono solo alla loro unione, alla loro fede, alla loro forza d'animo. Gli eroi furono davvero pochi e fra di essi non vi furono nazioni, ma persone, poche persone capaci di non perdere la facoltà di distinguere fra il bene e il male e di lottare per difendere quel sottile confine. Il mondo d'oggi non è cambiato. L'antiziganismo, l'omofobia, forme di razzismo e antisemitismo sempre più subdole ammalano le società umane e uccidono davanti ai nostri occhi: occhi accecati dall'illusione di aver raggiunto la civiltà. Pochi, pieni di dolore per quello che - solo loro - riescono a vedere, gli eroi camminano ancora per le strade del nostro pianeta. R.M.
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Nazismo a Gerusalemme
Non solo la gente comune, ma moltissimi studiosi non sanno che il Gran Mufti Amin al Husseini - capo spirituale dei musulmani palestinesi durante la Seconda guerra mondiale - fu un fervente sostenitore del nazionalsocialismo, un seguace delle politiche di sterminio tedesche e un fedele "carnefice di Hitler".

Dopo aver appoggiato la guerra dei nazionalsocialisti in Bosnia, fino al 1941, Amin al Husseini programmò accuratamente, insieme ai nazisti (e cattolici) Andrija Artukovic e Mile Budak, il genocidio dei serbi. Il Gran Mufti organizzò il corpo delle SS musulmane, sostenute da truppe islamiche bosniache. L'Islam, già impegnato a combattere la nascita dello Stato di Israele, accolse dunque con favore l'ideologia antisemita nazista e il progetto della Soluzione Finale.

Lo sterminio dei Serbi e la rapina dei loro beni fu attuato, con truppe croate e bosniache, grazie a una sanguinaria coalizione fra Islam, Vaticano e nazismo. La strage colpì cinquecentomila serbi - bambini, donne e uomini - sterminati a Jasenovac, nell'indifferenza generale e senza processi postumi, visto che il Gran Mufti - complice dei nazisti anche nell'Olocasuto degli ebrei - fu tutelato dagli Alleati dopo il conflitto e la sua ideologia violenta, razzista e antisemita ebbe ancora una notevole influenza nell'area islamica. A.B.
Nelle foto, il Gran Mufti a colloquio con Hitler e Himmler.
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I lager in Italia
"I lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti" di Fabio Galluccio (Nonluoghi Libere Edizioni, settembre 2002, p. 226, euro 13), un diario di viaggio nella memoria tragica delle leggi razziali e nel territorio che ha ospitato i luoghi della vergogna. Luoghi nella gran parte dei casi dimenticati: caserme, ex conventi, ville fatiscenti, sedi di vari istituti oggi non ricordano neanche con una misera targa l'orrore che si consumò tra quelle mura.
Ma nemmeno dei campi che Mussolini fece costruire ad hoc la Repubblica democratica ha curato la memoria, salvo rare eccezioni come Ferramonti di Tarsia (Cosenza) che prima fu sovrastato dall'autostrada e offeso dai suoi viadotti, ma in un secondo tempo divenne oggetto dell'impegno di una Fondazione guidata dallo storico Carlo Spartaco Capogreco, autore della prefazione al libro di Galluccio.
Ad Alatri, vicino a Roma, per esempio, le baracche sono ancora in piedi e al visitatore si presenta una visione spettrale il cui significato non è indicato da nessuna targa, come ha spiegato l'autore presentando in anteprima il libro alla Fiera dei piccoli editori a Belgioioso.
«Ho girato l'Italia - ha raccontato Galluccio - alla ricerca di questi luoghi che oggi sono quasi sempre difficili da individuare, sia nei paesini sperduti tra le montagne sia nelle città. Ho parlato con la gente, ho cercato di ricostruire la storia e la vita di questi lager; ma è una memoria in buona parte rimossa. Ho cercato i sindaci, i parroci, ho chiesto che almeno si pensasse di mettere un cartello per ricordare quei fatti orribili di sessant'anni fa. Per ricordare che in quei luoghi furono rinchiuse migliaia di persone. Ebrei, dissidenti politici, zingari, stranieri, omosessuali. Molti da quei luoghi furono trasferiti ai lager e ai campi di sterminio nazisti e non tornarono mai a casa».

Galluccio riapre una pagina inquietante della storia italiana, una pagina vergognosamente coperta dall'omertà storiografica e politica nel dopoguerra, quando l'Italia doveva rifarsi una verginità, evitare i tribunali internazionali e alimentare la leggenda degli "italiani brava gente". Il libro di Galluccio racconta il crescendo propagandistico razzista, le leggi del '38 e la loro applicazione dalle prime discriminazioni alle deportazioni verso i campi che ogni prefetto avevfa ordine di istituire e l'autore cerca di indagare e ricostruire e le condizioni di vita in una parte di queste prigioni per innocenti.
Dopo la guerra, fu minimizzata la responsabilità del popolo italiano e persino quella del regime fascista: si tentò di accollare ai nazisti anche la responsabilità dei lager in Italia. Eppure, come confermò lo stesso De Felice, erano centinaia (per il noto storico del fascismo 400, comprendendo però anche i luoghi di confino) i campi di concentramento voluti da Mussolini. Galluccio, nel suo libro, ricostruisce il percorso che condusse all'orrore: mette a nudo non solo la cinica crudeltà degli uomini del regime (ministri, sottosegretari, prefetti...) ciecamente asserviti alla ragion di Stato, ma anche l'ambiguità della Chiesa cattolica (presente in molti campi forse per evitare le efferatezze che invece si tolleravano altrove, come in Germania e in Polonia) e più in generale la connivenza di una società che assistette senza reagire all'apoteosi razzista, celebrata per anni sulle prime pagine dei giornali "ariani" che avevano costruito ad arte l'idea collettiva del "pericolo del diverso".
 
L'Autore, nel corso di due anni, ha girato l'Italia, dall'Alto Adige alla Calabria, per un'indagine che ha avuto quasi sempre come unico sostegno documentale delle pubblicazioni locali sconosciute ai più, opera di storici dilettanti. Il diario di questo percorso fa da contrappunto alla ricostruzione storica e accompagna nella lettura, pagina dopo pagina, sviscerando fino in fondo la doppia colpa di un popolo che prima ha sbagliato e poi, diversamente da quanto hanno fatto i tedeschi, ha preferito sorvolare e rimuovere tutto. Con rischi sociali che si proiettano anche sul presente.
Le centinaia di lager istituiti in tutta Italia (e in ex Jugoslavia e Albania), infatti, secondo l'Autore, sono una pagina che va indagata sia per onorare le vittime di quell'orrore sia per
comprendere fino in fondo i meccanismi che lo resero possibile. Sessant'anni fa tutto avvenne quasi sfuggendo alla percezione collettiva dei più; eppure i giornali per anni scrissero nelle prime pagine - con toni agiografici - delle leggi razziali, della loro applicazione, dell'istituzione dei lager e di altre nefandezze compiute nel nome della "Legge" e contro il pericolo straniero, ebreo, comunista, americano...
Per questa ragione, come spiega l'autore, il libro di Galluccio vuole essere anche un monito sul rischio che anche nell'Italia di oggi si mettano in atto iniziative legislative, con la complicità di un'opinione pubblica addomesticata o vile, che con forme nuove e molto più striscianti e inafferrabili calpesti la dignità degli esseri umani - oltre che ogni principio di giustizia e di Diritto naturale - siano essi immigrati stranieri o zingari.
Sia pure evitando azzardati e fuorvianti parallelismi storici, l'Autore invita a riflettere sul rischio che il formarsi di una percezione collettiva di "pericolo" proveniente da un'idea del "diverso" alimentata dalle istituzioni politiche e amplificata dai mass media, possa assecondare la codificazione di norme apparentemente "difensive" e obbligate da fenomeni preoccupanti, ma in realtà invasive e contrastanti con i principi universali del rispetto della persona umana. Il rischio di morte civile per qualche gruppo sociale, in altre parole, è sempre in agguato, anche se i suoi strumenti e le sue forme cambiano radicalmente nelle varie epoche. Questo sembra dirci un libro che copre, con un grido, un vuoto storiografico e si propone come spiega Galluccio di fungere da stimolo agli storici accademici affinché il tema dei lager italiani venga indagato e fatto riemergere per consegnarlo al dibattito collettivo e rendere possibile un tentativo di rielaborazione della colpa. Il che non sarebbe poco, data l'aria che tira per vari gruppi sociali deboli anche nell'Italia di oggi. Nelle foto, la Risiera di San Sabba
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Emmie e Anne
Emmie Arbel era una bambina quando i tedeschi invasero l’Olanda. Viveva a L’Aia e nel 1942 fu deportata a Westerbork, poi a Vugh, Ravensbruck e infine a Bergen-Belsen: i luoghi della tragedia di Anne Frank. Emmie parla della vita in Olanda, delle feste ebraiche (ricorda anche una canzone che ascoltava con la sua famiglia), dell’invasione tedesca e delle restrizioni a cui furono sottoposti gli ebrei. Emmie portava la Stella di Davide. Fu arrestata con i suoi cari: “Mi ricordo che alcuni poliziotti olandesi vennero a casa nostra e i nostri genitori cominciarono a fare le valigie. Uno dei poliziotti olandesi mi prese in braccio. Credo che cercasse di essere gentile con me. Mia madre voleva che portassi con me una bambola ma io rifiutai. Quel giorno hanno condotto via anche i miei nonni, i genitori di mia madre”. La testimone torna indietro negli anni, mentre racconta. Anne Frank è un mito, per lei: “Era coraggiosa, saggia e innocente. Ebbe la sua forza e determinazione di continuare a vivere nonostante le circostanze devastanti”. “Senza la guerra tutta la mia vita sarebbe stata diversa. Ancora oggi, non sopporto ingiustizie di nessun tipo, dovunque e comunque avvengano. In fondo credo che tutto quello che succede nella mia vita abbia a che fare con la guerra". R.M.
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Roberto Malini a Fahrenheit (Radio 3) parla della Anna Frank del Vietnam
10 aprile 2006. Fahrenheit, la rubrica culturale di punta di Rai Radio 3 presenta il libro di Roberto Malini Le 100 Anne Frank (Cairo Editore). Michele De Mieri intervista l'autore, che spiega il significato della sua ricerca, la differenza fra le memorie che ci sono pervenute dalla Shoah e i diari di guerra, l'importanza di educare i giovani all'Olocausto e al "contenuto di dolore" che è in ogni guerra. Riascolta l'intervista.
Dal sito di Radio 3:
Ritrovati i diari di Dang Thuy Tram, una giovane vietnamita uccisa in guerra: le sue memorie sono gia` un best seller e tra poco saranno tradotte in tutte le lingue. La Anna Frank del Vietnam, come la chiamano i giornali di tutto il mondo, è una delle giovani protagoniste dell'infinito capitolo sulla memoria.
Un altro libro, appena pubblicato dall'editore Cairo, ricorda i volti e le vite di tutte le Anna Frank. Ne parliamo con Roberto Malini, autore di Le 100 Anne Frank - e studioso dell'Olocausto - e con la storica Anna Bravo.

Da: La Repubblica, 10 aprile 2006:
Londra. Ritrovate le memorie di una giovane uccisa in guerra. Furono scoperte per caso da un militare Americano.
L'hanno chiamata l'"Anna Frank del Vietnam". I suoi diari, ritrovati un anno fa da un militare americano, raccontano le speranze di una vita finita troppo in fretta, nel 1970 a 27 anni, combattendo contro l'odiato nemico yankee. Oggi quelle memorie sono diventate un bestseller, il suo paese natale le ha intitolato un ospedale e organizza addirittura giri turistici sui "suoi" luoghi. E presto saranno tradotti. L'eco della guerra arriva da una soffitta americana. Da un diario trovato in un villaggio in fiamme e poi lasciato in fondo a un baule per decenni. Porta il suono delle bombe sganciate dai soldati Usa sul Vietnam, le urla dei feriti, la rabbia e il coraggio di una dottoressa in prima linea. Dang Thuy Tram, il nome dell'autrice di quelle pagine. Un nome che fino a poco tempo fa non diceva nulla e oggi sta diventando un simbolo della memoria da una parte all'altra del Pacifico.
La donna fu uccisa durante una battaglia nel 1970, a 27 anni. Aveva trascorso i precedenti tre a curare i vietcong. Con loro in trincea. Con loro a maledire gli yankee, ma anche a criticare il partito, a piangere in silenzio, a sperare nella fine di tutto quell'inferno. Il suo diario è tornato alla luce quasi per caso un anno fa. E in Vietnam l'hanno già ribattezzata la Anna Frank nazionale, racconta il domenicale britannico The Observer. Anche se non si era dovuta nascondere, anche se non è morta in un lager. Il libro è diventato un best seller, il suo paese natale le ha intitolato un ospedale, e la provincia di Quang Ngai, dove lei aveva lavorato, organizza addirittura giri turistici sui "suoi" luoghi.
Eppure quegli appunti non sono solo una celebrazione delle glorie rosse. "Ci sono vermi e insetti che divorano l'onore del Partito", annota Dang Thuy Tram in un passaggio, sfogando la sua insofferenza contro i boss comunisti che avevano rifiutato la richiesta di tesseramento della giovane dottoressa borghese, figlia di un chirurgo e di una professoressa universitaria. "Se non annienteremo tutti quei vermi e quegli insetti, essi distruggeranno il nostro amore per il partito e il nostro credo".
La prima pagina del diario porta la data dell'8 settembre 1968: "Ho fatto un'operazione di appendicite quasi senza medicinali. Soltanto un po' di novocaina, ma quel govane soldato non ha pianto né urlato. Ha continuato a sorridere per incoraggiarmi. Guardando quel sorriso tirato sulle sue labbra inaridite, conoscendo il suo dolore, ho sofferto. Molto male, il suo stomaco era infettato, ma non per l'appendicite. Ho provato a cercare la causa per un'ora, ma non sono riuscita a capire. Gli ho accarezzato leggermente i capelli. Gli avrei voluto dire quanto pazienti come lui, che non riesco a curare, mi provochino angoscia. Come la memoria di quelli come lui non svanirà".
Accanto alla compassione e alla disperazione, l'ira. Che esplode senza freni contro gli americani quando a cadere in battaglia o a smettere di respirare nell'ospedale improvvisato è un amico. "Come suscita odio tutto questo. Siamo tutti umani, ma alcuni sono così crudeli da voler bagnare il loro albero d'oro con il sangue degli altri. Non c'è mai abbastanza per soddisfare la cupidigia e le folli ambizioni di questi demoni assetati di sangue". La storia di come il diario di Dang Thuy Tram sia uscito dall'oblio sembra un romanzo. Un ufficiale dell'intelligence Usa l'aveva trovato in Vietnam. Stava per gettarlo in un falò considerandolo un documento non interessante da trasmettere a Washington quando l'interprete lo fermò.
"Fred, non bruciarlo - disse - c'è già abbastanza fuoco in quelle pagine". Venti anni dopo l'ufficiale e suo fratello decisero di tradurre quel testo e di cercare di rintracciare la famiglia dell'autrice. Ne parlarono a un seminario dell'Archivio vietnamita della Tech Texas University e uno degli ascoltatori si impegnò a ritrovare i parenti della dottoressa. La madre di Dang Thuy Tran impiegò dieci giorni per leggere quelle pagine. Si fermava a piangere a ogni paragrafo. E ora centinaia di migliaia di vietnamiti fanno lo stesso. Presto uscirà la versione inglese del libro. Ma già gli stralci, pubblicati su internet, commuovono anche gli yankee. Stefania de Lellis |
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Un grande camino
di Margherita Campaniolo
Se dico "davanti al fuoco" che mi viene in mente? Vengo immediatamente portata col pensiero alla serena e rassicurante visione di un grande camino, alari in ferro battuto, ciocchi in fila ordinata pronti da sistemare per fare in modo che davanti a quel fuoco, per tutta la notte, il calore non cali mai, anzi... accompagni con i suoi colori ed i crepitii ore ed ore di piacevoli chiaccherate, sorrisi, sguardi. Eppure, quali significati terribili può avere la stessa frase, quali orribili evocazioni.

Davanti al fuoco
"Nella stanza continuavano a entrare nuove vittime, che mi spingevano in avanti, verso i forni... Afferravano le donne in qualche modo e le spingevano dentro con la testa in avanti. ...Tutte aspettavano senza gridare, senza dibattersi...
...Quando vidi che stava arrivando il mio turno, mi raggelai. Diventai come le altre, di pietra: non avrei gridato, né mi sarei dibattuta quando quelle rozze mani mi avessero afferrata. Non avrei fatto nulla per ricordare a quei feroci criminali che ero un essere umano..."
"Spero che la mia storia sia letta da adulti e da bambini, perché nessuno al mondo possa dimenticare il destino dei sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazista". "Quanto all'opera di commemorazione è estremamente importante. Provo grande rispetto per coloro che hanno costruito lo Yad Vashem, l'istituzione in memoria dell'Olocausto a Gerusalemme, e altri luoghi simili in Israele e all'estero. Se non si fossero dedicati a raccogliere documenti, a creare musei, e a organizzare programmi educativi, il popolo ebraico avrebbe potuto lasciarsi tentare e far scivolare l'Olocausto nell'oblio. Se noi ebrei avessimo dimenticato la terribile ferita riportata, una ferita che probabilmente non si rimarginerà mai del tutto, sarebbe passata sotto vergognoso silenzio, un male segreto nel cuore dell'umanità, che avrebbe portato altro male".
"Ogni giorno qualcosa mi ricorda l'Olocausto (...). Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? Mi ha procurato un certo sollievo scrivere questo libro, sebbene a volte sia stato anche molto penoso. Prima di iniziare a lavorarci, i miei ricordi erano molto vividi e immediati, ma quando ho cominciato ad approfondire i dettagli, ho scoperto che c'erano molti terribili eventi che mi ero quasi permessa di dimenticare. Ho dovuto riviverli per poterne parlare. Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza. Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all'Olocausto, può pienamente comprendere quello che ci è successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell'armadio. Sono incisi sulla nostra pelle. Non possiamo liberarcene".
Trudi Birger, da: Ho sognato la cioccolata per anni
(Nella foto, forni crematori a Buchenwald).
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Cieli dentro di me
Trovo bella la vita e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sè: e "lavorare a se stessi" non è proprio una forma d'individualismo malaticcio.

Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quell'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra.
Etty Hillesum, Diario 1941-43
Grazie a Margherita Campaniolo.
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Il volo di Hans e Sophie Scholl
Era il 22 febbraio del 1943, alle 17. Sophie stupirà il carnefice per la sua calma e serenità. Il processo durerà tre ore e mezza. La condanna a morte verrà eseguita alle 17 e sarà la ghigliottina. Mi sento quasi indegna di ricordarti Sophie, piango sul tuo dolore, lo sento mio, sei stata una perla preziosa, con il tuo sacrificio, con le tue parole davanti ai giudici:" Quello che abbiamo scritto e detto noi lo crediamo profondamente" riscatti il boia, offuschi il suo misfatto, gli strappi di mano la mannaia e la trasformi in un'ala... vola Sophie, insieme ad Hans e a Christoph Probst, volate insieme in un giardino dove fioriscono solo rose bianche, irrigate a goccia da lacrime dolci. Mariapia Bernicchia.

Il coraggio di Hans
22 febbraio 1943 - 22 febbraio 2006. Dopo aver parlato di Sophie, non possiamo dimenticarci del bellissimo Hans Scholl, bello nell'animo e nel volto. Un profilo statuario il suo. Era una creatura nobile che credeva profondamente che "Il Bene è in ognuno di noi....".
Hans Scholl nacque il 22 settembre 1918. Era figlio del sindaco di Ingersheim. Nel 1933 fece parte della Hitlerjugend: un'esperienza che gli fece comprendere quanto fosse pericolosa e disumana l'ideologia nazista. Nel 1942 entrò nella "Rosa Bianca", il gruppo bavarese di resistenza antinazista. Il 18 febbraio 1943 la Gestapo trasse in arresto Hans e sua sorella Sophie, con l'accusa di aver svolto attività sovversive. I due fratelli e il loro amico Christopher Probst furono condannati a morte dalla Corte Popolare. Hans fu ghigliottinato il 22 febbraio. Mariapia Bernicchia - Roberto Malini.
(Nelle foto, da sinistra: Hans Scholl di fronte e di profilo; Sophie Scholl).
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Apriamo i cancelli
27 gennaio 1945: il campo di sterminio di Auschwitz è liberato. da Stella di cenere (1966) di Ka-Tzetnik 135633 (pseudonimo di Yedhiel Dinur), sopravvissuto ad Auschwitz.
Se ne stava in piedi da solo, e guardava verso l'orizzonte senza colore, algido... il vuoto!
Sono aperti, i cancelli. Nessuno esce. Non c'è nessuno, qui.
Vuoto.
Il Pianeta Auschwitz - la sfera di fuoco che lo circondava - ora giace senza vita, gelido, e lui se ne sta lì - da solo. Proprio da solo - un sopravvissuto.
Giace la terra innanzi a lui come se fosse lastricata di lava solidificata - morta. Non esiste più alcuna forma di vita, qui né anima che respiri. Dio ha abbandonato questa landa, persino il diavolo le ha voltato le spalle.
I cancelli di tutti i campi di Auschwitz sono stati spalancati. Nessuno entra; nessuno esce. Non c'è più nessuno, qui. L'orizzonte senza colore si estende pietrificato dai cancelli aperti.

"Liberazione!" vorrebbe gridare. "E' arrivata la Liberazione!"
Ma dov'è la Liberazione?
Non provare a cercare qualcuno, qui, perchè non lo troverai. Non lo troverai. Tutti, tutti sono ancora qui, in una montagna di cenere.
Dov'è la Liberazione? Da che parte dei cancelli?
Ora tutto è tranquillo. La lunga pala del forno di ferro, come quelle che impugnano i panettieri, è sul bilico idilliaco della bocca del forno: ferro muto ed estinto.
Amici, la Liberazione è arrivata!
Alle sue spalle, Auschwitz, muto come la pietra.
L'uomo se n'è andato, con lui gli orizzonti di Auschwitz e l'eco del suo giuramento che riecheggia ovunque:
"Sulle ceneri, che cerco di tenere fra le braccia, giuro che sarò la vostra voce, la vostra e quella del campo immemore ed estinto. Sempre farò parola di voi, fino a quando avrò fiato. E Dio mi aiuti. Amen".
Quindi se ne andò via. Da solo.
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Come morì Janusz Korczak
Il 6 agosto 1942 intorno alle 10 del mattino i nazisti costrinsero l'educatore Janusz Korczak, alcuni suoi collaboratori, fra cui la fidata assistente Stephania Wilczynska e i duecento bambini della casa degli Orfani di Varsavia a uscire in strada. Un testimone li vide davanti al numero civico 16 di via Sienna, sede dell'orfanotrofio. "Nessuno può dire se avesse spiegato ai piccoli orfani a che cosa dovevano prepararsi e dove sarebbero stati condotti," scrisse l'autore di un diario anonimo ritrovato nel ghetto. "Sappiamo solo che quando gli assassini entrarono nella casa di Via Sienna 16, i duecento innocenti condannati a morte non piansero. Ognuno di loro cercava di stringersi all'amato maestro". In fila per quattro, la processione dovette camminare fino al 31 di via Dzielna, sede dell'Orfanotrofio Comunale, dove il grande pedagogo si recava spesso. Gli ospiti di quell'istituto furono fucilati lo stesso giorno, nel cimitero di via Gesia. Korczak, gli altri educatori e i duecento bambini si diressero invece verso la Umschlagplatz, dove un dirigente dello Judenrat (il consiglio ebraico) si impegnò in ogni modo, ma invano, per evitare la deportazione del gruppo. Era mezzogiorno.

Quattro ore dopo Janusz, Stephania e i loro piccoli allievi salirono su un convoglio diretto a Treblinka. La testimonianza di Marek Rudnicki (apparsa su Tigodnik Powszechny del 6 novembre 1988) descrive il seguito della vicenda: "Molti bambini e alcuni adulti che viaggiavano su quel treno morirono durante il percorso. Gli altri vennero fucilati a Treblinka, per ordine di Christian Wirth, organizzatore di campi di sterminio. Janusz Korczak non vide mai Treblinka, perché il suo cuore non sopportò quello che accadeva ai suoi bambini. Morì di dolore durante il viaggio". "E' morto così uno degli uomini più puri e nobili che siano mai vissuti," scrisse Mary Berg nel suo Diario, "l'orgoglio del ghetto di Varsavia". Christian Wirth fu uno dei più spietati criminali nazisti, specialista in esecuzioni di massa, ispettore generale delle installazioni di sterminio dal 1940. Dopo aver costituito a Lublino il primo centro di eutanasia, realizzò cinque campi di morte, fra cui Chelmno e Belzec. Diresse i campi di Belzec, Sobibor e Treblinka, lavorando fianco a fianco con il capo delle SS di Lublino, Odilo Globocnick, assumendosi la responsabilità dello sterminio di un milione e mezzo di ebrei. Nel 1943 diresse la Risiera di San Sabba, il solo campo di morte italiano. Morì il 26 maggio 1944 a Erpelle, vicino a Fiume, vittima di un'imboscata dei partigiani jugoslavi. R.M.
(Nella foto, Christian Wirth)
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Agli amici di Anne's Door offro il cuore del "piccolo libro" che narra di 20 angeli. Sarà fra pochi giorni in libreria la nuova edizione e anche una Mostra parlerà di loro. Cosa non farei perchè le mie carezze arrivassero fino a loro, fino alle stelle?!

"Chi vuole vedere la mamma?! - faccia un passo avanti..."
...e i bambini si sono fatti avanti, sognano l'amore negato, sperano di ritrovare il calore dell'abbraccio della mamma, confidano nella dolce promessa di quelle parole, si affidano al sogno, assaporano i baci, si struggono dal desiderio, pregustano la gioia di quel volo, del tuffo fra quelle braccia tanto sognate. ritrovano per un attimo le gioie rubate... si fidano e... piombano nell'inferno più nero. Li aspettano non le braccia della mamma a far loro da culla, non i baci che consolano, non la ninnananna che scalda e accarezza.....ma mesi di strazi, di febbre, di abbandoni, di interventi chirurgici alle ghiandole linfatiche. Dalla baracca 11 vengono presi 10 maschi e 10 femmine e con la promessa delle "braccia della mamma" i 20 bambini di età compresa fra i 5 e i 12 anni verranno caricati su un camion che li porterà da Birkenau alla stazione di Auschwitz...
Sono i 20 bambini di Bullenhuser Damm!
Ai bambini una carezza
per tutte le infanzie rubate
per i legami strappati
per i fiori recisi
per le andate senza ritorno
per tutti i "progetti-uomo" mai realizzati
per tutte le ferite dell'abbandono
per tutto il freddo
per tutta la paura
per tutto l'odio
per tutta la fame
per tutto il non amore...
Mariapia Bernicchia
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Le scarpe della Shoah
Cari amici di Anne's Door, vi ho appena parlato delle scarpe di Anne, delle sue scarpe rosse bellissime... ora vi racconto ancora di un paio di scarpe. Sembra incredibile anche a me, ma so che non è mai il caso che mi porta questi eventi.Un altro paio di scarpe di un'altra giovanetta ebrea. Era proprio un 29 dicembre come oggi e proprio oggi mi capita di rileggere questo "ritaglio di Diario". Louise chiede un paio di scarpe, spera , sogna la liberazione, per quel grande giorno vuole vestirsi bene. Mi fa sanguinare il cuore la "speranza" di Louise . Per il suo viaggio verso le nuvole non ha avuto bisogno di scarpe.

Drancy martedì 29 dicembre 1942
... " Adesso che ci penso, non ho scarpe da mettermi il giorno della liberazione. Per favore, potresti mandarmi le mie insieme ad un paio di calze nuove?" ... da Lettere di Louise Jacobson dal Liceo ad Auschwitz
(Nella foto: scarpe ritrovate a Belzec)
Mariapia Bernicchia
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Karel Svenk: Chaplin a Theresienstadt
Tre donne sulle tracce di Karel Svenk, poeta, cantante, musicista, attore ebreo di Praga che nel 1942 fu deportato nel ghetto di Theresienstadt, dove scrisse, allestì e interpretò spettacoli di cabaret. Karel era un genio, un artista che riuscì ad esprimere il proprio talento anche nelle condizioni estreme della prigionia. "Ci aiutò a sopravvivere," ha detto un sopravvissuto agli orrori del ghetto. La sua musica e le sue operette - fra cui il suo testamento spirituale: Lunga vita alla vita - regalarono ore di conforto a migliaia di internati che attendevano un destino fatale.

Karel Svenk concluderà la sua vita tutt'altro che "lunga" (era nato a Schwenk nel 1907) durante una Marcia della morte nel 1945. Le tre donne che hanno ricostruito la sua vicenda sono Hanna Gabbay - un'attrice e cantante israeliana che conobbe l'artista a Theresienstadt e ha diffuso nel mondo, dopo la liberazione, le canzoni di lui -, Lena Makarova - una scrittrice di origine russa che ha ripercorso le tappe della vita di Svensk - e infine Sibylle Schönemann, che ha diretto (con il contributo delle altre due) il documentario Diese Tage in Terezin , "Quei giorni a Terezin", premiato in molti festival. R.M.
(Nelle foto: Karel Svenk)
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Il duce e gli ebrei
Alcune affermazioni di Silvio Berlusconi costituiscono uno spunto per tornare su una questione storica su cui si discute ancora: quali furono le responsabilità di Mussolini e del fascismo italiano nello sterminio di sei milioni di ebrei, durante la Shoah? "Il fascismo in Italia non è mai stato una dottrina criminale," ha detto il primo ministro. "Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler. Il fascismo in Italia ha quella macchia, ma null’altro di paragonabile con il nazismo e il comunismo. Era una dittatura, però nata e finita con se stessa". Silvio Berlusconi, conferenza stampa a Palazzo Chigi, 21 diembre 2005.
Mussolini, il fascismo e la shoah
E' un luogo comune che nell'Italia moderna non vi fosse un "problema ebraico". Si noti che lo stesso Mussolini negava l'esistenza di un tale problema, non solo prima della svolta razziale, ma persino dopo.
Il dibattito sull'emancipazione iniziò in Italia solo intorno al 1830 con 40 o 50 anni di ritardo rispetto alla Francia e alla Germania. Durante l'Illuminismo e sotto il regime napoleonico la questione ebraica non fu molto discussa in Italia: nessun prominente autore italiano si era occupato dell'argomento, e la cosiddetta "prima emancipazione" del 1796-1815 fu un'imposizione straniera, opera delle truppe di occupazione. Alla caduta di Napoleone seguì una reazione violenta contro questa imposizione. Il movimento di emancipazione nella penisola ebbe il suo culmine attorno al 1847-48, dopo di che la parità di diritti per gli ebrei seguì il destino dell'espansione territoriale del Piemonte, divenendo un codicillo nella storia del Risorgimento.
Studiosi, politici e osservatori stranieri concordano sul successo senza precedenti dell'emancipazione ebraica nella penisola italiana. Recenti ricerche hanno rivelato correnti antisemite nell'Italia liberale, ma gli stessi esponenti delle associazioni ebraiche in epoca fascista riconoscevano che questo fu un fenomeno senza importanza e che Mussolini non sarebbe mai arrivato alla svolta razziale senza il ravvicinamento alla Germania nazista. Per dirla con Cecil Roth, il maggiore studioso inglese del fenomeno: "L'ebreo italiano non possedeva alcun connotato di straniero. Installatesi nel paese già da duemila anni, era un elemento altrettanto autoctono di qualsiasi altra componente del popolo italiano".
L'ostacolo all'emancipazione ebraica era la Chiesa cattolica e il Risorgimento scavalcò quell'ostacolo. I pregiudizi rimasero, ma non erano attivi nella vita politica o sociale del paese. I liberali italiani non potevano incoraggiare l'antisemitismo senza fare il gioco dei loro nemici clericali.
Il nazionalismo italiano, che sorse agli inizi del ventesimo secolo, era potenzialmente ostile agli ebrei, ma c'erano ebrei tra i suoi eroi, tra i suoi fondatori e tra i suoi dirigenti. Pur escludendo dal movimento i massoni - nel congresso dell'associazione nazionalista del 1912 - i nazionalisti mai pensarono di fare altrettanto con gli ebrei, dei quali apprezzavano, invece, gli elementi patriottici. Citiamo, ad esempio, quanto scrisse l'organo ufficiale nazionalista, L'Idea Nazionale, in data 11 novembre 1920, sull'allora maggior generale Emanuele Pugliese, che aveva salvato l'onore delle armate italiane a Valona: "Al valorosissimo generale di cui il passato di guerra, più unico che raro, dice nella serie luminosa di ricompense al valore, di promozioni per merito, di distintivi di ferite che lo onorano, tutta una vita di lotta, di dedizione continua di sé stesso alla grandezza della Patria, inviamo le nostre congratulazioni più sincere".
Mussolini attaccò il sionismo nella Camera dei Deputati già nel 1921, ma si affrettò ad aggiungere che questo attacco non aveva nulla a che fare con un antisemitismo "che sarebbe nuovo in quest'aula". Nella stessa occasione pagò tributo all'eroismo mostrato dagli ebrei nelle guerre italiane (fino alla fine della sua vita rimase un ammiratore di Roberto Sarfatti, figlio della sua amante e biografa Margherita, che cadde in azione nel 1917 e a cui venne conferita la medaglia d'oro alla memoria). Per quanto riguarda il presunto carattere ebraico del bolscevismo, Mussolini ci credeva nel 1919, ma cambiò idea nell'ottobre 1920 (dopo la svolta razziale cambiò nuovamente idea, questa volta per ragioni propagandistiche).
Il movimento fascista non era solo radicalmente nazionalista e quindi intollerante nei confronti di ogni manifestazione di doppia lealtà, sionismo compreso. Era un movimento con pretese "totalitarie", e quindi intollerante persino dei fiancheggiatori, che lo avevano aiutato a salire al potere. In altri termini, era incapace di coesistere con ogni altra idea o forza politica. Ma dato che il trionfo del fascismo dipendeva dall'alleanza con le forze conservatrici - la monarchia, la Santa Sede, l'apparato statale, e, non da ultimo, l'esercito - dovette nascondere le sue vere intenzioni.
La grande studiosa del totalitarismo, Hannah Arendt, ha scritto che la propaganda non può scegliere i suoi obiettivi arbitrariamente. Quando Hitler identificò gli ebrei con il diavolo, sapeva che questo era quello che il suo pubblico voleva sentirsi dire. Se Mussolini avesse fatto lo stesso in Italia, avrebbe mancato di credibilità persino nei circoli di destra e nel suo stesso movimento, fatto questo di cui egli, col suo fine fiuto politico, si rese perfettamente conto. Ma questo vale per un politico in lotta per il potere, non per un dittatore onnipotente, e nell'anno della svolta razziale Mussolini era diventato tale. Molte persone di alto livello disapprovarono la svolta razziale, il papa in pubblico, il re ed altri in privato, ma alla fine tutti si conformarono. Il sovrano, dopo aver espresso un'"infinita pietà" per gli ebrei perseguitati, giunse al punto di apporre il sigillo regale sui decreti antiebraici. Il maresciallo Balbo, dopo essersi opposto alle misure razziali in pieno Gran Consiglio e aver pubblicamente dimostrato il suo affetto per i suoi amici ebrei dopo essere ritornato a Ferrara, informò Mussolini che stava correttamente applicando la legislazione antisemita in Libia. Esempi simili potrebbero essere moltiplicati all'infinito, ma mi limiterò a citare Giovanni Preziosi, uno dei pochi antisemiti autentici in Italia, il quale, nel 1938, osservò che un cambiamento miracoloso aveva avuto luogo: tutti coloro che sino ad allora lo avevano denunciato come pazzo per le sue vedute antiebraiche, ora concordavano con lui entusiasticamente e persino pretendevano di essere loro, e non lui, i pionieri dell'antisemitismo nella penisola.
Hitler non tentò mai di imporre a Mussolini il razzismo e l'antisemitismo, e nell'odierno dibattito sull'argomento gli studiosi usano questo fatto per sottolineare la piena autonomia del duce nell'optare per una tale politica. Non solo, ma alcuni arrivano persino ad affermare che si trattò di un inarrestabile sviluppo interno del fascismo. Ora non c'è dubbio che la scelta antisemita era connaturata con la logica intrinseca del fascismo. L'antisemitismo razziale non fu né un logico sviluppo del credo fascista, né una logica estensione del divieto di contaminazioni razziali in Africa. Fu tuttavia una logica conseguenza della politica dell'Asse. Si trattò insomma di un a tendenza intrinseca al fascismo nell'esatta misura in cui il Patto d'Acciaio era intrinseco alle aspirazioni imperiali del fascismo.
Gli stessi diplomatici tedeschi a Roma sottolinearono come la pretesa del duce che il suo antisemitismo fosse una mera estensione della politica razziale in Africa, altro non fosse che un tentativo di distogliere l'attenzione dall'imbarazzante origine tedesca della lotta antiebraica. Si noti inoltre che, ancora nel settembre 1937, Mussolini aveva detto a un diplomatico tedesco che il razzismo fascista concerneva solo la gente di colore, non esistendo in Italia un problema ebraico (questa affermazione venne fatta quando la campagna antisemita nella stampa fascista era già in pieno sviluppo).
La piccola minoranza ebraica non costituiva un reale ostacolo alla "svolta totalitaria" del regime, era solo un ostacolo all'alleanza "totalitaria" con il Terzo Reich. In altri termini, Mussolini colpendo l'anello più debole della resistenza all'Asse, offrì al Führer quello che un apologeta neo-fascista, Attilio Tamaro, ha chiamato "un pegno appariscente, ma poco costoso" della propria lealtà. Esso malcelava la sostanziale sudditanza alla leadership tedesca, che si palesò dopo l'avventura spagnola e soprattutto dopo l'entrata in guerra. Il duce tentò disperatamente di nascondere a se stesso e ai suoi sudditi questa triste realtà. Nel luglio 1938, dopo la pubblicazione del manifesto della razza, dichiarò: "Sappiate, ed ognuno sappia, che anche nella questione della razza noi tireremo diritto. Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo". Nel settembre dello stesso anno Mussolini si scagliò contro il papa, che lo aveva accusato pubblicamente di seguire l'esempio tedesco: "Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni o, peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà". Non sorprende che queste smentite non abbiano avuto alcun effetto sull'opinione pubblica, dato che in privato venivano ridicolizzate anche dai gerarchi e dallo stesso Mussolini.
Dopo l'entrata in guerra, Mussolini escogitò la teoria della "guerra parallela" per rivendicare un'illusoria parità con il Führer, ma come abbiamo visto risultò impossibile mantenere questa illusione. Dopo la resa incondizionata di Badoglio e la creazione della così detta Repubblica Sociale Italiana, la parte dell'Italia governata da Mussolini divenne territorio non solo occupato ma anche conquistato.
In un regime totalitario ogni minoranza costituisce un problema, anche se non ce n'è bisogno come capro espiatorio. Dall'inizio le manifestazioni di separatismo ebraico (sionismo, opposizione al matrimonio misto) furono fonte di frizione, cosi come i legami degli ebrei con i loro fratelli in altri paesi. Questo separatismo era un problema secondario. Non solo, ma Mussolini tentò di sfruttare sia il sionismo, sia l'internazionalismo ebraico per i propri fini. Quali che fossero i suoi pregiudizi personali contro gli ebrei, essi non influirono in modo significativo le sue scelte politiche.
Il separatismo ebraico assunse una nuova dimensione nel 1933, quanto l'avvento al potere di Hitler, che venne salutato dalla stampa fascista come un trionfo dell'idea fascista oltre frontiera, fu invece denunciato da tutti gli ebrei, quelli fascistissimi compresi, come un disastro. Naturalmente allora Mussolini non potè allearsi con una Germania vinta e disarmata e in balia delle potenze occidentali. Ma già allora aveva capito di aver bisogno della Germania per il suo progettato programma di espansione territoriale e a quel punto la minoranza ebraica sarebbe diventata un autentico problema. In un regime totalitario non vi era alcun ostacolo al passaggio dalla benevolenza verso gli ebrei alla loro persecuzione. Come abbiamo visto, il re e il papa protestarono, ma fin tanto quanto Mussolini rimaneva fermamente in sella, non potevano fermarlo. Il popolo disapprovò, ma si conformò.
Il risentimento del duce contro l'alleato germanico, lo indusse a tollerare e a volte a incoraggiare la protezione offerta dai sui subordinati agli ebrei in tutti i territori occupati dagli italiani, Francia, Yugoslavia e Grecia. Lo indusse anche a proteggere apertamente i suoi sudditi ebrei residenti in Germania e in tutti i territori sotto il dominio tedesco e a permettere il loro ritorno in Italia in contrasto con la politica ufficiale di allontanamento degli ebrei dalla penisola.
Tuttavia, Mussolini, con la sua politica razziale e con la sua collaborazione con i tedeschi, è il responsabile maggiore dell'Olocausto in Italia. Scatenando la persecuzione antisemita non sollecitato da Hitler, preparò il terreno per il disastro finale.
Tutte le persone di "razza" ebraica erano state registrate ed erano sotto stretta sorveglianza. La stampa aveva quotidianamente calunniato gli ebrei come nemici dell'umanità in genere e dell'Italia in particolare. Gli elenchi (costantemente aggiornati) caddero nelle mani dei tedeschi e la volente o nolente collaborazione dell'apparato fascista permise loro di farne buon uso. Il risultato, pur essendo meno terrificante che in Germania o in altri paesi sotto l'occupazione tedesca, fu comunque disastroso non solo per quanti morirono ad Auschwitz, ma anche per i sopravvissuti: l'emancipazione era stata concessa agli ebrei, in Italia e altrove, a condizione che cessassero di essere una nazione a sé e che diventassero parte integrante della nazione ospite; così la maggioranza degli ebrei italiani, sia sotto il regime liberale sia sotto quello fascista, considerava il sionismo incompatibile con la dovuta lealtà alla patria italiana. La consegna ai yedeschi fu, in questo senso, per loro un tradimento.
Dopo la caduta di Mussolini, Hitler decise di liquidare quella che lui chiamava la "cricca badogliana" e di riportare il duce al potere. Come saprete, questa decisione venne messa in pratica: il 12 settembre 1943 Mussolini venne liberato da un reparto di paracadutisti tedeschi e condotto al quartier generale di Hitler; il 15 settembre venne annunciato che egli aveva assunto di nuovo "la suprema direzione del fascismo in Italia"; il 23 settembre venne resa pubblica la composizione della nuova amministrazione fascista. Il ritorno di Mussolini avrebbe potuto salvare gli ebrei da una terribile tragedia se la costituzione della Repubblica Sociale Italiana gli avesse consentito di riacquistare una certa indipendenza. Ma poiché era ormai di fatto capo di un governo fantoccio, una marionetta nelle mani dei tedeschi, il suo reinsediamente ebbe l'effetto di facilitare l'attuazione dell'Olocausto sul suolo italiano. E questo non fu l'unico disastro.
Un altro fu causato dalla distribuzione geografica degli ebrei italiani. Fin dalle espulsioni del 1492 e del 1541, la loro vita era stata confinata nella parte settentrionale del paese. L'Italia meridionale venne liberata dagli anglo-americani prima della fine del 1943 e i pochissimi ebrei rimasti nel mezzogiorno furono liberati senza subire grossi patimenti. Ma l'atteso sbarco degli alleati nel golfo di Genova (che avrebbe reso inevitabile una rapida ritirata tedesca) non ebbe luogo, col risultato che la zona d'insediamento ebraico da Roma in su rimase interamente sotto il controllo dei tedeschi fino al giugno 1944. Fu precisamente questa circostanza politica e strategica che segnò la condanna a morte di migliaia di ebrei.
Nonostante i repubblichini sapessero che cosa accadeva agli ebrei, non ne erano mai stati informati ufficialmente dai tedeschi. La versione ufficiale tedesca era che gli ebrei venivano spediti all'est per "reinsediamento" e "lavoro coatto". Nell'ottobre 1942 Heinrich Himmler fece a Mussolini un resoconto altamente fuorviante della politica antiebraica tedesca: il capo delle SS in quest'occasione altro non fece che raccontare al duce spudorate menzogne: non una parola sullo sterminio degli ebrei in quanto tali, ma solo chiacchiere su "misure difensive" contro degli ebrei ribelli, sull'alta percentuale degli ebrei morti a causa del lavoro coatto (essendo essi razza parassitaria, non abituata a lavorare) e in fine sulla vita idilliaca degli ebrei anziani a Theresienstadt, dove era loro permesso fare quello che volevano.
La cosa più ovvia da fare per gli Italiani era di prendere alla lettera la versione ufficiale tedesca e di adottare misure che avrebbero privato gli ebrei di ogni possibilità di recare danno. Questo poteva essere ottenuto privandoli della cittadinanza italiana e chiudendoli tutti in campi di concentramento. Il primo punto fu ottenuto con la pubblicazione del manifesto di Verona ("Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica"). Il secondo venne realizzato allestendo campi di internamento, il più importante dei quali fu quello di Fossoli di Carpi. A quel punto i tedeschi non avrebbero avuto alcun pretesto per interferire, perché si sarebbe trattato di un'aperta violazione della sovranità della repubblica.
Michele Sarfatti, nel suo libro Gli ebrei nell'Italia fascista (apparso nel marzo del 2000), accusa Mussolini di aver stipulato "un accordo segreto con Hitler per la consegna ai tedeschi e la conseguente deportazione (e uccisione) degli ebrei arrestati dagli italiani". Così è come Sarfatti spiega quest'ipotesi:
"Nulla è [...] noto intorno alle effettive intenzioni della Rsi tra metà novembre e metà dicembre [1943] riguardo al destino finale degli ebrei assoggettati all'ordine di arresto del 30 novembre. Lo svolgersi dei fatti nelle settimane successive consente invece di delineare un'ipotesi che, pur rimanendo priva di una vera e propria "certificazione" documentaria, ha la caratteristica di essere l'unica coerente con tutti gli avvenimenti e con tutti i documenti noti: in un momento [...] sicuramente anteriore al 6 febbraio 1944, i governi del Terzo Reich e della Rsi pervennero a un accordo per la consegna ai tedeschi e la conseguente deportazione (e uccisione) degli ebrei arrestati dagli italiani. Gli elementi noti sono i seguenti: a) nonostante le ampie indagini svolte, la Rsi allestì un solo "campo di concentramento speciale appositamente attrezzato", destinato ad accogliere gli ebrei dei "campi di concentramento provinciali"; si trattò del campo di Fossoli [...], che venne istituito all'inizio di dicembre e cominciò a ricevere ebrei poco prima della fine di quel mese; b) il 1° gennaio 1944 il questore di Modena riferì al capo della polizia che il locale comandante tedesco gli aveva chiesto la consegna sia degli ebrei arrestati in loco sia di quelli internati o internandi a Fossoli, precisando di voler procedere al loro "trasferimento in Germania"; [...] c) in gennaio i responsabili in Italia dell'RSHA [Dirczione Generale per la Sicurezza del Reich, appartenente alle SS] iniziarono a preparare un nuovo convoglio di deportazione, poi partito il 30 di quel mese dalle stazioni di Milano e di Verona, e vi immisero sia ebrei da loro arrestati, sia ebrei da loro prelevati a forza da alcuni dei nuovi campi provinciali italiani; d) il 22 gennaio, sollecitato da numerose autorità locali italiane, che chiedevano direttive in merito alle richieste tedesche di consegna, il capo della polizia inviò ai capi delle provincie [due telegrammi ordinando loro di cooperare coi tedeschi]".
Sarfatti quindi sottolinea che le richieste tedesche di consegnare gli ebrei furono accolte dalle autorità italiane "senza meraviglia né protesta". Conclude come segue: "[...] nessuno ha sinora reperito né un verbale di accordo tra le massime autorità dell'Rsi e del Terzo Reich, né una disposizione scritta di Mussolini o Buffarini Guidi [...], convalidante questa ricostruzione. Per altro, un'analoga assenza di documentazione è stata riscontrata anche per la decisione iniziale nazista di procedere allo sterminio sistematico degli ebrei. La decisione fascista sembra quindi essere stata un "terribile segreto" formalmente (anche se non di fatto) noto a un gruppo ristretto di autorità centrali e locali".
In realtà, non solo le azioni antiebraiche delle SS iniziarono immediatamente dopo la resa, senza la minima collaborazione degli italiani, ma anche dopo tutte le istruzioni date alle SS in Italia presuppongono la resistenza degli italiani a collaborare alla politica di genocidio. Il manifesto di Verona pur denotando la radicalizzazione dell'antisemitismo fascista, rispecchia tuttavia tutte le differenze tra italiani e tedeschi in materia. Per i fascisti gli ebrei erano nemici fino alla fine della guerra; per i nazisti erano gli eterni nemici dell'intero genere umano.
La maggiore preoccupazione di Mussolini non era il destino degli ebrei, ma la difesa della sovranità italiana, come era stato durante tutti gli anni dell'alleanza italo-tedesca. L'unico modo per ottenere questo era di mettere gli ebrei in condizione di non nuocere. Probabilmente Mussolini sapeva che la presunta minaccia ebraica allo sforzo bellico era solo un pretesto, ma, come già detto, prendere i tedeschi alla lettera era l'unica possibilità rimasta.
Ancora nel febbraio 1944 Mussolini aveva negato di essere un antisemita e aveva condannato duramente la politica di genocidio di Hitler in un colloquio con il suo consulente medico nazista mandatogli dallo stesso Führer. Aveva espresso prima e ripeté poi simili vedute in colloqui con l'ambasciatore tedesco Rahn, col giornalista fascista Ivanoe Fossani ed altri.
Per riassumere: vi fu responsabilità fascista per la tragedia ebraica durante l'infausta repubblichina, anzi responsabilità gravissima. Ma non vi è alcuna prova che Mussolini o i suoi luogotenenti abbiano mai approvato esplicitamente la politica tedesca di sterminio. Non solo, ma proprio durante questo periodo vi furono molti atti di salvataggio che i sopravvissuti ricordano con commossa gratitudine.
Meir Michaelis, da una lezione presso Yad-Vashem, Gerusalemme, 10 settembre 2000
http://ospitiweb.indire.it/~copc0001/ebraismo/fascismo.htm
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Un mondo idilliaco
Nell'aria si diffondevano le note vibranti dello Shalem Alekhem intonato da mio padre per accogliere gli angeli scesi dal cielo, venuti a riposare a casa nostra e a custodire la nostra amata famiglia. Si rivede insieme a tutta la famiglia riunita, felice, tranquilla.

Si mangia, si beve, si intonano canti. Tutti si sentono a proprio agio, allegri, spensierati, pieni di speranza e fiducia nel futuro. Davanti a loro si apre un mondo idilliaco, accogliente, che appartiene a loro.

Non si sentono in pericolo. Possono caminare per le vie del loro mondo con passo sicuro. Ma all'improvviso l'onda della tempesta selvaggia li travolge, strappandoli a quel mondo. Salmen Gradowski.
(Nelle foto, Quartiere ebraico di artista anonimo, inizio XX secolo).
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La mia borsa magica
Ho lavorato con giovani studenti per tanti anni. Che lavoro meraviglioso, un'arte. Ogni giorno potevo scrivere una pagina di storia sulla lavagna della vita delle mie classi. Ad accompagnare il mio andare: una borsa enorme, era tutto il mio sapere!
Da quel contenitore magico usciva un pezzo del Muro di Berlino per il ricordo il 9 novembre. Il 22 febbraio la riflessione ripensava ai Geschwister Sholl, alla cara Sophie, al caro Hans, al gruppo La rosa bianca . Il 15 novembre era la volta della pianta del Ghetto di Varsavia . Un giorno mettevo una canzone, materiale insauribile per chi vuole imparare una lingua volando! Memorabile il lavoro con il titolo: Liebe ist per la festa di S. Valentino!...
Poi veniva il 27 gennaio e da quello scrigno segreto uscivano due sassi neri , rotondi, piatti. Li avevo raccolti fra i binari durante il mio primo pellegrinaggio ad Auschwitz. In quel momento speravo che suonasse la campana. Non c'era più niente da dire.

...Ma non avrei lasciato i miei giovani studenti così, sarebbe venuto il giorno in cui avrei portato una cartolina, una cartolina che è la carta vincente, è un toccasana, un talismano, un guaritore, una cartolina comperata alla fine di un viaggio lungo ma stupendo: ritrae una finestrella aperta verso il cielo, sullo sfondo un campanile con un orologio: segna la vita che scorre, che dura oltre noi, oltre il male, è l'annuncio di Anne, il suo testamento d'Amore.
Mariapia Bernicchia
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La strada del piccolo Sergio
29 novembre 1944. E' buio, fa sicuramente freddissimo, immagino che ci sia vento, che l'aria fischi fra le baracche. Siamo a Neuengamme, la colonna sonora è un misto di latrati di cani, di ordini secchi, di urla soffocate, in quell'Inferno fa rumore anche il silenzio. 20 bambini entrano in quel posto maledetto. Bambini in un lager per soli uomini.... fa spavento, fa pensare, fa pensare male.

E' l'inizio dell'ultimo capitolo di una storia nera come il male. Entrano dal portone principale e svoltano a destra, la baracca 4a è subito lì, è pronta per accogliere il loro dolore...
Poteva la città di Napoli dedicare oggi una strada al piccolo Sergio de Simone che il 29 novembre compiva gli anni???!!!! Non ci siamo riusciti.
Era il 29 novembre 1944, Sergio compiva 7 anni: " è così bello, chi oserà fare del male ad un bambino così bello" . Invece faranno tanto, tantissimo male a Sergio, faranno tanto male ad 1.500.000 di bambini.
Io ho scelto di tener loro compagnia: ricompongo puzzle di vite spezzate. E' una follia? Sì, è una follia d'Amore!
Mariapia Berrnicchia.
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Helga Weissova, una testimonianza da Theresienstadt
Qui di seguito, il testo di una lezione tenuta dalla testimone Helga Weissova, sopravvissuta al ghetto di Theresienstadt.
"Io sono nata a Praga, la capitale della Repubblica Ceca e tuttora abito lì. Oggi però non parliamo né della Praga di quando sono nata, né della Praga dove vivo tuttora, ma del periodo durante la guerra che sicuramente avrete già studiato in storia.
Quando avevo la vostra età, non pensavo per niente che dopo 50 anni sarei stata ancora qui a parlare e riparlare di questa esperienza.
Le cose che i nazisti hanno fatto nel passato siamo tutti sicuri che non devono succedere mai più, non devono tornare, ma non basta esserne convinti, bisogna fare qualcosa per evitare che ciò si ripeta. Credo che sia necessario incominciare molto presto, già dall'età dei bambini, a cominciare a intervenire per insegnare la tolleranza, perché una volta sulla strada negativa priva di uno sviluppo della tolleranza è molto difficile tornare indietro.
Un fenomeno, quello dell'intolleranza, che non riguardava solo il mio paese, ma purtroppo riguardava tanti paesi che per motivi razziali, discriminavano delle persone; questo fatto ha riguardato anche il vostro paese, l'Italia e anche la vostra città che ospitava un campo di concentramento.
Adesso, però non voglio parlare dei campi di concentramento, ma dei bambini e dei ragazzi. E' molto importante, infatti sapere che non venivano deportati solo adulti, ma anche ragazzi della vostra età, soprattutto Ebrei.
Nel mio Paese, che adesso corrisponde alla Repubblica Ceca, fu costruito un campo di transito, un campo di raccolta, un ghetto, dove portavano tutti gli Ebrei del mio Paese, e dopo anche di altri paesi, come la Germania. Questo ghetto era solo il primo punto del nostro viaggio, era un cosiddetto campo di transito, cioè la prima fermata del nostro percorso dove sono passate più di 80000 persone; di queste 80000 persone 15000 erano ragazzi. Questi sono numeri che avrete già letto e che forse sapete già, ma spesso i numeri non dicono molto se pensiamo che solo 100 di questi 15000 ragazzi sono sopravvissuti e una di questi sono io.
Quando si parla di questa storia gli Ebrei e i bambini Ebrei vengono considerati una cosa molto particolare per il destino che hanno avuto e la deportazione che hanno subito. In realtà fino a poco prima della guerra eravamo persone, ragazzi normalissimi e facevamo esattamente le stesse cose che facevano i bambini di tutto il mondo: facevamo i nostri giochi, giocavamo insieme agli altri bambini, avevamo un'altra religione, ma per il resto eravamo uguali agli altri e nessuno notava questo pericolo della nostra presunta diversità.
Come vi ho già detto quando parlavo della tolleranza, dell'educazione alla tolleranza o all'intolleranza, per me è molto importante incominciare presto a capire queste cose. Ho comunque dei ricordi della mia primissima infanzia e sapevo che c'era sotto qualcosa.
Quando avevo 6 o 7 anni e facevo la prima elementare, c'è stato il mio primo incontro con quello che si chiamava ANTISEMITISMO cioè un atteggiamento contrario e ostile agli Ebrei e all'Ebraismo: un'altra ragazza disse a quelli che giocavano con me che quella era un Ebrea e che gli Ebrei avevano ucciso Cristo e che quindi non dovevano giocare con me. Veramente non ho solo questi ricordi negativi di quando ero piccola, mi ricordo anche delle cose positive, per non raccontarvi solo cose tristi e negative. Quando facevo le scuole elementari cominciava ed era già in atto una politica di emarginazione, non eravamo cittadini dello stesso livello e mi ricordo che c'era un campo giochi con un cartello davanti dove c'era scritto che questo campo era vietato agli Ebrei, quindi io non potevo giocarci ma i miei amici sì, perchè non erano Ebrei; dopo la comparsa del cartello i miei amici hanno rifiutato il divieto e hanno detto che se io non ci potevo andare non ci venivano neanche loro, quindi ricordo la solidarietà tra amici.
La politica antisemita non è cominciato col ghetto, con la mia deportazione in questo ghetto di Terezin, ma dopo l'occupazione della Repubblica Ceca da parte dei tedeschi nazzisti, ci fu subito una devastazione per tutti i cittadini della Repubblica Ceca, in particolare per gli Ebrei.
Mi ricordo che c'erano tanti divieti, non solo quello del campo giochi, ma anche quello di andare in piscina, a teatro, al cinema, di avere una bicicletta, di tenere un canarino o animale domestico.
Mi hanno vietato molte cose importanti della mia infanzia.
Una delle più grandi discriminazioni è stata l'esclusione dalla scuola; inizialmente eravamo stati allontanati da tante associazioni come quelle sportive, noi non potevamo più fare sport assieme agli altri, e alla fine è arrivata l'espulsione di migliaia di Ebrei dalle scuole pubbliche. Non era poi così bello essere esclusi dalla scuola perché non era avere vacanze lunghe, ma una politica ufficiale per toglierci la formazione culturale.
Per quanto riguarda la guerra, veniva razionato il vitto; non c'era un'alimentazione libera ma c'erano delle tessere, ogni famiglia aveva diritto a una certa razione di cibo, le nostre famiglie avevano un diritto limitato e a noi davano molto meno da mangiare, quindi, tutto quello che dicevo prima si inquadra in un contesto generale di limitazione della libertà. La situazione non si fermava e peggiorava, ma fino a quel punto le famiglie abitavano insieme.Poi dopo incominciarono le deportazioni, però i nazisti si muovevano in maniera molto furba.
Chiaramente non ci hanno detto che Terezin fosse un campo di transito, di passaggio, ma ci avevano semplicemente detto che era una città di concentramento dove mandavano tutti gli Ebrei.
Quando dovevamo partire dalle nostre case dovevamo anche lasciare i nostri beni, avevamo il diritto di portare 50 kg di bagaglio. Ci hanno mandato in questa città di concentramento, però abbiamo capito subito, all'arrivo, che era una menzogna e anche l'illusione di poter stare ancora insieme ai propri genitori era una menzogna, era quello che i nazisti ci avevano raccontato, ma in realtà non era così. Come prima cosa all'arrivo separarono le famiglie.

Terezin era una fortezza, quindi dal punto di vista nazista era molto comoda per alloggiarci e per controllarci. Questa fortezza era piena di vari edifici molto grandi come le caserme che venivano utilizzate per metterci tutti gli internati. Come prima cosa separarono i padri: c'erano delle caserme particolari dove andavano gli uomini adulti. I bambini stavano con le madri e i ragazzi maschi con più di 14 anni andavano nella caserma degli uomini adulti.
Terezin prima di diventare un ghetto, era una città dove abitavano 7000 persone, era una città normale; una volta mandati via questi civili e arrivati noi Ebrei nello stesso spazio dove prima abitavano in 7000 ci abitavamo in 60000. Dopo il trasloco forzato di questi 7000 civili che chiaramente dovevano lasciare questa cittadina per fare spazio a noi e per toglierci ogni tipo di comunicazione con gli altri, noi venimmo divisi in queste caserme e io non ho più potuto vivere con mio padre, alcune volte potevamo vederci ma mai abbiamo potuto vivere insieme.
Vi potete immaginare che in questa cittadina non si stava molto comodi, non c'era molto spazio: si dormiva per terra, i letti erano a castello a 3 piani, per chi li aveva; anche dal punto di vista igienico la situazione non era migliore: mancavano l'acqua e i bagni.
Si dormiva e si abitava ovunque: nelle cantine, nelle soffitte, nella stalle; ho dormito anche in una stalla dove normalmente stavano i cavalli. Dovete immaginare che i servizi non erano scadenti, erano proprio assenti, questo portava grossi problemi, molta gente si ammalava e c'erano proprio delle vere epidemie. I bambini erano le persone più esposte essendo nella fase della crescita e non ancora adulti e robusti; quando c'erano delle malattie come la tubercolosi, il tifo e l'epatite, le prime persone ad ammalarsi erano proprio loro.
Esisteva un tipo di autogoverno, di autogestione all'interno di questo campo, si trattava di un consiglio ebraico che tentava in qualche modo di rimandare a questa situazione molto grave; per esempio si tentava di organizzare degli edifici per ragazzi, quindi io andai ad abitare alla fine in una caserma dove risiedevano solo ragazze dai 10 ai 16 anni.
A me piace molto ricordare questo gruppo, questo collettivo di ragazze, c'era una solidarietà fortissima; il consiglio ebraico aveva inventato questa particolare struttura per i giovani, in modo di proteggerli di più, aveva quindi messo in piedi questa colonia per ragazze all'interno del ghetto, e lì abbiamo imparato anche la tolleranza, non solo la solidarietà. Infatti stando molto strette in condizioni pietose, c'era una grande necessità di tolleranza varso gli atteggiamenti comportamenti degli altri, in quel collettivo ho trovato delle amicizie che altrimenti avrei fatto fatica a trovare, e sono amicizie che durano tuttora, con quelle che sono sopravvissute.
Eravamo in una stanza in 30 bambine e potete immaginare che se non ti sopporti, se non vivi la tolleranza è molto difficile sopravvivere.
Ameno 1 su 30 era sempre ammalato e quando uno è ammalato ha bisogno di riposo, quindi si doveva imparare il rispetto per gli ammalati, facendo poca confusione stando calme, stando in silenzio. Oppure, quando una di noi riceveva un pacco si divideva fra tutte.
Quando dico che qualcuno riceveva dei pacchi, non immaginatevi dei pacchi come i regali di oggi, ma arrivava per esempio del pane, sembra una cosa da poco invece per noi era fondamentale e visto che era fondamentale potete immaginarvi che senso di amicizia ci vuole quando uno ti dà una fetta del suo pane e quando tu dai agli altri il tuo pane.
La scuola era vietata, dovevamo lavorare, quindi quando avevo 14 anni in questo ghetto io dovevo lavorare nell'agricoltura e produrre verdura per i nazisti. Dovevamo produrre verdure fresche che a noi erano vietate. Negli intervalli del lavoro, oppure dopo, alla sera, noi autorganizzavamo anche dei momenti di apprendimento, momenti di scuola: era vietato e quindi ci voleva sempre qualcuno che facesse il palo, ma tentavamo di non perdere la nostra cultura. Quello che era invece permesso era l'artigianato e il disegno, quindi tanti di noi facevano i disegni.
C'era una signora, un'insegnante d'arte che organizzava le ore di disegno con i bambini, insegnava a disegnare. Chiaramente i disegni che i bambini facevano erano un ricordo alla vita precedente, erano una descrizione della vita prima del ghetto piuttosto che un racconto del ghetto. I disegni dei bambini riportano fiori,animali, il sole. Non tutti i bambini avevano ricordi, molti sono arrivati così piccoli che crescendo in quel campo, non avevano forti ricordi alla vita fuori dal ghetto, quindi davvero non avevano mai visto ad esempio delle farfalle perché appunto sono entrati troppo piccoli nel ghetto, dove queste cose non si vedevano più. Per noi, questa attività del disegno era molto importante come aiuto per sopravvivere in queste condizioni, ma non a tutti piaceva il disegno, altri facevano poesia, altri un giornalino. Visto che dopo gran parte dei bambini sono stati ulteriormente deportati verso i campi di sterminio, questi disegni, poesie, giornali sono l'unica testimonianza che esiste di loro. Alcuni ragazzi stavano nel ghetto per pochi mesi, altri ci stavano diversi anni, fino a 3 anni. Verso la fine tutti siamo stati spostati verso est. A noi non dicevano dove ci portavano, si diceva solo del trasporto verso est, non ci avevano detto che il trasporto andava ad Auschwitz. Anche io ho fatto questo trasporto, quando si arrivava in questo campo che non era più di transito, ma di sterminio, come prima cosa all'arrivo c'era la selezione. Gente come noi o come voi, fino ai 15 anni circa, non avevo molta possibilità di sopravvivere, perchè non si era ancora adatti al lavoro. Quindi i bambini sotto i 15 anni erano senza speranze. Non so il motivo, non ho mai capito bene il perché, essendo sotto i 15 anni, sono stata scelta per il lavoro e non mi hanno mandata alla camera a gas.
Per questo posso essere qua con voi, oggi, a raccontarlo, anche se per me non è molto facile parlare, perché penso al gruppo di 15.000 ragazzi di Terezin..., ma ritengo importante parlare di loro.
Questi disegni che facevo, li passavo ad un mio zio che li ha nascosti dentro a una doppia parete a Terezin e sono forse gli unici della vita quotidiana del campo, non esistono riprese fotografiche che parlino della quotidianità di quel luogo; quindi, quando dopo la guerra sono stati recuperati, si sono rivelati utili anche come documento storico sulla vita del ghetto". (Il disegno a corredo della testimonianza è di Helga Weissova).
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I miei venti bambini
Di Roberto Malini
I 20 bambini di Bullenhuser-Damm , di Maria Pia Bernicchia (scritto sulla base delle memorie di Günther Schwarberg, Der SS - Arzt und die Kinder vom Bullenhuser Damm ) è un libro fondamentale per conoscere l'inumano motore dello sterminio creato dai nazisti. E' un libro durissimo, perché riferisce ogni particolare che è stato possibile ricostruire in base a testimonianze e documenti, delle brevi vite e delle atroci morti di venti bambini ebrei. Il lettore, quando chiude il libro, dopo averne letto l'ultima pagina, si rifiuta di credere alle vicende delle piccole vittime della Shoah, ne rimane profondamente turbato, capisce che quelle esistenze e quelle morti non se ne andranno via - mai più! - dalla sua mente, dal suo cuore. Da quando ho incontrato - prima virtualmente e poi nel "mondo reale" - Maria Pia, sto cercando dentro di me lo spunto per scrivere un testo teatrale che possa rendere omaggio al ricordo di Georges-André, Jacqueline, Roman, Lelka, Eduard, Marek, Bluma, Surcis, Ruchla, Alexander, Sergio, Lea, Riwka, Roman, Eleonora, Mania, un altro Marek, un altro Eduard e poi W. e H., i bambini di cui conosciamo neppure i nomi completi. Però mi accorgo che non è possibile scrivere quel testo. Non sarebbe giusto. Nessun linguaggio può andare oltre la nuda cronaca di quegli eventi, nessuna forma d'arte può asciugare il pianto per la sorte di quei 20 angeli né aiutarci a comprendere gli abissi più neri del cuore umano. Una storia, però, sta nascendo dentro di me. E' la storia di una donna d'oggi che - non potendo più proteggere né confortare i bambini di Bullenhuser Damm, non potendo staccare dalla parete del tempo i chiodi che li uccisero - cerca di ricomporne i brandelli di memoria: i volti, i nomi, le origini, i luoghi in cui vissero, i loro passi nel mondo dei grandi (fino a quel passo fatale, per "rivedere la mamma"). Quella donna (il cui spirito è affine per certi versi a quello di Maria Pia, per altri a quello di Günther) li chiama "I miei venti bambini" e ne porta per mano i ricordi - immagini riflesse delle loro vite, lievi e lucenti come creature angeliche - fino a dove possiamo, idealmente, rivederli.
Alla macchina della morte servono cavie, cavie giovani, cavie bambini... Con un inganno Mengele, l'angelo della morte di Auschwitz-Birkenau, procura 20 bambini da inviare al campo di Neuengamme. Là, ad aspettarli, c'è il dottor Kurt Heissmeyer e i suoi esperimenti sulla tubercolosi. Ma quando gli inglesi sono alle porte, i bambini devono essere fatti "sparire"... Maria Pia Bernicchia
(Nella foto, la scuola di Bullenhuser Damm).

"I miei venti bambini":
Georges-André Kohn , nato in Francia a Parigi il 23 aprile 1932
Jacqueline Morgenstern , nata in Francia a Parigi il 26 maggio 1932
W. Junglieb , nato ? non si sa nè quando, nè dove, forse Jugoslavia nel 1932
Roman Zeller , nato nel 1932 (giorno?), in Polonia
Lelka Birnbaum , nata nel 1932 in Polonia
Eduard Hornemann , nato in Olanda a Eindhoven il 1 gennaio 1933, chiamato Edo
Marek Steinbaum , nato a Radom in Polonia nel 1934
Eduard Reichenbaum , nato in Polonia a Kattowitz il 15 novembre 1934
Bluma Mekler , nata in Polonia nel 1934, veniva chiamata Blumele!
Surcis Goldinger , nata in Polonia nel 1934
Ruchla Zylberberg , nata a Zawichost in Polonia il 6 maggio 1936, chiamata Rachele
Alexander Hornemann , nato a Eindhoven il 31 maggio 1936 chiamato Lexje
Sergio de Simone , nato in Italia a Napoli il 29 novembre 1937
H. Wasserman , nata in Polonia nel 1937, solo H., né il nome, né il giorno, né il luogo
Lea Klygerman , nata a Ostrowicz in Polonia nel 1937
Riwka Herszberg , nata a Zdunska Wola in Polonia il 7 giugno 1938
Roman Witonski , nato a Radom in Polonia l'8 giugno 1938
Marek James, nato a Radom in Polonia il 17 marzo 1939
Eleonora Witonska , nata a Radom in Polonia 16 settembre 1939
Mania Altmann , nata nel ghetto di Radom in Polonia nel giugno 1940
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Come conservare Auschwitz
di Roberto Malini
Auschwitz è il luogo più importante che ricordi all'umanità lo sterminio degli ebrei d'Europa. Nel sito della "fabbrica della morte" ci sono le ceneri di oltre un milione di persone assassinate e cremate. Grazie al sostegno di Ronald Lauder, uno dei più importanti industriali che operano nella ricerca e produzione di cosmetici, che ha investito quasi 20 milioni di dollari per interventi di conservazione di camere a gas, recinzioni e oggetti personali delle vittime, le più agghiaccianti testimonianze della Shoah sono pervenute fino ai nostri giorni. Ora però il degrado di quei reperti appare irreversibile, a partire dalle due tonnellate di capelli che l'Armata Rossa trovò nel lager liberato. Witold Smrek, responsabile degli interventi di restauro, afferma che tutto il materiale conservato ad Auschwitz andrà perduto, se non si troveranno in fretta altri 40 milioni di dollari da destinarsi ad azioni di conservazione.

Probabilmente bisognerà accettare il verdetto del tempo e preservare i reperti deperibili grazie a filmati e fotografie. Ma questo, si chiede qualcuno, non aiuterà I negazionisti a sostenere la loro disinformazione? A loro basterà consigliare di farsi un giro per l'Europa, di consultare i superstiti archivi delle comunità ebraiche e magari di farsi quattro chiacchiere con i sopravvissuti - soprattutto in Israele e negli Stati Uniti - per rendersi conto di che fine abbiano fatto le loro famiglie. Due milioni e mezzo di nomi di vittime dell'Olocausto potranno constatarli anche rimanendo a casa e consultando l'archivio online del museo memoriale Yad Vashem di Gerusalemme. Non è per convincere o smentire loro, questi mistificatori senza alcuna preparazione, che devono essere investiti fondi così ingenti. Piuttosto, si potrebbe dotare il sito di banche immagini, videoteche digitali, archivi informatici sempre più sofisticati e impiegare il sostegno economico di sponsor così generosi per realizzare programmi di ricerca ed educazione, documentari, opere editoriali e strutture museali in linea con i tempi. I cittadini di Oswiecin (il nome polacco di Auschwitz) propongono accoratamente di abbandonare ogni progetto e lasciare che gli agenti atmosferici e il trascorrere degli anni cancelino il ricordo del lager. «Sarebbe un grave errore," dicono le sopravvissute Tatiana e Andra Bucci, "perché Auschwitz è il cuore della memoria dello sterminio di massa degli ebrei. Se venisse dimenticato, i giovani non potrebbero più vedere con i loro occhi quel luogo di morte e ciò sarebbe gravissimo soprattuto quando noi testimoni non ci saremo più". (Nella foto: Ronald Lauder).
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Olga Secretant Blumenthal, vittima veneziana della Shoah
La Shoah raggiunse anche l'università veneziana di Ca' Foscari, Regia Scuola Superiore di Commercio che Federico Stefani, per molti anni direttore dell'Archivio di Stato di Venezia, descrisse con queste parole: "Posto sull'angolo del rivo di S. Pantaleone, alla svolta di quella che il Byron disse la più bella via del mondo, il palazzo Foscari, quasi centro e capo di una lunga serie di patrizie dimore, sorprende non meno per la maestà del luogo che per le elegantissime architetture".

Nel 1944 Olga Secretant Blumenthal, settantenne ebrea, docente e lettrice di tedesco a Ca' Foscari, venne condannata dalle autorità naziste alla deportazione nel lager di Auschwitz-Birkenau. Morì prima di raggiungere la fabbrica della morte. (Nella foto: Ca' Foscari). A.B.
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La sinagoga di Conegliano Veneto
Dal 1954 gli ebrei italiani che si trovano in Israele hanno una sinagoga in cui riunirsi e pregare secondo l'antica liturgia italiana. Il tempio si trovava fino a quell'anno a Conegliano Veneto (VE) ed era stato abbandonato dopo la Prima guerra mondiale, in seguito al trasferimento dei membri della locale Comunità ebraica a Padova e in altre città. Alcuni soldati ebrei dell'esercito austroungarico si erano riuniti a pregare nella sinagoga di Conegliano nel 1917, in occasione della Pasqua ebraica (Pesach), per decisione del loro rabbino Aharon Wishon, trasferitosi successivamente a Gerusalemme. Adibiti a convento di suore, i locali del tempio furono sgomberati dagli inglesi dopo la sconfitta degli austroungarici nella Grande guerra. Per preservare la sinagoga dal degrado, ne fu deciso il trasferimento a Gerusalemme, che ebbe inizio nel 1952. La sinagoga di Conegliano è ancora oggi uno spazio in cui gli ebrei italiani pregano, si incontrano, danno vita a conferenze, concerti e manifestazioni culturali. In virtù del suo stile rococò - esempio unico in Israele - essa richiama in visita studenti di arte e architettura. Quando fu inaugurata a Gerusalemme, nel 1954, fra i rabbini che presenziarono alla cerimonia c'era anche Aharon Wishon, sopravvissuto a due guerre mondiali e alla Shoah. La sinagoga in cui 37 anni prima aveva festeggiato Pesach, l'aveva raggiunto nella Città santa. A.B.

(Nella foto: la sinagoga di Conegliano a Gerusalemme)
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Venezia 1943: deportazione e morte di undici innocenti
Negli ospedali veneziani di San Servolo e San Clemente l'11 ottobre 1943 ebbe inizio per alcuni pazienti una vicenda fatale. Dietro denuncia di un cittadino italiano conosciuto ai tedeschi con il nome in codice di "Signor Manzoni" - forse l'ebreo Mauro Grini - e su ordine del capitano Stangl, le SS tedesche, coadiuvate dalla polizia italiana, prelevarono dai due istituti psichiatrici undici ebrei, ricoverati per disturbi della psiche.

Deportati ad Auschwitz-Birkenau a bordo di convogli per il bestiame, vennero quindi assassinati nelle camere a gas. (Nella foto: San Servolo). R.M.
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Gli eroi della Shoah: Giuseppe Jona
di Roberto Malini
Giuseppe Jona, clinico e docente, è presidente dell'Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti dal 1921 al 1925. Dopo l'emanazione delle leggi razziali e quando i tedeschi decidono di deportare gli ebrei veneziani, è presidente della Comunità Ebraica della città lagunare. Il 15 settembre 1943 riceve dai nazisti l'ordine di consegnare loro gli elenchi dei membri della comunità. Per evitare di tradire i suoi fratelli che vivono nel ghetto, Jona brucia le liste e si toglie la vita nella notte del 16 settembre. Una targa che si trova in campo del Gheto Novo 2874 commemora l'eroe del Ghetto di Venezia.

L'iscrizione recita:
GIUSEPPE JONA
CLINICO ILLUSTRE
MAESTRO DI RETTITUDINE E DI BONTÀ
NELL'ORA TRISTISSIMA DELLA PERSECUZIONE
RESSE LA COMUNITÀ DI VENEZIA
CON ALTO SENSO DI DIGNITÀ
E VI PROFUSE I TESORI
DELL'ANIMA SUA GRANDE
ALLA ROVINA D'ITALIA
AL NUOVO MARTIRIO D'ISRAELE
NON SEPPE SOPRAVVIVERE
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Nedo Fiano, ambasciatore della Shoah, in visita alla 263 Films
5 luglio 2005
Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz nel 1944 e sopravvissuto alla Shoah, è oggi un ambasciatore della memoria, impegnato a trasferire ai giovani i valori della testimonianza e della lotta contro il pregiudizio e la discriminazione. Oggi Nedo Fiano visita gli studi della 263 Films di Milano Due. C'è grande attesa ed emozione fra gli artisti della "factory", che provengono da diversi paesi del mondo e lavorano insieme per realizzare il film di animazione fotorealistica tridimensionale "Cara Anne. Il dono della speranza", diretto da Dario Picciau. Grazie ai ricordi di Nedo Fiano -e di altri testimoni che offrono agli autori dell'opera una preziosa consulenza- la ricostruzione tridimensionale del campo di sterminio di Auschwitz e di altri luoghi della Shoah sono storicamente esatti. L'artista 3D Carles Piles ricoda il suo primo incontro con Nedo, sempre negli studi della 263 Films. Ammirando un'immagine 3D che mostrava il lager di Auschwitz, Nedo gli disse: "E' impressionante. Sembra una fotografia. Ma perché hai inserito in quel paesaggio di morte quei ciuffi d'erba? Gli internati morivano di fame. Anche un filo d'erba avrebbe dato a uno di loro un attimo di sollievo. Non c'era un filo d'erba, ad Auschwitz". Riportiamo un'intervista a Nedo Fiano, apparsa qualche tempo fa su "Varese News":
Io, Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz
Intervista a cura di Michele Mancin (Varese News)

«Cio’ che ha connotato tutta la mia vita è stata la mia deportazione nei campi di sterminio nazisti. Con me ad Auschwitz finì tutta la mia famiglia, vennero sterminati tutti. A diciotto anni sono rimasto orfano e quest’esperienza così devastante ha fatto di me un uomo diverso, un testimone per tutta la vita». Nedo Fiano al momento della promulgazione delle leggi razziali viveva a Firenze. Venne arrestato da italiani il 6 febbraio del 1944, fu rinchiuso nel carcere di Firenze, da lì condotto al campo di Fossoli. Deportato ad Auschwitz il 16 maggio del 1944, matricola A 5405, liberato a Buchenvald.
(nella foto sopra Nedo Fiano)
Mi puo’ descrivere la comunità ebraica di Firenze, prima dell'entrata in vigore delle leggi razziali?
«La presenza della famiglia Fiano a Firenze risale al 1400. La comunità ebraica fiorentina contava circa 1500 persone, 39mila in tutta Italia. Eravamo più italiani degli italiani, la maggior parte degli ebrei italiani erano ben integrati, seppur con una loro specificità. Quella di Firenze era una comunità composita: commercianti, insegnanti, industriali tutte le categorie della media borghesia. Mia mamma aveva una deliziosa pensioncina, con sette camere da letto. Una pensione dove venivano dirigenti e anche turisti. Facevamo una vita normalissima. Non c’era razzismo. Ogni tanto ci scappava la scazzottata, l’ebreaccio, ma insomma era normale. A Firenze a quel tempo i ragazzi ci dicevano Cucchina Lanai, cercando di riprodurre la parola ebraica adonai, che significa Dio. Insomma scaramucce, niente di più»
Tutto cambiò nel 1938, con la promulgazione e l'entrata in vigore delle leggi razziali. Cosa accadde a Nedo Fiano?
«Io venni cacciato da scuola perché ebreo. Ero un ragazzo, molto legato alla sua classe, ai suoi compagni. Ne avevo 32, di cui conservo ancora la fotografia. A 13 anni mi sembrò di essere davanti ad un baratro. Quando venni cacciato da scuola non c’era da affrontare i soldati armati, mi sarebbe bastata una stretta di mano e una consolazione "Nedo non ti preoccupare giocheremo ancora insieme, noi siamo gli amici di sempre, non ti preoccupare non piangere". Questo non è avvenuto. Li ho rincontrati nel 1996 su mia iniziativa, ho detto loro che volevo vederli tutti. C’è forse un’attenuante per molti di loro: il fatto che i genitori gli avevano detto di evitarmi perché ebreo, per non avere guai. Pero’ finita la guerra qualcuno doveva venire a dirmi qualche cosa. Niente prima, niente durante, niente dopo».
Che cosa è successo in quell’incontro?
«Mi chiesero di dire qualche cosa. Io mi ero preparato un discorso, non lo faccio mai. Ma non l’ho letto. Li ho guardati e mi sono messo a piangere. "Quello che io dovrei dire non lo dico, vedo che siamo più o meno tutti arrivati, mi siete mancati molto". Non li ho messi sotto accusa, il più sincero degli amici mi disse "non credere è costata anche a noi"».
Dopo la cacciata da scuola cosa fece?
«In quell’occasione mia madre, che nel frattempo a causa delle leggi razziali aveva dovuto chiudere la pensione, è stata grande, mi disse che la vita era fatta anche di queste cose, che erano le prove della vita. Da lì a poco la comunità ebraica si organizzò e venne istituita una piccolissima scuola, dove le classi avevano cinque, sei ragazzi al massimo e da sbarazzino e monello come ero, diventai un secchione. Il 50 per cento dei nostri insegnanti erano professori universitari cacciati a loro volta a causa delle leggi razziali. Nei giorni scorsi ho scoperto che la famosa scienziata Margherita Hack è stata allieva della professoressa Calabresi, che era stata mia insegnante in quel periodo. Da quella scuola improvvisata sono venuti fuori ambasciatori, banchieri, personaggi di altissimo livello. Studiavamo come pazzi, poi con quegli insegnanti straordinari. Ogni anno avevamo gli esami perché la nostra scuola non era riconosciuta. Il primo anno il preside della scuola dove eravamo andati a fare gli esami di fine anno aveva messo una bacheca per gli alunni ebrei e una per gli ariani. Noi ebrei avevamo tutti gli otto decimi, il massimo della media, e gli altri no. L’anno dopo, quando siamo tornati a fare l’esame per la seconda volta, il preside ci mise tutti insieme, per non far vedere che eravamo migliori degli ariani. Noi avevamo capito la motivazione della scuola, perché si doveva studiare».
In che periodo venne deportato ad Auschwitz?
«Fui catturato insieme a mio padre e nel maggio del 1944 deportato con lui ad Auschwitz. Arrivammo a destinazione il 23 maggio. Quando io e papà siamo arrivati, appena scesi dal convoglio, siamo passati subito dalla selezione: da una parte la camera gas e il forno, dall’altra il campo. Noi non siamo andati nella parte del forno. Papà era un uomo splendido, sembrava un ambasciatore. Aveva 54 anni, ma lui ha dichiarato di averne dieci di meno per potersi salvare. Siamo entrati nella quarantena, che era comunque un luogo di morte, le razioni erano dimezzate rispetto al campo, durava circa tre settimane e quando i prigionieri uscivano erano ridotti malissimo. Mi ricordo che siamo entrati in una baracca, dove era il momento della distribuzione della zuppa. Ad Auschwitz non c’erano né forchette, né coltelli, né cucchiai. Dovevamo mangiare mettendo la testa dentro nella ciotola, come del resto non c’era la carta igienica e la mattina ci si doveva pulire con le mani».
Cosa accadde dopo la quarantena?
«Quando fummo dentro la baracca entrò subito dopo un sergente maggiore delle SS, il quale disse: "achtung", tutti scattarono in piedi, era un ordine. Incominciò a guardarci. Io so cos’è uno sguardo nazista, uno sguardo vitreo, freddo. I nazisti ci guardavano come fossimo stati degli scarafaggi. E come per gli scarafaggi, nessuno prova ritegno a schiacciarli, così era per noi. Il nazista disse che aveva bisogno di qualche interprete. "Chi parla tedesco?" chiese. Ero impietrito, immobile. E proprio quando pensavo che questo esame fosse finito, ho sentito una spinta sulla schiena, una mano che mi mandava avanti a offrire la mia disponibilità d’interprete. Mi sono trovato davanti alla SS, che continuava a fissarmi con lo stesso sguardo. A un certo punto mi chiese "dove sei nato? ". Io risposi "in Italia", senza guardarlo, con gli occhi verso un punto infinito. "Sì ma dove?", insistette lui. " A Firenze". Non finii neppure di pronunciare Florence, che mi disse: "caro amico, la tua città è bellissima". Dopo un monologo di dieci minuti mi ha selezionato per il corpo interpreti. Eravamo dei privilegiati, e se io sono qui a parlare forse è anche per questo. Gli interpreti lavoravano sulla banchina d’arrivo della stazione di Auschwitz -Birkenau».
Suo nonno era stato deportato con voi?
«No. So che è difficile da credere, perché mio nonno morì nel ’36 quando io avevo 11 anni. Però ne sono sicuro: lui mi sospinse. E’ a lui che devo la mia sopravvivenza. Mio nonno paterno parlava tre lingue, tra cui anche il tedesco. Era cieco, un gran affabulatore. Lui mi parlava di Salgari, quando in genere a quel tempo i ragazzi si occupavano del Libro cuore, o al massimo di Pinocchio. Io ero un bambino di otto anni, frequentavo la terza elementare. Un giorno mi disse: "Nedo tu devi imparare il tedesco e ricordati che le lingue rappresentano le chiavi per aprire le vie del mondo ". In quei tre quattro anni di insegnamento mi ha aperto la via alla vita».

Voi avevate consapevolezza di quello che vi aspettava ad Auschwitz e nei campi di sterminio?
«I convogli ferroviari, i trasporti che portavano gli ebrei allo sterminio si chiamavano "trasporti notte e nebbia". Pensate a questa definizione poetico letteraria, la definizione più precisa e puntuale e anche la più drammatica. Che cosa puoi immaginare di un tale convoglio? Niente. Un trasporto che non sai dove va. Sulla banchina di Auschwitz abbiamo visto arrivare per mesi ebrei greci, polacchi, ungheresi, italiani. Io ero sulla banchina quando con un convoglio è arrivata anche mia nonna. Era sorda, si guardava in giro senza riuscire a capire dove fosse finita. Io l’ho riconosciuta subito e sono andato ad abbracciarla, cosa peraltro rischiosissima e sono svenuto dall’emozione. I miei compagni allora mi hanno preso e mi hanno messo da una parte, coprendomi con delle foglie. Mi sono ripreso quattro minuti dopo, mia nonna era già finita nella camera a gas».
Che spiegazione si dà per quanto è accaduto. C’è chi ha detto che dopo Auschwitz è cambiato persino il concetto e l’idea di Dio?
«Molti, come me, non riescono a spiegare questa cosa. Per quello che è accaduto agli ebrei in questa ultima guerra, con la shoah c’è da chiedersi, con tutta franchezza, se è possibile che un Dio buono, onnipotente, onnipresente lasci ammazzare sei milioni di persone, anche se fossero stati sei milioni di delinquenti, che poi non erano. Mio nipote aveva solo 18 mesi, che colpe aveva? Io me la sono spiegata in questo modo. Per me il grande miracolo su questa terra è la nascita, la procreazione. L’uomo cresce con un’intelligenza, una coscienza. Iddio, questa entità, è all’origine della nascita, poi l’uomo se la vede da sé, non possiamo credere che Dio intervenga nelle cose dell’uomo, perché allora dovremmo ammettere che su alcune interviene e su altre no. L’uomo è responsabile delle sue scelte, l’uomo ha il libero arbitrio. L’uomo ha la capacità e il potere di fare il bene e il male».

Quindi l’uomo rimane il principale responsabile.
«Certo. Se io penso che i tremilacinquecento uomini, che costituivano la guarnigione di Auschwitz, scrivevano a casa lettere affettuose alle mogli, mandavano ai propri figli fotografie, scrivevano parole buone, devo pensare anche che è presente questa dualità , e che è sempre in agguato. L’uomo è il responsabile, non Iddio. L’umanità è responsabile della Shoah, come dello stermino dei Curdi e degli Armeni. L’uomo è responsabile. Io ho lavorato sulla banchina della stazione di arrivo ad Auschwitz fino all’ottobre del 1944, guardavo Josef Mengele, simile ad un attore americano, vestito sempre elegante, come ad un galà, che avvicinava ai bambini dava loro carezze e caramelle, quando vedeva due gemellini se li portava via per i suoi esperimenti. Era un uomo. Noi eravamo dei candidati alla morte e lui sceglieva».

Quando ha iniziato a testimoniare la sua esperienza? Molti sopravvissuti ai campi di sterminio hanno avuto difficoltà.
«Quando si dice che uno è sopravvissuto ad Auschwitz per testimoniare, si dice una balla. Chi è sopravvissuto, lo ha fatto per istinto. Non è stato facile testimoniare ciò che è stato. Se si andava solo quindici anni fa in una scuola e si chiedeva ad un preside di parlare dell’esperienza di Auschwitz la risposta tipica era "ma non rientra nei programmi", "sa non vorrei turbare i ragazzi…". Insomma nelle scuole non si entrava. Poche erano quelle disposte ad ascoltarci, ed era grazie a pochi illuminati. Il fenomeno delle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di sterminio si è avuto all’inizio degli anni Novanta, quando c’è stata una vera apertura delle scuole. La gente della nostra generazione ha un senso di colpa perché tutto quello che è accaduto non sarebbe accaduto se ci fosse stata la solidarietà e la mancanza di questa è stato ciò che ha alimentato la strage. Per capire bisogna parlare del 1938 e delle leggi razziali. Il paese di Dante, di Michelangelo e di Leonardo, ha prodotto anche gli scienziati che hanno avallato la menzogna della razza, affermando che esisteva una razza ariana, e gli ebrei, non essendo ariani, era giusto che venissero estromessi dalla vita civile, dalla società, nonché avviati allo sterminio. Quello era il tempo in cui il signor Levi direttore di banca veniva cacciato e i colleghi, anziché indignarsi, si fregavano le mani perché si liberava un posto. E così successe nelle università, nelle scuole, nelle aziende. Questo è il punto, in Italia non c’è stato un movimento di opposizione alle leggi razziali, come ad esempio in Olanda dove hanno fatto anche degli scioperi».
Oggi si assiste ad un rigurgito antisemita e ad un revisionismo storico esasperato, a cosa è dovuto?
«È dovuto principalmente alla destra, che legittima certe posizioni. Io direi che la shoah è stata molto metabolizzata e purtroppo nel modo peggiore. Se io penso che un paese come questo, che tra l’altro ha avuto un forno crematorio, quello di Trieste, la Risiera di San Sabba, oltre a vari campi di concentramento da Merano a Fossoli, ha faticato non poco per ottenere un giorno dedicato alla Memoria, ho detto tutto. Sul revisionismo possiamo solo dire che per sei milioni di morti massacrati in quel modo non ci puo’ essere né una giustificazione storica, né ideologica, pertanto l’unica difesa, l’estrema ratio è la negazione. E’ un processo pericoloso che intacca la conoscenza. La recente edizione di una famosa enciclopedia riporta alla voce Auschwitz questa definizione: "Luogo di detenzione dove vennero internati gli ebrei per tutta la guerra". 2milioni e mezzo di morti finiti così. Se questo è il risultato, ci vorrebbe una seconda resistenza, ma non siamo capaci di farla».
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Ajax, la squadra del ghetto
Un libro interessante e originale, ben scritto, ricco di informazioni sull'Olocausto in Olanda e sul rapporto privilegiato che intercorreva, prima dello sterminio degli ebrei olandesi, fra gli abitanti del ghetto di Amsterdam e la sua più popolare squadra di calcio. Si tratta di "Ajax, la squadra del ghetto" di Simon Kuper, ISBN Edizioni (Gruppo Editoriale Il Saggiatore), Milano 2005. La storia di una delle più gloriose squadre di calcio europee è legata per sempre alle vittime della Shoah e alla comunità ebraica olandese, che segue la formazione con un tifo passionale. Durante l'occupazione nazista il grande attaccante ebreo dell'Ajax, Eddy Hamel, fu deportato ad Auschwitz, dove fu assassinato. La casa del campione è oggi un museo cui rendono visita tifosi e studenti. Migliaia di tifosi della squadra di Amsterdam subirono lo stesso destino.

Il grande presidente della formazione che vinse i più importanti trofei nell'era di Cruijff, Jaap Van Praag, sfuggì alla Shoah nascondendosi come Anne Frank e aiutato da un destino migliore di quello che toccò all'autrice del Diario. L'Ajax è ancora il vessillo degli ebrei non solo olandesi; sembra di vederli ancora, gli spiriti dei sui tifosi sterminati dall'odio antisemita, mentre applaudono i virtuosismi dei loro campioni ed esultano con passione ebraica quando il pallone si insacca nella porta avversaria. Gli antisemiti europei, in Olanda come a Roma, definiscono l'Ajax "la squadra degli ebrei", con disprezzo. La stessa definizione di "squadra del ghetto" rende i giocatori dell'Ajax ambasciatori dell'uguaglianza, della pace e della memoria. Forza Ajax! Forza, umanità! (Nella foto: Eddy Hamel, il campione dell'Ajax ucciso dai nazisti ad Auschwitz). R.M.
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Leonid Bernstein, eroe ebreo della Seconda Guerra Mondiale
"Sono nato a Shpikov, in Podolia. Mio padre era un orologiaio. Morì quando avevo cinque anni. Nel 1932 la mia famiglia si trasferì a Kiev. Io entrai all'Accademia militare e seguii un corso di artiglieria, divenendo allievo ufficiale. Quando raggiunsi il grado di luogotenente di artiglieria, fui mandato nella regione di confine di Przemysl. Il 22 giugno conobbi il nemico nazista. Combattemmo strenuamente, anche quando i tedeschi stavano per sopraffarci. Nessuno ci aveva ancora ordinato di ritirarci". Così si presenta Leonid Bernstein, eroe ebreo dell'Armata Rossa e della Resistenza contro i nazisti quando testimonia davanti al pubblico la sua esperienza di combattente ebreo. 15 giorni dopo l'ordine arrivò. Cominciava una nuova vicenda per Leonid Bernstein, eroe indiscusso della Seconda Guerra Mondiale, uno fra centinaia di migliaia di ebrei che combatterono nelle truppe alleate. Oltre 100.000 ebrei dell'Armata Rossa caddero nelle mani dei nazisti; pochi sopravvissero. Fra quei pochi, Leonid, che duranmte la prigionia non si perse d'animo. Ferito, riuscì a fuggire, riparando nel villaggio di Ternovka, dove ottenne falsi documenti e un nome russo.

Senza perdere tempo, organizzò il primo nucleo della Resistenza locale, partecipando a spedizioni di sabotaggio e spionaggio nonché ad azioni di disturbo contro i tedeschi. All'inizio del 1943 il gruppo di Bernstein cercò di unirsi a quello di Peotr Dubovoy. Durante un tentativo di minare la stazione ferroviaria di Shevchenko fu però catturato nuovamente. "Vidi la mia vita scorrere davanti ai miei occhi in un istante". Si chiese se fosse la fine. Leonid colse tuttavia l'unica occasione di fuga per eludere ancora i nazisti e raggiungere i suoi compagni. Nel maggio del 1942 Bernstein si paracadutò presso Sanok, dove radunò 400 partigiani. In settembre quell'unità partecipò alla rivolta degli Slovacchi contro i nazisti. Quindi l'eroe rientrò nei ranghi dell'Armata Rossa. Dopo la guerra, Leonid ottenne le più importanti onorificenze militari da parte del suo paese (anche se, a causa dell'antisemitismo, non entrò mai nell'Ordine degli Eroi dell'Unione Sovietica), della Polonia e della Cecoslovacchia. Dal 1993 Leonid Bernstein vive nel nord di Israele, dove si dedica all'attività di scrittore-testimone, tramandando alle nuova generazioni le gesta degli eroi ebrei della Seconda Guerra Mondiale. Da: Yad Vashem Magazine 37, articolo di Katia Guzarov. (Nella foto: L'Armata Rossa a Berlino).
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Vivere meglio
di Roberto Malini
Per vivere meglio, con dignità e fierezza, bisognerebbe tornare a ispirarsi alla sapienza antica, quando nel mondo esistevano i maestri. Nell'istante in cui si perde la capacità di commuoversi o di ispirare le proprie azioni al coraggio e alla compassione, si è sconfitti, solo allora. Quante ingiustizie abbiamo subito, nella vita? A quante ingiustizie abbiamo assistito? Quante volte abbiamo visto trionfare il male e quante il bene? Saremmo disposti a rinunciare ai nostri privilegi, alle nostre comodità, se dovessimo combattere per i nostri ideali? Credo che non esista alternativa: se vogliamo vedere uno spiraglio di luce, dobbiamo conoscere le tenebre. Mi viene in mente la vicenda di Paul Steinberg, un ragazzo ebreo tedesco che nel 1943 vive a Parigi. Un giorno esce di casa per comprare il pane. Due poliziotti lo arrestano e si ritrova nel campo di transito di Drancy. Di lì viene mandato nell'inferno di Auschwitz. Lavora presso la famigerata industria chimica I.G. Farben, a fianco di Primo Levi. Vuole vivere e resiste finché lo trasferiscono a Buchenwald, resiste fino alla liberazione. Come Primo Levi è riuscito a sopravvivere e ha qualcosa da raccontare all'umanità. Scrive le sue memorie cinquant'anni dopo quegli eventi. Primo Levi si arrende al dolore, perché Auschwitz se la porta dentro. Lui no. "Scrivere è stato benefico, per me," afferma. Paul ha subito da parte di uomini senza umanità ogni abuso fisico e morale. Ha vissuto, dopo i lager, non per ritrovare l'umanità degli altri, ma la propria.

"Non sono più riuscito, dopo, a recuperare l'atteggiamento di rispetto e pietà che si dovrebbe avere verso chi muore. Devo fare uno sforzo su me stesso per esprimere a chi mi è caro il mio cordoglio. Conosco la mia stessa morte, la sua faccia. L'ho intravvista più volte. L'angoscia metafisica mi è sconosciuta come una lontana galassia. Questo mi protegge dagli altri. Ad Auschwitz avevo raggiunto il punto più basso del mio percorso concentrazionario, il punto in cui, di solito, si getta la spugna. Proprio allora iniziai la risalita che mi avrebbe portato a sopravvivere". Paul Steinberg,
(Nella foto: Paul Steinberg)
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L'ultimo viaggio di Ottla Kafka
di Roberto Malini
Anche nell'epoca in cui ogni nobile valore umano declinò, consentendo l'affermarsi del pregiudizio, dell'odio, della violenza e dell'orrore, anche durante la Shoah vi furono gli eroi. Gli eroi non cercano la gloria, non scelgono il martirio, non sono esenti dalle comuni debolezze umane. Gli eroi, come tutti gli esseri umani, soffrono il freddo, la fame, le privazioni e la paura. Coltivano sogni e speranze, amano la vita e preferiscono -forse ancora più intensamente dei pavidi e degli ignavi- la felicità al dolore. Gli eroi sono spesso dimenticati. Tutti sanno chi fu lo scrittore ebreo praghese Franz Kafka, autore di romanzi come Il processo o Il castello e di novelle inquietanti e meravigliose come La metamorfosi . Pochi conoscono la sorella preferita di lui, Ottla, detta Ottilie. Ottla Kafka nacque a Praga nel 1892. Delicata d'animo, sensibile, piena di gusto estetico e senso dell'armonia, fu sempre fonte di ispirazione per il famoso fratello, che la preferì alle altre due sorelle: Elli e Valli (che scompariranno nella Shoah). Durante l'occupazione nazista, Ottla fu deportata nel ghetto di Theresienstadt, a nordovest della Boemia, dove si dedicò all'educazione dei bambini ebrei. Nel 1943 alcuni dei suoi piccoli allievi furono selezionati per le camere a gas di Auschwitz. A Ottla fu concessa la possibilità di rimanere nel ghetto e proseguire la sua attività di educatrice. Lei però non ebbe dubbi e decise volontariamente di accompagnare i piccoli verso la loro destinazione. Morì con loro in una camera a gas.
 
(Nelle foto: Franz e Ottla Kafka; ritratto di Ottla).
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Una svastica invisibile
di Roberto Malini
Antisemitismo. E' un cancro sociale per cui nessuno ha ancora trovato una cura. Un cancro della coscienza e del pensiero umani come ogni altra forma di discriminazione e odio irrazionale. Il portale Anne's Door è stato creato soprattutto come punto di riferimento per i giovani. I ragazzi hanno sentimenti più forti e puri, rispetto agli adulti. Desiderano sapere la verità, capire da che parte troveranno il bene e da quale il male. Sentono parlare di Shoah, vedono film e documentari sulla Seconda Guerra Mondiale, leggono libri e anche fumetti in cui si raccontano vicende di ebrei nell'inferno nazista. I genitori, la scuola, la televisione e il cinema, però, non sono in grado di spiegare loro con chiarezza cosa accadde realmente in quegli anni né perché intere nazioni furono coplici di un massacro. Raccontare la verità significa mettere in discussione la natura stessa dell'animo umano. Così si riferiscono piccole porzioni di realtà storica. Si evitano accuratamente i particolari più raccapriccianti dello sterminio degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e delle altre minoranze invise ai seguaci del nazionalsocialismo. Si esaltano le imprese (piccolissime) degli eroi (pochissimi) piuttosto che sottolineare la distruzione di un popolo. La società moderna, con le sue paure di testimoniare la verità, è ancora complice dei carnefici. L'ignavia dei più verso gli episodi di intolleranza nutrono l'intolleranza stessa. Quando uomini politici e autorità -oltre alla gente comune- trattano con superficialità l'antigiudaismo, onorano una svastica invisibile, ma ancora forte nella sua simbologia. Quando si fanno beffe degli omosessuali, quando bollano gli zingari come criminali e sociopatici, quando pongono in rilievo la 'diversità' di stranieri e altre minoranze, salutano -"Heil, Hitler!"- il fantasma dell'autore di Mein Kampf e gli restituiscono un po' di potere. A loro bisogna opporre le parole e l'esempio dei testimoni e dei giusti.
"E facevamo progetti per un un improbabile futuro nel quale, nonostante tutto, appassionatamente speravamo. Perché? In ognuno di noi, automaticamente, la risposta era: 'Per raccontare'. Perché il mondo potesse sapere; perché mai più, in nessun luogo, a nessun uomo potesse capitare quello che era capitato a noi. Siamo poi stati ascoltati? No, non lo siamo stati se in questi decenni altri eccidi, altri spaventosi massacri sono stati compiuti nell'indifferenza generale. Non siamo stati ascoltati se per decenni c'è stato un quasi totale, nocivo silenzio nelle case, nelle scuole, permettendo a chi minimizza e falsifica quanto è successo di diffondere le proprie menzognere predicazioni. Sì, perché l'ignoranza è il brodo di coltura in cui le teorie di revisionisti e negazionisti trovano fertile terreno per proliferare".
Goti Bauer, Una vita segnata , in Voci dalla Shoah , Scandicci (Firenze), 1995
(Nella foto: Il sole su Auschwitz, dipinto di Anna Cocumarolo).
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Educazione alla Shoah , un passaggio fondamentale per la crescita intellettuale e civile delle nuove generazioni
di Roberto Malini
La storia della Shoah è materia di insegnamento in tutto il mondo. Naturalmente il peso degli eventi accaduti in ogni singolo paese ne modificano i metodi e gli strumenti con cui la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa viene trasferita ai bambini e ai ragazzi. Nei primi due decenni successivi alla liberazione, le istituzioni scolastiche europee dedicarono scarsa attenzione all'Olocausto, forse per una sorta di rimozione dall'inconscio collettivo di crimini tanto disumani da sembrare quasi "irrazionali" nell'àmbito di un'analisi storica. Gli studiosi sono avvezzi a trattare di azioni militari e conquiste, errori e successi tattici o strategici, utilizzo di tecnologie belliche, fiumi di sangue versato dagli "eroi" sui campi di battaglia e anche di "danni collaterali" ovvero delle distruzioni e morti che toccano la popolazione civile delle parti in conflitto. Affrontare un tema come la messa in atto dello sterminio di milioni di esseri umani da parte di un governo considerato al vertice della civiltà dell'epoca, con la costituzione di centri di uccisione sistematica di bambini, donne e uomini, della distruzione dei loro corpi e della cancellazione delle loro identità era ed è difficile, per un ricercatore abituato ad analizzare altri fatti, altri documenti, altri reperti. Gli orrori di Auschwitz-Birkenau, Majdanek, Chelmno, Sobibor, Treblinka, Belzec e molti altri luoghi simili più a gironi infernali che a teatri della storia sono talmente ardui da affrontare e richiedono una cultura e una solidità mentale così forti che per lungo tempo si è preferito ignorarli o trattarli in misura minima piuttosto che approfondirli, cercando, ove possibile, di comprendere le ragioni della loro tragica realtà. Nello stesso modo, se lo studioso ha una lucidità mentale sufficiente per ricostruire le dinamiche di eventi luttuosi come invasioni e saccheggi, sente in molti casi franare le proprie fondamenta culturali quando si dedica ad argomenti come le camere a gas, luoghi camuffati da docce in cui, dopo l'accurata selezione di autorità ed istituzioni sanitarie, bambini, donne e uomini venivano asfissiati per mezzo di vapori tossici. I documenti storici della Shoah sono le tracce lasciate dalle vittime: non solo beni di valore e testimonianze della propria vita, ma anche vestiti, occhiali, scarpe e persino capelli (utilizzati per riempire i materassi o per tessere tappeti per navi e sommergibili) e denti d'oro sottratti ai vivi e ai morti, quale estrema predazione dei resti fisici della loro esistenza. I documenti della Shoah sono testimonianze da incubo, in cui ogni crudeltà che si possa commettere contro un essere umano è descritta in ogni particolare. Immagini di persone ridotte a scheletri, umiliate e torturate da loro simili in divisa, prima di essere messe a morte. Fotografie di bambini utilizzati come cavie nei laboratori medici, montagne di cadaveri, grandi occhi senza speranza che ruotano nelle orbite di volti privi ormai di consistenza, treni pieni di esseri umani stipati come animali da macello: ecco i reperti con cui si dovevano e si devono ancora confrontare gli storici ed ecco i motivi del loro -comunque colpevole- silenzio. Attualmente l'educazione all'Olocausto è un fattore critico che gli enti e le autorità preposte all'istruzione affrontano con un atteggiamento sempre più attento. Si cerca di inquadrare la storia del genocidio degli ebrei in Europa nella sua drammatica unicità, ma anche nella sua importanza fondamentale per comprendere il presente, la cui identità morale, culturale e storica dipende senza ombra di dubbio dallo studio della Shoah e dai valori che se ne trarranno, valori e ideali con cui la scuola ha il compito di nutrire la coscienza della nuova umanità. L'insegnamento della Shoah non riguarda solo i bambini e i ragazzi, ma ancora prima le famiglie, le strutture educative, i veicoli di informazione e le cellule sociali composte da uomini che vivono gli uni accanto agli altri. Alcune pubblicazioni hanno contribuito nel corso degli anni a tener desta l'attenzione di tutti verso un fatto storico che travalica la storiografia e tocca direttamente principi primi dell'etica e del pensiero umani. Il Diario di Mary Berg, testimonianza della persecuzione nazista nel ghetto di Varsavia, pubblicato in Italia nel 1947; l'opera di Primo Levi Se questo è un uomo (Torino, De Silva 1947 ) , libro fondamentale della Shoah italiana; il Diario di Anna Frank, tradotto e pubblicato nel nostro paese nel 1954 e divenuto testo educativo fondamentale, trattandosi di una voce giovane che parla ai giovani, rivolgendo loro un messaggio di speranza. Il Diario di Anne Frank ha reso "tollerabile" ai lettori il resoconto dello sterminio di sei milioni di ebrei europei, proprio per il suo tono sempre rassicurante: "Quando guardo il cielo, penso che questa durezza spietata finirà e che l'umanità tornerà a volgersi al bene". La versione teatrale del 1955, realizzata da Frances Goodrich e Albert Hackett e soprattutto il film del 1959, diretto da George Stevens, contribuirono all'affermarsi del mito della giovane ebrea capace di credere nella redenzione dell'uomo nonostante la persecuzione nazista. Milioni di studenti hanno conosciuto la Shoah proprio grazie alla lettura del Diario e alla visione della sua versione cinematografica, caldeggiate da educatori e genitori. Nella fase attuale, tuttavia, in cui si cerca di insegnare ai giovani la verità sulla persecuzione e lo sterminio degli ebrei da parte dei nazionalsocialisti, gli educatori non dovrebbero mai sorvolare sul fatto che Anne scrisse le sue pagine di speranza prima di essere arrestata insieme ai suoi cari. Deportata nel campo di lavoro di Westerbork, quindi ad Auschwitz e infine a Bergen-Belsen, la giovanissima scrittrice vivrà gli ultimi mesi assistendo allo sterminio del suo popolo e perderà la vita a causa degli stenti e del tifo a soli 15 anni di età. Dei suoi familiari e degli amici con cui condivise la clandestinità nell'alloggio segreto di Amsterdam, sopravviverà solo il padre Otto. Il caso di Anne, in tale ottica, non è diverso da quello degli altri sei milioni di vittime e nella sua fase terminale possiede gli stessi elementi che sono all'origine di un turbamento che non lascia spazio ad alcuna visione positivistica: orrore, disumanità e disumanizzazione, cannibalismo morale, genocidio pianificato. Dario Picciau, regista del film Cara Anna. Il dono della speranza , che sarà nei cinema nel 2006, si sta impegnando per proporre al pubblico un modello educativo nuovo e coraggioso, raccontando la vicenda completa della vita e della morte di Anne Frank nella forma di un'allegoria del coraggio, in cui i giovani, identificandosi nei protagonisti, trarranno dalle loro vicende importanti valori e modelli di riferimento. "Anne Frank era una giovane scrittrice di grande talento," ha detto Picciau nel corso di un'intervista, "capace di comprendere ciò che accadeva intorno a lei. Dopo un lungo periodo di ricerca storico-scientifica che ci ha consentito di ricostruire, grazie alle tecnologie di modellazione e animazione tridimensionale, il suo periodo storico e le esatte fisionomie dei protagonisti del Diario , siamo in grado di ripercorrere realisticamente gli eventi che toccarono lei e i suoi cari, avvicinando il pubblico alla Shoah senza causargli quel trauma eccessivo che è alla base del 'mutismo dello spirito' che coglie tutti di fronte al capitolo più irragionevole e orrendo della storia umana".
 
Se esiste un messaggio di fede nel futuro legato alla vicenda di Anne Frank e non solo al suo Diario , esso va ricercato nell'eroismo che la ragazza dimostrò nei suoi ultimi giorni di vita, come ricorda la testimone Janny Brandles-Brilleslijper, sopravvissuta al lager di Bergen-Belsen: "Nel campo di Bergen-Belsen Anne Frank e sua sorella Margot, che facevano sempre di testa loro, si davano da fare tutte le volte che potevano, insieme ad altre donne e ragazze, per aiutare un gruppo di bambini alloggiati al blocco". Parole che ci sono di conforto e posseggono un importante valore educativo, perché confermano quanto le azioni di Anne siano state nobili come il suo pensiero, fino alla fine. Delle sei milioni di vittime, quante ne contano gli ebrei d'Europa nel corso dell'Olocausto, un milione e mezzo furono bambini e adolescenti sotto i sedici anni. E' un numero vicino all'infinito, se ci si riflette sopra, chiedendosi come possa essere stato raggiunto. Per non arrendersi allo sconforto, è utile che l'educatore impegnato a realizzare un programma di insegnamento della Shoah , mentre riferisce ai bambini e ai ragazzi tale nozione, contrapponga ad essa una serie di punti di riferimento positivi. Quale miglior valore educativo di un ottimo esempio? Durante il genocidio dei cittadini europei di religione ebraica, vi furono eroi dalla statura morale ineguagliabile, i cui atti rimangono a testimoniare il ruolo che può avere un insegnante anche quando follia e terrore si sostituiscono al buon senso e alla compassione. Un grande insegnante -il cui archetipo resta Socrate- è una guida per tutta l'umanità verso il bene, la verità e la giustizia. Janusz Korczak e la sua assistente Stephania Wilcinska si dedicarono all'educazione dei bambini nel ghetto di Varsavia, impegnandosi per offrire loro cibo, affetto, istruzione e valori etici. Quando i nazisti ordinarono l'evacuazione e la deportazione dei loro piccoli allievi, i due educatori li vestirono con i loro abiti migliori e, facendoli cantare, li condussero in fila perfetta verso i loro aguzzini. I tedeschi offrirono a Korczak e alla sua collaboratrice la possibilità di salvarsi, rimanendo nel ghetto, ma essi rifiutarono e restarono accanto ai loro bambini fino al campo di sterminio di Treblinka, dove furono uccisi insieme a loro. Un altro esempio da portare all'attenzione degli studenti è Ottla Kafka, detta Ottilie. Nata a Praga nel 1892, Ottla era la sorella preferita dal grande scrittore ebreo Franz Kafka. Apparentemente delicata, amante dell'arte, della poesia e della cultura, Ottla fu deportata nel mese di agosto del 1941 nel ghetto di Terezin, dove si prese cura degli ospiti più piccoli. Il 5 ottobre si offerse volontaria per accompagnare un gruppo di bambini ad Auschwitz, consapevole di andare incontro alla morte. Insegnare la Shoah è difficile, ancora più difficile che comprenderla. Ecco perché è necessario partire dall'alto e non dall'abisso. E in alto ci sono gli eroi e i testimoni. Affidarsi alle loro parole, al loro esempio è il modo più sicuro per camminare insieme ai giovani lungo la strada più dura e accidentata della storia umana. I libri di Primo Levi, Settimia Spizzichino, Lorenza Mazzetti, Aldo Zargani, le opere di Anne Frank, Elie Wiesel, Eva Heyman sono una guida necessaria. Anche i migliori film, da Schindler's List a Train de vie , da Arrivederci ragazzi a Il pianista o il cortometraggio di Dario Picciau Binario 21 , con l'interpretazione-testimonianza di Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e oggi ambasciatrice della Shoah, sono importanti, in un programma educativo. Opere multimediali che ricostruiscono le vicende dell'Olocausto, come Destinazione Auschwitz (Proedi, Milano 2000 ) , libri scritti per i lettori più giovani come L'eco del silenzio: la Shoah raccontata ai giovani della testimone Elisa Springer (Marsilio, Venezia 2003), il fumetto Maus di Art Spiegelmann (Pantheon, New York 1986) o il mio Anna Frank, simbolo universale della Shoah (Proedi, Milano 2005) avvicinano gli studenti a una verità che vogliono conoscere e davanti alla quale, forse in virtù della loro innocenza, non chiudono gli occhi. E' fondamentale proporre agli adolescenti e ai giovani opere particolarmente adatte a discussioni e riflessioni, come la poesia Todesfuge (Fuga di morte) di Paul Celan, che inizia con i famosi versi: "Nero latte dell'alba lo beviamo di sera / lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte".
   
Come nello studio convenzionale della storia antica e moderna, non va sottovalutata l'iconografia; non solo i documenti fotografici, ma le opere d'arte. Nonostante le privazioni, la sofferenza, l'angoscia, l'attesa della fine, gli artisti della Shoah disegnarono e dipinsero nei ghetti e nei campi. Realizzate spesso con carboncini e colori di fortuna, su superfici poverissime, le opere dell'Olocausto sono la più autentica testimonianza visiva del dramma che si consumò contro il popolo ebreo in Europa. Gli ultimi dipinti di Felix Nussbaum (assassinato ad Auschwitz nel 1944), i disegni di Yehuda Bacon (sopravvissuto ai campi di sterminio) e degli altri giovani artisti di Terezin, le immagini di Szymon Balicki, Leo Haas, Alfred Kantor, Otto Ungar, Eugeniusz Aleksandrowski, Karol Koniezkni parlano della Shoah con un linguaggio muto, ma più eloquente di qualsiasi lezione. Dobbiamo insegnare ai giovani affinché sappiano e ricordino, anche se non potranno mai capire, con gli strumenti della sola ragione. Il nostro compito è quello di farli partecipi della più importante testimonianza, perché un domani possano vigilare e impedire che i germi della follia nazista diano ancora i loro frutti velenosi. Una testimone, Szewerina Smaglewska, scrisse a conclusione del suo libro Il giardino e la torcia : "Di notte quando, distesa senza dormire, mi chiedo se l'umanità abbia imparato qualcosa dagli anni del nazismo, quando penso che alcuni desiderano trasformare la terra in un giardino in fiore ed altri vorrebbero trasformarla in una torcia ardente, in cui le madri inutilmente si affannerebbero cercando un posto sicuro per i loro bambini, allora mi pare di sentire i battiti del cuore di quella gente che, come me, è passata attraverso il più nero abisso dell'era di Hitler. Siamo coscienti di tutto. Sappiamo. Non dimentichiamo. Addormentati o svegli, non ci abbandonano le immagini più raccapriccianti. Oggi la nostra volontà si incontra e si moltiplica. Compagni di prigionia e di dolore nei campi di concentramento nazisti, dovunque siate, rispondete con il vostro più grande sforzo teso a impedire in tempo che si ripeta lo sterminio". Gli eroi e i testimoni guidano i nuovi educatori a insegnare la Shoah , i cui luoghi sono un'eredità dove la memoria si rigenera. I musei e i memoriali dell'Olocausto sono i traguardi ideali di un viaggio verso il ricordo e, forse, il principio del riscatto. Una visita ad Auschwitz, Mauthausen, Bergen-Belsen, Chelmo oppure, in Italia, a Fossoli, in Risiera di San Sabba, presso il Binario 21 -nei sotterranei della Stazione Centrale di Milano- potranno essere momenti fondamentali di un processo educativo orientato a recuperare, contemporaneamente, memoria storica e pietas umana, così necessarie perché la nebbia dell'oblio non nasconda, insieme al dolore e alla vergogna, l'insegnamento che le vittime e i testimoni della Shoah ci hanno tramandato. Il motto del museo di Gerusalemme Yad Vashem, che raccoglie la documentazione sul genocidio degli ebrei in Europa, esprime in una sintesi perfetta la via da seguire: "Ricordiamo il passato, costruiamo il futuro".
(Nelle foto: Felix Nussbaum rifinisce un suo dipinto; Felix Nussbaum, Nel campo , 1940; Primo Levi; Paul Celan; Anne Frank; Ottla Kafka).
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Ho ritrovato la memoria della mia famiglia nell'archivio Yad Vashem
di Rami Lavitzky
Sono cresciuto in una famiglia profondamente segnata dalla Shoah. I miei genitori si sono conosciuti dopo aver perso le loro famiglie durante la persecuzione antisemita attuata dai nazisti in Polonia.

Con grande coraggio, lottando contro i ricordi dolorosi per impedire che la morte vincesse sulla vita, si sono ricostruiti una vita in Israele. La memoria della loro vita precedente, una vita costruita giorno per giorno, nella loro patria, però, non li ha mai abbandonati. Noi figli sapevamo, ma non osavamo ravvivare quei ricordi. Avremmo voluto conoscere la storia delle loro famiglie, per ritrovare le nostre radici, ma loro non ne parlavano quasi mai, in virtù di un meccanismo di protezione verso noi figli e soprattutto di ferite così profonde che non guarivano mai. Così siamo cresciuti senza informazioni legate al periodo buio della Shoah. Sapevamo solo che papà aveva perso una parte della sua famiglia e la sua prima moglie e che mamma aveva perso tutta la sua famiglia, compreso il suo primo marito e la sua bambina di tre anni. Di quella sorellina, degli zii, delle famiglie in Polonia non sapevo neanche i nomi né che lavoro facessero o quale fosse stato il loro destino. Erano volti che apparivano e sparivano nella mia mente come fantasmi e pensavo che neppure i miei genitori avessero più notizie di loro.
Mi vengono in mente due episodi accaduti tanti anni fa, episodi molto simili tra di loro. Un mio compagno di leva venne a trovarmi, un giorno e ci sedemmo a tavola. Davanti a noi c'erano torte e biscotti, dolci preparati da mia madre, frutta e bibite di diversi colori: sapori antichi come il paese da cui lei veniva. Ricette che aveva appreso da sua mamma. All'improvviso si è passati da argomenti generici a parlare della Shoah. Il viso sereno di mia madre si è rannuvolato e ci ha parlato della sua figlioletta, portata via dalle ali nere della morte, assassinata dai criminali tedeschi. E' scoppiata a piangere. Non avevo mai visto mia madre piangere, prima di allora. E' stato un momento straziante. Mia madre ebbe in seguito una reazione simile durante la visita di un mio compagno di università. Ricordare la Polonia, i suoi morti, il lungo periodo in cui è rimasta nascosta, sempre in pericolo, perché i nazisti davano una caccia spietata agli ebrei, sia nelle città che nei villaggi e in campagna, le procurava un dolore atroce.

Le poche volte che mia madre ha parlato della sua famiglia non sono bastate perché io potessi farmi un'idea della tragedia che l'aveva colpita. Sapevo che la sua era una bella famiglia unita, anche se suo padre era morto giovane, a causa di una malattia incurabile. Sua madre aveva un contegno nobile, amava la cultura e indossava una parrucca, secondo la tradizione ebraica. Cinque sorelle e un fratello, chi più chi meno dotati di talento artistico, in parte erano sposati con figli. Possiedo delle foto solo di due sorelle, di un nipote, di uno zio e di una zia da parte di padre. L'unico sopravvissuto allo sterminio fu un fratello di sua mamma Azriel Kuczinski, che perdette moglie e tre figli; fu un grande artista e un grande lavoratore; morì in Israele negli anni ottanta.
Mi ricordo, ero molto piccolo, di aver conosciuto un altro parente, un anziano giornalista che portava il cognome della mamma, un cognome scomparso a causa dell'odio nazista: Cajtag. Non so che tipo di parentela vi fosse fra loro, ma qualcosa li univa anche nel silenzio: forse il dolore e la memoria. Era davvero vecchio, magrissimo, senza forze. Qualche anno dopo sono venuto a sapere che le atrocità passate durante la prigionia in Polonia lo hanno portato a desiderare la morte. II segreto del suo dolore è scivolato nella tomba con lui, una sofferenza che lo ha condotto a digiunare fino a spegnersi. Nel frattempo, nel 1990 mia mamma è morta dopo una lunga malattia, in cui le sono stato vicino momento per momento. Sembrava capire che avrei voluto sapere da lei tutto quello che riguardava la sua vita, ma i suoi occhi mi dicevano che no, era mille volte meglio per me non sapere.
Per tanti anni ho avuto il desiderio di conoscere la sorte della famiglia Cajtag. Sapevo che avrei appreso di eventi funesti e terribili, ma era da lì che io venivo e volevo esserne parte. Nel 1998, in occasione di una mia visita allo Yad-Vashem a Gerusalemme, ho provato ad avere notizie della famiglia Cajtag, ma i responsabili dell'archivio mi hanno risposto che con questo cognome c'erano una ventina di persone e siccome i dettagli si trovavano su dei microfilm, era difficile fornirmeli. Così sono rimasto con mille domande e una nebbia fitta e tenebrosa in quel luogo della mente dove tutti hanno i ricordi di famiglia, da sfogliare come album, per non dimenticare. Sono passati altri sei anni, sei anni in cui mi sono occupato di letture e ricerche sulla Shoah, collaborando con studiosi e associazioni. Ma quel vuoto nel mio cuore continuava a tormentarmi: "Mamma, come si chiamava la tua bambina? Sono legato a lei, ma non so neanche il suo nome! E i nonni, le zie, i cugini: come hanno vissuto? Come sono morti?"
Il mese di febbraio di questo 2005 ha colmato, finalmente, anche se solo in parte, quel buco nella mia anima, quel desiderio insopprimibile di sapere. E' successo durante un pomeriggio; mi trovavo negli studi della 263 Films di Milano, società di produzione cinematografica molto sensibile ai temi legati alla Shoah, attualmente impegnata nella produzione di un film su Anne Frank e il valore educativo del suo esempio. Ero in compagnia di tre miei cari amici: il producer Enrico Zanier, lo sceneggiatore Roberto Malini e il regista Dario Picciau. Roberto e io siamo entrati in internet , accedendo al sito del museo Yad Vashem.

Così ci siamo accorti che finalmente era online l'archivio delle vittime della Shoah: già oltre tre milioni di nomi, con schede ricche di informazioni, compilate nei decenni grazie ai documenti e alle testimonianze dei familiari sopravvissuti. Non riesco ad esprimere le emozioni, sensazioni, pensieri che mi hanno assalito in quei momenti. Dopo una breve ricerca siamo riusciti a risalire, grazie all'archivio, alla testimonianza di mia madre, resa per iscritto al museo in data 12 settembre 1981. Ho potuto vedere e leggere con i miei occhi le schede scritte di suo pugno. Una scheda per ogni parente scomparso nell'Olocausto. Ora sapevo che le persone, i miei zii, le zie e tutti gli altri avevano un nome e una storia. (Nelle foto: Izrael Poznanski, papà di Gusta; Eli-Pinchas Cajtag, sua moglio Itka Pozner e la loro figlia Mala, assassinata dai nazisti a Treblinka).
Il primo marito - Izrael Poznanski
Nato a Skierniewice il 17/01/1913.
Genitori: Dawid e Lea.
Morto a Lowicz in prigione.
La figlia - Gusta Poznanski G
Nata a Skierniewice il 05/02/1937.
Genitori: Ester (Teresa) e Izrael.
Morta e Lowicz in prigione.
La mamma (mia nonna) - Rajza Cajtag (Kuczynski)
Nata a Lowicz il 1889.
Nome della madre: Chana.
Morta fucilata a Lublino nel 1943.
Il fratello - Natan Cajtag
Nato a Lubien, Wloclawek il 17/01/1909.
Genitori: Rajza e Iechiel-Majer.
Morto a Janow Lubelski (Lublin).
Primaa sorella - Fajga Cajtag (Dymant)
Nata a Lubien, Wloclawek il 1911.
Genitori: Rojza e Iechiel-Majer.
Morta a Bychawa, Lublin.
Seconda sorella - Tobeia Cajtag
Nata a Lubien il 1913.
Genitori: Rojza e Iechiel-Majer.
Morta a Treblinka.
Terza sorella - Rywka Cajtag
Nata a Lubien il 1917.
Genitori: Rojza e Iechiel-Majer.
Morta a Zakrowek, Lublin.
Quarta sorella - Sara Cajtag
Nata a Lubien il 1922.
Genitori: Rojza e Iechiel-Majer.
Non si conosce il luogo in cui è morta.
Zio (paterno) Eli-Pinchas Cajtag
Nato a Lubien nel 1985.
Genitori: Gitel e Zeilik-Jcchak.
Morto a Rypin nel 1940.
Zia (paterna) Fajga Ester Kowalski (Cajtag)
Nata a Lubien il 1897.
Genitori: Gitel e Zeilik-Jcchak.
Una Cugina - Mala Cajtag
Nata a Rypin il 1916.
Genitori: Itka (Pozner) e Eli-Pinchas.
Morta a Treblinka.
 
 
 
Foto da sinistra in alto:
- In alto da sinistra, mio cugino Avi Levin ed io; in basso Azriel
Kuczynski, mio prozio materno, sopravvissuto alla Shoà con la seconda moglie Lola. La prima moglie e i figli furono sterminati dai nazisti in Polonia.
- Mia zia materna Tobcia Cajtag con suo figlio, assassinati a Treblinka.
- I miei genitori, in Israele, Teresa Ester Cajtag e Michael Levitzky.
- La prima moglie di mio papà Tabakmann (ignoro il suo nome), uccisa nella prigione di Sieldce.
- Mia zia materna Fajga Dymant Cajtag uccisa dai nazisti a Bychawa, Lublin. Foto scattata nel 1936.
- Fajga Ester Cajtag Kowalski, mia prozia materna, assassinata dai nazisti in località ignota.
Rami Lavitzky
E' nato il 27 luglio 1950 a Stettino (Polonia). Figlio di ebrei polacchi sopravvissuti alla Shoah e capaci di ricostruirsi una vita dopo aver perso la maggior parte dei familiari e degli amici a causa della persecuzione nazista, all'età di quattro mesi ha lasciato la Polonia con i genitori, costretti ad emigrare a Tel Aviv, in Israele, dove ha frequentato le scuole. Dopo la maturità ha svolto 4 anni di servizio militare come insegnante e un anno di guerra (Kippur). Si dedica alla ricerca su temi legati a ebraismo e Shoah, svolge attività didattiche e artistiche. Riguardo a queste ultime, ha appreso i fondamenti dell'arte grazie a vari artisti sopravvissuti all'Olocausto, fra i quali Asriel Cuczinsky fratello di sua nonna materna, un pittore considerato fra gli ultimi eredi di una realtà ebraica distrutta: quella degli shtetl. Grazie allo studio dell'arte yiddish, ha sviluppato una tecnica immediata ed essenziale, basata sui colori vivaci e il linguaggio libero di quella grande tradizione. E' entrato inoltre in contatto con il noto artista Jossi Stern. Si è trasferito in Italia, a Parma, nei primi anni '80, per frequentare la facoltà di Medicina Veterinaria, un altro dei suoi principali interessi, dettato dal suo amore per gli animali. Nella comunità ebraica della città emiliana ha tenuto lezioni di ebraismo. Si è sempre dedicato a ricerche sulla cultura ebraica e la storia della Shoah. Nel 1997 è stato responsabile del museo ebraico di Soragna (Pr). Si è trasferito successivamente a Milano, dove lavora in una scuola ebraica, si dedica alla riscoperta di testi provenienti dalla Shoah (sta traducendo quattro racconti di Michael Pruzan, scrittore ebreo sopravvissuto a Vilna, suo caro amico negli anni in cui Lavitzky viveva in Israele), collabora con associazioni di studio ed educazione alla Shoah e prosegue nella sua attività di artista. E' uno dei fondatori del gruppo di artisti Watching The Sky.
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Helga Deen
E' in lavorazione a Milano, presso la Factory della società di produzione cinematografica 263 Films, il lungometraggio di animazione tridimensionale Cara Anne. Il dono della speranza. Roberto Malini, autore, e Dario Picciau, regista, stanno inoltre realizzando un cortometraggio 3D Helga Deen, l'ultima notte, che ricorderà la vicenda di un'altra giovane vittima della Shoah. Helga Deen (1925-1943) è autrice di un Diario, conservato oggi presso l'Archivio Regionale di Tilburg (Olanda). Helga fu uccisa dai nazisti nel campo di sterminio di Sobibor, il 16 luglio 1943. Il Diario è stato consegnato all'Archivio dal figlio di Kees van den Berg, che da giovane fu amato da Helga e ne ricambiò i sentimenti.

Il diario si è salvato, con alcune lettere, perché Helga lo nascose in una borsa. Le 21 pagine, alcune delle quail riportano disegni di Helga, ci raccontano gli ultimi giorni della ragazza nel campo di Vugh, in Olanda, prima del fatale trasferimento a Sobibor. Se si esclude il Diario di Anne Frank, quello di Helga è storicamente importante almeno come quello di David Koker, pubblicato nel 1977. Helga Deen stava frequentando l'ultimo anno alle scuole superiori di Tilburg quando fu arrestata con la famiglia e deportata a Vugh, il 1° aprile del 1943. Fu sistemata nella Baracca 34B. 31.000 persone, la metà ebree, furono rinchiuse a Vugh fra il mese di gennaio 1943 e il settembre del 1944. Vugh era l'unico campo di concentramento diretto dalle SS fuori dalla Germania. Il 5 giugno 1943 fu annunciato che tutti I bambini sarebbero stati trasportati via dal campo. Il primo convoglio, carico di bambini fino a tre anni di età, partì il giorno dopo. Il 7 giugno partirono I ragazzi da 4 a 16 anni, con le loro madri o padri. In totale, 1269 bambini e ragazzi ebrei furono trasferiti da Vugh a Westerbork e subito a Sobibor, dove furono sterminati poco dopo l'arrivo. Helga descrisse i trasferimenti dei piccoli e la disumanità dei loro carnefici. Helga iniziò a scrivere segretamente il diario, che terminò il 2 luglio 1943, poco prima di essere deportata a Sobibor, dove fu uccisa. Scriveva perché aveva promesso al suo amato di registrare le proprie esperienze e di indirizzargli idealmente più lettere possibile. "Carissimo": così Helga si rivolge a lui nel Diario e nelle cinque lettere. Divisa dai familiari, scrisse nell'ultima lettera , datata 2 luglio 1943: "Quello che stiamo passando in questi mesi è indescrivibile e per chi non ne abbia avuto esperienza, inimmaginabile". (Nella foto: Helga Deen, immagine digitale di Roberto Malini).
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