Lettere del Gruppo EveryOne ad Antonio Di Pietro e Debora Serracchiani

Milano, 24 luglio 2009

Caro Antonio Di Pietro,

il Gruppo EveryOne si sente completamente affine alle Sue posizioni, che spesso Le attraggono pesanti critiche e attacchi mediatici, anche da parte di personalità politiche di "sinistra". E' ormai assodato come le Istituzioni siano malate, dalla base al vertice e stiano intaccando le fondamenta stesse del diritto, della democrazia, della civiltà. Recentemente Rita Borsellino ci ha scritto parole commoventi, che ci hanno fatto sentire meno soli, nel nostro impegno per i Diritti Umani. Però ci fanno anche sentire - ed è un sentimento amaro - la mancanza di uomini coraggiosi come Paolo Borsellino. Pare proprio che, a fasi alterne, a volte come "uomini-ombra" a volte con la loro tiepidità opportunistica, con la loro ignavia, anche le persone in cui ci pare di poter confidare, in virtù di episodiche dichiarazioni a mezzo stampa, non sappiano in realtà quello che fanno. Di certo, non paiono così "eroici" da scendere dal "trenino dei privilegi" su cui - sgomitando - sono saliti, chi prima, chi dopo. E a destra è tutto parimenti desolante. Da un lodo a un decreto legge, da un provvedimento (centrale o locale) a un'esternazione, da una dichiarazione pubblica alla risposta a una critica proveniente dall'estero: ormai è chiaro che la malattia del nostro Paese non è incarnata dal solo Berlusconi, con le sue amicizie pericolose, i suoi conflitti di ogni genere, la sua lussuria sadomasochistica. No. L'orgia del potere - in cui su altari osceni si bruciano le conquiste della civiltà, i valori morali e le pagine della Costituzione - vede partecipare ai vari "trenini" quasi tutta la classe politica che possiede ruoli decisionali e conduce lo "stivale" verso il baratro dell'inciviltà, della perversione, dela crudeltà verso i deboli e gli indifesi, dell'apartheid, della dittatura. E' "satanismo di Stato" e il Presidente della Repubblica regala un beneplacito - che in apparenza sembra provenire da un pulpito di saggezza e autorevolezza - all'abominio. Presidenti..! sembra che la collettività non impari mai la lezione della Storia, che ha visto così spesso in cima alla piramide del potere uomini senza grandezza morale, senza coraggio civile, senza una grande anima. Se fossimo privi anche della la Sua "scimitarra", carissimo Antonio Di Pietro, non ci sarebbero solo "piume" e indifferenza, ma armi e strumenti di tortura ben più atroci: quelli che già dilaniano le carni scure di rifugiati e Rom, che colpiscono chi ha il coraggio di ribellarsi e fanno a pezzi gli innocenti. Noi abbiamo fede in un futuro diverso. Non accettiamo la fine dei valori civili e umanitari né la metamorfosi kafkiana del diritto e dei principi morali. Viviamo in un Paese dove show televisivi e politici sostituiscono la crescita culturale e civile, dove i ragazzi imparano solo a essere ligi e disciplinati, ad aver paura di un mondo che vive (perché i movimenti migratori non sono che questo), mentre all'Italia di oggi occorrono ribelli e idealisti. I nostri attivisti resistono e resisteranno, fino a vedere quell'alba di un nuovo giorno in cui neanche Lei ha rinunciato a credere, con le armi della ragione, della nonviolenza, della tradizione democratica e di testi illuminati come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione di Ginevra, il Vangelo, le parole sagge di Gandhi, quelle sognanti di Martin Luther King, quelle piene di innocente speranza del Diario di Anne Frank. Queste parole, questi ideali brandiremo anche noi, come "scimitarre", caro Di Pietro, contro i fantasmi di una regressione civile che prendono corpo e si moltiplicano ogni giorno. Con solidarietà, ammirazione e fiducia. Il Gruppo EveryOne

Milano, 24 luglio 2009

Cara Debora Serracchiani,

innanzitutto, complimenti per le tue idee e per come le porti avanti: è qualcosa di nuovo, di accessibile a tutti, di chiaro, di onesto e democratico, in un momento di caos e crisi dei valori. La nostra organizzazione per i Diritti Umani, il Gruppo EveryOne, vive quotidianamente la tragedia delle politiche xenofobe, razziste e vessatorie nei confronti delle minoranze condotte sia dalla destra che, purtroppo, da una parte consistente della "sinistra" italiana (le atrocità contro Rom e migranti commesse da Veltroni, Cofferati, Domenici, Chiamparino, Ceriscioli e molti altri sindaci-sceriffi sono documentate e orribilmente evidenti, come le posizioni di altre personalità politiche sedicenti "democratiche"). La tua politica, riassunta con semplicità e freschezza nel tuo blog, è lontana dalla demagogia imperante. Chi ama la democrazia, non può non apprezzare le poche parole intelligenti, civili, democratiche e umane con cui proponi le tue idee alla gente. Gli altri, nel tuo partito e più in generale nel "centro-sinistra", purtroppo, non amano tali caratteristiche e non sembrano aprezzare le idee chiare, come dimostra la "purga" effettuata durante la scelta delle candidature europee, quando gli artefici di Direttive e Risoluzioni di enorme valore per l'Unione europea dei Diritti Umani sono stati potati come rami inutili di un albero omogeneo, a partire da Pannella e Cappato (eletti nel Pd alle precedenti europee). Al loro posto, ora abbiamo all'interno del Parlamento europeo persone lontane ani luce dalla cultura della civiltà e dell'accoglienza, da Cofferati a Domenici, due politici lodati più volte da Lega Nord, Forza Nuova e anche da movimenti xenofobi e neonazisti come Storm Front o White Pride. Contemporaneamente, anche nei comuni "di sinistra", le azioni di persecuzione contro i Rom, gli sgomberi-pogrom, gli arresti, gli allontanamenti ed espulsioni di migranti e la repressione dei senzatetto continuano, sgranandosi un interminabile rosario di dolore, disperazione e morte. E mentre le autorità e le forze dell'ordine braccano per le città famiglie Rom in condizioni tragiche, bimbetti a piedi nudi, poveracci e profughi, la criminalità organizzata segna un record dietro l'altro e si diffonde inarrestabile da sud a nord. E' di oggi la divulgazione dei dati dell'ennesimo rapporto sulla droga in Italia, a cura di Prevo.lab e riguardante la Lombardia: i consumi salgono senza freno. Secondo i criminologi, lo spaccio di sostanze stupefacenti è la cartina al tornasole che rivela la forza e la presenza della criminalità organizzata, che in Italia ha ormai raggiunto i massimi livelli di potere e impunità. La commemorazione del 17° anniversario del martirio di Paolo Borsellino non ha visto alcun politico partecipare, accanto ai familiari e a un manipolo di giovani, perché Borsellino rappresenta il coraggio di chi, per combattere il cancro della Mafia, scavò nella vera materia in cui essa cresce e si diffonde: materia di cui si nutre il potere costituito (potere senza colore, se non quello dei soldi), ancora oggi. Basta pensare, cara Debora, a quante pagine hanno speso i giornali di "sinistra" per gli scandali berlusconiani e a quante poche righe siano state invece dedicate alla notizia dell'indagine per coinvolgimento in attività mafiose di alcuni senatori della Repubblica, uno dei quali - e anche questo fatto è stato trascurato dai media e nelle dichiarazioni dei politici - era presente alla "cena delle beffe" fra Berlusconi, Alfano, Letta e il giudice costituzionale Mazzella. A proposito dei sospetti riguardanti collegamenti fra Mafia e politica, ti copio in fondao alla lettera il pensiero che espresse Paolo Borsellino, offrendo alle Istituzioni consigli regolarmente ignorati dalle stesse. Si parla e si scrive tanti di protezione dei giovani. Ma da cosa li si vuole proteggere? Dalla verità? Il crimine organizzato porta rovina fra i giovani italiani, con le seduzioni della droga e del denaro facile, con la cultura della paura, con la corruzione in ogni comparto sociale. La reazione delle Istituzioni è di indifferenza, anche verso la tragedia della droga: nessun programma di educazione contro le tossicodipendenze, nessuna campagna mediatica, nessun progetto per combattere la piaga del nostro tempo. Per quanto riguarda i "diritti civili", che un tempo erano un punto focale nelle politiche di "sinistra", oggi sono stati dimenticati. Il nostro gruppo - talora appoggiato dai Radicali, sostenuto da Di Pietro, tenuto in considerazione da Fini - ha contribuito all'approvazione di Risoluzioni Ue e delle Nazioni Unite contro le politiche razziali in Italia; attualmente è impegnato per dimostrare l'illegittimità e l'aberrazione che permeano l'intero corpus della Legge 733 B sulla "sicurezza". Consiglio d'Europa e Commissione europea hanno già emanato pareri contrari al testo e presto si pronunceranno altre Istituzioni: dalla Corte Europea dei Diritti Umani alle Nazioni Unite. Se fossimo meno soli! Che svolta si potrebbe imprimere, a questo nostro Paese sprofondato nell'intolleranza, nella corruzione, nella perversione e nella barbarie. Attualmente, ci sentiamo molto più vicini alla "scimitarra" (una scimitarra civile e nonviolenta) di Di Pietro (un vero amico e un vero patriota, in questo frangente) che non all'inconsistenza, all'opportunismo e alla mancanza di ideali dei candidati alla segreteria del Pd. Che delusione, il loro impegno profuso soltanto per i propri interessi e la propria vanagloria, a bordo delle varie carrozze del "trenino dei privilegi"! C'è bisogno di persone come te, cara Debora, per sperare che la triste realtà della politica italiana assuma una svolta virtuosa e ritrovi la via dei Diritti Umani e dei valori democratici. Non arrenderti. Non ridimensionare i tuoi obiettivi. Se vuoi conoscerci meglio, visita il nostro sito e consulta la documentazione sullo "scandalo-Italia" che raccogliamo da anni. Un abbraccio da tutti noi. Il Gruppo EveryOne

Mafia e politica

di Paolo Borsellino

L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati. Dalla lezione del 26 gennaio 1989 all'Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa.

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I Rom di via Centocelle: richiesta urgente all'Onorevole Gianfranco Fini

Roma, 20 giugno 20099

Ill.mo Presidente Fini, la città di Roma ha attuato più di trenta sgomberi di famiglie Rom solo nel 2009, oltre a un centinaio di azioni di allontanamento nei confronti di microinsediamenti presso parchi, ponti o edifici abbandonati. Dopo tali azioni di pulizia senza alternativa di alloggio né assistenza, si sono verificate situazioni umanitarie terribili: donne incinte hanno perduto i loro bambini, malati hanno visto aggravarsi le loro condizioni, mentre famiglie indigenti con bambini si sono disperse per Roma o sono tornate in Romania. Non è una vittoria della legalità, ma della disumanità. E' una vittoria dell'orrore che si approfitta del clima di odio razziale e della debolezza delle istituzioni europee, che sono affette da ignavia e non hanno strumenti per far rispettare le Risoluzioni. Quando possiamo, cerchiamo di aiutare le famiglie scacciate e perseguitate, ma ormai ben poche hanno il cellulare o la possibilità di chiamarci. E' questa pulizia etnica che avviene nell'indifferenza il vero scandalo italiano, non certo le quattro donnine allegre di Berlusconi: uno scandalo in cui destra e sinistra si danno la mano, una mano adunca e mostruosa, mano di chi non è più umano, se lo è mai stato. Ci aiuti, se possibile, a evitare un altro dramma riguardante i Rom di via Centocelle. Si può iniziare una via nuova, con un po' di spirito di fratellanza: al di là del sentimento di superiorità razziale che anima molti, siamo tutti "nomadi", di passaggio sulla Terra e noi e i nostri cari, prima o poi saremo "sgomberati" dalla nostra stessa caducità. A che serve, essere crudeli? La aggiorno sull'intervento di De Corato a Milano, riguardo alla piccola Rebecca Covaciu: nonostante le promesse che il vicesindaco ci ha fatto in Sua presenza, non ha fatto nulla e la famiglia sopravvive sotto un tetto solo grazie all'iniziativa privata e al coraggio dei genitori. Nel frattempo, però, la città di Milano ha messo in atto altri sgomberi identici a pogrom, di cui può leggere l'asettica cronaca sulla stampa o in rete.

Con (un residuo di) fiducia, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau

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Comunicato stampa
ROM: NON E’ UNA QUESTIONE DI ORDINE PUBBLICO

Questa mattina i rom che due giorni fa avevano occupato l’ex deposito Heineken in via dei Gordiani 40, per reagire alla minaccia di sgombero, hanno deciso di tornare al campo di via di Centocelle.

La decisione è stata presa dopo l’intervento del Prefetto, della Questura e del Comune di Roma che, dopo avere definitivamente bloccato lo sgombero, hanno garantito l’apertura di un tavolo formale lunedì mattina per trovare una soluzione abitativa a tutti gli abitanti del campo, 300 persone in tutto.

Prima di rientrare nell’insediamento di via di Centocelle, il Comune ha provveduto a portare l’acqua, 10 bagni, i cassonetti e a ripulire la zona dai rifiuti. Nei prossimi giorni verrà predisposta la derattizzazione dell’area.

E’arrivato dunque un segnale differente, ma è evidente che a partire dalla vicenda dei rom di via di Centocelle la città tutta deve alzare la testa per ribellarsi alle politiche di ghettizzazione nei campi e chiedere per i rom un’accoglienza diversa.

La lotta che la comunità di via di Centocelle porta avanti da diversi mesi per il diritto alla casa e alla dignità proseguirà perché non è sufficiente migliorare le condizioni nei campi per vivere decentemente. Così come proseguirà la battaglia per rimanere all’interno del territorio nel quale questa comunità si è inserita, come dimostra il meccanismo di solidarietà che si è sviluppato intorno all’occupazione in questi giorni, a partire dal Municipio VI e dalle scuole, frequentate regolarmente dai bambini fuori dalle logiche assistenzialiste presenti in molti campi.

Lunedì mattina alle ore 12 chiederemo al Prefetto di avviare un ragionamento generale sull’accoglienza e sulle richieste sollevate con l’occupazione di via dei Gordiani: il diritto alla casa prima di tutto, negato a migliaia di italiani e di migranti in questa città, e il diritto a rimanere sul territorio per non disperdere il percorso di inserimento sociale avviato da questa comunità in maniera autorganizzata.

Roma, 20 giugno '08

Rom e Romnì di via di Centocelle

Blocchi Precari Metropolitani

Popica onlus

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Condizione dei Rom a Milano e ruolo della sinistra. Scambio di messaggi fra il capogruppo del Pd presso il consiglio comunale milanese, Pierfrancesco Majorino, e Roberto Malini (Gruppo EveryOne)

Milano, 19 giugno 2009

Ecco lo scambio di comunicazioni fra il Gruppo EveryOne e Pierfrancesco Majorino (capogruppo del Pd presso il consiglio comunale milanese). La speranza della nostra organizzazione è che questa apertura al confronto (preceduta da un breve scambio di email con il consigliere del Pd Carmela Rozza) possa rappresentare una volontà del Pd milanese e speriamo nazionale a comprendere la realtà della persecuzione che da anni colpisce le famiglie Rom a Milano e in Italia. L'Unione europea ha indicato più volte la strada da percorrere, con Risoluzioni e ammonimenti, ma finora destra e sinistra hanno fatto orecchie da mercante, proseguendo con politiche inique. In particolare, Veltroni, Rutelli, Cofferati, Domenici, Penati e diversi "sindaci rossi" come Ceriscioli a Pesaro sono stati portabandiera di un movimento di intolleranza rossa che ha fatto cattiva scuola e che ha creato "compagni antizigani", "compagni xenofobi", "compagni-bruciamoli-tutti", "compagni-camerati" che davvero non rappresentano le ideologie progressiste e democratiche. Ricordo che nel 1976 o '77, quando ero ragazzo, conobbi Enrico Berlinguer (nella foto) a Bologna, che definì i Rom e i senzatetto (lui li chiamava, senza alcuna mancanza di rispetto, "zingari" e "barboni") come "i veri proletari" ovvero coloro che la sinistra italiana doveva innanzitutto rappresentare. Altri tempi, è vero, ma le vite umane dei Rom e dei "clochard" hanno lo stesso valore di allora. Sono... vite umane! Noi cerchiamo con ogni energia di limitare i danni che i movimenti razzisti e xenofobi, che in Italia hanno raggiunto il vertice, causano alle minoranze più vulnerabili. Abbiamo interagito con la Commissione europea, il Consiglio d'Europa, le Nazioni Unite e le principali organizzazioni per i Diritti Umani, contando sull'eroica sinergia con i Radicali, per quanto riguarda l'Italia. Abbiamo tuttavia rilevato con preoccupazione che il Pd ha "fatto fuori" tutti i protagonisti di importanti vittorie civili europee, ratificando con il Pdl l'intesa che fissava lo sbarramento europeo al 4% o escludendo dalle candidature tutti i protagonisti di importanti vittorie civili europee, da Pannella a Cappato, da Catania ad Agnoletto, da Chiesa a Fava, per premiare i Cofferati e i Domenici, che hanno attuato politiche anti-minoranze. Ecco perché temiamo che la prossima caduta di Berlusconi, che il premier stesso ha predisposto attraverso un comportamento reprensibile in ogni campo in cui si è mosso, e la perdita di potere della Lega (inevitabile, dopo la caduta del leader del Pdl) possano lasciare il posto a quella sinistra che i Diritti Umani aggira e irride. Ci conforta la statura umana e politica di Franceschini (nonostante qualche dichiarazione inopportuna nei confronti dei Rom) e ci fa sperare il "ritorno di fiamma" di un Massimo D'Alema in forma smagliante. Quello che ci auguriamo, però, e per cui ci impegniamo, è un risveglio delle ideologie che pongono l'essere umano e l'uguaglianza razziale al centro delle politiche e delle opere. Roberto Malini - Gruppo EveryOne (info@everyonegroup.com - www.everyonegroup.com)
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Primo messaggio di Piefrancesco Majorino a Roberto Malini

Milano, 19 giugno 2009

Caro sig. Malini, mi è stata segnalata la sua presa di posizione, che poi ho letto direttamente, sulle nostre considerazioni circa la situazione dei Rom a Milano:
http://www.sivola.net/dblog/articolo.asp?articolo=3105

Se avesse la pazienza di documentarsi scoprirebbe che le sue valutazioni non trovano alcun riscontro nè rispetto a quanto da noi affermato in occasione della citata conferenza stampa nè rispetto alla nostra azione in consiglio comunale. Quel che affermiamo infatti è molto semplice: innanzitutto chiediamo che sia fatta chiarezza sulla realtà dei numeri. Quanti sono? Quanti nei campi regolari?
Poi che vi sia sostegno alle organizzazioni sociali e del volontariato - tipo Casa della Carità - che portano avanti azioni di accompagnamento e solidarietà. Infine che si effettuino sgomberi di situazioni di illegalità garantendo accoglienza e sostegno per i più deboli a partire dalle donne e dai bambini. Di sicuro abbiamo, io e lei, idee diverse a proposito.
Tuttavia, mi creda, in questi mesi ci siamo battuti per affrontare la situazione con razionalità e nel rispetto dei diritti umani, contrastando spessissimo le azioni del governo locale di centrodestra, il che per noi ha un prezzo elettorale ma corrisponde a quanto riteniamo giusto. Cordiali saluti, Pierfrancesco Majorino.
Capogruppo PD Comune di Milano.

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Risposta di Roberto Malini

Milano, 19 giugno 2009

Gentile Pierfrancesco Majorino, se Lei vuole girare la faccia di fronte all'incredibile numero di tragedie umanitarie che avete provocato, voi e la destra milanese, nei confronti dei Rom, è un modo comodo per sfuggire un esame di coscienza che, nel caso di Milano, vede molti aguzzini e ben pochi spiriti votati ai Diritti Umani, ivi comprese le organizzazioni locali, che hanno firmato un vergognoso Patto di Legalità, simile ai testi dei regolamenti dei ghetti polacchi durante gli anni delle leggi razzialii. Se invece vuole guardarsi allo specchio, con l'intento di cambiare e riparare alle violazioni o alla complicità in violazioni atroci dei Diritti Umani, posso farLe incontrare (di persona o telefonicamente: ho notato che Carmela Rozza, per esempio, vuole la scorta dei vigili per recarsi a visitare famiglie perseguitate in condizioni tragiche di indigenza e salute) gli ultimi testimoni Rom di anni di persecuzione, dolore e lutti. Potrà ascoltare così dalla viva voce di chi a ha visto e subito quello che siete stati capaci di provocare, per ignoranza, cieca ostilità e soprattutto pregiudizio. A Lei la scelta. Roberto Malini

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Secondo messaggio di Pierfrancesco Majorino a Roberto Malini

Milano, 19 giugno 2009

Caro Malini, ho appena letto quanto segue - lo aggiungo in seguito - e appreso della sua volontà di presentare un esposto - cosa che al momento ignoro se avvenuta o meno -.
Ammetto che la mia precedente mail l'avevo scritta senza aver letto della vostra-sua iniziativa presso la Procura. Ovviamente dovesse essere intrapreso l'iter giudiziario risponderò in quella sede per difendere la mia onorabilità (cosa che valuterò in queste ore anche a prescindere della vostra azione ma a fronte delle vostre dichiarazioni pubbliche laddove mi-ci si attribuisce "istigazione all'odio razziale" ). Le comunico, però con la presente, che ho fatto parte della Carovana di Don Colmegna presente in Romania alcuni mesi fa e che i nostri consiglieri comunali, in particolare Andrea Fanzago e Marco Granelli, hanno diverse volte a nome del gruppo del pd intrapreso azioni di solidarietà efficaci - certo, non demagogiche!- nei confronti di Rom presenti a Milano. Temo, in estrema sintesi, che Lei abbia proprio sbagliato "indirizzo". Cordiali saluti, Pierfrancesco Majorino

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Risposta di Roberto Malini

Milano, 19 giugno 2009

L'esposto non è una denuncia, ma uno strumento democratico che serve alle autorità per verificare la legittimità di eventi che avvengono nella società. Nel nostro caso, la segnalazione di circostanze che si verificano ripetutamente e mettono in pericolo vite umane, l'integrità di famiglie e la dignità di un'etnia. Non l'abbiamo ancora presentato, preferendo avviare un dialogo con voi, finalizzato al recupero di quei valori democratici e civili che consentirebbero di arginare l'ondata istituzionale e privata di xenofobia e odio razziale.
Riteniamo importante che voi - che rappresentate comunque un collegamento ideale con le sinistre progressiste e garanti dei Diritti Umani di un tempo - conosciate nei particolare certe tematiche che affrontate in maniera approssimativa, sconclusionata e lesiva dei diritti fondamentali. Riguardo agli sgomberi, si tratta di un vero e proprio crimine contro l'umanità, perché mettono famiglie emarginate e in difficoltà letteralmente in mezzo alla strada. Ogni anno registriamo drammi umanitari gravissimi successivi agli sgomberi, specie in inverno (veda il nostro sito). Assicurare accoglienza a donne e bambini è ipocrisia ed è un ulteriore abuso: le romnì giurano, quando si sposano, di non separarsi dai loro uomini né dalle famiglie, nella buona e nella cattiva sorte. E' un impegno sacro cui le donne attribuiscono un'importanza ancora maggiore delle loro stesse vite. Piuttosto che rimanere a lungo separate dai compagni e dalle famiglie, si tolgono la vita. Spesso si gettano dal secondo, terzo piano degli istituti, con i bambini in braccio, per ricongiungersi ai mariti e ai padri, riportando gravi ferite e fratture. Divise dai mariti e dai padri e ospitate temporaneamente preso istituti, inoltre, perdono qualsiasi possibilità di ricostruirsi vite nel rispetto delle loro tradizioni e dei loro diritti all'integrità delle famiglie. I nazisti sapevano tutto questo e temendo atti di autolesionismo e manifestazioni di dolore scomposto, tennero le famiglie Rom unite negli "zigeunerlager". Noi siamo disponibili a mettere la nostra esperienza e quella dei nostri collaboratori ed esperti italiani e stranieri a vostra disposizione.

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Persecuzione dei Rom a Milano. La consigliera del Pd Carmela Rozza scrive a Roberto Malini (che risponde rinnovando l'invito a tenere una conferenza sui Rom a beneficio della sezione milanese del Pd)

Gentile Sig. Roberto Malini,

ho letto con sincero interesse la sua mail (vedi sito www.everyonegroup.com)

e ci tengo a precisare, che qui non è in discussione la storia ma il presente e il futuro della cultura antirazzista, e per questo ritengo doveroso precisare quanto segue:

• I cittadini nomadi ROM o Sinti che siano vanno prima di tutto difesi dalle condizioni in cui vivono non credo che lasciarli tra immondizie e topi nelle favelas cittadine sia il modo giusto per occuparsi di loro; ma ogni qual volta il Partito Democratico si muove per rimuovere questi vergognosi accampamenti viene accusato di razzismo invece se lasciamo la gente in questi schifosi posti siamo democratici. Il mio pensiero e quello del Partito Democratico è semplice eliminare le favelas e trasferire le persone in campi attrezzati e organizzati come prima fase.

• E' importate per difendere le persone per bene denunciare i delinquenti che si annidano all'interno di queste favelas e che si rendono colpevoli, di furti sfruttamento di donne e bambini.

• Faccio fatica a inquadrare i proprietari delle mercedes nuove fiammanti dal valore minimo di €60.000, che ho visto davanti il Marchiondi quando sono andata, certo questi signori si sono comprati queste automobili facendo lavori umili e risparmiando per l'alloggio.

• Quando sono stata al Marchiondi non mi è sfuggito il fatto che eravamo seguiti da un ragazzo per controllare cosa ci veniva detto dalle persone che erano li, ed è stato più chiaro il discorso di una signora che ci chiedeva di dividerla dai delinquenti.

• I difensori della storia dei Rom e dei nomadi in generale se invece di adagiarsi sulla storia aiutassero a liberare la tanta gente per bene che vive in queste favelas dai delinquenti, e facessero loro la battaglia della legalità forse faremmo giustizia dei tanti pregiudizi che sempre più investono i Rom nel loro e nostro paese.

Distinti Saluti, Carmela Rozza. Milano, 3 giugno 2009

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Gentile Consigliere Carmela Rozza,

prima di risponderLe, La invito a guardare il video "Fabbrica della Morte" nel sito www.everyonegroup.com sezione in italiano. E' la conseguenza di uno dei tanti sgomberi che avvengono in Italia. A Milano si sono verificati innumerevoli casi analoghi. Quindi, nella stessa sezione, La invito a seguire le altre videotestimonianze, fra cui quella della piccola Rebecca Covaciu, premio Unicef per l'arte e l'intercultura: suo papà è un pastore pentecostale, più volte pestato dalla polizia milanese e oggetto di gravi episodi di persecuzione. Li abbiamo salvati in diverse occasioni dall'intolleranza e dalla violenza istituzionale. Non è un caso limite: è la norma, a Milano.
A Milano erano rifugiate all'inizio del 2007 circa 700 grandi e piccole famiglie romene di etnia Rom, oltre a gruppi e persone isolate (per un totale di circa 7 mila Rom romeni): famiglie provenienti dalle più importanti (e discriminate) sotto-etnie (tribù): i Vatrashi, i Kherutno, i C?ld?rarsi, gli Zlatara, i Kolari, i Gabori, alcuni Kazandzhi, molti Pletosh (il gruppo più legato alle tradizioni), diversi Korbeni, Modorani, Tismanari, Lautari, Spoitori e Ursari (forse quelli più colpiti dall'odio razziale, in Italia, insieme ai Pletosh, a causa della loro riconoscibilità). A Milano, nelle baracche, vivevano anche alcuni anziani Rom sopravvissuti all'Olocausto, fra i quali diversi membri della famiglia rom-ebraica Ciuraru (vedi archivio Yad Vashem). La maggior parte sono morti di stenti e malattie non curate: siamo riusciti a salvarne uno (testimone dello sterminio dei Rom ad Auschwitz) dalla persecuzione, aiutandolo a tornare in Romania. Nonostante le organizzazioni per i Diritti Umani, fra cui, con un impegno costante, il Gruppo EveryOne, abbiano lanciato un accorato appello a comprendere questo movimento di popoli, attuando politiche di protezione sia in Romania che in Italia, secondo quanto prevedono le norme internazionali, l'Italia ha avviato una spietata caccia alle streghe, con sgomberi brutali, retate poliziesche, persecuzione etnica a 360°. Nel frattempo, anche grazie al sostegno di gruppi politici democratici europei (in Italia i Radicali si sono mostrati l'unica forza realmente preparata a sostenere tali istanze), abbiamo ottenuto alcune Risoluzioni Ue, ammonimenti del Cerd (Nazioni Unite), un finanziamento europeo alle aziende romene che assumono personale di etnia Rom ed altri risultati importanti. Con le nostre forze, investendo i nostri risparmi, vendendo beni mobili e immobili, gli attivisti EveryOne, inoltre, hanno consentito a numerose famiglie di evitare una tragedia umanitaria e mettersi al sicuro in Spagna, Francia, Grecia, nel Sud Italia o a tornare in Romania. Sempre con i nostri mezzi, abbiamo assicurato cure mediche e sostegno a persone in condizioni disperate, dopo gli sgomberi. Purtroppo, però, questi pogrom hanno causato lutti e drammi umanitari irreparabili. E' importante che Lei si liberi dai pregiudizi e pensi ai Rom come... famiglie in difficoltà e non "bande di criminali asociali" o ripercorrerà pericolose e false ideologie di propaganda razziale, già in voga durante altri anni di purga e persecuzione. Abbiamo tentato di inserire al lavoro oltre 100 capifamiglia di etnia Rom, ma la propaganda politico mediatica di stampo intollerante ci ha consentito scarsi risultati, soprattutto inserimenti in imprese familiari agricole del Sud dell'Italia. L'equazione, già promossa da nazionalsocialismo e movimenti razzisti, Rom=Asociali impedisce l'accesso al lavoro ai rappresentanti di questo popolo vittima di cinque secoli di schiavitù nei Principati romeni, di infiniti pogrom, del Samudaripen (l'Olocausto Rom) e di una situazione che non è mutata e che in Italia raggiunge una gravità senza uguali nel mondo. A Milano le famiglie Rom sono state trattate come branchi di topi: disinfestate dai loro rifugi, braccate, sottoposte ad abusi polizieschi e giudiziari, espulse, calunniate con ogni mezzo. Nel capoluogo lombardo rimangono meno di 500 piccoli nuclei familiari (per un totale di poco più di 2 mila persone). Quando Lei parla di "eliminazione delle favelas", omette di specificare che si tratta proprio di "eliminazione": nessuna assistenza, nessun sostegno sociale, nessuna alternativa di alloggio. Le famiglie vengono messe sulla strada e costrette ad incamminarsi in disperate "marce verso il nulla". In alcuni casi si raggiunge l'abiezione di proporre un ricovero temporaneo alle donne con bambini, che verrebbero così divise dai mariti, dai fratelli e dai padri, per i quali è previsto solo l'allontanamento. Le ricordo che neanche gli aguzzini di Hitler giunsero a tanto. Quando si sposano, le donne Rom giurano di mantenere le famiglie unite nella buona e nella cattiva sorte. I nazisti, che lo sapevano e che conoscevano lo spirito di sacrificio delle romnì, tennero insieme le famiglie anche ad Auschwitz, nello Zigeunerlager, per evitare scene di disperazione e atti di autolesionismo. Se Lei dà un'occhiata a cosa scrive la stampa estera sulle politiche italiane riguardanti i Rom (basta digitare su google "racism Italy" o altre parole chiave per rendersene conto) capirà che, per fortuna, l'orrore che si verifica da noi è stigmatizzato ovunque. Ovviamente sarei lieto di presentare ai membri del Pd milanese alcuni testimoni della persecuzione, magari durante una lezione- conferenza a porte chiuse. Il resto, dagli stereotipi sui rom ricchi e sui rom rapitori, a quelli sui rom che complottano contro la società, sui rom stupratori, sui rom che "vogliono essere nomadi" e "non vogliono lavarsi", mi permetta di relegarlo nel novero delle inique ed atroci leggende medievali.

Roberto Malini - Gruppo EveryOne. Milano, 3 giugno 2009

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Insetti clandestini

di Roberto Malini

Milano, 21 maggio 2009. Molti studenti stranieri rinunciano alla scuola, mentre è generalizzata la disperazione dei migranti che sono senza permesso di soggiorno, non certo a causa di un "reato" commesso, ma delle politiche razziali e dalla propaganda razzista che imperversano in Italia. E' così che la classe politica che impera sul nostro Paese dissimula la propria corruzione, ognuno levandosi a difesa di chi si fa beffe di moralità e Legge, trasformando le Istituzioni in ricettacoli di iniquità. Che esempio di probità, per i giovani! Stamattina ho dovuto riprendere alcuni ragazzini italiani che - imitando i loro "modelli" che occupano cariche istituzionali, ma non perdono occasione per seminare odio razziale, sorridendo, dagli schermi tv - tormentavano un loro coetaneo proveniente dal Senegal: "Te ne devi andare, sporco negro clandestino" e così via. Per fortuna, i ragazzi hanno ancora un'anima e gli ideali sinceri, i valori su cui si fonda la vera civiltà, riescono a toccarli intimamente, riuscendo a produrre in loro un repentino cambiamento. Tuttavia, in assenza di buoni maestri, accade qualcosa di orrido intorno a noi ed è una cieca fede nell'esistenza del "bene" che consente agli "attivisti" (ma non sarebbe meglio chiamarlo "tasso minimo di umanità" e non "attivismo", il tentativo disperato di opporre le ragioni dell'uguaglianza a una spietatezza che non ha più limiti?) di impegnarsi, salvando anche poche vite da un vero e proprio terremoto di disumanità. Tocchiamo un fondo sempre più limaccioso e marcio: dopo l'informazione, la cultura e lo spettacolo, ora anche la pubblicità ricorre ai modelli dell'odio per promuovere prodotti, paragonando gli insetti ai clandestini: "Insetti clandestini? Sandokan ferma l'invasione," recita dai cartelloni, a lettere cubitali, uno slogan di vilissimo gusto. E non è l'unico esempio, perché il razzismo regala consenso a buon mercato. Ai politici di destra - che dimostrano purtroppo di avere un background non diverso dalle destre che produssero orrori senza fine negli anni del secondo conflitto mondiale - chiediamo di essere meno crudeli: pare che "qualcuno" vi abbia concesso potere di vita e di morte, nei confronti delle categorie sociali più vulnerabili. Visto che nessuno, al contrario, vi induce a riflettere sui valori della solidarietà e della fratellanza, cercate di ascoltare almeno l'eco lontana delle vostre coscienze. Ai politici di "sinistra" chiediamo: non arrendetevi. Questo modello di democrazia non funziona, perché è divenuto dittatura dei media (e quindi della maggioranza). Non arrendetevi alla difficoltà oggettiva di tutelare i diritti civili e umani. Soprattutto, però, non arrendetevi al formarsi, all'interno dei vostri stessi gruppi, di ideologie securitarie, persecutorie e intolleranti. La civiltà e la democrazia non sono luoghi in cui vige la legge di chi sa incitare il popolo alla caccia alle streghe: "Dagli al Rom! Dagli allo straniero!", ma si basano su un patto virtuoso, in cui la maggioranza - che per suo ruolo costituzionale governerà sempre - si impegna a proteggere le minoranze (componenti fondamentali nell'evoluzione delle società umane). Noi "attivisti" cerchiamo di fare il possibile per riparare ai danni prodotti all'intolleranza, ma è ormai difficile, in un oceano di dolore, emarginazione, terrore e morte, scegliere a chi dedicare le nostre forze sempre più ridotte, per sottrarre almeno alcune delle vittime designate a un destino atroce. E la nuova legge razziale - se non riuscite a fermarla, uomini e donne di destra e di sinistra, anche all'ultimo istante - renderà ancora più orrida e sadica una persecuzione già intollerabile. Il nostro gruppo sta preparando un programma di protezione dei migranti, dei Rom e dei senzatetto contro i provvedimenti razziali. E' una guida etica per evitare che la parte migliore della popolazione, temendo di infrangere la legge, li abbandoni al loro destino. Forniremo ai "giusti" le linee di difesa dei diritti umani, in base alle norme internazionali, per evitare che un decreto al contenuto mostruoso trasformi gli italiani in un popolo di delatori e persecutori. Chi rimarrà un essere umano anche dopo l'avvento della legge non-umana, dovrà avere il coraggio di assistere, ospitare, nascondere, sostenere i migranti, i Rom e gli stranieri invisi al potere senza temere le ripercussioni poliziesche e giudiziarie. E' un impegno che devono ai "giusti" di altri tempi e ai nostri giovani coloro che non hanno rinunciato a servire la Cotituzione, lea democrazia e la civiltà.

Circolare anti-clandestini nella scuola Leonardo Da Vinci di Padova, con l'imposizione agli studenti stranieri di presentare il permesso di soggiorno

Padova, 21 maggio 2009. Circolare «anti-clandestini» nella scuola professionale Leonardo Da Vinci di Padova. La preside Anna Bottaro, la scorsa settimana, ha raggiunto con una comunicazione nelle classi tutti gli studenti stranieri extracomunitari di quinta superiore invitandoli a presentare entro il giorno seguente il permesso di soggiorno. «Prevediamo che la commissione per l’esame di Stato vi richieda il permesso di soggiorno quindi, vi invitiamo a consegnarlo entro domani», recitava la circolare che non poco scalpore ha suscitato. Lettera scritta dalla preside che riportava i nomi e i cognomi dei ragazzi stranieri che a giugno dovranno affrontare l’esame di maturità, nel l’intestazione del documento c’erano i nominativi, che sono stati citati a voce alta nelle rispettive classi dai docenti mentre leggevano le direttive della preside. La circolare è stata spedita in via anonima dagli stessi insegnanti del Leonardo Da Vinci, sbigottiti per la decisione della preside, al sindacato Cobas scuola di Padova che oggi, in un incontro organizzato assieme all’associazione Razzismo Stop, rivelerà tutti i dettagli del caso che definiscono «un grave episodio di discriminazione e razzismo». Gli studenti stranieri hanno visto il loro nome e cognome scritto in bella vista sulla circolare e li hanno sentiti pronunciare a voce alta dai docenti durante le lezioni. Come se fossero dei «fuorilegge». «E se la preside avesse scoperto che non avevano il permesso di soggiorno, avrebbe denunciato gli studenti per ché sono clandestini?», si interroga Carlo Salmaso, rappresentante provinciale dei Cobas scuola. L’allarme del sindacato e dell’associazione Razzismo Stop punta il dito su quella che potrebbe leggersi come un’azione da «preside-spia», in pieno clima del pacchetto sicurezza varato del governo, che introduce in Italia il reato di clandestinità. «Non ci sono norme che impongano la decisione che ha preso la dirigente scolastica dell’istituto professionale di Padova, ha agito di sua iniziativa - spiega Salmaso - . Inoltre, c’è una sentenza della Cassazione che fa da precedente, la corte si esprime a favore di una ragazza straniera che era stata esclusa dall’esame di Stato perché priva di permesso di soggiorno. In quel caso la sentenza ha messo in chiaro che il diritto allo studio prevale e non può essere negato anche in assenza di permesso di soggiorno».Solo l’altro ieri è esploso un caso simile a Genova, dove una preside di tre istituti professionali si è recata nelle aule e ha scritto alla lavagna nome e cognome dei possibili studenti clandestini, invitandoli a presentare i documenti in segreteria. «E’ allarmante questo accanimento contro gli stranieri conclude Salmaso - , siamo spaventati della piega che sta assumendo la situzione nelle scuole, per opera di certi presidi, sulla scia del decreto sicurezza ». La preside Anna Bottaro del Leonardo Da Vinci, istituto con alta frequenza di stranieri iscritti, che recentemente hanno partecipato anche ad un video per l’integrazione, rispedisce le accuse al mittente: «Avrò fatto trecento circolari per gli stranieri dall’inizio del l’anno - sbotta - e non vedo niente di anomalo, i ragazzi hanno portato il permesso di soggiorno a scuola e adesso è inserito nei loro fascicoli». Sarà, ma nomi e cognomi sono stati fatti, di studenti stranieri che in molti casi vedono come una conquista riuscire a studiare e completare gli studi con un diploma, di sicuro si sono sentiti pubblicamenti costretti a dimostrare la loro condizione sul territorio italiano per non rischiare di perdere il diritto a sostenere l’esame di maturità.
Martino Galliolo
21 maggio 2009

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Insetti clandestini? Sandokan ferma l'invasione

Alla cortese Attenzione direzione Marketing "Sandokan",

Ho notato i vostri cartelloni pubblicitari che recitano: "Insetti clandestini? Sandokan ferma l'invasione". Trovo improbabile che ai vostri creativi sia sfuggita l'assonanza tra gli insetti "clandestini" e il dramma dei migranti e temo invece che si tratti di una strizzatina d'occhi alle politiche xenofobe che sembrano avere la meglio ultimamente nel nostro paese. Trovo abominevole definire "insetti" uomini, donne e bambini che, spinti dalla miseria, dalle guerre e dai mutamenti climatici (di cui il mondo "sviluppato" è tra
l'altro in larga parte responsabile), cercano un futuro nel nostro paese. Vi chiedo pertanto di ritirare questa campagna pubblicitaria che, oltre ad essere oltraggiosa, si rivelerà anche controproducente per la vostra azienda. Sono certa che tutti gli italiani non razzisti (e siamo in tanti!) boicotteranno i vostri prodotti. Io sicuramente mi
impegno a farlo. Grazie per l'attenzione, Sara Cattaneo, G. La Gala, con adesione del Gruppo EveryOne


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Bologna e Roma: attivisti e migranti continuano a manifestare contro gli aguzzini

Da una comunicazione di Andrea

Bologna e Roma, 10 maggio 2009.
In un clima di intransigente repressione dei moti antirazzisti, di persecuzione
dei migranti, di violazioni della Convenzione di Ginevra e di tutte le Carte
per i Diritti Umani, il Gruppo EveryOne è vicino ai coraggiosi attivisti che non
si arrendono di fronte alla spietata oppressione e agli abusi contro l'umanità
che caratterizzano la gestione dei Cie.

Continuano le mobilitazioni dentro e fuori le gabbie di Roma e di
Bologna. Nate dal pestaggio di Raya e dalla morte di Nabruka, sembrano
proprio disegnare una nuova ondata montante di questo movimento perché
i Centri, luoghi di abusi gravi, divengano illegittimi e scompaiano.
Il movimento, nato con le proteste lampedusane di inizio
anno, ha già ampiamente scosso il tranquillo trantran dei lager di
mezza Italia. Un mese e mezzo a sostenere i diritti dei migranti, capaci
di manifestare, di denunciare le violazioni dei loro diritti e di una simbolica
evasione di massa, poi la risacca dopo la notizia dell’effimera
sconfitta del governo sulla normativa dei sei mesi (che però, di soppiatto,
è riapparsa nel decreto razzista) e poi ancora le
piccole e grandi vendette dei gestori dell’ordine contro alcuni dei
protagonisti delle istanze di giustizia. Ora che la tregua è rotta, si ricomincia
con coraggio. Ricomincia la mareggiata: noi, come sempre, siamo
orgogliosi di documentarla.

Bologna. A concludere la settimana di fuoco del pestaggio di Raya ci
pensano due reclusi, con determinata disperazione: uno inghiotte 10
lamette da barba, mentre l’altro si taglia in tutto il corpo, in
particolar modo nelle gambe. L’ambulanza, come sempre, è stata
chiamata con grande ritardo e reticenza dagli operatori della
Misericordia. Il primo è stato ricoverato, mentre il secondo, curato
alla svelta, è ancora nel Centro, però in isolamento, piantonato dalla
polizia e separato dai suoi compagni di detenzione. La sera prima
fuochi d’artificio avevano illuminato il cielo di fronte al Centro a
segnare la vicinanza tra i solidali fuori e i reclusi dentro - e la
voglia di protestare assieme.

Roma. Un corteo, autoorganizzato e fuori dalle sigle, ha attraversato
la capitale nel pomeriggio di sabato. Trecento persone, e tra loro tanti
migranti. Un modo per ricordare Nabruka, ma anche per dare delle
indicazioni precise di lotta: non a caso i manifestanti, caldi e
determinati, si sono mossi fin sotto la sede della Croce Rossa e i
crocerossini, da bravi umanitari, si sono fatti proteggere da qualche
bel cordone di celere. Il giorno dopo, un presidio a Ponte Galeria,
invade la zona militare che circonda il centro - zona interdetta da
sempre nelle carte dei questurini - e la riempie di urla, slogan e
fumogeni. Un enorme striscione si monta sui tralicci. Anche da dentro
la gente grida ed è entusiasta di non essere più tanto sola: il muro
per un attimo è un po’ più basso.

Da parte sua la polizia chiude nelle strutture le prigioniere per
impedir loro di vedere lo striscione dal cortile e scaglia i rinforzi
contro i solidali. Arrivano i pompieri e la scientifica a rimuovere lo
striscione e la gente fuori viene identificata. Nessuno si scoraggia,
si tornerà.


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Ancora pestaggi nel Cie di via Mattei a Bologna.

Il Gruppo Everyone chiede alle Istituzioni (sì, le stesse Istituzioni che dichiarano
di non volere un'Italia multietnica, quando si tratta di una trasformazione
inevitabile e ricca di valori positivi per le nuove generazioni; sì, le stesse istituzioni
che si preparano a varare nuove leggi razziali con il decreto della vergogna)
di non continuare a insabbiare questa terribile realtà, ma di impegnarsi per
identificare e punire i responsabili degli abusi. Chiediamo ai democratici di
impegnarsi perché la realtà dei nuovi lager sia cancellata.

da "Schegge Impazzite"

Lunedì 4 maggio verso le 14.00 Raya, una delle ragazze migranti
rinchiuse nel CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione ex CPT) di
via Mattei a Bologna, viene picchiata da un poliziotto in abiti
civili. Viene picchiata perché si intrufola in infermeria. Viene
picchiata a mani nude, sviene ed è lasciata sul pavimento. Viene
picchiata sotto gli occhi indifferenti degli operatori della
Misericordia (l’ente che gestisce il CIE) che non intervengono in
nessun modo.
Al telefono voci spaventate e rabbiose ci parlano di vestiti
strappati, di continui insulti e sberloni anche nei giorni successivi.
Un ragazzo si fa male ad un ginocchio, eppure in infermeria non gli
danno nessun medicinale nonostante le sue pressanti richieste. Ci
chiama e chiede di mandare un medico insieme all’avvocato. “Qui non ci
curano! Ci trattano come animali!”
Nessuno si lascia intimorire troppo dalla situazione e l’avvocato di
Raya, giovedì 8 maggio presenta una querela contro ignoti per il
pestaggio subito dalla donna - “Aveva abrasioni su uno zigomo, in
fronte e in altre parti del corpo”.
Al telefono Raya ed altri suoi compagni ci raccontano di botte alle
gambe e di continui insulti. Chiedono anche di contattare i media.
Ovviamente pochi danno credito alla notizia che gira più che altro
attraverso volantinaggi itineranti con megafono e striscione “No ai
lager della democrazia” durante tutta la giornata di mercoledì 6
maggio in diverse zone della città. I giornali riportano la notizia
che, la sera alcuni ignoti bloccano via Massarenti con dei cassonetti
incendiati nei pressi viene trovato uno striscione sul pestaggio di
lunedì. Stando al Carlino la strada rimarrà chiusa per 3 ore.
La sera di venerdì 8 maggio un gruppo di solidali dei reclusi si reca
sotto al CIE per portare un saluto ai migranti e per rallegrare con
qualche fuoco d’artificio una notte buia dietro a ingiuste sbarre.
Condividere il desiderio di libertà con qualcuno e gridarlo purtroppo
non basta per realizzarlo. Non vogliamo limitarci a denunciare tristi
episodi interni a questi lager, vogliamo lottare contro la loro
esistenza e per fare questo riteniamo importante continuare a
mantenere un contatto umano con i migranti reclusi, un contatto che
spezzi almeno in parte l’isolamento che ci divide e che rinchiude la
loro libertà.

Il Gruppo EveryOne garantisce riguardo all'obiettività di "Schegge
Impazzite": purtroppo è questa la realtà dei Cie.

 


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Manifestazione di estrema destra a Milano. Lettera del Gruppo EveryOne alle Comunità Ebraiche

Alle Comunità Ebraiche italiane e per conoscenza alle personalità politiche che si discostano dall'ondata xenofoba e razzista che imperversa in Italia

Milano, 3 aprile 2009

Cari amici delle Comunità Ebraiche italiane, il 5 aprile si terrà a Milano, con il beneplacito delle istituzioni, un raduno di movimenti neonazisti e negazionisti. Gli eredi delle camicie nere e brune, delle Croci Frecciate, delle milizie che perseguitarono ebrei, rom, omosessuali e minoranze etniche o religiose sfileranno e ostenteranno la loro forza. A Roma le "ronde" nere hanno aggredito e pestato, in poco più di un mese, oltre 250 cittadini stranieri: rom, romeni, albanesi, bengalesi, africani e sudamericani. In Ungheria hanno bruciati vivi un papà e il suo bambino di etnia Rom. In Romania terrorizzano le minoranze razziali. In Austria e Germania danno vita a movimenti di pensiero che riportano in auge le teorie deliranti di Hitler. Ho incontrato recentemente su un treno un piccolo gruppo di giovani seguaci di Roberto Fiore. Una ragazza aveva un diario su cui aveva incollato foto di internati ebrei nei lager. Aveva colorato le loro pelli con tinte fluorescenti, a pennarello, e scritto sotto una delle foto "Bei tempi". L'Italia ha una responsabilità atroce riguardo a questo rifiorire di germi razzisti, antisemiti e xenofobi. Ha portato nell'europarlamento Roberto Fiore, Luca Romagnoli e Mario Borghezio. Ha sostenuto una classe politica che perseguita i Rom, tanto che Piero Terracina, Edith Bruck e Tamara Deuel - che hanno testimoniato gli orrori della Shoah - hanno paragonato tale azione di purga etnica agli anni delle leggi razziali e dell'Olocausto. Tanto che in un anno sono state sgomberate brutalmente e avviate verso tragiche marce verso il nulla oltre 70 mila persone di etnia Rom: bambini, donne anche incinte, anziani, malati. Dopo tali azioni poliziesche inique sono morte molte persone, fra cui bambini ancora nel grembo delle loro mamme, come è accaduto recentemente a Pesaro. Il mio gruppo combatte da anni questo fenomeno, pagando un prezzo di ostilità e intimidazione pesantissimo. Abbiamo "supplicato", due anni fa, membri della Comunità Ebraica milanese di non partecipare alla politica discriminatoria e quindi, anche se indirettamente, alle azioni di purga etnica da parte delle Istituzioni meneghine. Senza successo, ricevendo, anzi, pesanti attacchi: "Questa destra è per la legalità," ci contestavano, "non, come affermate voi, per la discriminazione razziale". Ora la realtà della persecuzione, con il ritorno di oscuri fantasmi, sono sotto gli occhi di tutti. Nonostante le critiche che ci siamo attratti, abbiamo destato l'attenzione dell'Unione europea e delle Nazioni Unite, prima che fosse troppo tardi. Non a caso le Istituzioni internazionali ci hanno incaricato di monitorare il fenomeno del razzismo in Italia, di documentare le fasi di una tragedia immane e di una crisi del diritto senza precedenti. Chiudere gli occhi, lasciare che i nuovi razzisti si affermino e la svastica torni a contrassegnare la società italiana è uno dei più gravi errori che si possano commettere. Dobbiamo attuare ogni forma possibile di resistenza nonviolenta. Lo dobbiamo ai testimoni dell'Olocausto, ai loro figli, all'impegno dei Giusti e degli Eroi. Lo dobbiamo a chi oggi è più debole e vulnerabile di noi. Lo dobbiamo a noi stessi. Roberto Malini - Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com - info@everyonegroup.com - tel. 331 3585406)

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Milano, raduno delle destre

Pd e Udc: "Va vietato". Il sindaco: "Evento di idee". Controcorteo e tensione. Con Forza Nuova da tutta Europa. L’Anpi: uno sfregio. Il timore che si ripetano gli incidenti del 2006 di corso Buenos Aires. I centri sociali organizzano un happening culturale.

Milano, 3 aprile 2009 — I «camerati» arriveranno dalla Francia, dal l’Inghilterra, da Cipro, dall’Ungheria e da mezza Italia. Hanno raccolto l’invito dell’euro parlamentare Roberto Fiore. Qualche giorno fa il sito del suo movimento, Forza Nuova, pubblicizzava l’evento con la foto in bianco e nero di un corteo, ragazzi schierati con i caschi in testa e i bastoni im pugnati a due mani. I gruppi di estrema destra europea si riuniranno domenica all’ho tel Cavalieri di Milano per il convegno «La nostra Europa: popoli e tradizione contro banche e poteri forti». Per il vasto ed eterogeneo arco del l’antifascismo milanese (dalle associazioni partigiane e di ex deportati, agli studenti, alla si nistra, ai centri sociali), quel l’incontro è però «uno sfregio che una città medaglia d’oro per la Resistenza non può ac cettare ».

Manifestanti di estrema destra
Conseguenza: contro manifestazione. Migliaia di persone in piazza. E una do manda: che ruolo e che spazio avranno i gruppi di opposizio ne più estremisti? È la memoria della cronaca recente a rendere l’aria molto tesa. Sono i fotogrammi della guerriglia urbana dell’11 marzo 2006, in corso Buenos Ai res, contro una manifestazio ne della Fiamma Tricolore. O gli scontri del 28 febbraio scorso a Bergamo, con i centri sociali che manifestavano contro l’apertura di una sede di Forza Nuova. Il rischio è rappresentato dai gruppi che potrebbero cercare il contat to, o partire in cortei estempo ranei, probabilmente da piaz za della Scala, per avvicinarsi a piazza Missori, in pieno cen tro, dove si terrà il convegno. Il più duro a protestare, ie ri, è stato il presidente dei se natori dell’Udc Gianpiero D’Alia: «Il Governo chiarisca se esistono i presupposti per consentire una manifestazio ne di organizzazioni ispira te al fascismo e al nazional socialismo, e che richia mano all’odio e alla discri minazione ». D’Alia ha elencato: parteciperanno militanti del Front Natio nal di Le Pen, che «conside ra le camere a gas un detta glio della Storia. I neonazisti tedeschi di Voigt, il partito xenofobo britannico Bnp, oltre a quello ungherese Miep, che vorrebbe riabilitare Hitler».

Stessa posizione di Anna Fi nocchiaro e Luigi Zanda, pre sidente e vicepresidente dei senatori del Pd: «Chiediamo al ministro dell’Interno di vie tare il raduno internazionale nazifascista, che appare una provocazione inaccettabile in uno Stato democratico». I centri sociali hanno an nunciato un «happening cul turale » con Moni Ovadia, Re nato Sarti, Bebo Storti. Il presi dente della Provincia, Filippo Penati, ha accusato il vice sin daco Riccardo De Corato di es sere «un vecchio fascista». La replica: «Straparla». Nel suo atto costitutivo, il Bnp inglese è impegnato «nel contrastare l’immigrazione non-bianca» verso la Gran Bretagna. Il sin daco Letizia Moratti ha dedicato alla vicenda una frase strin gata: «Sono manifestazioni di idee, se non ci sono problemi di ordine pubblico non mi sento di intervenire».

Gianni Santucci - Corriere della Sera

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La posizione dell'UGEI, Unione giovani ebrei d'Italia

Milano, 3 aprile 2009. “Una condanna ferma della manifestazione di Forza nuova da parte di tutte le istituzioni milanesi”. Il presidente dell’Ugei, Unione giovani ebrei d’italia, Daniele Nahum interviene così sul raduno di Forza nuova che si terrà domenica 5 aprile a Milano. “In un momento – afferma Nahum- in cui sono più che mai necessari lo sviluppo del dialogo e il richiamo alla tolleranza e in cui si avverte un risveglio preoccupante di antisemitismo e il dilagare dell’ anti islamismo, una manifestazione come quella di Forza nuova, che affonda le sue radici nella cultura della violenza non può essere tollerata e passata sotto silenzio. Esprimendo un apprezzamento per il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati che ha tenuto verso la manifestazione una posizione ferma, auspico che anche tutte le altre istituzioni milanesi esprimano la stessa ferma condanna”.


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L'Italia delle leggi razziali e delle ronde

di Roberto Malini

Pesaro, 20 febbraio 2009. Due anni fa la mia amica Tamara Deuel, sopravvissuta all'Olocausto in Lituania, mi disse: "Roberto, quello che sta accadendo al popolo Rom in Italia mi ricorda gli eventi che portarono allo sterminio degli ebrei in Lituania e in tutta Europa. Si comincia con un diffuso senso di intolleranza, si prosegue con l'attribuzione alle minoranze di ogni genere di crimine, si finisce con le ronde e con l'annientamento". Siamo arrivati alle ronde ed è importante ricordare che anche le "innocue" Milizie fasciste, le Croci Frecciate, le ronde ausiliarie alle milizie "Sturm Abteilungen" nacquero con mere funzioni di controllo, disarmate e composte per la maggior parte da ex agenti di forza pubblica o ex militari di carriera. Ieri a Sesto San Giovanni, vicino a Milano, prova generale delle "ronde padane", che hanno insultato e maltrattato bambini, donne e uomini Rom prima di chiamare la polizia, che è accorsa a sgomberare venticinque famiglie in condizioni di salute penose, già provate da lutti, aggressioni, violenze e ingiustizie di ogni genere. Il 18 febbraio a Pisa, a Roma e a Sassari, il 19 a Sacrofano, Torino e Milano abbiamo avuto un saggio dell'efficienza delle "ronde", che hanno incendiato, bastonato, sprangato, sfregiato, ferito, offeso, insultato. Niente di diverso da quello che la Storia del Novecento ci ha tramandato, niente di diverso da quello contro cui i testimoni della Shoah ci ammoniscono. Qui di seguito, una mia breve considerazione sull'emergenza-stupri.

La nostra riserva di lacrime

Roma, 19 febbraio 2009. Stupri di serie A, stupri di serie B, nella classifica dell'orrore, in cui le performance di esseri non più umani toccano i vertici della bestialità da una parte, dell'odio razziale dall'altra. Lo sdegno che si prova per la violenza consumata a Roma, nel parco della Caffarella, contro una ragazzina di soli 14 anni e il suo fidanzatino vengono amplificati dalla bieca strumentalizzazione che politici, autorità e media fanno del dolore. L'Italia del razzismo e delle purghe etniche si è gettata fin dall'inizio, famelica come uno stormo di avvoltoi, sul caso della giovanissima italiana e aveva già deciso a chi attribuire la colpa del crimine: all'Uomo Nero. Al popolo Rom. Le indagini hanno dimostrato il contrario: gli aggressori non sono "zingari". Comunque, proprio verso gli esiti delle indagini poliziesche, è necessario sempre "prenderli con le pinze", perché si è già constatato che a volte gli inquirenti, profittando del clima di caccia alle streghe, estorcono confessioni con torture e sevizie. Giornali e tv, personalità politiche e autorità, comunque, hanno amplificato a dismisura le informazioni che trapelavano incontrollabili da dietro le porte del "segreto istruttorio", diffondendo particolari scabrosi, atroci, raccapriccianti. Uno degli arrestati si proclama innocente e ha fornito un alibi: durante la violenza sessuale, si trovava in compagnia di numerose altre persone. Non conosceremo mai la verità, perché chi presterà mai fede alle testimonianze di "nomadi" e senzatetto? Si ha la sensazione che la ragazzina romana sia stata stuprata non una, ma innumerevoli volte, nel corpo e nell'anima. Uno stupro sempre più crudele, che non si è ancora fermato, che forse, per lei, non si fermerà mai. Uno stupro che la politica dell'intolleranza, che lo spettacolo dell'odio brandiscono per sfregiare e colpire a morte la civiltà dei diritti umani e della solidarietà. Intanto, di un altro episodio, ancora più brutale ed efferato, si è scritto e parlato ben poco. Un italiano di 57 anni, dopo aver adottato una bambina sudamericana di 3 anni, l'ha stuprata tante volte, annientando la sua infanzia. Ma lui, il mostro, è italiano e la sua fragile vittima viene "da fuori", è una "migrante" in nuce: nessuno piange per lei. Dedichiamo la nostra riserva di lacrime - dopo aver pianto per le vittime degli stupri e per le vittime di chi specula sugli stupri - a una bimba che si è affacciata su un mondo che ha capovolto i valori universali e, generazione dopo generazione, sembra sempre più lontano da quei valori che sono alla base della civiltà: la fratellanza, il rispetto della vita, la tenerezza verso i piccoli e i deboli.

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Appello contro il crimine dell’indifferenza

di Dijana Pavlovic

"Stamattina davanti a casa mia, sotto le scale di un centro commerciale, è morta Florenzia, una ragazza di 22 anni, l'ottava vittima del freddo e dell'indifferenza di questa città".

Milano, 28 gennaio 2009. La parola poetica, a differenza di quella politica, dice sempre la verità, senza infingimenti, senza ipocrisie. Di fronte all’ennesimo dramma di una persona morta in solitudine nel capoluogo lombardo, Alda Merini ha detto che «C’è indifferenza a Milano, ed è il crimine più grosso». Come una coperta spessa l’indifferenza attutisce le grida di dolore, nasconde i bisogni di tante persone. Assieme e grazie ad essa cresce anche l’insofferenza e l’intolleranza: per il diverso, per chi disturba. Anche solo la vista, attraverso la sua presenza pur silenziosa: immigrati, poveri, rom, senza dimora sono vissuti come ingombro da rimuovere e allontanare non come problema sociale da affrontare. Un problema di fronte al quale bisogna agire molto di più, come ha richiamato a fare il cardinal Tettamanzi. Bisogna fare di più. O almeno quanto è giusto e sufficiente. I sette morti di freddo e di stenti in poche settimane a Milano dicono che quel che viene fatto per i più deboli è drammaticamente poco. Nel capoluogo lombardo e nel paese intero. Oggi e ieri. Ma oggi, complice la profonda crisi globale che mette a rischio masse crescenti di lavoratori e di famiglie, la condizione di povertà, anche estrema, non è più realtà lontana e impensabile, che riguarda solo “gli altri”, qualche sfortunato. È un evento traumatico nel quale molti possono precipitare anche semplicemente a causa della perdita del lavoro o della casa, per la rottura del nucleo famigliare o per un’improvvisa malattia. Guardare ai morti di freddo, alla solitudine degli anziani, alle preoccupazioni economiche di molte famiglie non solo con compassione ma anche con indignazione per le responsabilità e le insufficienze non è sufficiente. Occorre mobilitarsi per dire che queste morti erano evitabili, così come lo sono le prossime. Occorre mobilitarsi per costruire risposte vere, immediate e concrete ai bisogni dei più deboli. Bisogni che richiedono politiche sociali adeguate e sufficienti. C’è necessità di affermazione di diritti e di riconoscimento di dignità. Occorre mobilitarsi per dire che la questione delle povertà, le scelte legislative sull’immigrazione, la mancanza di serie politiche abitative e di edilizia sociale, il progressivo venir meno del welfare, la privatizzazione di servizi sociali così come le risposte insufficienti che vengono date ai disoccupati e ai lavoratori precari e in mobilità sono capitoli di uno stesso discorso. Non si tratta solo di dare risposte di emergenza alle urgenze. Si tratta di fornire le risposte giuste e le più efficaci. Ad esempio, installare costosi tendoni per i senza dimora non risolve alcun problema, giacché chi ha problemi ad andare nei dormitori (perché senza documenti, perché straniero irregolare o perché quelle strutture sono ad “alta soglia”, soggette a regole e imposizioni spesso eccessive – le strutture pubbliche debbono essere al servizio dei loro utenti, non viceversa) li ha anche a recarsi nei tendoni. Assai più pratico e accessibile sarebbe lasciare aperte le stazioni delle metropolitane nelle ore notturne, come avviene in altre città, e rafforzare i servizi mobili di sostegno e cura. E così pure sarebbe auspicabile che fosse consentito l’accesso notturno ad alcune altre strutture, ad esempio gli oratori. Certo, la Chiesa e le parrocchie già fanno molto, spesso più di quello che viene garantito dai servizi pubblici, ma questa ulteriore disponibilità sarebbe un segno ancora più forte e capace di scuotere maggiormente le coscienze e quelle forze politiche sorde e distratte. Non è, del resto, solo problema di strutture e di risorse. Prima ancora, è questione di culture: se la politica lancia messaggi criminalizzanti nei confronti delle persone immigrate è del tutto conseguente e a quel punto inevitabile che costoro avranno timore a recarsi nei dormitori o negli ospedali per farsi curare. C’è una responsabilità nelle parole e nei messaggi, non solo nelle omissioni. E il rimedio non è certo il ricovero coatto. È decisamente ipocrita e intollerabile rovesciare la responsabilità sui senza dimora, sulla loro supposta indisponibilità a essere aiutati. L’accoglienza è uno sguardo e un approccio, una concezione della città e della comunità prima ancora che un insieme di risposte organizzative, pure evidentemente necessarie. Per sollecitarle entrambe, per chiedere che la Milano dell’Expo e delle Banche diventi anche la città dei più deboli, dei poveri, degli esclusi, dei lavoratori in difficoltà, degli anziani lasciati soli; per chiedere che le istituzioni locali e centrali mutino radicalmente le proprie politiche nei confronti delle aree di fragilità sociale dando vita a una nuova stagione di politiche sociali; per il diritto al lavoro, all’abitare, alla cura e al sostegno, lanciamo questo appello, anche in vista di una prossima iniziativa da costruirsi a Milano.

Per aderire manda una mail a: noindifferenza@dirittiglobali.it.
Aggiornamenti: www.dirittiglobali.it


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Che cosa fa l'Italia per i Rom?

Riceviamo dalla Germania una richiesta di informazioni sulla condizione dei Rom e dei Sinti in Italia:

"Sono una studentessa tedesca dell'università di Monaco di Baviera e sto facendo un progetto sui Sinti e Rom a Roma. Mi servirebbero alcuni informazioni sulla situazione politica attuale, cosa fa il governo per migliorare la situazione nei campi nomadi? E poi soprattutto mi piacerebbe sapere il punto di vista dei Sinti e Rom, se loro vogliono migliorare il loro modo di vivere? Se vogliono avere una vita "regolare" e se rispettano davvero i leggi così poco come dicono tutti? Ho sentito che c'è una nuova legge che i Sinti e Rom possono solo rimanere in un posto per tre anni e poi devono andare via. È vero? Come pensa il governo di migliorare le cose, se i Sinti e Rom cambiano città ogni tre anni? Sono costretti a vivere una vita da nomadi solo perché il governo pensa che lo siano? E cosa pensano i Sinti e Rom di questa legge? Poi mi piacerebbe sapere perché, secondo Lei, la situazione dei Sinti e Rom e così problematica in Italia? È per la mentalità degli italiani? Hanno paura degli "Zingari" o agli italiani dà fastidio che non vogliono lavorare e fanno una vita diversa? Spero di non aver fatto troppe domande, mi farebbe tanto piacere ricevere una risposta. I miei più cordiali saluti. C.V."

Risponde Roberto Malini. Cara amica, purtroppo il governo italiano non sta facendo nulla per migliorare la condizione del popolo Rom in Italia. Nel 2006 vivevano in Italia circa 110.000 Rom, soprattutto italiani o provenienti dalla ex Iugoslavia. Alcuni erano "nomadi" e si spostavano con roulotte e auto; altri si erano stabiliti presso insediamenti di fortuna (anche i campi attrezzati lo erano, perché i servizi offerti dalle Istituzioni, anche nei tempi migliori, erano ben poco consistenti ed efficaci). Con l'entrata della Romania nell'Unione europea, all'inizio del 2007, altri 45/50.000 Rom sono giunti in Italia. Si trattava di famiglie con molti bambini e quasi sempre gli adulti validi cercavano un lavoro, anche umile e sottopagato, per potersi fermare nelle città. Nonostante il "Decennio dell'integrazione dei Rom", le raccomandazioni provenienti dal Parlamento europeo, la Carta dei Diritti fondamentali nell'Ue, la Direttiva 2000/43/CE contro la discriminazione, le Istituzioni italiane hanno accolto il flusso con paura, isteria e ostilità. I partiti e i movimenti xenofobi e razzisti, approfittando della tensione sociale e delle calunnie antizigane, hanno ottenuto ancora più seguito e, purtroppo, l'intolleranza ha contagiato anche le forze di "sinistra", che tradizionalmente dovrebbero occuparsi di tutela delle minoranze. E' iniziata una vera e propria repressione xenofobica, in Italia, condotta sia a livello centrale, sia da sindaci e autorità locali, con il sostegno di quasi tutti i media che, ignorando le voci delle organizzazioni per i Diritti Umani e le disposizioni internazionali in materia di tutela del popolo Rom, hanno condotto una campagna di propaganda razzista senza precedenti. In tv e sulla stampa, i Rom sono stati presentati come bande di ladri, truffatori, rapitori di bambini, schiavisti, immorali, violenti, stupratori. Ogni furto, ogni violenza, ogni crimine odioso veniva attribuito a Rom e gli italiani, a poco a poco, si sono convinti di trovarsi di fronte a una minaccia. Il Gruppo EveryOne e poche altre associazioni hanno diffuso a livello internazionale una serie di dossier, documenti, testimonianze, prove della purga etnica in corso. In base a tali documenti e testi di mozione, sostenuti da alcuni gruppi presso il Parlamento europeo (Alde, Pse, Verdi ecc.) sono state approvate importanti Risoluzioni a tutela dei Rom cittadini Ue e di quelli extracomunitari. Anche le Nazioni Unite sono intervenute, ma la persecuzione è proseguita e ha raggiunto punte di orrore con il governo Berlusconi, in cui la Lega Nord ha un ruolo determinante.

Nel 2007 e 2008 circa 80.000 Rom ovvero circa 20.000 famiglie con bambini e moltissimi malati - anche gravissimi - sono stati cacciati dai luoghi di fortuna dove vivevano, con metodi brutali, violenze e intimidazioni. Esiste un dossier, preso la Commissione europea, che dettaglia gli sgomberi e le terribili modalità con cui si sono svolti. Contemporaneamente, bande di razzisti hanno aggredito, picchiato, intimidito un gran numero di persone di etnia Rom; decine e decine di insediamenti sono stati dati alle fiamme. Ai roghi dolosi vanno aggiunti quelli causati da sistemi di riscaldamento inadeguati. Nessuna forma di assistenza, nessuna alternativa di alloggio è stata offerta agli sgomberati. Molti Rom, anche bambini piccolissimi, sono morti in seguito agli sgomberi e alle violenze. La speranza di vita media si è ridotta drasticamente ed è oggi sotto i 40 anni. Al momento attuale circa 60.000 Rom sono stati costretti a fuggire dall'Italia, per tornare in Romania o cercare rifugio in altri Paesi. Di molte famiglie, anche e jugoslave, si sono perse le tracce. In Italia vivono ormai non più di 50/60.000 Rom, in diminuzione. I campi vengono ancora sgomberati con estrema barbarie. Si vedono uomini, donne e bambini messi in mezzo alla strada senza mezzi di sostentamento né possibilità di riparo. Le malattie imperversano: epatite, tumori senza trattamento, cardiopatie, infezioni, denutrizione, parassitosi, intossicazioni da alimentazione e ambienti malsani. Spesso gli ospedali rifiutano pazienti Rom: il nostro Gruppo si è scontrato con realtà sanitarie, entrando anche in vertenza legale. I pochi insediamenti che saranno autorizzati diventeranno ghetti, con controlli polizieschi, negazione di qualsiasi diritto, servizi minimi e obbligo di avere un lavoro (quando nessuno assume più i Rom) e di mandare i bambini a scuola (dove vengono regolarmente discriminati e trattati come sub-umani). La parola per definire la persecuzione dei Rom è una sola: annientamento. Se esistesse un diritto di permanenza di tre anni, questo diritto costituirebbe almeno una possibilità di vita, ma è una notizia infondata. Le famiglie Rom non hanno diritto a permanere neanche un giorno, a meno che non abbiano casa, lavoro, documenti in regola, residenza, ecc.: condizioni inarrivabili, per un popolo escluso e in uno stato di indigenza spaventoso, con una mortalità infantile 15 volte superiore a quella degli altri cittadini. Quando ci rechiamo presso gli insediamenti rimasti, osserviamo episodi atroci: pazienti tumorali che urlano giorno e notte e non ottengono medicine, bambini pieni di piaghe e senza cibo, giovani donne che sembrano vecchie, perché hanno l'organismo minato dal freddo e dalla precarietà, persone che hanno subito violenze e ingiustizie di ogni genere, madri a cui i servizi sociali hanno sottratto i bambini a causa della povertà. E il popolo italiano, salvo rari casi, non considera più i Rom come "esseri umani". "Questi pesci non li vogliamo, nelle nostre acque," ha affermato in un intervista un assessore ai servizi sociali. "Sono come bestie," ha ribadito, con una smorfia, un'assistente sociale cui ci siamo rivolti per ottenere un po' di sostegno per alcune famiglie: è l'atteggiamento medio degli italiani, ormai. Ti ho fornito un riassunto della condizione dei Rom in Italia. Nei nostri siti, troverai maggiori dettagli. Grazie dell'interesse che mostri verso un popolo che ha subito secoli di discriminazione e persecuzione. Un abbraccio.

Nella foto di Steed Gamero, Roberto Malini e i Rom di Pesaro sostengono la Scavolini Spar durante la "partita dell'antirazzismo"


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Le Ronde della Vita

Lecce, 10 gennaio 2009. Caro Roberto Malini, intanto grazie per tutte
le belle mail che arrivano da parte Sua sul mio pc e poi grazie anche
per il suo sito, è profondo, intenso, autentico... ho letto quasi tutti gli
articoli con molto interesse e mi ha interessato molto "La Ronda della Vita".
Dopo circa tre anni di presenza costante da parte mia in un campo Rom
a Lecce, in cui molte persone si sono lasciate coinvolgere venendo con
me e poi anche da sole, superando totalmente, una volta conosciute le
famiglie, la paura del Rom, comincio davvero ad essere stanca di
scivolare continuamente su un terreno melmoso e rialzarmi ogni volta
malconcia. Chiedo aiuto a Lei, a voi tutti che siete riusciti a
resistere pacificamente, proprio come mi hanno insegnato finora i miei
amici del campo sosta Panareo di Lecce, è una richiesta di aiuto per
non sapere più come muovermi dopo tre anni, lo so sono pochi ma sono
stati intensi, pieni zeppi di battaglie e incontri e riunioni
istituzionali (Comune, Prefettura, Provincia, Regione), e mò? Loro
continuano a stare in un campo lontano dal centro urbano, senza mezzi
di trasporto pubblici, dunque imposssibilitati ad essere
continuativamente presenti sul posto di lavoro, qualora si verificasse
la lontanissima possibilità di trovarlo, e poi mille altri problemi
che vorrei tanto raccontarLe ma ho paura di stancare anche Lei. Mi
piacerebbe saperne di pù sulle Ronde della Vita. Un grazie smisurato
per la Sua sensibilità e il Suo esserci. Maria Grazia Simmini, Comitato
per la difesa dei diritti degli immigrati

Pesaro, 13 gennaio 2009. Cara Maria Grazia, ogni tanto ci sentiamo soli,
quando difendiamo i diritti dei Rom, con la sola forza della verità
e della speranza, contro un mondo che ha perso la via dei Diritti Umani
e ripropone la logica dell'odio, promuovendo i messaggi dei fautori di divisione
e sospetto, cattivi maestri, politici e autorità che fanno parte dell'esercito
della morte. La Storia insegna che dai semi del razzismo e dell'intolleranza
nascono solo crisi e barbarie... eppure l'umanità sembra aver
affinato, sopra ogni altra "arte", quella di dimenticare e di
ripercorrere errori ed orrori, nei secoli dei secoli. Quando riceviamo
messaggi come quello di Maria Grazia - che copio qui di seguito, seguito da
un suo secondo messaggio altrettanto profondo e utile a rincuorarci -
ci scrolliamo di dosso la stanchezza, il senso di isolamento e ostilità
che ci circonda e ricominciamo a credere nel valore segreto dell'umanità,
nelle sue possibilità di riscatto. No, non siamo soli, in questo mondo di
"uomini e no". Non siamo soli e la parte in cui abbiamo scelto di
impegnarci, anche se non è affollata, è quella giusta. E' il posto
della vita, dove fioriscono gli ideali e i sogni e la fede. A Maria
Grazia rispondo che le "Ronde della vita" non sono numerose né armate
fino ai denti come quelle dei movimenti razzisti, movimenti che la
mancanza di valori civili ha sospinto al potere, ma sono necessarie
all'umanità. A volte sono formate da tre sole persone, da due, da una
persona: non importa, basta che non si scenda sotto questo numero. Le
nostre Ronde percorrono le strade delle città e dei paesi e quando si
imbattono nelle famiglie e nelle persone emarginate, non affrettano il
passo per superarle, considerandole un fastidio, ma si fermano,
chiedono loro chi siano, da dove vengano e perché si trovino in una
condizione disagiata. Le nostre Ronde conosceranno così bambini, donne
e uomini; i loro problemi, le loro difficoltà, le loro speranze. Le
nostre Ronde, quindi, non abbandoneranno quelle persone, ma
chiederanno il loro recapito telefonico e forniranno il proprio. A
questo punto gli impegni saranno numerosi e difficili: assicurarsi che
gli ospedali accolgano e curino queste persone; spiegare alle autorità
di forza pubblica la condizione di Rom e migranti poveri, fornendo
loro copia delle normative italiane ed europee che tutelano le
minoranze; contattare i servizi sociali e tentare di spiegare a
responsabili e assistenti che il loro compito dovrebbe essere di
sostegno e non di oppressione; cercare di inserire gli adulti validi
nel mondo del lavoro e i bambini a scuola; accorrere presso
l'insediamento (anche se si tratta di un ponte o di una tenda dietro a
cespugli) nel caso di visite intimidatorie o sgomberi da parte delle
autorità (è anche per questo che bisogna fornire alle persone in
difficoltà un "Numero della Vita": il proprio cellulare). Spero di non
averti delusa, cara Maria Grazia, ma le "Ronde della Vita" sono
"soltanto" questo.

Lecce, 14 gennaio 2009. Caro Roberto, non sono delusa, e non mi aspettavo
chissà quale ricetta segreta che potesse darmi quel quid in più di cui ho tanto
bisogno, e sono certa che la nonviolenza può davvero fare la differenza
in questo nostro mondo impazzito dalla bramosia del potere.
Sono sicura che se ti dicessi che tutto ciò che hai elencato è stato
già fatto senza trovare niente di niente, se ti dicessi che abbiamo
calpestato più e più volte i locali storici, principeschi del Comune di
Lecce, della Prefettura e della Provincia insieme ai due rappresentanti
rom che, grazie al cielo, con tanta fatica quest'anno passato hanno
formalizzato la loro presenza rendendola ufficiale a tutti, anche a
coloro che tutto vedono e sentono sul campo ma che che come un
impermeabile tutto scivola dalla loro coscienza, senza trovare grandi
risposte risolutive, ma sempre molte promesse spesso accompagnate da
quel becero assistenzialismo peloso verso cui la sudditanza psicologica
di alcuni attivisti resta un nodo inestricabile che a volte mi paralizza,
ebbene sono certa che tu mi risponderesti: "Lo sapevo", con una punta di
delusione che ci appartiene, non perchè illusi, ma perchè sappiamo di non
riuscire a fare di più!
Se ancora ti dicessi che abbiamo realizzato molte cose belle con loro,
anche qui sono certa che mi risponderesti con un filo di voce in più che
ti restituisce quell'entusiasmo che mi ha permesso di contattarti: "Non avevo dubbi",
ma non perchè conosci me semplicemente perchè hai fortemente dato
dimostrazione di conoscere l'uomo in tutta la sua bellezza.
Grazie, teniamoci in contatto, spero di poterti invitare per un incontro
pubblico che potrebbe aiutare tutti noi a non sentirci soli.
Buon lavoro! Maria Grazia


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Giustizia per Andrea Severi, martire dell'intolleranza

26 novembre 2008. Abbiamo inviato la seguente email ai quotidiani locali (Rimini e Romagna) e nazionali, alle televisioni, alle radio, alle autorità riminesi e della regione Emilia-Romagna, subito dopo aver letto e ascoltato le prime notizie riguardanti il tentato omicidio, a Rimini, del senzatetto Andrea Severi. L'abbiamo inviata per evitare che gli organi di informazione e i politici minimizzassero un caso di atroce disumanità, basata sulla discriminazione di coloro che la società emargina. I primi trafiletti sui giornali locali, i primi comunicati passati in sordina dai media, se non discolpavano gli autori del crimine, cercavano tuttavia di trasformare la loro spaventosa azione nella "ragazzata" di quattro giovani incensurati e di buona famiglia, in nessun modo ispirati da ideologie politiche o discriminatorie. Insieme a noi, altri attivisti hanno tempestato redazioni e sedi politiche di proteste verso un approccio informativo tanto morbido e riduzionista. Si è levato così un coro di voci che chiedevano giustizia, voci che hanno costretto giornalisti e autorità a modificare il tenore difensivo dei loro articoli e interventi. Ora i quattro giovani mostri sono dietro le sbarre e la sostanza della loro "impresa", come liquame, galleggia sul mare di Rimini, mandando un fetore morale (mortale) che tutti possono avvertire. Stavolta non vi sarà insabbiamento.

Autorità e organi di stampa non minimizzino il crimine delle giovani belve riminesi che hanno tentato di bruciare vivo un senzatetto

23 novembre 2008. Quattro efferati assassini sono ancora a piede libero. Sono i giovani che hanno tentato di bruciare vivo Andrea Severi, senzatetto di 44 anni, a Rimini. I criminali hanno ammesso le loro responsabilità spiegando l'agghiacciante movente: "L'abbiamo fatto per divertimento". Mentre la loro vittima, con il corpo coperto di ustioni, veniva curata presso in centro grandi ustionati di Padova - dove si trova tuttora, in gravi condizioni - i quattro scherzavano fra di loro, al telefono, commentando l'eco mediatica sollevata dal loro delitto. Nell'attuale clima che imperversa in Italia, clima di intolleranza verso le minoranze socialmente emarginate, temiamo che il loro gesto e il loro atteggiamento, che non hanno nulla di umano, vengano minimizzati da stampa, autorità e magistratura. Finora, a quanto risulta, non è stato attuato alcun provvedimento giudiziario nei loro confronti; i commenti sulla stampa verso il loro gesto sono piuttosto morbidi e mettono in rilievo la loro condizione di ragazzi incensurati e di buona famiglia piuttosto che la loro efferata crudeltà e il loro totale disprezzo della vita umana. E' importante che le Istituzioni locali e nazionali esprimano un giudizio sulla mostruosità del crimine e nessuna clemenza sia accordata a quelle belve, perché la vita di Andrea non deve in alcun modo essere "svalutata" dalla sua condizione di senzatetto. La sua vulnerabilità sociale, al contrario, aggrava la portata del delitto, un delitto nato da una feroce disumanità e premeditato, come dimostra l'accanimento persecutorio mostrato da quei giovani nei confronti dell'uomo, già oggetto di vessazioni, compreso un lancio di petardi, qualche giorno prima del crimine, sempre da parte loro. Gruppo EveryOne

Nella foto, "Clochard" di Nicola Iuppariello

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Lettera aperta a Davide Del Vecchio, Assessore ai Servizi Sociali e alle Politiche per la Solidarietà di Fano

Fano, 22 novembre 2008
Egregio Assessore Davide Del Vecchio, in questi giorni la Commissione europea discute i provvedimenti da attuare verso l'Italia per le politiche governative e locali che combattono i comparti più deboli della società, a partire dai Rom e dai senzatetto. Ho letto, con tristezza, l'articolo pubblicato dall'edizione locale del Carlino di oggi. E' ormai evidente che i media diffondono odio e intolleranza verso gli esseri umani più vulnerabili, presentandoli secondo un'odiosa propaganda discriminatoria: le famiglie Rom sono descritte come bande di criminali e non come esseri umani in tragiche condizioni; i migranti sono "invasori" dediti ad attività illecite; i senzatetto sono così "per scelta" e costituiscono un pericolo pubblico. La verità la esprimono i numeri del Viminale, del Rapporto Censis, delle organizzazioni per i diritti umani. Furti, rapine e scippi sono in prevalenza azioni compiute da italiani; gli omicidi avvengono per la maggior parte all'interno delle pareti domestiche; il crimine, in Italia, è gestito dalle mafie, che si avvalgono di manovalanza nostrana e straniera. Non solo, perché come ricordato ieri da Roberto Saviano all'Unione europea, l'Italia è il più grosso esportatore mondiale di criminalità.
Questo è il degrado da combattere: un degrado morale, civile, politico e mediatico. La criminalità organizzata ha toccato quest'anno il suo fatturato record in Italia: 130 miliardi di euro, maturati su droga, violenza, armi, prostituzione, pornografia e pedopornografia, estorsione, corruzione, morte.
Continuare a evitare di perseguire la criminalità vera, per riempire le carceri di Rom e poveracci - o scacciarli da ogni angolo in cui si rifugiano - è qualcosa di aberrante. Definire i poveri, gli "ultimi" del Vangelo, come causa di insicurezza e degrado è una menzogna colpevole, perché i poveri vanno aiutati e a questo servono i servizi sociali. L'Italia e le sue città stanno scendendo ai più bassi livelli dell'abiezione, del razzismo, dell'intolleranza perché non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. Tutti sanno la verità: non vi è ministro, parlamentare, sindaco, assessore, prefetto, autorità, giornalista che non sappia dove sono i veri problemi di sicurezza e dove vi è invece persecuzione degli innocenti. So che non sarà certo Fano a cominciare a dare il buon esempio, perché è più facile colpire il capro espiatorio - come si fa, in Italia, fin dall'antichità - che toccare interessi enormi. I Rom a piedi nudi e i mendicanti senza un tetto sulla testa sono bersagli così indifesi e a portata di mano! E' così facile colpirli e poi affermare a gran voce: avete visto, cittadini, vi abbiamo liberati dal pericolo pubblico numero uno! Intanto la vera criminalità ghigna, ingrassa e ringrazia. So che non partirà, la riscossa morale del nostro Paese, da Fano, perché Fano sta mostrando altri obiettivi (quelli facili e di "effetto") da perseguire, ma non rinuncio a inviarLe questa breve lettera. Scripta manent. Roberto Malini - Gruppo EveryOne

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Scritte sui muri: strumenti di propaganda per creare "allarme sicurezza"

Roma, 23 ottobre 2008. Roma - Quando sono apparse le prime scritte firmate dal sedicente movimento di estrema destra "Militia", abbiamo pensato immediatamente a un'azione di propaganda, una propaganda sofisticata, finalizzata a distogliere l'opinione pubblica dalle politiche di governo, dalle operazioni poliziesche e dalle scorribande dei gruppi razzisti contro Rom e stranieri indesiderati. Bisogna prestare molta attenzione, di fronte al fenomeno delle scritte sui muri, perché rappresentano uno strumento di sicuro impatto mediatico, uno strumento che orienta l'opinione pubblica a credere che sia nato un determinato movimento ideologico e che sia riaffiorata una corrente di pensiero capace di minacciare "legalità e sicurezza". Il caso delle scritte contro Bagnasco, alcune delle quali tracciate con una perizia grafica sconosciuta alla militanza di estrema sinistra, è emblematico di come le scritte possano seminare il panico e calamitare l'attenzione dei media e del popolo italiano, costringendo politici e autorità a dichiarazioni che fungono da casa di risonanza per l'azione di disorientamento socio-politico. Le scritte di "Militia", corredate da svastiche e deliranti procalami antisemiti, ottengono lo stesso effetto, a specchi rovesciati. Il nuovo fascismo non vuole che si parli troppo della persecuzione contro Rom e "clandestini", ma che l'attenzione della gente sia attratta dai proclami di "Militia" e dal lontano Iran, con il suo regime che è divenuto, in Occidente, simbolo del male: "L'olocausto è la più grande menzogna della storia. Il presidente iraniano Ahmadinejad". Si è deciso inoltre di mettere le aureole dei santi alle più alte cariche istituzionali: non sono loro gli aguzzini, ma le vittime della "xenofobia".

Ed ecco apparire, a Roma, l'improbabile scritta: "Schifani l'ebreo sarai te". Ieri, stessa storia con il sindaco di Roma Alemanno, nel pieno delle operazioni di purga etnica contro i pochi Rom romeni "superstiti" e nell'immediatezza dell'istituzione delle "riserve" per i Rom "integrati". La scritta recita: "Alemanno infame escremento sionista". Quindi, tracciata in perfetti caratteri grafici neri su manifesti bianchi applicati a un muro del quartiere Prati, opera di un "professionista" (lo stesso delle "migliori " scritte contro Bagnasco?), il solito slogan delirante, elaborato per aumentare la fibrillazione legata al cosiddetto allarme sicurezza: "Se amare la patria è un delitto noi siamo assassini". I veri gruppi razzisti, che colpiscono nell'ombra e solo di rado rivendicano i loro crimini, agiscono (e scrivono) in modo diverso. Le scritte sui muri di cui si occupa la stampa con tanta frequenza sono solo uno dei tanti diversivi che mirano a distrarci. Nel frattempo, dopo gli orrori della persecuzione contro i Rom e delle politiche xenofobe e razziste, ora sono gli stessi ragazzi italiani, quelli che coltivano ideali di fratellanza e libertà a "dare fastidio" ai nuovi fascisti. Gli sgherri - non ancora sazi di sangue, vergogna e dolore, iniqui e impuniti, autorizzati ai comportamenti più sadici nei confronti delle minoranze sgradite al potere - affinano le armi e si preparano ad aggredire i migliori fra i nostri giovani. Dobbiamo proteggerli, a qualunque costo. R.M.

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La leggenda degli "zingari" mafiosi

di Roberto Malini

12 ottobre 2008. Non è una barzelletta e neanche un paradosso: il mese scorso "qualcuno" ha avviato la più improbabile delle campagne di propaganda anti-Rom. Si è cercato di far credere ai media e al popolo italiano che il traffico di droga in Italia non è in mano alla criminalità organizzata, una rete estesa in tutto il mondo, che muove miliardi di euro ogni anno, ma... ai Rom! Signore e signori, la N'drangheta, la Camorra, la Sacra Corona Unita, la Mafia non esistono e sono state sostitute dagli "zingari" che sopravvivono nelle baracche e sotto i ponti. Chi controlla il traffico della droga a Catanzaro, in Calabria? Chi gestisce il "fortino della commercializzazione degli stupefacenti, con un sodalizio armato e pericoloso"? Sembra una risposta facile, a cui anche un bimbo di sei anni, a Catanzaro, saprebbe rispondere, sottovoce, naturalmente. Le autorità cittadine, però, hanno trovato una risposta differente, in linea con la "lotta alla criminalità" attuata dalla Istituzioni centrali. Il 12 settembre scorso, infatti, le massime autorità di pubblica sicurezza catanzaresi hanno illustrato durante una conferenza stampa una brillante operazione presso il campo Rom sito in località Germaneto: “Se qualcuno si era messo in testa che a Catanzaro possono esistere zone franche, si è sbagliato di grosso e questa operazione lo dimostra. Lo Stato arriva ovunque. A Germaneto siamo intervenuti alle cinque del mattino con cento uomini di vari reparti, con dodici ore di perquisizioni. Quest’area, per quello che è emerso, è da considerare il fortino della commercializzazione della droga, con un sodalizio armato e pericoloso che gestisce lo spaccio di cocaina a Catanzaro”. Ed ecco i dati di una delle "più importanti operazioni antidroga mai effettuate in Calabria": venti soggetti denunciati a piede libero, undici dei quali... per furto di energia elettrica (i soliti allacciamenti "abusivi"). Ma il reato sarà esteso a tutti gli abitanti del campo (che vivono in spaventose condizioni di miseria, nonostante il loro "impero criminale"). Una donna è stata denunciata per ricettazione e detenzione di droga, dal momento che è stata trovata in possesso di - addirittura! - tre bilancini e "refurtiva riconducibile probabilmente a lei" (merce senza scontrini di acquisto). Durante la perquisizione nel campo, la autorità hanno annunciato con fierezza di aver scoperto un "importante quantitativo di droga". Se leggiamo il verbale, però, si tratta di pochi etti di hashish, eroina e cocaina. E il pericoloso arsenale? Una sola pistola calibro 22 con matricola abrasa. Tutto qui. Piccolissimo spaccio. Ma ecco quella che "Il Giornale di Calabria" definisce "la sorpresa più particolare": una decina di scatoloni di lenzuola e vestiti fuori moda! Questo sarebbe il cuore del commercio di stupefacenti di Catanzaro, la cittadella delle armi e della droga! La realtà è ben diversa e le famiglie Rom denunciate rappresentano il gradino infimo della manovalanza al servizio della criminalità organizzata: meno ancora che piccoli spacciatori, veri e propri schiavi. Questo tipo di operazioni, nelle quali la perdita di stupefacenti e armi da parte della criminalità organizzata è minima, diffondono un'idea errata tanto riguardo ai "nomadi" quanto alle potenti organizzazioni criminali che dall'Italia si diramano in tutto il mondo. Replica a Roma il 18 settembre, pochi giorni dopo il blitz calabrese. Uno spiegamento di trecento carabinieri e 27 arresti per un'operazione - denominata "White Wolf" - che avrebbe "smantellato una banda Rom" a Roma, che gestiva - secondo gli inquirenti - un colossale traffico di stupefacenti provenienti dalla Colombia, via Spagna. Naturalmente, questi "re della droga" vivevano in campi Rom, senza acqua né luce, in mezzo ai rifiuti e ai topi. L'operazione "White Wolf" in realtà è iniziata nel 2005 e riguarda, anche in questo caso, come dimostrano gli intestatari dei ricchi conti correnti in cui fluiva il denaro illecito, criminalità organizzata italiana. I "nomadi", in gran parte di origine bosniaca e croata, rappresentavano l'ultima ruota del carro ed erano nelle mani - ridotti in schiavitù, come accade sempre ai Rom quando entrano in contatto con la criminalità italiana - delle grandi cosche. I media hanno divulgato le notizie relative alle due "brillanti" operazioni di pubblica sicurezza, che tuttavia, a causa della loro scarsa o nulla credibilità, non hanno sollevato l'indignazione e l'odio razziale che - nelle sedi del potere - ci si attendeva.

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Persecuzione dei Rom a Pesaro. Un uomo lotta fra la vita e la morte

Pesaro, 7 ottobre 2008. Stasera, verso le 20, Radian Danila, Rom romeno di 35 anni, malato di cancro al pancreas, si è accasciato davanti all'ingresso dell'Ipercoop di Pesaro. Avvertiti telefonicamente da un suo familiare, abbiamo chiamato un'ambulanza, che l'ha trasportato d'urgenza al pronto soccorso dell'Ospedale San Salvatore. Le Istituzioni pesaresi, come i servizi sociali e tutte le autorità conoscono perfettamente la condizione sanitaria in cui versano alcuni Rom che vivono a Pesaro: sono malati gravi, a volte incurabili e avrebbero diritto a una casa, a un sussidio, ad assistenza. Invece vivono al freddo, nell'umidità malsana di una casa fatiscente. Nonostante le accorate proteste, l'allarme disperato che il Gruppo EveryOne lancia da mesi, Pesaro ha condannato a morte questi esseri umani e nega loro qualsiasi sostegno. Non hanno diritto neanche all'acqua, alla corrente elettrica, a una stufa per scaldarsi. Hanno negato loro persino un cassonetto dei rifiuti, costringendoli a vivere come topi. Ma non è questo il limite della persecuzione cui sono sottoposte le famiglie Rom di Pesaro. Non è questa l'ultima stazione della Via Crucis che sono obbligati a percorrere, non avendo altra opportunità. La città, infatti, ritiene che l'orrore in cui sono calati questi esseri umani poveri e malati non è ancora una condanna sufficiente e si appresta a colpirli con uno sgombero senza alternative di alloggio.

Significa che, se non riusciremo a fermare l'odio irrazionale che ha contagiato praticamente l'intera cittadinanza, risvegliando un barlume di umanità e tolleranza in coloro che decidono, le famiglie "zingare" che vivono a Pesaro saranno costrette a incamminarsi, al freddo, senza mezzi di sussistenza, minate da gravi patologie e dalla precarietà, verso l'annientamento. Gli attivisti del Gruppo EveryOne e pochi cittadini antirazzisti non hanno rinunciato al dialogo con le Istituzioni, ma parlano, scrivono, presentano documenti e lettere aperte in un clima tanto crudele quanto surreale. Anziché provvedere alle emergenze umanitarie, anziché agire con premura e civiltà, le autorità continuano a stringere d'assedio questi profughi in condizioni drammatiche. Per loro non si tratta di uomini, donne e bambini. Il "reato" che viene contestato loro non è l'occupazione di uno stabile rurale (come scritto nel verbale di denuncia), ma quello di esistere. A coloro che, con coraggio e spirito di fratellanza, non rinunciano ad assisterli, con le proprie forze, con i propri mezzi, con i propri cuori, sono riservati sospetto e ostilità. Siamo come la Rosa Bianca o il Gruppo Westerweel nel Terzo Reich. "Mi sento una criminale," ci confidava oggi una donna che aiuta come può le famiglie Rom di Pesaro." Quando porto loro acqua, latte, pane, pasta, devo agire di nascosto persino da mio marito. Perché non capiscono che sono gente come noi?"
Radian Danila sta lottando fra la vita e la morte. Ha lottato tutta la vita contro l'emarginazione: in Romania, a Milano e adesso qui a Pesaro. Due malattie lo uccidono: un tumore e quella distorsione dell'anima che i sopravvissuti all'Olocausto conoscono bene e Primo Levi definì in una sintesi perfetta:

"Esiste un contagio del male: chi è non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione al campo avverso".

Nella foto, Primo Levi

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E se Romulus Mailat fosse innocente?

di Roberto Malini

Roma, 25 settembre 2008. Intorno all'omicidio Reggiani il movimento razzista italiano ha costruito la propria affermazione ai massimi livelli. Chi ha seguito il caso da vicino, a partire dal 30 ottobre 2007, quando Giovanna Reggiani perse la vita, ha avuto modo di rendersi conto che le conclusioni delle autorità italiane riguardo all'autore del delitto presentano incongruenza assai sospette. Il giorno successivo al crimine, il Gruppo EveryOne trasmise un documento di indagine agli inquirenti, ponendo in rilievo l'inattendibilità della testimone che accusava Mailat (ricoverata più volte in Romania, per lunghi periodi, a causa di turbe psicotiche) e offrendo loro la possibilità di provare al di là di ogni dubbio la colpevolezza o l'innocenza del romeno. Poiché le forze dell'ordine, secondo le dichiarazioni dei loro portavoce, avrebbero riscontrato abbondante presenza di sangue sulle mani e sul viso del sospettato e, contemporaneamente, rilevato graffi prodotti dalle unghie della vittima sulle sue spalle, EveryOne raccomandò alla scientifica di effettuare con cura gli esami di rito ovvero il rilievo del DNA relativo al sangue trovato su Mailat e lo stesso rilievo riguardo alle tracce di sangue rilevate sotto alle unghie della Reggiani. Gli esami furono effettuati, perché si tratta della procedura standard. Vennero effettuati sia da parte della polizia italiana che da quella di Bucarest, come ha confermato il giornalista romeno George Scarlat. Le autorità romene, inoltre, appurarono che la camicetta della vittima era chiusa e abbottonata, mentre la testimone aveva affermato di aver visto Mailat portare in spalla il cadavere di una donna con il seno che usciva dalla camicetta. EveryOne chiese di vedere gli esiti degli esami e di incontrare la testimone, senza ottenere alcuna risposta da parte delle autorità. Gli esiti dei due esami del DNA, però, si sono... volatilizzati. Chi ha ucciso, allora, Giovanna Reggiani? Non può essere esclusa un'ipotesi atroce, ovvero che il caso sia stato confezionato ad arte per accentuare gli effetti della propaganda mediatica contro il popolo Rom, spianando la strada a provvedimenti repressivi sempre più duri: gli sgomberi simili a pogrom, le sottrazioni di bambini Rom da parte dei servizi sociali, le schedature, l'espulsione intimidatoria dei Rom provenienti dalla Romania, la trasformazione degli insediamenti presenti da anni in Italia in veri e propri ghetti, l'annientamento civile (e in alcuni casi anche fisico) di tutti gli "zingari", compresi i Sinti e i Rom che posseggono la cittadinanza italiana.

Oggi l'avvocato Piero Piccinini, che difende Romulus Nicolae Mailat e ha taciuto a lungo (se avesse parlato prima, avrebbe rischiato di essere linciato da una folla inferocita), ha dichiarato: "Il mio assistito sosterrà la sua innocenza per quanto riguarda l'omicidio e la violenza sessuale, e a questo riguardo ci sono indicazioni eccellenti di veridicità". Piccinini ha poi aggiunto che "vi sono testimoni che potrebbero dare indicazioni concrete sull'effettiva condotta: potrebbe essere che Mailat abbia rubato la borsetta e nient'altro". E' un'altra verità, opposta a quella che politici, media e autorità propagandano da quasi un anno e che hanno usato deliberatamente per creare paura e odio, da parte del popolo italiano, nei confronti dei Rom. La mancata divulgazione degli esiti degli esami del DNA costituisce un'evidenza: in alto, è stato deciso che Mailat doveva essere il colpevole, lo spauracchio da adoperare per promuovere una campagna razzista senza più limiti. Il Rom assassino senza scrupoli, come quello rapitore di bambini (se EveryOne non avesse smontato i casi di Ponticelli, Catania ecc. oggi l'odio razziale sarebbe ancora più acceso) sono i paradigmi archetipici su cui si fonda l'antiziganismo. L'avvocato che difende Mailat (che fra l'altro non è Rom, ma un romeno-tedesco di etnia Bunjas) è un uomo coraggioso. Difficilmente potrà evitare un verdetto che è stato già scritto, nonostante le prove, le testimonianze, i vizi e le omissioni nelle indagini effettuate dalle autorità. Anche se vi riuscisse, però, non bisogna illudersi. Confezionare un altro caso Reggiani, un altro caso Ponticelli è fin troppo facile, da parte di chi non segue alcun principio morale. Gli antirazzisti devono agire a più ampio spettro e continuare a diffondere informazione e cultura riguardo alla Storia dei Rom e delle altre minoranze etniche, alla ricchezza delle loro tradizioni, al significato della loro presenza nei singoli Paesi, in Europa e nel mondo. Il pregiudizio è simile a una malattia infettiva. Curare i singoli malati è una pratica lodevole, ma non ferma il diffondersi dell'epidemia, perché i germi del razzismo prolificano nell'ignoranza, mentre la conoscenza rappresenta il vaccino.

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Bambini senza diritti

La vita per una maglia di lana. Un piccolo paese che si chiama Speranza

Pesaro e Parma, 22 settembre 2008. Due storie parallele, a Pesaro e Parma. Due storie di infanzia tradita dall'intolleranza, dalla paura dell'altro che turba l'Italia, dall'indifferenza di un popolo che i media e i politici hanno reso incapace di vedere la sofferenza del prossimo. Due storie uguali a tante altre che si consumano tristemente da nord a sud, nella Penisola dell'Odio. A Parma un bimbo tunisino di 10 anni è stato ricoverato all'Ospedale Maggiore, dove è sospeso fra la vita e la morte. L'hanno trovato esanime ieri pomeriggio, in ciabatte, con il collo incastrato in un cassonetto per il ritiro dei vestiti usati della Caritas. La famiglia del piccolo si trova in condizioni disperate di indigenza ed esclusione, senza riparo contro l'insidia dei primi freddi. Così il ragazzino, abbandonato da Istituzioni e servizi sociali, ha tentato di fare da solo e di procurarsi qualche indumento un po' più pesante. Se è ancora vivo, è solo grazie a due passanti che l'hanno soccorso, in attesa dei sanitari del 118, che hanno provveduto a intubarlo. Non ci è ancora dato sapere se sopravviverà e, nel caso affermativo, se riporterà danni cerebrali a causa dei molti minuti trascorsi senza ossigeno.
A Pesaro Annamaria, una bambina Rom romena di sei anni, ha preso la polmonite. La sua famiglia - papà, mamma, un fratellino ancora in fasce e uno in arrivo - vive da sei anni in città, in una casa abbandonata, senza corrente elettrica, senza alcuna assistenza, se non quella di pochi cittadini che non credono all'equazione Rom = nemico pubblico numero uno. I genitori della piccola hanno bussato a ogni porta, cercando un lavoro anche saltuario. Hanno chiesto aiuto ai servizi sociali e al comune, che li hanno respinti senza neanche dedicare qualche istante all'ascolto della loro vicenda. Il padre ha pianto davanti al sindaco e ad alcuni assessori, chiedendo una possibilità di integrazione, di inserimento in un progetto di accoglienza. La risposta che ha ottenuto, fredda come questi ultimi giorni di settembre, è giunta attraverso un portavoce in divisa: "Ve ne dovete andare". Le autorità hanno intimato alla famiglia di uscire al più presto dall'edificio abbandonato in cui attualmente trovano riparo e di incamminarsi verso... il nulla. "Non devono lamentarsi," ha commentato il dirigente di un'organizzazione che dovrebbe occuparsi della tutela dei 'nomadi' in Italia, "perché l'accoglienza è una concessione e non un diritto, va attesa, ma non pretesa". Un giorno si parlerà di quest'epoca come di un periodo buio, in cui i fantasmi dell'odio razziale e del nazionalismo xenofobo sono resuscitati. La gente inorridirà, ascoltando la storia di bambini trattati come insetti, di famiglie senza diritti messe in mezzo alla strada dalle autorità, con metodi brutali, nel silenzio delle associazioni per i Diritti Umani, intente solo a incamerare fondi, mai investiti per la vita e il benessere del popolo Rom. La gente si commuoverà, ascoltando vicende di esseri umani senza diritti, colpevoli di appartenere a un'altra razza e di essere poveri. La bambina Rom di Pesaro è un piccolo angelo e sogna di avere una casa, andare a scuola, vivere un'infanzia serena con papà e mamma. Invece tossisce tutto il giorno e tutta la notte. Ricordiamo che la polmonite è una delle prime cause di morte infantile, nel mondo, come attestano i rapporti dell'Oms. Per fortuna anche a Pesaro vivono i "giusti" - anche se pochi - e grazie ad alcuni di loro Annamaria adesso può curarsi con antibiotici e aerosol. "Però dovrebbe vivere in una casa, al caldo, e non in una stanza fatiscente, gelida e umida," ha avvertito un medico dell'Ospedale San Salvatore". La tragedia dei Rom di Pesaro, alcuni dei quali soffrono di gravissime patologie e handicap, ma sono lasciati soli dai servizi sociali, è stata divulgata sulle pagine dei quotidiani locali e in rete. Questo fatto ha indispettito le Istituzioni cittadine, che vorrebbero una Pesaro "zigeunerfrei" - libera da 'zingari' - e cercano di allontanare le famiglie Rom non attraverso le purghe cui assistiamo nelle città del nord, ma emarginandole ed escludendole sempre di più, negando loro acqua, luce, servizi igienici, assistenza, integrazione. Grazie all'eco mediatica di storie come quella di Annamaria, emblematiche di un'Italia senza cuore, però, un altro comune si è svegliato dall'indifferenza e ha scelto l'accoglienza. Ed ecco che, fra pochi giorni, Annamaria prenderà insieme ai suoi cari un treno che va in direzione sud, verso un piccolo paese dal nome sconosciuto ai più, ma che in quanto a solidarietà ha l'orgoglio di una Capitale. R.M.

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Meglio il Papa delle Istituzioni Ue

31 agosto 2008. Le Istituzioni Ue e le Nazioni unite, nonostante le visite ai campi, i dossier, le testimonianze loro fornite da attivisti e testimoni, non hanno fatto che chiacchiere, finora. Gli interessi politici e privati, di tutti, nessuno escluso, hanno prevalso su azioni concrete, mirate a salvare vite umane e a preservare il popolo Rom dalla persecuzione. Abbiamo affrontato sgomberi, violenze, abusi polizieschi e giudiziari, negligenza e persecuzione da parte di amministrazioni locali, ospedali, organizzazioni per i Diritti Umani. Da soli, senza sostegno, se non vuote parole, abbiamo salvato numerose vite umane, consentito a molte famiglie di rifugiarsi in Paesi più tolleranti, evitato alcuni sgomberi, divulgato i crimini degli aguzzini fuori dai confini italiani. La nuova tragedia del popolo Rom, il trionfo del razzismo e della discriminazione potevano essere evitati. Continueremo a batterci, ma daremo fiducia solo a chi - nelle Istituzioni -dimostrerà con i fatti le sue reali intenzioni. Intanto, si distingue da tutti papa Ratzinger, una voce umanitaria, antirazzista, moderna. Gli siamo accanto e siamo orgogliosi di come la Chiesa cattolica (e alcuni suoi organi di informazione) si mostri da alcuni mesi vicina al nostro gruppo e ai fratelli Rom. R.M.

Benedetto XVI: "I Rom sono soggetti a discriminazione e razzismo. Si deve cambiare strada"

Roma, 31 agosto 2008 - A quattro giorni dal sesto Congresso mondiale della Pastorale per gli Zingari, che si terrà a Freising, in Germania, papa Benedetto XVI ribadisce, durante la preghiera dell'Angelus, la posizione del Vaticano, contro la xenofobia e il razzismo che colpiscono i migranti e gli 'zingari', in Italia e in Europa. Il segretario del pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, l'arcivescovo Agostino Marchetto, introduce i temi del Congresso: "Dai decreti legge che colpiscono le popolazioni zingare ai rapporti che ci pervengono dalle Chiese locali, constatiamo che ormai dovunque gli zingari sono vittime di discriminazione, disuguaglianza, razzismo e xenofobia. Ma il problema non riguarda solo l'Italia, perché nell'Unione europea i Rom e Sinti, pur se cittadini di Stati membri e in possesso di documenti validi, non possono beneficiare degli stessi diritti degli altri cittadini. In alcuni Paesi i bambini Rom sono costretti a frequentare scuole speciali per disabili fisici o mentali, mentre molte donne vengono sottoposte a sterilizzazione forzata. E il pregiudizio, ormai diffuso dappertutto, fa sì che ai giovani Rom, pur se ben preparati professionalmente, è negato l'ingresso al mondo del lavoro, che invece è consentito agli altri".

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Casilino 900: attenti al lupo (vestito da agnello)!

Roma, 30 luglio 2008. Nonostante le posizioni durissime dell'Unione europea, del Consiglio d'Europa e delle Nazioni unite, le Istituzioni e le autorità intolleranti proseguono nella loro opera di repressione disumana, che nega a migliaia di famiglie i diritti di base. Questa terribile persecuzione, che i testimoni della Shoah paragonano agli anni delle leggi razziali e dell'Olocausto, non avviene solo a Roma, naturalmente, ma nella maggior parte delle città italiane. La Corte penale internazionale de L'Aja sta giudicando l'Italia - le sue Istituzioni centrali e locali - per "Crimini contro l'umanità". Speriamo che il verdetto sia emesso presto e fermi questa vergogna, che sarà ricordata come una delle pagine più atroci della Storia d'Italia. Noi del Gruppo EveryOne, nonostante le intimidazioni, le minacce, la dolorosa testimonianza di orrori e atrocità quotidiane, continuiamo la nostra Resistenza gandhiana, la raccolta di documenti riguardanti la persecuzione, la campagna razzista sempre più spudorata, la caduta in un vortice di crudeltà e disumanità che ci lascia sempre più attoniti. Ma... non siamo più soli: una rete di attivisti, studiosi delle persecuzioni, testimoni, cronisti della Verità è ormai diffusa in tutta Italia e nessuno - neanche il lupo che si veste da agnello per ingannare i più deboli - potrà un giorno, quando questa barbarie finirà, sottrarsi alle proprie responsabilità. Intanto, è importante presidiare i campi Rom di Roma e delle città italiane in cui vivono famiglie Rom. Loro, gli aguzzini, li chiamano "pregiudicati", "persone con carichi pendenti o agli arresti domiciliari": secondo il diabolico copione razzista già in vigore durante altri giorni di orrore e persecuzioni. Roberto Malini

Sgombero dei rom dal Casilino 900

di Claudio Pompei - Il Giornale, 29 luglio 2008

«Casilino 900 verrà sgomberato, nel frattempo Questura e Prefettura disporranno un servizio di vigilanza e il prefetto, in quanto commissario straordinario per l’emergenza nomadi a Roma, dovrà occuparsi della nuova destinazione dei nomadi del campo». Lo ha detto il sindaco Gianni Alemanno al termine dell’incontro con il prefetto e i rappresentanti dei residenti della zona adiacente al campo nomadi Casilino 900 che, nei giorni scorsi avevano protestato bloccando la via Palmiro Togliatti, alla periferia di Roma.
«Ci siamo impegnati a fare una ripulitura immediata del campo Casilino 900 per togliere tutti i materiali che vengono bruciati. Poi verrà sgomberato» ha assicurato il sindaco aggiungendo che «nel frattempo verrà attivato un servizio di vigilanza con la Prefettura e la Questura in attesa di avere una destinazione per i nomadi e poter rimuovere totalmente il campo, ma questo appartiene ai compiti del prefetto in quanto commissario». «Prima dello sgombero bisogna decidere la nuova destinazione perché non si può agire come in passato - ha concluso Alemanno -. Nel frattempo metteremo il campo sotto controllo per evitare altri incendi».
Pienamente soddisfatti dei risultati dell’incontro gli abitanti della zona. «Per il momento la nostra mobilitazione è finita perché abbiamo avuto garanzie dal sindaco e dal prefetto. Se gli impegni non verranno mantenuti riprenderemo», ha detto Annamaria Addante rappresentante del comitato inquilini e proprietari di Torre Spaccata. Sabato notte, in via Palmiro Togliatti i residenti avevano iniziato una mobilitazione chiedendo lo spostamento del campo nomadi Casilino 900. «Alemanno ci ha ascoltati subito - ha spiegato Addante - e ha preso l’impegno di sorvegliare il campo con le forze dell’ordine, ripulirlo e, nel medio termine, di spostarlo». Per l’assessore alle Politiche sociali Sveva Belviso «non si tratta di una cosa di cui prendiamo atto oggi ma ci sono dei tempi: la possibilità di sgomberare il campo è un obiettivo a medio termine da attuare dopo il censimento». All’incontro, durata circa un’ora, era presente anche un portavoce del Casilino 900, Esad Licina che, a nome della comunità rom ha ribadito il suo «no» alla casetta di legno come modulo abitativo: «Abbiamo vissuto per quarant’anni nelle baracche ora vogliamo case prefabbricate in cemento armato e non sperimentazioni di giovani architetti».
Un altro sgombero in vista è quello dell’insediamento di Tor de’ Cenci. «Quel campo - ha spiegato l’assessore Belviso al termine dell’incontro di ieri in Prefettura - è una bomba a orologeria. Oggi sono venuta qui anche per chiederne lo sgombero immediato». «Nel campo semi-attrezzato e non autorizzato - ha spiegato Belviso - ci sono 350 persone, la metà delle quali ha carichi pendenti o si trova agli arresti domiciliari». Per questo, la richiesta di sgombero, alla quale il prefetto ha risposto con la necessità di avviare un censimento non previsto nell’immediato. Belviso ha spiegato che «la volontà dell’amministrazione comunale è collocare, al termine del censimento, gli aventi diritto del campo mentre gli altri vanno espulsi».

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Lettera aperta alle autorità civili e religiose di Pesaro riguardo alla necessità di integrare la locale Comunità Rom romena

Pesaro, 27 luglio 2008

Illustrissimo Sindaco Luca Ceriscioli, Assessori Riccardo Pascucci e Marco Savelli, Presidente Regione Marche Gian Mario Spacca, Presidente della Provincia di Pesaro e Urbino Palmiro Ucchielli, Arcivescovo di Pesaro S. E. Rev.ma Piero Coccia, Prefetto Alessio Giuffrida e autorità civili

e per conoscenza: Onorevoli deputati al Parlamento europeo Viktoria Mohacsi, Marco Pannella e Marco Cappato; Commissario europeo Vladimìr Špidla; Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite Navanethem Pillay, Presidente Union Romani Juan de Dios Ramírez-Heredia e altri,

il Gruppo EveryOne - organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani - e i rappresentanti della Comunità Rom romena che vive a Pesaro indirizzano questa lettera aperta alle Istituzioni e alle autorità civili e religiose della città e della regione. Innanzitutto, confermiamo il nostro sincero apprezzamento per la disponibilità mostrata dalle Istituzioni - nelle persone del Sindaco e degli Assessori alla Salute e Sicurezza e ai Servizi Sociali - ad intraprendere un serio progetto di integrazione, necessario per consentire alla Comunità Rom di Pesaro di inserirsi positivamente nel tessuto sociale della città, nel rispetto dei loro diritti etnici, civili e umani e in contrasto con qualsiasi ideologia razzista e intollerante. Come vi è noto, anche grazie ad alcuni articoli pubblicati sulla stampa locale e nazionale, i Rom che vivono a Pesaro sono impegnati nella ricerca di un lavoro e di un inserimento a scuola per quanto riguarda i minori. La Comunità Rom che si trova sul territorio di Pesaro è formata da tre nuclei familiari, comprendenti anche bambini, donne (alcune gravide), invalidi e malati. Purtroppo i rapporti con le Istituzioni e le autorità cittadine non sono stati finora facili, perché è un momento difficile, nel campo dell'accoglienza e dell'integrazione razziale, per tutta l'Italia e solo poche località, nonché una sola regione (la Sardegna) hanno finora scelto di attenersi alle Direttive e alle norme vigenti nell'Unione europea, che prevedono di combattere il razzismo e di favorire programmi concrerti di inserimento soprattutto per quanto concerne il popolo Rom, che subisce ancora un fenomeno diffuso di intolleranza e discriminazione. Sono ancora attuali, purtroppo, in molte città italiane, gli stereotipi razziali che hanno colpito nei secoli le persone di etnia Rom e che i movimenti razzisti e xenofobi hanno posto alla base di terribili persecuzioni. Secondo tali stereotipi, i Rom non vogliono lavorare, tramano contro la "brava gente", rapiscono bambini, sono geneticamente dediti al crimine, non vogliono integrarsi, sono sporchi e disordinati, violenti e immorali. Le stesse accuse che in altri tempi, difficili come e più del presente, furono rivolte agli ebrei, alle persone di colore, alle minoranze etniche e religiose (oltre che agli stessi "nomadi"). La Comunità Rom di Pesaro comprende alcuni Figli dell'Olocausto di seconda e terza generazione: figli e nipoti dei pochissimi 'zingari' scampati allo "zigeunelager" di Auschwitz. Altri membri sono sfuggiti alla persecuzione attuata dal dittatore Ceausescu e posseggono competenze professionali significative nei campi dell'edilizia, dell'industria e dell'artigianato, dell'agricoltura biologica e dell'allevamento. Fino ad ora, però, a causa del pregiudizio e nonostante le referenze e le garanzie offerte dal Gruppo EveryOne e da Istituzioni e organizzazioni europee, non è stato possibile ottenere un inserimento professionale per alcuno dei Rom adulti di Pesaro, i quali stanno disperatamente cercando qualsiasi attività lavorativa, anche umilissima e sottopagata e una soluzione alloggiativa dignitosa, indispensabile per la vita di nuclei familiari indigenti, che senza un tetto sulla testa sarebbero costretti all'addiaccio, in una situazione vulnerabile e indegna di qualsiasi società civile.
Vi è da dire che i Rom di Pesaro, che circa un anno fa giunsero nella città marchigiana sfuggendo alla persecuzione e agli sgomberi promossi dalle Istituzioni nel Milanese, oltre che ostilità e violenze, hanno incontrato anche solidarietà, in Italia. A tale proposito, è il caso di lasciare la parola a Nicusor Grancea, Rom romeno di Pesaro noto come musicista folk e attivista per i diritti umani: "E' vero, perché, oltre alle organizzazioni che ci tutelano, abbiamo incontrato personalità politiche che hanno posto il nostro caso al centro di un progetto europeo. La parlamentare europea Viktoria Mohacsi ci ha chiesto ufficialmente, durante un incontro a Roma, di testimoniare per la Commissione europea in merito alla condizione del popolo Rom in Italia. Parlamentari italiani e di altri Stati membri dell'Unione europea ci seguono con attenzione, monitorando attraverso di noi la situazione in cui vivono i Rom romeni sul territorio italiano. Anche alcuni Testimoni della Shoah hanno alzato le loro autorevoli voci per difenderci, paragonando il nostro popolo perseguitato agli ebrei, negli anni delle leggi razziali e dell'Olocausto. E' stato commovente l'incontro di alcuni rappresentanti della Comunità Rom pesarese con il sopravvissuto ad Auschwitz Piero Terracina. E' molto importante che anche le Istituzioni e le autorità locali ci ascoltino, mentre finora nessuno ci ha confortati quando siamo stati oggetto di episodi discriminatori, mentre se gli stessi episodi fossero accaduti a cittadini italiani, sicuramente essi non sarebbero stati lasciati soli. Vi è tempo di rimediare, ma è importante che le Istituzioni e le autorità comincino a guardarci come esseri umani, come famiglie in difficoltà e non come invasori, potenziali nemici o creature che non appartengono alla razza umana. Una ragazza incinta presa a calci in mezzo alla strada nell'indifferenza di tutti, un ragazzino schiaffeggiato e cacciato dalla città, un giovane attivista Rom minacciato di morte, una madre di famiglia sofferente di cancro e in preda a dolori lancinanti rifiutata da un ospedale: se questi episodi fossero capitati a persone a voi care, di certo vi sareste indignati e avreste sofferto per loro. E' importante che vi sforziate e cominciate a considerarci 'famiglie' e non una banda di malviventi degenerati. E' importante che abbandoniate il pregiudizio e che vediate la verità".
Questa lettera aperta vuole chiedere alla città di Pesaro di non rigettare la Comunità Rom locale come se fosse un corpo estraneo, ma di sforzarsi a conoscerla, a capire le sue tragedie, a rispettare la storia delle sue famiglie, una storia di dolore e persecuzione, di discriminazione e umiliazioni, ma anche di coraggio e fede. Senza la fede in Dio, le nostre famiglie non avrebbero sopportato tanta sofferenza, tanta umiliazione, tanta esclusione. L'onorevole Mohacsi ha assicurato ai Rom di Pesaro che l'Unione europea è disposta a sostenere le Istituzioni che rispetteranno le Direttive europee ed attueranno programmi di integrazione positiva. Non sarebbe un orgoglio, per la città marchigiana, poter affermare che non si è fatta travolgere dalla deriva razzista, ma ha guardato avanti, verso l'Europa dell'accoglienza e dell'integrazione, dei diritti umani e della civiltà? Per far questo, però, è necessario che alle buone intenzioni seguano fatti concreti, perché presto finirà l'estate e ai primi freddi la già difficile vita dei Rom romeni che si trovano a Pesaro diventerà drammatica, soprattutto per gli anziani e i malati. Il Gruppo EveryOne è in stretto contatto con il Parlamento europeo, con il Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, con Union Romani ed ERRC, le principali organizzazioni a tutela dei Rom: possiede esperienza e competenze che possono risultare fondamentali, nella realizzazione di un piano di integrazione efficace. Progetto che in Sardegna, per esempio, partendo dalla piccola Comunità Rom che vive a Terralba (Oristano) è diventato una realtà per l'intera regione, una regione presieduta da un uomo di notevole statura morale, ben lontano dal razzismo dilagante, Renato Soru. Il progetto attuato dalla Sardegna è già stato da noi portato all'attenzione del Parlamento europeo e delle Istituzioni internazionali, come modello di vera civiltà e della capacità di una regione di accogliere e rispettare le minoranze. Ci auguriamo che le Istituzioni e le autorità civili e religiose di Pesaro rispondano a questa lettera aperta, senza temporeggiare, con l'attivazione di un progetto tanto necessario e moralmente elevato quanto in linea con le leggi europee e internazionali, che i provvedimenti persecutori attuati troppo spesso in Italia hanno trasgredito con inaudita gravità, ponendo questo Paese al centro di una stigmatizzazione internazionale severa e foriera di sanzioni e provvedimenti futuri, nonché del prossimo giudizio della Corte europea dei Diriti Umani e della Corte penale internazionale de L'Aja.

Fiduciosi in una risposta costruttiva, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Nicusor Grancea, Ipat Ciuraru - Gruppo EveryOne

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Verona, sottosegretario Francesca Marini guida forze dell'ordine alla caccia di una 'zingara' che elemosinava tenendo con sé la sua bimba

di Matteo Pegoraro

12 luglio 2008. Secondo quanto riferisce un comunicato diramato dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, il Sottosegretario alla salute Francesca Martini, dopo aver visto una donna rom in via Cappello che con la sua bambina di pochi mesi chiedeva l’elemosina, ha chiamato la Polizia, rimanendo in attesa di una volante. Una volta che la donna rom si è dileguata con la bimba, sono iniziate le ricerche. “Martini” dice poi la nota “ha deciso quindi di introdursi nel portone dove stazionava la donna trovandola per le scale con la bambina. Il sottosegretario ha quindi richiamato l'attenzione delle forze dell'ordine permettendo così il buon fine dell'operazione. La Polizia ha fermato la donna e l'ha portata in Questura per le procedure di identificazione sue e della bambina, oltre alla verifica delle condizioni igienico-sanitarie della minore, richieste dal Sottosegretario alla salute Francesca Martini”.
Ciò che è avvenuto oggi a Verona è fuori da ogni logica di un Paese democratico e civile. Quando anche un Sottosegretario di Stato veste i panni di uno sceriffo xenofobo, contribuendo in prima persona all'agghiacciante caccia alle streghe nei confronti di Rom innocenti, al fine di ottenere il fermo e l'identificazione forzosa di una madre e della sua bambina, significa che si è superato ogni limite e si sono abbandonati i valori della convivenza civile, del rispetto verso l'individuo e più in generale verso la dignità umana. E' altresì sconcertante che il Sottosegretario strumentalizzi l'intera vicenda col solo fine di criminalizzare una madre che, non avendo possibilità alcuna di una casa e di un lavoro a causa della discriminazione, ha portato con sé la sua bambina mentre chiedeva l'elemosina, unica fonte di sopravvivenza per lei e la famiglia. Un atteggiamento tipico, quello dell'on. Martini, di chi vuole colpire un'intera comunità già provata da incredibili stenti facendola passare come un'associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento di minori.
Poiché agli esponenti del Governo Italiano non bastano le risoluzioni europee che condannano il loro operato e i loro comportamenti razzisti e xenofobi di fronte all’Europa intera – nonostante anche gli appelli da più parti ad abbandonare la via della persecuzione per quella dei diritti umani – il Gruppo EveryOne presenterà un esposto dei fatti alla Commissione UE e al Consiglio Europeo, anche in vista della delegazione che prossimamente visiterà i campi Rom italiani, sottolineando quanto la condotta dell'onorevole Martini a nostro avviso oscilli tra l'abuso di potere e il più vile atteggiamento razzista, e sia lesiva dei diritti e delle libertà fondamentali dell'individuo.

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Tutti devono sapere che nei Cpt trionfano razzismo e persecuzione.
Bisogna chiuderli!

Milano, 8 luglio 2008 - Noi detenuti di via Corelli siamo in lotta dal
5 luglio contro la nostra carcerazione nel CPT di Milano.
Il nostro crimine è quello di non avere un documento che lo stato
italiano non ci concede, e quindi rivendichiamo per tutti il diritto
alla libertà.
Vogliamo contrastare la campagna razzista che attraversa l'Italia,
denunciare il carattere fascista del pacchetto sicurezza che
discrimina, criminalizza e reprime tutti gli immigrati.
Noi non lottiamo per qualche miglioramento qui dentro. Noi ci battiamo
per la chiusura dei CPT.
Tutti devono sapere la profonda ingiustizia che stiamo subendo qui dentro:
Persone, costrette a lavorare in nero, prelevate direttamente dal
posto di lavoro.

Persone in possesso di documenti regolari e rinchiuse perché ancora in
attesa di un rinnovo.
Persone a cui non è stata convalidata la detenzione, riportate in
questura per un nuovo decreto di espulsione, convalidato poi dal
giudice successivo.
Tutti devono sapere che qui si subisce un clima costante di razzismo,
intimidazione e violenza.
Cibo scarso e di qualità scadente. Condizioni igieniche inaccettabili.
Assistenza sanitaria inesistente, in particolare a malati di Aids a
rischio di vita.
E ogni nostra osservazione su queste cose serve scatena la reazione
rabbiosa della polizia e della Croce Rossa, che non interviene per
curare le persone.
Per tutti questi motivi continueremo la nostra agitazione a oltranza e
facciamo appello a tutti gli antirazzisti perché sostengano la nostra
lotta in nome dei principi di giustizia, uguaglianza e dignità umana
che devono essere garantiti a tutti e senza condizioni.

I detenuti di via Corelli

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Nico Grancea, cantautore Rom, si esibirà a Corsico (Milano) il 13 luglio per protestare contro i processi per direttissima, che violano la Dichiarazione universale dei diritti umani e negano agli accusati la possibilità di difendersi. Gruppo EveryOne: "Nico Grancea chiede al mondo civile di protestare contro un abuso giuridico che è ormai istituzionalizzato, un procedimento penale iniquo e repressivo, secondo il quale ognuno di noi può essere condannato al carcere senza indagini né il diritto costituzionale al contraddittorio. Si richiede l'intervento della Corte di giustizia europea perché siano abrogati tutti i riti direttissimi e vengano scarcerate immediatamente le vittime di una così macroscopica violazione dei diritti dell'imputato"

Domenica 13 luglio Nico Grancea, giovane cantautore Rom romeno che vive in Italia, membro del Gruppo EveryOne, terrà un concerto a Corsico (Milano), nell'àmbito del meeting antirazzista "Storia, cultura, antiziganismo e musica Rom", cui parteciperanno anche i relatori Roberto Malini, Ernesto Rossi, Dijana Pavlovic e Maurizio Pagani. La performance di Nico Grancea, che sarà accompagnato dal grande fisarmonicista Rom serbo Jovica Jovic, sarà un inno contro la persecuzione del popolo Rom in Italia. Il giovane interprete solleverà un problema finora sottovalutato in Italia: l'uso dei processi per direttissima quali strumenti di oppressione dei Rom e dei cittadini più vulnerabili. "Quando una famiglia Rom, per trovare riparo contro le intemperie e i pericoli di aggressione, entra in un edificio abbandonato, è automaticamente soggetta a provvedimenti persecutori," dichiara Nico. "Qualsiasi persona di buon senso riconoscerebbe a una famiglia povera il diritto di cercare un rifugio provvisorio, non disponendo di mezzi economici per affittare una casa. Al massimo, si può pensare che, dietro denuncia del proprietario dell'immobile, le forze dell'ordine sgomberino il nucleo familiare dalla casa occupata per necessità. Le cose, invece, sono diverse. Quando la polizia o i carabinieri ricevono la denuncia, notificano agli adulti che si sono rifugiati in un edificio privato il reato di occupazione abusiva, che prevede una pena da due a sei anni di reclusione". Nico Grancea conosce bene la durezza della legge nei confronti dei Rom, che sono costretti a passare da un ponte a un parco, da una casa a una fabbrica abbandonata. "Sì, è successo anche alla mia famiglia, come a tutte le famiglie Rom. L'anno scorso, mia madre ha subito l'asporto chirurgico di un rene. E' stata operata a Milano da medici poco professionali e quando è stata dimessa dall'ospedale, stava malissimo. Quando siamo stati sgomberati dall'insediamento di Sesto San Giovanni, ci siamo allontanati dalla Lombardia e siamo giunti a Pesaro, dove abbiamo trovato rifugio in un edificio industriale. L'alternativa era quella di lasciare che mia madre morisse in mezzo a una strada. Il proprietario dello stabile ci ha denunciati e la polizia è venuta a sgomberarci, senza concederci alcuna alternativa. Nessuno ci ha aiutati, né i servizi sociali né le associazioni religiose. Dopo lo sgombero, abbiamo vissuto mesi terribili. La nostra storia sembrava quella di Maria e Giuseppe, quando fuggirono in Egitto per evitare di essere arrestati dai soldati di Erode". Ma Nico e suo padre non dovettero affrontare solo le difficoltà della miseria, dell'emarginazione e della vita all'addiaccio. "Quando la polizia ci ha cacciati dall'edificio," continua il musicista Rom, "ci è stato notificato il reato di occupazione abusiva di stabile privato. Il verdetto è già scritto, perché il magistrato ci condannerà alla detenzione. Non vi sarà un regolare processo, però, con diritto a un avvocato difensore. Siccome siamo stati colti in flagranza di reato, saremo processati per direttissima e non avremo alcun diritto. Il processo per direttissima, infatti, prevede che il giudice ci condanni senza neanche convocarci.

Non vedremo neanche il magistrato che emetterà il verdetto e quindi non potremo spiegare le ragioni per cui siamo entrati in quell'edificio. Un giorno, la polizia verrà a prenderci per portarci in prigione". Migliaia di donne e uomini Rom sono stati incarcerati, nel nostro Paese, in seguito al rito della direttissima e scontano pene detentive senza aver beneficiato neppure del diritto a difendersi. Nico Grancea è figlio dell'Olocausto di terza generazione. Suo nonno sopravvisse allo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau e fu condannato, come il nipote, senza aver potuto difendersi. "I processi per direttissima costituiscono una delle più gravi violazioni dei diritti umani," affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "perché negano anche la minima tutela dell'individuo di fronte alla legge. Conosciamo moltissimi casi di Rom e migranti condannati secondo quell'assurdo procedimento. Vi sono anche numerosi casi che riguardano cittadini italiani. Se vogliamo difendere la democrazia e la civiltà, dobbiamo opporci con tutte le nostre forze ai processi per direttissima. L'articolo 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, al punto 1, afferma che 'ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa'. Questo, in Italia, non avviene e il rito della direttissima consente di fatto agli agenti delle forze dell'ordine di trasformarsi in giudici di strada, annientando i diritti del cittadino a un regolare processo. Il nostro gruppo richiede l'intervento della Corte di giustizia europea perché siano abrogati tutti i riti direttissimi e vengano scarcerate immediatamente le vittime di una così macroscopica violazione dei diritti dell'imputato". Nico Grancea ha deciso, con coraggio, di restare in Italia nonostante la spada di damocle che grava sul suo capo e di affrontare il rischio di finire in carcere, anche se non si è macchiato di alcuna colpa. "Dedicherò la mia performance di Corsico a tutti i Rom e gli altri cittadini che si trovano in carcere a causa dei processi per direttissima e che hanno perso la libertà senza neanche il diritto di esprimere le proprie ragioni". L'incontro di domenica 13 luglio a Corsico si terrà presso l'Area Pozzi, in via Alzaia Naviglio Trento, dalle ore 16. La performance di Nico Grancea è prevista intorno alle 20.

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Sbatti lo 'zingaro' in prima pagina. Il caso degli otto Rom croati e le dinamiche della propaganda antizigana

Verona, 1 luglio 2008. "Otto 'zingari' croati costringono i loro bambini a rubare con stupri e torture": dinamiche della propaganda razzista - II Gruppo EveryOne e gli antirazzisti di Anne's Door hanno rivelato in diverse occasioni come la componente razzista che si è impossessata delle Istituzioni italiane sia in grado di manipolare tanto la magistratura (come dimostra una recente, scandalosa sentenza della Cassazione, che di fatto depenalizza la discriminazione razziale contro l'etnia Rom) quanto l'informazione, contando sulla complicità dei media, per istigare il popolo italiano all'odio razziale nei confronti dei i Rom. Nell'attuale frangente, in cui il governo - e segnatamente il ministro dell'interno - vengono quasi universalmente stigmatizzati a causa del progetto di schedare i bambini Rom, ecco che dalle pagine dei giornali e dal piccolo schermo, puntuale come un orologio, ci raggiunge l'ennesima notizia relativa a un crimine mostruoso, capace di sollevare lo sdegno di tutti, commesso dai "soliti" Rom. La notizia è stata divulgata capillarmente, in fretta e furia, con incredibili contraddizioni e incongruenze nelle decine di pezzi pubblicati o diffusi attraverso le radio e il piccolo schermo. Chi l'ha diffusa sentiva la necessità di uscire in contemporanea con la notizia della presa di posizione di Famiglia Cristiana contro le schedature dei Rom e le altre pratiche razziste attuate dal governo italiano e dalle istituzioni locali.

Articolo del 30 giugno 2008:

Titolo: "Minacce sessuali per costringere i figli a rubare: arrestati 8 rom croati".

Occhiello: "Insulti, botte e persino minacce di ritorsioni sessuali. Così otto rom di nazionalità croata costringevano i loro figli a compiere furti in appartamenti".

Testo: "Centinaia i colpi messi a segno dalla banda, che sfruttava i minori perché non imputabili, in tutto il nord Italia. Gli arrestati, fermati dalla polizia di Verona, girovagavano per il Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, utilizzando documenti di identità falsi e portando con sé numerosi bambini, alcuni propri figli ed altri probabilmente avuti in affido da altre famiglie. Un'attività che evidentemente dava i suoi frutti, dato che gli indagati possedevano un parco auto con a Mercedes e camper nuovissimi e avevano acquistato alcuni appartamenti in Veneto, appoggiandosi a un'agenzia immobiliare per la stipula di rogiti con nomi di copertura. La banda è stata fermata tra il Piemonte ed il Veneto, proprio mentre tre degli indagati con i rispettivi camper stavano per oltrepassare il confine italo-francese, in direzione di Bordeaux. Le accuse nei loro confronti sono di associazione a delinquere finalizzata a commettere furti aggravati in abitazione con l'induzione dei minori a perpetrarli, maltrattamenti in famiglia ed abbandono di minori.
Il Tribunale per i Minori di Venezia ha affidato sei bambini a strutture di accoglienza e, il passo successivo, sarà la revoca della potestà genitoriale".

Un analisi dell'articolo mette in luce come esso sia costruito ad arte per suscitare scandalo e presentare un popolo sotto un aspetto sinistro, immorale, non-umano. Sesso e violenza nei confronti di minori, per ridurli in schiavitù e indurli a centinaia di crimini attraverso le regioni di metà Italia. Riguardo alla presunta componente sessuale, il giornalista la rimarca sia nel titolo che nell'occhiello. Quale "storia" migliore per dimostrare al popolo italiano che la sola cura per i Rom, delinquenti sadici e incalliti, immorali e crudeli con i loro stessi bambini, è la "tolleranza zero"? Ma sgomberiamo la mente dalle nubi del pregiudizio e rileggiamo l'articolo razionalmente. Sorgono spontanee alcune domande. La prima è: se gli inquirenti avevano le prove relative ai crimini fin da gennaio (come rivelano altri articoli), perché non hanno arrestato prima la banda, salvando i bambini dalla schiavitù? Perché hanno atteso che compissero altre centinaia di furti in appartamento, passando da una regione all'altra? Le prove delle minacce e - secondo alcuni giornali - degli abusi sessuali e delle violenze reiterate sarebbero contenute in intercettazioni telefoniche. Chiederemo di ascoltare le registrazioni, ma le autorità ci risponderanno che non è possibile, per tutela della privacy dei minori. Crediamo, al contrario, che tali registrazioni non contengano gli elementi che attesterebbero il sadismo osceno dei "nomadi" tratti in arresto e che questo caso, come tanti altri, sia stato costruito a tavolino nell'àmbito della campagna razzista che è in corso e che - come dimostrato più volte - non si pone scrupoli né limiti. Lo dimostra il comportamento di quei bambini che secondo le autorità sarebbero stati torturati e minacciati di stupro se non avessero rubato e che sono stati, nel recente passato, tolti alle famiglie e affidati a strutture di accoglienza. In ogni singolo caso, i piccoli sono fuggiti alla prima occasione dagli istituti per tornare dai genitori (anche se, secondo la stampa, alcuni dei bambini non sarebbero figli legittimi dei membri della "banda", ma piccoli schiavi loro venduti. Viene da chiedersi quale bambino rifiuterebbe le coccole degli amorevoli educatori e delle pietose suore di carità per tornare di propria volontà nelle mani di spietati aguzzini? No, la storia fa acqua. Pare inoltre che gli arrestati non siano Rom, come invece sottolineato da tutti i media italiani, ma cittadini croati. Chiederemo - secondo quanto ci consente una Risoluzione del Parlamento europeo che prescrive alle autorità dei Paesi membri dell'Ue di agevolare le indagini delle organizzazioni umanitarie, nei casi di sospetta violazione dei Diritti Umani - di incontrare gli imputati per ascoltare la loro versione dei fatti e per accertare la loro nazionalità. Anche questa nostra richiesta - è cosa sicura - non sarà soddisfatta. Così rimarrà ancora una volta, nella percezione degli italiani, l'orrenda enormità della notizia e non la verità dei fatti. Alfred Breitman

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Razzisti colpiscono nelle Marche. Giovane musicista rom minacciato di morte a Fano. A Pesaro 17enne rom schiaffeggiato e allontanato dalla città

da Il Resto del Carlino, 29 giugno 2008

Rom chiede elemosina davanti all'Auchan:
"Torno fra dieci minuti e ti sparo". A Fano il ragazzo rom di 20 anni ha raccontato che un uomo gli avrebbe detto: "Devi lavorare oppure devi tornare a casa tua'' e poi la minaccia. A Pesaro un 17enne romeno, sarebbe stato insultato, schiaffeggiato e costretto ad abbandonare la città sotto la minaccia di un pestaggio più grave
Pesaro, 29 giugno 2008 - Due giovani romeni sarebbero stati aggrediti ieri a Pesaro e Fano da tre italiani. A denunciarlo è il gruppo umanitario EveryOne. Uno degli aggrediti sarebbe Nico G., 20 anni, promessa della canzone tradizionale rom, che fra qualche giorno si esibirà a Milano con il gruppo Manele Manele nel corso di un meeting contro la ziganofobia.
Il ragazzo ha raccontato agli attivisti di EveryOne che un uomo lo avrebbe minacciato di morte mentre chiedeva l'elemosina davanti al centro commerciale Auchan di Fano. ''Devi lavorare oppure devi tornare a casa tua'' l'avrebbe apostrofato l'italiano. Nico G. avrebbe spiegato che finora nessuno gli ha offerto un'opportunità di lavoro, e che fa accattonaggio per vivere. ''Sai cosa dovresti fare? Dovresti ammazzarti'' avrebbe replicato l'altro, per poi aggiungere: ''Aspettami qui. Torno fra dieci minuti e ti sparo''. Il ragazzo si è allontanato subito. A Pesaro Victor C., un diciassettenne romeno di etnia rom, sarebbe stato insultato, schiaffeggiato e costretto ad abbandonare la città sotto la minaccia di un pestaggio più grave da due italiani fra i 35 e i 40 anni. Il ragazzino, sotto choc, avrebbe deciso di tornare in Romania. Secondo il Gruppo EveryOne episodi come questi sono frutto ''di una vera e propria propaganda razziale, che istiga il popolo italiano a rifiutare l'integrazione dei rom, fomenta un'isteria di massa distruttiva, e un impulso alla purga etnica simile a quello che scatenò progrom e genocidi del passato''. L'associazione sta preparando un dossier per la Commissione europea e la Corte europea dei diritti umani con le segnalazioni di violenze e abusi subiti dai rom in Italia. Le due aggressioni denunciate da EveryOne non sono state segnalate a polizia e carabinieri, che hanno appreso la notizia dalla stampa, ma Roberto Malini, uno dei membri dell'associazione, le ha confermate, aggiungendo che anche nelle Marche ''sta montando un'insofferenza violenta nei confronti dei rom''. ''Mi sono trasferito a Pesaro - ha spiegato Malini - dopo aver vissuto a lungo a Milano. Pensavo di aver trovato luoghi più accoglienti, e invece non mi pare sia così''. Anche se, ha aggiunto, l'assessore comunale alla sicurezza avrebbe assicurato a EveryOne che non ci saranno altri sgomberi forzosi. Secondo Malini a Pesaro vivono da 35 a 40 rom. ''Li faremo conoscere alla cittadinanza in un'assemblea pubblica: fra di loro ci sono anche nipoti di nomadi rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. Potranno raccontare la storia delle persecuzioni subite dai loro nonni''. ''Ci sono pure ragazzi che fanno volontariato e dividono con chi non ha niente il poco che hanno. Dovrebbero dar loro dei premi, invece li cacciano via a calci''.

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Siamo ancora l'Italia delle leggi razziali

di Daniela Malini

Da libero 27 giugno 2008: “Basta prendere la Gazzetta ufficiale europea, 29 aprile 2008, regolamento numero 230, un testo che modifica i termini di rilascio del permesso di soggiorno. Questa norma votata dal consiglio Ue, in vigore dal 19 maggio, prevede che tutti i permessi per extracomunitari che transitano nell’Unione Europea siano corredati dalle impronte digitali («identificatori biometrici»). Anche per i bambini. Articolo 1, pagina 3: «Il rilevamento delle impronte digitali è obbligatorio a partire dall’età di sei anni». Si calcolano tre anni di tempo per consentire agli Stati membri di adeguarsi. Per la Ue è dunque legittimo che bimbi piccolissimi porgano il ditino al pubblico ufficiale per il rilevamento delle impronte. È indicata insomma la strada di una «schedatura», come chiamano i polemici la proposta Maroni, un metodo di riconoscimento a livello europeo, e che riguarda potenzialmente centinaia di migliaia di bambini del mondo”.

DEMAGOGIA PURA : NEL REGOLAMENTO 230 CITATO si parla di bambini extra-comunitari, mentre la maggioranza dei bimbi rom e sinti sono cittadini italiani o comunque comunitari.

“Quei bambini dividono il loro spazio con i topi. Tutti coloro che protestano dicano se se la sentono di consentire che oggi in Italia in questi campi i bambini convivano con i topi”

ANCORA DEMAGOGIA PURA: Il rilevamento delle impronte digitali dei piccoli non ha alcuna relazione con il miglioramento delle condizioni di vita di questi bambini. Vivono con i topi perchè la nostra società ha, da sempre, rimosso il problema della tutela dei bambini rom e degli altri nomadi. Ci si è occupati del problema solo in seguito all'aumentato afflusso di rom e rumeni dalla Romania. Prima si è colpito il popolo rumeno, creando nel Paese, attraverso una campagna politico-massmediatica, l'idea di un popolo – quello rumeno- di senza Dio orientato alla delinquenza. In seguito si è costruita l'idea panica di un popolo ancora peggiore, quello dei Rom, assassini e geneticamente orientati a delinquere e a trascurare i figli.

Siamo governati da persone incapaci, insensibili e prive di conoscenze sociologiche.
Chi ha lavorato e lavora da anni con le comunità nomadi rom o sinti, sa che i bambini sono al centro dell'attenzione della famiglia. I bimbi Sinti, ad esempio, sono amatissimi dai genitori e, oserei dire con un termini preso a prestito dalla psicologia occidentale, iperprotetti da tutto il nucleo familiare.
Ho insegnato in una scuola di Genova che accoglieva i bimbi del campo Sinti di Bolzaneto.Non dimenticherò mai le espressioni felici di Tigei, Elena, Silena.......bambini bellissimi che mi accoglievano sempre con un sorriso. Non dimenticherò mai la piccola confidenza di Tigei, che prima di disegnare il prato con la casa – come tutti gli altri bambini della classe – mi ha rivelato che la sua era una casa speciale : “posso disegnarla anche se ha le ruote?”
A dicembre tutta la classe ha creato un bellissimo presepe, dove Gesù bambino nasceva in una roulotte trainata da uno splendido modello di Ferrari. Nessun genitore – parlo del 1993- protestò per questa singolare “presepe”. Anzi, tutti i bambini ne parlarono a casa con entusiasmo: “Gesù era nato in una bellissima roulotte trainata dall'ultimo modello di “Ferrari”. Ricordo che alcuni si lamentarono, invece, di aver visto alunni sinti fuori dall'aula per alcune lezioni di recupero. “Perchè non li tenete insieme ai compagni?” protestò un genitore. Fummo noi docenti a scusarci, spiegando che si trattava di sporadici interventi di rinforzo linguistico.
Come sono cambiate le cose da allora!
Abbiamo accolto nelle nostre aule i diversamente abili, l'Italia dagli anni '70 in poi è stata un'officina sperimentale, un modello di integrazione scolastica per tutto il mondo.
Ma cosa ci sta succedendo? Italiani, svegliamoci! Non siamo un popolo razzista. Adottiamo i nostri fratelli meno fortunati, che oggi vivono nella paura di perdere quel poco che hanno. Che fine ha fatto la carità cristiana? Non dovrebbero oggi le associazioni di volontariato cattoliche trovarsi tutte vicine ai fratelli in difficoltà? E dove sono i compagni ? Che fine hanno fatto gli ideali della nostra migliore sinistra? Dove sono le suore, i preti, gli scout? Dove sono gli studenti? E le associazioni di genitori? Dov'è finita la coscienza buona di questo straordinario Paese?
I rom sono solo l'inizio. Poi, sempre per motivi di sicurezza, verranno identificate altre categorie di persone. Già nel suo precedente mandato il ministro aveva istituito un numero verde per denunciare tutti quei docenti che si fossero espressi, a scuola, contro il governo. Non credo di ricordare male, ma non ricordo che fosse mai avvenuta una cosa simile.
E se non fosse, questa di Maroni, tutta una strategia per farci buttar fuori dall'Europa?Immaginate un po' il nostro Paese senza il controllo dell'unione Europea!
Non pensiamo ragioniamo storicisticamente, vedendo la storia come un processo. Noi siamo ancora il nostro passato. Noi siamo ancora l'Italia delle leggi razziali. Fanno parte della nostra identità anche se ci sembravano del tutto superate. Il presente è anche il passato. Vive nel passato. Solo riconoscendo la nostra parte malata possiamo avere gli strumenti – la democrazia e la legalità- per tentare una guarigione. Ma teniamo sempre, sul comodino, i farmaci salvavita.

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Decreto Sicurezza: siamo scivolati in un regime poliziesco

Paolo Beni, presidente nazionale Arci, è autore di una nota riguardante l’approvazione al Senato del decreto sicurezza, che Paolo definisce giustamente "uno strappo allo stato di diritto e alla nostra democrazia". Siamo completamente d'accordo e riteniamo che solo se troveremo il modo di fare annullare il provvedimento, portando la sua iniquità all'attenzione delle Istituzioni internazionali, potremo dire di vivere ancora in uno stato di diritto. Non va sottovalutato, inoltre, il potenziamento di un'altra pratica antidemocratica e lesiva dei diritti basilari della persona: l'istituto del processo per direttissima, che di fatto toglie all'imputato colto in flagranza di reato (attestata da quelle stesse autorità che si macchiano di ogni abuso) ogni diritto alla difesa. Recita l'articolo 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, al punto 1: "Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa". I processi per direttissima, al contrario, prevedono la condanna di un individuo, anche incensurato, solo in base alla parole di un pubblico ufficiale, senza che l'imputato veda il magistrato che lo condanna né un avvocato difensore. E' un istituto di tipo fascista che purtroppo esiste da tempo in Italia e che ora verrà applicato con frequenza sempre maggiore, trasformando anche il più corrotto e violento degli uomini in divisa in un "giudice di strada" contro cui non esiste alcuno strumento giuridico. Siamo in uno stato di polizia, in un regime che progressivamente toglie alla cittadinanza ogni garanzia costituzionale e reprime i giusti moti antifascisti e antirazzisti con un braccio sempre più forte e al di sopra della democrazia e della giustizia. Roberto Malini

Dichiarazione di Paolo Beni, presidente nazionale Arci

Roma, 24 giugno 2008. Con 166 voti a favore questa mattina il Senato ha approvato il Decreto Sicurezza. Via libera quindi all’esercito nelle città, all’aggravante della clandestinità che comporta pene maggiori nel caso di reati commessi da stranieri non in regola col permesso di soggiorno, alla norma “blocca processi”.
Su questi provvedimenti l’Associazione nazionale magistrati e illustri giuristi hanno espresso forti perplessità e in particolare degli ultimi due si è messa in discussione la legittimità costituzionale e la compatibilità con la normativa comunitaria. Il Csm ha rinviato il proprio parere sull’emendamento blocca processi “per ragioni di opportunità” date le tensioni istituzionali seguite alle indiscrezioni che ne anticipavano il giudizio negativo. Si tratta infatti del punto più contestato del decreto, che rende possibile anche la sospensione del processo Mills, nel quale Berlusconi è imputato per corruzione. L’emendamento avrà effetti negativi sull’intero sistema giudiziario. L’Anm ha calcolato che saranno più di centomila i processi che verranno sospesi in virtù di questa norma. Tra questi, i processi per le violenze alla Diaz e a Bolzaneto, ormai giunti alla vigilia della sentenza.
Il governo ha cercato di giustificare la sospensione dei processi come una necessità per accelerare i procedimenti relativi ai reati più gravi e recenti. In realtà questo provvedimento colpirà innanzitutto gli imputati innocenti, che hanno tutto l’interesse a una rapida definizione del processo, e le parti civili economicamente più deboli. Lascerà senza giustizia le tante parti offese, comporterà un alto numero di prescrizioni e determinerà l’ulteriore congestione di tribunali e cancellerie.

Conseguenze gravissime, sul piano culturale e giuridico, avranno le norme che prevedono l’aumento di pena per gli irregolari e la procedura di espulsione per le pene superiori ai due anni. Si stabilisce in questo modo un doppio livello giuridico, incompatibile con il principio universale della responsabilità penale che non può essere manipolato a seconda della nazionalità. Il divieto di affitto agli stranieri non in regola col permesso di soggiorno viola la nostra Costituzione che riconosce il diritto di tutti i cittadini ad un’esistenza dignitosa, così come prevede anche la Carta dei diritti dell’Unione europea che parla di “diritto all’assistenza abitativa”. Si trasformano i Centri di detenzione in vere e proprie galere, dove, senza assistenza legale, si può restare rinchiusi fino a 18 mesi. Si afferma de facto il principio che la giustizia non è uguale per tutti.

Infine, il via libera ai 2500 militari nelle città “a maggior rischio” è con tutta evidenza una misura tanto demagogica quanto priva di qualsiasi efficacia. Siamo uno dei paesi europei con il rapporto più alto tra numero di abitanti e agenti di polizia. Già in molte città, come Roma, ai vigili urbani vengono assegnati anche compiti di ordine pubblico. Ci sono quindi tutte le condizioni perché queste funzioni vengano svolte da chi è delegato a farlo per legge e davvero non si capisce quale ruolo aggiuntivo dovrebbe svolgere l’esercito. Lo scopo è evidentemente quello di convincere l’opinione pubblica che esiste uno stato di emergenza, una guerra interna - in cui il nemico è lo straniero irregolare - che va fronteggiata con strumenti eccezionali. Il messaggio che si vuole veicolare è quello dell’eccezionalità del momento, che giustificherebbe gli strappi allo stato di diritto e alla nostra Carta Costituzionale, per militarizzare la vita pubblica e muovere all’attacco dei diritti. Oggi quelli degli stranieri, domani quelli dei più deboli, dei diversi, di chi non si rassegna al presente.

Paolo conclude la sua nota citando Primo Levi: «E' ora quindi che parliate tutti voi che amate la libertà, tutti voi che amate il diritto alla felicità, tutti voi che amate dormire immersi nel vostro privato sogno, è ora che parliate o maggioranza muta! Prima che arrivino per voi».

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Riflessione sulle violenze che hanno colpito la famiglia Covaciu a Milano

di Andrea Vigni

Gli episodi di ordinaria, brutale repressione e intimidazione subiscono una paurosa accelerazione in senso "cileno": ricordiamo Pinochet?.
I questurini che hanno pestato Stelian non sono schegge impazzite, frangia deviata della polizia di una repubblica civile: sono perfettamente organici al disegno repressivo di questo governo che aspira a diventare compiutamente una dittatura. In altre parole, nella violenza di stato, c'è chi fa il lavoro sporco e chi mostra il volto legalitario dello stato di diritto. La cancellazione di fatto delle garanzie costituzionali è un processo in atto molto più avanzato di quanto noi stessi siamo disposti a renderci conto.

Le prove generali di questo iter cominciano dalle fasce sociali più vulnerabili, alla caccia di consenso nel peggiore qualunquismo piccolo-borghese, ma, se non fermate a tempo da un movimento di massa, finiscono presto per colpire ogni forma di opposizione e di diversità sociale, politica, etnica, religiosa. Quindi ben vengano gli appelli e le denunce, più che giusto percorrere tutte le vie giuridico-istituzionali per frenare il fenomeno, ma non basta, bisogna fare di più: costruire opposizione sociale di massa, che è l'unica via democratica ed efficace di difesa. In questo senso Milano ha dato un confortante segnale d'inizio di costruzione di un'opposizione sociale di massa con il meeting e la manifestazione antirazzista del 13-14 scorso in Barzaghi-Triboniano. Nell'organizzazione politica nella quale milito, il Partito Comunista dei Lavoratori, si sta cominciando a porsi seriamente il problema, nell'ambito più vasto della "sicurezza", per capire e proporre le scelte e le azioni da mettere in atto. Pensiamoci tutti, con i piedi nella realtà e senza nasconderci il disastro culturale e istituzionale in cui è precipitato questo paese e, possibilmente, prima che sia troppo tardi.

Nella foto, Augusto Pinochet.

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"Italians" e il Corriere denunciano mega-ville Rom abusive, macchinoni e scorribande di 'zingari' intoccabili: è la verità o sono solo pregiudizi?

In data 15 giugno, il Corriere della Sera Online pubblica nella rubrica "Italians" la lettera di S. G., che difende - forse inconsapevolmente - l'ondata persecutoria che colpisce i Rom in Italia. "Siamo razzisti." si chiede la lettrice, "se abbiamo paura di questa gente che ci deruba e si approfitta di noi?". "No, questa non è una lettera razzista," le risponde il giornalista Beppe Severgnini, giustificando pubblicamente la serie di accuse che la lettrice rivolge - basandosi su una sua presunta esperienza personale - all'intero popolo Rom. Un utente di Anne's Door ci ha contattato, manifestando indignazione sia per il contenuto della missiva che per la risposta lapidaria. Pubblichiamo qui di seguito la lettera, seguita dalla risposta del giornalista. Contemporaneamente, abbiamo chiesto all'autrice del testo, che innegabilmente manifesta paura e ostilità nei confronti di un'intera razza e non solo verso gli ipotetici autori degli abusi descritti, di comunicarci la località e l'indirizzo presso cui sarebbero edificate le "mega-ville rom" con i macchinoni e gli 'zingari' intoccabili dalle autorità. Nel caso la lettrice o il giornalista ci rispondessero, effettueremo una verifica dei fatti descritti e le opportune controindagini, di cui vi riferiremo i particolari. Se le mega-ville, al contrario, risultassero un'invenzione, ci troveremmo di fronte a un'operazione razzista di enorme gravità.

1) Ville di rom e furti (Lettera al Corriere di S. G., 15 giugno 2008)

Caro Beppe, vorrei riportare la mia piccola esperienza. Vivo vicino a 3, 4 ville di rom (o zingari, si può dire?), ville che tutti sanno essere abusive. La distanza è di circa 200 metri. Bene, da quando abitiamo qui, io e i miei vicini siamo stati visitati numerose volte dai ladri, prima ovviamente di mettere tutti il nostro bravo allarme. Le tracce delle scarpe e delle mani sporche indicavano che erano bambini. I carabinieri non hanno ovviamente fatto niente. Che io sappia ci sono stati almeno 4 furti compiuti e molti altri tentativi. I miei vicini di casa a volte si trovano la rete piegata perché c'è qualcuno che entra e si fa dei giretti nei nostri giardini mentre noi ce ne stiamo tranquilli a letto. Un mese fa il mio vicino ha sopreso un ragazzo nei garage, settimana scorsa la mia vicina ne ha visto un altro scavalcare. Allora: siamo razzisti se ce l'abbiamo con questa gente? Tutti sanno che sono loro, tutti sanno che i loro figli vanno a scuola e non pagano né bus, né buono mensa perché sono nullatenenti. Tutti vedono che hanno le mega-ville e i macchinoni. Siamo razzisti se vogliamo che la smettano di passeggiare nei nostri giardini anche quando siamo in casa? Io mi sento violata! Mi sento insicura, metto l'allarme se lavoro fino a tardi, anche se sono sveglia. Abbiamo tutti un po' paura. E' essere razzisti? S. G.

2) La risposta di Beppe Severgnini

No, questa non è una lettera razzista. E' una lettera sensata e preoccupata. Chi sostiene il contrario vive al sicuro, e non capisce. Oppure capisce e fa finta di niente, ed è pure peggio.

3) La nostra e-mail a S. G.

Gentile S. G., sono Roberto Malini del Gruppo EveryOne. Abbiamo letto la Sua lettera al Corriere Online e la risposta del giornalista Beppe Severgnini. Le accuse che Lei rivolge ai suoi vicini Rom e in generale all'etnia Rom sono gravi. Il nostro Gruppo lavora con molta serietà nell'àmbito della tutela del popolo Rom nei confronti di operazioni razziste. Non mettiamo in dubbio la buona fede Sua e di Beppe Severgnini, tuttavia desideriamo verificare l'esistenza delle mega-ville Rom abusive, dei macchinoni nonché i comportamenti da Lei ascritti ai Rom Suoi vicini, che ci paiono poco verosimili e piuttosto frutto di stereotipi. La preghiamo di comunicarci la località e l'indirizzo dove sorgono gli edifici da lei descritti e abitati dai poco raccomandabili Rom di cui parla la Sua lettera. In base alle Sue informazioni, effettueremo controindagini con scrupolo e obiettività, promettendo fin da adesso di divulgarne correttamente gli esiti. In fede, Roberto Malini, Gruppo EveryOne

4) La risposta della lettrice

L'autrice della lettera ha risposto alle mie domande, confermando che il testo inviato al Corriere si basava solo su voci e supposizioni. "Io riporto le notizie che circolano," mi ha scritto, "tra cui anche il fatto che i carabinieri stessi hanno paura ad andare da quelle parti. Saranno anche voci di popolo, ma un fondo di verità c'è.Se per caso saltasse fuori che i miei vicini sono onesti cittadini sono pronta a scrivere una lettera di scuse a caratteri cubitali e a cambiare prontamente idea su di loro. Dove ho indicato - località che La prego di mantenere riservata, poiché è la mia residenza - sorgono alcuni accampamenti, tra cui le ville abusive di cui mi è stato detto. Io ci passo sempre e che siano abusive me l'hanno detto persone che bazzicano in comune. Ma questo è il minore dei mali. Il fatto fastidioso è che ci sia gente, bambini o ragazzini, che vanno in giro a controllare le case degli altri. A proposito di stereotipi, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate dei neonati e bambini piccoli che fanno accattonaggio sulla metropolitana di Milano. A meno di non essermeli sognata, ne vedo davvero tanti tutti i giorni. Io vorrei fare qualcosa, non tanto perché mi danno fastidio come potrebbero sospettare i soliti accusatori di razzismo, ma quanto perché non trovo giusto che un neonato si faccia ore in giro in metropolitana o che un bambino non vada a scuola. In questo modo non si uscirà mai dalla spirale in cui siamo, gli zingari di qualsiasi etnia continueranno ad essere visti male e questi bambini non avranno un grande futuro davanti a loro e non potranno integrarsi. Cordialità, S.G."

5) Le nostre considerazioni

Conosciamo bene l'insediamento Rom cui Lei si riferisce e possiamo assicuraLe fin da adesso che le ville da lei citate non appartengono a Rom, ma a cittadini italiani residenti nel Suo paese. Sono vicine al campo Rom, ma non appartengono ad esso. Né le ville né i macchinoni! Purtroppo, invece, l'insediamento, che non è abusivo ma è a rischio di sgombero, è abitato da famiglie in estrema indigenza e non da criminali. Diversi episodi di razzismo hanno colpito la piccola comunità della Sua cittadina. Se Lei vincesse il pregiudizio e si recasse presso quelle famiglie, sarebbe accolta con molta gentilezza e Le sarebbero spiegate le tragiche difficoltà in cui l'emarginazione le pone. Nel nostro Gruppo vi sono alcune donne, anche giovani, che visitano regolarmente, anche da sole, i campi e gli insediamenti Rom. Non si deve avere paura di quel popolo, che è molto pacifico ed ha in odio la violenza. Le solite voci riferiscono di rapimenti da parte degli 'zingari' di bambini italiani, ma dal 1899 ad oggi, nessun Rom è mai stato condannato per ratto di minore. I dati del Viminale dimostrano come la criminalità Rom sia assai poco rilevante nel contesto della criminalità in Italia, mentre la paura, dettata dalla propaganda razzista, ha scatenato una vera e propria "caccia al Rom" in tutta Italia. Persino l'omicidio di Giovanna Reggiani, che la stampa ha attribuito a un Rom, fu commesso da un romeno-tedesco di etnia Bunjas (lontanissima da quella Rom): Romulus Mailat. Oltretutto, vi sono molte ombre che caratterizzano le indagini relative a quel caso e la dinamica stessa dell'evento. Può credermi senza alcun dubbio se affermo che i Rom in Italia hanno quale obiettivi primari un lavoro e una casa per le loro famiglie, ma attualmente è impossibile collocarli sul mercato del lavoro, a causa del pregiudizio. Noi stessi stiamo cercando di aiutare più di 100 adulti Rom a trovare un'occupazione e un alloggio, ma le porte del lavoro sono chiuse per loro, nonostante le importanti referenze che mettiamo a loro disposizione. La mendicità è figlia della povertà. I bambini Rom vengono accettati solo raramente a scuola (nel Suo paese, per esempio, numerosi bambini frequentano la scuola dell'obbligo) e anche in quei pochi casi, sono oggetto di gravi discriminazioni da parte di insegnanti e compagni. I bambini giudicano in base ai discorsi che ascoltano nel loro ambiente familiare. Ma anche quando vengono iscritti, devono rinunciare alla frequenza scolastica dopo che le loro famiglie vengono sgomberate, il che avviene quasi quotidianamente, per quanto riguarda i piccoli insediamenti. Nessun sussidio né diritto all'alloggio è riconosciuto alle famiglie Rom. La speranza di sopravvivenza dei Rom in Italia è di 35 anni, contro gli 80 degli italiani: fame, freddo, incuria, emarginazione li uccidono. La mortalità dei bimbi Rom è 15 volte superiore a quella degli italiani. Sono dati veritieri, agghiaccianti e potrei continuare a lungo, ma credo che possa bastare per renderLe l'idea della persecuzione che ha luogo in Italia, purché Lei voglia leggere queste righe dopo aver abbandonato ogni pregiudizio, cosa che fanno in pochi. A Sua diposizione per ulteriori risposte, Roberto Malini

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Lettera aperta a Xavier Jacobelli, direttore responsabile de "Il Resto del Carlino"

Pesaro, 9 giugno 2008.

Egregio Direttore Xavier Jacobelli, ieri pomeriggio mi trovavo a colloquio, durante una manifestazione contro il razzismo a Roma, con alcuni eurodeputati, personalità della cultura e personalità rappresentative della società civile, fra cui Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz. Fra i vari argomenti, abbiamo discusso anche del sondaggio promosso dal Resto del Carlino e riguardante i Rom. L'indignazione di tutti è stata grande, perché un sondaggio mirato a definire pubblicamente il grado di indesideratezza di una minoranza etnica ci ha ricondotti a tempi bui. Il professor Saimir Mile, una delle massime autorità mondiali riguardo alla Storia e alla cultura del popolo Rom ha espresso disappunto in riferimento al Vostro sondaggio, affermando giustamente che "non si sa da dove venga l’informazione secondo la quale quale 'le segnalazioni alle forze dell ordine si moltiplicano', ma affermarlo pubblicamente - per di più senza giustificarlo - è di per sé una risposta alla domanda del sondaggio e un'induzione alla risposta da parte dei lettori. Spero che lo scopo non sia la crescita dell'antiziganismo". Così si semina odio, così si incendiano gli animi già aizzati da una lunga campagna mediatica di stampo razzista che è oggetto di discussione sia presso il CERD che presso la Commissione europea, che assumeranno presto nuovi provvedimenti nei confronti dell'Italia. Le scriviamo augurandoci che l'infelice idea del sondaggio sia stata l'iniziativa di un redattore inesperto, senza cultura dei diritti umani e che di conseguenza esso sia cancellato. Siamo anche disponibili a incontrare Lei o un vostro giornalista e commentare con Voi, per il quotidiano, il sondaggio, riportando le opinioni nostre e di altre personalità. Nessuno ha diritto di sottoporre a pubblico giudizio un'etnia già discriminata, come attestato da Risoluzioni e Direttive Ue. Così si gettano nuovi semi d'odio. La piccola comunità Rom di Pesaro, poi, è composta da nuclei familiari di Rom fuggiti da fame e povertà e giunti qui per cercare lavoro, integrazione e scolarizzazione per i bambini. Il Gruppo EveryOne li sta seguendo direttamente, li ha condotti ai servizi sociali e sta cercando di presentare la loro realtà e la loro storia alla popolazione. Abbiamo anche avviato un progetto di accesso al lavoro proprio per loro e naturalmente gli articoli della stampa locale, assolutamente disinformati e tendenziosi, non aiutano alcun programma. I Rom di Pesaro sono di antica origine romena. Il più anziano ha subito la persecuzione sotto Ceausescu ed è in Italia da dodici anni. Ha pulito le strade di Torino ed è stato capomastro. Oggi mendica, è in pessimo stato di salute (dimostra 80 anni, ne ha 51) e nessuno offre né a lui né ai suoi figli un'opportunità. La piccola comunità Rom di Pesaro è una realtà etnica discriminata la cui realtà e seguita da Istituzioni europee e internazionali; l'evoluzione del processo di integrazione che la riguarda (e che per ora non è favorito in alcun modo dall'ambiente) è da noi favorito e monitorato, quale caso esemplare riguardante un micro-insediamento in Italia. Tengo inoltre a sottolineare che la repressione dei poveri rappresenta sempre una via facile per ottenere il plauso delle masse istigate al razzismo da politici e media. E' facile prendersela con pochi esseri umani affamati e in difficoltà, mentre la criminalità organizzata, la politica corrotta, la droga muovono miliardi di euro di denaro macchiato di sangue, non certo i pochi spiccioli dell'elemosina che Rom e senzatetto raccolgono tendendo una mano aperta verso i passanti. La gioventù di Pesaro - come la maggior parte della gioventù della provincia italiana - è afflitta da droga e, moralmente, da una profonda crisi di valori etici, sociali e religiosi. Sono questi gli avversari da debellare. E noi siamo convinti che vi sia vi è speranza. Abbiamo visto un sacerdote, a Pesaro, cacciare un mendicante - immagine di Cristo, nella sua religione - dalla soglia di una chiesa. Ma abbiamo assistito anche alle proteste spontanee, di fronte a quel gesto, di un gruppo di adolescenti: "E' solo un povero, perché non lo lascia stare lì?" hanno rimproverato il prete. Un po' di luce nella tenebra più nera... e noi troviamo ogni giorno la forza di mantenerci dalla parte di chi soffre e non di chi corrompe i termini "legalità", "sicurezza" e "giustizia" rendendoli sinonimo di "persecuzione". Roberto Malini - Gruppo EveryOne


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Manifestazione dei rom e dei sinti contro il "genocidio culturale"

da Liberazione, di Laura Eduati

Non parteciperà l'Opera Nomadi, né rappresentanti di rilievo come Kasim Cizmic, delegato del Forum rom e sinti del Consiglio d'Europa: «Siamo completamente solidali con la manifestazione», spiega Cizmic, rappresentante dei rom di origine yugoslava presenti nel territorio romano, «ma avremmo preferito una festa e non un corteo di natura politica»

8 giugno 2008
Non parteciperà l'Opera Nomadi, né rappresentanti di rilievo come Kasim Cizmic, delegato del Forum rom e sinti del Consiglio d'Europa: «Siamo completamente solidali con la manifestazione», spiega Cizmic, rappresentante dei rom di origine yugoslava presenti nel territorio romano, «ma avremmo preferito una festa e non un corteo di natura politica».
I rom romani come Kasim sono impegnanti ad un tavolo voluto dal sindaco Alemanno, chiedono maggiore integrazione e l'apertura, ad esempio, di mercatini dove i rom possano vendere materiale riciclato. Per il momento esiste soltanto quello di via Longoni. Cizmic teme che un corteo anti-governativo possa, insomma, inficiare le trattative con le istituzioni: «Sediamoci tutti insieme e troviamo delle soluzioni pacifiche», conclude.
Eppure pesa lo sgombero dell'insediamento al Campo Boario, avvenuto venerdì mattina dopo che il prefetto Mosca aveva assicurato la sospensione degli sgomberi a Roma. Le centoventi persone cacciate a Tor Vergata, tutti cittadini italiani con bambini scolarizzati, lamentano la mancanza di servizi nella nuova area che l'ammnistrazione promette sarà «temporanea».
A prendersi carico del censimento di rom e sinti romani sarà la Croce Rossa, una soluzione certo più morbida di quella milanese che impiega agenti delle forze dell'ordine. «Una cosa incredibile» commenta Valdimiro Torre, sinto giostraio di Reggio Emilia del Comitato rom e sinti insieme: «Il censimento potrà essere utile per fare chiarezza su quanti rom e sinti vivono in Italia o per dare la residenza a quanti vivono nelle roulotte, ma speriamo che non venga usato dalle amministrazioni in modo negativo». E comunque, sottolinea Torre, «si sarebbero dovuti usare dei mediatori culturali».

 


Rimane un mistero la sorte dei rom in Italia da generazioni ma sprovvisti di cittadinanza italiana in quanto non si sono mai registrati all'anagrafe o, scampati dalla guerra yugoslava, non hanno mai acquisito alcuno status. Maria è uno di loro: nata a Tivoli da genitori serbi, oggi si è affrancata dal campo e vive in una casa col convivente rumeno e tre figli. Negli ultimi tempi Maria teme per la sua famiglia: «Ho paura di dire che sono rom, guardo il telegiornale e penso che l'Italia è diventata razzista, voglio continuare ad avere un buon rapporto con i miei vicini perché sono onesta e pulita». Ad Alemanno vorrebbe chiedere di smettere con gli sgomberi e di dare la possibilità ai rom di vivere nelle case «come accade con i miei parenti a Bergamo». Ieri il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato ha reso pubblico l'arresto di un «clandestino» domiciliato nel campo di Martirano. Il censimento potrebbe servire anche a questo.
L'intolleranza si allarga a macchia d'olio e nei giorni scorsi ha colpito, letteralmente, una sedicenne rom al sesto mese di gravidanza che chiedeva l'elemosina sul lungomare di Rimini. Un quarantenne si sarebbe alzato dal tavolino di un bar e le avrebbe dato calci sulla schiena insultandola pesantemente. Secondo quanto riferito dagli attivisti di Everyone, N.S sarebbe tornata in treno a Pesaro nella fabbrica abbandonata dove vive con il marito e soltanto ieri mattina si è recata all'ospedale San Salvatore dove le sono state riscontrate grosse ecchimosi e uno stato di choc guaribili in dieci giorni. «Un pestaggio razzista» denuncia il gruppo.
La manifestazione di oggi è ricca. Il raduno è previsto a mezzogiorno accanto al Colosseo, verso le 16 partirà il corteo che si concluderà proprio nell'ex Campo Boario, itinerario che era già stato deciso prima dello sgombero. Al Villaggio Globale si riuniranno rappresentanti e associazioni per dare il via ad una Consulta romanì e creare una rete informatica contro il razzismo a mezzo stampa. Dalle ore 20 il festival antirazzista, musica e balli con Alexian.

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Domenica 8 giugno, corteo Rom per aiutare l'Italia a uscire dalla deriva razzista. Dedicato anche alla giovane romnì Neli, prossima mamma e vittima a Rimini di un pestaggio razzista

Domenica 8 giugno si terrà a Roma il Corteo dei Rom, organizzato da Thèm Romanò in collaborazione con il Gruppo EveryOne, il Comitato del Casilino 900 e decine di organizzazioni per i diritti del popolo Rom. La manifestazione, che inizierà con il raduno (dalle 12 alle 16 in piazza del Colosseo, lato Fori Imperiali) e si concluderà con il "summit" delle organizzazioni per i Diritti Umani al Villaggio Globale del Foro Boario, vede per la prima volta una nutrita rappresentanza di famiglie Rom manifestare contro l'esclusione, la discriminazione razziale, la persecuzione e gli abusi istituzionali che colpiscono i Rom in Italia. "E' in corso una campagna razzista che presenta la gente Rom come una razza dedita ad attività malavitose," dichiarano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "mentre si tratta, in realtà, di insediamenti composti da famiglie colpite da un pregiudizio razzista così radicato da causarne l'emarginazione totale dalla società italiana. Negli ultimi mesi si sono verificate decine di aggressioni nei confronti dei Rom, che hanno provocato una serie di tragici eventi, fra cui la morte di bambini in fasce. Inoltre atti violenti, stupri di ragazze 'zingare' senza rifugio, epidemie, tentati suicidi. La persecuzione ha posto le basi di una catastrofe umanitaria. Il nostro Gruppo ha denunciato al Parlamento europeo e alle Nazioni unite una sequenza impressionante di abusi istituzionali nei confronti dei Rom, sollevando l'allarme riguardo a 70 mila Rom, fra cui 40 mila bambini, che il prossimo inverno si troveranno in pericolo di vita, quando la temperatura scenderà sotto lo zero e non avranno riparo". Il Corteo dei Rom è sostenuto da decine di personalità della politica, della cultura, dello spettacolo, da testimoni dell'Olocausto ed ex-partigiani.

"Il motto con cui parteciperemo all'evento," commentano i leader del Gruppo EveryOne, "è: 'Siamo tutti Rom'. Sfileremo fianco a fianco con Santino Spinelli e centinaia di Rom che chiedono giustizia e rispetto delle leggi internazionali che tutelano il loro popolo. L'8 giugno è un anniversario importante: l'istituzione a Monaco dell'Ufficio Centrale contro la Piaga Zingara, nel 1936. L'Ufficio Centrale istituì un censimento del popolo Rom nel territorio del Reich, avviò sgomberi e una politica di 'tolleranza zero'. La stampa propagandistica sollevò un grande allarme popolare, presentando i Rom come malavitosi, truffatori, ladri e rapitori di bambini. Nonostante l'indignazione di sopravvissuti all'Olocausto come Piero Terracina, Nedo Fiano e Tamara Deuel, che hanno paragonato l'attuale persecuzione dei Rom agli anni delle leggi razziali, l'Italia prosegue sulla via di una purga etnica di inaudita ferocia". Contemporaneamente all'iniziativa di Roma, a Parigi, Londra e in altre città europee si formano comitati di attivisti che si preparano a dare vita a sit-in e a partecipare alla campagna per i diritti dei Rom perseguitati in Italia. "Poco prima di che scrivere questa nota per la stampa," conclude Roberto Malini di EveryOne, "abbiamo assistito Neli S., una ragazza Rom che vive a Pesaro. La giovane, che ha sedici anni ed è al sesto mese di gravidanza, è stata aggredita ieri sera, venerdì 6 giugno, a Rimini, nei pressi di un bar sul lungomare, da un italiano. Chiedeva l'elemosina ai turisti seduti ai tavoli, quando un uomo sui quarant'anni si è alzato, le ha rivolto insulti razzisti e l'ha colpita sulla schiena con poderosi calci. Nessuno dei turisti né dei passanti ha protestato e l'aggressore è tornato a sedersi al tavolino come se niente fosse. La giovane, dolorante e sotto shock, è tornata a Pesaro. Ha passato la notte con il marito e la famiglia sdraiata su una coperta, in una fabbrica abbandonata. Al mattino, però, le sue condizioni si sono aggravate. Fortunatamente il Gruppo EveryOne segue con attenzione la piccola comunità Rom di Pesaro e il marito, Nico G., mi ha telefonato. La ragazza è stata visitata presso l'ospedale San Salvatore di Pesaro, dove le sono stati riscontrati i segni del pestaggio. Fortunatamente la gravidanza non ha subito conseguenze e Neli, a parte i forti dolori e lo shock, sta bene. Questo ennesimo episodio di intolleranza e violenza contro i Rom in Italia, però, è sintomatico della condizione cui sono costretti. La stampa, con la sua irresponsabile campagna improntata all'odio razziale, è in gran parte colpevole dell'indifferenza del popolo italiano di fronte ad atti di criminale pregiudizio, che vedono persone Rom considerate alla stregua di animali, come avvenne ad ebrei, 'zingari' e gay durante l'Olocausto".

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Assemblea antirazzista a tutela dei Rom: autodifesa, tutela dei diritti umani, organizzazione

Sulla base dell’appello del Comitato Antirazzista milanese, si è svolta il 25 maggio una prima assemblea inter-regionale con una folta rappresentanza di organizzazioni degli immigrati (rom di “via Adda non si cancella”, filippini dell’associazione LAMPADA, Srilankesi del fronte di liberazione JVP, comitato di lotta ex-detenuti di Corelli, delegati di cooperative lodigiane) sostenuti da un centinaio di antirazzisti da Milano, Torino, Lodi, Crema, Pavia, Varese, Bergamo, Rovereto e Bologna.

La decisione fondamentale, su proposta delle comunità rom milanesi, è stata quella di promuovere una manifestazione-meeting per le giornate del 13-14 giugno. Si è individuato il campo “regolare” di Barzaghi-Triboniano (oltre 700 abitanti) come situazione emblematica per sviluppare il percorso di unità e autodifesa che ci proponiamo.
Il campo in questione è uno dei più grandi a livello europeo ed è sottoposto ad un regime semi-carcerario e ricattatorio dettato dal “patto per la legalità” imposto ai rom dalla Casa della carità, oltre che oggetto di continue incursioni poliziesche ormai quotidiane

Nei prossimi giorni, anche sulla base di assemblee nelle varie comunità rom, verrà elaborato un programma più dettagliato della scadenza e ulteriori strumenti preparatori.
I contenuti centrali della manifestazione in ogni caso sono stati individuati su questi tre punti:
1) Contrapposizione al pacchetto sicurezza del governo Berlusconi

2) Autodifesa contro violenze di stato e fasciste verso i rom, tutti gli immigrati

3) Autorganizzazione e unità proletaria contro razzismo, sfruttamento, povertà e repressione

L’urgenza di una risposta immediata contro la deriva securitaria, razzista, e neo-fascista che attraversa l’Italia, si combina con la necessità di un lavoro sul lungo periodo e su diversi piani.
In particolare sono emersi i seguenti obiettivi su cui cercare di costruire piani di lavoro concreti
- Intervenire stabilmente nei quartieri a maggiore presenza immigrata, o nei pressi dei campi rom, con il duplice obiettivo di stimolare il protagonismo degli immigrati e di sottrarre terreno politico ai razzisti. Il lavoro di contro-informazione capillare è decisivo per fronteggiare i contenuti dell’impressionante campagna diffamatoria e xenofoba dei mass-media nazionali, che tende a far presa anche tra i proletari italiani.

- Rafforzare le reti territoriali militanti capaci di monitorare permanentemente le azioni fasciste, sia propagandistiche che militari, che tendono a diffondersi in tutta Italia e di contrastarle concretamente.

- Aprire un intervento politico e sindacale in alcuni luoghi di lavoro cardine e simbolo del super-sfruttamento a cui i lavoratori immigrati sono sottoposti, come per esempio, nel caso di Milano, l’ortomercato, i cantieri della metrò o quelli di Expo-2015.

In questo senso è fondamentale il coinvolgimento attivo del sindacalismo di base, anche a partire dalla chiara presa di posizione dell’assemblea nazionale del 17 maggio a Milano

- Rendere stabile il coordinamento politico-organizzativo fra i militanti di una campagna che ci proponiamo di estendere a livello nazionale, sulla base dei contenuti dell’appello di convocazione e che verrà tradotto in tutte le lingue (si cercano volontari competenti)

In questo senso è stato individuato come strumento elementare di raccordo la creazione di un “blog” utile per rendere più fluida la comunicazione e il dibattito interno, oltre che per la preparazione delle scadenze pubbliche.

Altri appuntamenti previsti

Mercoledì 28 Maggio, ore 19 al Conchetta, riunione del Comitato Antirazzista milanese per cominciare a dettagliare un piano di lavoro, dando centralità alla preparazione del 13-14 giugno
Domenica 1 giugno, a Bologna: presenza all’assemblea indetta dal Coordinamento migranti di Bologna contro il pacchetto sicurezza
Lunedì 2 giugno: Manifestazione a Trento, per contestare la conferenza di Maroni.

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Roma, 8 giugno: corteo contro la persecuzione dei Rom in Italia

 

Dopo l'ultimo delitto crudele della mistificazione e della calcolata disinformazione non si può più restare in silenzio, occorre agire, questo silenzio è assordante e colpevole. C'è un'oscura connivenza tra una parte del giornalismo italiano, una parte delle forze dell'ordine, una parte della politica italiana per giustificare un'incivile repressione. Il 1° Giugno le Associazioni Rom e Sinte in Italia e le associazioni di volontariato, gli artisti, gli intellettuali e le persone di buon senso organizzano a Roma un corteo di protesta civile. Aderite e fate aderire prima che sia troppo tardi!! Occorre ribadire alcuni concetti che vengono mistificati. Tutti credono che i Rom siano solo stranieri. Non è vero!, infatti l'80% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono cittadini italiani. Tutti credono che i Rom sono nomadi. Non è vero!, Infatti la maggior parte di quelli presenti sul territorio italiano sono sedentari. Tutti credono che il campo nomadi è la soluzione ideale. Non è vero!, Infatti i rom arrivati in Italia nei loro paesi di origine avevano le case, il campo non è un tratto culturale della popolazione romanì, ma un'imposizione dovuta alla non conoscenza. Tutti credono che zingaro sia il nome di questo popolo. Non è vero!, infatti il termine corretto è Rom o Sinto. Occorre far rispettare le convenzioni internazionali nei confronti dei Rom, il 70% degli italiani sono razzisti nei confronti dei Rom, la carta dei diritti dell'uomo in Italia per i Rom non vale. Non abbiamo nulla se non il nostro coraggio!! Protesta anche tu!

 

Associazione Nazionale "THÈM ROMANÓ" ONLUS fondata nel 1991

Associazione Autonoma di Rom e Sinti Centro di Promozione Interculturale

 

A CAUSA DELLA TOTALE CHIUSURA DELLE VIE DEL CENTRO DI ROMA PER LA FESTA DELLA REPUBBLICA E PER EVITARE LA CONCOMITANZA CON ALTRI CORTEI A CARATTERE POLITICO:

L'EVENTO E' POSTICIPATO A DOMENICA 8 GIUGNO, COLLEGATEVI A QUESTO SITO DA MERCOLEDI' PER IL PROGRAMMA DEFINITIVO.

Per promuovere un corteo di protesta civile contro atti di razzismo nei confronti dei Rom e Sinti in Italia

Roma, domenica 8 giugno 2008

L'iniziativa è promossa da intellettuali italiani e Rom, associazioni, artisti e persone di buona volontà che non vogliono essere strumentalizzati da nessuno.

Le Associazioni che aderiscono all'iniziativa diventano automaticamente anche organizzatori e promotori partecipando con i propri singoli rappresentanti al coordinamento nazionale nel rispetto dei principi che hanno mosso l'iniziativa.

IL PROGRAMMA SARà DISPONIBILE DA MERCOLEDì 28 MAGGIO

La partecipazione è libera e gratuita LE ADESIONI SONO APERTE A TUTTI

FERMIAMO UN GENOCIDIO CULTURALE

Invia la tua protesta a:

- Presidente della Repubblica ON. Giorgio Napolitano - Capo del Governo On Silvio Berlusconi Presidenza del Consiglio dei ministri Palazzo Chigi Piazza Colonna 370 00187 Roma - Italy tel. (+39) 0667791 - Ministro degli Interni On. Maroni - Ministro per le Pari Opportunità On. Carfagna - Giornalisti - I tuoi conoscenti, -La tua mailing list, -Il tuo blog
EVITIAMO UN SILENZIO INCIVILE, FAI SENTIRE LA TUA VOCE E PASSA PAROLA!!!

i nostri slogan
Basta Razzismo contro i Rom!
No all'informazione razzista!
Non si può condannare un popolo!
Stop alla Xenofobia! No ai pogrom!
 

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Per informazioni e adesioni ASSOCIAZIONE NAZIONALE THÈM ROMANÒ ONLUS Centro di Promozione Interculturale (Associazione Autonoma di Rom e Sinti in Italia -Sede Nazionale Lanciano CH) tel: 0872 660099 cell. 340 6278489 http://www.associazionethemromano.it

e-mail: spithrom@webzone.it http://www.alexian.it
 

Fra gli aderenti e promotori:
- Alexian Santino Spinelli (musicista Rom, docente Università di Torino, Trieste, Chieti, rappresentante italiano ERTF a Strasburgo), - Gianni Vattimo (Filosofo) - Pier Virgilio Dastoli (Direttore della Rappresentanza della Commissione europea in Italia - Roma) - Angelo del Boca (docente universitario e storico) - Angelo d'Orsi , (docente Università di Torino) - Costanzo Preve (studioso di Filosofia), - Viktória Mohácsi (Romnì - Europarlamentare) - Rudko Kawczynsk i (Presidente ERTF) - Juan de Dios Ramirez-Heredia (Presidente Union Romanì -Spagna) - Stanislav Stankiewicz (Presidente International Romani Union) - Jovan Damianovic (Presidente Romani Union Serbia) - Car la Osella (Presidente Nazionale AIZO) - Sergio Giovagnoli (ARCI Solidarietà Lazio) - Rita Bernardini (Segretaria Radicali Italiani) - Marco Perduca (Senatore) Gian Antonio Stella (giornalista) - Moni Ovadia (artista) - Guido Cohen - Piera Tacchino (Associazione Piemonte-Grecia "Santorre di Santarosa"), - Armando Gnisci (Docente Universitario, Roma) - Marco Revelli (scrittore e docente universitario) - Filippo Taricco (scrittore) - Beppe Rosso (attore) - Paolo Dossena (Produttore musicale Compagnia Nuove Indie) - Alma Azovic (mediatrice romnì), - Tamara Bellone (docente Univ. Politecnico di Torino), Marina Arienti (giornalista) - Graziano Halilovic (mediatore culturale Rom), - Kasim Cismic (UNIRSI-Ertf) - Marcel Courthiade (docente INALCO) - Stojanovic Vojislav ( responsabile della commissione immigrazione -Torino) - Alexis Tsoukias (Presidente Associazione Piemonte Grecia “ Santorre di Santarosa”), - Bajram Osmani (giornalista Rom) - Marian Serban (music ista Rom) - Nico Arcieri (musicista) - Gianni Di Claudio (regista cinematografico) - Luca Krstic (regista cinematografico)
- Silvio Sarta (regista teatrale) - Adriano Mordenti (fotografo e musicista) - Lidia Gualtiero (docente, responsabile didattica Istituto Storico Rimini) - Fausta Messa (Istituto Storico per la Resistenza, Sondrio) R
- Adriana Martino (critica d'arte) - Ciro De Rosa (critico musicale) - Giovanni De Nobile (direttore d'orchestra)
- Fabio Neri (direttore d'orchestra) - Giuseppe Piccinino (direttore d'orchestra) - Paola Olivetti (Archivio nazionale cinematografico della resistenza) - Massimo Zucchetti (docente Politecnico di Torino) - Roberto De Caro (Presidente Casa Editrice Ut Orpheus) - John Foot (professore di storia all'Università di Londra, saggista) - Nicoletta Dosio (Associazione La credenza -Bussoleno To) - Ivana Kerecki (Traduttrice -Milano) - Antonio Grassedonio (sindacalista)
- Liljana Banjanin (docente Università di Torino) - Boris Bellone (docente media superiore)
- Sergio Chiarloni (docente Università di Torino) - Gabriella Onofrio (informatico)
- Luciano Pannese (musicista) - Francesco Ciancetta (musicista) - Vladimiro Torre (Ass. Thèm Romanò Reggio Emilia) - Silvia Fauno (soprano) - Federica Zanetti (Docente Università di Bologna) - Silvia Faugno (soprano) - Federica Zanetti (Docente Università di Bologna) - Materiali Sonori - Maria Omodeo (Cospe Responsabile Area "Interculturalità - Diritti dell'infanzia e dell'adolescenza" - Maria Rosa Mura (Associazione Il Gioco degli Specchi) - Daniele Barbieri (Imola) - Tahar Lamri (scrittore) -Cinzia Gubbini, (giornalista)- Ivano Tajetti (ANPI Barona. Milano) - Martin Clausen - Donato Toffoli (Comitato Tecnico Scientifico Agjenzie Regjonâl de Lenghe Furlane Felet/Feletto Umberto (UD) - Claudio Bocci (Associazione Altrevie) - Enrico Palandri (scrittore) - Mario Rebeschini (Fotografo e giornalista) - Orietta Cipriani (pianista) - Sandro Micolucci (artista) - Dimityr Kirilov (artista) - Giovanna Grenga (insegnante) - Salvatore Armando Santoro ( Presidente Circolo Culturale Mario Luzi di Boccheggiano -GR) - Olga Siciliani (giornalista) - Lorenzo Guadagnucci (giornalista) - Prof. Annamaria Rivera (antropologa, Università di Bari) - Gabriella Ti (Programma radiofonico Brussellando) - Concetta Di Virgilio (architetto) - Cinzia Pierangelini (Assessore alla Cultura della provincia di Grosseto)- Daniela Terrile (Commission Européenne) - Khalid Fiddi (Presidente Associazione Atlas ONLUS) - Loredana Galassini (pensionata) - Loredana Galassini (pensionata) - Stefano Taglietti ( Compositore) - Fausta Messa (insegnante) - Rosa Mauro (scrittrice) - Nella Ginatempo (sociologa) - Melo Franchina (architetto) - Christian Picucci (ex operatore sociale) - Giorgio De Rossi ( segretario prc trevignano ) - Stephanie Gengotti (fotografa) - Roberto Malini (scrittore e storico) - Dario Picciau (regista) - Matteo Pegoraro (scrittore) - Steed Gamero (fotografo) - Fabio Patronelli - Laura Todisco- Esad Licina- Stelian Covaciu- Udila Ciurar - Sergio Maceri - Andrea Garbin - Paola Manduca Prof.Genetica, Genova) - Lucia Vasciminno (Il Centro delle Culture di Roma) - Ivan Rufo (Direttore Artistico di Botteghe d'Autore Festival) - Marina Fuentes (giornalista) - Giovanna Boursier ( storica, giornalista) - Mauro Pace , (impiegato regionale) - Donatella Papi Antonio Giordano (Ass. D'Altrocanto) -Mariella Rocco (Ass. D'Altrocanto) -Germano Monti (Forum Palestina) -Stefania Krilic (assistente sociale) -Giuseppe Anceschi -Norma Bertullacelli -Danilo Cremonte per " Human Beings - Laboratorio teatrale interculturale", Perugia - Ivano Peduzzi (capogruppo PRC Regione Lazio) -Alessandro Galassi (regista) -Gabriele Polo (giornalista)- Marco brazzoduro (docente Universitario) -Stefano Galieni (Coordinatore Dipartimento Immigrazione PRC) - Sageer Khan (musicista indiano) -Michele Dalai (Editore) - Alfonso Perrotta - Daniele De Berardinis - Ginevra Serego Alighieri (Verona) - Angela Pèrcopo , (associazione di Volontariato ' Banca del Tempo-TempoAmico'di Latina) - Sabatino Annecchiarico (giornalista) - Basilio Buffoni (Milano) - Concetta Gizzarelli - Don Federico Schiavon (Direttore della Pastorale dei Rom e Sinti della Conferenza Episcopale Italiana ) - Sergio Bonetto (avvocato) - Gianluca Vitale (avvocato) - Fulvio Perini (Dirigente Sindacale CGIL) - Allessandra Algostino (docente Università di Torino) - Nietta Fiorentino (Associazione Piemonte-Grecia "Santorre di Santarosa") - Mariella Allemanno (insegnante L2) - Eleonora Cane (Gruppo Pace Valsusa) -Marisa Ghiano (Gruppo Pace Valsusa) - Matilde Lanfranco (Gruppo Pace Valsusa) - Bianca Riva (Gruppo Pace Valsusa) - Milena Valli (Sondrio) - Andrea Buonajuto (circolo Carlo Rosselli -Napoli- insegnante) - Livio Sossi (scrittore) - Leoncarlo Settimelli (regista, musicista) - Sarah Zuhra Lukanic (giornalista, scrittrice) - Fulvio Pezzarossa (docente Università Bologna) - Anna Chiarloni (docente Università di Torino) - Lucio Pozone (musicista) Maria Chiara Esposito - Chiara Sasso (coordinatrice Rete Comuni Solidali) -Daniela Lucatti (poetessa e scrittrice) -Elena Montani (Commissione Europea - Rappresentanza in Italia) - Aldo Zargani - Elena Magoia - Fabio Alberti (Un Ponte Per) - M.Cristina Lauretti (Psichiatra)

ASSOCIAZIONI DEL COORDINAMENTO
- Associazione Nazionale Thèm Romanò ONLUS Centro di Promozione Interculturale (Associazione Autonoma di Rom e Sinti in Italia Sede Nazionale Lanciano CH)

- Union Romani -Italia
- ERTF- Italia
- Rappresentanza della Commissione Europea in Italia - Roma
- Associazione Piemonte-Grecia "Santorre di Santarosa "
- Union Rromani Internazionale
-Union Romani (Spagna)
- Union Romanì (Serbia)
- Union Rromani -Francia
- Ass. Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Emilia Romagna)
- Associazione Thèm Romano (Coordinamento Regionale Abruzzo)
- Associazione Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Puglia)
- Associazione Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Lombardia)
- Associazione Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Campania)
- Associazione Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Piemonte)
- Associazione Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Toscana)
- Associazione Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Lazio)
- Associazione Thèm Romanò (Coordinamento Regionale Molise)
- Rromani baxt
- Ternikano Berno
- La voix des Roms
- Femmes rom, sinté, kale de France
- Centre AVER de recherché sur le racisme (Paris)
- Associazione Mediterra
- Associazione Ciack
- Istituto Storico per la Resistenza - Rimini
- Storico per la Resistenza, Sondrio
- Associazione Libero Teatro Morale
- Archivio nazionale cinematografico della resistenza
- S.O.S. Utenti (Associazione di difesa dei consumatori)
- AIZO
- ARCI Solidarietà Lazio
- Associazione Il Gioco degli Specchi

- Cospe

-ANPI Barona (Milano)

- Comitato Tecnico Scientifico Agjenzie Regjonâl de Lenghe Furlane Felet/Feletto Umberto (UD)

- Associazione Altrevie

- Compagnia Nuove Indie (Casa discografica - Roma)

- Materiali Sonori

- Associazione Popica Onlus (Roma)

- Circolo Culturale Mario Luzi (Boccheggiano -GR)

- Associazione Atlas ONLUS (Chieti)

- Il Comitato Immigrati in Italia

- Laboratorio politico Resistenza Universitaria (Roma)

- Circolo del Cinema 2046 (Trevignano Romano)

- Circolo PRC 20 Luglio (Trevignano Romano)

- Radio Radicale

- Associazione culturale Il resto del Cremino

-Gruppo EveryOne

- Gruppo di Artisti per i Diritti Umani "Watching The Sky"

- Il Centro delle Culture di Roma

- Botteghe d'Autore Festival

- Associazione Daltrocanto (Salerno)

- Centro di documentazione don Tonino Bello (Faenza)

- Centro Ligure di documentazione per la pace

- Rete controG8 per la globalizzazione dei diritti

- Human Beings - Laboratorio teatrale interculturale" , (Perugia)

- Rete nazionale semprecontrola guerra (Roma)

- Lista del centro di ricerca per la pace (Roma)

- L'associazione ecoriflesso (Roma)

- Lista rekombinant (Roma)
-Opinione Democratica
-Dipartimento Immigrazione PRC

- Associazione Amici della musica di Campovalano (Campovalano -TE)

- Baldini Castoldi Dalai Editore

- Associazione Interculturale Villaggio Globale

- Associazione Di Volontariato (Banca Del Tempo-Tempoamico'di Latina)

- Il Movimento Per La Costituente Comunista Di Roma

- Gruppo Pace Valsusa

- Il Blog "Il Russo"

- Coordinamento Nazionale Per La Jugoslavia

- Coordinamento Nazionale Per La Jugoslavia

- Associazione Liumang-Cividale Del Friuli

- Associazione Iskra - Cividale Del Friuli (Circolo Di Cultura Del Prc)

- Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (Sezione Cividale Del Friuli)
- Associazione UN PONTE PER

Festival di Musica Romanì

Attività dell'associazione ERTF
Esposizione di arte e cultura
La popolazione Romanì in Italia
International Romani Union
Teatro Romanò
Alexian Santino Spinelli
I nostri link
Accademia Europea di Arte Romanì
Casa delle Culture
le sedi regionali di Them Romano

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Resistenza contro la persecuzione dei Rom: seguiamo l'esempio di "Via Adda non si cancella"

Decine di associazioni, organizzazioni e attivisti per i Diritti Umani ci scrivono, comunicandoci di aver creato cellule di resistenza nonviolenta in tante città italiane, per proteggere i campi e i micro-insediamenti Rom dalla persecuzione istituzionale. L'esempio dei compagni di "Via Adda non si cancella" rappresenta, a nostro avviso, la perfetta realizzazione del progetto di Resistenza nonviolenta a tutela del popolo Rom perseguitato promosso da EveryOne alcuni mesi fa. "Via Adda non si cancella" è indicato come coordinamento efficace e ideale, in linea con le istanze europee del popolo Rom anche da Saimir Mile e Marcel Courthiade, docenti universitari di etnia Rom e promotori dei diritti dei Rom nei più importanti àmbiti istituzionali internazionali. Ecco l'ultimo messaggio che riceviamo dai compagni di "Via Adda non si cancella". Invitiamo tutti gli antirazzisti non solo a partecipare al meeting e alle attività del coordinamanto, ma a diffondere con la maggiore ampiezza possibile le loro iniziative, che rappresentano un modello efficace di azione a tutela dei Rom perseguitati. Da parte nostra, segnaleremo lo straordinario impegno civile dei fratelli di "Via Adda non si cancella" e il valore documentario delle loro indagini e delle loro testimonianze in ogni sede politica e civile internazionale. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Saimir Mile, Marcel Courthiade - Gruppo EveryOne

"Cari compagni di EveryOne, ci auguriamo di avervi con noi per il meeting del 13-14. Non si tratta solo di fare il possibile per difendere fratelli e sorelle rom, ma di contribuire a creare un percorso segnato dal loro protagonismo diretto. E' stato questo l'aspetto più interessante dell'assemblea di Milano. Sono stati loro a proporre la manifestazione perché non ce la fanno più a sopportare le angherie quotidiane poliziesche ma, purtroppo, anche di chi, come le organizzazioni di carità religiosa, in nome della solidarietà e della non-violenza, si presta ad una squallida operazione di delazione quotidiana per segnalare alle forze dell'ordine quali sono gli elementi più restii ad accettare la logica dei campi lager comunali. Noi siamo sempre stati e sempre saremo dall'altra parte della barricata. Per quanto riguarda gli insediamenti abusivi, noi siamo in contatto permanente con una decina di essi, nell'intento di rafforzare un coordinamento cittadino dei rom e non mancheremo di segnalarvi ogni abuso, sgombero, sopruso o violenza di qualsiasi genere. A tal proposito vi diciamo subito che in uno degli ultimi rastrellamenti nel campo comunale di via Triboniano sono state prelevate arbitrariamente 30 persone e portate in questura. Di queste tre sono finite al CPT di via Corelli (non si sa perché) e una quindicina hanno ricevuto un'espulsione con trenta giorni di tempo per andarsene, dopo di che scatteranno misure, altrettanto arbitrarie, previste dal nuovo pacchetto sicurezza, che va respinto con fermezza e senza condizioni. Sul foglio di espulsione c'è scritto "...si presume che il soggetto sia in Italia, senza mezzi di sostentamento propri, da più di tre mesi". Gravissimo. E non solo per i rom. Siamo tutti in ballo e per questo la manifestazione del 13-14 a Milano ci chiama tutti in causa. Speriamo in una grande presenza di tutti gli antirazzisti di questo martoriato paese. Un abbraccio. I compagni di "Via Adda non si cancella"

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Come difendere i Rom perseguitati

Anne's Door e il Gruppo EveryOne ricevono numerosi messaggi da parte di attivisti, antirazzisti o cittadini indignati a causa della persecuzione contro i Rom e ci chiedono come possano rendersi utili. Ecco la e-mail di Pierluigi V.: "Ciao. Sono assolutamente disgustato per la campagna xenofoba piena di menzogne messa in piedi dai fascisti per colpire il popolo Rom. Come posso aiutare? Servono guardie del corpo (scudi umani) nei campi Rom?"

Risponde Roberto Malini. Sono perfettamente d'accordo. E' importante prestare attenzione a quello che accade nei campi, ma ancora di più nei piccoli insediamenti. Le piccole comunità Rom sono molto esposte a episodi di razzismo e discriminazione, anche istituzionale. Ognuno di noi, se vuole essere di aiuto alla campagna per la tutela del popolo Rom in Italia, dovrebbe prendere contatto con i Rom nel proprio comune di residenza, chiedere i loro nomi, la loro provenienza e se hanno subito maltrattamenti o altre ingiustizie. Quindi segnalare il loro caso a EveryOne, indicando tutti i dati raccolti. EveryOne a propria volta lo inserirà in un dossier destinato alle Istituzioni internazionali. E' inoltre importante munire ciascuna persona Rom facente parte di piccoli insediamenti di una lettera - meglio se su carta intestata e con l'indicazione "Gruppo EveryOne - Progetto "Comunità Rom in Italia" con i dati EveryOne: sito ed e-mail - rivolta alle autorità, nella quale le si invita, nel caso entrassero in contatto con quel Rom, a trattarlo con rispetto, sottolineando che il suo caso è seguito dal Gruppo EveryOne e da Istituzioni internazionali. Quindi - sempre nel testo della lettera - si chiederà loro, nel caso vi fosse un problema relativo alla persona Rom indicata nel foglio, di chiamare il proprio numero telefonico (chi si prende cura del caso di un insediamento Rom diventa automaticamente un membro EveryOne, basta che ci comunichi il suo nominativo e i suoi dati essenziali). E' importante non lasciarsi frenare da atteggiamenti intimidatori, perché tutelare il popolo Rom in Italia non è solo consentito, ma prescritto da Direttive e Risoluzioni Ue ed è un atto meritorio; in nessun caso si tratta un reato. Se riusciamo a diffondere questo progetto, impediremo che i Rom vengano sgomberati da un luogo all'altro, da una città all'altra, perdendone le tracce. Non bisognerà perdersi d'animo quando l'autorità di turno telefonerà per segnalare un ipotetico reato commesso dalla persona Rom o quando la persona stessa ci chiamerà, disperata, comunicandoci di essere stata sgomberata o condotta oltre i confini del comune o della regione. Nel primo caso si risponderà all'agente o al funzionario che il reato resta da provare e che la persona Rom si trova in una situazione di emarginazione, povertà e persecuzione per cui non è detto che il reato contestato non sia stato in realtà compiuto per procurarsi i minimi mezzi di sostentamento e dunque sia considerato legittimo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. In genere, però, si tratterà di una contestazione di reato pretestuosa, mirata a una futura espulsione (ma l'iniquo decreto sicurezza verrà presto annullato, a nostro avviso, in sede Ue). Nel secondo caso, si ricondurranno le persone Rom messe "al confino" nel proprio comune, si prenderà contatto con i Servizi sociali e le si porterà lì, per essere iscritte. Se vi sono bambini e minori, li si iscriverà ai Servizi sociali e ci si assicurerà che siano iscritti a scuola e beneficino di assistenza. Successivamente si seguiranno persone e famiglie Rom nelle procedure di richiesta di alloggio e sussidi nonché di inserimento al lavoro. Nel frattempo, è utile aiutarle a preparare cartelli per la questua. Il testo dovrà essere rassicurante per la cittadinanza. Per esempio: "Sono una persona onesta, che desidera integrarsi e lavorare in questa città. Ho moglie e due bambini. Il mio caso è seguito da Istituzioni per i Diritti Umani e dai locali Servizi sociali. Vi chiedo un contributo perché mi trovo in una condizione di emarginazione e povertà". Utile una fotografia, magari con la famiglia al completo. In previsione di un possibile peggioramento della già grave situazione, non è sbagliato tenersi pronti anche a una resistenza nonviolenta, coinvolgendo il numero maggiore possibile di concittadini antirazzisti.

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Razzismo a Udine: "Mi restituisca il mio voto, professor Honsell!"

di Alessandra Kersevan

Cari amici del Gruppo EveryOne, ho letto i vostri articoli a proposito del pogrom antirom di Napoli, sulla falsità delle affermazioni relative al rapimento e sul progetto razzista che conduce l'attuale governo. Voglio tuttavia segnalarvi che purtroppo ormai anche nel centro sinistra questa mania della "sicurezza" è entrata come un tarlo, che mina qualsiasi progetto di lotta contro il razzismo. Vi segnalo ciò che è successo qui a Udine: le recenti elezioni comunali sono state vinte - in maniera controcorrente rispetto a molte altre parti d'Italia - dal candidato di centro sinistra, l'ex rettore di Udine Furio Honsell. Ebbene appena eletto ha nominato "responsabile della sicurezza" (lo hanno chiamato "security manager"...) il sig. Diego Volpe Pasini, che da almeno vent'anni sta costruendo le sue fortune politiche in una sua battaglia contro i Rom, contro gli immigrati, gli islamici, con una virulenza incredibile. Nella recente campagna elettorale - dov'era anche lui candidato sindaco - ha registrato il suo spot elettorale davanti al campo Rom di Via Monte Sei Busi, nella periferia di Udine, sostenendo che il suo primo impegno era quello di risolvere il problema della presenza degli zingari a Udine. Su internet potete trovare un florilegio delle sue dichiarazion da alcuni anni a questa parte. Vi allego qui sotto una lettera aperta a Honsell che ho inviato al Messaggero Veneto, il quotidiano più diffuso a Udine, che l'ha pubblicata. La cosa più incredibile sono le scarse reazioni che ci sono state anche fra coloro che pure non sono razzisti, c'è una sorta di rassegnazione.

Lettera aperta al professor Furio Honsell

di Alessandra Kersevan

Egr. prof. Honsell,
Se avessi saputo che lei avrebbe dato una delega (alla sicurezza!!!) a Diego Volpe Pasini, non avrei mai messo la croce sul suo nome, nel ballottaggio. Lei si è guardato bene dal fare accordi alla luce del sole: accordi sottobanco, invece, per un ipotetico 4 per cento di voti. Io mi sento imbrogliata, da lei, perché il motivo per cui le ho dato il mio voto era quello di evitare che la destra governasse Udine, ed ora mi trovo il campione della destra xenofoba quale suo delegato (alla sicurezza, miodio!!!).
Nei giorni che passerà in municipio, la consiglio di andare (insieme con i suoi neo assessori che non sembrano più di tanto turbati) a fare una piccola passeggiata fino all'arco Bollani, sulla salita al castello. Legga la lapide - lei il latino lo conosce - e vedrà che con quell'arco si voleva celebrare un "praetor" che nella metà del 1500, "salvò" la città da fame e pestilenza. La scritta non lo dice chiaramente, ma Bollani "salvò" Udine cacciando dalla città gli ebrei, considerati come gli untori. Oggi è facile considerare razzismo il comportamento di quei nostri antenati, e non accorgersi che si sta facendo lo stesso, solo che al posto degli ebrei ci sono i rom, i rumeni, i musulmani. A quando l'arco Volpe Pasini, colui che libererà Udine dai nuovi "untori"?
Prof. Honsell: mi restituisca il mio voto, per piacere.

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Donn'aroma, il laboratorio delle donne Rom: a Roma, la nuova collezione per la casa e l'abbigliamento

Le donne Rom lavorano instancabilmente, da secoli, anche se l'emarginazione le tiene fuori troppo spesso dal mondo della produzione e del commercio. I loro manufatti uniscono una bellezza antica a un "design" essenziale e a un'inimitabile praticità quotidiana. E' con vera ammirazione che annunciamo la nuova collezione estiva di "Donn'aroma", il laboratorio manufatti donne Rom, a Roma, via dei Bruzi 11/c - San Lorenzo.

La collezione sarà presentata in anteprima sabato 24 maggio dalle 10 alle 18 e presenterà sciarpe, collane, tovaglie, set da tavola, asciugamani, canovacci, portamonete, portagioielli, pizzi, borse, bigliettini d’auguri… e tanti altri prodotti originali per l’arredo della casa e per l’abbigliamento. Un'occasione per apprezzare le più recenti creazioni di un laboratorio in cui rivive una straordinaria tradizione o per avvicinarsi alla creatività delle donne Rom. Donn’aroma, il laboratorio manufatti donne Rom, è aperto lunedì, mercoledì, venerdì e sabato, dalle 10 alle 16. Per informazioni: Stefania, cell. 3389108122 oppure Cristina, cell. 3471580818; www.insiemezajedno.org - info@insiemezajedno.org

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Napoli, la 16enne Rom accusata di rapimento è innocente

Il caso di Angelica, ragazza Rom accusata del tentato rapimento di una bambina di sei mesi avvenuto a Napoli, nel quartiere Ponticelli, è una montatura. La testimonianza di Flora Martinelli, la madre della bambina, del padre di lei Ciro e dei loro vicini di casa è falsa. Il Gruppo EveryOne ha indagato accuratamente sull'evento che ha scatenato una vera e propria "caccia al Rom", che da Napoli si è diffusa a macchia d'olio in tutta Italia. "Fin dall'inizio le dinamiche del rapimento non ci hanno convinto, perché chi conosce la palazzina in cui sarebbe avvenuto il reato sa che è praticamente inaccessibile, sia per il cancello che per l'attenta sorveglianza degli inquilini," affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "Vi sono poi discordanze fra le testimonianze della Martinelli, di suo padre e dei vicini. La donna in un primo momento ha dichiarato che la porta del suo appartamento sarebbe stata forzata, poi ha ricordato di averla lasciata aperta. Dopo aver notato la porta aperta, la madre sarebbe andata a controllare la culla, quindi sarebbe tornata verso il pianerottolo dove avrebbe sorpreso - passati almeno venti secondi - la ragazzina Rom con la sua piccola in braccio. Non solo: avrebbe avuto ancora il tempo di raggiungerla e strapparle la bambina. Quindi la Rom si sarebbe mossa al rallentatore, consentendo a nonno Ciro di raggiungerla, afferrarla e schiaffeggiarla al piano di sotto. Alcuni dei vicini hanno riferito alle autorità che Angelica aveva ancora la bambina in braccio, quando l'hanno fermata. Ma non basta, perché nei giorni precedenti al fatto, gli inquilini della palazzina si erano riuniti più volte, con un solo ordine del giorno: come ottenere lo sgombero delle famiglie Rom accampate a Ponticelli". Dopo queste analisi di massima, il Gruppo EveryOne - che può contare su attivisti e organizzazioni locali - ha effettuato ulteriori accertamenti, sia presso il carcere, dove un funzionario, dopo aver ascoltato le ipotesi che scagionavano la presunta rapitrice, ammetteva: "Avete ragione, anche noi siamo in difficoltà, perché questo non è un evento diverso da tanti altri, ma qualcuno ha voluto trasformarlo in un caso nazionale". Gli inquilini di Ponticelli fanno blocco: i Rom non li vogliono più. Qualcuno però, mostra qualche scrupolo di coscienza, ma ha paura, perché le pressioni sono forti e mettersi contro il "comitato" di Ponticelli è pericoloso. "Angelica, in realtà, conosceva una delle famiglie che abitano in via Principe di Napoli, dove è avvenuto l'episodio," continuano gli attivisti del Gruppo EveryOne, "ha suonato al citofono ed è stata notata da alcune inquiline. Pochi istanti dopo è scattata la trappola e la furia dei condomini si è scatenata contro di lei, che è stata raggiunta in strada, afferrata, schiaffeggiata e consegnata alla polizia. Vi sono testimoni che conoscono la verità e due di loro sono disposte a parlare al giudice.

E' importante che l'avvocato Rosa Mazzei, che difende la ragazza Rom, non si faccia intimidire e sostenga la verità in tribunale. Un attivista di Napoli suppone che la linea di difesa potrebbe essere, invece, quella di ammettere il furto, ma non il tentato rapimento". Le conseguenze del caso di Ponticelli, con l'eco mediatica promossa da quotidiani e network, sono state gravissime e sono un indice evidente di come sia necessario abbandonare razzismo e xenofobia per riscoprire la strada dei diritti umani. "Adesso è importante che le organizzazioni locali per i diritti dell'uomo vigilino sulla serenità di Angelica, che subisce pressioni gravi e intollerabili. Salvaguardare la tranquillità della ragazza significa salvaguardare la verità sul caso di Ponticelli, che è la tragica verità di un'altra ingiustizia, di un'altra calunnia, di altre disumane violenze subite dal popolo Rom in Italia, già colpito da emarginazione e segregazione, vessato da provvedimenti iniqui". Gli attivisti del Gruppo EveryOne concludono con alcune considerazioni che dovrebbero far riflettere: "Da anni lanciamo l'allarme riguardo alla campagna razziale in corso in Italia. Grazie all'appoggio di forze politiche transnazionali attive nel campo dei diritti umani e civili, abbiamo ottenuto Risoluzioni europee e documenti-guida da parte delle Nazioni Unite, che ammoniscono l'Italia contro le sue politiche razziali. I Rom in Italia non sono criminali, ma famiglie in difficoltà. Su 150 mila 'zingari' presenti nel nostro Paese, 90 mila sono bambini. La speranza di vita media dei Rom, qui da noi, è di soli 35 anni, contro gli 80 degli altri cittadini. La mortalità dei bimbi Rom è 15 volte superiore a quella degli altri bambini. Sono numeri che esprimono una persecuzione. Riguardo alla criminalità Rom, essa non ha un'incidenza rilevante, come dimostrano i dati del Ministero degli Interni e le aggressioni nei confronti di italiani sono praticamente inesistenti. Il caso di Giovanna Reggiani fu un'altro grande inganno, perché il presunto omicida, Romulus Mailat, non è Rom, ma un romeno di etnia Bunjas, che non ha nulla a che vedere con i popoli 'zingari'. L'abbiamo documentato, a suo tempo, agli inquirenti e alla stampa, ma il nostro dossier scientifico non fu preso in considerazione. Il razzismo fa comodo a uno stuolo di persone, a partiti politici e media, alla criminalità organizzata, che muove miliardi di euro ogni anno. A questo proposito, ricordiamo che i Rom coinvolti in delitti agiscono quasi sempre per ordine di criminali mafiosi italiani, i quali - a causa dell'emarginazione e della segregazione in cui versano i 'nomadi' - li hanno ridotti in schiavitù. Lo sanno le autorità, lo sanno i politici e sarebbe ora che lo sapessero tutti i cittadini italiani".
(Nella foto: Rom di Ponticelli)

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Unión Romani scende in campo contro il razzismo che colpisce i Rom in Italia

Unión Romani, la storica organizzazione per i diritti dei Rom si affianca alle nostre istanze e alle nostre battaglie internazionali.
"Vederndo i gravissimi avvenimenti in Italia, che hanno viste quali vittime i cittadini Rom residenti Ponticelli (Napoli), la Unión Romani ha deciso di iniziare una serie di denunce dirette a difendere i diritti delle persone che, essendo le più deboli in Italia, stanno soffrendo le conseguenze del più cieco razzismo che impera attualmente in Italia. Nel documento allegato si spiega la posizione di Unión Romani e si ettagliano le azioni che stiamo preparando a livello spagnolo ed europeo.

RACISMO SALVAJE EN ITALIA

Siempre nos toca perder a los mismos

Los gitanos italianos especialmente, y muchos otros grupos gitanos del resto del mundo, se están dirigiendo a nosotros pidiéndonos ayuda. La mayoría son mensajes angustiados de una comunidad asustada ante el triunfo aplastante de la coalición política --alguno de los partidos que la integran son de extrema derecha-- liderada por Silvio Berlusconi. Unos días antes de que se produjeran las incalificables agresiones que han sufrido los gitanos de Ponticelli (Nápoles), a manos de unos desalmados que han prendido fuego a sus humildes chabolas, una organización gitana italiana nos decía: "Los gitanos estamos en peligro en Italia. Tenemos miedo a las deportaciones de gitanos en Italia. Por favor -me dice- envíe usted un comunicado al Gobierno italiano para que respete las Directivas comunitarias".

A nuestro parecer el miedo que expresa nuestro comunicante no es infundado. Las últimas declaraciones de los nuevos gobernantes italianos presagian todo tipo de precariedades. Juzguen ustedes si no es así:   El nuevo alcalde de Roma, el post-fascista Gianni Alemanno, anunció el pasado lunes que su primera medida como alcalde será derribar los campamentos gitanos. "Procederemos a desmantelar los campamentos nómadas que en Roma son 25". Pero los napolitanos de Ponticelli se han adelantado. Nada de desmantelar. ¡Fuego purificador que es más rápido que montar cámaras de gas al estilo nazi" Humberto Bosi, el lider de la Liga Norte, está eufórico. Este sujeto habla de "caza". "Debemos cazar a los clandestinos", ha dicho, provocando a la derrotada izquierda italiana. Como cualquier chulo de barrio ha lanzado su proclama de guerra: ""No sé qué querrá hacer la izquierda, nosotros estamos listos. Si quieren pelea, los fusiles están calientes. Tenemos 300.000 hombres, 300.000 mártires, listos para combatir. Y no bromeamos. No somos cuatro gatos".

Pero lo más triste es que Silvio Berlusconi, el reelegido presidente del Gobierno italiano, al ver a sus juventudes exultantes saludando al estilo fascista, ha confesado: "Al verlos, he pensado: la nueva falange romana somos nosotros"

A la vista de la gravedad de los hechos la UNION ROMANI, recogiendo el sentir mayoritario de los gitanos españoles y por la representación que ostenta en la UNION ROMANI INTERNACIONAL, se propone iniciar las siguientes acciones:

Primero. Denunciar públicamente la gravedad de los atentados sufridos por los gitanos europeos residentes en Italia y pedir la solidaridad de los ciudadanos de cualquier país frente a la violencia ciega y asesina de los racistas. Para ello pedimos que se escriban cartas dirigidas al Presidente del Gobierno italiano, bien enviándolas directamente a su residencia en el Quirinal (Roma) o a las embajadas de Italia en cada país.   (La dirección de la Embajada italiana en España es la siguiente: Calle Lagasca, 98. Código postal 28006 Madrid)

Segundo: Solicitar del Ministro de Asuntos Exteriores de España que se interese por la situación de los gitanos residentes en Italia , expresando la preocupación de la comunidad gitana española por la situación en que puedan quedar los gitanos expulsados de sus viviendas incendiadas. Nuestro Gobierno está legitimado para hacer esta consulta en base a lo preceptuado por la Directiva 2004/38/CE DEL Parlamento Europeo y del Consejo relativa al derecho de los ciudadanos de la Unión y de los miembros de sus familias a circular y residir libremente en el territorio de los Estados miembros. Efectivamente, tratándose de una Directiva y no olvidando que cada Estado miembro puede determinar la mejor forma de aplicar las disposiciones del Derecho comunitario, es obligado ejercer una labor crítica y de vigilancia de los Gobiernos para que las medidas adoptadas en los distintos Estados miembros conduzcan a una aplicación del Derecho comunitario con la misma eficacia y rigor con que aplican las normas internas de sus respectivos Derechos nacionales.

Tercero: Formular ante la Comisión de Peticiones del Parlamento Europeo que, con carácter de urgencia, inicie una investigación sobre la situación que ha llevado a   la comunidad italiana de Ponticelli (Nápoles) al estado de enfrentamiento que padecen los gitanos que viven en aquel lugar.

Cuarto: Solicitar a los Grupos Parlamentarios del Parlamento Europeo que formulen, con carácter de urgencia, las iniciativas parlamentarias precisas que obliguen al Consejo a contestar en el Pleno de Estraburgo y Bruselas a las medidas que el Gobierno italiano haya podido tomar para poner freno a estas agresiones y para castigar a los culpables de las mismas.

Quinto: La Unión Romaní está convencida de que la inmensa mayoría de los ciudadanos italianos --incluidos los votantes del Sr. Berlusconi-- rechaza la violencia, venga de donde venga. Por esa razón, a través de la Unión Romaní Internacional, se propone establecer, con las organizaciones gitanas italianas, un programa de mutua colaboración con el fin de arbitrar las medidas adecuadas que garanticen la defensa de estos ciudadanos europeos que no han cometido más delito que el de ser "pobres y gitanos".

Sexto: Hoy mismo hemos tenido noticia de que el Gobierno italiano se propone endurecer las medidas contra la inmigración de tal manera que el ser "clandestino" será un delito tipificado en el Código Penal. En este sentido, Roberto Calderoli, nuevo Ministro italiano procedente de la Liga Norte, ha declarado que para no ser "clandestino": "Hay que demostrar que se es honesto; si no, se le expulsa de Italia".

Desde la Unión Romaní vamos a iniciar los trámites previos para interponer una denuncia contra el Gobierno italiano por incumplimiento de la Directiva   2004/38/CE del Parlamento Europeo y del Consejo relativa al derecho de los ciudadanos de la Unión y de los miembros de sus familias a circular y residir libremente en el territorio de los Estados miembros. Cuando se promulgó en Maastricht, en el año 1992, el Tratado que lleva el nombre de la famosa ciudad holandesa, los Jefes de Estado y de Gobierno aprobaron la Declaración 19 con el fin de despejar incertidumbres sobre la aplicación del Derecho comunitario. Los máximos dirigentes europeos no tenían la menor duda de que "para la coherencia y la unidad del proceso de construcción europea, es esencial que todos los Estados miembros transpongan íntegra y fielmente a su Derecho nacional las directivas comunitarias de las que sean destinatarios dentro de los plazos dispuestos por las mismas".

Las Directivas son el instrumento armonizador por excelencia del Derecho Comunitario porque mediante ellas se realiza, dice el art. 94 del Tratado, la aproximación de las disposiciones legales, reglamentarias y administrativas de los Estados miembros que incidan directamente en el establecimiento o funcionamiento de la Unión Europea.

Séptimo: Finalmente nos proponemos elevar nuestra preocupación por la magnitud y gravedad de estos acontecimientos ante las instancias internacionales más representativas. Así lo haremos ante el Consejo de Europa, ante la Organización para la Seguridad y la Cooperación en Europa (OSCE) y ante la Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas.

Una vez más reclamamos la solidaridad de todos los demócratas de España y de Europa. Nadie puede tomarse la justicia por su mano porque cuando esto acontece siempre nos toca perder a los mismos: los más pobres, los más indefensos, aquellos para quienes los derechos no pasan, en la mayoría de las ocasiones, de ser letras impresas sobre papel mojado. Necesitamos del calor humano de la sociedad, por eso recabamos el apoyo de todos los demócratas europeos en la defensa de los Derechos Humanos de quienes, siendo inocentes, se ven agredidos, vilipendiados y estigmatizados por delitos que no han cometido. Al fin y al cabo, como la propia Comisión reconoce, cada expulsión "debe estar motivada por la situación individual" de personas específicas, y "no debe significar una expulsión en grupo" de colectivos en atención a su origen geográfico.

Ojalá que el fuego de Ponticelli purifique y elimine el odio y la intolerancia que tantas veces ha sido el germen de las más graves tragedias en la historia de Europa.

JUAN DE DIOS RAMÍREZ HEREDIA

Presidente de la Unión Romaní


Manuel García Rondón
Secretario General de la Unión Romaní
Tel. 607496202

UNION ROMANI
Dirección Postal/Postal Address:
Apartado de Correos 202
E-08080 BARCELONA (Spain)
E-mail: u-romani@pangea.org

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Dopo i fatti di Ponticelli è caccia al Rom in tutta Italia

di Marco Filippetti – l’Unità

15 maggio 2008
Dopo i fatti di Napoli, dove alcuni cittadini del quartiere Ponticelli hanno assaltato e bruciato diverse baracche in un campo nomadi dopo un sospetto rapimento di bambina da parte di una Rom di 16 anni, gli episodi di violenze e di intolleranza verso i “figli del vento” aumentano in maniera preoccupante.
Nella città partenopea le ronde antigitane dilagano, spingendosi soprattutto nelle zone in cui esistono piccoli e grandi insediamenti di Rom. Lo dichiarano gli attivisti del gruppo EveryOne, associazione internazionale di tutela dei diritti umani che da anni si batte per la salvaguardia dei diritti dei popoli Rom e Sinti in Italia. Testimoni vicini all’associazione segnalano diversi episodi di ingiurie, minacce e maltrattamenti inflitti a bambini, donne (anche incinte) e uomini "zingari". I Rom evitano di percorrere le zone popolose della città e le famiglie non rimangono mai isolate.
Elisabetta Vivaldi già assistente dell'eurodeputato ungherese Rom Viktoria Mohacsi, ricercatrice e attivista della cultura e della storia del popolo Rom, in una lettera inviata al sito del gruppo EveryOne scrive preoccupata: «Ho sentito la mia amica sul campo, è disperata perché se non esce per andare a Torre del Greco presso la chiesa dove è sempre andata, non mangia, né lei né i suoi figli, che tra l'altro vanno a scuola. Le ho detto di stare attenta, ho paura che le facciano qualcosa e la lincino, o come mi ha detto, tutti sono in allarme perché temono un'incursione e che anche a loro venga fatta la guerra con le molotov e con le mazze».

 


Roberto Malini del gruppo EveryOne, ci racconta di aver parlato con un testimone il quale ha visto, sempre a Napoli, un gruppo di uomini afferrare un bambino Rom romeno di circa sei anni, percuoterlo, coprirlo di insulti, denudarlo e lavarlo - come un animale - sotto il getto di una fontana pubblica. Altra storia inquietante è quella di Rebecca Covaciu, la ragazzina Rom romena di 12 anni, premiata il 6 maggio scorso a Genova con il Trofeo Unicef per meriti artistici nell'ambito del Festival Interculturale Caffè Shakerato, attualmente ospitata presso la ex scuola "Grazia Deledda" di Napoli. Roberto Malini in contatto con il padre Stelian Covaciu, pastore della chiesa pentecostale, racconta la telefonata avuta ieri: «Non vengono a prenderci e a bruciarci vivi solo perché c'è la protezione civile, ma non possiamo uscire dalla scuola e non abbiamo nulla da mangiare. Non puoi immaginarti quanta violenza c'è attorno a noi. mia figlia e gli altri bambini piangono terrorizzati e nessuno ci aiuta». Dice ancora Malini «Gli avvenimenti riguardanti aggressioni contro i Rom sono davvero tanti. La polizia presidia i luoghi in cui i Rom si sono rifugiati, ma si vedono mazze, spranghe, coltelli, bastoni. Nessuna assistenza è offerta ai Rom assediati: né cibo né acqua né assistenza ai malati e alle donne incinte».
A Milano una ronda di razzisti percorreva la zona di via Morosini, nel quartiere Monforte, alla ricerca di Rom. Nella stessa zona una bomba molotov ha incendiato un edificio abbandonato in cui vivevano alcuni Rom, già oggetto l'altro ieri di un pestaggio. A Roma circolano pericolose ronde anti-Rom, armate di spranghe, mazze, coltelli. La polizia presidia alcune zone calde, ma campi come il Casilino 900 sono abbandonati a se stessi. A Pisa la polizia ha distrutto alcune baracche, mettendo famiglie Rom sulla strada.
Victor Lacatus e la sua famiglia, che hanno già subito aggressioni e che hanno perduto una bambina nel famigerato "Rogo di Livorno", sono stati gettati sulla strada senza alcuna assistenza e la polizia ha distrutto la baracca in cui vivevano. Ricordiamo che Victor subì condanna a un anno e sei mesi di carcere per "abbandono di minore" in seguito al tragico incendio, nonostante la morte dei bambini nella loro baracca fosse stata rivendicata con una lettera ai giornali dal gruppo di estrema destra "Gape" e nonostante le indagini del gruppo EveryOne avessero dimostrato agli inquirenti la matrice razzista dell'evento.

 

Nella foto, uno dei tanti incendi di un campo Rom nei pressi di Ponticelli (Napoli)

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Razzismo Rom: tifosi minacciano Pirlo , Ibrahimovic e Mihajlovic


di www.osservatoriosullalegalita.org

15 maggio 2008
"La campagna razziale contro i Rom mette a rischio la loro incolumita'". Lo dichiara il gruppo Everyone sottolineando che il pregiudizio che colpisce il popolo Rom in Italia rischia di degenerare in un'indiscriminata caccia all'uomo.
A Napoli si verificano continue aggressioni nei confronti di Rom. Una baracca di via Malibran è stata data alle fiamme da una banda di razzisti e i 13 occupanti, sei adulti e sette bambini, fra cui due neonati, hanno riportato ustioni e rischiato di morire bruciati. A Ponticelli giovani armati di spranghe hanno aggredito alcuni Rom romeni. In via Argine, inseguimento di bambini Rom da parte di razzisti che nascondevano il volto dietro sciarpe. L'ultimo episodio - sottolinea l'associazione per i diritti umani - ha visto un bambino Rom di circa sei anni aggredito da una ronda in piazzetta San Domenico, schiaffeggiato, insultato e messo a forza sotto il getto di una fontana pubblica.

 


Ma in tutta Italia, da nord a sud, gli episodi di antiziganismo e violenza si susseguono, quasi sempre ignorati dai media. "La Commissione europea deve intervenire con urgenza," affermano preoccupati i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau "perché l'incitazione all'odio razziale a mezzo stampa e le politiche razziali sono proibite espressamente da Direttive, Risoluzioni europee e Carte dei Diritti degli individui e dei popoli. Abbiamo elementi sufficienti per affermare che il caso della ragazzina Rom che avrebbe tentato di rapire un bambino a Napoli è una messinscena, ma prima ancora del verdetto della magistratura, politici e media hanno espresso un giudizio di condanna non solo nei suoi confronti, ma in quelli di tutto il popolo zingaro".
Da tempo il Gruppo EveryOne mette in guardia l'opinione pubblica, la stampa e i politici onesti "contro il rischio di casi montati ad arte per seminare odio contro gli zingari e aprire la strada a leggi razziali come il prossimo decreto sicurezza e le famigerate 'commissioni Rom' che ricordano analoghe istituzioni naziste. Sono provvedimenti illegittimi" continuano i tre referenti "che in sede Ue saranno stracciati in mille pezzi".
Ma gli attivisti del Gruppo EveryOne lanciano l'allarme anche riguardo ai rischi che in questo clima potrebbero riguardare anche i Rom e i Sinti più famosi: "In questi giorni di follia xenofoba la rabbia degli italiani, fomentata dalla propaganda, non risparmia nessuno. Abbiamo sentito un gruppo di tifosi, probabilmente dell'area di estrema destra, lanciare proclami e minacce di estrema gravità contro il fuoriclasse del Milan Andrea Pirlo, che è uno zingaro Sinti, e nei confronti dei Rom dell'Inter Zlatan Ibrahimovic e Sinisa Mihajlovic. 'Non vogliamo uno zingaro nel Milan. Non vogliamo zingari a Milano,' dicevano, ma usando parole più volgari e pesanti".
I tre esponenti di Everyone hanno allertato le società di calcio milanesi e le autorità di Milano e Parma, dove Milan e Inter giocheranno l'ultima giornata di campionato, ma per evitare il diffondersi dell'intolleranza razziale è necessario che i media comincino ad attenersi alle norme internazionali che combattono il pregiudizio e l'incitazione all'odio razziale".

 

Nella foto, il fuoriclasse del Milan Andrea Pirlo

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Romeno morto in caserma a Fontana Liri: depositata interrogazione parlamentare dei senatori Poretti e Perduca


Gruppo EveryOne: "Vogliamo chiarezza"

 

del Gruppo EveryOne


15 maggio 2008
Il 4 maggio 2008 un romeno di 28 anni è morto dopo essere stato fermato dai Carabinieri di Fontana Liri, in provincia di Frosinone. Le ricostruzioni degli organi di stampa sull’accaduto (un presunto suicidio mentre l’uomo stava per essere congedato dai militari dell’Arma) erano non solo contrastanti, ma anche poco credibili: secondo l’agenzia ANSA del 4 maggio, l’uomo si sarebbe gettato da una finestra al secondo piano della caserma di Fontana Liri, mentre stando a un articolo del quotidiano Il Messaggero, pubblicato on line lo stesso giorno, e a un lancio d’agenzia OMNIROMA, il romeno si sarebbe gettato dalla tromba delle scale dell’edificio, mentre era in compagnia di un carabiniere in sala d’attesa.

 


Su sollecito del Gruppo EveryOne, mobilitatosi per avere accertamenti sull’accaduto, è stata depositata ieri un’interrogazione parlamentare ai Ministri dell’Interno e della Difesa a firma dei senatori radicali del Partito Democratico Donatella Poretti e Marco Perduca. “Non è verosimile pensare” si legge nell’interrogazione “che un uomo ‘in stato confusionale’ e ‘fuori di sé’ (citando le agenzie ANSA e OMNIROMA) sia stato privato di assistenza psicologica e, proprio dalle autorità di Forza Pubblica, lasciato in libertà di fuggire o di commettere atti lesivi per la propria e/o l’altrui sicurezza”. I senatori chiedono quali provvedimenti intendano adottare i Ministri affinché vengano chiarite tempestivamente le dinamiche del decesso dell’uomo ed eventualmente chiarite e sanzionate le responsabilità.
Nei giorni scorsi, inoltre, una fonte attendibile del Comune di Fontana Liri ha riferito al telefono agli attivisti del Gruppo EveryOne, che “non è stato effettuato alcun esame autoptico approfondito sul corpo del romeno, ma solo un esame superficiale sul cadavere ad opera di un medico legale della Procura della Repubblica”.
“Vogliamo chiarezza” chiedono i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Diverse organizzazioni di tutela dei Diritti Umani, tra cui Amnesty International, hanno segnalato e stigmatizzato ripetutamente gli abusi delle forze dell'ordine nei confronti degli immigrati, specie dei Rom e dei romeni. Noi stessi” concludono gli attivisti “abbiamo constatato con i nostri occhi in più occasioni violenze da parte di agenti di pubblica sicurezza subite da cittadini romeni. Ci auguriamo che vengano perseguite le eventuali responsabilità nel decesso dell’uomo, di qualunque genere esse siano, e che una volta tanto prevalga sul silenzio la voce della verità”.

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Sulla candidatura di Roberto Calderoli a Ministro, il Gruppo EveryOne esprime la sua solidarietà alla Lega Araba

3 maggio 2008
Il Gruppo EveryOne si è impegnato con grande energia contro le violazioni dei Diritti Umani in Iran, ottenendo come risultato una modifica sostanziale delle leggi sull'asilo politico nel Regno Unito e una presa di posizione ufficiale dell’ Unione Europea sulla necessità di tutelare, negli Stati membri, i profughi che corrano il rischio della pena di morte, di un'ingiusta carcerazione o di trattamenti inumani e degradanti qualora fossero rimpatriati nei Paesi islamici di origine, a causa dell'applicazione di leggi integraliste inique. “Combattere il pregiudizio, causa di persecuzione di esseri umani innocenti, è la missione del Gruppo EveryOne e dovrebbe essere l'obiettivo di tutte le organizzazioni umanitarie” dichiarano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau.

“Ecco perché esprimiamo la nostra solidarietà alla Lega araba, al governo della Libia e a tutti i Paesi islamici che hanno espresso o esprimeranno dissenso riguardo alla possibilità di una nomina a Ministro della Repubblica Italiana del leghista Roberto Calderoli. Calderoli” continuano gli attivisti “ha più volte offeso la religione islamica, sia minacciando di contaminare con orina di maiale le aree destinate ad accogliere le moschee, sia divulgando, stampata su una maglietta, una vignetta blasfema nei confronti del Profeta Mohammed e di tutto l'Islam. L'azione di Roberto Calderoli, improntata all'odio religioso, causò la morte di undici cittadini libici che il 17 febbraio 2006 manifestarono contro quell'insulto alla religione islamica. Calderoli è noto, inoltre, in Italia, per le sue posizioni razziste, soprattutto nei confronti del popolo Rom, e fortemente omofobe. Ci pare che la candidatura di un simile personaggio non possa essere difesa e che, se è vero che la scelta dei ministri è un affare interno di un Paese democratico, è altrettanto vero che gli atti e le dichiarazioni del leghista rappresentano violazioni dei Diritti Umani e Religiosi, non compatibili con una carica rappresentativa di un intero Stato e di un intero Popolo. Ci sembrano pertanto pienamente legittime le proteste dei Paesi islamici,” concludono Malini, Pegoraro e Picciau “mentre riteniamo le posizioni anti-islamiche, blasfeme, razziste e omofobe di Roberto Calderoli assolutamente contrarie alla dimensione ideologica e morale che dovrebbe caratterizzare un Ministro della Repubblica Italiana”.
 

Nella foto, Roberto Calderoli in una delle sue "performance" al Senato della Repubblica

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8 aprile, Giornata mondiale del popolo Rrom

A Parigi, dal 7 al 12 aprile 2008, Giornata Mondiale del Popolo Rrom e settimana della Cultura Rrom; programma completo: http://journee-mondiale-rroms.org. L'8 aprile si celebra, a Parigi e in tutto il mondo, il Romano Dives, la Giornata internazionale della nazione Rrom, in ricordo dell'8 aprile 1971 quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale del popolo Rrom e si costituì la Union Rromani, la prima associazione mondiale dei Rrom, riconosciuta dall'ONU nel 1979. Le discriminazioni iniziate dal loro arrivo in Europa almeno cinque secoli fa e culminate con il Samudaripen, l'Olocausto Rromo, in cui persero la vita nei campi di sterminio nazisti almeno 500 mila Sinti e Rrom, non sono certo in diminuzione. In tutta Europa assistiamo a sempre maggiori fenomeni di intolleranza nei confronti di questa minoranza etnica. E' il caso dell'Italia con i suoi campi nomadi fortemente lesivi dei più elementari diritti umani viste le ubicazioni di molti campi nei pressi di discariche o condizioni ambientali svantaggiate: una situazione da vero e proprio regime di apartheid come è stato definito in un rapporto dell'ERRC (European Roma Rights Center).

 


Condizioni rese ancora più gravi da un'assurda politica di sgomberi, espulsioni, criminalizzazione politico-mediatica, emarginazione a tutti i livelli, annientamento attraverso un strategia volta a privare le famiglie Rrom di qualsiasi mezzo di sostentamento. Anche l'Austria, dove nonostante il riconoscimento costituzionale di minoranza linguistica nazionale, continuano gli atti di intolleranza verso i Rrom, si è segnalata per un atteggiamento persecutorio. L'episodio più grave si verificò il 4 febbraio 1995 quando quattro cittadini del Burgenland, in Austria, vennero assassinati perché erano Rrom. Erwin Horvath, Karl Horvath, Peter Sarközi e Josef Simon vennero uccisi per motivi di odio razziale. Da allora ci sono stati alcuni miglioramenti nella situazione dei Rrom, la discriminazione nei loro confronti però non è mai cessata.
E la stessa situazione di intolleranza da parte della popolazione di maggioranza si verifica nella Repubblica Ceca, in Polonia, in Ungheria, in Slovacchia, in Romania. La situazione risulta particolarmente grave in Kosovo dove le stesse istituzioni europee non garantiscono l'assistenza minima ai profughi Rrom, lasciandoli alla mercé di estremisti albanesi. Nel giugno 1999, poco dopo l'arrivo delle truppe NATO, la maggioranza della popolazione Rrom e Ashkali fu cacciata dalle proprie case da estremisti albanesi e le loro case bruciate. Omicidi, stupri, rapimenti, torture e persecuzioni razziste hanno costretto 130mila su 150mila Rrom e Ashkali a lasciare il paese. Mentre venivano ricostruite decine di migliaia di case di Albanesi, le truppe della NATO e della KFOR restavano a guardare impassibili come 14 mila case su 19 mila case e 75 quartieri e villaggi delle minoranze Rrom e Ashkali venivano distrutti. La Comunità Internazionale finora ha ricostruito solo 200 di queste case. Questo è un quadro desolante della situazione della minoranza Rrom e Sinta in Europa: con la Giornata internazionale a loro dedicata, l'augurio dell'Associazione per i popoli minacciati è che si apra una riflessione profonda sui crimini del passato e su quelli del presente, per favorire un'integrazione rispettosa della diversità culturale. D.S.

Nella foto, locandina della Giornata mondiale del popolo Rrom – http://lesrroms.blogg.org

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Casilino 900: Annamaria Addante, Presidente del Municipio VIII, risponde al Gruppo EveryOne

Roma, 7 aprile 2008. Annamaria Addante, Presidente del consiglio del Municipio VIII risponde alla "Lettera aperta" inviatale l'altro ieri da Roberto Malini a nome del Gruppo EveryOne. Ecco il testo della risposta: "Io non mi macchio di nessun crimine, la prego di andare a visitare il Casilino 900 prima di parlare. I Rom sono rimasti una minoranza e non ci hanno mai dato fastidio visto che il campo esiste da 40 anni. Solo che oggi oltre i Rom c'è di tutto, spaccio, rapine, furti e inoltre bruciano notte e giorno materiale tossico per ricavarne il rame e facendo respirare diossina sia a noi cittadini che a quegli innocenti bambini che vivono in quel campo. Io mi adopererò per far trasferire il campo in una situazione di vivibilità, chiedendo di arrestare o rimpatriare tutti coloro che delinquono. La sua organizzazione, perché non va al campo a dire di non bruciare, non spacciare droga, non rubare? Non tutti i poveri sono brava gente. Inoltre mi permetta di dirle che i nuovi aguzzini sono quelli che cercano di mettersi in pace la coscienza difendendo i Rom dai salotti buoni e si muovono solo quando si parla di sgombrare. Ritengo che come si vive oggi nel Casilino 900 vi dovrebbe fare indignare, io ci sono andata a vedere e farò di tutto affinché quella gente non viva più in quel modo, ma certo non difenderò né gli spacciatori né i delinquenti. Il nostro Municipio sta facendo tutto il possibile per aiutare i Rom e per l'inserimento scolastico: vada a vedere il campo di Salone e non confonda chi vuole la legalità e il rispetto dei diritti umani per tutti e non solo per i Rom, perché anche i cittadini hanno diritto a non respirare diossina. Cordiali saluti, Annamaria Addante".



Gentile Annamaria, innanzitutto, grazie della risposta e dei toni civili, che si prestano all'apertura di un dialogo, la via maestra per conseguire, insieme, la migliore soluzione a un'emergenza che si presenta difficile. Al Casilino vi sono circa 900 Rrom, fra cui circa 250 bambini. Lei vuol dire, con la Sua cortese risposta, che vi è una maggioranza di potenziali criminali o "asociali", fra quei bimbi infreddoliti, affamati, emarginati, bisognosi di cure e di affetto? E' questo che significa la Sua frase: "Non tutti i poveri sono brava gente"? Lei vuol dire che quei piccoli, vessati e umiliati dalla Sua Roma, non sono "bravi bambini"? No, Annamaria, non credo che Lei intendesse questo. Sarebbe disumano e di certo Lei ama i bambini ed è una donna di buona volontà e delicati sentimenti. Oltre ai 250 bimbi, vi sono 250 ragazzini, ragazzini che i loro coetanei italiani – non certo per colpa Sua, Annamaria! – trattano come esseri diversi e inferiori e che parte della "brava gente" di Roma insulta, minaccia, umilia fino all'annientamento morale, a lacrime che nessun fazzoletto potrà mai asciugare. Lei vuol dire, con la Sua frase, con il Suo messaggio, che quei fanciulli, quegli adolescenti macilenti - alcuni di loro mi ricordano le foto dei giovanissimi Rrom rinchiusi ad Auschwitz, nello Zigeunerlager - sono cattive persone, esseri umani la cui indole è geneticamente votata al crimine, allo spaccio, al furto, alla truffa, alla violenza? Non penso neanche che Lei alludesse a questo. Il "potenziale criminale" di natura atavica, genetica è un grave pregiudizio e non ha ovviamente alcun fondamento nella società civile né nella natura umana. La pensavano così gli aguzzini di Hitler, amica mia, e non certo Lei: lo so o almeno voglio crederlo. Al Casilino 900 vivono inoltre 200 donne, fra cui molte mamme che versano in condizioni drammatiche: mamme senza latte, senza pane, senza neanche un bicchiere d'acqua pura per i loro figli, proprio nella Capitale, città di opulenza e buona cucina. Sono quelle donne, molte delle quali giovanissime, molte delle quali in uno stato di salute assolutamente precario, sono quelle donne che "non vogliono la legalità o il rispetto dei Diritti Umani"? Sono quelle donne (donne che una società civile dovrebbe assistere con amore), quelle mamme (che dovrebbero essere messe in condizioni di crescere i loro bambini), sono loro il terribile problema del Casilino 900, la spaventosa minaccia per gli onesti cittadini? Sono convinto che Lei concordi con noi: quei 250 bambini, quei 250 fanciulli, quelle 200 donne sono persone in difficoltà: i poveri che le religioni e le leggi morali ci chiedono di aiutare e non di perseguitare. Dunque terminiamo il censimento di quel "covo di criminali" che secondo Lei sarebbe il Casilino. Rimangono circa 70 uomini adulti sofferenti di patologie gravi (inabilità, cardiopatie, infezioni di entità ragguardevole) – che di certo non sono i "mostri " di cui Lei parla – e 130 uomini adulti, per lo più capifamiglia che devono impegnarsi e ingegnarsi ogni giorno per portare ai loro bambini, alle loro donne quell'acqua, quel latte, quel pane che la persecuzione nega loro. Lo sa? quei 130 uomini sono per la maggior parte eroi, come lo erano i padri di famiglia del Ghetto di Varsavia o di quello di Lodz, nella Polonia devastata dalla guerra e dall'Olocausto. Se Lei ritenesse che il 10 per cento di quegli uomini, di quegli eroi è costituito da criminali, Lei affermerebbe qualcosa di gravissimo: affermerebbe che fra i Rrom la percentuale di persone che violano le leggi è superiore a quella delle altre etnie. Sarebbe come affermare, come scritto sopra, che i Rrom sono geneticamente portati al crimine: un'affermazione improntata all'odio razziale, non al buon senso né allo spirito della civiltà. Parleremmo comunque, anche in questa ipotesi estrema e indegna anche solo di essere espressa, di 13 persone. 13 persone, oltretutto, giustificate dalle condizioni di indigenza tragiche, condizioni che hanno portato i loro fratelli, i loro familiari a una speranza di vita media di soli 35 anni, contro gli oltre 80 anni degli altri cittadini europei. La diossina del Casilino 900, cara Annamaria, è il prodotto della persecuzione e del razzismo delle istituzioni. E' diossina – anzitutto – morale, che ammorba cuori, idee e coscienze. E ora, se vuole, ci offriamo noi del Gruppo EveryOne di accompagnarLa in una visita al Casilino 900: venga a vedere la verità, con coraggio e senza alcun codazzo di gendarmi. Venga a vedere, per la prima volta, il Casilino. Poi deciderà se è il caso di proseguire sulla via della discriminazione e di una persecuzione disumana o di intraprendere, al contrario, una via nuova: quella dei Diritti Umani e della desegregazione. Con fiducia, il Gruppo EveryOne.
 

Nella foto, Annamaria Addante

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Un appello alle Istituzioni di Napoli: tracciamo insieme una nuova via di civiltà

3 aprile 2008
Premessa: il Gruppo EveryOne invia questa e-mail a diverse personalità politiche di Napoli, soprattutto a quelle che si sono distinte per azioni e idee nel campo dei Diritti Umani contrapponendosi per civiltà all'attuale deriva razzista, xenofoba e intollerante che coinvolge ormai il nostro Paese. Come avveniva in tempi oscuri, avviene anche ai nostri giorni: quando il potere e gli interessi particolari prevalgono sulle istanze civili, sulla difesa delle categorie più deboli, allora le società iniziano a combattere gli inermi, i diversi, coloro che non hanno voce: i mendicanti, i poveri, gli zingari, gli stranieri. Sono i capri espiatori di una comunità che ha perduto la luce, che ha rinnegato i più alti ideali di verità e giustizia, che ha dimenticato l'ammonimento dei testimoni di altre persecuzioni, di altri genocidi, di altro orrore. Vi preghiamo di dedicare anche solo pochi minuti ai nostri siti internet: www.annesdoor.com e www.everyonegroup.com. La forza degli ideali e della fede in una società più giusta, l'impegno di chi raccoglie l'eredità delle vittime e degli eroi è una forza che può ancora evitarci di cadere nella barbarie, nella persecuzione dei deboli, che può consentirci di essere uomini e donne buoni, pur con tutte le nostre debolezze. Il nostro Gruppo ha proposto la Città di Napoli per un'onorificenza che il capoluogo campano meriterebbe: abbiamo presentato al Museo Yad Vashem di Gerusalemme la candidatura di Napoli quale CITTA' DEI GIUSTI, in virtù del ruolo che la cittadinanza partenopea ebbe durante l'Olocausto, quando si rifiutò di tradire la comunità ebraica e si oppose con ineguagliabile eroismo all'atroce giogo nazista. Gli EBREI di allora sopravvissero e questo fa di Napoli una città senza pari, un esempio per tutto il mondo. Oggi le Istituzioni, soprattutto qui in Italia, perseguitano i ROM, che sono gli ebrei del nostro tempo. Vi sono due Risoluzioni europee e un documento del Cerd (Nazioni Unite) che condannano la politica razziale attuata dall'Italia contro i Rom e vi è una denuncia per CRIMINI CONTRO L'UMANITA' accolta dalla Corte Penale Internazionale de L'Aja (trovate tutto in www.everyonegroup.com). Noi crediamo che Napoli possa distinguersi ancora e possa indicare alle altre regioni, alle altre città italiane scivolate nell'orrore di una persecuzione terribile - cha ha condotto a soli 35 anni la speranza di vita degli zingari in Italia! - la via della giustizia sociale, del rispetto dei Diritti Umani e dei Diritti dei Popoli. Imploriamo Napoli affinché non segua le orme delle Istituzioni del resto d'Italia e dica NO alla deriva razziale. La gestione dell'emergenza-Ponticelli (presentata qui di seguito) potrebbe essere il primo passo di una politica umanitaria, in linea con le normative internazionali che tutelano le minoranze etniche e le persone indigenti. Successivamente, il Gruppo EveryOne è disponibile per DONARE alla città di Napoli una collezione di oggetti d'arte e tradizionali, di documenti e fotografie legati al popolo Rom: una collezione preziosa che possiamo incrementare grazie alla collaborazione con diverse organizzazioni internazionali e che potrebbe essere la base del PRIMO MUSEO DI STORIA E CULTURA DEI ROM esistente in Occidente. Naturalmente dovrebbe trattarsi di un Museo istituzionale e permanente. Provate a immaginare che esempio di CIVILTA' e CULTURA RAPPRESENTEREBBE PER L'EUROPA! E ora, passiamo al caso-Ponticelli. Attendiamo un Vostro riscontro. Cordiali saluti, Roberto Malini
 


Rrom di Ponticelli: una proposta alle Istituzioni di Napoli

Gli oltre quattrocento Rrom romeni che vivono attualmente a Ponticelli , nel comune di Napoli, sono a rischio di sgombero, senza che le Istituzioni locali abbiano approntato alcun piano alternativo mirato ad evitare che l'allontanamento si trasformi in una tragedia per le famiglie, i bambini, i malati, le donne incinte. Il Gruppo EveryOne affianca l’Opera Nomadi di Napoli e sottoscrive la sua denuncia. Opera Nomadi, infatti, considera l'imminente operazione di sgombero come un tentativo di strumentalizzazione da parte di gruppi politici e sedicenti comitati di cittadini locali, "volta ad allontanare in maniera forzata questa popolazione pacifica e laboriosa (al di là degli stereotipi offerti dal pregiudizio), in vista dell’inizio dei lavori per la Città della Musica il prossimo 4 agosto. Nonostante le pratiche di sgombero siano oggi dai più considerate inutili e costose, si continua a perseguire la strada del rifiuto violento dell’altro, che porta ad allontanare verso il territorio altrui i propri Rrom, per poi accogliere in seguito quelli sgomberati altrove, dilapidando denaro pubblico senza che alcuna urgenza né umanitaria né logistica trovino mai soluzione".
Opera Nomadi Napoli e il Gruppo EveryOne chiedono con fermezza che le autorità di Napoli si attengano alle Direttive e alle Risoluzioni europee che prevedono che gli Stati membri attuino politiche di desegregazione e aiuto nei confronti dei Rrom e che venga presa in considerazione e attuata al più presto l’ipotesi, già al vaglio dell’Assessorato Politiche Sociali del Comune di Napoli, di un Centro di Accoglienza per Rrom rumeni, come già esiste da tempo a Soccavo (la “G. Deledda”), con ottimi risultati sul piano della gestione socializzata del fenomeno.

Per contatti:
Gruppo EveryOne
www.everyonegroup.com
www.annesdoor.com
info@everyonegroup.com
331-3585406

Per il caso-Ponticelli, oltre al Gruppo EveryOne:
Opera Nomadi Napoli
338-2064347

Nella foto, il campo Rrom di Ponticelli in preda a un incendio l'ottobre scorso

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Mendicanti a Firenze: un "ostacolo" da rimuovere o semplicemente esseri umani da proteggere?

Lettera aperta del Gruppo EveryOne all'Assessore comunale alla sicurezza di Firenze Graziano Cioni e ad altre figure istituzionali fiorentine
 

2 aprile 2008
Se le Istituzioni, le autorità civili e religiose, le associazioni e - perché no? - i privati cittadini decidono di abbandonare la via dell'intolleranza e di sostenere i poveri, i Rom e i senza tetto con alloggi, programmi di inserimento nel mondo del lavoro, sostegno a chi non possiede mezzi di sopravvivenza, il "fenomeno" dell'accattonaggio si attenuerà e scomparirà presto, senza bisogno di particolari "politiche" o "regolamenti". Lo sfruttamento ignobile è quello perpetrato da politici, autorità, stampa, organizzazioni che speculano orribilmente sull'indigenza, sull'emarginazione, sulla debolezza di chi è inerme e diverso. Come è possibile che un singolo caso assolutamente irrilevante sotto l'aspetto del diritto (purtroppo un nonvedente può inciampare su una carrozzina, uno skateboard, un bambino, un cane, un sasso, una valigia: è il dramma della cecità, non la colpa di chi - nelle città - magari per un altro dramma, si trasforma in "ostacolo"), come è possibile - scrivevo - che un episodio dia il la a nuovi provvedimenti persecutori? Nessuno ama essere povero, lavare i vetri ai semafori, chiedere la carità, umiliarsi per ottenere un tozzo di pane, vedersi negata ogni richiesta di lavoro, avere una speranza di sopravvivenza di soli 35/40 anni (come i Rom di Firenze, contro gli 80 anni dei cittadini fiorentini), assistere a una mortalità dei propri bambini che è 15 volte superiore a quella degli altri! Combattere la povertà non vuol dire - come ritenevano Hitler e il suo corteggio - combattere i poveri. Combattere la povertà significa impegnarsi per creare a loro beneficio condizioni di vita possibili e un futuro meno buio di quello che il pregiudizio che oggi è così forte in Italia pone davanti a loro. Se desiderate una consulenza seria in tal senso, il Gruppo EveryOne, ben rappresentato a Firenze, è a vostra disposizione, COMPLETAMENTE GRATIS! Roberto Malini, Gruppo EveryOne

 


 

Qui di seguito, l'ennesimo articolo (da ADN Kronos) che riassume la "Questione mendicanti" a Firenze e i provvedimenti che le Istituzioni locali intendono assumere:

Firenze, dopo i lavavetri 'stop' ai mendicanti

Firenze, 1 apr. (Adnkronos) - Poco più di sette mesi dopo la famosa e contestata ordinanza anti-lavavetri, il Comune di Firenze sta pensando a un nuovo provvedimento per impedire ai mendicanti di chiedere l'elemosina sdraiati sul marciapiede, causando pericoli ai pedoni e al traffico. Lo ha annunciato l'assessore comunale alla sicurezza di Palazzo Vecchio Graziano Cioni, lo stesso dell'ordinanza contro i lavavetri.

Il provvedimento arriva dopo che nei giorni scorsi una signora fiorentina non vedente è caduta inciampando contro un mendicante. ''L'accattonaggio non è un reato - ha spiegato Cioni - ma i mendicanti distesi per terra costituiscono un grave ostacolo. Per questo stiamo pensando a un regolamento della polizia municipale che preveda anche nuove norme sul fenomeno e che dovrà poi essere approvato dal Consiglio comunale. Vedere quei mendicanti stesi tutto il giorno sui marciapiedi fa pensare quantomeno a uno sfruttamento ignobile''.

Cioni ha spiegato che sono allo studio anche altre misure, come quella che potrebbe proibire ai turisti di toccare la porta del Battistero in piazza San Giovanni, davanti al Duomo.

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Casilino 900, le ruspe non possono passare su 40 anni di storia rom

da “Liberazione” – di Valeria Morando

29 marzo 2008

Da 16 giorni gli abitanti del Casilino 900 vivono senza energia elettrica e quindi senza acqua, illuminazione e riscaldamento. Le "abitazioni"di lamiera sono gelide. Dall'imponente blitz del Nucleo Radio Mobile dei Carabinieri dell'11 marzo scorso, non è cambiato assolutamente nulla e continua l'arbitrario distacco della centralina Acea.
Rudi, che al Casilino 900 ci vive, racconta che “i bambini sono spaventati e soffrono il freddo. Noi stiamo in questo posto da molti anni e spostarci in campi enormi, fuori dalla città, significherebbe distruggerci”.
La mancanza di acqua e i controlli continui da parte dei carabinieri stanno creando un clima di nervosismo e frustrazione aggravato dalla notizia, purtroppo confermata, dell'imminente sgombero previsto per la fine dell'anno scolastico.

 


Attualmente ci sono 245 minori iscritti in 24 istituti scolastici del Municipio VII; dove andranno dopo lo sgombero è ancora cosa ignota.
La mortalità infantile dei bambini rom è 5 volte superiore a quella dei bambini italiani e la speranza media di vita per un adulto è di 35-40 anni. Il Gruppo EveryOne si occupa della questione rom da molto tempo e ha presentato due denunce internazionali: una alla Cerd (Committee on the Elimination of Racial Discrimination) e l'altra al tribunale dell' Aja.
La prima ha chiamato l'Italia a rispondere del comportamento discriminatorio nei confronti dei rom. Il nostro paese, in perfetto "italian style", ha semplicemente negato gli sgomberi.
La seconda, verso istituzioni e principali città italiane chiamate a rispondere di crimini contro l'umanità è stata accettata e le è stato assegnato un numero di protocollo. Ora spetta alle autorità italiane rispondere di tali accuse.
EveryOne sta portando il caso del campo del Casilino 900 all'attenzione del Parlamento Europeo, con l'appoggio dell'eurodeputata rom Viktória Mohácsi: “Proponiamo la creazione di ‘campi di qualità' almeno fino a quando non ci saranno alloggi adeguati. Sarebbe bello poter sistemare anche Casilino 900 per preservare la cultura di una società tradizionale ormai stanziata da tempo. Distruggerlo sarebbe come eliminare un patrimonio che ha il valore di luogo della memoria. Non si possono passare le ruspe su 40 anni di vita”*.

*La frase è di EveryOne e non dell'onorevole Viktória Mohácsi (un lettore ci ha fatto notare che non lo si deduce con sufficiente chiarezza leggendo il pezzo).

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Propaganda elettorale, propaganda razziale

di Dijana

Oggi a mezzogiorno Daniela Santanchè ha deciso di farsi uno spot elettorale nel campo della Bovisa. L'abbiamo saputo e siamo andati là un po’ prima. Abbiamo parlato con i Rom e insieme a loro abbiamo creato un comitato di accoglienza. L'Onorevole è arrivata con una decina di uomini di scorta, era indignata per gli urli delle persone spaventate e agitate, è entrata nel campo, ha fatto l'intervista dicendo che tutte le cose che sono lì dentro sono "la roba rubata ai cittadini milanesi" e se ne andata.
Ecco qualche foto che si commenta da sola, trovata sulla pagina di Vivimilano del Corriere della Sera (www.corriere.it):

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Casilino 900: difendiamo la vita di tante famiglie Rrom e un luogo che appartiene alla loro Storia e alla loro Memoria

di Roberto Malini

25 marzo 2008

Il mio articolo "Casilino 900: fermiamo il pogrom" ha ricevuto ampie attenzioni da parte di personalità politiche, giornalisti e attivisti, tanto che abbiamo deciso di tradurlo in inglese e diffonderlo anche fuori dai confini dell'Italia, insieme alle più interessanti e utili riflessioni che possano aiutare – in base al diritto e al valore della solidarietà – a evitare uno sgombero che cancellerebbe, oltre a tanti anni di vita e di sofferenza di famiglie Rrom, anche tanti progetti per il futuro, costruiti fra mille difficoltà: progetti di famiglie che desiderano solo vivere. Terremo conto anche delle letture "critiche" del mio testo, una delle quali, in particolare, è stata pubblicata in un blog "amico" dei Rrom e mi è stata anche recapitata affinché la leggessi. Ecco un passaggio della disamina del mio articolo: "In questi giorni sul web circola una riflessione del gruppo EveryOne in merito alla volontà politica di sgomberare il campo nomadi di Roma Casilino 900. Nella riflessione su Casilino 900 Roberto Malini scrive testualmente: 'Casilino 900: il campo rom più antico di Roma, uno dei più vecchi d'Europa, vero e proprio patrimonio tradizionale e culturale, indispensabile per comprendere la Storia degli zingari in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri, sta per essere sgomberato'. Stento a credere che si possa arrivare a simili affermazioni, è pura follia definire 'patrimonio tradizionale e culturale per comprendere la storia degli zingari in Italia' un luogo di segregazione, disperazione, esclusione come il campo nomadi che non c’entra nulla con la cultura romani, politica dei campi nomadi che è stata subita da Rom e Sinti perché promossa, realizzata e politicamente gestita da ESTERNI al mondo Rom e Sinto".

Il commento al mio pezzo mi invita, inoltre, a smettere di utilizzare il termine Rrom e a preferirgli quello usuale in Italia: Rom. Qualche mese fa, in Israele, parlavo dei luoghi dell'Olocausto con alcuni testimoni del genocidio degli ebrei d'Europa: Hanneli Pick-Goslar, Ruth Bondi, Simcha Appelboim, Tamara Deuel, Mirjam Waterman Pinkhof, Halina Birenbaum e altri. Ognuno di loro, che ha vissuto sulla propria pelle e nella propria anima l'orrore della persecuzione, mi diceva che provava un grande dolore quando si accorgeva, viaggiando in Europa, che alcune località della Shoah venivano cancellate, che strade, muri, pietre che avevano conosciuto il dolore degli ebrei diventavano irriconoscibili, coperte da nuova calce, nuovo asfalto, nuovo cemento. "Molti vogliono dimenticare che la cultura degli ebrei della Shoah è una cultura di dolore e morte," mi ha detto Mirjam Pinkhof, eroina ebrea che strappò agli aguzzini nazisti 70 bambini del suo popolo, "molti vogliono dimenticare che la cultura degli ebrei della Shoah è la cultura di un popolo massacrato. Noi no, noi vogliamo ricordare, perché le strade dei ghetti, la terra dei campi di morte, le piastrelle delle camere a gas e i mattoni dei forni crematori sono la nostra eredità e impediscono che l'oblio si sostituisca alla memoria". I testimoni delle persecuzioni ci guidano e la nostra direttiva etica è espressa dalle parole che instancabilmente ripetono da sessantatrè anni. Ecco perché dobbiamo coltivare, accanto alla speranza, la cultura del dolore; ecco perché dobbiamo preservare i documenti che testimoniano le vessazioni subite da individui e popoli nella Storia; ecco perché dobbiamo impedire che la modernità distrugga luoghi su cui si è svolta la vicenda di gruppi etnici, famiglie, singoli esseri umani, anche quando tali luoghi siano stati "promossi, realizzati e gestiti da ALTRI" e trasudino – oltre che "vita" – dolore.

Il Gruppo EveryOne sta conducendo una difficile campagna per salvare dalle ruspe e da uno sgombero iniquo il quartiere Rrom di Sulukule, in Turchia, risalente al XV secolo. Il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha affermato qualche giorno fa che "Sulukule è un insediamento BRUTTO, sporco e vecchio". Gli abbiamo risposto - ottenendo ampi consensi da parte dell'UNESCO e di altre autorità politiche locali – che bisogna salvare Sulukule perché rappresenta la memoria dei Rrom successivamente alla loro emigrazione dall'India e questo suo valore va ben oltre l'esteriorità del quartiere. Inoltre, bisogna salvare Sulukule perché è il posto in cui vivono quasi mille famiglie Rrom, il posto in cui vivevano i loro antenati, il posto in cui sono cresciuti i loro bambini. Lo stesso vale per il campo Rrom del Casilino 900: va salvato in primis perché accoglie oltre mille esseri umani che non dispongono attualmente di un'alternativa ove abitare, in secondo luogo perché rappresenta tanti anni di vita Rrom, una vita di povertà e sacrifici – come da noi scritto più volte – ma anche di unione, di coraggio, di fede nel futuro. Salviamo il Casilino 900 perché per tante famiglie Rrom è casa. Salviamo Casilino 900 perché è un importante "patrimonio tradizionale e culturale per comprendere la storia degli zingari in Italia". Riguardo al termine Rrom, è la sola grafia corretta e rimandiamo sull'argomento agli studi linguistici dei professori Marcel Courthiade, Saimir MIle, Ion Cepleanu e altri. E' la grafia che il Gruppo EveryOne ha scelto di utilizzare, anche se riteniamo pienamente accettabile l'impiego di altre grafie e definizioni, purché etimologicamente corrette.

Nelle foto (risalenti ai primi anni '80), alcune vedute del campo Rrom di Casilino

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Dijana Pavlovic:«Sono zingara, forse deputata»

13 marzo 2008
Candidata nelle liste della Sinistra Arcobaleno e sostenuta dal Gruppo EveryOne, Dijana è l'unica candidata Rrom al Parlamento italiano. Si tratta di una donna di straordinaria tempra morale, coraggiosa, preparata: la persona giusta per sostenere le istanze di un popolo perseguitato, dall'interno delle Istituzioni. Il giornalista Nino Luca commette un errore, dettato da un residuo di pregiudizio, quando la definisce "candidatura provocatoria", perché Dijana Pavlovic ha idee chiare, programmi concreti e un bagaglio di conoscenze con pochi eguali in Italia, riguardo alla situazione dei Rrom, alla loro Storia, alle leggi che li riguardano, alle loro tradizioni e alla loro antica cultura. Ecco il testo dell'intervista che Dijana ha rilasciato al Corriere della Sera il 13 marzo scorso: un vero manifesto contro il pregiudizio. (RM)

Attrice, moderatrice culturale, è nelle liste della Sinistra Arcobaleno. Ha 31 anni, è serba e di etnia rom. Spiega perché si candida: «Voglio aiutare i rom e con loro difendere i diritti di tutti»

di Nino Luca - Corriere della Sera "Vivimilano", 13 marzo 2008

MILANO - Dopo la pornostar Cicciolina, il transgender Luxuria, arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara. Dijana Pavlovic, serba e romni (donna di etnia rom), attrice e mediatrice culturale è, infatti, la numero 8 della lista della Sinistra Arcobaleno alla Camera. «Il comitato nazionale rom e sinti ha chiesto a tutti i partiti italiani di candidare un suo rappresentante. La Sinistra Arcobaleno è stata l'unica a rispondere», spiega Dijana. «Ma di certo, mai mi sarei candidata con Berlusconi o con Veltroni. Non mi sarei messa in lista con chi vuole «patti di sicurezza» o con chi vuole cacciare via dal Paese chi è diverso». Ama la sua gente, 31 anni anni, non ha figli. Strano per una rom: «Ho posticipato l'evento. Ho studiato e mi sono laureata. Ma adoro i bambini. Ci lavoro tutti i giorni». E allora la provochiamo: «Se avessi dei bambini li manderesti a chiedere l'elemosina? «Certo se avessi problemi economici , - ci risponde - e se mi trattassero male come oggi vengono trattati gli zingari, allora non mi farei scrupoli. Ora però ho un solo obiettivo. Andare in Parlamento per cercare di risolvere le problematiche dei rom e con loro difenderò i diritti di tutti gli italiani».
Per strada canta, beve alla fontana, gioca con la gente, chiede il voto per la sua lista e ottiene sorrisi. Quando vuole leggere la mano qualcuno scappa. Poi si avvicina una nomade romena che le chiede l'elemosina e allora coglie l'occasione per spiegarci i problemi dei rom di via Triboniano e di quelli che vivono a Sesto San Giovanni: «Da più di un anno vivo con loro nelle baracche, nel fango sotto la pioggia e vedo le donne partorire per strada. Posso assicurare che ci sono anche i rom buoni, quelli onesti, come me. E sono la maggioranza». E se ne va, in attesa di conoscere Fausto Bertinotti, venerdì 14 alla presentazione al teatro Smeraldo, decisa a giocarsi le sue chances.

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Ce l'abbiamo fatta! Dijana Pavlovic è entrata nella Lista Arcobaleno!

7 marzo 2008. Il comitato promotore per Dijana Pavlovic ci conferma l'attesa notizia: "Ce l'abbiamo fatta e vi ringraziamo per il vostro sostegno! Saluti a tutti i membri di EveryOne Group!". Il Gruppo EveryOne non fa politica, ma ha appoggiato con assoluta convinzione la candidatura della Rromnì Dijana Pavlovic nella Lista Arcobaleno. E' il primo passo, perché adesso Dijana deve diventare deputato del Parlamento italiano: unica voce Rrom che possa esprimere il dolore di un popolo perseguitato. Abbiamo incontrato Dijana sul campo, durante uno sgombero in via Triboniano, mentre documentava con una videocamera la barbarie di uno sgombero, l'arroganza e la violenza delle forze dell'ordine, la sofferenza delle vittime Rrom insultate, percosse, umiliate, allontanate verso il nulla in una drammatica "marcia della morte". Dijana era lì, per sostenere la sua gente nell'ora della persecuzione, nel mostruoso frangente del pogrom, per sostenere le famiglie Rrom vessate da un potere malato di razzismo con il suo grande cuore di donna. Tutti i membri del Gruppo EveryOne hanno deciso di sostenere ora e nel prossimo futuro una giovane donna di notevole valore umano, una persona che ha realmente a cuore il futuro dei circa 200 mila Rrom che vivono in Italia e si batte con tutte le sue energie contro il mostro della discriminazione. "Per questo noi abbiamo proposto alla Sinistra l’Arcobaleno di accogliere nelle proprie liste Dijana Pavlovic," afferma con fierezza il comitato promotore, "una Rromnì serba, cittadina italiana, impegnata, nella sua attività di attrice e in quella civile quotidiana, nella battaglia contro tutte le forme di pregiudizio e di razzismo, in particolare quelle che colpiscono il suo popolo, l’anello più debole della catena sociale contro il quale si sfogano le ansie, le insicurezze di una società sofferente di ingiustizia, precarietà e diritti negati".
 


Breve curriculum di Dijana Pavlovic
Nata in Serbia l’11.11.1976, laureata presso la Facoltà di Arti drammatiche di Belgrado, è cittadina italiana dal 1999.
Candidata alle elezioni comunali di Milano del 2006 nella lista Uniti con Dario Fo per Milano, dopo i fatti di Opera, nel gennaio 2007 è tra i promotori della Rete Nopattodilegalità che raccoglie associazioni, comitati, esponenti della società civile contro il Patto di legalità e socialità del Comune di Milano che sottopone a un doppio regime legale i cittadini Rom. Con questa rete organizza per il 2007 iniziative – come la grande partecipazione dei Rom al corteo del XXV Aprile – e sostegno alle condizioni di precarietà dei Rom (a Milano circa 40 sgomberi in un anno).
Nell’ottobre 2007 con lo sciopero della fame contro il Comune di Milano favorisce la costituzione di un tavolo – che raccoglie le associazioni e il sindacato milanesi – che elabora una piattaforma di intervento sulla questione Rom . Contribuisce a costituire il Comitato Rom e Sinti insieme, prima forma di auto organizzazione dei Rom. Per nome di questo Comitato interviene alla Conferenza europea sulla popolazione rom organizzata dai ministeri degli Interni e della Solidarietà sociale, il 22, 23 gennaio 2008 e alla audizione del Comitato dell’ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale, a Ginevra il 20 e il 21 febbraio 2008. Sul piano artistico e culturale – con una carriera in Italia di attrice di teatro, cinema e tv – nel 2006 è coautrice e protagonista di Porrajmos, azione scenica con testi e musiche sullo stermino dei Rom; coautrice e protagonista di Rom Cabaret, spettacolo costruito con testi della poesia popolare, canzoni e racconti della cultura rom che rappresenta in diverse realtà; promuove e anima la Settimana Rom nell’ottobre 2007 a Milano; in occasione della giornata della memoria, febbraio 2008, organizza con la casa della cultura di Milano una iniziativa con testimonianze dello sterminio di ebrei e “zingari”, infine è attiva in tutte le occasioni di dibattito sul territorio nazionale sul tema della discriminazione e della questione Rom.

 

Nella foto, Dijana Pavlovic

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Rifugiato gay iraniano, Gruppo EveryOne: "Regno Unito è un pericolo per i rifugiati". Rapporto di denuncia verrà presentato in Europa.

L'Home Office UK: "Un gay in Iran può tornare, basta che sia discreto"

9 marzo 2008
In un articolo apparso venerdì 7 marzo 2008 sul quotidiano “The Independent”, Simon Hughes, presidente dei Liberal Democratici e braccio destro del leader della Camera dei Comuni, ha affermato: “L’Home Office sostiene che una persona omosessuale può tornare in Iran ed evitare la persecuzione rimanendo ‘discreta’. Peccato che in Iran essere discreti significhi rinnegare la propria identità. La punizione per chi non riesca a rinnegare se stesso non è nient’altro che la tortura o la morte”.
La stessa tesi era stata già denunciata dai membri del NNRF (Nottingham and Notts Refugee Forum) anni or sono: “L’Home Office dichiara che se una persona omosessuale sarà meno visibile nell’essere gay o lesbica non attirerà l’attenzione dei persecutori” scrive Richard McCance nel sito web dell’associazione di rifugiati.
Il Gruppo EveryOne, che dall’inizio ha promosso, con la collaborazione del Partito Radicale Transnazionale, Nonviolento e Transpartito e delle associazioni Nessuno Tocchi Caino e Certi Diritti, la campagna per la vita del suo membro Seyed Mehdi Kazemi, depositerà in settimana in Unione Europea un rapporto di denuncia del comportamento dell’Home Office del Regno Unito nei confronti dei rifugiati richiedenti asilo.

 


“Mehdi deve assolutamente rimanere in Olanda. E’ provato che il Regno Unito porta avanti una vera e propria politica persecutoria nei confronti dei rifugiati, specie se omosessuali” dichiarano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Le affermazioni dell’Home Office sono gravissime, e contrastano con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E’ auspicabile un urgente intervento degli organismi europei al riguardo.”
“Nel 2004 una ventinovenne dello Zimbabwe, Thando Dube, stava per morire dopo 33 giorni di sciopero della fame in un centro di detenzione del Regno Unito. La sua colpa? Essere lesbica, cosa che l’aveva indotta a fuggire nel Regno Unito con la speranza di evitare la persecuzione in Patria. Anche a lei l’asilo è stato rifiutato” si legge all’interno del rapporto del Gruppo EveryOne. “Nel settembre del 2003 il 29enne omosessuale Israfil Shiri si è dato fuoco negli uffici dell’immigrazione di Manchester, dopo che gli era stato negato l’asilo come rifugiato omosessuale (sia in primo grado che in appello) ed era stata fissata la deportazione in Iran, dove lo attendeva l’impiccagione. L’anno dopo, nell’aprile 2005, il 26enne gay Hussein Nasseri si è sparato due settimane dopo che l’asilo gli era stato rifiutato dall’Home Office, rifiutandosi così di cadere nelle mani dei boia iraniani”.
Ma secondo il Gruppo EveryOne non sono solo gli omosessuali a fare le spese dell’indifferenza del Governo Britannico: Burhan Namig, classe 1980, è stato deportato il 5 setttembre 2006 dal Regno Unito – dove gli era stato negato l’asilo perché “non a rischio” – verso il Kurdistan, nonostante versasse in grave crisi depressiva e avesse minacciato il suicidio. Arrivato in Kurdistan, Burhan ha avuto un attacco di cuore, conseguente al trattamento disumano ricevuto in un centro di detenzione britannico. Nel febbraio 2007, almeno due curdi iracheni sono stati deportati dal Regno Unito al nord dell’Iraq di nascosto, su un aereo militare contenente medicine e altri aiuti umanitari. Questo nonostante l’escalation di violenza in corso Iraq, in seguito all’intervento americano, e nonostante la regione curda del nord del Paese sia soggetta a continui attacchi terroristici così come a pesanti abusi dei diritti umani. “Teniamo una linea dura con le persone che sono presenti illegalmente sul nostro territorio” ha detto l’anno scorso un funzionario dell’Home Office UK in risposta ad alcune domande dell’IRR (Indepedent Race and Refugee News Network).

 


Ultimo il recente caso di Ama Sumani, 39enne ghanese trasferitasi per motivi di studio nel Regno Unito, dove le era stato diagnosticato un mieloma maligno per cui necessitava di continue cure ospedaliere non sostenibili nel suo Paese d’origine. L’asilo le è stato rifiutato dall’Home Office Secretary Jacqui Smith e la donna è stata prelevata di forza, il 9 gennaio 2008, dall’ospedale universitario di Cardiff, in sedia a rotelle, e rimpatriata in Ghana. Secondo l’Home Office, ciò è avvenuto “con cortesia e dignità”.
“Tutto questo dimostra quanto il Regno Unito e il comportamento del suo Home Office siano pericolosi nei confronti di tutti i rifugiati, a maggior ragione per coloro che, come Mehdi Kazemi o la lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, sono attesi in Patria dalle peggiori torture e dalla pena capitale per la propria omosessualità” concludono Malini, Pegoraro e Picciau. “Chiediamo all’Olanda di concedere a Mehdi l’immediato status di rifugiato, al fine di evitare che un’altra vita si spezzi a causa della documentata e pervicace attitudine a violare i diritti dei profughi che è ormai caratteristica di un Paese europeo come il Regno Unito. Chiediamo infine che l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati vigili sui diritti dei profughi che si trovano attualmente sul territorio del Regno Unito e provengono da nazioni in cui rischiano di essere perseguitati, affinché si interrompa la catena di violazioni e di inique deportazioni”.

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Nuove riflessioni sulla morte di Giuseppe Casu e sugli abusi psichiatrici

di Christian e Maria - Telefono Viola, Bologna

9 marzo 2008
Dopo aver letto con attenzione il pezzo datato 5 marzo 2008 riguardante Giuseppe Casu, noi del Telefono Viola di Bologna non possiamo far altro che appoggiare le conclusioni tratte dal gruppo EveryOne e cioè che la punizione del primario da parte delle istituzioni ospedaliere se da un lato riconosce l'abuso del medico, dall'altro canto riconosce e consente l'uso della contenzione purché fatta seguendo le loro regole e procedure "legali", ma il problema di fondo è proprio questo: Giuseppe Casu è morto proprio perché il primario dell'ospedale non ha fatto altro che applicare un protocollo, utilizzando quei procedimenti leciti e consentiti dalla legge.
Quello che è accaduto a Casu non è frutto di un errore medico; non è l'ennesimo caso di italica malasanità, anche se si sarebbero dovuti attuare i necessari controlli medici sul paziente, soprattutto considerata la sua età, ma è la prassi attraverso la quale avvengono tutti i TSO. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio si basa infatti sulla stessa procedura: somministrazione di farmaci potentissimi (ed estremamente dannosi per la salute) e contenzione.

La procedura si protrae per 7 giorni (che spesso vengono anche rinnovati). Giuseppe Casu (e altri, molti altri) sono morti perché la legge consente agli psichiatri di drogare con farmaci pericolosi e contro la volontà del paziente, in maniera del tutto arbitraria, qualsiasi individuo fastidioso o "indecoroso", con la sola logica di far funzionare in modo produttivo l'azienda psichiatrica e mantenere l'ordine pubblico, mai per l'interesse e la salute del paziente. Difatti chi soffre "in silenzio" non viene degnato di uno sguardo, mentre chi soffre e dà fastidio viene portato via dal 118. Fermiamoci a riflettere su questo concetto e capiremo tutti a chi e a cosa serva veramente la psichiatria. L'obiettivo principale che ci dobbiamo porre è proprio quello di mostrare all'opinione pubblica che l'applicazione di determinati strumenti quali contenzione, elettroshock e psicofarmaci è perfettamente inutile per "curare" i problemi della mente, ma utilissima al sistema economico-aziendale psichiatrico e che gli strumenti più adatti per venire incontro alla sofferenza umana sono di tutt'altro tipo e comunque non vanno mai – sottolineiamo: mai - imposti con la forza, altrimenti provocano solo danni su danni e nessun beneficio all'individuo.
L'uso stesso della contenzione è definibile come abuso, violazione pura e semplice e per salvare tutte quelle persone socialmente deboli che vengono sepolte vive dentro i nuovi manicomi o rinchiuse senza il consenso della famiglia - o per volontà degli stessi parenti – dobbiamo, con tutti i nostri mezzi, insistere per portare all'orecchio dell'opinione pubblica questi importantissimi concetti, in modo semplice, chiaro e scientifico.

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Giuseppe Casu: il primario che causò la sua morte con il TSO è stato sospeso

di Laura Todisco

5 marzo 2008
La sospensione dal ruolo di primario del medico che si occupò di Giuseppe Casu, morto dopo sette giorni di "martirio psichiatrico" presso l'Ospedale di Is Mirrionis, a Cagliari, è un significativo passo avanti verso l'abolizione del TSO. Tuttavia, considerato che viviamo in uno Stato fortemente repressivo, bisogna stare molto attenti a che la battaglia contro il Tso non si trasformi in una a favore dell'elettroshock. Ed ecco gli ultimi aggiornamenti relativi alla vicenda di Giuseppe Casu. Con una decisione senza precedenti, l'Asl 8 dell'Ospedale della Santissima Trinità di Cagliari ha sospeso lo psichiatra Gian Paolo Turri, 62 anni, fino a ieri direttore del Servizio psichiatrico dell'ospedale Is Mirrionis, dal suo incarico da primario. Questo provvedimento è stato preso in seguito al rinvio a giudizio di Turri per omicidio colposo (in concorso con la psichiatra Maria Rosaria Cantone), avvenuto lo scorso 19 febbraio in relazione al procedimento giudiziario riguardante la morte dell'ambulante di Quartu Giuseppe Casu.

 


Ricordiamo che la morte del signor Casu era avvenuta nel reparto il 22 giugno 2006,dopo sette giorni di sedativi e contenzione fisica. Ciò significa che alla data del 17 aprile, data fissata per l'udienza dibattimentale, Turri dovrà difendersi dall'accusa di omicidio colposo ma non potrà farlo da primario. Il medico ha già annunciato il ricorso al giudice del lavoro, dato che dovrà attendere che venga celebrato il processo e che l'eventuale assoluzione diventi definitiva, prima di poter tornare al suo posto. Ma è risaputo che i tempi della giustizia sono lenti e quindi presumibilmente, se dovessero dilatarsi, l'Azienda lo reintegrerà fra cinque anni. A questo punto si profila la possibilità che l'azienda abbia rimosso il primario, poiché "La gravità dei fatti che vengono contestati dall'Autorità giudiziaria al Dott.Turri può indurre un giustificato allarme sociale idoneo a creare negli utenti diffidenza nei confronti del servizio pubblico", come spiega in una nota il manager della Sanità, Dott. Gino Gumirato. La campagna di informazione legata alla vicenda di Casu, promossa dal Comitato Giuseppe Casu, dal Gruppo EveryOne (che ha avviato anche una petizione nazionale), da Telefono Viola, da Reti Invisibili e da altre organizzazioni che si battono contro gli abusi della psichiatria ha senza dubbio un ruolo fondamentale perché si eviti l'insabbiamento delle responsabilità.
Allo stato attuale delle cose, ciò che realmente conta al fine di portare a buon fine la battaglia contro il Tso, che è una pratica assolutamente iniqua, è il fatto che la commissione nominata dall'Asl prima del procedimento penale, avesse ritenuto non accettabile sotto il profilo clinico, oltre che etico, un così prolungato provvedimento di contenzione fisica (durato ben 7 giorni) che ha causato la morte di Giuseppe Casu. Un'evidenza di abuso che deve essere ricordata e sottolineata in ogni sede.

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Perché la polizia italiana perseguita i Rrom?

 

29 febbraio 2008

Roberto Boni dell'Unione Sindacale di Polizia (U.S.P.) diffonde un comunicato in cui è descritta l'ideologia che anima le forze dell'ordine in Italia nei confronti dei cittadini di etnia Rrom. Si tratta del campionario completo degli stereotipi creati attraverso secoli di pregiudizio e ignoranza riguardo alla realtà di un popolo. 
La campagna razziale in corso da anni in Italia e divenuta particolarmente virulenta negli ultimi tempi ha condizionato, evidentemente, le autorità italiane, il cui giudizio verso i Rrom non è più minimamente obiettivo. Roberto Boni, vice segretario nazionale dell'Unione Sindacale di Polizia, si esprime, purtroppo, in buona fede, convinto di divulgare non una sequenza di pregiudizi gravi, che contrastano con la normativa internazionale che tutela la minoranza Rrom, ma informazioni veritiere. Questo comunicato deve allarmare tutti coloro che si occupano di Diritti Umani, perché è il prodotto di una cultura razzista che potrebbe facilmente trasferirsi, prima o poi, ad altri gruppi sociali o etnie. Si pensi cosa accadrebbe se Istituzioni e media iniziassero a bombardare la cittadinanza con i vecchi stereotipi riguardante gli ebrei, secondo i quali sarebbero astuti e maligni, avidi e lussuriosi, sporchi e superstiziosi, pieni di livore contro i cristiani e dediti a oscure trame volte capovolgere i valori sociali.

 

 

La risposta è semplice: la cattiva informazione susciterebbe timore, odio, desiderio di sicurezza e gli ebrei sarebbero colpiti da leggi razziali simili a quelle che colpiscono i Rrom, a partire dal'iniquo Pacchetto Sicurezza approvato il 27 febbraio 2008. Ho chiesto a un capofamiglia Rrom di commentare il comunicato dell'U.S.P, ma l'uomo mi ha risposto: "Non chiedermi di esprimere un parere, perché temo i poliziotti come la peste. Non immagini neanche come si comportano con noi, con le nostre donne e i nostri bambini! Ci trattano come animali perché sanno che siamo pacifici e che la gente ci odia. Guarda i miei bambini: hanno fame e freddo, sono malati di cuore, nessuno si prende cura di loro. Ti sembrano ricchi? Vedi ricchezza, in questo nostro accampamento?". 
No, naturalmente, non vedo "sfarzo". Vedo la più tragica miseria, la più terribile disperazione. Vedo vittime dell'odio, bambini in condizioni di indigenza disumane, come i loro genitori. E "oltre il campo" vedo aguzzini spietati e sento echeggiare le loro voci, che coprono i lamenti dei piccoli Rrom con parole svuotate di significato. Parole come "legalità" e "sicurezza". R.M.


Ecco il comunicato di Roberto Boni:


U.S.P.: NEI CAMPI NOMADI ANCORA TROPPA ILLEGALITA’ E INGIUSTIFICATO SFARZO DI RICCHEZZA. ESPELLERE IMMEDIATAMENTE DALL’ITALIA GLI ZINGARI  CHE COMMETTONO REATI.

 

Dichiarazione del Vice Segretario Nazionale dell’U.S.P. Roberto BONI.


I controlli periodici effettuati dalle Forze di Polizia nei campi nomadi continuano sistematicamente a far emergere situazioni di grave illegalità, di sfruttamento minorile e di degrado.

Nel frattempo, molte amministrazioni comunali, come ad esempio quella di Roma, continuano però a sperperare milioni e milioni di Euro dei cittadini contribuenti in programmi di assistenza e di ospitalità a 
zingari “indigenti” che […] viaggiano a bordo di costosissimi camper attrezzati, di Mercedes, di BMW e talvolta finanche di Ferrari, tutte in bella mostra in campi attrezzati dove non è più mistero per nessuno che avvengano una moltitudine di loschi traffici e di attività illecite.

Quotidianamente poi, frotte di giovanissimi nomadi, sfuggendo a qualsiasi serio piano di scolarizzazione, vengono dirottati dalle loro stesse famiglie in luoghi turistici, stazioni e aree affollate in genere per compiere furti e borseggi, talvolta addirittura per prostituirsi.

Il visibile sfarzo di ricchezza che sovente si rileva all’interno dei degradati agglomerati di baracche dei campi Rom, contrasta fortemente con quella falsa immagine di miseria e di emarginazione che, in molti casi, rappresenta solo un utile “specchietto per le allodole” per giustificare la richiesta di assistenza.

 


E proprio la sostanziale impunità e il “forsennato assistenzialismo” sono probabilmente la causa principale di quella massiccia invasione di nomadi e di rumeni che ha innalzato i tassi di criminalità a livelli ormai non più tollerabili, costringendo i cittadini italiani ad una forzata quanto impossibile convivenza con chi non ha affatto intenzione di integrarsi e di rispettare le leggi del paese che lo ospita. Peraltro, il garantismo indiscriminato invocato a gran voce da taluni politicanti inetti sempre pronti a innalzare la bandiera 
dell’antirazzismo per giustificare qualsiasi iniziativa che cozza contro la ragione e il buon senso, ha finora penalizzato innanzitutto gli zingari onesti, a solo e esclusivo vantaggio di quelli che sono invece stabilmente dediti al crimine.

Il problema dei nomadi è soprattutto un problema di ordine e di sicurezza pubblica e, quindi, di Polizia. Ogni giorno, infatti, decine e decine di Operatori delle Forze dell’Ordine sono sottratti ai loro compiti per il trattamento di zingari rom tratti in arresto, per le ispezioni ai campi nomadi autorizzati, per gli sgomberi di 
quelli abusivi. Tutto personale questo inutilmente distolto dal controllo di un territorio che appare ormai sempre più ostaggio di bande criminali.

Per questi motivi l’Unione Sindacale di Polizia torna a chiedere a gran voce al Governo la rigida applicazione della Direttiva Europea sull’espulsione dei cittadini anche comunitari privi di mezzi di sostentamento e dediti ad attività illecite, nonché una minuziosa selezione delle presenze nei campi nomadi, autorizzati e non, con l’allontanamento immediato dal territorio nazionale di tutti coloro che hanno precedenti penali e, con la revoca di tutti quei benefici di assistenza di cui godono quegli altri zingari che palesano un reddito certamente ben lontano dalla soglia di indigenza. LA SEGRETERIA GENERALE NAZIONALE

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Notizie preoccupanti. Per chi pratica e per chi subisce l'elettroshock

26 febbraio 2008
Natale Adornetto suggerisce la lettura di un breve articolo di Luigi Gallini, riportato qui di seguito e soprattutto del saggio di Peter Breggin, linkato nel testo. "Può essere d'aiuto a chi voglia farsi un'idea di alcuni dei danni che procura l'elettroshock" precisa lo psicologo. "Ritengo inoltre che sia utile a comprendere come il nostro pensiero – recisamente contrario a questa pratica barbarica – non si basi su opinioni, ideologie e preconcetti ma su dati di fatto e studi condotti da persone esperte del ramo. Di Peter Breggin ho letto con interesse altri scritti, tutte cose fondamentali ed importanti, e penso che egli sia il più autorevole studioso a livello internazionale". Qui di seguito, il pezzo di Luigi Gallini.
Nell'ambito della psichiatria è successo qualcosa di nuovo alquanto rimarchevole. Un gruppo di ricerca condotto da un promotore ed da un difensore dell'elettrochok, quale il prof. Harold Sackeim, ha recentemente pubblicato uno studio condotto su 347 pazienti sottoposti alle moderne pratiche elettroconvulsive, inclusa la forma che è supposta essere la più benigna. La ricerca ha confermato che l'elettrochock causa danni permanenti al cervello e la sua disfunzione.

Saggio del Prof. Peter Breggin, traduzione di Giovanni Giretto

Basata su numerosi test psicologici standardizzati somministrati sei mesi dopo l'ultima seduta elettroconvulsiva, la ricerca prova che tutte le forme di trattamento elettroconvulsivo causano perdita di memoria e disfunzioni mentali. In sintesi, secondo le parole degli autori: "Così gli effetti cognitivi negativi della terapia elettroconvulsiva si sono rilevati fino a sei mesi dopo l'ultimo trattamento." Essi concludono dicendo: "questo studio fornisce la prima prova effettuata su un grande numero di pazienti che gli effetti cognitivi negativi causati dalla terapia elettroconvulsiva possono persistere per un lungo periodo e che caratterizzano tutti i trattamenti ECT abitualmente effettuati nelle comunità alloggio".

 


Dopo che i danni cerebrali traumatici sono persistiti per sei mesi, è assai verosimile che rimangano stabili nel tempo, o addirittura che possano peggiorare. Questo studio, perciò, conferma che l'uso clinico abitualmente condotto della terapia elettroconvulsiva causa danni permanenti al cervello e alle sue principali funzioni.
Il termine "disfunzioni cognitive" copre l'intero intervallo delle facoltà mentali, dalla memoria, al pensiero astratto, al giudizio. Le disfunzioni cerebrali indotte dalla terapia elettroconvulsiva sono globali. In addizione alla perdita di memorie autobiografiche, i danni cerebrali più marcati si verificano a carico della
"memorizzazione di nuove informazioni", nei "tempi di reazione semplici" e, più tragicamente, nello "stato cognitivo globale". In altre parole, i pazienti trattati con terapia elettroconvulsiva hanno continuamente problemi a imparare e ricordare nuove cose, sono più lenti nei tempi di reazione mentale e risultano mentalmente handicappati in un'ampia gamma di facoltà mentali.
Lo studio di Sackeim, probabilmente per sminuire la vasta gamma di devastazioni indotte dalla terapia elettroconvulsiva, non fornisce la percentuale di pazienti afflitti da deficit cognitivo permanente; tutti i test psicologici somministrati sono altamente significativi.
 

Nella foto, Peter Breggin

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Iran/Estradizione giovane gay, Radicali: Brown rispetto norme UE
Sit in di Radicali e Nessuno tocchi Caino all'ambasciata britannica a Roma


di Ap Com

Roma, 25 feb. (Apcom) - Sit-in di protesta davanti all'ambasciata britannica in Italia per chiedere al Governo guidato da Gordon Brown di non deportare a Teheran l'omosessuale iraniano a cui Londra ha rifiutato il diritto d'asilo. Una ventina di attivisti dei Radicali e di Nessuno tocchi Caino, guidati da Sergio D'Elia e Rita Bernardini, ha manifestato a favore di Seyed Mehdi Kazemi. Indossano cartelli, sia in lingua italiana che in inglese, che chiedono il "no all'estradizione" che dovrebbe scattare domani per il ragazzo bloccato in Olanda.


I Radicali e le associazioni collegate al partito transnazionale si sono mossi a sostegno dell'associazione Everyone che ha sollevato il caso. I cartelli riecheggiano la richiesta con diverse formulazioni: 'Non condannate Mehdi a morte'; 'Asilo politico per le persecuzioni di genere'; 'Brown, qual'è la colpa di Mehdi?'; 'Human Rights and rule of law in Eu'.

"Chiediamo al Governo Brown - ribadisce a parole Matteo Pegoraro, uno dei portavoce di Everyone - il rispetto delle convenzioni internazionali e delle direttive europee. Mehdi verrà giustiziato se lo rimandano in Iran".

Nella foto, manifestanti di fronte all'ambasciata britannica in Italia (a sinistra, con la bandiera di "Nessuno Tocchi Caino", il deputato radicale Sergio D'Elia

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Londra collabora con l’Iran sulla pelle dei gay

di Dimitri Buffa – da L’Opinione

26 febbraio 2008
Quando si leggono certe denunce si stenta a crederci: non solo l’Inghilterra nega lo status di rifugiati politici ai tanti omosessuali iraniani che rischierebbero la pelle tornando a Teheran, ma addirittura adesso li richiede indietro (per poi espellerli verso l’Iran) ad altri stati. Come l’Olanda, tanto per fare l’esempio dell’ultimo caso, il tutto appellandosi al trattato di Dublino e a Schengen. E questo accade quando questi gay se ne vanno via dalla Gran Bretagna fiutando aria di espulsione e di riconsegna. Evidentemente Gordon Brown ha intenzione di allacciare stretti contatti diplomatici con Ahmadinejad sulla pelle dei gay. Altrimenti non si spiegherebbe tutto questo accanimento contro di loro, dopo che già il caso di Pegah Emambakhsh, la lesbica iraniana cui era stata negata l’autorizzazione a restare sul suolo britannico come rifugiata, aveva creato non pochi problemi diplomatici. Da ieri a quello di Pegah Emambakhsh si è aggiunto anche quello di Kazemi. Per martedì, cioè oggi, è infatti già fissato il volo che porterà il giovane Mehdi Kazemi da Amsterdam a Londra.
E da Londra verrà successivamente deportato in Iran. Adesso la Ong Gruppo EveryOne, che si occupa proprio della repressione delle minoranze etniche, linguistiche e di orientamento sessuale nel mondo, ha addirittura chiesto il commissariamento del Regno Unito da parte dell’Unione Europea, nonché l’immediata concessione dell’asilo al diciannovenne. Da pochi giorni Mehdi era infatti divenuto membro effettivo del Gruppo EveryOne. In Iran era ricercato dopo che il suo partner (giustiziato perché omosessuale nell’aprile 2006) aveva confessato la loro relazione amorosa. Kazemi a novembre 2005 si era recato da Teheran a Londra per motivi di studio, ed era in seguito stato costretto a richiedere l’asilo come rifugiato all’Home Office del Regno Unito in seguito alla scoperta, da parte delle autorità iraniane, della sua relazione omosessuale con l’altro succitato ragazzo, in seguito condannato a morte e giustiziato nell’aprile del 2006. Parham, il suo partner dall’età di 15 anni, era stato infatti arrestato dalla polizia di Teheran con la solita accusa di “lavat” (sodomia) dopo essere stato colto dalle autorità iraniane in compagnia di un altro ragazzo. Nel frattempo Mehdi già soggiornava in Inghilterra e frequentava il college.
Nel corso di un interrogatorio in carcere, Parham è stato costretto dai suoi aguzzini a riferire nomi e cognomi di tutti gli uomini con cui aveva intrattenuto relazioni, tra cui lo stesso Mehdi. Pochi mesi fa il verdetto negativo dell’Home Office Britannico, che ha respinto la richiesta d’asilo: Mehdi dovrà essere rimpatriato nel suo paese d’origine perché, secondo il Governo Britannico, “non corre rischi di alcun tipo”. Mehdi saputa la decisione negativa era fuggito clandestinamente dall’Inghilterra, intenzionato a raggiungere il Canada, ma era stato fermato dalla polizia di frontiera tedesca. Una volta ascoltata la sua storia, era stato mandato in Olanda (nota per concedere lo status di rifugiati ai gay iraniani) in consegna sempre alle forze di polizia. Ma il colmo è stato che il Regno Unito, non pago della gaffe diplomatica, ha presentato in questi giorni all’Olanda una richiesta formale di ripresa in consegna, secondo il trattato di Dublino e secondo il regolamento CE 343/2003 (Schengen), di Mehdi, per poi provvedere alla sua deportazione in Iran. Omar Kuddus, dell’associazione Gay Asylum UK, ha raccontato al Gruppo EveryOne di aver ricevuto una telefonata da Mehdi il 18 febbraio scorso.
Il ragazzo lo ha informato che era già stato fissato il volo che martedì 26 febbraio lo riporterà in Inghilterra: partirà alle 8 del mattino (ora olandese) da Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, e arriverà a Heathrow, Londra, intorno alle 8.30 del mattino (ora inglese). I leader del Gruppo EveryOne, che hanno preso in consegna il caso, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, hanno protestato e chiesto “una forte presa di posizione dell’Unione Europea, con un commissariamento nei confronti del Governo di Brown”. E questo anche perché “il Regno Unito continua imperterrito nel violare le convenzioni internazionali sui diritti umani e sui diritti dei rifugiati, nonché le direttive e i regolamenti europei che disciplinano le richieste di asilo: lo ha fatto con la lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, negandole lo status di rifugiata per non poter provare la sua omosessualità e lo ha ripetuto, appena un mese fa con la deportazione nel Ghana di Ama Sumani, malata terminale di cancro che aveva chiesto disperatamente di potersi curare in Inghilterra, a causa dell’impossibilità di farlo nel suo Paese d’origine”. E soprattutto continua a farlo anche in questi giorni con il caso di Kazemi.
Come ultima disperata mossa per evitare il rimpatrio del ragazzo in Iran dove andrebbe incontro a una sicura esecuzione, il Gruppo EveryOne ha chiesto ufficialmente al Parlamento Europeo e all’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU, António Guterres, di far sì che venga subito fermata la deportazione del ragazzo e venga concesso allo stesso, senza altri indugi, lo status di rifugiato. E’ bene ricordare che il 31 gennaio scorso c’era stata un netta presa di posizione della Commissione Europea, secondo cui “gli Stati membri non possono espellere o rifiutare lo status di rifugiato alle persone omosessuali senza tenere conto del loro orientamento sessuale, delle informazioni sulla relativa situazione nel paese di origine, ivi comprese le disposizioni legislative e regolamentari e il modo in cui sono applicate”.

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Rifugiato gay iraniano rischia la deportazione dal Regno Unito, urgente appello all’Europa

Gruppo EveryOne: “E’ condannato a morte perché gay, fermiamo l’ennesima violazione dei diritti del profugo da parte del Governo Brown”
 

24 febbraio 2008
Si chiama Seyed Mehdi Kazemi, ha poco meno di vent’anni ed è uno dei membri del Gruppo EveryOne. E’ un iraniano omosessuale che a novembre 2005 si è recato da Teheran a Londra per motivi di studio, e che è stato costretto a richiedere l’asilo come rifugiato all’Home Office del Regno Unito in seguito alla scoperta, da parte delle autorità iraniane, della sua relazione omosessuale con un altro ragazzo, già condannato a morte e giustiziato nell’aprile del 2006. Parham, il suo partner dall’età di 15 anni, era stato infatti arrestato dalla polizia di Teheran con la fatidica accusa di “lavat” (sodomia) dopo essere stato colto dalle autorità iraniane in compagnia di un altro ragazzo, mentre Medhi già soggiornava in Inghilterra e frequentava il college. Nel corso di un interrogatorio in carcere, Parham è stato costretto dai suoi aguzzini a riferire nomi e cognomi di tutti gli uomini con cui aveva intrattenuto relazioni, tra cui lo stesso Mehdi. La polizia iraniana si è già presentata a casa del padre di Mehdi, a Teheran, intimandogli la custodia del figlio per sottoporlo a giudizio.

 


E’ di pochi mesi fa il verdetto negativo dell’Home Office Britannico, che ha respinto la richiesta d'asilo: Medhi dovrà essere re-impatriato nel suo Paese d’origine perché, secondo il Governo Britannico, non corre rischi di alcun tipo. Medhi è dunque fuggito clandestinamente dall’Inghilterra, intenzionato a raggiungere il Canada, ma è stato fermato dalla polizia di frontiera tedesca. Una volta ascoltata la sua storia, è stato mandato in Olanda (nota per concedere lo status di rifugiati ai gay iraniani), in consegna sempre alle forze di polizia. Tuttavia, il Regno Unito ha presentato in questi giorni all’Olanda una richiesta formale di ripresa in consegna, secondo il Trattato di Dublino e secondo il regolamento CE 343/2003, di Mehdi, per poi provvedere alla sua deportazione in Iran.
Omar Kuddus, dell’associazione Gay Asylum UK, racconta al Gruppo EveryOne di aver ricevuto una telefonata da Mehdi il 18 febbraio scorso, nella quale il ragazzo lo ha informato che è già stato fissato il volo che martedì 26 febbraio lo riporterà in Inghilterra: partirà alle 8 del mattino (ora olandese) da Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, e arriverà a Heatrhrow, Londra, intorno alle 8.30 del mattino (ora inglese).
“Chiediamo una forte presa di posizione dell’Unione Europea, con un commissariamento nei confronti del Governo di Brown” dichiarano i leader del Gruppo EveryOne, che ha preso in consegna il caso, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Il Regno Unito continua imperterrito nel violare le convenzioni internazionali sui diritti umani e sui diritti dei rifugiati, nonché le direttive e i regolamenti europei che disciplinano le richieste di asilo: lo ha fatto con la lesbica iraniana Pegah Emambakhsh,negandole lo status di rifugiata per non poter provare la sua omosessualità; lo ha ripetuto, appena un mese fa,” continuano “con la deportazione nel Ghana di Ama Sumani, malata terminale di cancro che aveva chiesto disperatamente di potersi curare in Inghilterra, a causa dell’impossibilità di farlo nel suo Paese d’origine.”
Il Gruppo EveryOne chiede ufficialmente al Parlamento Europeo e all’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU, António Guterres, di far sì che venga subito fermata la deportazione del ragazzo e venga concesso allo stesso, nell’immediato, lo status di rifugiato. E’ di appena il 31 gennaio scorso la presa di posizione della Commissione Europea, secondo cui “gli Stati membri non possono espellere o rifiutare lo status di rifugiato alle persone omosessuali senza tenere conto del loro orientamento sessuale, delle informazioni sulla relativa situazione nel paese di origine, ivi comprese le disposizioni legislative e regolamentari e il modo in cui sono applicate”.
“E’ ora che quanto espresso dalla Commissione europea divenga realtà” concludono i rappresentanti di EveryOne. “Invitiamo tutta la società civile a esprimere il proprio sdegno nei confronti dell’operato del Governo Britannico, che mina ai valori della libertà e della dignità stessa della persona”.

La storia completa del giovane, nonché la sua testimonianza, inviata all'Iranian Queer Organization, sarà disponibile da domani in italiano sul sito www.everyonegroup.com.

 

Nella foto, la tessera del membro del Gruppo EveryOne Seyed Mehdi Kazemi

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Diritto di asilo: si pronuncia l'UE, invitando i membri a concederlo agli omosessuali perseguitati

Gruppo EveryOne: "Grande lavoro di Radicali e altri gruppi europei. Ora anche Regno Unito e Olanda si attengano a disposizioni"


Con una risposta all’interrogazione depositata dal radicale Marco Cappato, assieme ai deputati di tutti i gruppi politici al Parlamento Europeo, la Commissione europea ha affermato che "In base al diritto europeo gli Stati membri non possono espellere o rifiutare lo status di rifugiato alle persone omosessuali senza tenere conto del loro orientamento sessuale, delle informazioni sulla relativa situazione nel paese di origine, ivi comprese le disposizione legislative e regolamentari e il modo in cui sono applicate". Inoltre gli Stati UE devono garantire che il personale incaricato di esaminare le domande di asilo e decidere in merito "disponga di informazioni precise ed aggiornate provenienti da varie fonti, quali l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)". La commissione, anche sulla base della campagna internazionale per la vita in Iran lanciata dal Gruppo EveryOne, con il sostegno di Nessuno Tocchi Caino, del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito e del Partito Socialista Europeo, nonché delle principali organizzazioni per i diritti umani, ha affermato inoltre che è necessario "prendere seriamente in esame il codice penale iraniano e la sua applicazione pratica, nonché il possibile coinvolgimento di responsabili non statuali della persecuzione", e riconosce che è consapevole del fatto che "in Iran l'omosessualità consensuale tra adulti è perseguibile […] e che sia stata comminata la pena di morte" per questo.

 


“Ancora una volta vince l’Europa dei diritti umani” affermano convinti i leader di EveryOne, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Continueremo ad avere fiducia e nutrire speranze in quest’Europa, che si fa portatrice di valori civili a difesa dei più deboli. E' tuttavia necessario che le disposizioni della Commissione europea non restino sulla carta, ma vengano messe in atto senza eccezioni dai Paesi membri. Ci aspettiamo inoltre risposte concrete, che si traducano nel pieno recepimento delle norme europee e internazionali in materia di diritto di asilo, dal Regno Unito – da cui nei giorni scorsi non sono giunte buone notizie per la sorte della lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, che ha più volte rischiato la deportazione in Iran per non poter provare la propria omosessualità ed è tuttora in attesa di responso della Corte d’Appello britannica – e dall’Olanda, dove Jamal Turkhmani, un omosessuale libanese, è in attesa del responso dei giudici per ottenere l’asilo come rifugiato. Riguardo a Pegah, è necessario che i magistrati del Regno Unito considerino che la donna non intende mettere in pericolo con ulteriori rivelazioni la sua compagna e la sua famiglia, che vivono tuttora nella Repubblica Islamica. Per quanto concerne Jamal, il giovane gay rischierebbe fino a un anno di reclusione, a cui si aggiungono le minacce di morte ricevute dal padre e dal fratello a causa del suo impegno di attivista in un'associazione gay locale.

 

Nella foto, Jamal Turkhmani, in attesa dell'asilo come rifugiato

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Rrom in Italia: siamo di fronte a un popolo geneticamente portato al crimine o viviamo in un Paese razzista?

12 febbraio 2008
Gloria, un'utente di Anne's Door è sorpresa da quanti reati siano attribuiti ai Rrom e ci scrive: "Dopo il caso Mailat, i bambini di Milano torturati e costretti a mendicare, ecco la rivelazione (di Roberta Angelilli, Alleanza Nazionale n.d.r.) secondo cui in Italia ben 50 mila bambini Rrom sarebbero schiavi di un racket composto da nomadi; ecco la vicenda dei Sinti che truffano gli anziani e che si rivelano proprietari di ville e montagne d'oro (l'ho visto in un servizio televisivo)! Ecco la notizia, diffusa dai media, dei Rrom del campo Casilino 900, a Roma, che hanno commesso un'infinità di reati e che le autorità romane hanno presentato come una banda organizzata, contro cui hanno mobilitato un esercito composto da più di cento carabinieri, pattuglie in uniforme, militari a cavallo e unità cinofile. Siamo di fronte a un popolo di criminali, geneticamente portati a commettere reati e azioni orribili o viviamo in un Paese impazzito?"


Rispondono Roberto Malini e Nazzareno Guarnieri

Risponde Roberto Malini. Hai colto nel segno del problema e hai messo in rilievo il castello di pregiudizi su cui si basa una persecuzione efferata, che si giustifica agli occhi dell'opinione pubblica come "operazione di sicurezza" e non "purga razziale". Cara Gloria, i nomadi che rapiscono bambini e li costringono con torture, segregazione e minacce a rubare o prostituirsi; i Sinti che si arricchiscono truffando gli anziani e posseggono ville e macchinoni; il "linguaggio segreto" degli zingari scritto con il gesso davanti alle abitazioni a scopo di rapina sono i soliti luoghi comuni usati dalla propaganda razzista. Il partito nazista e la stampa di regime presentarono i Rrom proprio come un popolo geneticamente degenerato e caratterizzato da un'indole immorale: ladri, truffatori, schiavisti, padri e madri indegni, assassini senza scrupoli. La realtà, Storia e Memoria ce lo insegnano, è ben diversa e i veri criminali non furono i Rrom, ma i tedeschi e i loro complici. Criminali spietati, capaci di azioni indescrivibili e omicidi orrendi contro uomini, donne e bambini innocenti. Tieni presente, però, che quando i nazisti erano al potere e i media lavoravano per presentare in modo umano la loro immagine, il popolo tedesco la pensava come gli italiani di oggi e identificava negli zingari e nelle altre minoranze che furono soggette a persecuzione la sorgente del male. Nessuno avrebbe detto che Hitler, Goebbels, Eichmann o Himmler fossero mostri. I nemici della sicurezza erano considerati, anche allora, i mendicanti, i poveri, le famiglie Rrom dalle pelli scure e le usanze così diverse da quelle europee. Ma torniamo al presente: Rrom e Sinti, purtroppo, sono poverissimi e non posseggono ville né oro o diamanti; amano i loro bambini ("tanti bambini, tanta gioia", è il loro motto) e non rapiscono quelli degli altri; hanno un livello di moralità elevatissimo e condannano la violenza come il più grave dei mali; sono religiosi e considerano la carità e la solidarietà come i massimi valori umani e sociali. Non ho visto il servizio televisivo a cui ti riferisci, ma ne ho lette e sentite tante, da molti anni. Se vuoi combattere il pregiudizio devi tener sempre presente che i razzisti seguono una strategia mediatica precisa, che è quella di giustificare la repressione presentandola come un'azione necessaria per tutelare o ripristinare la "legalità". Quello che gli uomini e i gruppi che si occupano di Diritti Umani combattono è un atteggiamento persecutorio, che ha portato i Rrom in condizioni tragiche di povertà.

 

E' ovvio che le autorità giustificano sgomberi ed espulsioni adducendo ai Rrom reati di ogni genere, ma quello che le Nazioni Unite e l'Unione Europea chiedono - finalmente - ai Paesi civili è l'attuazione di politiche volte a integrare i Rrom e a combattere la povertà che li annienta, attraverso un sostegno pianificato (che l'Ue agevola con ingenti fondi, cui l'Italia ha scelto di non accedere proprio per non favorire l'integrazione) e comprendente alloggi, aiuti economici, assistenza sanitaria, strutture per l'igiene, progetti di collocamento professionale, inserimento scolastico, tutela dell'identità etnica di un popolo, attivazione di programmi mirati a far conoscere la Storia, la cultura e la condizione dei Rrom ecc. In tutti i casi cui ti riferisci, eccettuato quello di Mailat, che non è un Rrom, ma un romeno di etnia Bunjas (anche quello, comunque, è un evento giudiziario tutt'altro che chiaro), le autorità contestano reati diversi ai Rrom e i media presentano le loro comunità come bande malavitose. Il caso recentissimo del campo Casilino 900 è emblematico della persecuzione in atto. Le forze dell'ordine sono entrate in un luogo di emarginazione simile a un campo di concentramento, dove sopravvivono nelle più spaventose condizioni di indigenza cento uomini, cento donne e duecentocinquanta bambini. La violazione commessa nei loro confronti è stata totale: anziché ricevere aiuti e supporto (come prevedono le leggi internazionali a tutela delle minoranze etniche e le convenzioni internazionali per i Diritti Umani), sono stati perquisiti, espulsi quando possibile, denunciati per reati assurdi, come la "violazione del diritto d'autore", terrorizzati e umiliati sia individualmente che come popolo. Quando abbiamo dubbi sulla persecuzione, Gloria, perché i media ci presentano i "buoni" e i "cattivi" secondo una logica di regime, dobbiamo entrare in un campo Rrom e tutto diventa chiaro: troveremo povertà, fame, malattie, morte, dolore, abbandono, emarginazione. E nessuno che si prodighi per combattere i veri nemici della società, che sono il razzismo, la crudeltà, l'abuso, la calunnia, la miseria. Entriamo in un campo Rrom, finché è possibile, perché i pogrom hanno decimato persino quei luoghi disperati di sopravvivenza e, al di là delle odiose bugie della propaganda, sarà facile rispondere alla tua domanda: chi sono i criminali, gli zingari o i loro persecutori?

Risponde Nazzareno Guarnieri, Rom Abruzzese. Roberto Malini risponde correttamente a Gloria descrivendo la realtà dei rom europei che in gran parte vivono nei campi nomadi in condizione disastrose e disumane, volute da chi, esterno al mondo rom, ha cercato di interpretare la realtà ed i bisogni di Rom e Sinti, con gravissimi errori.
Cara Gloria troppe volte la realtà delle minoranze rom e sinte in Italia, in totale buona fede, sono descritte solo parzialmente ed in linea generale si descrive solo la realtà dei Rom Europei (stranieri), dei campi nomadi, della povertà, ecc. un’immagine eccessivamente stereotipata e non rappresentativa della realtà complessiva del mondo Rom Italiano.
Si dimentica troppo spesso che la maggioranza dei Rom e dei Sinti in Italia sono cittadini Italiani, molti vivono nelle case in buone condizioni abitative. Ci sono anche famiglie Rom e Sinte Italiane con buone condizioni economiche, è vero che sono poche, ma ci sono. Ci sono Rom e Sinti con un buon livello di istruzione, è vero che sono pochi ma ci sono. Ci sono tantissimi Rom e Sinti con un lavoro legale e precario, pochi con un lavoro sicuro. Ci sono Rom e Sinti che commettono illegalità, è vero che sono pochi ma ci sono, ecc.


Rom e Sinti? Una VERA MINORANZA ETNICA NAZIONALE che il Governo Italiano si rifiuta di riconoscere alla pari di altre minoranze nazionali, si rifiuta di dialogare con i componenti di questa minoranza, si rifiuta di programmare una politica di interazione culturale con la minoranza rom/sinta, si rifiuta di contrastare la discriminazione razziale di questa minoranza legiferando ed applicando la legge vigente. La discriminazione a tutti i livelli è il problema vero, quella discriminazione razziale che costringe il Rom Italiano, anche con un buon livello di istruzione e di formazione, a chiedere IL CAMBIO DEL COGNOME per sfuggire alla discriminazione, e chi non vuole rinunciare alla propria storia personale, familiare e culturale, condizione che si verifica con il cambio del cognome, cosa deve fare per cercare di sopravvivere?

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Un luogo lontano e dimenticato... dove cominciano i Diritti Umani

di Roberto Malini

1 febbraio 2008
Per opporsi efficacemente alla discriminazione – ormai divenuta, in Italia, persecuzione – che colpisce i Rrom, è necessario che il popolo Rrom sia riconosciuto dalle Istituzioni nazionali e internazionali come una "nazione senza territorio". Solo così si potrà preservare la sua identità. Ecco perché il Gruppo EveryOne e Anne's Door - il portale della cultura a difesa della vita – non combattono solo gli effetti dell'oppressione (per esempio, con la Mozione che ha prodotto la Risoluzione del Parlamento Europeo del 15 novembre 2007, che intima all'Italia di abbandonare le politiche antizigane o con la Denuncia al CERD - Nazioni Unite – e alla Corte Internazionale di Giustizia de L'Aja, entrambe accolte, per i crimini contro l'umanità commessi alle Istituzioni italiane), ma si impegnano perché venga approvato lo Statuto Quadro del Popolo Rrom nell'Unione Europea.

 


 

La petizione e la campagna per salvare Sulukule (che può essere sottoscritta dal sito www.everyonegroup.com, facendo clic sul riquadro "Save Sulukule") sembrano piccola cosa, in questa tragica emergenza internazionale, ma non è così, perché l'identità di un popolo inizia con le radici della sua Storia. Salvare da sgomberi, ruspe e cemento il quartiere di Sulukule, a Istanbul, in Turchia, significa proprio difendere le radici di una cultura, di un mondo e di un'antica tradizione. Sono fragili radici da cui può avere ancora origine una quercia solida e vitale. Ecco perché tutti i lettori di Anne's Door sono invitati a leggere, sottoscrivere e considerare attentamente la petizione per salvare Sulukule... delicate radici che hanno bisogno della cura di ognuno di noi.

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Campagna urgente per salvare Sulukule (Turchia) e tutelare la Comunità Rrom più antica del mondo
 

del Gruppo EveryOne - www.everyonegroup.com
 

Firmala su www.petitiononline.com/romaturk/petition.htm e diffondila a quante più persone possibile

 

28 gennaio 2008

Il Gruppo EveryOne è a fianco dell'Associazione Rrom di Sulukule, dell'Union Romani, dell'Unesco e di tutte le organizzazioni che si battono per la tutela dei diritti dei Rrom in questa Campagna
internazionale contro lo sgombero di una fra le comunità Rrom più antiche del mondo e la "modernizzazione" del quartiere, che distruggerebbe un Patrimonio dell'Umanità.
 


Il quartiere di Sulukule fu popolato dalla comunità Rrom a partire dall'era Bizantina e divenne il primo insediamento al mondo di Rrom sedentari nel XV secolo, sotto il sultano Mehmet il Conquistatore, protagonista della caduta di Costantinopoli. Le case, le strade, l'intero quartiere di Sulukule sono parti di uno straordinario monumento che rappresenta un'epoca e un popolo antico: un prezioso, inestimabile Patrimonio dell'Umanità. Il Comune di Istanbul ha già attuato interventi invasivi nell'area, ma attualmente ha preso la decisione di cancellare le tracce dell'insediamento, sgomberandola dai 3000 Rrom che la abitano (discendenti dei Rrom di Costantinopoli) e avviando, a partire da febbraio 2008, il "progetto di rinnovamento urbano", che prevede la demolizione degli edifici storici e l'edificazione di un quartiere moderno.

A nulla sono valse finora le proteste dell'Associazione di Sulukule per la valorizzazione della Cultura Rrom e la Solidarietà né le istanze presentate al municipio e al governo turco da numerosi
accademici delle più importanti università del Paese. Il progetto in corso, se portato a termine, causerà l'assimilazione forzata dei Rrom di Sulukule da parte della cittadinanza di Istanbul e la distruzione di un quartiere storico in cui le tradizioni dei Rrom turchi si sono miracolosamente conservate per secoli e secoli. Il Gruppo EveryOne, insieme all'Associazione di Sulukule per la valorizzazione della Cultura Rrom e la Solidarietà, all'Union Romani, a La Voix des Rroms e alle organizzazioni per la tutela dei diritti dei Rrom chiede con vigore alle autorità di Istanbul e della Turchia di non perseguitare un popolo che deve invece essere tutelato, con le sue preziose
tradizioni, e di non distruggere un sito storico che è Patrimonio dell'Umanità.

 


Salvare l'antico sito Rrom di Sulukule e impedire che i Rrom che vi abitano siano sgomberati significa salvare un pezzo di Storia del nostro mondo, impedire un grave abuso sui Rrom della Turchia e permettere che un'antica tradizione si tramandi alle generazioni future. E' necessario agire subito, inviando e-mail, cartoline e lettere di protesta, copiando il testo della pedizione e aggiungendo messaggi rivolti alle autorità turche: "No alla distruzione di Sulukkule", "No allo sgombero dei Rrom dal quartiere di Sulukkule", "Il quartiere di Sulukkule e i suoi abitanti Rrom sono patrimonio della Storia e dell'umanità" ecc.

Inviate le vostre e-mail, cartoline e lettere ai seguenti destinatari:

Abdullah Gül
Presidente de Turquía
Dirección postal:
T.C. Cumhurbaskanligi
Cankaya-Ankara Turkey
e-mail: cumhurbaskanligi@tccb.gov.tr

Recep Tayyip Erdo_an
Primer Ministro de Turquía
Dirección postal: Basbakanlik
K_z_lay Ankara
Turkey

Ertu_rul Günay
Ministro de Cultura y Turismo de Turquía
Dirección postal:
T.C. Kultur ve Turizm Bakanligi
Ataturk Bulvari No. 29
06050 Opera Ankara Turkey
e-mail: ertugrul.gunay@kulturturizm.gov.tr

Kadir Topba_
Alcalde de Estambul
Dirección postal:
Istanbul Buyuksehir Belediye Baskanligi Sarachane Istanbul
Turkey
e-mail: baskan@ibb.gov.tr

Mustafa Demir
Alcalde del distrito de Fatih de Estambul
Dirección postal: Büyük Karaman Cad. No. 53 Fatih Istanbul
e-mail: mustafademir@fatih.bel.tr

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Napoli ricorda l'orrore delle persecuzioni naziste

da Adnkronos – Ign

Napoli, 21 gen - Dipinti e fotografie che fermano nella memoria l'orrore dell'Olocausto e le atrocità delle persecuzioni nazifasciste nei confronti dei disabili psichici. Arte che celebra le vittime degli anni dell'orrore con il solo scopo di non permettere di dimenticare.
Dal 25 gennaio fino all'8 marzo, le sale dell'Archivio storico del Comune di Napoli aprono le porte alle opere del Gruppo Watching The Sky (Roberto Malini, Dario Picciau, Steed Gamero, Tamara Deuel, Rebecca Covaciu, Laura Todisco). Due esposizioni parallele, organizzate in collaborazione con il Gruppo EveryOne (associazione italiana che si batte per i Diritti Umani) e patrocinate dal Museo memoriale Yad Vashem di Gerusalemme, che raccontano attraverso immagini emblematiche alcuni momenti degli anni più bui della storia mondiale.
In 'Psiche Incatenata', questo il nome della prima mostra, 12 dipinti digitali raccontano in altrettante 'stazioni' i disabili psichici vittime del famigerato progetto tedesco 'Aktion T4', l'oppressione dell'Arte Degenerata (Entartete Kunst) e l'uso della medicina come strumento di persecuzione.
Venti, invece, i ritratti di donne sopravvissute ai ghetti e ai campi di sterminio raccolti nella mostra fotografica 'Capelli d'oro e di cenere' di Roberto Malini e Steed Gamero. Da Goti Bauer ad Hanneli Pick-Goslar, l'amica di Anne Frank; dall'eroina ebrea Mirjam Waterman Pinkhof alla 'poetessa di Auschwitz' Halina Birenbaum; tutte colte nel loro ambiente familiare, senza retorica né enfasi celebrativa.
''Oggi più che mai la Memoria dell'Olocausto deve porsi come valore primario nella nostra civiltà - sottolineano Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau e Laura Todisco - Le due mostre ricordano a
tutti che la vita umana è sacra, che non esistono etnie o minoranze di serie B, che arte e scienza sono al servizio dei Diritti Umani e non devono trasformarsi in strumenti di propaganda o di oppressione''.
E proprio Napoli, sottolineano gli artisti e gli attivisti che hanno realizzato le mostre-evento, ''resta la coscienza d'Italia''. Non si può infatti non ricordare che il capoluogo campano è stato teatro di una delle più importanti insurrezioni popolari contro il nazismo.
Proprio mentre i nazisti avevano programmato la deportazione degli ebrei infatti, la città insorse e nelle gloriose 4 giornate dal 28 settembre al 1° ottobre 1943, duemila napoletani liberarono la città dagli aguzzini nazisti e impedirono la deportazione degli ebrei verso le camere a gas di Auschwitz. Episodio che ha spinto il Gruppo EveryOne a chiedere ufficialmente al Museo Memoriale Yad Vashem di Gerusalemme di conferire a Napoli l'onorificenza di ‘Città dei giusti tra le Nazioni’.
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Una storia vera

20 gennaio 2008
Lo sgombero attuato dal Comune di Roma nei confronti del campo Rrom di via Ponte Mammolo all'inizio di dicembre 2007 è stata una tragedia umanitaria, un atto di inaudita barbarie che si è svolto sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno vi si opponesse. Nell'insediamento vivevano circa 500 Rrom; le forze dell'ordine e le ruspe hanno distrutto con metodo tutte le misere baracche in cui vivevano. Le famiglie, alcune delle quali abitavano nel campo da oltre vent'anni, sono state gettate in mezzo alla strada. Ad alcune di loro è stata offerta un'alternativa disumana: uomini da una parte, donne e bambini dall'altra, ospiti di squallidi dormitori e centri di "accoglienza".
Maria, una giovane donna Rrom smunta, con i piedi nudi infilati in un paio di vecchie ciabatte, circondata da un nugolo di bambini malaticci, affamati e infreddoliti, ha commentato il dramma che investiva lei e i suoi cari con la voce rotta dal pianto: "Dove andremo? I miei bambini sono malati, ma non li divideranno dal loro papà. Non ci toglieranno anche l'ultima cosa che ci rimane, l'unità della famiglia. Quando sono arrivati i poliziotti con le ruspe, ci hanno promesso che ci avrebbero dato una casa. Noi non siamo clandestini, viviamo qui da sempre, ci conoscono tutti. Ho frequentato qui le scuole elementari e le medie. Chiedete a chi volete, qui intorno: mi conoscono tutti". Le autorità, però, non hanno avuto alcuna pietà e la giovane mamma, insieme al marito e ai loro bambini, si sono allontanati, diventando puntini agli occhi dei carnefici, che commentavano con soddisfazione l'operazione. Il sindaco di Roma Walter Veltroni gongolava di fronte ai microfoni: "Lo sgombero degli insediamenti abusivi nella zona di Ponte Mammolo è un fatto concreto che conferma la volontà del Comune di Roma di intervenire nelle situazioni di degrado che influiscono sulla sicurezza dei cittadini. Portare a termine un’operazione complessa, come quella odierna, è un’ulteriore conferma della determinazione dell’Amministrazione a liberare gli argini dei nostri fiumi da situazioni non più tollerabili. Il Comune sta continuando a fare la propria parte, il resto, sono solo chiacchiere di chi non conosce la città e tenta di trasformare i drammi sociali in occasione di polemica e strumentalizzazione politica. Le questioni difficili che ci troviamo a fronteggiare non si risolvono con le parole, ma con l’impegno quotidiano dei fatti e la responsabilità delle scelte".


L'eco della voce del sindaco aleggiava ancora - come smog - nell'aria intorno a Ponte Mammolo, quando la famigliola si accampava in un luogo ancora più inospitale, lontano dalle pattuglie degli agenti, sempre intenti a censire le nuove baracche, i nuovi piccoli ghetti in cui i Rrom sgomberati cercano di ripararsi per non morire di freddo e fame. Poche assi, due vecchi fogli di plastica ondulata, cellofan e scatole di cartone: ecco come proseguiva la "favola di Natale" di Victor e Maria. Lì, nella più povera delle baracche, non attendevano più neanche un miracolo. I loro desideri si erano ridotti a una coperta in più, a un bicchiere di latte per i loro bambini. Erano insieme e questo era il solo regalo che un Cielo cupo gli aveva fatto. Ed ecco... il giorno di Natale. Più povero di loro, più smunto, più affamato e malato, Giovanni, un anziano senzatetto italiano, si fermava di fronte alla loro baracca. Il suo corpo era gelato, le sue membra erano scosse dai dolori e dalla febbre. Victor e Maria si accorgevano di lui e, sorreggendolo, lo conducevano nella loro baracca. Maria gli massaggiava i piedi e lo copriva. La famiglia rinunciava a quel poco cibo di cui disponeva e lo cedeva a lui. "Ama il prossimo tuo come te stesso". Giovanni vive ancora con loro, come
un "nonno" adottato il giorno di Natale. Era l'uomo più infelice e solo del mondo, ma il caso – o forse un dio straccione – l'aveva guidato, attraverso le strade di un mondo indifferente, verso la sola famiglia che avesse mai avuto. Questa è una storia vera. A.B.
 

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I Rrom nel nuovo Olocausto. Quello che insegna il Giorno della Memoria

14 gennaio 2008
Ciro da Napoli pone alcune domande a Roberto Malini: "Caro Roberto, complimenti per le attività del Gruppo EveryOne e per il tuo sito Anne's Door. Qui a Napoli la convivenza con i Rom è abbastanza buona e comunque la loro povertà è la stessa che colpisce tanti napoletani. Forse sono un po' emarginati, ma non perseguitati. Vorrei chiederti alcune cose. Prima di tutto, vorrei tanto capire perché in Italia esiste tanto razzismo contro di loro. Da che cosa nasce? Paura? Disprezzo? Poi vorrei chiederti come mai non divulgate sui giornali e in televisione la condizione dei Rrom nel nostro Paese. Mi spiego. Quando vi occupavate del caso di Pegah, la lesbica iraniana a rischio di deportazione, eravate presenti con molta frequenza sui giornali, alla radio e in TV. Forse se la gente conoscesse la verità, si ribellerebbe a tutte le ingiustizie e violenze che i Rom sono costretti a subire. Infine ti invio un articolo che ho letto su Liberazione e che riguarda gli sfruttatori dei bambini Rom di Milano. Cosa ne pensi?"

 


Risponde Roberto Malini. Una delle mie più care amiche, Tamara Deuel, grande artista ebrea sopravvissuta all'Olocausto, scomparsa recentemente, mi disse un giorno: "Gli ebrei dell'Olocausto, quelli che oggi tutti compiangono durante il Giorno della Memoria, esistono ancora: sono i Rrom. Si ripete per loro quello che avvenne per noi. E' facile ricordare i morti, ma è ipocrita e inutile, se non si salvano i vivi. Questo è quello che insegna il Giorno della Memoria". Il razzismo contro i Rrom, amico mio, è uguale a quello che colpì gli ebrei e nasce da un mix di ignoranza, crudeltà, pregiudizio e vigliaccheria. Opprimere i deboli, calunniarli, umiliarli, annichilirli è il "bullismo" delle Istituzioni, dei media, della gente che ha perduto ogni valore umano. E' un bullismo criminale con cui le autorità abusano del loro potere, i media le compiacciono e si arricchiscono, le maggioranze sfogano le frustrazioni della loro inconsistenza morale. Riguardo alla nostra scarsa presenza presso i media, è un problema che non deriva certo da una nostra scelta, ma da una forma di censura che il regime razzista attua contro il nostro Gruppo in relazione alle campagne a tutela dei Rrom. Avviene spesso che i membri del Gruppo EveryOne siano contattati da giornalisti che lavorano per i più importanti quotidiani italiani. Li informiamo sulle disposizioni italiane, che sono vere e proprie leggi razziali, e subito assistiamo alle loro più sincere manifestazioni di incredulità e indignazione, soprattutto quando facciamo notare loro come esse contrastino con le norme internazionali sui Diritti Umani e la libera circolazione dei cittadini UE nei territori degli Stati membri. Leggono le notizie riguardanti la persecuzione dei Rrom nei siti www.everyonegroup.com e www.annesdoor.com e, di conseguenza, animati da uno spirito "missionario", si recano presso i miseri insediamenti in cui i Rrom tentano disperatamente di sopravvivere, dopo gli sgomberi, minati dalla fame, dal freddo, dalle malattie, dalle aggressioni razziali, dall'accanimento delle autorità – che li braccano ovunque per impedire loro di fermarsi in un luogo – e dall'indigenza, sempre più grave e tragica. A questo punto ci intervistano, ci chiedono materiale e fotografie, contattano i nostri membri Rrom (Saimir Mile, Marcel Courthiade, Jean Salguera, Udila Ciurar...). Infine, convinti – i migliori fra loro o i meno esperti – che la professione del giornalista possa ancora cambiare il mondo, scrivono i loro articoli. Ma fino a oggi, nessuno dei loro servizi riguardanti i Rrom in Italia è stato pubblicato. Sono i direttori dei giornali a impedire che il popolo italiano conosca la verità. Da Newsweek a Liberation, dal Washington Post alla BBC, i media stranieri concedono, al contrario, ampio risalto all'Olocausto del nostro tempo, che si consuma in Europa – in Italia con particolare virulenza – e sta conducendo un popolo innocente all'annientamento. Il Gruppo EveryOne è molto attivo fuori dai confini italiani, per evitare che la persecuzione si consumi nell'indifferenza. Attendiamo, inoltre, buone notizie dalle Istituzioni europee e dalle Nazioni Unite, dove il documento redatto dal Gruppo EveryOne per denunciare gli abusi perpetrati in Italia contro i Rrom è all'esame delle commissioni per i Diritti Umani. E' auspicabile che il documento non venga sottovalutato a causa di opportunità politiche: molte vite umane sono in gioco. Veniamo ora all'articolo su Liberazione e alla vicenda dei 25 Rrom arrestati a Milano. Liberazione ha commesso un grave errore, commentando l'arresto dei "25 romeni sfruttatori di minori".

 

 

Il giornalista si è fidato di quanto comunicato dalle autorità, che hanno dichiarato: 1) di aver "sgominato un racket"; 2) che molti dei bambini erano stati rapiti in Romania; 3) che venivano torturati, segregati e costretti a rubare; 4) che ognuno dei piccoli era costretto a portare almeno 800 euro quotidianamente ai suoi aguzzini; 5) che i bambini sono grati alle autorità che li hanno liberati. La realtà è ben diversa: 1) i 25 Rrom arrestati sono genitori o parenti stretti dei bambini e non un "racket"; 2) i bambini rubavano e chiedevano l'elemosina perché in condizioni di estrema indigenza e senza alcuna assistenza o contributo da parte dei servizi sociali; 3) nessun bambino era torturato né "tenuto al guinzaglio" (come invece affermato dalle autorità): se così fosse stato, sarebbero fuggiti una volta in strada per borseggiare, o no?; 4) dopo essere stati prelevati e collocati in comunità protette, TUTTI e trentuno i bambini sono fuggiti e sono tornati dai loro genitori, in un fabbricato abbandonato a Pioltello (le autorità li hanno nuovamente catturati e ora li detengono in "comunità protette"); 5) i bambini sono sentimentalmente legatissimi alle loro famiglie e le loro dichiarazioni contro gli "aguzzini" sono inventate di sana pianta; 6) nessun bambino avrebbe potuto procurare 800 euro al giorno attraverso il furto e l'accattonaggio (dove sono le denunce per furti da loro commessi per un totale di 9 milioni di euro annui? Sarebbe questa la cifra, secondo le autorità: basta fare un semplice calcolo: 800x31x365). In realtà, bambini e famiglie racimolavano pochi spiccioli al giorno, sufficienti per non morire di fame, per fare la spesa qualche volta al Lidl, il "discount alimentare" più economico di Pioltello... Le forze dell'ordine, al contrario, hanno spesso usato violenza contro quei bambini. Questa è la verità, una delle tante verità occultate che riguardano la persecuzione delle vittime del nuovo Olocausto, i "vivi da salvare" di cui parlava la mia amica Tamara Deuel.

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Il recente ricovero coatto di Britney Spears pone ancora una volta l'accento sul pericolo della medicina repressiva e del TSO

7 gennaio 2007
Ha suscitato scalpore la recente vicenda che ha avuto per protagonista la cantante Britney Spears, ricoverata in base a un Fermo 5150 dopo che aveva tentato di evitare di riconsegnare i figlioletti all'ex marito Kevin Federline, cui sono affidati i bambini. Qualche giornale italiano ha paragonato il Fermo 5150 al nostro TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). In realtà si tratta di disposizioni assai diverse. Il Fermo 5150 prevede il ricovero in ospedale per un periodo minimo di 72 ore di “una persona che, per effetto di un disagio psichico, risulti pericolosa verso gli altri o se stessa oppure risulti gravemente disabile”.

Durante il ricovero, un'équipe medica valuta le condizioni psichiche del paziente, in contatto con il suo o i suoi medici curanti. Nel caso di Britney, trascorse le 72 ore è potuta uscire dal Cedars-Sinai Medical Center, dopo che i medici hanno valutato superata la crisi. La rivista People ha scritto che l'assistente sociale che si occupa attualmente di Britney ha deciso di chiamare le autorità, dopo che la cantante si era chiusa chiave in una stanza insieme al figlio di un anno Jayden James. L'altro bambino, Preston, era già a bordo dell'auto dell'assistente sociale, pronta per ricondurre i piccoli dal padre. Gli agenti hanno cercato di comunicare con Britney, che non manifestava autocontrollo e si rifiutava di aprire. Allora hanno forzato la porta e condotto la diva in ospedale. Il Fermo 5150 offre al paziente più garanzie, rispetto al TSO e se fosse applicato sempre nelle modalità e nei tempi adottati per il caso di Britney Spears, potrebbe essere uno strumento efficace per evitare che una persona colpita da un grave disagio psichico possa commettere azioni irreparabili contro se stessa o altri. Purtroppo però, un "comune" essere umano o - peggio ancora - una persona in condizioni di indigenza ed emarginazione non ricevono il trattamento che il Cedars-Sinai Medical Center ha riservato alla popstar e il Fermo 5150 si può trasformare in uno strumento di oppressione e vessazione. Anne's Door e il Gruppo EveryOne annunceranno nei prossimi giorni nuove iniziative mirate a far conoscere i gravi pericoli insiti nella medicina repressiva, nella psichiatria di regime e nel TSO, simbolo negativo dell'una e dell'altra. Gruppo EveryOne – www.everyonegroup.com
 

Nella foto, la cantante Britney Spears

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Sentenza storica a Genova: il giudice boccia l’espulsione di una prostituta romena. "Non è un pericolo per l'ordine pubblico"

del Gruppo EveryOne - www.everyonegroup.com

3 gennaio 2008
Una notizia confortante, che ha dello storico, per il periodo buio attualmente in corso nel nostro Paese, ci giunge stamani da Genova, una delle città italiane con cui il Gruppo EveryOne è in più stretti rapporti. Alcune autorità genovesi hanno manifestato non poca attenzione verso la campagna condotta dal nostro Gruppo, tanto che si profila una collaborazione finalizzata a un corretto programma di tutela dei rrom presenti sul territorio genovese. In base al "pacchetto sicurezza" varato dal governo, nei giorni scorsi Angela S., una prostituta romena di 21 anni ha ricevuto un provvedimento di espulsione firmato dal prefetto ligure. La giovane ha presentato ricorso al tribunale di Genova e le sue ragioni sono state accolte: potrà restare in Italia perché una donna che si prostituisce "non pone in essere un'attività di per sé pericolosa per l'ordine pubblico o per la sicurezza pubblica, e tantomeno lede o compromette la dignità umana". Il magistrato ha mostrato una corretta ricezione della Direttiva 2004/38/CE, riconoscendo che la donna non aveva dato origine ad "allarme sociale", non aveva attentato ala sicurezza, alla libertà o all'incolumità di altri cittadini. Sono importanti le parole dette dal giudice Francesco Mazza Galanti, che ha convalidato la decisione precedente del giudice di pace, anch'essa favorevole ad Angela: "la normativa non solo non può consentire all'Amministrazione le paventate espulsioni di massa, ma la corretta interpretazione può e deve impedire anche le espulsioni arbitrarie o comunque non giustificate da fatti molto gravi e concretamente individuati".
L'espulsione di Angela S., arrestata insieme ad altre donne nel corso di una retata nel quartiere di Sampierdarena, era così notificata: "per avere pervicacemente continuato a svolgere l'attività di meretricio nelle vie cittadine, creando grave pregiudizio alla pubblica sicurezza e conseguente allarme sociale tra i residenti dell'area interessata". La sua presenza in Italia era stata valutata come "incompatibile con l’ordinaria convivenza, per la palese compromissione della dignità umana". Ratificando l'espulsione, il prefetto aveva ravvisato nell'attività di Angela "imperativi motivi di pubblica sicurezza" sufficienti a giustificare la "comprovata urgenza" del provvedimento. Dall'articolo di Massimo Calandri apparso oggi, 3 gennaio 2008, su La Repubblica: "Il giudice di pace non aveva però convalidato il provvedimento, negando in particolare la presunta "pericolosità" della giovane romena e spiegando che allontanandola si sarebbero violate due norme fondamentali. Una costituzionale, quella della libertà personale. L'altra, principio-base dell'Unione Europea (Angela è naturalmente cittadina comunitaria), sul diritto alla libera circolazione.
Assistita dagli avvocati Antonella Carpi e Stefano Sambugaro, la giovane romena è quindi tornata nei giorni scorsi in tribunale per chiedere il definitivo annullamento dell'espulsione. In aula ha ammesso di essere costretta a prostituirsi saltuariamente per mantenere un bimbo di 5 anni e la madre malata – "Non ho altra scelta" –; ha spiegato di possedere un passaporto regolare, di dormire in una pensione del centro storico di Genova.
Anche il giudice monocratico, preso atto della nuova normativa, le ha dato ragione: "ai fini che qui interessano, l'allarme sociale è privo di rilevanza giuridica". Nella sentenza ha sottolineato inoltre che
non era stata redatta dalla polizia nessuna relazione di servizio che documentasse "le modalità con cui la ragazza svolgeva il meretricio".
Il decreto di espulsione, sottoscritto dal Prefetto di Genova, è stato dichiarato illegittimo. E la locale questura è stata anche condannata al pagamento delle spese di giudizio, ottocento euro in tutto: onorari e diritti compresi.


Il Gruppo EveryOne e i suoi sostenitori hanno svolto un lavoro costante, instancabile, finalizzato a informare correttamente le Istituzioni riguardo alla Direttiva 2004/38/CE, alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 15 novembre 2007 sull'applicazione della stessa direttiva e alle Carte internazionali che tutelano i diritti delle minoranze. All'inizio ci siamo scontrati contro un muro impenetrabile di intolleranza e pregiudizio. Travisando le norme della normativa europea relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, si è provveduto a espulsioni inique, basate su motivi di razza e indigenza. Poi, grazie al sostegno di alcune realtà europee particolarmente attente alla tutela dei Diritti Umani – i Radicali, il Gruppo ALDE, il PSE, il Gruppo Verts/ALE, il Gruppo GUE/NGL – abbiamo ottenuto un risultato storico nell'àmbito di una campagna europea contro la discriminazione dei rrom: l'approvazione da parte del parlamento Europeo della succitata Risoluzione del 15 novembre 2007. Con la Risoluzione, l’Assemblea Parlamentare rispondeva stigmatizzando la discriminazione istituzionale e mediatica contro i rrom e approvava un sollecito immediato alla facilitazione dell’integrazione nella comunità delle popolazioni meno avvantaggiate e promuovendo la cooperazione fra gli Stati membri in termini di gestione dei movimenti della loro popolazione, in particolare mediante programmi di sviluppo e di aiuto sociale inclusi nei Fondi strutturali europei. Chiedeva di fatto il pieno rispetto della Direttiva e l'attivazione di programmi di tutela e integrazione dei rrom, ponendo fine alle violazioni dei loro diritti e alla campagna razziale condotta attraverso i media. Il Decreto sulla Sicurezza 181 non rispettava neanche minimamente la Direttiva, mentre sgomberi, espulsioni ingiuste e linciaggio mediatico dei rrom proseguivano indiscriminatamente, anche se – bisogna riconoscerlo –, dopo la Risoluzione e la Campagna condotta dal Gruppo EveryOne e dai suoi alleati per diffondere quel testo (censurato dai media) e per spiegare in ogni parte la Direttiva, cominciava a dare qualche frutto. Alcuni quotidiani, radio e telegiornali smorzavano i toni quando riferivano notizie riguardanti rrom o romeni; assessori, sindaci e prefetti ci chiedevano di offrire loro una consulenza sulle normative di circolazione e soggiorno dei cittadini dell'Unione nel territorio degli Stati membri; personalità politiche aderivano alla campagna antirazzista del nostro gruppo.
Contemporaneamente alcune delle massime autorità mondiali riguardo alla Storia e alla cultura dei rrom si associavano al Gruppo EveryOne. La persecuzione, tuttavia, non si arrestava. Gli sgomberi, attuati in pieno inverno, mettevano in strada famiglie rrom con molti bambini (il 60 per cento dei rrom in Italia sono bambini o ragazzini), con conseguenze tragiche: non a caso abbiamo definito "nuovo olocausto" le operazioni di purga etnica che si svolgono in Italia. Di fronte alla prosecuzione dell'oppressione, mirata all'annientamento dei rrom, il Gruppo EveryOne ha presentato una Denuncia nei confronti delle Istituzioni italiane per "crimini contro l'umanità". La Denuncia, corredata da un documento sulla situazione attuale dei rrom nel nostro Paese, è stata sottoposta a: Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite; Parlamento e Consiglio Europeo; Corte Europea dei Diritti Umani; Corte Penale Internazionale de L'Aja.Contemporaneamente, abbiamo diffuso il testo della Denuncia con gli allegati sia nel mondo politico che presso le autorità locali e i network di informazione alternativa (considerato il veto che i media italiani hanno continuato a riservare alle notizie diffuse dal nostro Gruppo riguardo ai rrom in Italia). In data 28 dicembre 2007 il Consiglio dei Ministri approvava il nuovo DL "pacchetto sicurezza", il cui testo completo non ci è ancora pervenuto, anche se pare che le principali violazioni alla direttiva (a partire dall'articolo 14, punto 4,b, che impedisce le espulsioni dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari dal territorio degli Stati membri qualora essi vi si trovino per cercare lavoro, condizione che per le famiglie rrom è la norma) siano state mantenute. Esprimeremo un giudizio ed eventualmente ci opporremo ai provvedimenti discriminatori con energie ancora maggiori non appena leggeremo, punto per punto, il testo integrale del DL.
 

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Da Napoli, un'analisi sull'atteggiamento delle Istituzioni e dei media nei confronti dei rrom

di Marco Nieli

Da circa dieci anni mi occupo di immigrazione Rom a Napoli insieme all’Opera Nomadi, da circa cinque seguo la vicenda dell’inedito flusso migratorio di zigani dalla Romania, da quasi due ho l’onore di ricoprire la carica di Presidente dell’associazione, che già fu della compianta (e mai dimenticata) Annamaria Cirillo. Insieme ai compagni dell’associazione abbiamo vissuto molti momenti critici in difesa dei nostri amici e fratelli Rom, sia slavi che rumeni: vorrei ricordare il pogrom a viale Zuccarini, (Scampia) nel 1998, seguito all’uccisione di una ragazza napoletana da parte di un Rom bergamasco in visita dalle nostre parti. O anche l’inizio della faida interna al sistema a Scampia, tre anni fa, quando furono uccisi due Rom al campo nuovo di Secondigliano e i giornali davano per certo che i Rom vendevano armi alle famiglie in guerra (cosa mai provata, a mia conoscenza). Quello che oggi viviamo in Italia, visto dall’osservatorio particolarissimo di una città dai mille problemi come Napoli, ha davvero dell’incredibile.
Dirò subito che noi giudichiamo questo decreto come un tentativo tardivo e controproducente di recuperare il consenso in calo per il governo Prodi, ancora una volta utilizzando lo spauracchio dei nomadi, questi barbari che turbano il riposo dei cittadini onesti e operosi. La discussione sulla legge è ancora aperta in Parlamento e giustamente la Sinistra sta sollevando obiezioni sulla costituzionalità e la “anti-europeicità” delle espulsioni di neocomunitari, specialmente se si dovessero intendere come deportazioni di gruppo. Giustamente il Ministro Ferrero richiama la necessità di un giro di vite anche sui reati di istigazione al razzismo e sul principio della responsabilità individuale. Staremo a vedere cosa uscirà fuori da questa discussione parlamentare.

 


Noi dell’Opera Nomadi, insieme ad Alex Zanotelli e ad altri del Comitato pro-rom di Napoli, siamo abituati a fare la parte dell’avvocato del diavolo. Per inciso, va detto che questo popolo, non avendo mai avuto un territorio proprio da difendere né un’organizzazione statale, non ha mai neanche avuto necessità di un esercito e dunque non ha mai fatto guerre. Quando nell’ex-Jugoslavia hanno cercato di arruolarli forzatamente negli eserciti nazionali contrapposti, i Rom hanno lasciato case e lavoro e sono fuggiti, per non sparare sui loro fratelli.
Oggi, queste circa 150.000 persone presenti sul nostro territorio nazionale (2700 circa a Napoli città) si trovano, con il decreto legge sulle espulsioni dei neo-comunitari, di nuovo al centro del ciclone, come all’epoca degli internamenti e delle violenze di triste memoria fascista (messi in luce, ad esempio, dall’opera della storica G. Boursier e dall’interessante lavoro A furia di essere vento… della casa editrice A). In questi giorni, lo sconcerto di fronte al barbaro assassinio della Reggiani (e delle successive aggressioni a Rumeni in giro per il paese) dà adito all’amara riflessione che noi Italiani sembriamo proprio non riuscire a imparare niente dalla storia più o meno recente del nostro paese e dell’Europa. Mi pare, infatti, che ancora una volta si scelga di seguire la strada del capro espiatorio per scaricare le tensioni sociali legate alla disoccupazione e alla precarizzazione della forza-lavoro, sui soggetti più deboli e indifesi, attraverso una costruzione da delirio psicotico di massa, incentrata su questa fantomatica identità collettiva astratta, i nomadi.
Questo termine improprio e generico, a volte sovrapponentesi nell’immaginario collettivo (e mediatico) in maniera confusa con quello di Rumeni (a loro volta non coincidenti a pieno titolo con i Rom rumeni, se non nella nazionalità), non ha quasi ormai più nessun riscontro nella realtà umana e sociale di queste comunità presente sui nostri territori (e che noi dell’Opera Nomadi quotidianamente tocchiamo con mano). Il nomadismo tra gli “zingari” presenti in Italia è oggi limitato ai pochi gruppi di Camminanti di Noto, in Sicilia e a qualche gruppo di Sinti giostrai del nord, ma per il resto è un fenomeno ormai largamente superato nella storia di questo popolo (la nostra associazione si chiama ancora così per rispetto di un retaggio storico-culturale in cui identificarsi). Quelli con cui noi abbiamo a che fare ogni giorno (almeno a Napoli e in Campania) non sono assolutamente i nomadi di cui continuano a parlare giornali e TV, ma persone in carne e ossa, con storie di violenza subita ed emarginazione alle spalle, cittadini a pieno titolo di stati stranieri (ex-Jugoslavia e Romania), le cui popolazioni hanno rimesso a un certo punto in discussione i loro diritti acquisiti, spingendoli a emigrare più o meno forzatamente verso i nostri lidi. Sottolineo, cittadini assolutamente stanziali di stati stranieri, da cui sono fuggiti per la ripresa delle discriminazioni razziali nei loro confronti e/o delle guerre nazionalistiche (ex-Jugoslavia) o per le violente ristrutturazioni capitalistiche (leggi: privatizzazioni selvagge delle fabbriche in cui lavoravano, in Romania). Ma tutto questo, in generale, sembra interessare molto poco a gran parte dei mass-media nostrani, troppo spesso unicamente a caccia della notizia sensazionale utile a vendere più copie.
In realtà, proprio intorno e a partire dalla questione del decreto legge in questione, stiamo assistendo in questi giorni a un osceno martellamento mediatico sul tema della sicurezza collegato a quello della presenza dei nomadi e dei Rumeni in Italia, martellamento che sta già producendo i primi nefasti effetti con le aggressioni e la escalation razzista di pericolose organizzazioni xenofobe. Già prima, l’anno scorso, all’epoca dei casi di abusi su minori rom a Napoli, leggevamo su alcuni giornali napoletani, come notizia certa, di organizzazioni criminali zigane dedite al commercio di minori tra Napoli e la Romania (i circa 200 tests del DNA effettuati sul campo di via del Riposo hanno invece dimostrato che si tratta di minori accompagnati dai legittimi genitori, ma questo gli stessi giornali non l’hanno mai riportato). Oggi, si legge di un piano di monitoraggio e di espulsioni della Prefettura di Napoli (cosa tutta da verificare), di un’invasione di Rom rumeni a Ponticelli (sarebbero migliaia, quando noi ne abbiamo contati, insieme alla CARITAS locale, circa 20 famiglie), di ormai prossimi sgomberi di campi a Scampia e nella provincia. Addirittura, il più antico e popolare quotidiano della nostra città, irresponsabilmente, titola a chiare lettere: “Piano espulsioni, 2400 Rom nel mirino”.

 


Ora, di fronte a tutto questo marasma di disinformazione e di sensazionalismo, che non fa che alimentare ancora di più il sistema allucinatorio di massa di cui siamo vittima di fronte ai soliti immaginari nomadi, io mi chiedo: ma possibile che non ci sia proprio modo di pretendere di applicare il codice deontologico ai giornalisti che si accingono alla trattazione di questa realtà così composita e articolata? Possibile che si debba sempre presumere l’impunità per chi sistematicamente diffama attraverso la generalizzazione o razzisticamente aizza l’odio contro intere categorie di stranieri, magari solo perché non teme una reazione in sede legale (i Rom infatti non leggono i giornali, anche perché spesso non sanno leggere, ma questo non significa che non percepiscano la pericolosità del mezzo stampa usato contro di loro)? Possibile che si vada sempre così di fretta nello scrivere un pezzo, da doversi sempre precludere la possibilità di ascoltare le storie di quegli esseri umani che sono i Rom, individui reali come noi siamo, nel bene e nel male, al di là di ogni stereotipo consolidato e fissato nell’immaginario collettivo?
Un’ultima riflessione, sul giro di vite repressivo che si intende dare in questo paese alla questione nomade. Noi operatori sociali, che in mezzo a mille difficoltà logistiche e con risorse assolutamente esigue rispetto alla bisogna (il rapporto tra operatori-utenti per i nostri sportelli legale e sanitario è, attualmente, a Scampia-Secondigliano, di 1 a 750), abbiamo cercato in questi anni di costruire insieme alle istituzioni locali dei percorsi di integrazione della comunità rom a Napoli, percepivamo già chiaramente prima del decreto espelli-rumeni la preponderanza degli interventi repressivi in campo, rispetto a quelli, per così dire, preventivi, o di politiche sociali. Sgomberi di baraccopoli (inutili quanto costosi), rastrellamenti di minori (con l’annesso business delle case famiglia), espulsioni e internamenti nei CPT si sono dimostrati, nel corso di questi dieci anni, del tutto improduttivi e inconcludenti, nei confronti di popolazioni ormai stanzializzate in Italia da 20 anni circa e i cui figli sono cresciuti (senza diritti) in mezzo a noi e ai nostri figli. E’ ormai evidente a tutti che, ad esempio, buttare giù una baraccopoli senza predisporre nessun tipo di riallocazione concordata, per la modica spesa di 40-70.000 euro (a tanto ammontano le nostre stime sui costi di queste scellerate operazioni), non serve a niente, salvo a spostare il problema più in là sul nostro territorio. Tanto è vero che l’ex sindaco di Torino, pioniere degli sgomberi di Rom rumeni in Italia è giunto a parlare, a proposito della politica delle demolizioni, della folle pretesa di “spostare il mare con un setaccio”.
Ma allora, ci si chiederà, perché si decide adesso di dare un’ulteriore giro di vite a questo tipo di politica? L’unica risposta logica a questo paradosso che mi sento di dare è, ancora una volta di tipo elettoralistico: sgombrare i Rom o rastrellare i minori per strada paga in termini di consenso, attivare le politiche sociali per creare una rete diffusa di protezione sociale e accoglienza no. E’ per questo che il governo Prodi, in crisi di consenso politico e incapace di attivare le riforme sociali necessarie nel paese sceglie oggi la scorciatoia securitaria come un mezzo per tenersi ancora a galla un po’ di tempo. E’ per questo che si scelse di sgombrare via Lufrano, Casoria, nel novembre del 2005, con la conseguenza di un esodo biblico di Rom (circa 150-200) riversati a P. Garibaldi a mezzanotte, con donne incinte, neonati, vecchi e malati buttati sulla strada senza sapere dove andare. E’ ancora per questo che, a livello locale, ancora nel luglio scorso si è scelto di sgomberare il campetto di Ercolano (circa 70 pacifici e bisognosi Calaraseni, molti dei quali tra l’altro impiegati a nero e a giornata dall’imprenditoria agricola del posto), facendo sì che questi Rom sbarcassero sul territorio napoletano, a S. Maria del Pozzo, con una nuova fatiscente baraccopoli. Come ancora oggi si sceglie di prelevare tanti minori dalla strada, sottraendoli alla legittima potestà genitoriale, in base all’assurdo teorema che un genitore rom povero è un genitore inaccudente, per poi decretarne l’adottabilità, compiendo un vero e proprio genocidio culturale ai danni di questa popolazione già in crisi identitaria e culturale.
E’ per questo, anche, che noi operatori sociali, insieme all’assessore alle Politiche Sociali dott. G. Riccio e al Comitato suddetto, pensiamo che sia ora di dare un’accelerata alle pur tanto impopolari politiche di accoglienza, cominciando a realizzare quello di cui si è parlato già da troppo tempo ormai. Nello specifico mi riferisco alla creazione di nuovi villaggi per i rom slavi di Scampia, a nuovi centri di accoglienza per i Rom rumeni nella zona di Ponticelli e Poggioreale, alla scolarizzazione dei minori, a interventi concordati di sostegno alla famiglia e alla genitorialità, alla creazione di mercati rionali per sanare e riconoscere la pratica del commercio ambulante (penso ad esempio a Corso Garibaldi), al riconoscimento dell’assistenza sanitaria, previa iscrizione anagrafica, da cui paradossalmente, dopo l’entrata in Europa, questi cittadini neocomunitari sono rimasti esclusi.
Sono questi i problemi reali con cui ci confrontiamo ogni giorno, sono questi i terreni reali di discussione e confronto su cui tutti, istituzioni, associazionismo, società civile e comunità rom, dovremmo adoperarci concretamente, mettendo da parte stupidi e atavici pregiudizi e stereotipi. Come quello che parla di invasioni di nomadi, che girano allegramente (mica poi tanto) il mondo sulle quattro ruote, rubando i figli di noi gagé (ma che se ne faranno, poi, proprio loro, che già ne hanno tanti?) e che proprio non vogliono sapere di integrarsi. Titolo originale: "Lettera aperta dell'Opera Nomadi di Napoli: a proposito del capro espiatorio", firmata Prof. Marco Nieli, Presidente Opera Nomadi di Napoli
 

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C'è una soluzione per evitare l'espulsione di massa e l'annientamento dei rrom in Italia

del Gruppo EveryOne

30 dicembre 2007
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto legge "Pacchetto Sicurezza", che non modifica in misura sensibile il precedente decreto 181. Il testo è una vera e propria "legge razziale" creata ad hoc per attuare l'espulsione di massa dei rrom dall'Italia. Permane la più iniqua delle norme: saranno espulsi dall'Italia i cittadini provenienti da paesi membri che non siano in grado di dimostrare di possedere mezzi di sostentamento. La Direttiva 2004/38/CE, che protegge le minoranze etniche e impedisce l'espulsione dei cittadini provenienti da paesi membri con l'intenzione di trovare un lavoro (articolo 14, punto 4, b) è stata considerata carta straccia, così come tutte le Carte internazionali che tutelano i diritti delle minoranze, delle donne, dei bambini, degli indigenti. L'olocausto prosegue, anche se le autorità tengono ben lontani dagli occhi del popolo italiano le migliaia di bambini, donne e uomini laceri, malati, affamati, in luoghi inospitali – dopo gli sgomberi – e in condizioni peggiori di quelle in cui vivevano gli ebrei nei ghetti di Varsavia e Lodz, durante l'Olocausto. Queste affermazioni non sono "esagerazioni", ma la tragica realtà, perché ogni giorno aumentano le morti infantili e diminuisce la speranza di vita dei rrom. E' sempre più difficile mettersi sulle tracce delle famiglie allontanate dalle autorità, che vivono in discariche di rifiuti, in edifici cadenti, ai margini del mondo civile, affetti da una terribile epidemia di pediculosi, da gravi forme di febbre, da indicibili stenti. Una campagna stampa coordinata, finalizzata a nascondere l'orrore e a criminalizzare un popolo che ha la sola colpa di essere povero completa un quadro che ci lascia attoniti e che ci induce a impegnarci contro i nuovi carnefici con tutte le energie, nonostante le minacce, le pressioni, la censura che colpiscono il nostro gruppo. In Romania, intanto, il nostro membro George Scarlat sta lavorando senza risparmiarsi al Progetto Romanesia, con l'intento di salvare i rrom che sono attualmente in Italia accogliendoli nelle loro città di provenienza, a gruppi, dopo aver creato in loco opportunità di lavoro e vita dignitose. Probabilmente sarebbe sufficiente accedere ai fondi europei, già stanziati a favore dell'Italia, ma come sperare che alla disumanità di chi ci governa non corrisponda anche l'avidità di utilizzare quella somma consistente di denaro in altro modo? Fino ad oggi i fondi destinati ai rrom in Italia si sono volatilizzati, senza che i destinatari potessero beneficiarne. La persecuzione dei rrom in Italia è una delle più atroci forme di discriminazione di violazione dei diritti umani che si verifichino nel nostro tempo e supera di gran lunga, in quanto a vessazioni e morti premature, le tragedie umanitarie che si svolgono in paesi come l'Iran, dominati da regimi sanguinari. Basti pensare che nella Repubblica Islamica avvengono 300 esecuzioni l'anno, ma il governo attua contemporaneamente programmi efficaci di assistenza ai poveri. Gli zingari, in Iran, sono tutelati quale minoranza etnica e vengono agevolate sia le loro attività tradizionali, sia la cultura nomadica.

 

 

L'oppressione dei rrom in Italia mette a morte per fame, freddo, malattie (oltre che a causa delle esecuzioni da parte di "misteriosi" gruppi di razzisti) un numero di rrom immensamente superiore. Migliaia di bambini, donne, uomini. Come rileva Scarlat, inoltre "gli stereotipi negativi contro i rrom sono presenti sulla stampa con frequenza sempre maggiore. Ho letto dello stupro avvenuto a Verona, il cui colpevole, definito 'rrom romeno' è in realtà un cittadino romeno non appartenente all'etnia rrom". Le Istituzioni romene – fatta salva l'estrema destra - sono letteralmente costernate dalle notizie che giungono dal nostro Paese. Le violenze e gli abusi sui rrom sono eventi così tragici, così agghiaccianti, così legati alla malattia sociale dell'odio razziale da suscitare sdegno senza fine e richiamare alla memoria gli anni del terrore, l'era di Ceausescu. In Romania – un paese povero - gli zingari sono emarginati e vivono in condizioni di indigenza estrema, ma non è in corso alcuna purga etnica, alcuna oppressione contro di loro. Ecco perché il Progetto Romanesia, che nasce per restituire alle famiglie innocenti – annientate dal pregiudizio e dalla violenza xenofoba delle nostre autorità – un'opportunità di esistenza comincia a riscuotere interesse in Romania. "Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi," dice Scarlat, "contando sull'appoggio di alcune forze politiche romene. Il primo passo sarà quello di viaggiare attraverso l'Italia per visitare i campi rrom rimasti e per localizzare le famiglie sgomberate. Sarà difficile, perché molte di loro si sono rifugiate in luoghi fuori mano, ma è necessario avere un quadro chiaro della situazione dei rrom in Italia: nomi e cognomi, consistenza delle famiglie, città e villaggi d'origine. E' auspicabile che il governo italiano collabori e non si limiti a cacce all'uomo ed espulsioni di massa. Secondo Barroso, Presidente della Commissione Europea, l'Italia non ha chiesto i fondi già stanziati dall'Unione Europea: ovviamente non vuole l'inclusione dei rrom in Italia. Però non si deve escludere che magari accetti di impiegare quei fondi per mandarli in Romania, dove è possibile preparare condizioni vivibili per loro, evitando che un'immane tragedia umanitaria si aggravi ulteriormente".

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Salvador Allende e il razzismo di sinistra

30 dicembre 2007

Marco da Sesto San Giovanni (Milano) chiede ad Anne's Door: "Ma è possibile che un governo di sinistra sia così razzista? La persecuzione dei Rom sembra piuttosto una politica di estrema destra".

Risponde Anne's Door. Razzismo, discriminazione dei rrom, antisemitismo, omofobia, pregiudizio verso le minoranze non sono mali esclusivi della destra. Magari fosse così, perché almeno vi sarebbe sempre una contrapposizione di forze: il buio contro la luce. L'odio contro la tolleranza (se non proprio la fratellanza). Ecco un campionario di citazioni tratte da scritti e discorsi di un mito della sinistra: Salvador Allende, raccolte da Jacques Grancher:
 


“Gli ebrei si distinguono per determinati crimini: la truffa, la subornazione e soprattutto l’usura".

"Gli zingari costituiscono regolarmente gruppi di delinquenti in cui pigrizia, violenza e vanità predominano. Tra di loro sono decisamente numerosi gli assassini".

"Fra gli arabi, vi sono alcune tribù oneste e industriose, ma la maggior parte sono formate da avventurieri, mentitori, oziosi e ladri. Sono fatti che avallano il sospetto di un collegamento fra razza e delinquenza".

“I provvedimenti dell’eutanasia e dell’eugenismo hanno sostituito la Rupe Tarpea e la loro applicazione può tutelare l'uomo anche contro se stesso, per un fine sociale”.

“L’omosessualità è una tara endocrinologica e sessuale; l’omosessuale non è che un malato e deve essere considerato come tale”.
 

Nella foto, Salvador Allende

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Lettera aperta al Sindaco di Roma

La Sinistra-Arcobaleno (Sd, Pdci, Prc-Se, Verdi), Coordinamento Roma città democratica e solidale, Rivista Carta, Bottega commercio equo Tutti giù per terra

22 dicembre 2007
E' Natale, ma non per tutti a Roma. Anche in questo periodo l'amministrazione comunale preferisce la politica degli sgomberi a quella dell'accoglienza: il risultato è che bambini, donne e uomini non avranno neanche più le baracche come riparo dal freddo e dovranno ricominciare da capo la loro vita.
I bambini, che costituiscono almeno il 50% delle persone sgomberate, sono sotto controllo medico per il freddo patito dal dormire all'addiaccio.
Gli sgomberi di Rom e Migranti non sono una soluzione. Proponiamo un tavolo di dialogo che metta insieme istituzioni locali, comunità di migranti, associazioni di solidarietà, cittadini, per intraprendere percorsi partecipati di reale soluzione dei problemi.

Caro Sindaco Veltroni, caro Assessore alla Sicurezza Touadi, nelle ultime settimane, l’Amministrazione comunale ha voluto lo sgombero dei baraccamenti di rom, migranti e italiani in varie zone della città, in particolare lungo le rive dell’Aniene a Ponte Mammolo, a Rebibbia, a Ponte Salario. Sulla stampa sono apparse le dichiarazioni soddisfatte per la “riqualificazione” delle aree interessate; gli sgomberi del 3 e del 10 dicembre hanno coinvolto complessivamente quasi 800 persone. Che cosa si è risolto? E’ sotto gli occhi di tutti che gruppi di disperati, con i loro bambini, vagano negli anfratti marginali del “modello Roma”, in attesa del prossimo sgombero. Ci sembra che sia una linea politica dal respiro corto, tesa più a cavalcare l’onda dell’allarme sociale, alimentato anche attraverso i media, piuttosto che a mettere in moto reali percorsi di risoluzione dei problemi.
 


Tutto ciò rende ancora più difficile il lavoro che come moltissime associazioni di orientamenti culturali, politici e religiosi differenti stiamo conducendo contro il dilagare della cultura razzista nella nostra città. Ciò che sta avvenendo in questi mesi ha sensibilmente peggiorato le condizioni di vita, già drammatiche, dei migranti e ha rafforzato lo stereotipo dello straniero criminale. Vi ricordiamo che nel nostro paese centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici stranieri, insieme alle loro famiglie, stanno aspettando che venga cancellata la vergogna della legge Bossi-Fini.

Vi chiediamo di interrompere la politica degli sgomberi, che hanno il solo risultato di spostare da qualche altra parte la disperazione, di intraprendere un’altra strada, che apra anzitutto un dialogo con le comunità migranti. Invece di affrontare i problemi nelle riunioni del sottocomitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, vi invitiamo a istituire un tavolo che metta insieme istituzioni locali, comunità di migranti, associazioni di solidarietà, cittadini per intraprendere percorsi di reale soluzione dei problemi. Pensiamo che la legalità, la solidarietà, la “sicurezza” si riconquistino riqualificando i quartieri e le aree più degradate, sostenendo i migranti – come i nostri concittadini - nella ricerca di casa e lavoro, guardano alle situazioni concrete per aiutare chi vuole intraprendere percorsi di inclusione e scoraggiare chi invece intende alimentare circuiti criminali. Le risorse ci sono, visto che il Ministero della Solidarietà Sociale ha fatto un bando apposito da 50 milioni di euro: il Comune di Roma è uno dei destinatari, come intende utilizzarle?

I problemi di Roma non sono i Rom e i Migranti, ma la povertà, il precariato, l’emergenza abitativa, il degrado.

In attesa di una sollecita risposta, cordiali saluti.

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L'Italia e la pena di morte

20 dicembre 2007
Linda di Roma scrive a Roberto Malini riguardo alla moratoria per la pena di morte votata ieri alle Nazioni Unite: "Caro Roberto, da Giorgio Napolitano a Massimo d'Alema, i politici italiani sembrano diventati improvvisamente paladini dei diritti umani. Il presidente della Repubblica ha dichiarato che la moratoria rappresenta lo spirito dell'Italia, un'Italia che, a suo dire, 'crede nei valori della democrazia e del rispetto della persona umana come asse portante di un ordine internazionale giusto e stabile'. Sembra propaganda, perché il nostro Paese è accusato di razzismo e abusi dei diritti dell'uomo da tutti i paesi civili e dalle principali organizzazioni umanitarie. La Risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 15 novembre 2007 ne è un'ulteriore conferma. A proposito, come mai nessun giornale ha pubblicato il testo della Risoluzione e come mai, nonostante il documento ammonisse chiaramente l'Italia a causa della persecuzione contro i rom, gli sgomberi e la repressione proseguono come prima? Come avete scritto tante volte, i rom in Italia hanno una speranza media di vita di soli 42 anni: la metà di noi italiani! Ma in che razza di Paese viviamo?"
 


Risponde Roberto Malini. La vittoria che indubbiamente rappresenta l'approvazione della moratoria da parte delle Nazioni Unite non è una vittoria dell'Italia, ma dei radicali di Marco Pannella e delle associazioni che si battono al loro fianco su questo tema. Ora è necessario sperare che non si tratti di un evento puramente simbolico, ma che produca risultati in termini di abolizione. Qualche altra considerazione. La pena di morte consiste nella "distruzione fisica di un essere umano ordinata dalle autorità di un paese". La persecuzione che l'Italia conduce contro i Rrom è proprio questo: la distruzione fisica di migliaia di esseri umani, ordinata dalle autorità del nostro Paese. Il numero che citi è agghiacciante, perché dimezzare la vita media di un popolo significa perpetrare un genocidio. Altro che pena di morte! Non dimenticare la mortalità dei bambini rrom in Italia, che è dieci volte superiore a quella dei bambini italiani. Il Gruppo EveryOne, cui ho l'onore di appartenere, ha presentato nei giorni scorsi alle Istituzioni europee e alle corti di giustizia internazionali che si occupano di diritti umani e crimini contro l'umanità un documento che denuncia la persecuzione e lo sterminio che sono in atto in Italia: un nuovo Olocausto. Senza riparo, dopo i pogrom di stato che abbattono le baracche; senza cibo, dopo le misure contro le poche attività che fornivano ai rrom i mezzi di sussistenza; senza futuro, dopo l'entrata in vigore di misure repressive inique e l'attivazione di una campagna mediatica razzista che instilla odio e violenza contro i rrom da parte del popolo italiano; senza protezione, perché nessuna legge che tuteli le minoranze etniche viene applicata in Italia a favore dei rrom; senza lo status riconosciuto di "esseri umani", i rrom in Italia stanno languendo. Molti muoiono e presto un popolo intero sarà in agonia. Questo massacro è la reale posizione dell'Italia riguardo al tema della pena di morte.

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Giù le mani dai bambini Rrom

del Gruppo EveryOne – www.everyonegroup.com

15 dicembre 2007
Il Gruppo EveryOne conduce un attento monitoraggio riguardo alla situazione dei Rrom in Italia, con grande fatica, perché autorità e istituzioni hanno ormai posto cordoni sempre più impenetrabili fra i luoghi in cui si svolge la persecuzione dei Rrom e la cittadinanza, ponendo vincoli anche alla libera informazione e al diritto di osservazione delle organizzazioni umanitarie, durante gli sgomberi e le operazioni di espulsione. Come abbiamo denunciato più volte, le condizioni dei Rrom sono sempre più tragiche, perché i pogrom contro gli insediamenti mettono in strada migliaia di esseri umani inermi e senza mezzi di sostentamento, la maggior parte dei quali sono bambini e ragazzini. Il nostro gruppo cerca di denunciare l'annientamento istituzionale dei Rrom in Italia agendo sugli organismi internazionali e il 15 novembre 2007, grazie all'appoggio di forze politiche illuminate, ha ottenuto l'approvazione della Risoluzione del Parlamento Europeo sull'applicazione della direttiva 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Le Istituzioni italiane, però, proseguono imperterrite con accanimento sempre più feroce le operazioni inique di sgombero e le espulsioni, che violano un'infinità di norme, fra cui proprio la Direttiva 2004/38/CE (che fra l'altro vieta ai governi dell'Unione di espellere cittadini provenienti dagli stati membri per cercare lavoro) e la succitata Risoluzione del Parlamento Europeo. Si configurano ormai i più gravi crimini contro l'umanità, che ci auguriamo vengano perseguiti, anche grazie alla nostra denuncia, dai preposti tribunali internazionali. L'obiettivo del Gruppo EveryOne è quello di salvare vite umane e di interrompere la persecuzione e lo sterminio (per fame, freddo, infezioni, indigenza, stenti) del popolo Rrom. Come sempre accade alle minoranze discriminate, insieme al quadro della grande tragedia si sviluppano drammi locali che riguardano regioni, città, singole famiglie e individui sottoposti a discriminazione. Il caso dei genitori dei bambini del rogo di Livorno resta emblematico: un gruppo di assassini razziali, il Gape (che ha rivendicato in forma scritta il crimine) ha dato alle fiamme quattro bambini e in risposta al mostruoso infanticidio le autorità hanno scelto di arrestare e condannare i loro genitori, che sono in libertà grazie alla sospensione della pena solo in virtù dell'azione condotta dal nostro gruppo, con pochi alleati in loco. La condizione dei Rrom in Italia oggi è assolutamente insopportabile. Le attività persecutorie attuate nei vari comuni hanno lasciato migliaia di perone senza rifugio, senza mezzi di sopravvivenza, senza assistenza di alcun genere. E mentre un'umanità annientata cerca di sopravvivere con la forza della disperazione e grazie all'aiuto di pochi Giusti (per fortuna non tutta l'Italia è preda della follia razziale), si configurano nuovi abusi nei loro confronti.

Il Gruppo EveryOne ha motivo di credere, dopo aver ascoltato numerose testimonianze di famiglie Rrom e di cittadini italiani in contatto con famiglie Rrom, che possa verificarsi un'ulteriore violazione dei diritti dei Rrom. Come è ormai evidente, le Istituzioni non intendono mettere in atto - se non vi saranno obbligate da organismi internazionali - alcun vero programma di assistenza e di sostegno all'inserimento sociale degli uomini e delle donne Rrom, le cui condizioni di vita si deteriorano di giorno in giorno. Temiamo che si progetti, invece - e il discorso di Rosy Bindi a New York sembra avallare i nostri timori - di attuare una politica di eradicazione dei bambini Rrom dalla realtà delle loro famiglie e tribù, per italianizzarli coattivamente. Alcuni sindaci, fra cui quello di Livorno, hanno proposto, per esempio, di togliere alle loro famiglie i bambini sorpresi nell'accattonaggio da soli o in compagnia dei genitori (che però, se non li conducessero con sé, verrebbero accusati di "abbandono di minori"). Quindi sarebbe il Tribunale dei Minori a decidere se restituire i bambini ai loro genitori (nel caso miracoloso che riuscissero a uscire dalla povertà, trovando in pochi giorni un lavoro e un'abitazione sufficiente magari ad ospitare cinque o sei bambini) oppure darli in affidamento a tempo indeterminato a famiglie italiane. E' l'estrema depredazione. Come dimostra il giornalista romeno George Scarlat in un articolo pubblicato su Anne's Door, l'Italia sta dissanguando la Romania acquistando i migliori terreni senza poi utilizzarli per creare lavoro e sta sottoponendo al più duro sfruttamento, sempre in Romania, la mano d'opera Rrom e romena. Quindi ha deciso di fare tabula rasa della vita e della cultura Rrom in Italia, attuando sistematicamente le fasi di una "Soluzione Finale" pianificata da tempo. Infine, come ci risulta grazie all'azione di monitoraggio, il nostro Paese sembra voler appagare i desideri più o meno oscuri degli italiani che hanno messo gli occhi sui piccoli Rrom e che vedono nelle loro famiglie nient'altro che ostacoli da eliminare. E' un procedimento che ricorda quanto avvenne a molti bambini ebrei durante l'Olocausto. Quando si prefigurò la persecuzione, famiglie cristiane dapprima ospitarono famiglie ebree, poi - considerato il rischio sempre più grave - accolsero solo i loro bambini. Quando la guerra finì, i pochi genitori sopravvissuti si videro negata la consolazione di riavere i loro figli anche dalle autorità cattoliche. Il 20 ottobre 1946 Pio XII e le autorità ecclesiastiche stabilirono che i bambini ebrei battezzati "non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana". Il Gruppo EveryOne, insieme alle principali organizzazioni internazionali che tutelano i diritti dei Rrom, difende il valore dell'unità delle famiglie Rrom e si batterà affinché si provveda a livello istituzionale a sostenere la sopravvivenza e non lo smembramento dei loro nuclei familiari, decidendo finalmente di impegnarsi contro i veri ostacoli, che sono la discriminazione e la povertà. Contemporaneamente, il nostro gruppo si impegnerà con vigilanza, attenzione e opportune azioni a tutela dei diritti umani affinché non abbiano esito i tentativi di gettare discredito o ancor peggio di criminalizzare le famiglie Rrom a rischio smembramento (il nostro gruppo segue direttamente alcuni di tali casi), perché abbiamo verificato che tali azioni razziali hanno il torbido fine di sottrarre i bambini Rrom ai loro legittimi genitori, costruendo una legittimità giuridica intorno a malsane e censurabili azioni di rapimento. Si difenda l'integrità delle famiglie Rrom e ci si impegni per farle uscire, unite, dalla miseria e dall'emarginazione; non si cerchi di smembrarle in nome (nel migliore dei casi) di una falsa e gravemente discriminatoria "difesa dei bambini".

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Chi vuole la persecuzione dei Rom in Italia?

di George Scarlat, Roberto Malini e Matteo Pegoraro

La tragedia della persecuzione dei Rom in Italia - resa ancora più dolorosa dalle sistematiche violazioni, da parte delle Istituzioni italiane, di tutte le Convenzioni e le Risoluzioni dell'O.N.U. e del Parlamento Europeo che tutelano le minoranze etniche e i poveri - preoccupa l'Unione Europea, che ha approvato una Risoluzione che dovrebbe tutelare la minoranza Rom da sgomberi, espulsioni e oppressione, ma che di fatto l'Italia ha censurato e ignorato. Le organizzazioni per i Diritti Umani hanno stigmatizzato più volte il regime razziale in vigore in Italia, ma neanche le loro voci sono ascoltate dalle nostre autorità, ormai determinate a condurre a termine un'operazione di purga etnica che non è esagerato definire "Soluzione Finale". I Rom in Italia sono privati di qualsiasi forma di sostentamento e rifugio, vengono sgomberati con inaudita violenza ed illecitamente espulsi (perché la Direttiva 2004/38CE prevede all'articolo 28, punto 1 che l'allontanamento non può riguardare chi è povero, emarginato o in condizioni precarie di salute). La vergogna dell'Italia sono migliaia di persone senza tetto e senza alimenti, cacciate anche dalle misere baracche che si sono costruite per sfuggire al rigore dell'inverno. Abbiamo assistito con i nostri occhi ad alcuni sgomberi, durante i quali siamo stati costretti a difendere bambini, donne (anche incinte) e uomini innocenti dalla disumanità della forza pubblica. Abbiamo testimoniato l'allontanamento verso il nulla di persone affamate e malate. Abbiamo visto bambini in fasce, sofferenti di gravi patologie cardiache, abbandonati sulla nuda terra e poi costretti, in braccio alle loro madri disperate, a intraprendere quelle che sono vere e proprie "marce della morte". Con i nostri mezzi abbiamo cercato di soccorrere quante più famiglie possibile, ma le vittime dell'annientamento promosso dalle Istituzioni italiane, le vittime del nuovo olocausto sono migliaia. Non vi è pietà, ormai, per i Rom. Dall'agente di polizia all'assistente sociale, dal sindaco al questore, fino alle più alte cariche dello Stato si è stabilito un patto di orrore: i Rom, che al 70% sono bambini e ragazzini, non dimentichiamolo, vengono trattati come "pratiche", come problemi da rimuovere a qualsiasi costo. Repetita juvant: la speranza di vita media dei Rom in Italia è ormai di soli 42 anni, contro gli 80 degli altri cittadini europei, mentre la mortalità dei loro bambini è almeno dieci volte superiore alla media: dati statistici che rappresentano da soli le dimensioni di un massacro di stato. Il Gruppo EveryOne denuncia all'Europa questa realtà e ci si augura che l'Europa ponga fine al più presto a un crimine contro l'umanità di proporzioni apocalittiche. George Scarlat, grande giornalista romeno, per lungo tempo stretto collaboratore di Radu Vasile, Presidente del Consiglio dei Ministri in Romania, ci scrive con l'angoscia di chi assiste a una spaventosa tragedia, cui vuole opporsi con le armi della verità, dell'umanità. Firmiamo con lui questo articolo. George collaborerà con il Gruppo EveryOne; insieme a lui, alle associazioni per la tutela della minoranza Rom, ai gruppi che ci affiancano, cercheremo di arginare lo "tsunami" xenofobico. "Un'ondata di xenofobia che mi ha indotto a scrivere articoli su alcuni dei più importanti quotidiani romeni, fra cui il diffusissimo Ziua di Bucarest" ci scrive George.

 

 

"Dal 9 al 20 novembre ho pubblicato quattro servizi davvero ampi, che si possono leggere in romeno anche online, nel sito del quotidiano e in altri portali. Ho una notevole conoscenza della politica internazionale e posso assicurarvi che l'accanimento contro gli zingari nasconde una strategia che coinvolge altre nazioni, politici e servizi segreti. Sto cercando di diffondere il testo del decreto 181/2007, riguardante le espulsioni di Rom e Romeni, dimostrando come sia palesemente antidemocratico. E' in corso in Italia una "strategia terorii", una strategia del terrore che prevede il diversivo, se così si può chiamare, della guerra ai Rom e ai Romeni. Si ripete la strategia del terrore degli anni 1970 e 1980, condotta da politici, servizi segreti e forze dell'ordine. Forse non dovrei scriverlo, visto che da voi la notizia è stata censurata, ma i romeni assassinati presso la stazione di Nomentana, a Roma, a Castelvolturno e a Caserta sono stati in realtà giustiziati con proiettili calibro 9x19 mm Luger/Parabellum, munizioni in dotazione all'esercito italiano. Le autorità italiane hanno invece parlato di "regolamento di conti fra romeni". Un cittadino romeno, però, è sfuggito all'agguato presso la stazione Nomentana. E' stato solo ferito ed è tornato subito in Romania, dove ha dichiarato che l'assassino era italiano e parlava come un agente. La testimonianza è disponibile in rete. Per non parlare del caso Giovanna Reggiani, cui farò riferimento più avanti. Da parte mia, ho denunciato uno spot discriminatorio contro i Rom mandato in onda da Pro TV, la più importante TV romena. Il Consiglio Nazionale delle Telecomunicazioni e il Consiglio Nazionale contro la Discriminazione emetteranno presto il loro verdetto. Riguardo a Mailat, qualcuno ha rivelato, in Romania, che si tratta di un membro della tribù di Baiash e che quindi non può essere definito Rom. Sono dichiarazioni insensate e pericolose, che possono solo aumentare il pregiudizio. Parlerò della persecuzione dei Rom in Italia, poco prima di Natale, in programmi di punta delle due televisioni principali della Romania. Ogni intervento può contribuire alla causa e per me sarà importante portare anche il punto di vista del Gruppo EveryOne. Ricorderò le ultime tappe della tragedia:

1. Agosto. Il rogo di Livorno. Un insediamento Rom è stato dato alle fiamme e quattro bambini Rom sono morti. Un gruppo razzista ha rivendicato il crimine, ma le autorità hanno arrestato e condannato i genitori delle piccole vittime.
2. 26 settembre. Stazione della metropolitana di Nomentana, a Roma. Tre romeni sono assassinati a colpi d'arma da fuoco. Uno muore subito, un altro all'ospedale, mentre l'ultimo, un ragazzo di 18 anni, Mircea Sava, ferito all'addome, fugge in Romania e dichiara a Pro TV che l'omicida era italiano e sembrava un agente. La polizia romena non esclude l'ipotesi, anche in base al calibro del proiettile, 9x19 Luger/Parabellum.
3. La squadra mobile di Roma dichiara che si è trattato di una sparatoria fra bande di romeni. Da allora il sindaco Veltroni ha intensificato l'attacco contro Romeni e Rom sollevando il problema sicurezza a Roma e suggerendo misure repressive.
4. 30 gennaio 2007. Giovanna Reggiani è aggredita a Tor di Quinto, a Roma. Perde la vita. Viene arrestato Romulus Nicolae Mailat. La polizia di Roma dichiara che la Reggiani è stata trovata nuda, seviziata e violentata, con la faccia coperta di sangue. Secondo le autorità, aveva lottato con l'assassino. Altro sangue era stato rilevato su Mailat. In realtà è poi emerso che gli abiti della donna erano intatti e che è stata uccisa con un solo colpo in testa. Nessun esito di esami del DNA è stato finora comunicato. L'aggressione a una donna è il delitto più grave per lo Stabor, il tribunale Rom. Un caso come quello era ideale per iniziare una campagna di istigazione all'odio razziale. Perché tante bugie?
5. A Caserta viene assassinato il romeno Marian Nazian Buzatu. La polizia dichiara che si è trattato di un episodio riguardante un conflitto fra bande romene, ma sul luogo del delitto sono stati trovati bossoli di calibro 9x19 Luger/Parabellum, un'arma militare. Gli assassini di Roma e Caserta non vengono identificati.
6. Forza Nuova organizza una manifestazione notturna, con torce accese, invocando la deportazione di Rom e Romeni.
7. A Monterotondo una bomba-carta distrugge una bottega di gastronomia romena. Sul muro appaiono una scritta razzista e la croce celtica. Ambienti neofascisti e servizi segreti.
8. Il Secolo XIX di Genova pubblica un articolo in cui si parla di campi di Al Quaeda in Romania. Una menzogna già chiarita ai servizi segreti italiani da quelli romeni nel 2004. Si cerca un pretesto per controllare le frontiere.
9. Altre aggressioni nei confronti di Rom; roghi nei campi; un omicidio a Milano. Continua la campagna razziale".

Una situazione di grande complessità, con enormi interessi in gioco, a tutti i livelli. Nel frattempo, sono i più poveri, i più piccoli, i più indifesi a farne le spese, calati improvvisamente in un girone infernale fatto di freddo, fame, infezioni, fuoco, violenze, odio, calunnie. Il Gruppo EveryOne e le associazioni che lo aiutano nell'impresa titanica di sottrarre un popolo innocente all'annientamento non hanno alcun interesse ad addentrarsi negli intrighi o nelle torbide strategie dei potenti. Chiedono solo giustizia e una speranza di vita per tante famiglie; chiedono che il confine fra civiltà e orrore non sia ulteriormente superato, che epoche di sofferenza, crudeltà, indifferenza e morte non rinnovino il loro buio morale.

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Ricordo di Massimo Consoli

Domani, 12 dicembre 2007 al Circolo Mario Mieli di Roma sarà ricordato Massimo Consoli, uno dei padri del movimento gay italiano. Conobbi Massimo negli anni 1980, quando il mio gruppo di poeti e musicisti "Days of Pride" teneva reading e performance contro l'omofobia e per una migliore conoscenza della cultura gay. "Il tuo progetto è simile al mio," mi disse Massimo "perché si basa sul dialogo con la maggioranza eterosessuale. Se vogliamo eliminare il pregiudizio, dobbiamo rivolgere le nostre proposte culturali e non solo le nostre rivendicazioni al di fuori della comunità gay. E' l'ignoranza che rende apparentemente macroscopiche le differenze fra i due stili di vita". Massimo era convinto che l'universalità dell'amore potesse azzerare i gradi di discriminazione che i "più" nutrivano nei confronti dei "meno", in senso numerico. Ecco perché apprezzò particolarmente un momento delle nostre performance, quando il pianista Aldo Bernardi (un genio mai assimilato dalla mediocrità dell'ambiente musicale) improvvisava temi sospesi fra Mozart e Ciaikovski, mentre io leggevo, con voce che saliva dagli ipogei fino al cielo, la tautologia del mito che - sotto lo sguardo di Selene - ci rende simili gli uni agli altri: "Il corpo, / la luna, / il corpo, / la luna, / il corpo / e la luna". Roberto Malini
 


Il 12 dicembre di sessantadue anni fa nasceva a Roma lo scrittore, storico, padre del movimento gay italiano, Massimo Consoli.
A poco più di un mese dalla scomparsa del grande attivista omosessuale, gli amici di Consoli, rispettando le sue ultime volontà, ne celebreranno, come era tradizione da anni, il “compleanno”.
L’appuntamento è, dunque, per domani, mercoledì 12 dicembre 2007 alle ore 18 presso il Circolo “Mario Mieli” in via Efeso 2A.
Hanno già comunicato la propria adesione i deputati e amici del defunto scrittore Franco Grillino e Vladimir Luxuria, oltre all’attore Leo Gullotta che, proprio durante un’intervista a Consoli, rivelò pubblicamente la propria omosessualità.
Durante la serata sarà presentata l’associazione culturale “Fondazione Luciano Massimo Consoli” in via di costituzione. L’ingresso è libero. L’invito è aperto a tutti coloro i quali vorranno rendere omaggio alla memoria di un grande italiano che ha speso tutta la propria vita in difesa dei diritti e delle libertà civili della popolazione gay, lesbica e transessuale che lui amava definire “comunità varia”.

Roma, 11 Dicembre 2007

Contatti
Daniele Priori - Cell. 328/6323820
Ufficio Stampa Associazione Culturale
“Fondazione Luciano Massimo Consoli

Nella foto, Massimo Consoli

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Un altare per Makwan

10 dicembre 2007
Makwan Moloudzadeh, il ventenne gay iraniano vittima della più atroce omofobia, non sarà mai dimenticato.

I ragazzi di Paveh, il villaggio nella provincia di Kermanshah in cui Makwan trascorse l'infanzia e l'adolescenza, sussurrano e pronunciano il suo nome con la devozione, il rispetto e l'amore che si dedicano a un'icona.

 

 

 

Makwan è per loro un giovane eroe, un messaggero della libertà, un simbolo d'innocenza. In segreto, ognuno celebra la sua memoria con fiori bianchi (un inno alla vita) e fiori rossi (segno di dolore). La Campagna dei Fiori e quella dei Cuori, create e promosse dal Gruppo EveryOne per chiedere alle autorità della repubblica Islamica di non macchiarsi di un crimine tanto efferato e di rispettare la vita del ragazzo non si ferma: "Noi amiamo Makwan" si ripetono, in lingua farsi, coloro che lo conobbero e lo amarono, ma anche coloro che oggi lo piangono e si impegnano, in suo nome, contro la barbarie della pena di morte, che in Iran può toccare anche a un ragazzino bello come un angelo, colpevole di aver amato un altro angelo, simile a lui.

 

 

Noi del Gruppo EveryOne siamo orgogliosi di rappresentare, per tanti iraniani, la memoria di Makwan. Anche i parenti più stretti del ragazzo hanno scelto di piangerlo ponendo le immagini di lui accanto ai simboli che oggi lo rappresentano: fiori bianchi e rossi. Ci hanno inviato alcune fotografie dell'altare domestico che hanno dedicato al loro sfortunato ragazzo, fotografie che pubblichiamo perché in tutto il mondo non si affievoliscano il cordoglio per la sua morte né l'ardore e il coraggio di continuare a lottare perché un giorno, il più presto possibile, siano solo bianchi i fiori simbolici di un Iran che ha perso la via della giustizia e della compassione.

Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Ahmad Rafat, Glenys Robinson, Steed Gamero, Irene Campari

Nelle foto, l'altare domestico che lo zio di Makwan ha voluto condividere con il Gruppo EveryOne

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Lettera aperta agli amici di Secondo Protocollo

di Roberto Malini - Gruppo EveryOne
 

9 dicembre 2007
Cari amici, care sorelle e fratelli, avete pianto per Makwan? Io sì, lo confesso. Quando il Gruppo EveryOne ha iniziato le azioni per la sua vita, eravamo consapevoli che le possibilità di salvarlo erano pochissime. La prima campagna, quella del fiore bianco e del fiore rosso, ha contribuito forse a ottenere le dichiarazioni (illusorie) di Sharoudi, ministro della giustizia, che fino a pochi giorni prima dell'assassinio di Makwan sembrava intenzionato a graziare il ragazzo. Poi però i fiorai di Teheran hanno ricevuto l'ordine di non consegnare più fiori. Persone vicine a Makwan e il suo legale ci avevano detto fin dal principio che purtroppo la sentenza era già scritta e che neanche un miracolo avrebbe potuto cambiare le cose, tantomeno dopo le dichiarazioni del presidente-criminale: "Da noi in Iran i gay non esistono". Noi però, unici al mondo, abbiamo definito Makwan fin dall'inizio "giovane gay iraniano" e non "child offender"1 (pedofilo violento) come hanno fatto Amnesty International e Human Right Watch. Makwan aveva tredici anni quando amò un suo coetaneo! La massima autorità europea di Amnesty ci ha chiamato alcuni giorni fa chiedendoci di rettificare e di definire a nostra volta Makwan "pedofilo" e non "giovane omosessuale". Non l'abbiamo ascoltato, perché sbagliava; i nostri contatti con l'ambiente familiare del giovane e le notizie di prima mano in nostro possesso ci permettevano di affermare la verità: Makwan era processato per omosessualità (lavat) e non per violenza sessuale. Anche un dirigente di Arcigay ci ha scritto criticando la nostra linea di campagna, lodando invece quella diffamatoria di Amnesty. Il Gruppo EveryOne, potete immaginarlo, deve superare spesso critiche e attacchi anche all'interno del "sistema" dei Diritti Umani, perché è un gruppo apolitico e umanitario in senso stretto. E', come voi di Secondoprotocollo, un gruppo di idealisti che credono che sia possibile salvare vite umane e migliorare il mondo. E' anche, però (e anche qui siamo simili), un gruppo di specialisti, che conoscono molto bene il diritto internazionale, la situazione politica mondiale e i "punti caldi", dove le minoranze sono in pericolo. Certo, ci vuole coraggio per condurre un certo tipo di campagne. Però ci vuole coraggio anche quando "scendiamo in campo", qui in Italia, per difendere le minoranze perseguitate e affrontando l'arroganza, la violenza e la follia del potere e dei suoi tentacoli armati. Ma non è mia intenzione fare l'apologia dei nostri gruppi; è l'orgoglio di avere al proprio fianco degli eroi che mi induce a dilungarmi su certi temi... Le minime divergenze, è ovvio, non ci impediranno di collaborare con Amnesty International, Human Right Watch e Arcigay, con cui vi è un'ottima sinergia, in generale.

 


Tornando al caso Makwan, alla fine i giudici stessi che hanno resa esecutiva la terribile sentenza hanno precisato: "L'imputato è stato giustiziato perché era omosessuale e non per reato di violenza sessuale". E' grazie a noi di EveryOne e a voi di Secondoprotocollo, che avete seguito la nostra stessa linea, che la verità ora fa il giro del mondo, veicolata da stampa, radio e tv. Makwan è un martire dell'omofobia, Makwan è un simbolo per i gay e le persone dal pensiero libero, Makwan è un mito. Vi confidiamo con orgoglio (e commozione) che persone che sono state molto vicine alla giovane vittima ci hanno scritto più volte, ringraziandoci del nostro impegno per tutelare la VERITA', che ha un valore almeno simile a quello della vita. In Iran si sussurra, ma si parla anche ad alta voce, della Campagna dei Cuori, che ha fatto seguito a quella dei fiori e che prosegue. Al funerale del ragazzo c'erano ben seimila persone in lacrime, che hanno sfidato l'autorità criminale e hanno pianto Makwan. Dopo di noi, che gli abbiamo dedicato il Premio per i Diritti Umani, assegnato per il 2007 alla meravigliosa Glenys, anche Pannella intende dedicare al giovane martire il più importante progetto contro la pena di morte: il Primo Grande Satyagraha (azione nonviolenta; letteralmente "Forza della verità") mondiale per la Pace. Barbara Pollastrini, Lilli Gruber e altre personalità politiche sono entrate nel vivo della campagna e adesso, abbandonando la diplomazia, ufficializzano la protesta italiana contro il regime sanguinario di Teheran. Ma è tempo di salutarci. Altre azioni ci attendono. Restiamo uniti, perché se qualcuno crede che "altri" penseranno a chi è perseguitato, è solo un illuso. Con la nostra stanchezza e a volte il senso di imprese titaniche, di ostacoli apparentemente insormontabili che si pongono di fronte ai nostri occhi, è certo che quegli ALTRI... siamo noi.

 

1"Child offender" significa "minore che commette un crimine", ma l'espressione può anche essere interpretata come "stupratore di minore"; ambedue i significati ci sembrano inappropriati, perché Makwan non commise reato di violenza sessuale, come hanno riconosciuto persino i giudici che l'hanno messo a morte, né può essere accusato di rapporto illecito con minore, poiché all'epoca dei fatti era coetaneo del ragazzino con cui ebbe una relazione consensuale. Come il Gruppo EveryOne ha sempre affermato e come la sentenza dei giudici islamici attesta al di là di ogni dubbio, Makwan è stato giustiziato per la sua omosessualità.


Nella foto, un cittadino iraniano pochi istanti prima dell'impiccagione

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Iran: l’esecuzione di Makwan Moloudzadeh faccia riflettere il mondo

di Elisa Arduini, www.secondoprotocollo.org

8 dicembre 2007
A pochi giorni dal 10 dicembre, giornata mondiale per i diritti umani, è giunta la notizia dell’esecuzione di Makwan Moloudzadeh, il giovane gay iraniano per il quale si erano mobilitate diverse organizzazioni tra le quali in prima linea il Gruppo EveryOne e noi di Secondoprotocollo. A nulla sono servite le richieste di grazia, il boia dei Mullah iraniani ha eseguito la sentenza.
Forse in pochi si rendono conto della gravità del fatto, ma vorrei ricordare che Makwan è stato assassinato perché era gay, non perché era un criminale (per quanto comunque la pena di morte sia un atto barbaro), non perché aveva commesso un reato contro qualcun altro, ma solo perché apparteneva ad un gruppo sociale diverso.
Sono in troppi a tacere di fronte a questo assassinio di Stato, forse perché nella coscienza di molti il fatto che il giovanissimo iraniano fosse gay diventa una specie di attenuante per il boia, diventa quasi una colpa. “Lo sapeva a cosa andava incontro” hanno detto in tanti, tantissimi lo hanno pensato.
A questo punto siamo arrivati, al punto che il diverso, proprio per questo, non ha diritto ai diritti, non è paragonabile a qualsiasi altro essere umano, è un diverso.
Non è così, Makwan era un ragazzo come tanti altri, con tante speranze per la sua vita, con i sogni che solo un ragazzino può avere, con i suoi progetti e molta speranza nel futuro. Il boia ha troncato tutto questo in una fredda mattina di un lugubre carcere iraniano, nel silenzio del mondo.
Ecco perché abbiamo lottato tenacemente per Pegah Emambakhsh, per salvarle la vita, per evitarle una morte che sarebbe stata tanto violenta (per le donne c’è la lapidazione) quanto certa. Ecco perché ancora oggi ricordiamo che ci sono “Governi democratici” che, pur sapendo cosa succede a chi si dichiara gay in Iran, continuano imperterriti le deportazioni verso quel paese.
Se vogliamo che la morte di Makwan serva a veramente qualcosa teniamola bene a mente e portiamola come esempio a quei Governi che ancora si ostinano a deportare i gay iraniani. Lottiamo nel nome di Makwan affinché anche i gay abbiano gli stessi diritti degli altri in tutto il mondo, a partire dall’Italia.


Ed è dal Gruppo EveryOne, sempre in prima linea nella difesa di tutti i diritti e impegnato fino all’ultimo per salvare la vita di Makwan che arriva la prima iniziativa, quella di istituire un premio annuale ricorrente nel nome di Makwan Moloudzadeh che verrà donato a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia. E per iniziare il Premio Makwan Moloudzadeh 2007 viene assegnato a Glenys Robinson, cittadina del Regno Unito che vive in Italia e che ha dimostrato particolari sensibilità e coraggio cooperando in modo determinante per la liberazione di Pegah Emambakhsh. Da allora Glenys fa parte del Gruppo EveryOne e si impegna con ogni energia per i diritti umani.
Sempre dal Gruppo EveryOne arriva la proposta di creare una potente rete mondiale che sia preparata a denunciare casi simili a questo intraprendendo azioni immediate che possano fermare le esecuzioni, proposta che ci trova assolutamente d’accordo e sulla quale, come al solito, lavoreremo fianco a fianco con Roberto Malini e compagni fino al raggiungimento dello scopo.
L’Iran pagherà a caro prezzo l’assassinio di Makwan e la sua politica basata sulla sistematica violazione dei Diritti fondamentali. Da oggi il boia iraniano non avrà più vita facile, non potrà più uccidere nel silenzio totale e nell’indifferenza generale, per quanto ci sarà possibile faremo di tutto per portare a galla quanto sta avvenendo in Iran e prima o poi anche i Governi democratici dovranno prenderne atto e farsi un sano esame di coscienza.

Nella foto, il logo di Secondoprotocollo

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Bologna: incendio in un campo nomadi, muore un bimbo

19 novembre 2007

Un bambino di quattro anni ha perso la vita a causa di un incendio divampato questa mattina in un campo rom a Bologna, in via Triumvirato nella periferia della citta'. Rimasto gravemente ustionato anche un altro bambino di sei anni ricoverato all'ospedale Maggiore di Bologna.Le fiamme hanno ustionato anche un bimbo di nove anni, un uomo di 29 anni e una donna 26enne tutti trasportati al Maggiore senza essere in pericolo di vita. Sono ancora da chiarire le cause dell'incendio. Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco e la Polizia. (da www.agi.it)
 

Tutto annunciato. La sicurezza sembra essere solo un diritto per i radicati, non per i bambini Rom e i loro genitori. Eppure la sicurezza, anche per i bambini Rom, può essere vitale, è vitale. Una bombola di gas, un incendio, e le pochissime cose che vanno a fuoco insieme ai loro bambini. La Giunta di Bologna ha trattato i Rom come li ha trattati quella di Pavia: come problema di ordine pubblico. O i Rom se ne vanno o per loro non ci sono alternative di vita degna. Queste amministrazioni di centrosinistra che hanno perso il lume della ragione dei diritti, si sono permesse, fino a ieri, di agire in violazione di qualsiasi statuto morale e delle Raccomandazioni dell'Unione Europea. Casa, lavoro, istruzione e salute sembrano diritti impronunciabili se associati al popolo Rom. Poveri sono e poverissimi devono rimanere; la loro miseria deve essere rinfacciata loro quando la priorità è il pubblico decoro. Quel bimbo è morto laddove non è stato garantito il diritto ad un'abitazione dignitosa.
La Risoluzione del Parlamento europeo votata il 17 novembre richiama le istituzioni italiane al rispetto della dignità dei cittadini Rom e ai loro diritti fondamentali. Noi lavoreremo affinché quella Risoluzione sia applicata.
Il Circolo Pasolini esprime cordoglio alla famiglia del bambino deceduto, e vicinanza alle persone ustionate. Esprime anche solidarietà al volontariato bolognese, di cui abbiamo avuto modo di conoscere direttamente la sensibilità e l'impegno verso la comunità Rom di Bologna.
Irene Campari - http://circolopasolini.splinder.com

 

 

Commento di Roberto Malini. Ormai è tempo di dirlo chiaramente: Rom, Sinti e Kalé sono da sempre maestri nell'uso del fuoco, citati per quest'arte nelle cronache antiche e moderne. In Romania, dove vivono 2 milioni e mezzo di Zingari, il rogo di una baracca è un evento rarissimo, proprio per le precauzioni prese dai capifamiglia. In Italia, dove vivono appena 20 mila famiglie Zingare, abbiamo un rogo dietro l'altro: bruciano baracche, roulotte e accampamenti interi. Una nomade che vive da tanti anni in Italia mi disse, qualche tempo fa, che le aggressioni incendiarie sono sempre più frequenti, soprattutto nei piccoli insediamenti, dove è impossibile vigilare, ma che gli Zingari non possono denunciarle a causa dell'atteggiamento ostile e sospettoso delle forze dell'ordine. L'anno scorso scrissi un pezzo: "Chi brucia vivi i nomadi?", ma io stesso devo constatare che i roghi aumentano. Il Gruppo EveryOne ha assistito (e assiste) i genitori dei bimbi bruciati nel rogo di Livorno; posso assicurare che è stata una vicenda incredibile. Nonostante la nostra campagna internazionale, nonostante l'intervento di autorità politiche, nonostante avessimo raccolto prove relative all'attentato incendiario, alla fine il giudice ha condannato i genitori per
"abbandono di minore" (un anno e sei mesi con la sospensione della pena, per fortuna). Un verdetto scritto fin dall'inizio, contro cui abbiamo combattuto con ogni forza, evitando - almeno - una condanna a sei anni o il suicidio dei genitori in carcere (tentato per ben due volte). Non credo all'incendio accidentale, se non in casi rari, mentre credo alle rivendicazioni di gruppi di assassini razziali, come il GAPE. Le Istituzioni e le autorità hanno protetto finora tali gruppi, ma ora tira un vento nuovo e c'è da augurarsi che anche in questo campo le cose cambino e si cominci a considerare OMICIDIO "anche" l'uccisione di Rom. Roberto Malini

Il razzismo contro i Rom a Borgo Panigale: un articolo del 2005


Nel quartiere rosso anti-baracche: "Con questi immigrati non si vive più"
"Pretendono cose che noi ci siamo conquistati, se ne fregano delle regole"
"Non siamo razzisti ma non li vogliamo"

di Michele Smargiassi


BOLOGNA - "Si diventa cattivi". Capelli d'argento, forse nonna, la signora Paola Trappella: "Si diventa razzisti anche senza volere".
Scosta l'inferriata mobile della finestra, piano rialzato con vista sul degrado. "Salgono sul bus in venti e non pagano, e crede che si alzino se c'è un anziano in piedi? Fanno i loro bisogni dappertutto, rompono le panchine. A noi, i vigili hanno fatto demolire il box auto perché "deturpava". Le loro baracche no? Ha fatto bene il sindaco".
Via Giunio Bruto è l'ultima strada prima del greto del Reno. Una fila di casette anni Cinquanta, quasi tutte autocostruite. "Mio marito era falegname, ma alla domenica tirava su mattoni. Poi arrivano questi e il tuo quartiere non è più tuo. Fanno anche pena, sa, con quei bambini nel fango. Ma si diventa cattivi".
Il grido di dolore che Sergio Cofferati ha ascoltato è tutto qui. "Guardi che non sono razzista", chiunque fermi per le strade di Borgo Panigale esordisce così. Che tradotto fa: "Se non succede qualcosa divento razzista". Quasi un ultimatum politico. Che non viene da destra. Borgo Panigale non è solo lo storico quartiere "rosso" di Bologna, dove il Pds, per non fargli correre rischi, faceva eleggere il segretario Achille Occhetto. È il deposito archeologico dell'insediamento sociale della sinistra. Pensionati operai e piccoli artigiani, casette di calcina sudore e risparmi, più che un quartiere è un saggio storico sui ceti popolari del dopoguerra. Sono innocue signore come Luisa, ex operaia ramo plastica, i "mandanti" degli sgomberi dei romeni: "Cofferati ha aspettato anche troppo". Si diventa cattivi? "Gli diano un posto, poveretti... Anch'io gli davo qualcosa ogni tanto. Ma non si poteva più uscire, niente passeggiate sul fiume...". Le è successo qualcosa di brutto? "A me? Niente. Ma quelle facce... Abbiamo perso la nostra libertà. Dopo aver lottato quarant'anni per il benessere". Usa questa parola, "benessere", come contenuto dell'astratto "libertà". L'ex sindacalista Cofferati non ha ascoltato sirene di destra: ha semplicemente risposto all'appello antico dei suoi. Ha riconosciuto la voce dei ceti di riferimento più tradizionali della sinistra, gli ex lavoratori dal sudato e precario benessere, il popolo dell'ordinata periferia urbana della capitale riformista.
Ordinata ma un po' trascurata. Questa manciata di stradine sta di là da tutto: oltre la ferrovia, oltre il fiume, assediata dalla tangenziale, assordata dall'aeroporto, sovrastata dai ripetitori telefonici (sei nel raggio di cinquecento metri). Primo ufficio postale a un chilometro, primo bancomat più lontano, ultimo bus alle otto di sera. Il paradiso degli ex proletari non è placcato d'oro, basta poco a trasformarlo in un inferno. "Sì, mi sento un 'mandante’ dello sgombero, ma solo al settanta per cento", ammette Piero Anobile, il giovane professionista che ha cominciato a raccogliere firme "contro il degrado" fra i residenti di via della Birra. "Il problema delle baracche sul Lungoreno era solo al decimo posto nella lista delle nostre lamentele". La prima non c'è bisogno di chiedere quale fosse: camion movimento terra passano di continuo, i dintorni sono pieni di cave, "li ho contati, 550 al giorno, caos, rumore, polvere, e vede? neanche tirano il telone, anche quella è un'illegalità, Cofferati dovrebbe usare lo stesso pugno di ferro anche con loro". Ma la Cave Reno è un'azienda, mica una bidonville di clandestini: non si può sgombrare con le ruspe
"A me non hanno fatto nulla, ma so che rubano": è un ritornello. Per trovare i derubati però si fa un po' fatica. Ecco il barista del "18" di via Triumvirato: "Mi hanno portato via un ombrello, e anche due sedie, ma gli siamo corsi dietro e le abbiamo riprese. Io non sono razzista, ma se mi toccano...". Attrezzi trafugati da un capanno, garage visitati di notte: i danni materiali sono riferiti di seconda mano. Danni morali, invece, ciascuno ha il suo da raccontare: "Non si può vivere con quella sporcizia sotto gli occhi, io non mando più i ragazzi in autobus, ho paura, e poi chi vive in quella merda non profuma di violetta". Silvia, tre volte mamma: "Non andavamo più nel parco a giocare, c'erano quegli occhi tra le canne, venivano i brividi". Paura, fastidio, esasperazione, il catalogo è questo.
Perfino don Mario, il parroco, resta chiuso dietro la robusta cancellata della sagrestia: "Non dico nulla sui romeni, è troppo pericoloso".
Tentativi di convivenza ci sono stati, perché la gente non è poi cattiva. "Faceva pena vedere le donne incinte andare a prendere l'acqua alla fontana lontana un chilometro", racconto del pensionato Alfredo, "ma se poi una volta gli dai una tanica, dopo la pretendono sempre". Approcci generosi, naufragati nell'incomunicabilità. "Gli ho portato nove casse di zucchine prima di andare in ferie", racconto del fruttivendolo, "mi hanno risposto sprezzanti 'noi mangiamo carne'". "Una mi ha chiesto dei soldi, 'ho quattro figli'", racconto della signora all'uscita della Coop, "e io: signora, perché li ha fatti se non li poteva mantenere?". Lingue diverse, universi opposti: due modi di vita inconciliabili in lotta per lo stesso stretto spazio vitale.
"Pretendono cose che noi ci siamo conquistati, se ne fregano delle regole. Se faccio io metà del merdaio che fanno loro, vado in galera", si sfoga un altro dirimpettaio del degrado, l'ex crocerossino Franco, spegnendo per un attimo la falciatrice del suo bel prato curato, "devono sgomberarli tutti, anche quelli rimasti". Per mandarli dove? "Lo chiede a me? Tocca forse a me? Io ho votato un
sindaco, è lui che ci deve pensare". Non fa miracoli neanche lui, può solo spostarli da qui a là. "Allora vadano un po' sotto le finestre di qualcun altro, facciamo un po' a turno", conclude l'edicolante di via Triumvirato.
Il sentiero dei romeni scavalca un terrain vague di sassi e fango e s'inoltra nella piccola foresta fluviale. Nascoste dietro l'immacolato ponte dell'alta velocità ci sono ancora tre baracche in piedi. Deserte, forse gli inquilini torneranno a notte. Ma non disabitate: una dozzina di sorci lunghi un avambraccio gozzoviglia fra cartoni e stracci. Intanto dov'era l'accampamento sgomberato dal
sindaco, una conca nascosta dietro l'argine, le ruspe della legalità hanno ormai finito di tirar su le macerie: materassi, autoradio, scarpe, giocattoli, "c'è di tutto", fa una smorfia il netturbino.
Quando la bonifica sarà terminata, dicono che al posto della piccola Bucarest sorgerà uno "sgambatoio ", cioè un piccolo parco divertimenti per cani.

26 ottobre 2005

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I nostri problemi non vengono dai Rom, ma dalla classe politica italiana

di Moni Ovadia (da L'Unità, 10 novembre 2007)

Il tanfo delle peggiori vocazioni del passato europeo sale dalle cloache a cielo aperto del pregiudizio contro genti straniere, i rom, i sinti, i rumeni, criminalizzate tout court nel puro stile della peggior propaganda antisemita. Coloro che hanno la memoria corta vadano a rileggersi le argomentazioni dei teorici del razzismo antiebraico, anche le più filosofiche e ponderate come quelle alla Evola. Trovino il tempo per sfogliare gli organi della stampa reazionaria dei paesi che accoglievano gli emigranti italiani nei primi secoli del Novecento. Sentiranno spirare sui loro colli l’aria ammorbata e pestilenziale degli stessi discorsi che provengono dagli esponenti del centro-destra italiano oggi. La nuova divisa che indossano è il trench bianco, ma le parole dell’odio e dell’intolleranza hanno la stessa anima di quella pandemia nera che portò allo sterminio tanti innocenti colpevoli solo di essere ciò che erano. Senza vergogna l’onorevole Fini ha preteso l’espulsione di coloro che non hanno mezzi di sostentamento, lui!

L’erede del fascismo rinnegato solo a parole, con la “complicità” di un governo israeliano, che pur di avere due moine da un politico furbo e cinico mercanteggia il significato profondo della shoà. Sì! Gli zingari sono morti con noi nei lager nazifascisti, come noi, così come con noi furono sterminati poveracci senza fissa dimora, e se lo dimenticassimo condanneremmo noi stessi all’infamia. E come se non bastasse tutto questo, adesso il “poco post” fascista delfino del principe azzurro di Arcore vorrebbe fare della povertà un crimine, una malattia da espellere dal salotto buono. Fosse stato per lui milioni dei nostri connazionali sarebbero stati gettati a mare quando partivano per le Americhe con la speranza di uscire dalla povertà e rimanevano poveri a lungo prima di riuscirci. E ora con che faccia, con che spirito, con quale sguardo, a quale orizzonte ci rivolgeremo quando celebreremo il “Giorno della Memoria”. Inviteremo uno zingaro con l’abito della festa a parlare della tragedia dei rom e dei sinti, mentre li criminalizziamo in massa in quanto tali e ne auspichiamo la rimozione massiccia dai nostri lidi per rimandarli in Romania a ricevere altre vessazioni, oppure per rimpallarli da un Paese all’altro di un’Europa che si pretende unita e libera ma non lascia circolare liberamente al proprio interno i propri stessi cittadini? È ora che se lo ficchino nel cranio i demofascisti, i Rom e i Sinti sono cittadini dell’Europa a pieno titolo, e la vile e ipocrita Europa, come ha bene spiegato sul nostro giornale il grande Predrag Matviejvic, ha nei loro confronti un debito inestinguibile.
Il minimo che possa fare è quello di trattare le questioni che li riguardano con rispetto, volontà di accoglienza e integrazione, attraverso mediazioni culturali e sociali attivando con urgenza canali di erogazione di massicci investimenti per rendere possibili soluzioni giuste e rispettose dei diritti fondamentali di ogni essere umano. Non vivo nel paese di utopia, è capitato anche a me di vedere più volte violata la mia casa e mia moglie in lacrime sconvolta per giorni e giorni, capisco bene il valore e il calore della sicurezza. La sicurezza di ogni cittadino è certo un diritto fondamentale, ma da quando si afferma un diritto fondamentale calpestandone dieci altri?

 


La sicurezza è garantita dalla cultura della legalità e dalla certezza del diritto, conseguentemente dalla certezza della pena e tutto ciò in sinergia con la diffusione della cultura e della spiritualità dell’accoglienza solidale. Queste travi portanti di una società giusta mancano in Italia e la colpa non è dei rom, né dei rumeni, ma della classe politica italiana, soprattutto quella di destra impegnata nella demolizione dei parametri democratici dello stato di diritto al fine di proteggere i furfanti che militano nelle loro file. Noi siamo il problema, non gli altri, il giorno che lo capiremo diventeremo perlomeno un Paese serio. Il giorno della memoria serve a ricordarcelo: perché furono fascistissimi cittadini italiani a varare le più schifose leggi razziali dell’epoca, a perpetrare genocidi contro le popolazioni africane, a commettere crimini di guerra contro gli iugosalvi e fu la maggioranza del Paese, comprese istituzioni culturali e religiose, ad accettarli senza troppi mal di pancia. Ma se il frastuono dei revisionisti della domenica e la grancassa dei fasciodemocratici da salotto televisivo coprono le voci della coscienza e della decenza, forse sarà meglio abrogare la ricorrenza del 27 gennaio perché non diventi una tragica beffa.

Nella foto, Moni Ovadia

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Pavia premierà il coraggio dei bambini Rom?
 

13 novembre 2007
Il capogruppo del Prc in Consiglio Comunale a Pavia, Pasquale Di Tomaso, ha proposto al Consiglio la candidatura dei bambini Rom per la Civica benemerenza di San Siro. Irene Campari, capogruppo consiliare e componente del Gruppo EveryOne, sostiene con convinzione la candidatura, temendo però che l'amministrazione pavese potrebbe strumentalizzarla, magari attribuendo l'onorificenza ai fanciulli Rom in quanto "vittime dello sfruttamento da parte dei genitori". Pubblichiamo qui di seguito sia la riflessione di Irene che la lettera con cui Pasquale di Tomaso ha ufficializzato la proposta.
La candidatura dei bambini zingari (mi si consenta l'uso di un termine nobile e antico, che il pregiudizio non ha corrotto, a mio avviso, e il cui uso – insieme a "gypsies" – è stato suggerito dalle più importanti autorità di cultura Rom, Sinti, Kalé ecc.) alla Civica Benemerenza di S. Siro di per sé è la dimostrazione che qualcuno riesce ancora a distinguere la verità dalla calunnia razziale. Se poi il Consiglio assegnasse a loro il premio, be', allora significherebbe che non sono più solo "i pochi", a Pavia, a non essere impazziti a causa del'odio, ma "i molti". I bambini Rom di oggi ereditano il dolore, ma anche il coraggio dei bambini ebrei (ma anche Rom) negli anni delle leggi razziali. Riconoscere il difficile cammino cui sono costretti e l'incerto futuro che hanno davanti sarebbe come aggiungere pagine al Diario di Anne Frank. "Mi ricordo quegli anni," mi ha detto qualche tempo fa la sopravvissuta al Porrajmos Antonia Bezzecchi (con me nella foto), "e mi ricordo come fossimo sempre considerati gli ultimi, noi zingari. Poi le cose peggiorarono ancora e ci portarono ad Auschwitz. Una mia zia ritornò che sembrava uno scheletro... ma gli altri erano tutti morti. Hanno cercato di bruciarmi viva con la mia famiglia, dentro la baracca in cui vivevamo. Ci ha salvati un italiano, avvertendoci in tempo, prima che i fascisti gettassero le torce. Oggi per gli ebrei le cose sono cambiate, ma per noi no. Gli ultimi eravamo e gli ultimi siamo ancora. Saremo sempre gli ultimi, finché la gente non capirà che vogliamo solo vivere con le nostre famiglie, come tutti gli altri esseri umani". Un premio ai bambini Rom di Pavia sarebbe un modo nobile di rispondere alle parole di Antonia e alle paure di Anne (che si chiedeva se un giorno l'umanità avrebbe smesso di discriminare i poveri). Sarebbe... un nonnulla, ma almeno qualcosa di diverso dall'odio e dalla violenza. Sarebbe una pagina serena aggiunta al Diario dell'umanità. Roberto Malini
 


L'onorificenza di San Siro ai bambini Rom?


di Irene Campari

Ho ricevuto questa mattina, 12 novembre 2007, da Pasquale Di Tomaso, Capogruppo del Prc in Consiglio comunale a Pavia, la lettera con la quale candida i "bambini Rom" all'onorificenza cittadina di San Siro. Essere insigniti di San Siro a Pavia sarebbe come esserlo dell'Ambrogino d'oro a Milano, per intenderci. Le candidature vengono avanzate da chi lo voglia, discusse dai Capigruppo consiliari, dibattute in Consiglio comunale e poi deliberate dal Sindaco. In questi due anni non è mai stata per me una passeggiata, l'onorificenza di San Siro. Nel 2005 mi sono scontrata con chi voleva proporre un medico ginecologo antiabortista. Appena deceduto. Nel 2006 ho proposto, raccogliendo insieme ad altri 600 firme, Daniela Bonanni, promotrice di Spaziomusica, e il Sindaco ha dichiarato che era una trappola tesa a suo danno. Lei voleva solo Jerry Scotti. Quest'anno, da quello che posso prefigurarmi, non sarà aria fresca. Questa sera è convocata una conferenza dei Capigruppo prima del Consiglio comunale, per comunicazioni del Sindaco a proposito di San Siro.
Circa la candidatura dei bambini Rom, mi sento legittimata a fare qualche considerazione, non tanto come Capogruppo consiliare, quanto come colei che ha contribuito a richiedere l'iscrizione di 84 bambini Rom nelle scuole, e che recentemente lo ha chiesto anche al Sindaco di Pieve.
Se l'amministrazione di Pavia volesse recuperare solo tramite un effetto mediatico la figuraccia che ha fatto in questi mesi, gliela potrebbe anche dare, l'ipocrisia e il calcolo non hanno confini. Se invece vuole proseguire sulla strada dell'oblio plateale, del razzismo esibito e della pregiudizievole negligenza allora la considererei una provocazione prevedibile, e coglierei la palla al balzo per ricominciare a parlare dei bambini Rom vittime dei loro stessi genitori. E temo che le due considerazioni si possano incrociare: se il Sindaco dovesse accettare quella candidatura, la motivazione potrebbe essere proprio i quella dei bimbi sfruttati dagli stessi genitori senza scrupoli. Sicuramente dobbiamo attenderci altre dichiarazioni a stampa di quel tenore. L'Assessore Brendolise ha dichiarato non più di quindici giorni fa: "non vorrei assumermi da solo il merito dello sgombero dei Rom". Non cambiano solo perché Natale è vicino. Che si possa pensare che un'onorificenza ai bimbi Rom possa essere conferita da chi li ha inclusi in un popolo di malfattori, mi sembra paradossale. Ma proprio perché è paradossale, la proposta potrebbe essere usata ancora una volta contro i Rom stessi.
Nella lettera di Di Tomaso si parla esplicitamente di scuola e di diritto all'istruzione. Il Comune ha sempre dichiarato che erano i genitori di quei bambini a non voler mandare i figli a scuola, preferendo per loro l'accattonaggio. Occorre essere precisi e decisi su questo punto, essere chiari sul ruolo che le istituzioni hanno, le responsabilità che devono assumersi. Ancora adesso, a Pavia, ci sono bambini che hanno difficoltà a frequentare, anche a prendere l'autobus. Occorrerebbe una mediazione, un adulto che li accompagni. Non è sufficiente infatti l'andare a scuola. Il successo dipende anche da come ci si va. Chiederei piuttosto un impegno serio dell'amministrazione su questi percorsi di integrazione, con una vigilanza severa sull'accompagnamento scolastico, e sull'effettiva integrazione nel nome del rispetto.
C'è un'altra ambiguità: perché i bambini sì e i genitori no? Sono tutte vittime dello stesso destino. I genitori Rom sono stati accusati, implicitamente, anche del loro analfabetismo. Nessuno li ha elogiati per la loro nonviolenza, dimostrata durante mesi e mesi di pressioni e vessazioni. Se avessero saputo leggere e scrivere, tutti, potrebbero essere loro stessi a rivendicare quel comportamento civile e dignitoso, anche per i loro bambini.
Sarebbe opportuno a proposito aprire uno scambio di opinioni con i visitatori del blog.

Lettera di Pasquale Di Tomaso al Sindaco Capitelli

Al Sindaco di Pavia
Dott.ssa Piera Capitelli

Oggetto: presentazione candidatura per le “civiche benemerenze di S. Siro”

In riferimento al regolamento emendato nella seduta del consiglio comunale del 25 ottobre 2004 presentiamo la candidatura per l’assegnazione della “civica benemerenza di S. Siro” ai bambini rom che a causa non dovuta dalla loro volontà hanno dovuto cessare la frequenza delle scuole pubbliche o non hanno potuto neanche iniziare l’anno scolastico.
Questo perché riteniamo che la piena integrazione dei migranti possa e debba partire proprio dalla frequentazione della scuola pubblica dei soggetti minori affinché sia ottenendo un’adeguata istruzione e avendo in questo modo la possibilità di un confronto tra le culture diverse, possano superare le differenze etniche e culturali e la diffidenza nei loro confronti.
Inoltre questi bambini non sono certo colpevoli delle loro condizioni di vita e di tutto quello che è successo ma ne sono stati i più colpiti dagli eventi.
Non presentiamo una candidatura fondata su un fatto particolare che possa far meritare tale riconoscimento ma in quanto questi minori hanno dovuto e continuano a subire una situazione molto pesante che solo con delle misure che possano portare a soluzioni di una piena integrazione dei migranti possono essere risolte.
L’eventuale assegnazione del “S. Siro” ai bambini rom potrebbe diventare un segnale controcorrente ed importante per tutte quelle realtà dove al contrario sembra che l’unica soluzione adottata sia l’allontanamento di queste comunità.

Pavia, 12 novembre 2007


Nella foto, Roberto Malini del Gruppo EveryOne con Antonia Bezzecchi, testimone del Porrajmos, l'Olocausto Rom.

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E' necessario rieducare il braccio violento della legge

di Roberto Malini

12 novembre 2007
Il ruolo delle forze di polizia, in una società sana e progredita, è prezioso, fondato sulla tutela della pace e della convivenza sociale. L'Italia, però, è una società avvelenata da mille mali, corrotta, lontana dai più nobili valori civili, accecata dal pregiudizio e gli agenti di pubblica sicurezza rappresentano i tentacoli distruttivi di questo mostro: spietati, indifferenti di fronte all'iniquità, inebriati del potere di annientare le vittime designate dalla "testa" del mostro. Equità, senso dell'onore, capacità di discernere il bene dal male, compassione: gli agenti non sono addestrati a queste virtù, ma al loro opposto. Ho visto con i miei occhi agenti italiani che di fronte ai deboli e ai diseredati – in ossequio alla "testa del mostro" – si trasformavano in carnefici ed erano capaci di picchiare bambini, donne e uomini inermi. Ho sentito con le mie orecchie uomini in divisa rivolgere alle loro vittime insulti, minacce gravi, provocazioni, proteggendosi gli uni con gli altri nell'ingiustizia e nella crudeltà. Oggi, però, il "braccio violento della legge" non è più soltanto un nemico istituzionalizzato della libertà e della quiete civile, ma uno strumento di mistificazione.

I tanti incendi di baracche zingare, i numerosi pestaggi di senzatetto, le tragedie dovute alla violenza razziale come il rogo di Livorno o l'omicidio, a Milano, della romena Rozeta Duplea vengono regolarmente camuffati da incidenti, incuria da parte delle stesse vittime, regolamenti di conti e drammi della gelosia. L'importante è che non si alluda a episodi di xenofobia. L'importante è che gli assassini razziali rimangano impuniti, perché anche loro sono – per affinità con il potere corrotto – "agenti" al servizio di una nazione impazzita. Sono anni che Anne's Door si prodiga per avvertire le istituzioni dei pericoli insiti in questo tipo di preparazione delle forze dell'ordine, nella gravità degli abusi degli agenti di polizia, nella mistificazione durante le indagini. Oggi un agente ha assassinato il giovane dj romano Gabriele Sandri, colpendolo alla gola con un proiettile. Il poliziotto è intervenuto in un diverbio fra tifosi laziali e juventini. Mentre le autorità e le istituzioni cercano di attribuire a un "tragico errore" la morte del ragazzo, l'avvocato Luigi Conti, amico della famiglia Sandri, commenta così l'accaduto, dopo aver ascoltato numerosi testimoni: "È un reato perpetrato dalle forze dell'ordine, lo dicono i tifosi, sentite loro. È stato un tirassegno". Se il poliziotto killer avesse ammazzato un Rom, un extracomunitario o un "clochard", oggi avremmo una versione univoca e incontrovertibile: "Un eroico agente di polizia è stato costretto a usare le armi per difendersi dall'aggressione di un violento". Ma stavolta il braccio violento della legge ha ucciso un giovane italiano, una persona nota e rispettabile, di fronte a testimoni attendibili. Per una volta,forse, i killer in divisa non riusciranno a farla franca. Per una volta, forse, gli agenti che posseggono ancora una coscienza e un codice etico sentiranno in cuor loro che è tempo di combattere gli abusi dei loro colleghi dall'interno del sistema. Noi siamo idealmente e orgogliosamente al loro fianco.

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Vincenzo Zeno Zencovich: un uomo che si batte per salvare 5 milioni di vite umane ogni anno
 

8 novembre 2007
Il professor Vincenzo Zeno Zencovich (nella foto), professore ordinario di diritto privato comparato all'Università di Sassari, è uno dei più coscienziosi e fieri avversari dei produttori di tabacco. Le sigarette, e più in generale il tabacco da fumo, sono una delle principali cause di morte. Il tabacco, infatti, uccide ogni anno 4,9 milioni di persone. Roberto Malini del Gruppo EveryOne gli ha inviato una lettera, preludio a un impegno di alcuni membri del Gruppo nella lotta contro questo crimine industriale: "Egregio professor Zencovich, non pensa che esistano fondati motivi corredati da prove certe per denunciare i produttori e distributori di sigarette per genocidio e crimini contro l'umanità? Non basta la scritta 'il fumo uccide' per giustificare la legalità di tali attività, che provocano milioni di vittime certe ogni anno. Sarei lieto di avere un Suo parere". Il professor Zencovich si dichiara assolutamente d'accordo e ci invia l'articolo diffuso oggi da Adnkronos-Ign riguardante la vittoria di tappa più potente della sua importante battaglia (l'obiettivo finale è l'abolizione del fumo e della strage che ogni anno provoca nel mondo). Il professore sarà un prezioso, incorruttibile e straordinario alleato per nuove campagne a favore della vita. A.B.

 


Sigarette più sicure o ci sarà una pioggia di denunce

“Dopo la sentenza della Cassazione, i consumatori si preparano a dare battaglia.” Parla a Ign il difensore della famiglia Stalteri, che ha ottenuto ieri il primo storico risarcimento in Italia per danni da fumo: “Al tabacco
vengono aggiunte 289 sostanze pericolose che servono ad accrescere la dipendenza”. Ma BAT Italia contesta queste affermazioni definendole "generiche ed infondate".
Roma, 6 nov. 2007- (Ign) - Dopo la storica sentenza di ieri, con cui la Cassazione ha confermato il primo risarcimento per danni da fumo, le associazioni dei consumatori si preparano a dare battaglia. E’ vero che la vicenda riguarda familiari di persone che si sono ammalate o sono morte prima del 1990 (quando sui pacchetti di sigarette è stata imposta la “pubblicità negativa”), ma ora si aprono nuovi fronti nella battaglia contro i produttori di “bionde”. Ieri la Suprema Corte ha ribadito il verdetto emesso il 9 marzo 2005 dalla Corte di Appello di Roma, che aveva stabilito un risarcimento di 200mila euro per gli eredi di Mario Stalteri (un insegnante di agraria morto di cancro al polmone nel 1991 dopo aver fumato un pacchetto al giorno di sigarette dal 1950). Una cifra che potrebbe anche crescere se la Corte di Appello riconoscerà ai famigliari di Stalteri anche un “danno esistenziale”. Fra i difensori della famiglia Stalteri c’è il professor Vincenzo Zeno Zencovich, dell’Università di Roma Tre, secondo cui, dopo questa causa-pilota, i produttori di tabacco devono aspettarsi ora altri processi. “Al momento le cause pendenti in materia di danni da fumo sono quattro” spiega Zencovich a Ign, testata on line del Gruppo Adnkronos.

“Questa dibattuta in Cassazione per ora è stata la prima favorevole. Ci sono infatti due sentenze del tribunale di Roma e di Brescia, che non hanno accolto le richieste dei familiari, e ce n’è un’altra negativa in Corte d’Appello di Roma. Tutte queste cause comunque sono ancora in corso" sottolinea il legale, che accusa British American Tobacco (Italia) e la società di giocare allo “scaricabarile”. Inoltre, i processi di questo tipo “sono complessi e richiedono molti accertamenti" spiega Zencovich. "Bisogna infatti capire che cosa fumava la persona deceduta, quali sigarette e quante ne fumava, e soprattutto, bisogna dimostrare quali sono le cause del decesso. Sono indagini spesso molto complicate". Il professore però sottolinea l’importanza della sentenza di ieri, "che ha riconosciuto il principio della Corte d’Appello del 2005, e cioè che fare le sigarette è una ‘attività pericolosa". Ma è proprio qui che secondo Zencovich potrebbe aprirsi un nuovo importante fronte. E’ ormai risaputo infatti che le sigarette sono fabbricate con lo scopo di creare assuefazione, lo dice anche l’Organizzazione mondiale della Sanità. "E’ vero che adesso le persone sono informate sui danni del fumo ma" sottolinea il legale "i produttori non svelano le tantissime sostanze nocive che vengono aggiunte al tabacco, e che servono ad accrescere la dipendenza del fumatore" (in passato per esempio si utilizzava l’ammoniaca, che contribuisce ad un maggiore assorbimento della nicotina da parte dell’organismo). Secondo una ricerca spagnola pubblicata proprio di recente dall’associazione dei consumatori Aduc, le "bionde" conterrebbero 289 additivi pericolosi e tenuti nascosti dai produttori.
Così come avviene per tutti i prodotti, alimentari e non, anche le sigarette devono essere "il più possibile sicure", avverte il professore Zencovich. "In caso contrario" conclude "prevedo che ci saranno molte cause in futuro contro le multinazionali del tabacco".
 

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Emergenza-crimini? È un imbroglio, lo dice il Viminale

da http://circolopasolini.splinder.com

 

7 novembre 2007
Ecco i dati ufficiali: dimostrano che è una campagna basata sulla menzogna e la xenofobia. Li ha resi noti il quotidiano “Liberazione”, unico giornale a pubblicarli. Di seguito riprendiamo la nota di Piero Sansonetti e le due tabelle a cura del Ministero dell’interno, dalle quali si ricava che in Italia dal 1993 ad oggi gli omicidi, i furti e le rapine si sono dimezzati. Secondo il Viminale, «Per trovare un tasso di omicidi pari a quello del 2005-2006 dovremmo tornare indietro almeno fino all’inizio degli anni Settanta. Siamo cioè ai livelli più bassi degli ultimi trent’anni». Sono in netto aumento i delitti nelle famiglie: «Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel 62,4 per cento dei casi. Le violenze sessuali nel 68, 3 per cento. Gli stupri nel 69,7 per cento. 1.400.000 donne hanno subito violenza prima dei 16 anni» (dal “Rapporto sulla criminalità” del Ministero dell’interno). I dati su Pavia confermano quelli nazionali. Qualcuno ha associato ai migranti l’inesistente recrudescenza della criminalità. Nessuno ci dirà perché.

Da Liberazione del 3 novembre 2007 - Piero Sansonetti:

Volete sapere in che cosa consiste, esattamente, l' escalation criminalità denunciata in questi giorni, in modo appassionato e drammatico, dalle autorità politiche, dai leader del partito democratico, da Veltroni, da quasi tutti i giornali? Ve lo diciamo noi con tre dati, che ci sono stati forniti in forma ufficiale dal ministero dell'Interno. Primo dato : numero di omicidi nel corso del 2006 in Italia: 621. Nel 1993 erano 1.065. Praticamente dimezzati. Secondo dato : furti in appartamento nel corso del 2006 in Italia: 445 (ogni 100.000 abitanti). Nel 1993 erano 634, dunque sono diminuiti, più o meno, del 40-45 per cento. Terzo dato : scippi. Nel 1993 erano, in Italia, 200 (ogni 100.000 abitanti). Nel 2006 sono crollati a 80, molto più che dimezzati. Voi sapete che omicidi, furti in casa e scippi sono i reati che più di tutti gli altri (insieme agli stupri e alla violenza sulle donne) creano allarme sociale. Per quel che riguarda omicidi, furti e scippi l'allarme è impossibile. La fabbrica criminale, su quel terreno, è in crisi nera, rischia il fallimento. Le cifre che vi abbiamo dato, se paragonate a quelle di altri paesi europei e soprattutto a quelle degli Stati Uniti, sono assolutamente irrisorie.

 


Prima di esaminare la questione della violenza sessuale, analizziamo un momento ancora il problema omicidi, che comunque è di gran lunga il più grande, e quello che recentemente ha ispirato al governo le leggi speciali xenofobe (che sospendono, speriamo momentaneamente, lo stato di diritto). Effettivamente gli omicidi, che dal 1993 al 2005 erano calati costantemente, di anno in anno, in modo regolare, scendendo da 1065 a 601, nel corso del 2006 sono leggermente aumentati arrivando a 621. Una oscillazione di 21 unità forse è statisticamente irrilevante. È interessante però vedere da cosa è determinata: non dagli omicidi per furto-rapina- aggressione, che restano, in tutto l'anno, 53 (come nel 2005). Non dagli omicidi per rissa, che scendono da 77 a 69. Neppure dalla criminalità organizzata che nel 2005 aveva ucciso 139 volte e nel 2006 solo 121 volte. E da cosa allora? Dagli omicidi in famiglia (soprattutto quelli dei mariti a danno delle mogli o amanti o fidanzate) che salgono da 157 a 192, cioè aumentano di 35 unità, pari a circa il 20 per cento.
È ancora più interessante misurare il calo degli omicidi dal 1993 al 2006 dividendoli categoria per categoria. Gli omicidi di mafia e camorra diminuiscono, ma non molto: da 158 a 121. Gli omicidi per furto o rapina si dimezzano: da 102 a 53. E così si dimezzano quelli per rissa: da 140 a 69. Ridotti moltissimo anche gli omicidi imprecisati (il ministero li definisce per “altri motivi”) che erano 559 e sono scesi a 186. Quelli che invece nel 1993 erano in fondo alla classifica, e cioè gli omicidi in famiglia (erano appena 102), sono raddoppiati, e oggi, con la cifra di 192, sono di gran lunga al primo posto tra i vari tipi di omicidio.
Tra i reati violenti, oltre all'omicidio in famiglia, l'unico ad impennarsi è la violenza sulle donne. Che raggiunge vette davvero impressionanti. Nel 2006, un milione e 150 mila donne hanno subito violenza. Chi sono gli autori di questi reati? Scrive il rapporto del ministero: «Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel 62,4 per cento dei casi, le violenze sessuali nel 68,3 per cento dei casi, gli stupri nel 69,7 per cento dei casi».
Capite bene che in qualunque modo si vogliano leggere queste cifre, se parliamo di reati che creano allarme sociale - cioè quelli che riguardano la politica - non c'è nessuna possibilità di sfuggire alla realtà: l'emergenza immigrati, o la presunta emergenza romena, sono - dal punto di vista statistico - assolutamente inesistenti di fronte all'unica vera emergenza che è quella che riguarda la violenza in famiglia. Il governo dovrebbe affrontare questo problema. Forse Veltroni potrebbe pensare a nominare dei "poliziotti di famiglia" che vigilino su mariti e fidanzati assassini. Oppure decidere l'espulsione di massa (verso la Romania) degli elementi maschili di tutte le coppie.

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Ricordiamo le proteste di sette mesi fa contro la persecuzione istituzionale degli zingari
 

7 novembre 2007
Sette mesi fa, all'inizio di aprile, Roberto Malini scriveva su Anne's Door, a proposito della persecuzione italiana contro gli zingari: "Siamo ciechi e coltiviamo la nostra cecità. Siamo insensibili e ci trinceriamo dietro alla nostra insensibilità. Siamo malvagi, razzisti, intolleranti, spietati e ci definiamo 'brava gente'. Siamo il Nuovo Olocausto, complici di uno sterminio che si estende ben oltre i singoli roghi e condurrà - se le voci dei giusti non si leveranno più forti dell'indifferenza - all'estinzione di popoli numerosi e antichi, bruciati da fiamme visibili e invisibili: la povertà, la fame, l'emarginazione, le violenze messe in atto o tollerate dai governi e dalle autorità locali, le condizioni igieniche disumane, le malattie. Per evitare i grandi roghi, però, non bisogna sottovalutare le scintille. Piccole avversioni e piccole incomprensioni. Piccoli pensieri e piccole parole: le radici del fuoco sono lì". A noi di Anne's Door risultava assolutamente evidente che le istituzioni italiane si preparavano a una campagna razziale ancora più spietata contro Rom e Sinti, contando sulla complicità dei media - cui era stato affidato il compito di criminalizzare le vittime designate - e dei gruppi di razzisti e neonazisti, cui era garantita l'impunità dopo le azioni violente contro i campi zingari. I nostri politici, uniti dall'intolleranza, salvo poche eccezioni, sapevano e sanno perfettamente che l'opinione pubblica è oggi facilmente condizionabile. Da anni il potere costituito lavora per addestrare i giovani all'odio razziale, alla discriminazione del diverso, scollandoli dai modelli educativi nobile e limitando la libertà del loro pensiero. Ma alla realtà di questa campagna diseducativa si dovrebbe dedicare molto spazio e non è questa la sede giusta per farlo. Sette mesi fa, all'inizio di aprile, un'assemblea di Rom e Sinti riunita a Roma redasse e sottoscrisse un documento per protestare contro la persecuzione in atto e per ricordare al governo come il comportamento discriminatorio delle istituzioni italiane fosse stato deplorato in sede di Consiglio Europeo. Lettera morta le nostre proteste. lettera morta quelle dei nostri fratelli zingari. Qui di seguito, il testo del loro documento.

Roma, 5 aprile 2007. Di seguito, il testo del documento redatto da un’assemblea di Rom e Sinti riuniti a Roma presso l’università La Sapienza. Si rivolge al commissario europeo per i Diritti umani, al ministro degli interni Giuliano Amato, al ministro della salute Livia Turco, al ministro per le politiche della famiglia Rosy Bindi, al ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, al presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, al presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra, al sindaco di Roma Walter Veltroni, all’assessore alle politiche sociali e sanitarie Rafaela Milano, al prefetto di Roma Achille Serra, al membro italiano del Comitato di esperti su Rom e viaggianti del Consiglio d’Europa, Claudio Marta.
 

I sottoscritti Rom e Sinti riuniti in assemblea presso l’Università di Roma La Sapienza rilevano con sconcerto e preoccupazione la svolta repressiva adottata dalle autorità di pubblica sicurezza e concretizzatasi in ripetute azioni di sgombero, non solo di miserabili insediamenti spontanei (nelle ultime settimane Largo Camesena, Tor Pagnotta, Tor Vergata), ma anche di cosiddetti “campi nomadi” ormai istituzionalizzati e attrezzati come Bellosguardo a via di villa Troili.
Denunciano all’opinione pubblica nazionale e internazionale tali sgomberi, che si configurano come l’espressione di una inaccettabile “pedagogia del terrore” e sono presentati dall’amministrazione comunale come opera di riqualificazione e bonifica del territorio.
Rammentano che il governo italiano è stato già deplorato, in sede di consiglio d’Europa, per comportamento discriminatorio in tema di politiche abitative nei confronti di Rom e Sinti. Con decisione unanime dei componenti del Comitato europeo per i Diritti sociali, assunta il 21 dicembre 2004, si è stigmatizzato che: 1) l’inadeguatezza dei campi sosta costituisce una violazione dell’art. 31 (1) della Carta; 2) gli sgomberi forzati e le altre sanzioni ad essi associati costituiscono una violazione dell’art. 31 (2); 3) la mancanza di soluzioni abitative stabili per Rom e Sinti costituisce una violazione degli articoli 31 (1) e 31 (3).
Lascia perplessi e indignati l’ottusa ripetizione di una pratica che calpesta diritti umani elementari come quello a un tetto o a un semplice ricovero. I cosiddetti “campi nomadi” sono stati già una invenzione arbitraria per confinare in maniera razzista i profughi dell’Europa dell’est da generazioni sedentarizzati nei loro paesi. In tali campi per l’incuria istituzionale i Rom e i Sinti sono stati costretti a sopravvivere miseramente in orrendi agglomerati per lo più privi di acqua, bagni, fognature, elettricità. I campi cosiddetti attrezzati non si distinguono di molto da quelli improvvisati. Non a caso quest’inverno sono morti bruciati due giovani nel campo attrezzato di via dei Gordiani, come sono morti bruciati i giovani sposi Cristina e Nicolae di 15 e 14 anni nel campo informale di Orta di Atella nel Casertano.
I “campi nomadi”, che sono luoghi dove si corre il rischio dell’annientamento dell’identità culturale, si presentano come concentrati di miseria e ghetti esposti alla devianza, nonostante l’impegno profuso dalla sparuta presenza del volontariato e dall’intervento in prima persona di qualche mediatore culturale Rom.
I campi cosiddetti attrezzati, costruiti con materiali scadenti e soggetti pertanto a rapido deterioramento, sono privi di manutenzione. Spesso interventi fondamentali come un presidio sanitario vengono improvvisamente sospesi. I campi sono sottoposti ad un controllo poliziesco fatto di blitz indiscriminati che lasciano una scia di terrore che colpisce soprattutto i nostri bambini per giorni e giorni quasi paralizzati dalla paura (chiedere ai loro insegnanti). Le famiglie non possono spostarsi neppure temporaneamente perché altrimenti perdono il diritto al posto. Si è sottoposti ad espulsione dal campo in qualunque momento come sanzione amministrativa a totale arbitrio di chi la decide senza che si siano avute condanne definitive da parte della magistratura per uno specifico reato. Chi è condannato paghi, ma che senso ha che tutta la sua famiglia sia cacciata dall’abitazione?
Il controllo esasperato della polizia non ha difeso però stranamente i Rom dagli attacchi subiti da parte di teppisti e di squadracce fasciste, né dall’infiltrazione criminale che ha cercato nei campi manovalanza soprattutto per lo spaccio di sostanze stupefacenti. Negli ultimi tempi sono sempre più numerosi i Rom tossicodipendenti e contagiati dall’Aids. Sino a qualche tempo fa tra Rom e Sinti la tossicodipendenza era sconosciuta.
Gli stessi Rom e Sinti cittadini italiani come i Rom kalderash (lucidatori di metalli) o i Sinti sono gravemente discriminati. La mancanza di vere aree di sosta sta distruggendo la possibilità di portare avanti attività tradizionali che potrebbero stare nel mercato, come lo spettacolo viaggiante, le giostre o le tante forme di ambulantato e di lavoro stagionale. I Sinti hanno subito un vero e proprio censimento etnico ad hoc, fotografati addirittura. Chi ha rifiutato il censimento, considerandolo arbitrario in quanto cittadino italiano, è stato poi privato del diritto di sostare nei cosiddetti campi nomadi. In molti casi per sopravvivere abbiamo dovuto riciclarci come rottamatori e acquistare privatamente degli appezzamenti di terreno per tenere unita la famiglia estesa. Nel paese dei condoni edilizi e fiscali siamo continuamente vessati da vigili urbani e minacciati di abbattimento dei prefabbricati che abbiamo realizzato in maniera dignitosa sul nostro terreno.
Benché nei campi siano sistematicamente violati i diritti umani, tali realtà comunque garantiscono la sopravvivenza; col tempo si attivano reti di capitale sociale, pratiche di integrazione scolastica, sociale e lavorativa.
Gravissimo perciò è lo sgombero improvviso che ci costringe a condizioni ancora più precarie con contemporanea, assurda e ingiustificabile distruzione dei nostri poveri beni. Donne e bambini, spesso in tenerissima età, in seguito allo sgombero sono lasciati in strada con i loro genitori che quindi sono costretti a cercare ricoveri di fortuna presso altri insediamenti informali, spesso in vere e proprie grotte oppure lungo il greto dei fiumi o in fatiscenti fabbriche deindustrializzate; in posti comunque accomunati dall’insalubrità e che quindi costituiscono pericoli evidenti per la salute. E difatti si registrano preoccupanti casi di tifo, di tubercolosi ecc.
Tutto il faticoso lavoro sul piano dell’integrazione scolastica e lavorativa viene distrutto a colpi di ruspa e di espulsioni.
L’amministrazione capitolina, che si è definita “giunta della solidarietà” aperta alla questione della povertà nel terzo mondo, continua ad affrontare i problemi dei Rom e dei Sinti come “emergenza” esclusivamente dal punto di vista dell’ordine pubblico. Con l’annuncio del possibile trasferimento forzato presso paesi della provincia si corre il rischio di fomentare l’odio sociale. Come potrebbero essere viste di buon occhio persone deportate con la scusa di risanare la periferia Romana dalla delinquenza? Perché non si informa che tra i Rom e i Sinti ci sono anche artisti, poeti, musicisti, abili artigiani, studenti che a scuola, nonostante lo svantaggio sociale, stanno raggiungendo buoni risultati, donne che sono mediatrici culturali, impegnate anche in progetti di grande innovazione, come l’Antica Sartoria Rom?
La realtà oggettiva di emarginazione e di esclusione costituisce un potente ostacolo al processo di formazione di una nostra rappresentanza politico-sociale. Ciononostante si registra, specialmente tra le nuove generazioni, la maturazione di una consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri e la convinzione della necessità di impegnarsi alla costruzione del proprio futuro che meritano attenzione e incoraggiamento.
Nei giorni in cui si celebra il 50° anniversario dei Trattati di Roma, nonché nella terza settimana dedicata all’antirazzismo, i sottoscritti chiedono:
1.L’adozione di politiche sociali a livello delle esigenze ormai da anni ben note alle pubbliche autorità,
2.Il riconoscimento dello status di minoranza etnico-linguistica,
3.L’elaborazione da parte delle pubbliche autorità di quella serie di iniziative coordinate, idonee ad avviare un processo finalizzato al superamento dei “campi nomadi” e comunque degli insediamenti spontanei che non costituiscono un’emergenza improvvisa ma una realtà di cui da anni si conoscono dinamica e fenomenologia come pure proposte alternative, condizione preliminare a un’effettiva politica di integrazione.
Noi qui riuniti gridiamo no agli sgomberi, no alla repressione, no alle espulsioni e sì a una politica abitativa alternativa ai “campi nomadi”, sì all’integrazione economica, sociale e culturale
I Rom e Sinti firmatari di questa lettera chiedono alle autorità destinatarie di questo documento di essere ascoltati, di essere consultati in prima persona data l’estrema gravità delle condizioni di vita che sono venute maturando a causa della colpevole disattenzione e incuria delle pubbliche autorità, di partecipare alle decisioni che direttamente o indirettamente li riguardano
che per i Rom extracomunitari si rimedi celermente a una situazione di assoluta precarietà giuridica imputabile al mancato riconoscimento di un diritto di residenza non solo a chi è in Italia da lustri (anche 40 anni !) ma anche a chi è nato e ha sempre vissuto nel nostro paese.
Invitano a visitare la drammatica realtà dei campi dell’area metropolitana Romana, non dissimili da molti altri sparsi in tutta Italia e segno tangibile del degrado e della negazione di diritti elementari in cui la gran parte di Rom e Sinti è costretta a sopravvivere.


1. Graziano Halilovic (Rom xoraxanè, La Barbuta)
2. Annibale Niemen (sinto, Lunghezza)
3. Zoran Maximovic (Rom rudaro, Gordiani)
4. Sladijana Mitrovic (Romnì rudara, Gordiani)
5. Gania Sejdic (Romnì xoraxanè, Castel Romano)
6. Sevla Sejdic (Romnì xoraxanè, Vicolo Savini)
7. Najo Adzovic (Rom xoraxanè, Casilino 900)
8. Fadil Adzovic (Rom xoraxanè, Casilino 900)
9. Vesil Hadzovic (Rom xoraxanè, Castel Romano)
10. Nedzab Hamidovic (Rom xoraxanè, Castel Romano)
11. Mirsad (Rom xoraxanè, Candoni)
12. Silvana Sulejmanovic (Romnì xoraxanè, Salviati 2)
13. Senada Sulejmanovic (Romnì xoraxanè, Salviati 2)
14. Fikreta Sulejmanovic (Romnì xoraxanè, Salviati 2)
15. Sakib Sulejmanovic (Rom xoraxanè, Salviati 2)
16. Senada Salkanovic (Romnì xoraxanè Crna Gorski Casilino 900)
17. Vesir Salkanovic (Rom xoraxanè Crna Gorski Casilino 900)
18. Serkia Salkanovic (Rom xoraxanè Crna Gorski Casilino 900)
19. Mahmut Salkanovic (Rom xoraxanè Crna Gorski Casilino 900)
20. Lulugin Husovic (Rom xoraxanè Crna Gorski Casilino 900)
21. Hakia Husovic (Rom xoraxanè Crna Gorski Casilino 900)
22. Ekrem Husovic (Rom xoraxanè Crna Gorski Casilino 900)
23. Almasa Sulejmanovic (Romnì xoraxanè, Salviati 2)
24. Sandro Adzovic (Rom xoraxanè, Casilino 900)
25. Bidaijm Sahiti (Rom xoraxanè, macedone, Casilino 900)
26. Dzafer Sahiti (Rom xoraxanè, macedone, Casilino 900)
27. Aldo Hudorovic (Rom kalderash, Foro Boario)
28. Alina Dumitru (Romnì Romena, ex villa Troili)
29. Marinel Ignat (Romnì Romena, ex villa Troili)
30. Ecaterina Enciu (Romnì Romena, ex villa Troili)
31. Florian Nucu (Romnì Romena, ex villa Troili)
32. Leonard Iancu (Rom Romeno, ex villa Troili)
33. Dan Zarafu (Rom Romeno, ex villa Troili)
34. Florin Dinu (Rom Romeno, ex villa Troili)
35. Elena Calin (Romnì Romena, ex villa Troili)
36. Cristina Zarafu (Romnì Romena, ex villa Troili)
37. Emil Ignat (Rom Romeno, ex villa Troili)
38. Camelia Zarafu (Romnì Romena, ex villa Troili)
39. Odisej Cismic (Rom xoraxanè, Castel Romano)
40. Sacir Hamidovic (Romnì xoraxanè, Castel Romano)
41. Safet Sejdic (Rom xoraxanè, Castel Romano)
42. Esma Cismic (Romnì xoraxanè, Castel Romano)
43. Hamidovic Alija (Rom xoraxanè, Castel Romano)
44. Hajrija Halilovic (Romnì xoraxanè, La Barbuta)
45. Senapa Ramovic (Romnì xoraxanè, La Barbuta)
46. Devlia Hadzovic (Rom xoraxanè, La Barbuta)
47. Rifet Seferovic (Rom xoraxanè, La Barbuta)
48. Venetu Halilovic (Rom xoraxanè, La Barbuta)
49. Mirko Grga (Rom rudaro, Salviati 1)
50. Dragan Djordjevic (Rom rudaro, Salviati 2)
51. Zoran Todorovic (Rom rudaro)
52. Umiza Halilovic (Romnì xoraxanè, Lombroso)
53. Dudia Halilovic (Romnì xoraxanè, Lombroso)
54. Lulugi Halilovic (Romnì xoraxanè, Lombroso)
55. Davide Halilovic (Rom xoraxanè, Lombroso)
56. Vebia Halilovic (Rom xoraxanè, Lombroso)

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Fermiamo la persecuzione contro i Rom in Italia

5 novembre 2007
Il Gruppo EveryOne è in contatto costante con i vertici delle istituzioni italiane e con molte amministrazioni locali per cercare di limitare la tragedia che l'attuale persecuzione contro i Rom in Italia sta provocando. Il caso dell'omicidio di Giovanna Reggiani, di cui è sospettato il nomade Mailat, è stato il pretesto perché politici e stampa scatenassero una campagna razziale contro gli ultimi, contro i poveri, contro i Rom. Avvenne lo stesso quando il 6 novembre 1938 l'esule ebreo polacco Hirschel Grynszpan uccise e a Parigi il diplomatico tedesco Ernst von Rath: un gesto violento per protestare contro la deportazione dei suoi genitori. Fu la scelta violenta di un uomo solo, ma il partito nazista ne fece uso per scatenare una campagna punitiva contro gli ebrei (che a quel tempo erano soggetti agli stessi pregiudizi che oggi accompagnano gli zingari). Nella notte tra il 9 e il 10 novembre SS, Gioventù Hitleriana e ronde di cittadini tedeschi distrussero sinagoghe, negozi, uffici e case di ebrei, con duecento vittime e avviando le deportazioni. Oggi assistiamo agli stessi abusi, con la distruzione sistematica delle povere abitazioni dei Rom, con l'espulsione di soggetti definiti arbitrariamente "pericolosi" (l'equivalente del termine "asociali" usato dai nazisti), con le centinaia di morti per freddo e fame (i cadaveri vengono occultati, ma già ci sono!), con il decreto che istituisce le deportazioni verso la morte, perché non vi saranno aiuti per i reietti e al di là delle frontiere non sono stati certo allestiti in pochi giorni luoghi adeguati ad accogliere e sostenere migliaia di persone in condizioni disperate. Il presidente della Romania Traian Basescu, nonostante le pressioni italiane, ha espresso una dura condanna per la campagna razziale in corso in Italia e per il decreto di espulsione: "Sono misure improvvisate che generano paura e risvegliano l'odio; sono inique e possono causare altri effetti rispetto a quelli sperati". L'Italia razzista però non si ferma. Poche voci si differenziano dal coro intollerante, che propone alla cittadinanza lo stereotipo dello zingaro che non vuole lavorare, che ruba per vocazione, che sfrutta o rapisce i bambini. La realtà è diversa: i nomadi, nonostante siano ridotti in condizioni drammatiche, peggiori di quelle degli ebrei nei ghetti ai tempi di Hitler (47 anni è la loro speranza di vita media e la moria dei loro bambini, provocata dalle condizioni in cui sono costretti, è sei volte superiore a quella media europea), chiedono disperatamente di poter lavorare e di aver diritto ad appartamenti in affitto.

 

 

Il Gruppo EveryOne, il Circolo Pasolini di Pavia e pochi altri enti o associazioni si dedicano alla ricerca di lavoro e casa per i nomadi, senza alcun contributo istituzionale, con il sacrificio personale dei propri membri, eppure – nell'attuale clima di intolleranza e persecuzione – il mondo del lavoro e i proprietari di casa sono refrattari ad accogliere e inserire i nomadi. Nessun programma è stato avviato dalle istituzioni italiane, che sono in malafede quando si scandalizzano per le povere baraccopoli e dietro al motto "basta con l'illegalità!" nascondono un proposito di pura persecuzione: "Basta con i Rom!".

Recentemente un nuovo membro è entrato a far parte del Gruppo EveryOne: Saimir Mile, Rom di origine albanese, giurista, docente di cultura Rom, Sinti e Kalé presso l'Università di Parigi, Segretario Generale del Centro di Ricerca e di Azione in Francia su tutte le forme di razzismo. Contemporaneamente il Gruppo beneficerà della consulenza per le mozioni in ambito europeo e riguardo alle iniziative culturali del professore emerito Marcel Courthiade, titolare della cattedra di lingua e civiltà Rom, Sinti e Kalé presso la stessa Università. Courthiade è uno dei massimi studiosi del mondo nel campo della lingua e della cultura dei Rom, autore di saggi fondamentali e di scoperte di inestimabile valore storico-linguistico. Sia Mile che Courthiade concordano con l'analisi del Gruppo EveryOne, che identifica chiare analogie fra la situazione politica attuale dell'Italia e la nascita del fascismo. Si deve notare che alcuni politici accomunano ormai, nelle loro crociate, "zingari e amici degli zingari". Pressioni e minacce sono all'ordine del giorno. Se l'ideale antirazzista e antifascista ha ormai abbandonato le istituzioni italiane, se i programmi di aiuto ai Rom, Sinti e Kalé proposti dal Gruppo EveryOne e dalle poche realtà che conoscono la situazione dei nomadi, con la consulenza dei più importanti organismi internazionali che si occupano di cultura e vita di questi popoli, non saranno ascoltati e si proseguirà con la persecuzione razziale e le deportazioni, sarà necessario organizzare una pacifica, ma ferma resistenza antirazzista e antifascista dall'estero, perché in Italia i concetti stessi di libertà, democrazia e diritti umani saranno perduti.

 

Per il Gruppo EveryOne, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Irene Campari, Saimir Mile

Siti:

www.everyonegroup.com :: www.annesdoor.com

 

E-mail:

info@everyonegroup.com :: roberto.malini@annesdoor.com

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Con la stessa paura di Giovanna

di Glenys Robinson
 

2 novembre 2007
Angosciata dopo la tragedia che ha colpito Giovanna Reggiani, che è morta ieri sera, non riuscivo a mettere i pensieri in ordine... Per anni ho preso il treno di quella linea dove si è verificata questa terribile vicenda. Tutta la linea è pericolosa, per le donne, ma anche per gli uomini. Lavoravo tre fermate più in là. Spesso uscivo dall'ufficio tardi e dovevo percorrere ottocento metri nella semioscurità, una strada senza case, costeggiata da un muretto, con edifici abbandonati lungo l'intero tragitto. E ai margini della strada, automobili con persone all'interno. Non sono facilmente impressionabile, ho sempre rifiutato di cadere nella trappola del panico, anche quando mi accadeva di uscire dal cinema o da teatro molto tardi e di percorrere la città a piedi, da sola. Recentemente, però, qualcosa è cambiato. Quando mi è possibile, evito di recarmi presso quell'ufficio, se devo fare tardi. Ho paura. Anche Giovanna era sicuramente spaventata, ma cosa avrebbe dovuto fare? Non uscire più di casa? Quando penso alla violenza che ha subito, mi viene da piangere. Spesso, quando facevo tardi, il mio compagno si sobbarcava un'ora di viaggio in auto per venirmi a prendere, anche se protestavo, perché mi piace essere indipendente e i mezzi pubblici impiegavano mezz'ora. Non voglio che lui scenda da casa per aspettarmi alla Metro, sapendo che devo percorrere il sottopassaggio. Non voglio discutere con lui quando lavoro fino a tardi, anche se a volte non ho scelta. Non voglio che senta il bisogno di chiamarmi di continuo per sapere dove sono. Non voglio che le ragazze giovani abbiano paura di staccarsi dai loro ragazzi perché si sentono minacciate. Non voglio guardarmi alle spalle quando sento una presenza maschile troppo vicina. Mi viene anche lo scrupolo che possa sentirsi offeso, se non è un malintenzionato! Non si può vivere così. Mi ricordo quando era ragazza in Inghilterra; dopo una serie di attacchi alle donne, la polizia arrivò a suggerire ai maschi di attraversare la strada quando vedevano una ragazza sola, per non spaventarla. Terribile. La scuola dovrebbe fare molto di più. Insegnare un po' di filosofia, etica, psicologia. Uomini e donne hanno bisogno di stipulare una "tregua". E' necessario aiutare i giovani, ragazze e ragazzi, a riflettere insieme su come il mondo sta cambiando e a trovare, ancora insieme, un modo migliore di vivere.

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Firenze salvi la famiglia Ademi dall’orrore della persecuzione

di Matteo Pegoraro – Gruppo EveryOne
 

1 novembre 2007
Jasmina Ademi e nonna Nadira Tahe sono due donne piene di forza d'animo. Nei loro volti, segnati dalla spossatezza, si legge la tristezza provocata dall’odio e dall’indifferenza della gente; ma la loro determinazione è più potente di ogni altra barriera che si possa porre tra le loro famiglie e il mondo esterno. Due donne Rom kosovare, una di 29, l’altra di 65 anni, entrambe madri di molti figli, entrambe segnate dalla durezza della quotidianità. Quando Jasmina mi apre la porta per la prima volta, in una casetta rosa di via di Villamagna, nei pressi del parco dell’Anconella, a Firenze, non mi conosce. Eppure mi sorride. Mi sorride e con tenerezza m’invita a entrare. Spiego che sono un amico, che faccio parte del Gruppo EveryOne, che ho letto sul giornale (Il Firenze, n.d.r.) di una famiglia Rom composta da due donne e sette bambini in difficoltà e che mi sono precipitato lì per vedere come stavano, in quanti fossero, di cosa avessero bisogno. Sembra quasi stupita, Jasmina, e non appena mi vede accarezzare i capelli alla piccola Jennifer (6 anni) che dorme sul pavimento senza nemmeno un cuscino o un materassino, mi si accovaccia accanto sorridente e, accompagnata da Nadira, inizia a raccontarmi la sua storia.

 


“Abitavamo al campo Rom dell’Olmatello, qui a Firenze, in condizioni di povertà, ma anche di paura. I Rom sono come tutti gli altri popoli: ci sono i buoni e i cattivi. Comunque l'ambiente non era adatto a crescere dei bambini. Due mesi fa siamo stati costretti a fuggire. Amo i miei figli e perché loro siano al sicuro sarei disposta a morire”. Nadira, la donna più anziana, la guarda con ammirazione, mentre canta una ninna nanna ad Asia, la più piccola e anche la più allegra del gruppo, di solo un anno e mezzo.
“Per due settimane, con i nostri bambini, abbiamo dormito nei giardini circostanti il parco dell’Anconella, al freddo e sotto la pioggia” prosegue Jasmina, che improvvisamente si tocca la pancia, e mi spiega che è al quinto mese di gravidanza. “Ci davamo il turno su una panchina, e a mano a mano ognuno dormiva in terra, sull’erba bagnata, per giorni e giorni. Poi mi sono informata, e sono venuta a sapere che esisteva questa casa, di proprietà del Comune, così abbiamo deciso di entrare; abbiamo visto che non era occupata da nessuno, che, anzi, tutto era in uno stato di abbandono. Pur di non lasciare i miei bambini là fuori, ci siamo stabiliti qui, e per quanto la notte faccia freddo (non c’è riscaldamento né acqua calda), almeno i miei figli stanno al sicuro e possono riposare tranquilli”.
Una situazione, quella di Jasmina, Nadira e ben 10 bambini, che sembra aver dato fastidio ad Alleanza Nazionale, che su Firenze ha dato vita a una campagna di condanna e discriminazione razziale contro quelle donne e quei bimbi già colpiti duramente da una vita di stenti. “Via i Rom da quella casa, subito” sembra essere il grido del consigliere comunale di AN Giovanni Gandolfo, che, con i colleghi Calì e Donzelli, pur sapendo che soprattutto da loro dipende il destino di 10 bimbi, tutti sotto i 14 anni, ha promosso una petizione – per la quale sono già state raccolte 300 firme – per chiedere “l’allontanamento forzoso” delle famiglie. “Il nostro obbiettivo” dice Donzelli “è raccogliere almeno 700 firme. Firme da portare poi, entro pochi giorni, all'attenzione delle istituzioni per chiedere l'immediato sgombero”.
In poche settimane, le voci si sono moltiplicate: “Rubano, sporcano, hanno addirittura preso una casa al gruppo scout che dal comune l’aveva avuta in comodato d’uso”. E, come al solito, le maldicenze, il pregiudizio, la diffidenza cominciano a diffondersi a macchia d’olio tra gli inquilini dei numerosi condomini presenti nel quartiere di Gavinana, che ospita la casa dove i nomadi si sono rifugiati. E ben presto alle parole si aggiunge il malcontento, la paura del Rom, della sua cultura, delle sue comunità. Fuori della casetta di via Gavinana c’è il camper di Negiat e Roberta. Negiat è il padre di Jennifer e di Asia; Roberta è la sua compagna. Le due bambine sono in affido a nonna Nadira, la “capofamiglia”. “La sua mamma naturale me le ha lasciate ancora in fasce, poi se ne è andata” mi spiega Nadira, che come tutte le nonne è iperprotettiva per le sue nipotine. Anche loro vivevano al campo dell’Olmatello, anche loro in un clima di paura.
Da ciò che mi raccontano, scopro che quasi tutti i bambini – eccetto i piccolissimi – vanno già a scuola: chi all’asilo, chi già alle elementari. “Li porto a scuola ogni mattina” mi dice Jasmina “e tutti i giorni ci facciamo più di quattro chilometri a piedi da dove abitiamo, per accompagnarli e tornarli a prendere”.
Jennifer si sveglia. Mi guarda prima impaurita, sembra non capire. Com’è legittimo, si chiede chi sia quello sconosciuto che parla accovacciato sul pavimento con nonna Nadira e zia Jasmina. Poi le due donne le sussurrano qualcosa in lingua, la piccola mi sorride, prende un quadernetto e inizia a disegnare. Mi chiedo, incrociando i suoi occhi innocenti e già segnati dal dolore, come la gente possa pensare che anche lei rappresenti una “piaga sociale”? Come possono pensare che lei, con la sua simpaticissima e paffuta sorellina Asia, rappresentino “un pericolo per la cittadinanza fiorentina”? Me lo chiedo anche quando, dalla stanza superiore dove vi sono i materassi per la notte e qualche coperta, scendono gli altri bambini: Keli (10 anni), Sem (otto anni), Samura (3 anni), Fatima (6 anni), Amet (7 anni). Corrono, giocano, sorridono. Negli occhi hanno la luce dell’amore, della vita; quella luce che noi italiani – e i nostri figli – sembriamo aver perso da tempo. E me lo chiedo, infine, dovendo rispondere al grido disperato di Nadira e al pianto soffocato di Jasmina – che in grembo custodisce un altro bimbo – che mi supplicano: “Ti prego, fai di tutto perché possiamo rimanere qui”.
Mi presento a tutti i bambini, chiedo loro come vanno a scuola, se si divertono, e tutti mi rispondono con grandi sorrisi che, uno dopo l’altro, mi aprono il cuore. Penso alla loro infanzia, a come la ricorderanno da adulti, e penso all’odio che là fuori li costringe a rimanere isolati da tutto e tutti, nel silenzio della loro miseria e delle loro sofferenze, dei loro drammi familiari.

 


Jasmina e i piccoli mi fanno fare un giro per la casa: non hanno piatti né posate, e mangiano per terra, su ciotole di alluminio; il cibo, quel poco che c’è, viene servito freddo – crudo, se si tratta di carne. Intravedo un trancio di carne per terra, sul pavimento. Jasmina mi dice che glielo ha portato un ragazzo giorni fa.
Mi mostrano il bagnetto, e così la camera dove dormono. Non bastano mai i cuscini e le coperte, mi dicono, perché la notte fa freddo e tutti si abbracciano per riscaldarsi e non sentirsi soli.
In tutto questo, il Comune di Firenze, e nello specifico il Quartiere 3, sembra stia per emettere una sentenza. Una sentenza che potrebbe ulteriormente peggiorare la situazione. Secondo il Quartiere 5, che con il Quartiere 3 sta monitorando le fasi dell’occupazione, la soluzione ideale sarebbe lo sgombero dell’immobile (non forzoso) e l’inserimento di Jasmina, con i propri bimbi, in uno dei tanti alloggi per ragazze madri presenti a Firenze. Di tutti gli altri bimbi (Jennifer, Asia, la piccola Nadira, di 13 anni, e Zamgina, di 12, – figlie del fratello di Negiat, Roberto, anche loro all’interno della casa), di Negiat e la sua compagna e di nonna Nadira non si conosce il destino.
Jasmina mi spiega presto che non è una ragazza madre, lei il marito ce l’ha. E’ in carcere a Pisa; deve scontare uno o due mesi, poi sarà di nuovo in libertà. Non capisco il motivo dell’incarcerazione, ma intuisco che sia causa di un piccolo furto che Luca – questo il suo nome – ha commesso per garantire la sopravvivenza alla sua famiglia.
“Quando mio marito tornerà da Pisa per riunirsi con noi, dove andrà? Se lasciamo questa casa, dovrà dormire di nuovo per strada, esposto a mille pericoli, e io non lo accetterei mai” mi dice Jasmina, prendendomi la mano.
“Se non accettassero questa soluzione? Non possiamo smembrare una famiglia, è fondamentale che rimangano tutti uniti” provo a dire ad Andrea Ceccarelli, presidente del Quartiere 3 del Comune di Firenze. “Lì non possono stare” mi risponde. “Capisco benissimo la loro situazione e sono loro vicino, ma quella non è una sistemazione per loro. L’unica cosa è convincerli ad accettare la nostra proposta”. Sembra che il valore della "famiglia unita", così importante per gli uomini di pace e diritti umani, da Gandhi a Woytila, abbia perso valore, a Firenze, quando si parla del popolo Rom.

 


Insomma, ci sarà molto da fare. Ci sarà da stare vicini, vicinissimi a Jasmina, a Nadira, a Negiat, a Roberto e soprattutto a tutti i loro bambini; il Gruppo EveryOne rimarrà al loro fianco, e si impegnerà con ogni energia perché nessuno – né i cittadini fiorentini dissenzienti, né le Istituzioni, che vorrebbero iniziare una politica persecutoria e inammissibile – trasformi Firenze, che per tanto tempo è stata un esempio di umanità e accoglienza, in un luogo di persecuzione che ci riporta ai tempi delle leggi razziali, degli sgomberi seguiti dalle deportazioni. Vogliamo proteggere i deboli, ma anche lo spirito di Firenze, riportando le autorità cittadine sulla via dei diritti fondamentali della persona, che non debbono essere infangati dall’odio razziale e dall’intolleranza. Sin da ora, il Gruppo EveryOne chiede l’intervento di tutti i cittadini che ancora credono nel valore della vita, della civiltà, dell’accoglienza e dell’amore, per portare a questa grande famiglia tanta solidarietà, un abbraccio sincero, ma soprattutto generi di prima necessità: cibo, coperte, materiale per la pulizia personale, pannolini per i bambini più piccoli, vestiti. Pane, amore e accoglienza: ne hanno bisogno loro, e noi abbiamo bisogno di offrirli, per non perderci nel labirinto del pregiudizio, resi insensibili dall'odio per chi è povero e diverso, un sentimento distruttivo che ormai domina ovunque.

 

Nella foto in alto, Jasmina e Nadira con sei bimbi e Matteo Pegoraro; nella foto di mezzo, nonna Nadira con la piccola Asia (1 anno); nella foto in basso, Jasmina, Nadira, tutti i dieci bimbi e Matteo Pegoraro

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A Cernusco sul Naviglio e ai sindaci Frigerio e Comincini la palma dell'intolleranza contro i Rom
 

31 ottobre 2007
Il 17 maggio 2000, come ricorda un rapporto dell'ERRC (European Roma Rights Center), Paolo Frigerio, sindaco di Cernusco sul Naviglio (Milano), dichiarò che avrebbe pagato cinque milioni di lire (corrispondenti a duemilacinquecento euro attuali) tratti dal bilancio comunale a un agricoltore per spargere letame in un'area cittadina in cui un gruppo di Rom si era accampato con roulotte e tende. Le parole di Frigerio furono riportate da numerosi quotidiani, fra cui La Repubblica e Il Manifesto. All'epoca, il primo cittadino di Cernusco ricevette più consensi che critiche, perché la sua città, come tutta l'Italia, aveva già intrapreso una via di intolleranza e odio razziale. "E' l'unico sistema per pareggiare i conti con gli zingari, un atto di giustizia, visto quello che ci lasciano in eredità prima di andarsene" aggiunse Frigerio. Il 14 maggio 2007, a distanza di sette anni, Eugenio Comincini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra (DS, Margherita, Rifondazione Comunista, Girotondi e Vivere Cernusco) si espresse, nei confronti dei nomadi, con toni improntati a una discriminazione forse ancora più accanita, rispetto al suo predecessore: "Il Comune dovrà contrastare con gli strumenti di legge ogni occupazione abusiva di case e terreni. Non è previsto alcun insediamento Rom sul nostro Comune". Dario Picciau e io l'abbiamo conosciuto circa tre mesi fa e ci è parso pentito della sua campagna razziale contro Rom e Sinti.

 

 

E' un sindaco giovane e ci siamo illusi di poterlo allontanare dalle ideologie razziali che generalmente sono retaggio dell'estrema destra (neofascismo e neonazismo) e non certo di un pensiero progressista. Così gli abbiamo presentato un documento sui nomadi in Italia e gli abbiamo proposto di sostenere idealmente un progetto simbolico ovvero l'inserimento nel tessuto cittadino di una famiglia Rom proveniente da Timisoara, in Romania: papà, mamma e quattro figli in età scolare, fra cui una bambina di dieci anni dalle straordinarie doti intellettive. Presentando il progetto, il Gruppo EveryOne ha specificato chiaramente di farsi carico di ogni onere e di sostenere la famiglia finché i genitori fossero stati autosufficienti, chiedendo al comune solo l'appoggio simbolico di un benvenuto al nucleo familiare. Sulle orme di Frigerio (orme stampate nell'ignobile materia del razzismo), Eugenio Comincini, che ama definirsi "il sindaco della gente", ci ha risposto con il silenzio e – da cordiale e alla mano – si è reso da allora, per noi, irreperibile. R.M.

Nella foto, un angolo di Cernusco sul Naviglio

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Zai.net: aiutiamo il forum degli studenti a sconfiggere il pregiudizio razziale contro i Rom

di Roberto Malini e Loredana Marano


31 ottobre 2007
Un forum giovanile, Zai.net, che si pone ai ragazzi quale scuola di giornalismo etico ed è frequentato da docenti e migliaia di studenti, consigliato in ambito scolastico, si trasforma giorno dopo giorno in una “scuola di razzismo”. La redazione accoglie e pubblica una lunga sequenza di messaggi – scritti da ragazzini o più probabilmente inventati da intolleranti, visto che il forum non registra gli autori delle e-mail – improntati al pregiudizio e all'odio razziale contro i popoli Rom e Sinti. Zai.net si propone come strumento educativo, ma offre al suo pubblico, ai suoi giovani "allievi", contenuti immorali: un pessimo esempio senza alcun commento che inviti a prenderne le distanze, che ne sottolinei la matrice razzista. Leggere i messaggi contenuti nel forum, fruibili da studenti di tutte le età, è raccapricciante:

http://www.zai.net/10righe.php?op=showtree&subtopicid=284

Ecco perché Anne's Door invita tutti i giovani antifascisti, antirazzisti, amici dei popoli nomadi, che oggi subiscono la più spietata persecuzione in Europa (persecuzione che ha abbassato a 47 anni la loro speranza media di vita, contro gli 80 degli altri europei), a scrivere alla Redazione di Zai.net (redazione@zai.net) protestando per i contenuti del forum e proponendo messaggi di uguaglianza e verità, messaggi che consentano agli studenti italiani di migliorare la loro conoscenza della cultura, delle tradizioni e delle tremende repressioni che riguardano i Rom, i Sinti e la loro Storia. Molto opportunamente Loredana Marano del Gruppo EveryOne ha scritto alla redazione di Zai.net:

"Spettabile Redazione, sono una docente di liceo. Anche nella nostra scuola arriva la vostra rivista, la cui pubblicazione è stata accompagnata da fastosa campagna pubblicitaria, che annunciava l'arrivo di un giornale, molto atteso, finalizzato a dare voce ai giovani. Mi è stato segnalato un forum in cui alcuni giovani si esprimono in maniera incivile nei confronti degli zingari e delle istituzioni. Ora se è giusto dare voce ai ragazzi, è dovere degli adulti prestare massima attenzione affinché non vengano veicolati contenuti di violenza e non trovino spazio pregiudizi, che fanno a pugni con la verità storica e quella attuale. Con questo forum, Zai.net dimostra, al di là di una facciata di libertà d'espressione, l'aspetto peggiore della nostra società, incapace non dico di un atto fraterno nei confronti di chi vive ai margini, ma addirittura di tolleranza, che è il livello minimo di civiltà e non richiede nessun impegno. Vi invito, pertanto, a toglierlo e a prendere le distanze da simili proclami".

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Pavia, non negare alla famiglia Vaduva il diritto di vivere

di Roberto Malini e Dario Picciau
 

28 ottobre 2007
Ileana Vaduva è una donna forte. La sua famiglia è fuggita dalla miseria e dal pregiudizio che in Romania accompagnano i Rom dall'inizio alla fine delle loro esistenze. Esistenze sempre più brevi, perché l'indigenza ha abbassato la loro speranza media di vita a soli 47 anni, contro gli 80 degli altri cittadini europei. "Siamo passati attraverso la fame, il freddo, l'emarginazione, ma siamo rimasti uniti," dice con orgoglio Ileana, "perché ci amiamo. Mio marito e i miei cinque figli sono la mia vita". Quando la famiglia Vaduva si è rifugiata a Pavia, ha trovato riparo nell'edificio della ex-Snia, insieme agli altri Rom di cui si sono occupate spesso le cronache. "Eravamo in 250, in condizioni difficili. I nostri bambini stavano male, perché è difficile convivere con tante persone in uno spazio così stretto, senza nessun servizio, senza nessun aiuto".

 

 

Se l'Italia avesse imparato la lezione che i sopravvissuti alle persecuzioni nazifasciste ci trasferiscono da tanti anni; se l'Italia avesse imparato a rispettare le leggi internazionali che tutelano i diritti delle minoranze, che promuovono l'assistenza ai profughi e ai poveri, Ileana Vaduva, la sua famiglia e la piccola comunità Rom che si era insediata nello squallido stabile della ex-Snia, in compagnia dei topi e del disprezzo, avrebbero ottenuto un'assistenza premurosa e un luogo attrezzato - ancorché provvisorio - dove abitare; le loro vite avrebbero ottenuto la dovuta tutela, come prescrivono le norme internazionali, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani alla Convenzione di Copenaghen. "Non abbiamo avuto niente. Ci hanno mandati via, come fanno in tante altre città, come se tutti noi, anche i nostri bambini, non fossimo esseri umani. Io lavoravo, prima che ci sgomberassero dalla ex-Snia e non ero l'unica. Se ci avessero dato un po' di tempo, saremmo diventati tutti autonomi, perché abbiamo famiglia e siamo disposti a fare qualsiasi lavoro onesto: la fatica non ci spaventa". Invece la famiglia Vaduva, dopo lo sgombero, non ha ottenuto altro riparo che una tenda da campeggio. E la situazione avrebbe potuto essere peggiore.

 

 

"Per fortuna abbiamo trovato anche degli amici, a Pavia. Irene e Giovanni (il consigliere comunale Irene Campari e l'editore Giovanni Giovannetti del Circolo Pasolini, ndr) hanno aiutato molti di noi a trovare casa e lavoro, a integrarsi nella città. Grazie a loro adesso possiamo trascorrere la notte al caldo, all'interno della casa del Giovane, ma di giorno dobbiamo tornare nella tenda e in queste condizioni, con cinque bambini, è difficile costruire qualcosa". Noi del Gruppo EveryOne ci siamo recati, accompagnati da Irene e Giovanni, presso la tenda in cui sono costretti a bivaccare Ileana, il marito Victor e i loro bambini. Come ormai accade sempre più spesso, abbiamo verificato una situazione scandalosa, in cui una famiglia onesta e coraggiosa è costretta in condizioni di vita impossibili, resistendo con la forza della disperazione e della fede religiosa ("Siamo cristiani e confidiamo ogni giorno nell'aiuto della Provvidenza") alla povertà e alla stretta dell'inverno, che ogni giorno diventa più rigido. E' necessario che le autorità politiche e religiose abbandonino la via del pregiudizio e ritrovino quella della legalità - perché il razzismo è un crimine - e della solidarietà. Da parte nostra, i singoli membri del Gruppo EveryOne sono disposti a compiere qualsiasi sforzo e fin da adesso chiedono a Irene e Giovanni: "Diteci come possiamo aiutarli. Siamo disposti a sacrifici personali o anche a contribuire alla costruzione di una casa con le nostre mani, lavorando con cemento, mattoni e calce. Diteci cosa possiamo fare e saremo i primi a dare il buon esempio".
 

Nella foto in alto, Giovannetti, Campari e la signora Vaduva durante il primo trasloco all'interno dell'area Snia Viscosa, il 9 agosto 2007


Nella foto in basso, da sinistra: Ileana Vaduva con una figlia in braccio, Dario Picciau, Victor Vaduva, Roberto Malini, Giovanni Giovannetti e Irene Campari. Alle spalle di Ileana, la tenda in cui la famiglia Rom è costretta a vivere.

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Victor e Menji: EveryOne non li ha dimenticati

di Matteo Pegoraro

28 ottobre 2007

Victor Lacatus e Menji Clopotar, con le rispettive mogli Elen e Uca, genitori dei quattro bambini morti semi-carbonizzati nel rogo di Livorno di agosto scorso, dopo la sopraffazione del pregiudizio e della discriminazione, dopo l'ingiusta condanna e l'indifferenza più totale di esponenti politici locali e Istituzioni, stanno intravvedendo finalmente un bagliore di luce e di speranza, grazie all'impegno dei volontari della Caritas di Livorno e la vicinanza e il sostegno da parte del Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com), che per primo ha sollevato il caso attraverso una campagna internazionale che ha fatto molto discutere in Europa e nel Mondo.
Grazie al sostegno del Gruppo EveryOne, della Caritas , del'Arci e dei Salesiani, Victor ed Elena - che abbiamo incontrato a Livorno il 13 ottobre, nei primissimi giorni di libertà - stanno bene e hanno potuto assicurarsi una sopravvivenza fin tanto che la loro situazione non verrà definitivamente risolta con un inserimento socio-lavorativo regolarizzato. I due genitori hanno potuto così anche inviare un po' di denaro agli altri due figli rimasti in Romania, per garantire loro il giusto sostentamento. Un gesto d'amore, quello di Elena e Victor, che conferma ancora una volta la loro straordinaria sensibilità e lo smisurato amore per i figli.

 


Lo stesso amore che ancora conservano vivo nel cuore per Lenuca Corolea - la piccola morta nell'incendio - il cui ricordo fa loro illuminare gli occhi, segnati profondamente dal dolore della perdita.
Anche Menji e Uca hanno ritrovato la forza di andare avanti. Li abbiamo sentiti telefonicamente più volte, e abbiamo garantito loro che presto, come i loro due amici, avranno la possibilità di una casa e di un lavoro, grazie alla sinergia che stiamo portando avanti con Simona Titti, responsabile Caritas di Livorno, che ha dimostrato eccezionale sensibilità per la vicenda e sta spendendo al meglio le proprie risorse ed energie per contribuire alla risoluzione quanto più rapida possibile di questa provvisoria condizione.
Com'è legittimo - e d'altronde prevedibile - in una vicenda come quella che li ha coinvolti direttamente, in cui hanno dovuto scontare sulla propria pelle l'insofferenza razziale della cittadinanza livornese, e così degli Inquirenti e di coloro che avrebbero dovuto seguirli da vicino, Victor, Elena, Menji e Uca hanno preferito ricongiungersi con i rispettivi familiari, per vivere nell'intimità il loro dolore e farsi coraggio, ricominciando una vita dalle macerie che permanevano nei loro cuori.
Victor ed Elena hanno raggiunto così il padre di Victor e l'altra bambina sfuggita all'incendio, la piccola Elena; vivono in una roulotte messa a disposizione dalla Caritas, assieme ad altre tre famiglie rom. "Ci sono stati piccoli, iniziali problemi di convivenza" ci ha detto Simona Titti, con cui si è instaurato un bellissimo rapporto di collaborazione, "ma tutte le quattro famiglie ora si sostengono e riescono a vivere in sicurezza, senza il timore di nuove aggressioni o di problematiche che si possano presentare nell'insediamento, seguito costantemente dai nostri volontari e sito in un luogo tranquillo della periferia livornese".
Menji e Uca hanno raggiunto invece la giovane sorella di Menji, Maria, che con il marito (con cui aspetta un bambino) vive all'interno del campo rom di Pisa. Anche loro sono seguiti dal Gruppo EveryOne, dalla Caritas di Livorno e dalla rete di associazioni e comunità che è nata da questa nostra sinergia: ARCI, Salesiani, Comunità di Sant'Egidio e cooperative locali.

 


Il Gruppo EveryOne è orgoglioso - dopo la difficoltà della campagna condotta a favore di Victor e Menji e delle loro famiglie - di poter affermare, a oggi, che finalmente anche loro stanno per riacquisire la dignità che era stata loro tolta, e il diritto alla vita e alla libertà che con tanta determinazione abbiamo difeso. Presto, i nostri quattro amici avranno una casa ciascuno, un lavoro e un permesso regolare per la loro permanenza in Italia.
Ci rassicura che, in una città - Livorno - che è divenuta in tutto il mondo (con l'articolo del 5 ottobre del settimanale Newsweek che titolava "Nuova Unione, vecchi pregiudizi") il simbolo del pregiudizio e dell'odio razziale nei confronti del popolo rom e sinti in Italia, esistano ancora associazioni e persone - come Simona e l'organismo che rappresenta - in grado di risollevare i valori umani della carità, della giustizia e del buon senso, garantendo la convivenza civile e la parità di opportunità anche ai più deboli.

 

Nelle foto: Cimitero di Livorno, i sepolcri che accolgono i corpi dei bambini Rom uccisi dal rogo

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Amato ai Comuni italiani: "Non registrate matrimoni gay celebrati all'estero, sono in contrasto con l'ordine pubblico"

 

Il Gruppo EveryOne: "Una grave discriminazione. E' compito del ministro Barbara Pollastrini intervenire a tutela dei diritti lgbt"


27 ottobre 2007

Il 18 ottobre, con la circolare n. 55 (protocollo 15100/397/0009861) del Ministero dell'Interno, Giuliano Amato ha invitato ufficialmente i prefetti della Repubblica e i sindaci dei Comuni di tutta Italia a non accettare assolutamente la trascrizione nel nostro Paese di matrimoni tra persone omosessuali celebrati all'estero (negli Stati in cui la legislazione consente questo tipo di unione civile).
"La richiesta di trascrizione di un simile atto compiuto all'estero deve essere rifiutata perché in contrasto con l'ordine pubblico interno" recita la circolare.
La comunicazione elenca una serie di iniziative per contrastare il riconoscimento delle coppie gay sposate civilmente all'estero e invita il Ministero degli Esteri a modificare i contenuti della Convenzione di Vienna dell'8 settembre 1976. Tale convenzione prevede un modello plurilingue (formula B), utilizzato per la redazione dell'estratto dell'atto di matrimonio che, contratto in uno Stato, deve essere trascritto in un altro Stato. Tale modello non specifica il sesso degli sposi e, al contrario, parlando di sposo e sposa, potrebbe indurre a ritenere che i due contraenti il matrimonio civile siano sempre di sesso diverso, anche quando non è così.
"Si richiama pertanto l'attenzione degli ufficiali di stato civile" scrive il ministro Amato "affinché al momento di trascrivere un matrimonio contratto all'estero da un cittadino, pongano particolare cura alla verifica che i due sposi siano di sesso diverso, eventualmente richiedendo direttamente al cittadino o al consolato che ha trasmesso la pratica, in caso di dubbio, un documento di identità dal quale si evinca inequivocabilmente il sesso degli interessati".
"L'Italia è stata ripresa più volte, in sede europea, per le sue reiterate violazioni dei diritti delle minoranze. Riguardo alla tutela delle persone omosessuali, esistono risoluzioni del Parlamento Europeo che invitano tutti gli stati membri non solo a combattere la discriminazione omofobica, ma anche a parificare coppie di fatto e matrimoni e ad aprire matrimonio e adozioni alle coppie gay e lesbiche. Risoluzioni che da noi sono ancora lettera morta. Ma in Italia, in tema di diritti gay, sembra che non vi siano limiti in tema di repressione, se un Ministro della Repubblica decide di violare apertamente il principio di non discriminazione nei confronti dei cittadini italiani omosessuali , che dovrebbero avere pari dignità e pari diritti rispetto a qualsiasi altro cittadino," dichiarano ileader del Gruppo EveryOne Roberto Malini e Matteo Pegoraro. "E' un atteggiamento grave e irresponsabile, che ignora le legittime istanze di milioni di cittadini (le ricerche statistiche stimano le persone omosessuali fra l'8 e il 10 % della popolazione) e mette in luce quanto l'omofobia sia diffusa all'interno della nostra classe politica e particolarmente del nostro Governo ".

 


La circolare n. 55, oltre che minare la nostra convivenza civile, si pone in contrasto con alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento quali il principio di eguaglianza e di non discriminazione, di promozione della persona e di tutela dei suoi diritti fondamentali in tutte le formazioni sociali in cui svolge la sua personalità (articoli 2 e 3 della Costituzione).
"Siccome le norme vigenti in Italia non prevedono che il matrimonio debba essere necessariamente contratto tra persone di sesso diverso (non prevedono in altre parole un divieto espresso delle unioni omosessuali ), non applicare le norme dell'istituto matrimoniale a una coppia omosessuale genera un contrasto con il principio fondamentale del nostro sistema di diritto privato, ossia il rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentali (tra cui rientra senz'altro il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia)" spiega Matteo Pegoraro di EveryOne, che con il suo compagno Francesco Piomboni nel marzo scorso ha richiesto, per la prima volta in Italia, le pubblicazioni di matrimonio civile al Comune di Firenze e, dopo essersele viste negare, ha presentato ricorso alla Volontaria Giurisdizione del Tribunale toscano. "Tutto ciò viola palesemente il principio di non discriminazione" continua Pegoraro "e genera soprattutto una violazione del principio di libertà e di autodeterminazione che caratterizza tutti gli stati democratici occidentali. Tale principio" conclude "è iscritto nell' articolo 13 della nostra Costituzione, e chiarifica che lo Stato, né attraverso il potere legislativo, né attraverso il potere giudiziario, né a maggior ragione attraverso il potere esecutivo può intromettersi nelle scelte di vita dei cittadini ".
Intanto i Radicali Italiani hanno presentato ieri mattina un'interrogazione parlamentare urgente a risposta scritta ai Ministri dell'Interno, della Giustizia e delle Pari Opportunità , richiedendo l'immediato ritiro di tale circolare.
"La circolare 55 è l'ennesimo atto delle istituzioni italiane in violazione dei diritti gay," commenta Roberto Malini di EveryOne, scrittore e storico dell'Olocausto, "si tratta di un pregiudizio istituzionale che ha radici sempre più profonde e che contribuisce ad alimentare l'emarginazione e l'intolleranza nel nostro Paese, rendendo di fatto i gay cittadini di serie B, soggetti a leggi che non offrono alcun riconoscimento a unioni fra esseri umani – che in realtà sono caratterizzate da profondi valori affettivi, spirituali e sociali – e non garantiscono la minima tutela giuridica a vincoli di amore, onore e soccorso reciproco che hanno pari dignità rispetto quelli eterosessuali. Si può affermare, ormai, che il pregiudizio omofobico abbia creato un abisso fra i diritti delle persone gay e quelli degli eterosessuali, una disparità che ricorda i periodi storici che precedettero le più gravi persecuzioni razziali . Che cosa dobbiamo aspettarci, di questo passo? Cartelli fuori dagli esercizi pubblici con la scritta 'Cani e gay non graditi'? La reintroduzione di triangoli rosa da cucire sui nostri abiti? Davvero un esempio edificante, questa cultura omofobica, per i giovani, che dovrebbero essere educati ai valori del rispetto reciproco, della solidarietà, dell'onestà dei sentimenti, della tolleranza!".

 

 

Il Gruppo EveryOne si associa ai Radicali Italiani e chiede l'immediato ritiro della circolare, che, come hanno sottolineato Rita Bernardini (Segretaria di Radicali Italiani) e Sergio Rovasio (membro della Direzione della Rosa nel Pugno) è in evidente contrasto con lerisoluzioni comunitarie contro l'omofobia del 18 gennaio 2006 e del 26 aprile 2007 .

Nel frattempo, il Gruppo EveryOne inizia a promuovere una campagna internazionale di protesta contro la circolare 55 – simbolo della nuova omofobia, diramata del ministro Amato – e chiederà l'intervento del Consiglio Europeo e del presidente del Parlamento Europeo Hans Gert Poettering. "Confidiamo nelle Istituzioni europee, più civili e meno omofobe di quelle italiane. Chiediamo inoltre," concludono i leader di EveryOne, "che il ministro per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini esprima una chiara e immediata posizione al riguardo". Secondo il Gruppo EveryOne, "E' auspicabile che la ministra Pollastrini trovi il coraggio di stigmatizzare la circolare 55 e il pregiudizio che essa rappresenta, dissociandosi da un'iniziativa omofoba e mostrando ancora una volta sensibilità e attenzione verso i diritti della comunità glbt".

Per il Gruppo EveryOne: Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Arsham Parsi, Christos Papaioannou

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Campagna "Gay si nasce": lettera aperta all'assessore alle riforme istituzionali della Regione Toscana Agostino Fragai

di Francesco Piomboni, Matteo Pegoraro e Roberto Malini
Arcigay Firenze "Il Giglio Rosa" - www.arcigayfirenze.it


26 ottobre 2007
Caro Assessore,
abbiamo seguito con interesse l’ampio dibattito che si è sviluppato in Toscana e in tutto il Paese in merito alla campagna di comunicazione contro l’omofobia che, con la Regione Toscana, hai saputo portare avanti con determinazione e coraggio assolutamente ammirevoli. Abbiamo apprezzato l’impegno che la Regione, e nello specifico il tuo Assessorato, sta conducendo in materia di lotta alla discriminazione e al pregiudizio e di promozione di pari diritti e dignità della comunità lesbica, gay, bisex e transgender. E’ necessario attivare progetti di educazione contro l’omofobia in linea con le conquiste già conseguite dalla comunità gay internazionale, e Firenze, in quest’àmbito, si trova in una posizione di orgogliosa avanguardia.

Per questo motivo, ci siamo sentiti di esprimere una certa distanza dalla campagna di comunicazione “Gay si nasce”, che utilizza l’immagine di un neonato con un braccialetto con su scritto “homosexual”. Ebbene, la nostra opinione non è negativa riguardo all’importanza e alla forza comunicazionale della campagna, ma alle diverse possibilità di interpretazione che il pubblico riserverà al messaggio.

 

 

A nostro parere, ciò che è stato frainteso è proprio l’obiettivo che la campagna “Gay si nasce” trasmette a un pubblico eterogeneo di cittadini, indipendentemente dalla sensibilità alla tematica che questi abbiano acquisito. Pur sapendo che non è certo tua intenzione catalogare l’omosessualità come una malattia, o, peggio, etichettare un bambino appena nato, imponendo un concetto che suona – anche non troppo vagamente – pietistico nei confronti delle persone omosessuali, così è apparsa agli occhi di molti – tra cui molte socie e molti soci di Arcigay Firenze, nonché amici e simpatizzanti della nostra Associazione. L’ipotesi genetica ha sempre fatto discutere sia il mondo accademico-scientifico, sia la comunità lgbt. Ricorderai le teorie del professor LeVay, che suscitarono un acceso dibattito nel 1991, e quelle recenti del professor Larkin, che non hanno di certo giovato alla comprensione dell’argomento e alle quali lo stesso Grillini oppose un preciso distinguo, sottolineando la reale natura dell’omosessualità, che è quella di “valore umano”. “Il discorso di Freud per noi rimane il più esaustivo,” commentò Grillini “quindi si deve affermare che la sessualità non ha una sola direzione”.
Tornare – anche se involontariamente – a un’ipotesi univoca, utilizzando oltretutto l’immagine di un neonato “etichettato” (solo Toscani, per empatia, ha accolto con pieno entusiasmo l’iniziativa) ha portato a un confronto politico, sociale e culturale che è degenerato in una diatriba; un principio di scontro che non fa assolutamente bene alla Regione Toscana e alle sue politiche all’avanguardia rispetto alle altre regioni d’Italia, e che soprattutto non fa bene al movimento lgbt, in un momento in cui la coesione e la determinazione devono essere i punti di forza per l’ottenimento dei nostri basilari obiettivi. Comunque va rilevato – e di certo ne converrai – che solo da un dibattito vivace e importante possono avere origine nuovi e magari più efficaci progetti.

 


Riteniamo essenziale il tuo impegno e quello della Regione tutta, e anzi vi sosteniamo e appoggiamo pubblicamente per la vostra volontà – ben condivisibile e, d’altronde, legittima – di appoggiare le persone lgbt nel processo di conquista e difesa dei propri basilari diritti di cittadini. Tuttavia, crediamo che una campagna di così grande risonanza a livello internazionale (abbiamo ricevuto diverse telefonate dai giornalisti del Daily Republic, per farti un esempio) dovesse essere messa a punto con la massima oculatezza possibile, interpellando le associazioni lgbt del Territorio così come è stato fatto in altre occasioni e cercando il più possibile di mirare alla sensibilizzazione della gente, né alla minima provocazione, né all’impatto esageratamente forte. Secondo la nostra esperienza nel campo sociale e culturale, grazie ai positivi e costruttivi risultati che abbiamo ottenuto nel tempo con la totalità della cittadinanza fiorentina e toscana – dalla Giornata Mondiale della Memoria del 27 gennaio, alla fiaccolata per la Giornata Mondiale Contro l’Omofobia del 17 maggio, per citare i principali – riteniamo che quando l’obiettivo che ci si prefigge è quello di educare al rispetto e soprattutto di spiegare a tutta la popolazione che cos’è l’omosessualità – nient’altro che una variante dell’identità umana, come l’ha definita l’OMS – la comunicazione debba essere ben diversa. Non a caso Arcigay Firenze lavora a contatto con realtà internazionali come la GLBT Historical Society di san Francisco, il Memorial de la Déportation Homosexuelle e Triangles Roses di Parigi, il Gruppo EveryOne, lo storico lgbt Gerard Koskovich ecc.
L’Arcigay di Bologna qualche anno fa fece una bellissima campagna dove in un manifesto si ritraeva un pompiere che salvava dalle fiamme una persona; la frase sottostante era proprio “Cambia qualcosa se vi diciamo che è omosessuale?”. Perché – ci siamo chiesti – non avete ripreso come idea questa tipologia di linguaggio e questo tipo di messaggio, magari ritraendo comunque un bambino, con nel braccialetto il nome “Marco” e con la frase “Se vi dicessimo che potrebbe amare per tutta la vita un altro Marco, cambierebbe qualcosa?”. Forse le polemiche sarebbero state minori, o meno plausibili, e, una volta tanto, chiunque, per strada, si sarebbe domandato, dentro di sé, se davvero valga la pena continuare a discriminare l’omosessualità. A quel punto ci saremmo sicuramente sentiti di difendere a spada tratta qualunque attacco – a quel punto assolutamente fuori luogo – che ti fosse arrivato.
Con questa lettera vogliamo comunque manifestarti la nostra vicinanza, rinnovando un sincero e convinto plauso alla Regione Toscana per le iniziative fino a qui intraprese, e confermarti la nostra disponibilità a rappresentare la totalità dei nostri soci e delle nostre socie, e in genere della comunità lgbt locale, in occasioni costruttive di confronto (come sarebbe potuta essere questa e – sotto certi aspetti – lo è) in cui tu ritenga opportuno dar voce a coloro che, di fatto, vivono (e, talvolta, corrono il rischio di scontare) “sulla propria pelle” i risultati di questa o quella campagna. Saremmo lieti di parlare con te di nuovi progetti contro la discriminazione omofobica, per l’educazione alla tolleranza e la conoscenza della Storia dell’omosessualità, con le sue tragedie e le sue conquiste.

Con rinnovata stima,

Francesco Piomboni – Presidente Arcigay Firenze “Il Giglio Rosa”

Matteo Pegoraro – Segretario Arcigay Firenze “Il Giglio Rosa”

Roberto Malini – Consigliere per la cultura, lotta alle discriminazioni e memoria Arcigay Firenze “Il Giglio Rosa”

Nella foto, in alto, l'assessore toscano Agostino Fragai, promotore della Campagna di comunicazione contro l'omofobia "Gay si nasce"; in basso, il depliant della campagna "Gay si nasce", utilizzato per le due giornate di "Ready" al festival della creatività di Firenze, la nuova Rete di Comuni, Province e Regioni italiane impegnate contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.

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I Rom di Corsico. Lettera aperta al sindaco Sergio Graffeo

22 ottobre 2007
Caro sindaco, caro Sergio, il Gruppo EveryOne raccoglie il tuo appello, promosso attraverso la stampa: "A Corsico esiste una grave e urgente emergenza relativa a 300 Rom, fra cui circa sessanta bambini e numerosi ragazzini. Serve uno sforzo congiunto delle istituzioni per affrontare un dramma umanitario di enormi dimensioni. Questa umanità sofferente vive in un deposito abbandonato delle ferrovie, lungo il Naviglio Grande, al confine tra Milano e Corsico, dove mancano acqua, luce e riscaldamento. Il Prefetto Gian Valerio Lombardi ci ha dato la sua disponibilità a intervenire, coinvolgendo anche il Comune di Milano. Però in questa vicenda il vero latitante è il proprietario dell'area, che a noi risultano essere le ferrovie dello Stato. Sono, infatti, convinto che sia il vicesindaco Riccardo De Corato che l'assessore Mariolina Moioli non si tireranno indietro per trovare sinergie istituzionali che permettano di affrontare l'emergenza. Noi siamo disposti a fare la nostra parte, insieme alla Prefettura e all'Amministrazione milanese. Bisogna fare presto, perché le temperature si stanno abbassando e, dai sopralluoghi che abbiamo eseguito con la polizia locale, risulta che la situazione sta peggiorando".

 


Noi siamo al tuo fianco, caro sindaco, per contribuire a una soluzione realmente umanitaria dell'emergenza. Al proprietario dello stabile, le ferrovie dello Stato, bisogna chiedere l'uso dell'area a scopo umanitario e non certo sollecitare una denuncia e uno sgombero! Bisogna evitare la tragedia di una deportazione verso il nulla, nello stile milanese, che produce solo sofferenza e morte di uomini, donne, bambini Rom. Bisogna allestire (nel deposito o probabilmente in altra sede) un centro di soggiorno caldo e accogliente, magari provvisorio, in attesa di una soluzione definitiva. Per far questo è necessario agire, coinvolgendo fin da subito le realtà che rispettano i diritti umani: la Caritas, la Comunità Sant'Egidio, l'Opera Nomadi. Insieme, caro Sergio, dobbiamo vincere indugi, pastoie burocratiche e razzismo istituzionale, per sollecitare un intervento immediato del governo e contemporaneamente chiedere aiuto ai privati. Magari a quelle stesse aziende che sono state accusate pubblicamente di sfruttare in Romania il lavoro dei Rom, pagando loro salari di 70/80 euro mensili per attività lavorative massacranti: Armani, Dolce & Gabbana, Benetton, Geox. Non credo, poi, che Mediaset o Rai ci rifiuterebbero spazio per una raccolta fondi urgente (possiamo contare sulla partecipazione di personaggi noti, fra cui Francesco Facchinetti, vicino al Gruppo EveryOne). E' necessario evitare gli interventi spietati delle autorità milanesi, che hai invocato senza considerare, a nostro avviso, le conseguenze di una loro calata su Corsico.

 

 

Se crediamo nell'umanità e nell'uguaglianza, se pensiamo alle vite umane in gioco, tutti insieme ce la possiamo fare, tutti insieme possiamo creare una rete di solidarietà e umanità. Nel frattempo abbiamo scritto alla Caritas Ambrosiana, invitando anche loro ad agire subito, insieme a voi e a noi e mettendoli in guardia rispetto alla politica antinomade di tante città italiane, politica che è stata aspramente criticata per la sua impronta discriminatoria e disumana nell'ultimo numero di Newsweek, il settimanale più letto del mondo. Agli amici della Caritas abbiamo ricordato come Gesù Cristo - simbolo della sofferenza, ma anche della possibilità di redenzione dell'uomo - sia rappresentato nel mondo odierno dai senza tetto, dagli emarginati, da coloro che soffrono. Noi del Gruppo EveryOne collaboriamo già, nell'àmbito dell'emergenza nomadi (un popolo colpito dalla più grave persecuzione del nostro tempo), con istituzioni di Pavia, Livorno, Firenze e Genova, in alcuni casi in sinergia con le diverse sedi della Caritas. Attendiamo un contatto da parte tua e una risposta "diversa". Diversa dall'odio, dal pregiudizio, dalla violenza mascherata da "legalità", dagli abusi.

Per il Gruppo EveryOne: Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Salvatore Conte, Irene Campari

 

Nella foto, in alto, famiglia rom; in basso, il sindaco di Corsico Sergio Graffeo

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Trattamento Sanitario Obbligatorio: un abuso da combattere

I - Fabio avvelenato dal Bromuro


di Laura Todisco
 

19 ottobre 2007
Sono cresciuta insieme ad un ragazzo milanese (di origini sarde): Fabio, molto simpatico ed originale che è stato distrutto dalla psichiatria e dai numerosi TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori) a cui è stato sottoposto nel periodo 1989/1991, in ognuno dei quali gli venivano somministrate delle fiale di Bromuro che in breve tempo l'hanno trasformato in un demente... a 20 anni ne dimostrava 70. Una volta ho anche tentato di oppormi ad un suo ricovero coatto, ma non ci sono riuscita e poi non ho saputo più nulla di lui e non so nemmeno se sia ancora vivo (ma ne dubito).
Credetemi, è bruttissimo veder portare via una persona con la forza, caricata su un autoambulanza (e dopo vederla ritornare sotto forma di vecchio demente) questo ancora di più se la persona in questione è un tuo parente, amico, fidanzato etc... La gente pensa che gli orrori siano finiti il giorno in cui si sono aperti i cancelli di Auschwitz, ma non è così. Quelle pratiche disumane sono ancora utilizzate, nascoste dietro concetti e parole ipocrite quali: cura, legalità, sicurezza etc... E la psichiatria è spesso, il braccio del sistema repressivo, quello più pericoloso, perché insidioso ed ammantato dell'aura dell' utilità ed anche della bontà (che bravi questi medici che si prendono cura delle persone) ma quei medici sono dei Mengele clonati all'infinito, che distruggono gli spiriti e le menti migliori.
Vi sono persone che "decidono" di riempirsi di farmaci, invece di andare all'origine dei loro malesseri e questi sono - per usare un termine forte - i collaborazionisti silenziosi del sistema attuale, ma ce ne sono altre che vengono costrette con la violenza a "curarsi", trascinate su autoambulanze come bestie che vadano al macello.
Vi è una sorta di presa di posizione contro tutti coloro che provano il sentimento del disagio, ma il disagio è una reazione più che normale visto il tipo di società in cui viviamo.
Guai se non provassimo questo sentimento, unito all'angoscia ed anche al senso di vuoto, vorrebbe dire che siamo degli automi! I TSO et similia rientrano nella logica delle repressione nei confronti di tutto ciò che è diverso, spontaneo... tutto ciò che non può essere imbrigliato nelle reti di un potere sempre più oppressivo e totalizzante.

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Razzismo made in Italy e made in Europe

 

di Roberto Malini

 

18 ottobre 2007

L'ideologia razzista cresce di giorno in giorno, anche nei paesi democratici, anche in quelli che si ritengono all'avanguardia nel rispetto dei Diritti Umani. Da molti anni i sopravvissuti all'Olocausto ripetono, come in una litania, che se l'umanità non modifica il proprio modo di rapportarsi alle minoranze, i mostri dell'intolleranza e delle teorie di una supremazia razziale continueranno a germogliare e ad evolversi, ponendo ancora e ancora le basi di persecuzioni e genocidi. Politici, comunicatori ed educatori, che dovrebbero essere i ministri del cambiamento sociale, sono ancora - a volte quasi inconsapevolmente -  i sacerdoti dell'odio e della morte. In Italia le pericolose esternazioni di Walter Veltoni - secondo cui i problemi di microcriminalità nella capitale sarebbero da ascrivere al 75% ai Rom, i quali dovrebbero essere considerati sempre e in ogni caso "immigrati illegali" e soggetti ad espulsione anche se cittadini comunitari - sono  improntate al pregiudizio razziale in modo così netto che Newsweek le ha poste al centro di un articolo dedicato alla persecuzione contro Rom e Sinti che è in corso in Italia.

 

 

Ma Veltroni - proprio lui che sembra così vicino ai temi della Shoah e della Memoria - non si rende conto di essersi trasformato in un razzista. Non si rende conto che verso gli ebrei degli Shtetl e delle comunità ebraiche dell'Europa pre-nazista  montavano e si affermavano preconcetti speculari a quelli che oggi colpiscono i Rom. Non si rende conto che è troppo comodo difendere i morti, se poi non si difendono le nuove vittime del'intolleranza. Ma ancor più colpevoli di Veltroni sono i media, i cui dirigenti hanno fra le mani Newsweek, ma in sussiego a un personaggio che ritengono "intoccabile", hanno deciso di non pronunciare una parola, di non scrivere una sola riga riguardo a quell'articolo che pone l'Italia e il nuovo leader del PD in una luce "sinistra". E' una forma di omertà che non giova all'Italia, non giova all'Europa e non giova neanche a Veltroni, cui essere ripreso per un atteggiamento sbagliato e contrario alle basi stesse del'ideologia che afferma di seguire non potrebbe che far bene. Non credo che desideri passare alla Storia fra gli artefici del nuovo Olocausto, ma se nessuno gli fa presente questa sua posizione iniqua, perché dovrebbe cambiare rotta?

Il Regno Unito, che ha dimostrato di essere molto in difetto nel campo del rispetto dei Diritti Umani anche nel recente caso di Pegah Emambakhsh, trova ora l'ideologo di nuove teorie della razza. James Watson, 79 anni, scienziato premio Nobel 1950 per aver scoperto la struttura del DNA, incoraggiato dal clima di pregiudizio che ormai si respira in Occidente, si è lasciato andare in questi giorni a una serie di affermazioni inquietanti, il cui sunto è che "i neri sono meno intelligenti dei bianchi". Watson non è uno stupido e non si deve credere che agisca senza un preciso obiettivo (si noti come abbia fatto riferimento alle "politiche sociali per l'Africa"), senza un tacito accordo, una precisa sintonia con una parte consistente del mondo accademico e di quello politico. Qui di seguito, l'articolo che commenta la vicenda sul Corriere del 17 ottobre 2007.

Le politiche sociali per l'Africa si basano su assunti sbagliati
«Neri meno intelligenti dei bianchi»

Il premio Nobel della medicina Watson: l'aspirazione ad attribuire eguali capacità razionali a tutti è irrealistica
LONDRA - Una serie di affermazioni decisamente controverse. E che da molte parti gli valgono l'esplicita accusa di razzismo. Per lo scopritore della struttura del Dna, lo scienziato e premio Nobel nel 1950 per la Medicina, James Watson, 79 anni, i neri africani sono meno intelligenti dei bianchi occidentali. Affermazione che ha suscitato polemiche e condanne nel Regno Unito alla vigilia del suo arrivo a Londra per la presentazione del suo libro «Avoid boring people. Lessons from a life in science». Lo riporta il quotidiano britannico The Independent.

 


NERI MENO INTELLIGENTI - Watson si dice pessimista «Per le prospettive del continente africano, dal momento che tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza sia pari alla nostra, mentre tutti i test lo smentiscono». Lo scienziato ha quindi previsto che entro i prossimi dieci anni verranno scoperti i geni responsabili di tale diversità. Il Premio Nobel riconosce come naturale l’aspirazione umana all’uguaglianza degli uomini, ma «le persone che hanno avuto a che fare con dipendenti neri sostengono che non è vero». Riflessioni contenute anche nel libro dello scienziato, in uscita nel Regno unito la prossima settimana: «Non c’è un valido motivo per prevedere che le capacità intellettive delle persone divise geograficamente al momento della loro evoluzione si siano esplicate in maniera identica. Il nostro desiderio di attribuire uguali capacità razionali come una sorta di patrimonio universale dell’umanità non è sufficiente per renderlo reale».
 

EUGENETICA - Watson non è nuovo a controversie nate da alcune sue dichiarazioni su politica, sessualità e razza. Nel 1997 affermò che una donna avrebbe dovuto avere il diritto di abortire se dalle analisi fosse emersa l’omosessualità del suo bambino. In seguito suggerì un nesso tra colore della pelle e tendenze sessuali, sostenendo che le persone di colore avrebbero una libido più accentuata rispetto ai bianchi. Quindi affermò che la bellezza umana potrebbe essere geneticamente manipolata: «la gente pensa che sarebbe orribile se facessimo tutte le ragazze belle, io credo invece che sarebbe meraviglioso».

 

Nelle foto, il sindaco di Roma e leader del Partito Democratico Walter Veltroni (in alto) e il premio Nobel della medicina James Watson

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La Soluzione Finale italiana contro i Rom

Di Roberto Malini e Laura Todisco

Il governo italiano non assume una posizione chiara riguardo alla campagna discriminatoria e alle leggi razziali che molti comuni italiani, uno dopo l'altro, in una catena d'intolleranza sempre più lunga e tenace, creano ed attuano per colpire al cuore i popoli Rom e Sinti, impedendo loro di fermarsi in un luogo sicuro, di costruirsi ripari contro le intemperie e gli assalti dei razzisti, di provvedere alle minime necessità delle loro famiglie e di fatto annientandoli. Non devono ingannare i programmi di tutela delle minoranze Rom che nascono come funghi (velenosi) al nord come al sud. Sono solo sipari fatti di cinismo e ipocrisia, dietro i quali si nasconde una Soluzione Finale già programmata. Quando leggete di "tutela dei minori zingari contro i loro sfruttatori", dovete interpretare cosa si nasconda dietro un progetto apparentemente positivo. I minori Rom e Sinti sono costretti a mendicare esattamente come i loro genitori, per non morire di fame. Le istituzioni non offrono alcun aiuto alle famiglie nomadi e il mondo del lavoro, condizionato dalla campagna mediatica improntata all'odio razziale, non è disposto ad inserire persone Rom o Sinti. La questua e i piccoli servizi di strada (dal lavaggio dei vetri delle autovetture ai concerti improvvisati) sono allo stato attuale delle cose le uniche alternative al furto.

Furto che, nelle condizioni in cui versano i nomadi italiani, la cui speranza di vita media è scesa ad appena 47 anni, non dovrebbe neppure essere punito, perché così prevede la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Niente lavoro, niente casa, niente cibo, nessuna possibilità di sopravvivere in Italia per gli uomini, le donne e i bambini nomadi: questa è la base della persecuzione antinomade attuata dalle autorità italiane. Raggiunto tale obiettivo - ormai vicinissimo - ecco che scatta la vera e propria Soluzione Finale, presentata come "in linea con le leggi europee", ma in realtà assolutamente iniqua: tutti coloro che non saranno in grado di dimostrare di aver trovato lavoro nei tre mesi di permanenza sul suolo italiano, con contratti di lavoro ed affitto, oltre ad altri documenti e referenze "impossibili", saranno espulsi o deportati verso i paesi di origine (dove li attende il nulla della povertà, di altre persecuzioni, della violenza razziale). La stampa romena è ormai al corrente del progetto italiano. L'articolo che segue ne spiega lo spietato meccanismo.

 
 
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