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La musica di Pan
Intervista a Roberto Malini, a cura di Carol Morganti
Studioso della letteratura, dell'arte, del pensiero e della vita quotidiana nella Grecia e in Roma antiche, Roberto Malini ha pubblicato un libro - Pan dio della Selva, Milano 1998 - e diversi articoli sul mito, l'iconografia e il culto di Pan nell'antichità. Qualche anno prima aveva dedicato al mondo di Pan e degli dei pastorali due sillogi di poesie: Il maestro delle danze divine (Milano, 1994) e Belante cosmo (Milano, 1996). Nell'àmbito della sua attività artistica, alla fine degli anni '90 ha tenuto alcune mostre personali in Italia - fra cui a Milano, presso lo spazio Linati - e all'estero, presentando le sue incisioni della serie Paneia e firmando con l'autrice di questa intervista il catalogo Paneia - Il dio degli incisori, con saggi dedicati all'iconografia di Pan nella stampa d'arte. Ho intervistato lo scrittore e artista milanese per la rivista L'Erba Musica, ponendogli alcune domande riguardanti la relazione simbolica fra il dio d'Arcadia e la musica.
Domanda: L'iconografia antica rappresenta quasi sempre il dio Pan associato a uno strumento musicale: la siringa, il flauto o anche la cetra. Ma com'era la musica di Pan, nell'antica Grecia?
Risposta: Plutarco ci dice che i riti in onore di Pan, Dioniso e la Madre degli Dei erano simili tra loro. Un'iscrizione sul Marmo Pario che si riferisce all'invenzione del modo frigio accomuna le musiche per flauto suonate ancora per Pan, Dioniso e la Madre degli Dei. La pittura vascolare raffigura particolari strumenti a fiato utilizzati solo durante le cerimonie dedicate a queste tre divinità. Sono gli élymoi , flauti che lo strumentista suonava in coppia. Essi erano diversi, però, dagli aulói , perché uno dei due era più lungo dell'altro e terminava con il padiglione ricurvo all'indietro. Erano strumenti sacri ed è per questo che li troviamo frequentemente nelle immagini antiche, suonati dai fedeli di Pan o dallo stesso dio in alternativa alla siringa pastorale. Il Pan dell'isola di Creta, più antico di quello onorato in Arcadia, era festeggiato con il suono profondo di tamburi di pelle caprina, memoria della sposa del dio, la Grande Capra, il cui aspetto era così terribile da incutere turbamento nei cuori degli dei dell'epoca di Crono. Solo il latte della Capra, però, era in grado di nutrire il piccolo Zeus, futuro re degli dei. Un altro strumento consacrato a Pan era la conchiglia sonora con cui si diceva che il dio capro avesse messo in fuga i Titani, gettando il panico tra le loro fila, durante la loro guerra contro le forze di Zeus. La conchiglia era suonata dai sacerdoti in particolari momenti rituali, come si vede su un sigillo minoico. I fedeli di Pan onoravano il loro nume anche attraverso il suono degli strumenti più fragorosi, come i crotali e i timpani. Così ci dicono Aristofane e Menandro. L' Inno Omerico dipinge Pan mentre suona il flauto dalle canne diseguali, che ancora oggi si chiama "flauto di Pan". Nell'inno il dio suona da solo e la sua musica è così bella da non avere rivali. Neanche l'usignolo «che canta con voce di miele» può avvicinarsi alla purezza sublime di quel canto, capace di richiamare le ninfe dei boschi e delle montagne che, affascinate, raggiungono il loro signore e si abbandonano con lui alle danze. Dolce e terribile: è così che si deve immaginare la musica di Pan.
D: Sia nell'epoca classica che nel Rinascimento, il suono della siringa di Pan era il simbolo stesso dell'armonia universale e del risveglio della natura. Cos'altro si potrebbe dire su quel meraviglioso strumento?
R: Il flauto di Pan equivale alla bacchetta magica delle fiabe. Nel film di animazione Fantasia , Walt Disney ci fa vedere un mondo selvaggio, abitato da piccoli satiri e centauri. I satirelli suonano i loro flauti e tutte le cose intorno a loro diventano incantate. La siringa di Pan suona una musica che è simile alla magia ed è all'origine di stupendi prodigi. Il poeta Ibico definì «oracolo efficace» o «musica prodigiosa» il suono della siringa. I contadini che nell'antichità abitavano nei dintorni di Efeso raccontavano che Pan, dopo aver inventato il flauto pastorale, lo nascose in una grotta del posto, consacrata ad Artemide. Quando un uomo voleva sapere se la fanciulla da lui scelta fosse vergine, si affidava al giudizio della siringa. La giovane veniva allora chiusa nella spelonca. Se era pura, la siringa emetteva una musica dolcissima, come se il dio in persona la suonasse. Se al contrario la ragazza aveva già conosciuto le gioie del sesso, allora il flauto taceva e si udiva nella grotta un suono cupo e lugubre come un lamento. La siringa di Pan conserva intatto lo spirito della ninfa. La sua purezza, che è quella di Diana, bilancia perfettamente l'impurità del capro.

D: Gli estremi si toccano. Come nella danza di Pan e delle ninfe...
R: La danza di Pan è ciclica e rappresenta i grandi movimenti della natura universale, che iniziano con la creazione e si concludono con l'annientamento. Essa però si svolge su un piano diverso e superiore, rispetto a quello in cui sono applicabili le leggi della fisica. E' inesprimibile. E' ineffabile. Per intuire il movimento -e il significato- della danza di Pan, delle ninfe e dei satiri, si deve abbandonare lo strumento della logica. Lo stato mentale che precede la visione del mondo di Pan è l'estasi. «E' bello, dice il fuoco, ardere al centro/di una danza notturna di pastori». Solo la poesia e la musica possono parlare della danza di Pan.
D: E' vero. Se non è definito dal linguaggio dell'arte, ciò che esiste nel mondo di Pan sembra inafferrabile...
R: Tutti i suoni inesplicabili che provengono dalla natura appartengono alla sfera di Pan. La ninfa prediletta dal dio, Eco, è il suono incantato delle solitudini selvagge. Il figlio di Pan, Croto, è il boato del tuono o il battito delle mani dei baccanti in preda al delirio mistico. Tutto ciò che Pan insegue e abbraccia è suono, musica, rumore. La ninfa Piti è lo stormire del pino. Siringa è il suono del vento che attraversa i giunchi. Incorporei e sonori come il vento sono anche i corpi adolescenti di Olimpo e Dafni. Pan è la musica prima dell'uomo. E' la musica fuori dall'uomo. E' la musica che manca all'uomo. Euripide e Pausania, Lucrezio e Virgilio ci raccontano come il dio amasse manifestarsi ai pastori attraverso il suono della siringa, piuttosto che mostrando la propria immagine. Oggi il modello di vita pastorale non esiste più e il mito di Pan è diventato un enigma, come la sua musica.

D: Sembri convinto che la musica di Pan sia stata dimenticata dall'umanità contemporanea. E' una perdita irrimediabile o esiste la possibilità di un recupero?
R: I Greci udivano nel canto dell'usignolo una musica deliziosa. La loro sensibilità musicale percepiva qualcosa di celestiale anche nel frinire delle cicale. L'uomo d'oggi non coglie particolari differenze tra i versi di un usignolo e quelli di un merlo e giudica monotono il suono emesso dalle cicale. Se si vuole imparare ad ascoltare la voce dell'usignolo e quella della cicala, è necessario rieducare l'orecchio. Si deve fare nello stesso modo se si vuole riavvicinarsi al mondo di Pan. L'uomo è uscito dalla foresta appena 25.000 anni fa: un periodo irrisorio, se rapportato ai tempi della natura. E' bastato questo breve istante per dimenticare la via di casa.
D: Con che atteggiamento si avvicinavano alle danze di Pan e ai misteri del suo culto i Greci, così diversi dagli uomini della nostra epoca?
R: Pindaro chiamava Pan «sapientissimo danzatore»; Sofocle lo cantava quale «artefice e maestro delle danze divine». Per quei due grandi poeti, le danze corrispondevano ai gradi iniziatici della conoscenza. Eschilo definiva il dio «amico delle danze». La sua era una visione sentimentale. Ma alla fine è il solito Socrate, nel Fedro platonico, a rivelarci quale doveva essere la giusta disposizione spirituale del fedele che si avvicinava alle danze di Pan. Al dio d'Arcadia e alle ninfe Socrate inviò infatti una supplica, chiedendo che gli concedessero «la bellezza interiore dell'anima e, riguardo all'esterno, che esso si ponesse in armonia con l'intimo». Danzare con Pan significava intraprendere la ricerca dell'armonia. E infatti, secondo la dottrina degli Orfici, Pan è colui che regna sull'armonia del cosmo, assegnando un fine a tutti gli esseri e stabilendo le leggi universali: «Vieni o beato che danzi, vaghi e regni con le Ore,/caprigno, baccante, euforico che ami gli spazî aperti/e risvegli la cosmica armonia con il tuo canto sereno,...».

D: Il fine della musica di Pan è dunque quello di armonizzare l'universo e tutti gli esseri?
R: Sì. Ma non bisogna dimenticare che oltre la musica di Pan -o meglio: prima e dopo il canto di Pan- c'è il grido di chi, invasato dal dio, apprende la prima parola della lingua divina. E non dice "madre" o "padre". Emette un urlo che risuona agghiacciante come uno sfogo di follia alle orecchie di chi non è posseduto. I Greci chiamavano quell'urlo kraughé e lo ritenevano simile ora al verso del cane, ora a quello del corvo, ora a quello della capra.
D: La mitografia rinascimentale relativa a Pan vede quasi sempre il dio sconfitto dalla vanità e dalla cecità delle proprie passioni. Solo la musica sembra restargli accanto, alla fine...

R: Ma in fondo anche la musica è una ninfa fuggitiva. Al principio esisteva un solo suono, una sillaba sacra e inviolabile che si chiamava Eco. O forse Siringa. Un giorno il demiurgo Pan sentì quell'unico suono e desiderò che si moltiplicasse e si diffondesse in un nuovo universo molteplice. Così gli si accostò. Ma il suono, vedendolo, fu preso dal terrore e per non perdere la propria integrità, assunse l'aspetto di una ninfa. Pan inseguì dovunque quella creatura sinuosa e quando la raggiunse, la smembrò in sette pezzi. Smembrò Siringa in sette pezzi. Smembrò Eco in un'infinità di brandelli. Così il suono immobile dell'Uno divenne la musica del Tutto, che si compone di molti suoni.
D: Più che l'interpretazione di un mito, questa sembra una nuova leggenda di Pan. In un incisione di Leon Davent, uno dei satiri che accompagnano Cupido non suona il flauto, ma la tromba. Cosa annunciano le trombe dei satiri?
R: La distruzione, l'interruzione dell'armonia, il ciclo di rivoluzione dell'essere. Le grandi divinità che presiedono al mistero della vita, presiedono anche a quello della morte. Senza la morte, non può esserci ricambio della vita. Il momento del ricambio, che nella visione della natura non ha niente di doloroso, è annunciato dalla salpynx , tromba militare associata nell' iconografia antica a Pan guerriero. Nell'incisione di Leon Davent, probabilmente la tromba annuncia la "guerra amorosa" che Eros porta sempre con sé, mentre Pan è il "Tutto" che segue la forza dell'amore.
D: Ma in realtà Pan non significa "Tutto". Secondo la maggior parte degli autori, il suo nome ha il significato di "pastore". Qualcuno pensa che abbia origine dal nome di un dio vedico. Nel tuo libro formuli diverse ipotesi. E' un problema affascinante. Ci sarà mai una risposta definitiva?
R: Ho studiato questo problema con molta attenzione e alla fine sono giunto a pensare che, con ogni probabilità, avevano ragione gli antichi e che il teonimo Pan significhi proprio "Tutto". Erodoto offre materiale a suffragio di questa ipotesi quando nelle Storie , libro II, paragrafo 52, parla dei Pelasgi, stirpe di cui gli Arcadi rappresentavano in Grecia l'espressione più pura. Erodoto racconta di aver sentito in Dodona che i Pelasgi celebravano i loro riti invocando semplicemente "gli dei", senza attribuire loro alcun nome. Quando seppero che in Egitto e presso altri popoli gli dei erano invocati con appellativi particolari, chiesero all'oracolo di Dodona se dovessero adottare l'usanza straniera e dare un nome a ciascuno dei loro dei. L'oracolo rispose affermativamente e così gli Arcadi designarono i nomi dei loro Primi Dei. Qui termina il racconto di Erodoto, ma si può immaginare il séguito. Come chiamare il dio capro, il supremo signore degli Arcadi, colui che aveva gli zoccoli saldi sulla terra e le corna nel cielo stellato? Forse l'oracolo suggerì semplicemente il nome non espresso con cui i fedeli riconoscevano già il loro dio: chiamatelo "Tutto". Chiamatelo Pan.
D: Hai già pubblicato questa nuova teoria?
R: No, la dico a te per la prima volta.
D: La figura di Pan è un oggetto di culto sia nel tuo lavoro letterario che in quello artistico. Sembra che tu ti riproponga, attraverso il recupero del suo mito, di restituire vita ai valori delle grandi civiltà pagane. Da qualche tempo dedichi parte della tua ricerca all'icona di Pan nel Rinascimento e anche in questo caso sembri orientato a distillare l'aspetto più intellettuale, allegorico o religioso, se posso dirlo, della sua immagine. Pensi che il Rinascimento abbia compreso l'immaginario e la simbologia di Pan?
R: I miti di Pan subiscono trasformazioni sostanziali, nel Rinascimento. Solo i filosofi e gli scienziati alchemici vedono ancora nella figura del dio il grande maestro, il depositario delle discipline misteriche e dei segreti della natura, come gli Orfici e i Pitagorici dell'antichità. Il recupero di Pan da parte dei letterati e degli artisti rinascimentali trova nelle Metamorfosi di Ovidio la sua fonte più importante. Le parabole elleniche diventano allegorie dei vizi umani. L'uomo del Rinascimento vede nel dio Pan la personificazione della sensualità libera da freni. Le sue favole sono altrettanti ammonimenti a non lasciarsi travolgere dalle passioni e dagli istinti. Nella contesa musicale con Apollo, la musica e il modello di vita selvaggia di Pan devono soccombere rispetto all'arte più raffinata e civile del dio di Delfi. Nel suo ridicolo corpo a corpo con Eros o nel suo disperato inseguimento della ninfa Siringa, Pan è alla fine sconfitto e con lui la dimensione istintuale della psiche umana. Un discorso diverso va fatto per opere come La Scuola di Pan di Luca Signorelli oppure la silografia L'Accademia di Pan , attribuita alla cerchia del Dürer, una rara e magnifica incisione che fa parte della mia collezione ed è presente nella mostra allestita in questo periodo presso lo Spazio Linati. Questi sono capolavori che nascono grazie alla sensibilità di singoli artisti e non di periodi storici. Sono capolavori che rappresentano il potere arcano e immortale della musica di Pan, una musica che è il canto stesso della natura universale ed è capace di educare l'umanità ai misteri della terra e del cielo. L'Accademia di Pan insegna agli esseri viventi l'armonia come modello di vita.
Sempre a proposito della musica di Pan, gli artisti rinascimentali sono sfuggiti in qualche caso alle trame delle soap ovidiane e hanno creato immagini piene di significato, come il bellissimo emblema di Bonasone che invita la gente ad ascoltare quella voce che nasce nell'intimo umano. Ci sono analogie con la preghiera di Socrate a Pan di cui parlavo prima. Nelle acqueforti di Rosa e Castiglione, la musica di Pan sconvolge la terra durante l'orgia mistica, poi si quieta e nell'estasi successiva al baccanale si rivolge al cielo. Un bronzetto di Andrea Briosco detto il Riccio raffigura Pan che per un istante smette dii suonare la siringa ed ascolta in atteggiamento assorto la voce di Eco che proviene dalla lontananza. Anche questo è un emblema dedicato alla musica.
D: In che misura il mito di Pan ha ispirato i compositori di musica classica?
R: Pan è un'icona monumentale per i musicisti classici. Purtroppo però la sua musica è rimasta imprigionata nelle profondità del passato. Penso che abbiamo contribuito al recupero del suo spirito in questa nostra conversazione. Bach scrisse una cantata profana ispirata alla solita contesa tra Pan e Apollo. Debussy compose un pezzo per pianoforte intitolato Per invocare Pan, dio del vento d'estate ; di cui ho ascoltato un'esecuzione assolutamente geniale del pianista Enrico Zanier, che ha saputo rappresentare l'atmosfera impressionistica dell'idillio, sospesa tra paesaggio onirico e nostalgia del mondo pastorale.
Vi sono poi numerosi brani di musica strumentale moderna ispirati ai miti di Pan, opere di Szymanowsky, Britten, Sciarrino, Dembo e altri. Niente di particolarmente emozionante. Anche Sibelius compose musiche per balletto che si riferiscono alle leggende del dio d'Arcadia. Forse l'opera migliore è il pezzo di Debussy. E' molto più vicina all'antica musica di Pan l'opera folk di una compagnia popolare di strumentisti, danzatori e cantanti marocchini, una compagnia che si chiama Jajouka . Jajouka ha una tradizione secolare. Alcuni studiosi ritengono che la sua musica e le sue danze derivino da quelle che si eseguivano a Roma durante le antiche feste Lupercali ed entrarono a far parte della tradizione locale quando il Regno di Mauretania fu annesso all'Impero Romano.
D: L'universo di Pan sembra costituire una fonte inesauribile di ispirazione sia per quanto riguarda la tua attività di incisore e pittore, sia per quella di poeta. In un intervento pubblicato all'interno del catalogo della tua mostra Paneia spieghi che Pan rappresenta per te un principio assoluto, uno stato profondo dell'essere come il Tao e lo Zen degli orientali o il nomos e il logos dei Greci. Mi piacerebbe concludere questa intervista con un'immagine emblematica di Pan e della sua musica. Magari una poesia tratta dal tuo libro Belante Cosmo, il cui corpus , oltre alla bellezza dei versi, possiede secondo me il valore assoluto di una teologia pagana recuperata.
R: Belante Cosmo non rappresenta solo un recupero di valori antichi, ma è mitologia viva. Composi alcune di quelle poesie mentre mentre mi trovavo in Arcadia, tra le rovine del tempio di Pan sul monte Liceo. In una di quelle brevi liriche è rappresentato il nuovo baccanale di Pan, con tutta la sua musica:
Su pietre bianche
e chiuse labbra umane
nasce quasi silenzio
un inno d'api
e si rallegra il dio.
(Nelle foto: Pan , bronzo ritrovato in Arcadia, V secolo a.C.; icona di Pan utilizzata quale allegoria esoterica; Pan e Afrodite, marmo ritrovato a Delo, circa 100 a.C.; Pan e Dafni , marmo ritrovato a Pompei, circa 100 a.C.)
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L'Albero della Vita
di Roberto Malini - foto di Steed Gamero
Scritto in aramaico nel XIII secolo, forse da Mosè di Leon, lo Zohar - il Libro dello Splendore - è l'opera più nota della Quabbalah. Nello Zohar i sapienti e coloro che cercano una via dello spirito rivolta al bene trovano le risposte preziose di una saggezza lontana nel tempo, quando il divino e l'umano si compenetravano. Dietro la porta segreta del libro vi è la casa dell'illuminazione; oltre le sue mura - che ad alcuni paiono inaccessibili - vi è la città dei giusti e degli immortali, dove la luce non tramonta mai. Nel cuore di quella città, fatta di idee pure e perfette, si trova uno splendido giardino fiorito. E nel mezzo del giardino ha le radici l'albero della vita, antico come l'universo. "Dedicate attenzione a questa verità: quando il creatore diede vita all'uomo, rivestendolo di gloria, gli chiese di rimanere in contatto con lo spirito divino, per essere Uno, con un solo cuore, unito all'Uno dal vincolo di una sola fede che collega tutto. Gli uomini però abbandonarono la via della fede e lasciarono alle loro spalle l'albero meraviglioso la cui chioma sovrasta quelle degli altri alberi. Si allontanarono, fino al luogo i cui colori mutano continuamente, dal bene al male e dal male al bene. Caddero e si affezionarono all'incerto, staccati dal sublime immutabile Uno. I loro spiriti, accogliendo il male e rigettando il bene, guadagnarono ora la pietà, ora il castigo, secondo le loro scelte. Il creatore, a cui si devono rivolgere solo benedizioni, disse: "Umanità, hai abbandonato la vita e hai scelto la morte. Ora, in verità, la morte ti cerca.". Quella fu la condanna: la morte per l'umanità e per il mondo. Ci si chiede, però: se Adamo sbagliò, quale fu il peccato della Terra? Sappiamo che non tutti i viventi si cibarono dall'albero proibito. Essi però, quando l'uomo si mise in piedi, ne ebbero paura e l'imitarono, soggiogati dal suo potere. Così, quando l'uomo li invitava a prostrarsi davanti al creatore, gli obbedivano. Ma quando lo videro scegliere l'altro luogo, lo seguirono e tutto il mondo restò imprigionato fra le stesse mura di morte. Ed ecco che Adamo passava da un colore all'altro, dal bene al male, dal male al bene, dal movimento al riposo, dalla crudeltà alla bontà, dal vivere al morire: senza una via diritta, per colpa di quel posto che i saggi conoscono come "la spada infuocata che guizza da ogni parte" (Gn. III, 24). Da ogni parte, dalla verità alla menzogna, dalla rettitudine all'iniquità, dalla pace al conflitto. Il Re Supremo, tuttavia, mosso a compassione per le sue creature, le avvertì: "Ma dall'albero della conoscenza del bene e del male non prenderai nutrimento" (Gn. II, XVII). Non seguendo quella prescrizione, l'uomo seguì la sua compagna e fu esiliato per l'eternità, poiché la donna può raggiungere i limiti di questo luogo, ma non oltrepassarli. A causa sua, tutti furono colpiti da una sentenza di morte. In un tempo futuro, però, "pari a quelli dell'albero saranno i giorni del mio popolo" (Is. LXV, 22), disse il creatore, riferendosi all'albero sublime che conosciamo. A proposito di quel futuro, è scritto che "annullerà la morte per sempre, quindi da ogni volto saranno asciugate le lacrime" (Is. XXV, 8).
L'Albero della Vita. Foto di Steed Gamero (agosto 2005).

1. Oltre le mura dello Zohar, vi è la città segreta dei giusti e degli immortali.

2. Nel mezzo del giardino si erge l'Albero della Vita, antico come l'universo.

3. Gli uomini si allontanarono dall'albero meraviglioso, la cui chioma sovrasta quelle degli altri alberi.

4. Caddero e si affezionarono all'incerto.

5. Tutto il mondo fu imprigionato fra quelle mura di morte.

6. "Umanità, hai abbandonato la vita e hai scelto la morte"
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A Giuseppe Jona, l'eroe del ghetto di Venezia
di Roberto Malini
Gli crederanno, avrà l'ultima notte.
Avrà le ore amiche degli ebrei,
abbandonate e umili come un mucchio di stracci.
Torneranno domani. E' buio. Piange un cardine.
E' il pianto di un momento,
un pianto ebreo.
Piangono i nuovi nati fra le mura del ghetto.
Loro, le sentinelle del crepuscolo
non troveranno niente.
Niente. Fuggono fiamme, nomi e anime
da un passaggio segreto verso il cielo.
Venezia: quanto dista dalla terra promessa?
Una notte di volo.
Tutto finisce. Sulle are dell'olocausto
muoiono arieti e agnelli. Tutto è cenere.
Qualche volta la morte e la vita sono simili
come l'alba e il mattino.
Non troveranno niente.
Il 15 settembre 1943 Giuseppe Jona, medico e presidente della Comunità ebraica di Venezia, ricevette la visita delle autorità naziste, che gli intimarono di consegnare loro le liste dei membri della comunità. Quella notte Jona diede alle fiamme gli elenchi e, per evitare di tradire gli ebrei di Venezia, si suicidò.

Nella foto, la targa in bronzo che la città di Venezia ha dedicato all'eroe del ghetto, affissa su una parete di traversine in campo del gheto novo, 2874.
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Un punto di riferimento per giovani scrittori
L'Emergente sgomita è un magazine letterario e culturale on line ideato e curato dal giovane Matteo Pegoraro, già Guida Scrittori Emergenti su superEva e autore esordiente lui stesso. Nato come semplice punto di aggregazione per gli scrittori in erba, L'Emergente sgomita in un solo anno si è trasformato in un buono strumento d'informazione fruibile ai più, con una redazione che conta quindici tra scrittori esordienti, giornalisti, docenti e cultori di letteratura. Il magazine, distribuito gratuitamente in formato PDF dal sito ufficiale www.emergentesgomita.com e da altri cinque portali, si compone di diverse rubriche, che spaziano dalle proposte di lettura ( Alla riscoperta dei classici ) alle ultime novità in libreria di giallo e noir ( Penombra ), dal Punto di vista della caporedattrice Laura Onofri alle rubriche-inchiesta sul mondo dell'editoria Giudicate voi e Pay per Publish ; e ancora, dalla rubrica sulla fantascienza curata da Andrea Coco alle recensioni "vintage", da Pellicole a Giovani Talenti , che trattano di cinema e musica, con interviste ad artisti emergenti e affermati. Non mancano Slam Poetry , un occhio sulla poesia italiana con la pubblicazione di liriche inviate dai lettori, i racconti, le recensioni e l'intervista a un celebre personaggio del mondo letterario/editoriale. Sono già stati protagonisti Daniele Scalise, giornalista di Prima Comunicazione , curatore Mondadori e noto per la rubrica Froci sul quotidiano Il Foglio , e Antonia Arslan, finalista premio Campiello 2004 con La masseria delle allodole (Rizzoli), e vincitrice Premio Stresa e Fenice Europa 2004. E' inoltre nata da poco la collaborazione con il portale www.annesdoor.com : Roberto Malini curerà infatti per il magazine una nuova rubrica di cultura intitolata "Anne's Door - la cultura a difesa della vita".

Attualmente L'Emergente sgomita è pubblicazione aperiodica ed è dunque definita come fanzine , ossia rivista amatoriale; presto, tuttavia, visto il buon successo di download ottenuto (per l'ultimo numero oltre 6200) e la rete di contatti stabilita, la redazione non esclude di intraprendere il grande passo del cartaceo, proponendo il progetto a diversi potenziali editori. Attraverso il sito www.emergentesgomita.com sono disponibili tutte le informazioni per l'invio di materiale e le possibilità di collaborazione; è inoltre attivo all'indirizzo http://emergente.mastertopforum.com un forum che affianca il sito web interagendo coi singoli utenti, proponendo esercizi di scrittura e mantenendo sempre aperta una finestra sul mondo letterario ed editoriale, con la pubblicazione di bandi di concorsi letterari e l'interazione con la Guida Scrittori Emergenti di Matteo Pegoraro per segnalare truffe editoriali e avere delucidazioni su piccoli e medi editori, oltre che notizie utili per presentare il proprio manoscritto attraverso i giusti canali. (Nella foto: Matteo Pegoraro).
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Musica napoletana d'autore a Recanati in omaggio a Giacomo Leopardi
Mentre prosegue l'interscambio di informazioni e idee fra alcuni dei più importanti storici, letterati e studiosi che si dedicano alla ricerca riguardo alla vita e alle opere di Giacomo Leopardi e che contribuiranno con la loro preziosa consulenza alla stesura della sceneggiatura per il film "L'infinito", proseguono gli incontri culturali nella città del poeta. Il Centro Mondiale della Poesia e della Cultura "Giacomo Leopardi" ci ricorda il prossimo "Notturno Leopardiano".

Venerdì 5 Agosto, per il terzo dei “Notturni Leopardiani”, si esibirà un grande della musica napoletana, il maestro Ciccio Capasso. Accompagnato al mandolino da Luca Mereu e al violoncello da Giovanna Famulari, presenterà lo spettacolo “Dal Colle dell’Infinito al Vesuvio. Dolce è sorger da questo mar”, un affascinante repertorio di musica napoletana d’autore. Ciccio Capasso, ospite prestigioso nei concerti dell’estate romana “Le stelle della musica” e cultore raffinato della tradizione napoletana, ha deliziato con le sue musiche teatri italiani e trasmissioni televisive. I suoi autori preferiti, Di Giacomo, Bovio, G. B. De Curtis, Totò, sono una sorta di autori-poeti ed egli li interpreta con grande entusiasmo e maestria. Giovanna Famulari, violoncellista, è molto presente in Rai e assai conosciuta per le numerose produzioni discografiche. Luca Mereu con il suo mandolino partecipa a rinomate formazioni da camera e, come solista, collabo ra con varie orchestre tra cui quella del teatro dell’Opera di Roma. Imperdibile questo spettacolo, azzeccato connubio di musicalità popolare e abilità interpretativa. Si potrà accedere dal Piazzale del Santo Stefano e dal Centro Studi Leopardiani. Per informazioni e prenotazioni rivolgersi presso la segreteria del Centro Studi Leopardiani (tel: 071 7570604). (Nella foto: il maestro Ciccio Capasso).
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'Sul Colle d'Antela' e 'Il cielo senza stelle' di Enrico Renna
Canti ed altre poesie in traduzione greca e latina;
Le Operette Morali e altre prose in traduzione latina

Prefazione di Franco Foschi, Presidente Centro Nazionale di Studi Leopardiani
Il lavoro di Enrico Renna merita ogni attenzione, perché non solo raccoglie le traduzioni in latino e in greco delle opere di Giacomo Leopardi, ma anche ampie notizie bio-bibliografiche dei traduttori, che rispondono tra l’altro a nomi famosi, quali Giovanni Battista Pighi, Ton Smerdel, Giovanni Battista Gandino, archegeta dei successivi traduttori italiani. Sono due volumi, uno di poesia l’altro di prosa. Quello di poesia ha come titolo Sul colle d’Antela tratto dal v. 77 della canzone All’Italia di Leopardi. Antela, la celebre località dove tentarono l’ultima resistenza gli spartani superstiti di Leonida e dove risuonò la voce di Simonide di Ceo, fa pensare che forse le traduzioni in latino dei Canti leopardiani non moriranno mai come quella schiera di spartani. Il volume presenta ventinove canti leopardiani, ventisette tradotti in lingua latina, due in quella greca, talvolta in più versioni, cosa che permette analisi comparative.
Per quanto riguarda la traduzione di tre canzoni (All’italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai) fatta dal canonico Ignazio Guerrieri di Fermo, abbiamo un piccolo carteggio tra il traduttore e Giacomo Leopardi, che Enrico Renna molto opportunamente cita. La lettera di Leopardi del 29 ottobre del 1821 è cortese, ma non entusiastica, e riporta, come afferma Alvaro Valentini (Leopardi. L’io poetante, Roma, Bulzoni, 1983, pp. 169-189), certe espressioni forse venate di ironia: «Ammaestrare le mie canzoni», «col nuovo abito facciano più bella comparsa», e scatto di nervi «parecchi falli del copista E...] negligenze della punteggiatura». L’opera del Guerrieri, probabilmente, andava ad urtare contro le idee, che Leopardi stava maturando a proposito della traduzione nella seconda metà di ottobre 1821 periodo in cui ricevette la lettera del Guerrieri. In realtà la versione del canonico di Fermo non è nulla di eccezionale, ha decoro, dice Valentini, ma non profondità, ha una sua eleganza, ma non l’inventiva. Ma la funzione del latino è quella di nobilitare, vestendoli, i pensieri, e bene ha fatto Enrico Renna a condurre la sua ricerca e a costruire questa antologia con intelligenza, curiosità e pazienza.
Il secondo volume ha come titolo Il cielo senza stelle, tratto dall’inizio dell’operetta morale Storia del genere umano, che crea un senso di evocazione mitica. Nell’introduzione Enrico Renna ricorda che la traduzione in lingua latina da scrittori italiani è legata ad una data ben precisa il 1873: infatti in quell’anno, era ministro Cesare Correnti, «si passò dalla composizione latina su un tema dato» a una versione in latino di un passo di un autore classico italiano, prassi che è stata accantonata a seguito dei programmi di latino emanati con la circolare ministeriale del 20 marzo 1967. Questa decisione avrebbe trovato una fiera opposizione in Monaldo Leopardi, il quale nell’Autobiografia afferma
che «la Lingua Latina, se non per altro, dovrebbe venire apprezzata sommamente, e coltivata diligentemente perché è la Lingua della Chiesa Cattolica [...] deve impararsi perché contiene una quantità di bellezze tutte sue proprie che non si trovano e non si troveranno mai in veruna delle Lingue viventi e chi non è al caso di gustarle è privo e sarà sempre privo di una Fonte abbondantissima di diletti [...] deve studiarsi perché le regole grammaticali che servono ad apprenderla servono anche successivamente ad apprendere ogni altra Lingua, perché nella Grammatica s’include molta Logica e si va con essa aprendo la mente dei Fanciulli, e perché la disposizione, le frasi, e i modi bellissimi della lingua latina servono con molta utilità a formarsi il gusto e lo stile nelle altre lingue, e segnatamente nella Lingua Italiana».
Giacomo Leopardi comunque non ha avuto molte traduzioni della sua produzione in prosa nel corso dell’Ottocento, perché ha incontrato severi censori della sua “filosofia”, come ricorda Enrico Renna, parlando di Ludovico Passarini. Inoltre non era noto lo Zibaldone.
I due volumi hanno richiesto un lungo lavoro di ricerca, per il quale l’Autore si è avvalso anche della Bibliografia leopardiana.
Quindi dopo le opere di Leopardi tradotte nelle maggiori lingue del mondo ed anche in quelle di paesi che solo di recente si stanno aprendo a Leopardi quali la Thailandia, l’Iran e Cuba, perché la sua poesia e il suo pensiero appartengono all’umanità, ora abbiamo queste due raccolte di traduzioni in latino e in greco, nelle lingue, che, come recita la Proposta di Risoluzione sul “Latino in Europa”, che ho presentato all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa circa venti anni fa, sono un bene culturale. Come tale «esso è elemento di dialogo tra le generazioni, e di comprensione della realtà in cui viviamo, dall’architettura delle nostre città ai nostri costumi, dai nostri musei all’ispirazione dei nostri poeti» ed è uno dei simboli delle comuni radici dell’Europa. Grazie a www.leopardi.it
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Intervista a Roberto Malini, artista "neo-yiddish"
New York Public Radio intervista Roberto Malini, scrittore e artista milanese, leader dell'associazione Watching The Sky, sceneggiatore del film "Cara Anne" e autore del libro "Le 100 Anne Frank".
Domanda: Stai occupandoti, con la tua associazione, di uno studio in profondità sugli artisti della Shoah, scomparsi nei lager o sopravvissuti. Puoi dirci qualcosa di più?
Risposta: L'arte della Shoah testimonia la fine di un'epoca. Gli ebrei d'Europa, prima della Seconda guerra mondiale, stavano esercitando un' influenza importante su tutti gli aspetti della cultura del vecchio continente. La tradizione chassidica e anche quella sefardita, interagendo con le culture locali, producevano nuove idee, nuovi linguaggi, nuovi simboli, nuove espressioni. Le nuove scuole di pensiero e d'arte, però, sono state chiuse con violenza. Sei milioni di ebrei sono stati sterminati e inceneriti. Fra di loro vi erano scrittori, filosofi, musicisti e artisti di genio. Con l'Olocausto, la cultura umana è cambiata, si è tragicamente impoverita, anche se sembrano in pochi ad accorgersene. Il mio lavoro, nel quale mi aiuta la critica e storica dell'arte Carol Morganti, cerca di recuperare il significato della cultura ebraica prima del genocidio, la sua grandezza eroica nell'era delle camere a gas e la sua capacità di sussistere ancora, con la luce di una fiammella che sta per spegnersi.
D: Siamo rimasti colpiti dall'importanza delle scoperte che hai effettuato durante questa ricerca...
R: E' un campo di studio doloroso e vastissimo. La pittura ebraico-europea è poco conosciuta. Ci si ferma a Chagall, che è l'epigono di una scuola formidabile. Pochi conoscono Ryback, Kaplan e Grossbard. Nessuno sa chi fossero Aleksandrowski, Vassover e Balicki: artisti immensi, che dipingevano alla maniera yiddish e - sopravvissuti alla Shoah - ci hanno lasciato le immagini più vere e potenti del secolo scorso.
D: Cosa si può fare per colmare questa lacuna della cultura contemporanea?
R: Il mio gruppo, Watching The Sky, sta mettendo insieme la più importante raccolta d'arte della Shoah esistente in Europa, per la qualità e il significato delle opere, il nome e lo spessore degli artisti, l'iconografia. Il passo successivo, per cui stiamo già lavorando in molti - fra cui Cinzia Iossa del Ministero dell'Istruzione e Michela Scomazzon Galdi, promotrice della cultura e del cinema della Shoah e delle minoranze - è quello di realizzare un museo dedicato proprio all'arte della Shoah, che rappresenti i grandi pittori ebrei dei paesi travolti dalla Germania di Hitler e dai suoi complici. Spero di trasferire il valore e la necessità di questo progetto anche ad altri intellettuali e personalità con cui lavoro. Mi piacerebbe che il museo (non un memoriale: proprio un museo in cui l'opera possa essere apprezzata sia per il suo valore estetico che per il suo significato storico/culturale) fosse istituito in Italia o comunque in Europa. Contemporaneamente, stiamo scrivendo un libro che spiega il significato dell'arte ebraica in Europa e presenta gli artisti assassinati nei lager o sopravvissuti ed emigrati in Israele o negli USA.

D: Voi siete anche artisti. Che importanza ha, nella vostra arte, la tradizione culturale ebraica d'Europa?
R: Personalmente, ho imparato da Grossbard l'uso simbolico della "carta ritagliata", da Balicki e da Vassover la "danza del pennello" che è caratteristica della tradizione chassidica. Memoria, creatività, intelligenza devono fluire dalla mente e dal cuore verso la mano che dipinge. Loro, i maestri yiddish, mi hanno consegnato un testimone e per me sta diventando un'esigenza insegnare ai giovani arte yiddish. Disegno, pittura, grafica, ma anche performance, computer art, fumetto yiddish.
D: Quali sono i colori dell'arte ebraica?
R: La mia bisnonna, Eva Segala, ebrea di Venezia, citava spesso un proverbio sefardita: "L'ora più buia è quella prima dell'alba". L'arte ebraica mantiene sempre un po' d'ombra dentro alla luce e un presagio di luce anche nel buio più fitto. I colori dell'arte ebraica sono "il colore del giorno" e "quello della notte", sempre legati l'uno all'altro.
D: Quali sono gli artisti contemporanei che sanno usare questa miscela di colori?
R: Yehoshua Grossbard, con le sue opere di carta ritagliata scura su fondo bianco. Jacob Vassover, che nasconde parole sacre in una preghiera entusiastica di colori. Nel cinema, Radu Mihaileanu, il regista di "Train de Vie" e il mio amico Dario Picciau, grande alchimista della luce, dell'ombra, della loro poesia e della loro sapienza.
D: I tuoi progetti per il futuro?
R: Un libro di educazione alla Shoah che ho scritto con grande entusiasmo e che raccoglie in "pillole" tanti anni di studio: "Le 100 Anne Frank". Il libro parte da una scoperta che ho fatto casualmente, consultando l'archivio delle vittime dell'Olocasto del museo Yad Vashem. Fra i tre milioni di nomi raccolti, vi sono oltre 100 donne di ogni età accomunate da due elementi: essere ebree e chiamarsi "Anna Frank". Quindi, con Carol Morganti, il libro "Jacob Vassover e l'arte della Shoah". Dallo shtetl al ghetto, dal ghetto al campo di sterminio, dall'Olocausto alla "terra promessa": la storia di un formidabile artista è la chiave per comprendere una cultura distrutta. "Fiori dalla cenere": una raccolta di poesie della Shoah illustrata con stelle di Davide disegnate di pugno da sopravvissuti al genocidio nei lager nazisti. Dopo la sceneggiatura per il film "Cara Anne" - di cui il regista Dario Picciau presenterà un magnifico trailer alla 62a Mostra di Venezia - ho scritto una favola educativa, sempre per il cinema e sempre (mi auguro) per Dario Picciau.
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L'innocenza e la verità del nudo nei "paesaggi svelati" di Tunick
Pochi lo sanno, ma Anne Frank, la giovane autrice del Diario, uccisa dai nazisti nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, sosteneva con fervore la purezza e la bellezza della nudità umana. Anne riteneva che il senso del pudore e i divieti relativi allo stato di nudità fossero espressione di una società senza più innocenza, lontana dall'armonia della natura. Le idee di Anne - che potrebbero essere tranquillamente alla base di un manifesto del nudismo - sono espresse nella sua opera "I racconti dell'alloggio segreto".

Un artista contemporaneo americano, Spencer Tunick, realizza da alcuni anni istallazioni che rappresentano la nudità umana quale componente essenziale del nostro pianeta. L'opera di Tunick solleva a volte voci di protesta, ma i suoi "paesaggi svelati" hanno il merito di rappresentare l'uomo (maschio, femmina, giovane, vecchio, magro, grasso) nella sua perfetta verità, che non è disgiunta dall'evoluzione del mondo naturale. Spencer Tunick è nato a Middletown, New York (USA) nel 1967 e vive a Brooklin ( http://www.spencertunick.com/ ). R.M..
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Shimon Balicki e il genio assassinato
di Roberto Malini Recuperare l'arte della Shoah significa restituire all'umanità la memoria di una civiltà e di una cultura scomparse, tagliate alle radici dalla persecuzione nazista. Privata dello shtetl, il villaggio chassidico, privata dei centri ebraici come Vilna, Kaunas e Varsavia, privata delle comunità di antica tradizione, askenazite e sefardite, la cultura ebraico-europea si è praticamente estinta o -vedendola con un residuo di ottimismo- si è trasformata nell'attuale mondo ebraico, nato sulle ceneri del genocidio, figlio di profughi e sopravvissuti espiantati soprattutto dall'Europa dell'est. La cultura e l'arte degli ebrei d'Europa sono così poco conosciute, così poco comprese dai critici e dagli storici dell'arte da venire regolarmente travisate nel simbolismo, nell'immaginario, nelle strutture figurativa e astratta. Chagall, pittore della precarietà di un popolo minacciato da cento pogrom e annientato dal più grande e mostruoso patto d'odio fra paesi diversi, è spesso giudicato un artista "fiabesco e superficiale". Il lavoro di Ryback e Kaplan, testimoni della rovina dello shtetl, è valutato alla stregua dell'arte folclorica o naif. Gli artisti più importanti del '900 sono ignorati; il loro messaggio è inascoltato e la loro scuola deserta. Recuperare il valore dell'arte chassidica, il genio ebraico represso, imprigionato, umiliato, affamato, torturato, assassinato e bruciato significa restituire all'arte il suo ruolo di testimone e guida dei popoli. Shimon Balicki è un artista sconosciuto al grande pubblico e alla maggior parte dei critici e degli storici del'arte. La sua pittura, che ha origine nella scuola chassidica, possiede la spontaneità del segno e della pennellata tipica dell'arte yiddish; è un lavoro poderoso, epico, eroico e contemporaneamente spontaneo e sublime. Balicki nasce a Varsavia, all’inizio degli anni ’20. Quando i nazisti invadono il suo paese, gli tocca la sorte di tutti gli ebrei: viene chiuso nel ghetto della sua città, con la sua famiglia. Suo fratello più piccolo è inviato sùbito in un campo di sterminio e l’artista vede i suoi cari deportati verso i luoghi di morte, uno dopo l’altro.

L’insegnante e regista Americano Irving Frank, padre di tre figli e attento studioso della Shoah, ha girato un film di 20 minuti sulla sua vicenda, dopo aver visto alcune opere di Balicki in Israele, nel Museo dell’Olocausto. “Le opere di Balicki sono capaci di trasmettere ai giovani la memoria di ciò che avvenne in Europa,” ha detto Frank, “perché sono crude ed esprimono momenti di vita degli ebrei sotto il giogo nazista con una potenza mai vista prima”. Shimon Balicki è in effetti un artista geniale; le sue opere, che rappresentano la più immane tragedia mai vissuta dall’umanità, raggiungono l’universalità del dolore e assurgono nel nostro immaginario quali archetipi del sacrificio e della follia di cui era intriso l’odio nazista. “Mi chiamo Shimon Balicki e ho passato cinque anni della mia vita nel ghetto e nei campi di concentramento e sterminio,” racconta l’artista, sopravvissuto alla Shoah e trasferitosi in Israele, esprimendosi ancora in lingua Yiddish. “Ho visto morire migliaia di persone; la mia famiglia è stata distrutta dai nazisti. Io sono passato da un campo all’altro, in un’odissea insopportabile. Ho disegnato quello che vedevo; ho fissato nela mia memoria l’orrore dell’antisemitismo, ma anche l’eroismo della rivolta nel ghetto, delle fughe dai campi di morte, dei sabotaggi contro gli aguzzini. Quando non ricordavo i luoghi in cui sono stato testimone dell’Olocausto del mio popolo, sono tornato là, per rivivere ogni momento, ogni giorno”. Le opere di Shimon Balicki sono caratterizzate da una notevole potenza espressiva, da segni violenti come ferite e colori puri, spesso materici. Cresciuto nello shtetl, ha appreso lì il linguaggio espressivo dell’arte yiddish, spirituale, dettato da fervore ed entusiasmo, libero dalle regole della pittura canonica. L’esperienza nei lager -fra cui quelli polacchi di Auschwitz e quindi di Ludwigsdorf, uno dei 60 campi satellite di Gross-Rosen, nella Bassa Silesia, in cui i prigionieri erano impiegati nelle fabbriche di armi- ha trasformato la sua pittura. Il canto della sua anima è divenuto un grido, il grido vivo dei suoi ricordi, dei suoi incubi. Sono dipinti tragici e infiniti, quelli di Balitzki, memorie di vittime, di carnefici e di eroi che emergono dalla verità del recente passato e non da un “sonno della ragione”. Alcune opere appartenute alla collezione personale di Shimon Balicki sono state acquisite negli ultimi anni dal Museo dell’Olocausto di Washington e dall’associazione italiana Watching The Sky. (Nella foto, un dipinto a olio di Shimon Balicki).
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Inno ad Apollo
Apollo che nutri i mondi in ogni direzione,
stella e signore potentissimo del fuoco,
costante, onniveggente, inesauribile.
Apollo, contenuto in molte pelli, in molte anime,
unico e molteplice, dal cuore radioattivo, sacro e inviolabile,
fatto di luce ed etere, incoronato d'oro.

Cuore d'Apollo, fonte di energia che si sprigiona
verso l'esterno, radiosa e irradiante.
Apollo che le vive nubi ammantano
e sono sempre in movimento, in te,
fuori di te. Apollo che sei sempre in divenire,
ora simile a Crono, ora a Zeus, ora a Pan,
ora a Dioniso che strepita e danza con le Baccanti
intorno al fuoco eterno, con movimento ciclico:
tu solo sai dov'è l'inizio e dove la fine di tutto.

Apollo che sei il pallido Eros al mattino
e sarai il rosso Titano al crepuscolo,
noi ti chiediamo: nasci!
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Jacob Vassover: dipinti come memoriali
Di Roberto Malini Il grande artista ebreo Jacob Vassover, che sopravvisse alla persecuzione nazista nel ghetto di Lodz e quindi nel campo di sterminio di Auschwitz, dipinse durante la sua vita, dopo essersi rifugiato in Israele, le tradizioni chassidiche e i volti degli ebrei di Lodz e della Polonia, quando i loro persecutori erano ancora lontani. Alcune opere di Vassover sono concettuali; in esse si possono cogliere valori cabalistici, ma soprattutto la volontà dell'artista di testimoniare lo sterminio degli ebrei d'Europa e la loro forza d'animo, che ha impedito il loro completo annientamento. Queste opere, che si chiamano "Kelaf Megilah", sono le "pergamene", parti del Libro di Esther che i sopravvissuti alla Shoah portarono con sé in Israele, dopo la Seconda Guerra Mondiale, dall'est europeo. Vassover le inserisce nelle sue opere, che diventano così memoriali che ricordano il dolore e il coraggio del popolo ebreo nell'Olocausto.

Il Libro biblico di Esther è l'ultimo delle cinque Meghilot ed è conosciuto come "la Meghilah", per la sua popolarità, la solennità della sua lettura e la sua carateristica di essere scritto su un rotolo di pergamena. Il Libro di Esther era decorato minuziosamante e conservato in astucci di pregio. Il libro viene letto durante la festa di Purim e rappresenta la speranza del popolo ebreo di sfuggire alle persecuzioni e trovare una patria definitiva; simboleggia la forza morale del popolo ebreo, perseguitato da uomini malvagi come Haman, ma capace di sopravvivere e testimoniare. Secondo il Talmud, il libro fu scritto dai Saggi della Grande Assemblea (Bava Batrah 15 a). Rabbi Loew di Praga affermò che il miracolo di Purim consiste nella sua provenienza da una sorgente superiore nascosta alle creature: il Libro di Esther. (Nella foto: Kelaf Megilah di Jacob Vassover).
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Ecco il capolavoro sconosciuto di Saffo Un canto inedito di Saffo, ritrovato in un rotolo papiraceo che copriva una mummia egizia e conservato negli ultimi decenni presso gli archivi dell'Università di Colonia è stato riscoperto recentemente e pubblicato sull'ultimo supplemento letterario del Times, nella traduzione inglese di Martin West, studioso dell'All Souls College di Oxford. I versi di Colonia, ricopiati nel III secolo avanti Cristo, costituiscono il manoscritto più antico riportante una lirica della poetessa di Lesbo (vissuta nel VI secolo a.C.) e completano un frammento ritrovato ad Oxyrinco nel primo '900. Ecco la prima versione in italiano della poesia di Saffo.

L'età grigia dei mortali Godete i privilegi soavi come fiori che le Muse amorose
vi donano, ragazze e la purissima melodia della lira!
Per me è tardi: i virgulti del mio corpo non sono che vecchi rami immobili
e le mie chiome che erano nere e splendide, adesso hanno perso il colore.
Nel mio cuore c'è il peso della vita e le mie ginocchia cedono,
quando un tempo, flessibili come quelle dei cervi, sapevano danzare.
Lamento questa fase della vita a cui non posso oppormi,
perché agli esseri umani non è concesso di evitare la vecchiaia.
Narra il mito che un tempo Titone, innamorato follemente di Aurora
coronata di rose, fuggì fino ai confini del mondo, bello e giovane,
ma alla fine l'età grigia che insegue ovunque i mortali, lo colse
senza pietà nemmeno per uno come lui, marito di una dea.
(Versione di Roberto Malini)
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Mitologia, poesia e religione dell'antica Grecia di Roberto Malini parte VIII
Apollo, profeta sempre verace
Nella cultura contemporanea e in una parte dell'antica, Apollo e Dioniso sono identificati come figure antitetiche. Nella realtà religiosa, nel mito di Delfi, Apollo comprendeva in sé buona parte dello spirito dionisiaco. Uno scolio a Pindaro ci rivela che Apollo divenne signore del santuario profetico sul Parnaso in tempi successivi a Bacco, e con lui condivise in seguito gli onori del culto delle genti locali e dei pellegrini: nei mesi freddi, Delfi onorava Dioniso e a lui dedicava cerimonie e ditirambi; nei mesi in cui trionfava il sole, il peana celebrava ovunque la divinità di Febo. Il vero antagonismo -contrappposizione di valori umani, naturalmente, e non divini- è quello che divide Apollo dalle divinità ctonie. Nella "Biblioteca" del Pseudo-Apollodoro è raccontato che Apollo giunse a Delfi dopo aver imparato l'arte mantica da Pan d'Arcadia. In quel tempo gli oracoli erano pronunciati da Temi e il serpente Pitone faceva guardia al santuario della Focide. Pitone si oppose al dio, impedendogli di accedere al crepaccio in cui la sacerdotessa, a contatto con la divina sostanza della terra, aveva facoltà di profetare. Apollo uccise il serpente e conquistò il sacro luogo. L'oracolo di Delfi era sorto in un àmbito di culti naturali, come il più antico oracolo della Grecia, quello di Pan a Likossura, sul monte Liceo, nel quale la ninfa Erato profetava in versi accanto a un fuoco perenne. L'arte profetica di Apollo derivò da quella di Pan, ma se l'oracolo del dio capro esprimeva la voce della terra, in quello di Febo era il cielo a parlare. Se il fuoco di Pan evocava nei mortali invasati la divinazione magica, la luce di Apollo provocava quella profetica: la prima veniva dalla materia e poteva agire su di essa, la seconda scendeva dal cielo e poteva modificare il mondo delle idee. Ecco perché il dio dall'arco d'oro dovette simbolicamente impadronirsi a forza del santuario oracolare di Temi, che in un passato lontano era già appartenuto a Gaia, uccidendo il Pitone ctonio. Apollo è scienza divina; i suoi interpreti non conoscono solo le cose future, ma anche quelle passate e presenti. Così è nell'Iliade figura di Calcante, sacerdote di Apollo e indovino dell'esercito greco: Non ha uguali nell'ornitomanzia il figliolo di Testore, Calcante, che conosce il presente, l'avvenire e il passato. Guidò le navi achee ad Ilio con la sua arte profetica, che Febo Apollo gli concesse un giorno. L'oracolo di Delfi mantenne in parte le tradizioni precedenti all'insediamento del culto di Apollo; gli oracoli, infatti, erano recitati da una profetessa, mentre nelle altre località ove la religione del dio era viva, i suoi ministri erano uomini. Faceva eccezione Argo, chè si ispirò tuttavia proprio alla tradizione delfica. Sull'omphalos, la sacra pietra che rappresentava l'ombelico del mondo era iscritto il nome di Gaia. Su un vaso a figure rosse del V secolo a.C. la sacerdotessa di Apollo è denominata Temide e non Pizia. Gli oracoli di Apollo venivano recitati dalla Pizia seduta sul tripode. La leggenda dei vapori che, emanando da una fenditura, avvolgevano la profetessa portandola all'estasi divinatoria probabilmente ha un significato puramente simbolico. E' tuttavia possibile che venissero bruciate erbe sacre (forse bacche di dafne) dotate di virtù stupefacenti o che venissero assunte sotto forma di bevanda (una tazza è tra le mani della Pizia in una celebre pittura vascolare). A Creta l'oppio favoriva la disposizione sacerdotale a ricevere lo spirito divino. L'estasi o follia sacra, uno stato della mente e dell'anima che pone l'essere umano in contatto con la sfera immortale, era raggiunta con una certa facilità nei tempi antecedenti al distacco dell'uomo dall'ambiente naturale, ma non si è mai accordata al pensiero razionale del cittadino. La possessione del dio, i conseguenti sconvolgimenti della mente e la demenza temporanea erano elementi essenziali alla divinazione della Pizia. Senza perdita della ragione, l'arte divinatoria della profetessa rimaneva inespressa.

Platone espose questo concetto nel Timeo: Sembra evidente che la divinazione sia stata concessa a persone prive di senno. Nessuno che sia in possesso delle sue facoltà mentali, infatti, raggiunge la divinazione veridica, ispirata dal dio. Pare necessario che la lucidità dell'intelligenza si debba appannare nel sonno o per una malattia o, infine, venga a mancare a causa della possessione divina. La Pizia rispondeva ai quesiti che le erano posti in maniera enigmatica; toccava poi all'intuito del consultante comprendere la verità racchiusa nei versi da lei pronunciati. Quando l'oracolo di Apollo fu consultato al fine di conoscere il luogo ove erano sepolte le ossa di Oreste, la profetessa così rispose: Vi è in Arcadia, tra i campi, la città di Tegea; lì due venti si oppongono con violenza e vi è colpo e contraccolpo e vi è mdurezza su durezza. Nella terra che dà la vita, ivi è sepolto il figlio di Agamennone ... Uno degli agatoergi (cittadini benemeriti) di Sparta, recandosi a Tegea, svelò l'arcano. Nella città vi era la fucina di un fabbro, i cui mantici producevano i due venti contrari; il martello e l'incudine producevano il colpo e il contraccolpo e infine il ferro appoggiato sull'incudine rappresentava la durezza sopra la durezza. A un certo punto della sua permanenza a Delfi, Febo Apollo si fece patrono della civiltà greca, anzi: dell'espansione coloniale greca. Callimaco, nel suo Inno ad Apollo, celebrò la gioia che possedeva il dio quando gli uomini, in obbedienza al suo comando, stabilivano le misure delle nuove città e iniziavano a fondarle; egli stesso poneva le pietre di confine. Apollo Delfico era chiamato archegetés, "conduttore", poiché guidava la fondazione delle colonie greche. I coloni chiedevano all'oracolo informazioni sulle terre ove si recavano, e ottenevano sempre risposte incoraggianti. Delfi stessa promosse colonie importanti come Reggio e Metaponto. Le prestazioni dell'oracolo guadagnavano a Delfi enormi vantaggi economici e politici , anche in forma di tributi ed "elemosine". Le decime del raccolto offerte a Delfi dalle colonie erano denominate "estate d'oro". I destinatari di quel flusso inarrestabile di ricchezza diedero al loro dio il nome di Decateforo, "portatore di decime". E già il discorso sulla religione ha varcato le frontiere del sacro, sconfinando nel terreno della politica vera e propria. Non a caso in molti definiscono l'oracolo Delfico come "il Vaticano dell'antica Grecia". In un passo della Repubblica, Platone affermò che le leggi in materia religiosa avrebbero dovuto essere sempre competenza dell'oracolo di Delfi. Nella realtà, l'oracolo suggerì quasi sempre, in questo campo, di conservare le tradizioni locali. Le norme etiche prescritte erano scolpite sulla facciata del tempio: Soccorri gli amici. Domina l'ira. Onora la giustizia. Onora l'autorità religiosa. Non eccedere nei piaceri. Onora la fortuna. Onora la previdenza. Non giurare inutilmente. Coltiva la mente. Sii irreprensibile. Onora la virtù. Ricambia il bene. Onora i parenti. Non commettere il male. Abbi cura di ciò che possiedi. Non commettere violenza. Onora i supplici. Abbi cura dei figli. Onora la moderazione. Coltiva la gentilezza. Coltiva retti pensieri. Guida tua moglie. Péntiti degli errori. Dà valore al tempo. Sii pronto. Onora la concordia. Non disprezzare. Mantieni i segreti. Rispetta l'autorità. Sappi attendere. Non parlare invano. Adora gli dei. Onora l'occasione. Non gloriarti. Onora la vecchiaia. Servi il bene. Pronuncia parole benauguranti. Non mentire.
Ma ritorniamo al vero culto di Apollo, che le gente ellenica praticò con devozione sincera. Il dio è celebrato da Pindaro come medico, ispiratore della musica e del canto, amico dei poeti, fautore di pace. L'Inno Omerico lo saluta come sovrano e arciere tremendo, alla cui presenza tremano gli dei, e nume sapientissimo, ovunque celebrato: sulle cime dei monti, presso i fiumi e sulle sponde del mare. Suoi segni di potere sono l'arco prodigioso e la cetra sonora. Uno dei molti epiteti di Apollo era apotropaico, "colui che tiene lontani i mali". Eschilo definì il dio "medico, profeta, purificatore". Euripide, nell'Oreste, "profeta sempre verace". Nella stessa tragedia, Apollo è dio della pace, che si congeda così dai mortali: "Ora andate e onorate la Concordia, splendida fra gli dei". Come Ermes e Pan, Apollo è detto "Nomio", "Pastore".
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Mitologia, poesia e religione dell'Antica Grecia Di Roberto Malini VII Esiodo e il sacro poetico Al pari di Omero, i Greci onorarono Esiodo, nato nell'eolica Cuma nell'VIII secolo a.C. e vissuto ad Ascra, in Beozia, presso l'Elicona. Pascolava gli agnelli alle falde del sacro monte, il giovanissimo Esiodo, quando le Muse lo scelsero tra tutti i mortali e gli donarono il canto poetico. I concittadini del vate consideravano gli Erga (Epga kai hmerai, Opere e Giorni) il solo poema composto da Esiodo, come riferisce Pausania: "I Beoti del monte Elicona, secondo la loro tradizione, affermano che Esiodo scrisse solo gli Erga e da questo poema eliminano il proemio dedicato alle Muse, facendolo iniziare con le Eridi. Essi mi condussero a vedere, presso la fonte, una lastra di piombo corrosa dal tempo, sulla quale era iscritto il poema". Al di fuori della Beozia, tuttavia, la tradizione antica attribuiva a Esiodo, oltre alle "Opere e Giorni", la "Teogonia", lo "Scudo di Eracle", le "Grandi Eee" e un'opera dedicata all'ornitomanzia. Appartengono inoltre alla "scuola esiodea" le "Nozze di Ceice", la "Melampodia", la "Discesa all'Ade di Piritoo", i "Dattili Idei", le "Esortazioni di Chirone", le "Grandi Opere", l' "Astronomia", l' "Egimio", i "Vasai" (da taluni ascritto a Omero), la "Mappa della Terra". Le composizioni pseudo-esiodee ci sono note solo attraverso frammenti e testimonianze. La "Teogonia" di Esiodo è un poema di 1020 versi che celebra le genealogie degli dei secondo un preciso ordine cronologico. Il poeta ordinò la trattazione dell'argomento fondandosi su tre generazioni di immortali: la stirpe di Urano e Gaia, quella di Crono e infine quella di Zeus. La "Teogonia" esiodea contiene alcune cellule mitiche di portata universale, rivelazioni o illuminazioni gettate come semente da un agricoltore divino nei solchi della terra greca: lo spazio del Caos, la sua volontà e il suo potere; il cielo generatore e la terra sapiente: l'alto e il basso dell'esistere; Eros, la grande anima dell'universo, il dio che scioglie le membra e coagula gli esseri dispersi nell'abbraccio dell'insieme. Da quella semente, da quelle fertili intuizioni germinerà la vera sapienza ellenica. Il pensiero teologico di Esiodo non è solo raccolta e organizzazione di tradizioni, ma abbandono intellettuale e spirituale -abbandono dell'individuo- alla voce dell'inconoscibile, perché questa è la poesia. Poesia che precede, genera e segue sempre la religione. La "Teogonia" inquadra le genealogie divine entro un quadro di episodi mitici: - Origini del mondo: Caos, Gaia, Eros (116-125). - Generazione del Caos. Di Gaia. Di Gaia e Urano: Crono, i Ciclopi, gli Ecatònchiri (126-153). - Crono evira Urano. Dal suo sangue nascono le Erinni, i Giganti, le Ninfe Melie; dal suo seme nel mare, Afrodite. Urano genera i Titani (154-210). - Generazione di Notte, Eris, Ponto (211-239). - Nereo genera le Nereidi (240-269). - Figli di Forco e Ceto; di Echidna e Tifone (270-336). - Figli di Nereo e Teti; di Iperione e Tia; di Crio ed Euribia; di Astreo e Aurora; di Pallante e Stige (337-403). - Generazione di Ceo e Febe; Crono e Rea; Giapeto e Climene; nascita di Zeus (477) mito di Prometeo (406-616). - Titanomachia; l'Ade (617-819). - Tifeo, figlio di Gaia e Tartaro; Zeus lo sconfigge (820-885). - Figli di Zeus e Meti; di Zeus e Temi; di Zeus ed Eurinome; di Zeus e Demetra; di Zeus e Mnemosine: le Muse; di Zeus e Latona: Apollo e Artemide; di Zeus e Era: Ebe, Ilizia, Ares (915-964). - Figli di dee e mortali (965-1020). Dopo aver concluso i temi maggiori del poema, viene espressa una formula di congedo: "Addio, beati che abitate l'Olimpo; e a voi isole, terre e -nel mezzo- a te, mare". Il seguito della "Teogonia" è dedicato alle unioni sacre fra dee e mortali, dalle quali nacquero uomini simili agli dei. Il poema originale proseguiva con una seconda parte, la più voluminosa, dedicata agli amori degli dei rivolti a donne mortali: il "Catalogo delle donne" (Eee), di cui -grazie ai recenti ritrovamenti della papirologia- possiamo leggere oggi un buon numero di frammenti e testimonianze. Nelle "Opere e Giorni" Esiodo espresse la sua innata sapienza delle cose divine e i valori morali che lo ispiravano, valori di cui egli desiderava rendere partecipi i suoi simili. IlProemio al poema è una celebrazione di Zeus quale patrono della giustizia assoluta: "Spesso egli rende forti, spesso distrugge i forti; spesso abbassa gli illustri, spesso innalza gli ignoti". Più avanti, il poeta spiega la necessità del lavoro umano: "Nascosero gli dei agli uomini i beni della terra". Quindi è narrato il mito delle cinque età, attraverso le quali il genere umano passò dall'innocenza e dalla felicità primitive a una condizione di dolore, incertezza, violenza, paura e morte. Gli antichi ritrovarono nel mito una ragione capace di giustificare il trionfo apparente dell'ingiustizia nel mondo.

Se vuoi, darò compiutezza al mio discorso con un racconto interessante e ben conformato. Nel frattempo è importante che tu sia persuaso delle comuni origini di uomini e dei. Un tempo gli immortali che hanno casa sull'Olimpo crearono una generazione aurea di uomini; era il tempo in cui Crono reggeva i cieli. I mortali conducevano un'esistenza simile a quella degli dei, avevano la mente serena, non si dovevano sottoporre alla fatica né li toccavano dolori.. Su di loro non incombeva la triste vecchiaia ed essi, liberi dalle ansie e pieni di vigore nelle gambe e nelle mani, accorrevano lieti ai banchetti. Infine morivano, ma era come se il sonno li cogliesse. Ogni bene apparteneva loro e la terra fertile produceva spontaneamente ogni sorta di frutti. Ed essi godevano quei doni in letizia. Dopo che la terra ebbe coperto le loro spoglie mortali, essi divennero spiriti venerabili nel mondo, generosi custodi del genere umano. La giustizia e l'iniquità erano sotto il loro controllo. Spiriti d'aria in giro attraverso il mondo, ebbero l'onore di dispensare la ricchezza. Una generazione d'argento fu creata, in successione a quella, dagli dei che hanno dimora sull'Olimpo. Ma questa era diversa di molto -in peggio, dalla generazione aurea- sia nel corpo che nell'anima. I fanciulli vivevano per cento anni nelle case delle loro madri, stolti e infantili. Poi, quando la giovinezza fioriva in loro, avevano pochi anni da vivere e la loro stoltezza, la loro reciproca protervia gli dava una messe di affanni. Nessuno onorava gli dei né volevano compiere sugli altari i dovuti sacrifici. Sdegnato, Zeus Cronide li cancellò dal mondo a causa della loro empietà. Quando il grembo della terra accolse i loro corpi, essi divennero beate anime mortali del mondo sotterraneo e fu comunque un onore. Il padre Zeus allora diede inizio alla terza generazione di mortali, quella del bronzo, diversa dall'argentea, crudele, violenta. La trasse dal legno dei frassini. Questi uomini amavano l'opera sanginaria di Ares e non si nutrivano di pane. Duro, senza paura avevano il cuore ed erano orribili; erano molto forti e dai loro corpi poderosi sporgevano braccia invincibili. Avevano armi di bronzo, bronzee dimore: lavoravano solo il bronzo, perché il ferro era ancora sconosciuto. Furono essi stessi causa della loro fine e scesero nelle squallide case dell'Ade al freddo, innominati. Seppure poderoso, la nera morte li ebbe ed essi abbandonarono la luce del sole. Quando quella stirpe fu nascosta entro la terra, Zeus Cronide, generoso creatore, foggiò la quarta, migliore e giusta, una generazione sacra di eroi chiamati semidei, che abitò la vasta terra sùbito prima della nostra. La guerra crudele e la pugna sanguinaria ne uccise molti, tuttavia, sotto Tebe dalle sette porte, in Cadmea, per gli armenti di Edipo. Altri perirono a Troia, dov'erano giunti attraversando il mare, sulle navi. Morirono a causa di Elena dalle lunghe chiome. Numerosi si spensero là, altri furono allontanati ai confini del mondo per volontà di Zeus, figlio di Crono, che fornì loro i mezzi per vivere. Ora popolano le Isole dei Beati, presso l'Oceano dall'abisso profondo, senza pena nell'anima, felici eroi cui la terra porta tre volte all'anno frutti succosi, dolci come il miele.
Io non avrei mai voluto ritrovarmi insieme alla quinta generazione mortale, ma morire prima o nascere dopo. Adesso è infatti l'età del ferro, e la fatica non smetterà più di consumarci di giorno, il dolore di notte. Gli dei recheranno sempre nuovi pensieri luttuosi e anche nel loro bene giungerà questo male. E Zeus annienterà infine anche questa fragile stirpe mortale, quando ai neonati biancheggeranno le tempie. I padri non somiglieranno ai figli né i figli ai padri; gli ospiti non saranno ospitali; gli amici non saranno amichevoli; i fratelli non avranno sentimenti fraterni, com'era invece un tempo. I genitori non saranno più onorati e duro biasimo riceveranno in vecchiaia dai figli. Empi, che non hanno timore degli dei! Questi uomini non vorranno ricambiare le cure ai vecchi genitori. Misura della loro giustizia sarà la forza e vicendevolmente si distruggeranno le città. Non riconosceranno onori alla giustizia, alla lealtà, alla bontà. L'energia delle mani sarà legge e sparirà la misura. Il malvagio, con parole inique, rovinerà il probo, anche sotto giuramento. La perfida gelosia dagli occhi torvi, malevola, sarà compagna dei miserabili mortali. Allora Coscienza e Nemesi, celati i corpi splendidi sotto veli bianchi, lasceranno la grande terra popolata dagli uomini e saliranno all'Olimpo, tra le genti immortali. E le pene funeste resteranno ai mortali e non vi sarà scampo contro il male.
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Mitologia, poesia e religione nell'antica Grecia
Di Roberto Malini
VIOmero, poeta divino Gli antichi Greci riconoscevano come sapienti coloro che, indagando la natura umana, fossero capaci di creare leggi utili a migliorare la convivenza degli uomini e ad assicurare loro pace e prosperità. Sapienti erano nella loro stima anche quegli uomini che sapessero applicare il dono dell'intuizione allo studio della natura, avvicinandosi alla comprensione dei misteri universali. Ma il vero sapiente era secondo il popolo ellenico il filosofo. Pitagora usò per primo il termine "filosofia" e chiamò se stesso filosofo. Si attribuì questo nome non tanto per la sua erudizione sul mondo degli uomini o per la sua sensibilità in grado di penetrare le leggi naturali; si chiamò filosofo poiché riteneva di conoscere le cose divine. Questo tipo di sapienza era onorata in Grecia sopra tutte le altre. Aristotele e Sozione scrissero che gli iniziatori della scienza sacra furono i Magi presso i Persiani, i Caldei presso gli Assiro-Babilonesi, i Gimnosofisti (Filosofi nudi) presso gli indiani, i Druidi presso i Celti e i Galli. Scrissero inoltre che in Fenicia nacque Oco, in Tracia Zamolsi, in Libia Atlante. In Egitto, le origini della vera filosofia erano più antiche della memoria. Ermodoro e Santo di Lidia ricordarono Zoroastro - il più grande dei Magi, profeta e signore degli animali che venne alla luce ridendo- vissuto circa cinquemila anni prima della guerra di Troia. Dalla Tracia giunse nell'Ellade anche Orfeo, il cantore divino dalla lira d'oro, cui gli dei concessero di sondare i misteri sacri del mondo, degli inferi e del cielo. Alcune tradizioni ascrivevano l'origine della teologia a esseri di natura divina, nati nel mondo di Pan e di Ermes: il giovane dio della vegetazione Dafni; Sileno, educatore di Dioniso; il centauro Chirone, maestro di Asclepio, Bacco, Eracle, Achille, Giasone e molti altri eroi; la ninfa Erato, che fu la prima a profetare in versi; i satiri Marsia e Mida; Olimpo, allievo divino di Mida. Nel proemio alle "Vite dei filosofi" di Diogene Laerzio è ricordato il perfetto e nobile pensiero dei più antichi filosofi ellenici (ma qui l'autore fu tratto in inganno, poiché nessuno dei poeti citati nacque sul suolo greco): Eumolpo e il figlio Museo, autore della prima "Teogonia" e della "Sfera"; Lino di Tebe, figlio di Ermes e Urania, che per primo compose una "Cosmogonia", il cui primo verso recitava: "Vi fu un tempo in cui tutti gli esseri nacquero insieme". E tuttavia gli Elleni venerarono sopra tutti i sapienti in materia sacra due poeti: Omero ed Esiodo, che Cratino volle chiamare "saggi e sofisti". Nei dialoghi platonici, Omero è definito "il più divino e sapiente fra tutti poeti"; in merito alle cose divine è scritto negli stessi dialoghi che "non è opportuno contraddire Esiodo". Nell'Apologia, la seguente domanda è posta da Socrate agli Ateniesi: "Che cosa non darebbe ognuno di voi per trovarsi in compagnia di Orfeo o Museo, Omero o Esiodo?" Pirrone nutriva verso Omero un'ammirazione senza confini e del poeta amava citare soprattutto un verso, che egli sentiva come una rivelazione: "Come la genìa delle foglie, così è quella degli uomini". Epicuro ripudiò i suoi maestri di filosofia perché non furono capaci di spiegargli il senso del Caos in Esiodo. Zenone non contraddì mai Omero, anche se riteneva che avesse scritto alcune cose secondo opinione e altre secondo verità. Non tutti i Greci tuttavia ritennero divina l'ispirazione dei due antichi vati e rispondenti alla natura del vero gli elementi contenuti nella loro teologia. Essi furono anzi avversati da molti; i grandi iniziati ai culti misterici, i filosofi che coltivarono la scienza ermetica ebbero in molti casi espressioni di disprezzo nei loro confronti. Secondo Eraclide Pontico, gli antichissimi abitanti di Atene comminarono a Omero una multa di cinquanta dramme per punirlo della sua follia. Durante la guerra contro gli Argivi Clistene, tiranno di Sicione, vietò ai poeti rapsodi di scegliere per i loro agoni canori nella città i carmi di Omero, poiché esaltavano ovunque la grandezza di Argo. Ieronimo raccontò che Pitagora, quando discese nell'Ade, vide lo spirito del poeta Esiodo mentre urlava di dolore, incatenato per l'eternità a una colonna di bronzo; l'anima di Omero era invece appesa a un albero e circondata da serpenti velenosi. Il terribile castigo che essi stavano scontando era dovuto alle cose mendaci che avevano cantato intorno agli immortali. "La cultura non insegna ad essere intelligenti," scrisse Eraclito, "altrimenti lo avrebbe insegnato a Esiodo".

E' tuttavia importante tenere presente che né Omero né Esiodo affermarono mai di avere una vocazione teologica, ma solo di aver ricevuto dalle Muse un'ispirazione divina a cantare le vicende dei mortali e degli immortali con animo immaginifico di poeti. Omero espresse questo concetto nell'Odissea (a lui attribuita presso gli antichi), per bocca di Femio Terpiade, l'aedo ostaggio dei Proci, nella supplica rivolta a Odisseo: Così ti prego, Laertiade Ulisse: abbi pietà di me, non ti macchiare dell'ingiusto assassinio di un poeta che agli uomini canta, e agli immortali. Da solo appresi l'arte, me la pose nell'animo un nume, e l'arte canta in me da allora. Io canterò te, uomo, come si canta un dio se la tua spada non vorrà il mio sangue. L'aedo omerico non è tenuto a cantare il vero: un dio infuse nel suo cuore il canto, non la verità. Così, per ottenere clemenza da Ulisse e scampare alla sua spada mortifera, egli può impegnarsi -senza tradire le Muse- a cantare l'eroe come se fosse un dio. Lo stesso ragionamento è valido per Esiodo, le cui Muse ispiratrici, figlie di Zeus e Mnemosine (la Memoria), così lo avvertirono sùbito sulla loro natura, che è la stessa dell'ispirazione poetica: "Noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero, noi sappiamo dire -se vogliamo- la verità". Le Muse, infatti, non furono concepite da Zeus affinché rivelassero agli uomini i misteri divini, ma "perché concedessero l'oblio dei mali e lenissero i dolori dei mortali". Ecco dunque la missione di Esiodo presso i suoi simili, il significato del ramo di alloro di cui le Muse gli fecero dono, ispirando in lui la voce divina del canto: celebrare la stirpe degli immortali in una meravigliosa allegoria, capace di incantare gli uomini e distoglierli dagli affannosi pensieri e dalle miserie terrene. Secondo un'altra tradizione, Esiodo non ricevette un ramo d'alloro, ma la zampogna a nove canne digradanti, una per ogni Musa: forse un simbolo dei gradi di una scala che dal falso conducono al vero.

Opere di Omero Sotto il nome di Omero è raccolta l'antichisima tradizione rapsodica della gilda o delle gilde (associazioni) degli Omeridi, che Pindaro definì "cantori di versi cuciti insieme". Attraverso i secoli (quattro o cinque, visto che ai tempi di Platone gli Omeridi, interpreti della tradizione, erano ancora attivi) altre tradizioni rapsodiche confluirono quasi certamente in quella omerica. Al genos omerico, tuttavia, si può far risalire verosimilmente un Omero poeta caposcuola. Gli Omeridi di Chio erano reputati presso gli antichi Greci come i probabili discendenti del rapsodo. Il nome del poeta, Omhros, potrebbe significare "amico", "ostaggio" o "cieco". La seconda voce potrebbe collegarsi al ruolo di Femio a Itaca, negli anni delle prepotenze dei Proci; la terza, "il cieco", è praticamente un sinonimo di "poeta religioso". Era cieco l'indovino Tiresia; erano privi del dono della vista Tamiri e Stesicoro; divenne cieco Dafni (o Bùcolo), dio della poesia bucolica. Oltre all'Iliade, all' Odissea, alla Batracomiomachia e agli Inni, venivano attribuiti al rapsodo cieco gli Epigoni e altri poemi posteriori. Secondo Erodoto, i Greci accolsero gli elementi teologici contenuti nei versi di Omero perché lo consideravano, insieme a Esiodo, il primo che avesse fissato i caratteri fondamentali degli dei. In un racconto epico come l'Odissea -per non parlare degli Inni Omerici- i Greci percepivano il sacro praticamente in ogni verso; ovunque essi ritrovavano le origini delle loro divinità, indovinavano i loro tratti fisiognomici, riconoscevano i loro simboli e le loro meravigliose prerogative: Ascolta e intendi bene: Atena e il padre Zeus sono al mio fianco. Credi che possano bastare? Simile a una fanciulla giunse Atena, la dea dagli occhi glauchi e aveva tra le mani una brocca. Così parlò la dea e con la verga d'oro lo toccò, e la sua forza crebbe, e la sua bellezza. Questa è opera di Atena la guerriera! Nelle opere di Omero, tuttavia, lo spirito religioso non era vissuto solo nella presenza degli dei accanto agli uomini, ma anche nella celebrazione morale del sacrificio per la patria, il cui simbolo vivente era la figura di Ettore, a cui si contrapponeva l'ideale di valore militare puro rappresentato da Achille. E l'Olimpo omerico, metafora del "cielo sulle città" che gli Ateniesi cercarono di riprodurre nell'Acropoli, dedicava sempre la sua attenzione a quei valori, li provocava, se ne nutriva.

La tradizione ascrisse a Omero anche un corpus di inni religiosi ('Omhrou umnoi). Una raccolta che reca lo stesso titolo, forse compilata da un grammatico alessandrino, è pervenuta fino a noi. Alcuni di questi inni sono composti da un esordio che propone il tema del carme e le lodi del dio cui è offerto, una sezione che ne celebra il mito e un congedo. Altri comprendono solo l'esordio (XII) o l'esordio e la chiosa. Gli inni di Omero in onore degli dei venivano eseguiti dai rapsodi nelle feste sacre. La silloge che ci è pervenuta contiene 33 canti in esametri epici, assai differenti tra loro. E' impossibile ipotizzare la loro datazione: alcuni potrebbero risalire al I-II secolo a.C., altri fino al VII. Tuttavia il corpo intero contiene elementi antichi. Oltre che con il nome di Inni, le composizioni erano conosciute come Proemi ed erano eseguite prima delle narrazioni epiche. Gli inni di maggior estensione e di contenuto complesso sono quelli dedicati a Demetra (II), Apollo (III), Ermes (IV), Afrodite (V), Dioniso (VII) e Pan (XIX). L'Inno a Demetra presenta notevoli analogie con un papiro orfico del II secolo a.C., che ne riporta alcuni versi. Qualunque sia la sua origine, comunque, si tratta di un lavoro di altissima qualità artistica e teologica, pervaso di spirito "eleusino" e di bellezza poetica. Il rimprovero di Demetra rivolto a Baubo, madre di Demofonte, per il suo intervento sacrilego è indimenticabile: Uomini stolti che non prevedete felicità e dolore quando incombono! Quale errore colpevole hai commesso. Invero -e testimonia la mia fede lo Stige su cui giurano gli dei- avrei reso immortale il tuo bambino, immune da vecchiaia, eternamente beato. Ma ora no, più non potrà sfuggire al suo destino, e morirà. L'Inno ad Apollo -suddiviso in due parti: una dedicata ad Apollo Delio, l'altra ad Apollo Pitico- è quello su cui vi sono più riferimenti antichi. Esso potrebbe aver fatto parte della raccolta omerica conosciuta anticamente. L'Inno a Ermes rende un'immagine del dio assai diversa da quella dell'Iliade, ove indossa i calzari alati e concede prosperità ai mortali che gli sono cari, o dell'Odissea, ove ha missione di radunare le anime e accompagnarle all'Ade. Il carme, infatti, onora Ermes come dio dei ladri, inventore della lira e della siringa, vicino all'universo di Apollo. Nello svolgimento apparentemente giocoso dell'inno può celarsi, in un linguaggio "ermetico", la descrizione di un rito iniziatico finalizzato al raggiungimento dell'arte divinatoria. Un dono che molti si illudono di possedere ma pochi -beneficiati da Ermes signore dei misteri- posseggono realmente: A tutti si accompagna, immortali e mortali, ma raramente aiuta e quasi sempre inganna. L'Inno ad Afrodite è forse quello che contiene le maggiori analogie con le opere omeriche maggiori e celebra l'unione sacra della dea di Cipro e del mortale Anchise. L'Inno a Dioniso (VII) narra l'episodio del dio fanciullo rapito dai pirati tirreni, dei prodigi che egli compie a bordo della nave, suscitando grande timore negli animi dei predoni, e della loro metamorfosi in delfini. L'Inno a Pan, composto da un esordio diffuso e una chiosa fu forse composto per celebrare l'epifania del nume presso i Driopi d'Arcadia. L'autore della composizione fornisce una spiegazione etimologica del suo nome: Pan gli diedero nome, perché a tutti gioia aveva nell'animo ispirata.
Gli altri Inni della silloge si volgono a celebrare Zeus, Ares, Eracle, Asclepio, i Dioscuri, Efesto, Posidone, Helios, Apollo e le Muse, Era, Artemide, Atena, la Madre degli dei, Estia, Gaia, Selene. (Nelle foto: Omero, Ulisse, Achille).
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