Questo nostro mondo senza memoria

di Roberto Malini

Assistiamo ormai anno dopo anno al riaffiorare di fenomeni preoccupanti. Il "lato ocuro" dell'umanità si ridesta dal torpore post-Shoah e torna ad aleggiare su di noi come nuvolaglia tempestosa. "Apritevi, nuvole," griderebbe ancora Anne Frank. I giovani ebrei non devono, oggi, nascondersi in alloggi segreti, ma poco ci manca: hanno paura di manifestare la loro origine o la loro fede, nelle scuole e non solo. L'alibi dell'antisionismo funge da paravento per gli spettri antisemiti che si nutrono d'odio e di tenebra e prendono sempre più consistenza. Il popolo dei Rom non sta meglio. Dopo che ha alzato la testa in segno di orgoglio, proprio qui in Italia, per difendere l'unità di una famiglia, separata a causa di pregiudizi e discriminazioni che serpeggiano non solo fra la gente, ma anche fra le autorità, si è scatenata una caccia alle streghe all'interno dei campi nomadi. Gli immigrati extracomunitari non vivono una contingenza più felice né gli omosessuali, che dopo il loro diritto di sancire un'unione sentimentale, vedono messo in discussione addirittura quello di manifestare pacificamente la loro realtà nel Gay Pride.

Perché una società cambi e migliori, è necessario che non dimentichi. Non è utile, in tale ottica, l'asettico Memoriale della Shoah di Berlino, composto da centinaia e centinaia di steli fredde, prive di simbologie e impersonali. A tre giorni dal'inaugurazione, il Memoriale ha tuttavia già subìto il primo sfregio: una svastica incisa da mano ignota su una delle lastre. Il simbolo nazista è stato prontamente cancellato, ma l'atto vandalico fa riflettere. La costruzione, comunque, non costituisce in alcun modo un invito a ricordare. Il nostro suggerimento, che trasferiremo all'amministrazione berlinese, è quello di regalare alla struttura un elemento di memoria storica e umana: perché non prevedere che su ogni stele siano apposte in uno strato di cemento le impronte delle mani di sopravvissuti alla Shoah? L'opera assumerebbe così, a imperitura memoria, ben altro significato. (Nella foto: Il monumento di Peter Eisenmann).

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Scrivo poesia

"Scrivo poesia perché Hitler uccise sei milioni di ebrei e io sono ebreo". Allen Ginsberg, Improvvisazione a Beijing , da Saluti cosmopoliti , 1984.

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Il sacro

Le religioni, nella loro essenza, non sono diverse fra loro. Il sacro è qualcosa di assoluto e universale come il bene o la verità, con le quali si identifica. I maestri sono maestri. Quale insegnamento potrebbe trarre dalla sapienza egiziana, babilonese o greca un essere umano desideroso di porsi in contatto con lo spirito universale ed essere illuminato? Quale indicazione riceverebbe da un maestro indù o buddista?

"Pensa a te stesso come Nulla e scordati completamente di esistere. Quando vi sarai riuscito, trascenderai il tempo innalzandoti al mondo delle idee, dove ogni cosa è simile all'altra: la vita e la morte, il mare e la terra. Non vi riuscirai, invece, se sei legato alla materia del mondo. Se pensi a te stesso come a qualcosa di reale, allora il divino non potrà compenetrarti, perché il divino è infinito. Nessun vaso può contenere il divino, a meno che tu non veda te stesso come Nulla".

E' un insegnamento di Dov Baer, maestro chassidico del XVIII secolo, contenuto nel Maggid Devarav le-Ya'aqov: per essere è necessario essere consapevoli di non essere. R.M.

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Gli Zingari, un popolo che viaggia in un mondo ostile

di Roberto Malini

Il popolo Rom è oggetto da secoli di pregiudizi e calunnie, fonte di atteggiamenti discriminatori e violente persecuzioni nei loro confronti. Si tratta di un popolo antico, che giunse in Europa dall'Oriente nel XV secolo, sùbito circondato dal sospetto e da un timore irrazionale. I costumi e le caratteristiche della civiltà degli Zingari diedero origine ad accuse infamanti. I tedeschi notarono con preoccupazione che i Rom 'parlano molte lingue, ma fra di loro comunicano attraverso un linguaggio a noi incomprensibile, il Rottwelsch '. Osservando la loro vita nomade e le loro usanze religiose -forse di origine indiana- conclusero che fossero un popolo senza leggi né un codice morale. Adoravano divinità pagane e si dedicavano alla divinazione e alla stregoneria. Le loro tribù, sempre in viaggio, erano ben strane: un popolo di gente vestita di stracci, ma guidata da uomini agghindati con àbiti in tessuti preziosi e colorati, che i sudditi chiamavano 'principi', 'duchi', 'conti', 'cavalieri', 'comandanti' o 'voivoda'. Viaggiavano su carri ben costruiti, vivevano di elemosina e furto oppure con attività circensi o spettacoli da strada. Avevano chiome nere lunghe e incolte, barbe e baffi. Le loro donne avevano le teste velate e portavano vistosi orecchini. I bambini non differivano dalle bambine, perché i loro capelli erano lunghi e spesso indossavano orecchini. Si facevano chiamare Rom, 'uomini' o Zingari. Affermavano di provenire dal Piccolo Egitto e per questo erano chiamati anche Gitani, termine che deriva da 'Egiziani'. Si diceva che se gli Ebrei erano responsabili della morte del Cristo, gli Zingari, straordinari fabbri, avessero forgiato i chiodi con cui fu crocefisso e che per questo fossero stati maledetti e costretti ad errare per sempre, senza una loro terra.

Si riteneva anche che fossero l'oscura discendenza di Caino, rapprentanti di Satana e delle sue malvage trame. La Santa Inquisizione, dopo aver ipotizzato l'esistenza di una congiura ordita da Ebrei e Zingari per distruggere tutti i Cristiani, ne condannò e mise al rogo molte migliaia. Alcuni ritenevano che si dedicassero al rapimento di bambini e che in alcune cerimonie se ne cibassero. A loro erano attribuite spesso le scomparse di bimbi. Indesiderati, posti nelle più dure condizioni di vita dalle popolazioni di stanza nei diversi paesi, additati come criminali e nemici della 'gente civile', i Rom riuscirono tuttavia a sopravvivere in un mondo a loro ostile. Non li distrusse l'odio delle nazioni in cui transitavano né la persecuzione attuata contro di loro dalla Chiesa Cattolica. La prova più dura a cui la Storia li sottopose fu però l'era nazista. In base alle teorie razziste che si erano affermate tanto in Europa quanto in America, il neurologo tedesco Robert Richter -fondatore dell'istituto di Igiene Razziale- e la sua assistente Eva Justin propugnarono la tesi che i Rom non fossero Ariani, nonostante provenissero dall'India, ma un popolo ibrido e geneticamente inferiore, caratterizzato da un'aberrazione genetica che conduceva al nomadismo e a forme gravi di sociopatologia. Gli Zingari vennero deportati nei campi di morte, dove oltre mezzo milione di loro perse la vita. Nei lager i Rom subirono privazioni, umiliazioni e sevizie senza limiti. Il dottor Mengele effettuò sui loro bambini esperimenti da incubo. I Rom chiamano l'Olocausto che decimò il loro popolo O Porrajmos , 'la grande distruzione'. Il governo tedesco ha riconosciuto i crimini nazisti contro gli Zingari solo nel 1980, ma non ha previsto per loro alcuna forma di indennizzo. Diffidenza e paura caratterizzano ancora l'atteggiamento degli europei verso i Rom, le cui tradizioni, spesso equivocate, sono ancora causa di gravi discriminazioni verso di loro. (Grazie a Daniele Foglia).

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Contrattacco

Di Wladislaw Szlengel (versione in italiano di Roberto Malini)

Il 18 gennaio 1943 il poeta ebreo polacco Wladislaw Szlengel, scrisse questa poesia, di cui furono diffuse molte copie fra la popolazione del ghetto, durante la rivolta.

Mansueti, quasi rassegnati, camminavano verso i treni,
Con occhi d'ombra guardavano gli Szauli: solo bestiame.
Soddisfatti, gli ufficiali constatavano che non vi erano problemi,
Che le moltitudini procedevano in file, spaventate,
Mentre soldati euforici schioccavano le fruste su visi umani.
Quando la folla, in silenzio, si abbandonò sul piazzale,
Lacrime e sangue ebrei bagnarono la terra;
Allora, indifferente, il Popolo di Signori gettò sui corpi
Pacchetti di sigarette,
Recitando lo slogan "Perché le sigarette Juno sono rotonde?"
La vita era così. Ma un giorno, all'alba,   entrarono in città,
Dove regnava la propaganda, come lupi sbucati dalla nebbia.
Allora la carne si risvegliò e mostrò zanne aguzze.
Il primo colpo risuonò in via Milla,
Presso il cancello: vacillò una guardia
Incredula; cercò di rimanere in piedi per un attimo,
Quindi imprecò: "Diavolo, sto sanguinando!"
Intanto si sentivano gli spari delle Browning
Fra i muri delle case di via Niska, di via Dziga e di via Pawia.
Sugli scalini dove trascinava un'anziana, stringendo tra le grinfie
Ciocche dei suoi capelli, ora giaceva bocconi l'SS Handke,
Ribellandosi alle dita della morte che lo soffocavano nella rivolta,
Sputando sangue sul pacchetto: "Juno sind rund, rund, rund".
La guardia dalla divisa azzurra è morta sulla scala
E gli sputi la coprono, nell'ebraica via Pawia. Non saprà mai
Che nelle fabbriche tedesche Szultz e Toebbens
Si tengono -festosi- un concerto e un balletto di proiettili.
Ora la carne lancia il guanto della sfida, si ribella e combatte.
La carne vomita granate attraverso le finestre,
La carne emette lingue rosse di fuoco e fiamme,
La carne afferra il margine sottile della vita.
E quanta gloria, nel colpirvi in mezzo agli occhi!
Adesso siete al fronte, signori miei, meine Herren!
Non è più tempo di boccali di birra,
Dovete sputare fuori tutto il vostro coraggio
E sangue, sangue, sangue! Blut, Blut, Blut!
Sfilatevi dalle mani i guanti di morbida pelle,
Mettete giù le fruste e indossate i caschi!
Domani vi riferiranno una notizia da parte nostra:
"E' stata aperta una breccia nella fabbrica Toebbens".
La carne lancia il guanto della sfida, combatte e canta inni di guerra!
Ascolta, Dio tedesco, come pregano gli ebrei nelle loro case barbare:
Brandendo sbarre di ferro e mazze improvvisate.Noi ti chiediamo, Signore, una lotta cruenta;
Accordaci, Signore, una morte da eroi,
Una fine gloriosa che ci neghi la vista di binari infiniti.
Fa' che la nostra mano non vacilli,
Fa' che le loro divise azzurre si impregnino di sangue,
Fa' che prima di emettere il respiro finale
Ci sia dato vedere quelle mani assassine, sempre avvinte alla frusta,
Tremare di paura come zampe di bestie.
Dai luoghi ebrei: via Niska, via Mila, Muranow
Fiori di fuoco nascono dai rami delle nostre armi.
E' arrivata la nostra primavera, il contrattacco!
La battaglia ci monta alla testa, come vino.
Sono qui, fra via Ostrowska e via Milla, i boschi di noi partigiani.
I numeri delle case sono sui nostri petti:
Medaglie della nostra lotta ebraica.
Rivolta! E' una parola forte come una macchina da guerra
E al suolo c'è un pacchetto calpestato, intriso di sangue:
Juno sind rund , le Juno sono rotonde!

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Il mondo di Anne Frank
Una raccolta di rare testimonianze per ricordare l'autrice del Diario, vittima dell'odio antisemita

La collezione "Il Mondo di Anne Frank" si arricchisce progressivamente attraverso un'opera instancabile di ricerca e una preziosa collaborazione fra la società di produzione cinematografica 263 Films di Milano e l'associazione Watching The Sky. "Il Mondo di Anne Frank" raccoglie pezzi rari legati ad Anne Frank, ai suoi cari e ai luoghgi in cui si svolse la breve, ma estremamente  significativa vicenda della sua vita.

E' un piccolo museo che ha sede permanente presso la sede della società di produzione cinematografica di Milano Due e si arricchisce costantemente di oggetti il cui valore documentale e commemorativo è inestimabile: le prime edizioni del Diario e dei Racconti dell'Alloggio Segreto; i libri che Anne leggeva ed amava; le locandine promozionali dell'Opekta, la ditta del papà della giovane autrice del Diario; documenti e immagini che appartennero agli ambienti in cui si consumò la tragedia della famiglia Frank e dei loro amici nascosti nell'Alloggio Segreto di Amsterdam, in Prinsengracht 263. Reperti, testimonianze e opere d'arte, nel loro insieme, costituiscono un percorso che conduce a una testimonianza del significato dell'esistenza, dell'esempio e della morte della giovane scrittrice ebrea, vittima della persecuzione nazista e dell'indifferenza in cui essa perpetrò il più tragico ed abominevole dei genocidi. La collezione è stata esposta in una mostra durante il Pitifest 2004, a Pitigliano e sarà parte di altri eventi culturali ed educativi in Italia e all'estero, proponendo Anne Frank, la sua esistenza e il suo esempio quali simboli universali dell'Olocausto. (Nella foto: la prima edizione del Diario di Anne Frank, collezione 263Films, Milano, che si ringrazia).

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Dario Picciau e il codice cinematografico della pittura di Hopper

Dario Picciau è un pittore e un profondo conoscitore della Storia dell'Arte; il suo cinema è strettamente affine alla pittura, come traspare già dalla sua opera prima, il film di animazione tridimensionale "L'uovo", selezionato e premiato dalle giurie dei più importanti festival del mondo.

Il Rinascimento italiano, la pittura di genere fiamminga, l'arte giapponese del periodo Tokugawa e quella contemporanea, l'Impressionismo e l'Espressionismo fanno parte del percorso artistico lungo cui "L'uovo" si svolge sul piano visuale. Il regista milanese, impegnato attualmente nella realizzazione del film di animazione tridimensionale "Anne Frank, A life to rimember", sta conducendo una serie di studi sulla pittura realistica e ai suoi codici applicabili al cinema. E' interessato, in particolare, al realismo Americano e all'opera di Edward Hopper. L'oppressione, l'attesa, la ricerca di una luce che sia diversa da quella immobile che pervade luoghi sempre uguali a se stessi, a galla nel tempo. La claustrofobia, la speranza frustrata dal reale, la noia, l'angoscia e le "escursioni nella filosofia": ecco i caratteri della pittura di Hopper cui Dario Picciau dedica un'attenta e profonda analisi.

Nato il 22 luglio 1882 nella cittadina di Nyack, sul fiume Hudson, da una famiglia borghese di cultura elevata, Edward Hopper si iscrive nel 1900 alla prestigiosa New York School of Art. Dopo il diploma, si dedica all'illustrazione pubblicitaria presso la C. Phillips & Company e all'incisione. Nel 1906 viaggia a Parigi, dove si avvicina all'Impressionismo, a Londra, Berlino e Bruxelles. Già dal 1909 si concentra su paesaggi urbani e interni, caratterizzati spesso dalla presenza di un personaggio solitario e inespressivo, impersonale, apparentemente assorto in dilemmi senza risposta, partecipe, ma non integrato nella metamorfica e contraddittoria società americana. La sua pittura ha un debito evidente nei confronti della fotografia e del cinema. Dal 1915 al 1923 si dedica all'incisione, divenendo un maestro nelle tecniche della puntasecca e dell'acquaforte. Nel 1933 il MOMA gli dedica la prima retrospettiva e il Whitney Museum, nel 1950, la seconda. Rimarrà sempre fedele alle intuizioni pittoriche della giovinezza, fino alla morte, che sopraggiungerà il 15 maggio 1967 a New York, nel suo studio. La sua arte presenta un'umanità inconsapevolmente prigioniera di geometrie cittadine, gabbie silenziose e sospese nel tempo, in cui lo spirito si comprime e non può esprimere la propria ansia immateriale. Porte e finestre sono spiragli che conducono all'esterno, ma non costituiscono una "via di fuga" per i soggetti raffigurati, che rimangono in attesa di qualcuno che non verrà o, comunque, non resterà che un attimo in una realtà in cui il sole e la notte hanno, se non la stessa luce, un'identità d'atmosfere. (Edward Hopper: Compartment C, Car 293, 1938, olio su tela).
 

LATTE NERO DELL'ALBA

Arte e cultura della Shoah

Una mostra-evento che debutterà in una grande struttura espositiva di Roma e che si sposterà poi a Milano e in altri centri italiani ed europei. Contemporaneamente, uscirà nelle librerie il saggio dallo stesso titolo opera di Roberto Malini e Carol Morganti.

La mostra " Latte nero dell'alba - Arte e cultura della Shoah" nasce per   riportare alla luce frammenti di una parte fondamentale del pensiero umano, che abbiamo perduto. Se è vero che il museo Yad Vashem e altre istituzioni di ricerca e archivio di documenti storici relativi all'Olocausto, fra cui l'israeliano Ghetto's Fighter House Museum, hanno compiuto un imponente lavoro di raccolta di testimonianze dai ghetti e dai campi di concentramento e sterminio, è altrettanto vero che l'aspetto artistico-culturale dell'arte e della letteratura prodotte dal 1933 (anno dell'ascesa al potere in Germania del nazionalsocialismo) agli anni delle deportazione e delle camere a gas, fino al periodo successivo alla liberazione, sono stati finora trascurati, se si eccettuano alcune mostre tenutesi nello Stato di Israele nonché le ricerche di Janet Blatter e Sybil Milton. Nonostante l'antisemitismo, i pogrom e il genocidio operato dai nazisti, dal 1907 al 1970 il 20% dei premi Nobel per la fisica e il 26% di quelli per la medicina sono stati assegnati a ebrei, che negli anni di riferimento periodo rappresentavano lo 0,4% della popolazione occidentale.

Sempre nell'ambito scientifico, gli ebrei d'Europa hanno contribuito al progresso della società con personalità quali Einstein, Marx o Freud. Ancora più significativo fu il loro apporto nelle scienze umanistiche e nelle arti, con Kafka, Wittgenstein, Panovski, Mahler, Mendelssohn, Schoenberg, Halevy, Thomas Mann, Horkheimer, Adorno, Marcuse, Walter Benjamin, Claude Levi-Strauss, Modigliani, Eric Mendelssohn, Shalom Alechen, Chagall, Soutine, Ben Shahn, Rauschenberg, Lichtenstein, Oldenburg e molti altri. La cultura ebraica del primo Novecento sembrava in effetti destinata a modificare in misura determinante tanto la storia della letteratura e della filosofia europea quanto quella dell'arte. La persecuzione antisemita già in atto in molti paesi europei e trasformata dai tedeschi e dai loro alleati in un piano di sterminio totale non ha solo dato luogo al più mostruoso genocidio della storia umana, ma ha anche impedito a una tradizione d'arte e di pensiero di origine antichissima e di straordinario valore di esprimersi, contribuendo al progresso morale dell'intera umanità. Se è vero che l'opera di artisti ebrei come Pissarro, Lipchitz, Modigliani, Soutine o Chagall -nonché di scuole popolari come quella chassidiica- è riuscita a proporre al mondo, nel XIX e XX secolo, una parte del retaggio di una cultura, è anche vero che si tratta di un contributo che non ha potuto, se non in casi sporadici, "fare scuola", perché le basi di tale straordinaria accademia sono affondate nel sangue, sono state umiliate e annichilite nella cenere dei forni crematori. Né la scuola di Bezalel, in Palestina e poi nello Stato di Israele, fondata da grandi artisti come Boris Schatz e raccogliendo poi pittori e scultori di tutta Europa, in fuga dalla persecuzioni e dall'Olocausto, ha potuto restituire al mondo un patrimonio irrimediabilmente e sanguinosamente distrutto. Ugualmente, la fuga in   Palestina di letterati come Else Laske-Schuler, forse la più grande poetessa europea del XX secolo, non significò in alcun modo la salvezza di una viva e profonda corrente di pensiero, ma solo il casuale recupero di pochi meravigliosi superstiti, scampati come Noè al naufragio spirituale e storico dell'intera progenie umana. Ci si chiede: nel Novecento di Picasso, Mondrian e Francis Bacon, quale influenza avrebbero avuto gli artisti ebrei che accorrevano dalla Polonia, dalla Lituania, dalla Russia, dall'Ungheria verso le capitali dell'arte? Il dolore della memoria ha soffocato persino l'approccio critico all'opera delle vittime dei campi di sterminio e dei sopravissuti, feriti e avviliti nel profondo del loro animo -il luogo elettivo da cui parlano le Muse-, eroi di un'arte così grande da poter essere compresa solo in quel domani lontanissimo del riscatto. Felix Nussbaum e Fishl Zylberberg: cosa avrebbero potuto dare alla cultura europea, con il loro formidabile virtuosismo? Cosa possono dare ancora, recuperati dalla polvere di Auschwitz? E Simon Balitzki: quali preziosi valori di testimonianza possono insegnare alla nuova umanità le sue laceranti allegorie del dolore, nate da cinque anni di tormento indicibile, di eroismo sovrumano? (Foto: Felix Nussbaum, Autoritratto con la carta di identità ebraica, 1943).

  La rassegna "Latte nero dell'alba - Cultura e arte della Shoah" presenta un nucleo di opere acquisite dal movimento d'arte e pensiero Watching The Sky di Milano, che costituiranno, probabilmente, grazie a una donazione, la base della pinacoteca del Museo della Shoah che avrà sede a Milano in via Ferrante Aporti, 3, dove esiste ancora il famigerato Binario 21, da cui partirono per i campi di sterminio gli ebrei della Lombardia; lì saranno allestiti locali adeguati ad ospitare ad imperitura memoria il nucleo di opere d'arte, che si arricchirà nel corso del tempo.

La collezione Watching The Sky, di inestimabile valore, comprende circa 150 opere, di cui circa 70 provengono dai ghetti, dai lager o dalla produzione di sopravvissuti alla Shoah. Sono dipinti, disegni e grafica originale di artisti che hanno testimoniato attraverso il loro talento e il loro coraggio, la vicenda più oscura della storia umana, invitandoci ad esporre le loro opere e a non permettere che cadano nell'oblio. Gli altri lavori sono opera di figli della Shoah o di artisti contemporanei che si impegnano a raccogliere l'eredità di testimonianza delle vittime e dei sopravvissuti. Il tema "Latte nero dell'alba" è tratto dall'incipit della celebre poesia del sopravvissuto Paul Celan: Latte nero dell'alba lo beviamo di sera / lo beviamo a mezzogiorno al mattino lo beviamo di notte / lo beviamo e beviamo.
(Nella foto: Leo Haas, Thérésine, 1943).

 

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Grandi artisti della Shoah

Alcuni nomi di pittori e incisori compresi nella collezione Watching The Sky. Alcuni di loro hanno concluso la parabola della loro carriera nelle camere a gas; altri sono sopravvissuti fra mille privazioni, umiliazioni e tormenti, a volte realizzando disegni e piccoli dipinti nei ghetti, nei campi di concentramento o dalla clandestinità. Le loro opere sono rare e preziose sia per il loro valore artistico, sia per la tragedia e il messaggio di testimonianza che rappresentano.

Eugeniusz Aleksandrowski, nato in Polonia nel 1920, pittore ebreo polacco, studia alla Scuola di Belle Arti di Varsavia. Dipinge i ritratti dei suoi cari nel ghetto di Varsavia. Deportato in diversi campi di concentramento, riesce a sopravvivere a mille orrori. Negli anni '50 e '60 del Novecento, in base a schizzi realizzati negli anni di prigionia, esegue numerosi ritratti, sempre dedicati alla tragedia del suo popolo. Nel 1971 emigra in Danimarca. Dipinge poco, non parla con nessuno della tragedia vissuta, tiene sporadiche mostre. Afferma di voler restare nell'anonimato e di aver sofferto e osservato tanti orrori, attraverso gli anni della dominazione nazista, da non riuscire a comunicarli al mondo. L'ultimo nucleo dei suoi lavori, ritratti e autoritratti, tecniche miste su carta, oltre a una figura di ebreo in preghiera, mai esposti dall'artista, scomparso a Copenhagen nel 1999, sono stati acquisiti dall'Associazione italiana "Watching The Sky". Si tratta di opere di piccole dimensioni dipinte con i segni e i colori della memoria. Aleksandrowski cerca di trasferire sulla carta l'essenza di vite umane nella tragedia, essenza in cui dolore e speranza, paura e spiritualità divengono icone tragiche e sacre.

Esther Lurie, nata a Libau, Lituania, nel 1913, studia all'Istituto Superiore di Arti Decorative di Bruxelles e in palestina del 1934 al 1938. Tornata in Lituania, nel 1941 fu deportata nel ghetto di Kovno, dove realizzò oltre 200 disegni in cui era rappresentata la vita nel ghetto. La maggior parte di quei lavori andarono distrutti. Nel 1944 fu trasferita nei campi di concentramento di Nauen e Stutthof e fu liberata dall'Armata Rossa. Quindi si trasferì in Israele.

Leo Haas, nato in una famiglia ebrea di Opava, Moravia, al tempo parte dell'Impero Austro Ungarico, quindi della Cecoslovacchia, nel 1901. Studia arte a Opava, poi presso l'Accademia di Karlsruhe; Nel 1922 si trasferisce a Berlino, dove è influenzato dal movimento espressionista. Torna a Opava dal 1926 al 1938, lavorando come pittore, grafico e illustratore. La Gestapo lo arresta nel 1939. E' deportato a Nisko, vicino a Lublino, poi nel campo di lavoro di Ostrava. Nel 1942 è chiuso nel ghetto di Theresienstadt, dove realizza molti disegni, nascondendoli nelle pareti, dietro alcune piastrelle. Rinchiuso nella fortezza del ghetto per attività di propaganda comunista, è deportato ad Auschwitz e quindi a Sachsenhausen. Nel febbraio del 1945 è a Mauthausen, in aprile a Redl-Zipf e Schlier, infine nel campo sussidiario di Ebensee, liberato dagli americani il 9 maggio 1945. "Quel giorno nacqui una seconda volta," dirà. Dopo la guerra adotta il figlio dell'artista Bedrich Fritta, artista scomparso nella Shoah. Quindi torna a Theresienstadt, dove recupera e dona in parte al memoriale locale e in parte al Museo Ebraico Statale di Praga 400 suoi disegni. Altre opere di Leo Haas si trovano   nel Museo di Sachsenhausen. Successivamente lavora per l'editoria, la televisione, il cinema e la pubblicità. Si specializza in caricature politiche. Nelle sue opere successive alla liberazione sono spesso tornate le tematiche riguardanti la Shoah e i molti campi in cui l'artista fu vittima e testimone dell'odio nazista. I disegni eseguiti da Haas durante l'era nazista, talora grotteschi come le incisioni di Goya, riflettono le sofferenze e la morte degli ebrei nei ghetti e nei campi di concentramento e sterminio.

Nathan Spiegel (o Spigel) nasce a Lodz, in Polonia. Pittore e incisore, espone le sue prime opere nel 1921. Entra nel gruppo di artisti di Lodz "Srart" ed espone in collettiva a Varsavia, Cracovia e altre città. Nel 1930 espone a Londra. Vive nel ghetto di Lodz fino al 1943. Ci restano alcune sue opere, disegni a seppia o inchiostro ispirati alla vita nel ghetto e rarissime incisioni alla puntasecca, in una delle quali rappresenta la morte di un deportato in un campo di concentramento, sotto un carico disumano di lavoro. Fu ucciso nel 1943, forse nel campo di sterminio di Chelmo.

Shimon Balicki nasce presso Varsavia, in Polonia, all'inizio degli anni '20. Quando i nazisti invadono il suo paese, gli tocca la sorte di tutti gli ebrei: viene chiuso nel ghetto della sua città, con la sua famiglia. Suo fratello più piccolo è inviato sùbito in un campo di sterminio e l'artista vede i suoi cari deportati verso i luoghi di morte, uno dopo l'altro. L'insegnante e regista Americano Irving Frank, padre di tre figli e attento studioso della Shoah, ha girato un film di 20 minuti sulla sua vicenda, dopo aver visto alcune opere di Balicki in Israele, nel Museo dell'Olocausto. "Le opere di Balicki sono capaci di trasmettere ai giovani la memoria di ciò che avvenne in Europa," ha detto Frank, "perché sono crude ed esprimono momenti di vita degli ebrei sotto il giogo nazista con una potenza mai vista prima". Shimon Balicki è  in effetti un artista geniale;

le sue opere, che rappresentano la più immane tragedia mai vissuta dall'umanità, raggiungono l'universalità del dolore e assurgono nel nostro immaginario quali archetipi del sacrificio e della follia di cui era intriso l'odio nazista. "Mi chiamo Shimon Balicki e ho passato cinque anni della mia vita nel ghetto e nei campi di concentramento e sterminio," racconta l'artista, sopravvissuto alla Shoah e trasferitosi in Israele, esprimendosi ancora in lingua Yiddish. "Ho visto morire migliaia di persone; la mia famiglia è stata distrutta dai nazisti. Io sono passato da un campo all'altro, in un'odissea insopportabile. Ho disegnato quello che vedevo; ho fissato nella mia memoria l'orrore dell'antisemitismo, ma anche l'eroismo della rivolta nel ghetto, delle fughe dai campi di morte, dei sabotaggi contro gli aguzzini. Quando non ricordavo i luoghi in cui sono stato testimone dell'Olocausto del mio popolo, sono tornato là, per rivivere ogni momento, ogni giorno". Le opere di Shimon Balicki sono caratterizzate da una notevole potenza espressiva, da segni violenti come ferite e colori puri, spesso materici. Cresciuto nello shtetl, ha appreso lì il linguaggio espressivo dell'arte yiddish, spirituale, dettato da fervore ed entusiasmo, libero dalle regole della pittura canonica. L'esperienza nei lager ha trasformato la sua pittura. Il canto della sua anima è divenuto un grido, il grido vivo dei suoi ricordi, dei suoi incubi. Sono dipinti tragici e archetipici, quelli di Balitzki, come quelli di Francis Bacon, con la differenza che i mostri, le turbe, gli eroi del polacco emergono dalla verità del passato, mentre quelli del britannico sono parti del suo "sonno della ragione". Recentemente alcune opere appartenute alla collezione personale di Shimon Balicki sono state acquisite dal Museo dell'Olocausto di Washington e dall'Associazione italiana Watching The Sky. (Nella foto: Prigionieri nel campo, 1944/1974).

Felix Nussbaum nasce a Osnabruck (scrivi giusto), in Germania, l'11 dicembre 1904. Studia ale scuole elementari ebraiche e poi al ginasio della sua città. Nell'estate del 1922 entra nella Scuola Statale di Arti Applicate di Amburgo, dove studia con Fritz Behnke. L'anno successivo è a Berlino. Studia alla Scuola d'Arte Lewin Funke, con Willy Jaeckel. Probabilmente nel 1925, anno in cui Adolf Hitler pubblica Mein Kampf, dipinge a tempera la Coppia di ebrei religiosi (collezione Watching The Sky, Milano). Nello stesso anno incontra la giovane artista Felka Platek. Nel 1926 dipinge uno straordinario Interno della Sinagoga di Osnabruck (scrivi giusto) Dal 1927 tiene mostre a Berlino. Alla fine degli anni '20 e nei primi anni '30 espone a Berlino, Potsdam, Dresda.

E' evidente, nei suoi lavori, l'influenza di De Chirico e della Pittura metafisica. Nel 1932 si reca a Roma e partecipa a un campus presso l'Accademia d'Arte di Prussia. Nel dicembre di quell'anno 150 suoi lavori giovanili sono distrutti nell'incendio del suo studio a Berlino. Realizza illustrazioni per le copertine della rivista Der Querschnitt. Nel 1933 alcune sue opere appaiono nella Mostra della Secessione Berlinese; l'artista è a Roma e Alassio, quindi a Rapallo, dove disegna e realizza alcuni scorci all'acquerello. Nel 1934 Felka Platek raggiunge l'artista, che è a rapallo con i genitori.   Nel 1935 emerge il suo personalissimo immaginario, che fonde le maschere del teatro greco a figure archetipiche che appartengono all'inconscio. Esemplare in tal senso l'opera Le maschere e il gatto. Anche i suoi autoritratti fortemente introspettivi sembrano più raffigurazioni della psyche piuttosto che delle fattezze reali dell'artista. Dal 1935 al 1937 Nussbaum è in Belgio, dove lavora con Felka Platek, facendo la spola fra Bruxeles e Ostenda con permessi di soggiorno per stranieri validi ogni volta per sei mesi. Nel 1936 dipinge alcune delle sue caratteristiche "maschere". Nel '37 si stabilisce a Bruxelles e sposa Felka Platek. Dipinge un magistrale autoritratto ala maniera di Adriaen van Ostade e un Autoritratto con il fratello onirico e simbolico. Drammatica la Natura morta con finestra a sbarre del 1938, in cui un fiore spezzato profetizza tempi di morte. Nei due anni successivi espone a Gent, Amsterdam e Parigi. Nel 1939 dipinge uno dei suoi capolavori: Mummenschanz (Mascerata), in cui le facce di un gruppo di personaggi si deformano fino a mostrare le loro personalità e le loro turbe. Risalgono allo stesso anno lo stilizzato Coppia in un paesaggio surreale, l'Autoritratto in un paesaggio surreale, la Visione Europea -allegoria della storia a lui contemporanea, in cui si preparano le più orribili persecuzioni antisemite- e l'inquietante Il segreto.   Il 10 maggio del 1940 è arrestato a Bruxelles e deportato a St. Cyprien, nel sud della Francia. Dedicherà un'opera straordinaria a quella terribile esperienza: Prigionieri a St. Cyprien, 1942. E' rilasciato e torna a Bruxelles. Nel 1941 realizza due capolavori: le Donne che spariscono e la Donna che piange, simboli della persecuzione in atto. Nel 1942, per sfuggire alle ricerche della Gestapo, si nasconde con la moglie a casa dello scultore Dolf Ledel. Dipinge un'opera che celebra l'ebraismo nella sua epoca più oscura, Il campo sinagoga e alcune tele in cui si sente ancora l'influenza di De Chirico: Manichini e Autoritratto con Felka. Nel 1943 il suo immaginario simbolico emerge suggestivamente nell'opera Natura morta con bambola e racchetta da tennis; la maschera si stacca dal viso umano, che deve riconoscere la propria identità sotto la minaccia dell'annientamento, nell'Autoritratto (at the Easel). Il genocidio, inarrestabile, spietato come un'epidemia, è alle spalle dell'artista nel Suonatore d'organo. Nel 1943 Nussbaum dipinge l'immagine-simbolo della Shoah: l'Autoritratto con la carta di identità ebraica. L' orrore dello sterminio perpretrato dai nazisti contro gli ebrei d'Europa è amplificato nell'opera i dannati, del 1944. Nello stesso anno Nuszsbaum dipinge Jaqui sulla strada, immagine di un fanciullo senza alcuna difesa, con la stella di Davide sul petto, in attesa dei mostri che usciranno da dietro l'angolo del ghetto.Il suo ultimo lavoro conosciuto risale al 18 aprile 1944: Gli scheletri suonano per una danza, il cui linguaggio visivo è l'estrema allegoria dell'odio, equivalente ala Fuga di morte del poeta Paul Celan. Il 31 luglio lui e Felke sono arrestati e deportati in treno da Malines a Auschwitz. Sono i prigionieri numero 284 e 285. Il 3 agosto Felix Nussbaum è assassinato in una camera a gas. (Nella foto: Coppia di ebrei, 1927 ca.).

Alexander Bogen nasce a Dorpt, in Lituania, nel febbraio del 1916. Studia a Vilna fra il 1937 e il 1940, quando è internato nel ghetto. Riesce a fuggire e diventa, nel 1944, il comandante di un'unità di ebrei partigiani, denominata Woroschilow-Brigade. Dipinge scene di vota nel ghetto e ritratti di partigiani della sua unità. Dopo la liberazione completa gli studi a Vilna e dal 1947 al 1951 insegna in una scuola cinematografica. Nel 1956 emigra in Israele, a Tel Aviv, dove insegna arte. Publica nel libro "Revolt" alcuni lavori dedicati alle sofferenze e all'eroismo degli ebrei di Vilna durante l'occupazione nazista della Lituania.

Herbert Sandberg nasce a Posen nel 1908 in una famiglia ebrea ortodossa. Suo padre Samuel, un mercante di pelli, indirizza Herbert verso studi di economia e commercio. Nel 1918 i Sandberg si trasferiscono a Breslau, dove il ragazzo frequenta il ginnasio e, dopo un anno di studi orientati al mondo degli affari a Burgpreppach, Bavaria, torna a Breslau e si impiega in una banca. Fra il 1925 e il 1927 inizia a frequentare la Scuola d'Arte e l'Accademia di Belle Arti, studiando con l'espressionista Otto Muller. Il giovane non completa gli studi e si dedica alla scultura su legno, creando marionette per il teatro, al disegno e all'illustrazione. Nel 1928 si trasferisce a Berlino, dove prosegue la sua carriera, dedicandosi anche alla stampa d'arte. Nelle sue opere, che si ispirano al mondo teatrale, sono presenti gli elementi fondamentali dell'arte Yiddish: figure nere, grottesche, simili a sagome di carta ritagliata. Pubblica le sue illustrazioni su numerosi giornali e riviste e, nel 1929, si iscrive all'ASSO, associazione degli artisti tedeschi rivoluzionari. Nel 1930 aderisce al Partito Comunista. Quando Hitler sale al potere, realizza vignette che si oppongono al suo regime. In una di esse è scritto: "Hitler significa guerra". Per sottrarsi all'arresto, si rifugia a Praga nel 1934, ma ritorna presto a Berlino, dove continua a impegnarsi nella campagna antinazista. Arrestato nel 1934, è prigioniero dei nazisti fino al 1945. E' condannato a tre anni di detenzione nel penitenziario di Brandenburg-Gorden (scrivi giusto), quindi è deportato a Buchenwald in quanto ebreo e prigioniero politico. Abilissimo scalpellino, evita il trasferimento ad Auschwitz. Nel 1944 si ammala; in quel periodo realizza i disegni che saranno la base delle sue famose silografie del ciclo Un'amicizia. Le opere illustrano il dolore del popolo ebreo nel campo di Buchenwald e, contemporaneamente, l'amicizia fra l'artista e un novantenne prigioniero di nazionalità ceca. I disegni di Sandberg saranno recuperati dopo la liberazione. L'artista parlerà poco della sua lunga vicenda di prigionia: undici anni di dolore e stenti, testimonianza che non ha eguali per durata. Tuttavia, nel corso di un'intervista, racconterà di una marcia della morte da Buchenwald a Sachsenhausen, cui sopravvisse grazie alla sua grande forza d'animo. Dopo la guerra l'artista torna a Berlino. I suoi lavori, di matrice espressionista, con elementi della tradizione Yiddish, si ispirano ancora alla sua testimonianza della Shoah. Il ciclo Un'amicizia si compone di trenta silografie, fra cui diciannove ispirate ai disegni eseguiti a Buchenwald. Successivamente Sandberg realizza nuovi cicli di illustrazioni, disegni per il teatro, ritratti e stampe d'arte: acqueforti, acquetinte e silografie. L'artista ha ricevuto i più importanti riconoscimenti per il suo lavoro e partecipa alla vita della comunità ebraica della sua città, rinata sulle ceneri del genocidio nazista.

Moshe Chauski, ebreo lituano, nasce nel 1935 a Vilna. Si interessa fin da piccolo alla pittura e alla musica. Sopravvive alla Shoah, ma vede gran parte della sua famiglia sterminata dall'odio nazista.

Dopo la fine della guerra studia arte nella città natale e vince il Primo Premio riservato ai giovani artisti della città di Vilna. Nel 1959 emigra in Israele, dove dipinge scene di vita degli ebrei dell'est europeo e scene con musicisti klezmer. (Nella foto: Musicisti klezmer, anni '60).

Yehoshua Grossbard nasce in Polonia nel 1902. Si dedica fin da giovanissimo all'arte popolare, perfezionandosi nella tecnica Yiddish della carta ritagliata. Dal 1926 al 1928 studia arte a Vilna. Deve però fare i conti con l'antisemitismo che dai primi anni '20 circonda la comunità ebraica. Nel 1939 è costretto ad abbandonare la sua terra e a rifugiarsi in Israele. L'invasione tedesca del 1941 e le persecuzioni antisemite porteranno molti lutti nella sua famiglia. Grossbard commemora le tradizioni del suo popolo divenendo uno dei più importanti artisti della carta ritagliata (Paper Cuts Artists) e un pittore di talento, fondatore del Ein Hod Artists' Village. Le sue opere sono ispirate a temi folclorici e legati alla letteratura yiddish ed ebraica.

Moshe Fishon nasce a Varsavia nel 1908, in una famiglia di artisti ebrei. Dotato di notevole talento, apprende i fondamenti della pittura dai genitori. Disegna e dipinge fin da giovanissimo; le sue prime opere di un certo impegno sono le scenografie per il balletto di Felix Parnell. Nel 1930 si trasferisce a Parigi, dove è in contatto con gli artisti della Scuola di Parigi e soprattutto con Chaim Soutine, che diviene suo caro amico ed esercita un'importante influenza su di lui. Quando sembra avviato a una carriera di notevole rilievo, è costretto a fuggire a causa delle persecuzioni antisemite messe in atto dai nazisti. Si rifugia in Russia, dove però è confinato in un campo di lavoro in Siberia, dove trascorre 15 anni in condizioni disumane, nel terrore di rientrare nei piani di sterminio di Stalin. Liberato nel 1956, si trasferisce in Israele, dove apre uno studio e una galleria -a Jaffa- e tiene numerose mostre personali. Fishon è un artista di grande bravura tecnica e di notevole lirismo. I suoi ritratti di ebrei rappresentano, attraverso il destino di un popolo, quello della stessa progenie umana. L'artista Alexander Bogen ha scritto della sua pittura che "mette in rilievo una profonda fede nello spirito umano, senza dipingere macabre scene della tragedia, ma immagini in cui serenità e ottimismo rappresentano la vittoria dell'uomo sulla bestia". Fishon muore nel 1982.

Yehuda Bacon nasce in Cecoslovacchia nel 1929. E' deportato nel ghetto di Theresienstadt nel 1942, con suo padre. Ospite della comunità giovanile denominata Jugendheim L 417, in cui si svolgevano attività culturali sotto la guida di insegnati ed educatori. Nel ghetto Yehuda apprende i fondamenti del disegno e della pittura sotto la guida di Leo Haas, Otto Ungar e Karel Fleischmann. Creare opere d'arte è tuttavia proibito e Yehuda nasconde i suoi disegni, la maggior parte su carta a quadretti, sotto le piastrelle del pavimento o nelle intercapedini delle pareti. In alcuni casi li distrugge, per evitare che siano trovati dalle guardie. Nel mese di dicembre del 1943 Bacon è trasferito ad Auschwitz, il campo di sterminio in cui suo padre viene ucciso in una camera a gas: la stessa sorte che tocca agli artisti Fritta e Karel Fleischmann. In un'opera in stile espressionista dell'adolescenza, Yehuda disegna il volto di suo padre in una nube di fumo che esce dal camino di un crematorio, dolorosa e indimenticabile icona della Shoah. Dei 15.000 ospiti del ghetto, ne sopravviveranno circa 150, fra cui solo 28 fra bambini e adolescenti. Gli altri incontreranno la morte nelle camere a gas o a causa di malattie e privazioni. Dopo la liberazione Yehuda Bacon recupera alcuni dei suoi lavori nascosti, opere giovanili di un artista di grande talento e preziose testimonianze della vita e della morte a Theresienstadt, spesso accompagnate da brevi considerazioni: "Non uscirai da qui, se non attraverso il camino"; "Quando esce dal camino fumo bianco, penso che stanno bruciando della carta o persone grasse". Quindi si trasferisce in Israele, dove studia presso la Scuola di Bezalel, a Gerusalemme, dove otterrà un giorno una cattedra. Alcuni disegni di Bacon, che raffiguravano le camere a gas, furono presentati come prove d'accusa durante il processo contro il criminale nazista Adolf Eichmann. L'artista -le cui opere sono caratterizzate da un espressionismo dolente, che ritrae attraverso una poderosa rappresentazione della sofferenza individuale, lo sterminio di un popolo e di una cultura- ha esposto i suoi disegni e dipinti in Israele, Europa e Stati Uniti. La testimonianza di Yehuda Bacon è contenuta nel documentario "Children of the Holocaust", prodotto nel 1995 da Yorkshire Television Production.

Samuel Bak nasce a Vilna nel 1933 e sopravvive alle persecuzioni naziste. Nel 1948 si trasferisce in Israele, dove studia presso la Scuola di Bezalel, a Gerusalemme. Quindi si perfeziona all'Accademia di Belle Arti di Parigi. Attratto dall'arte del Rinascimento italiano, si trasferisce in Italia, dove matura il suo straordinario talento di disegnatore, incisore e pittore. Le sue opere, spesso caratterizzate da simboli potenti come archetipi cheemergono dall'inconscio dell'umanità, sono accolte in musei e collezioni private. Dal 1933 vive e lavora negli Stati Uniti.

Moshe Kupferman nasce a Jaroslav, Galizia, Polonia nel 1926. Dal 1941 al 1945 è prigioniero con la sua famiglia in un campo di detenzione nell'area dei Monti Urali. Sopravvissuto alla Shoah, emigra in Israele nel 1948, dove partecipa, l'anno successivo, alla fondazione del Kibbutz Lohamei Hagetaot, il Kibbuz dei "Ghetto Fighters". Dal 1971 al 2001 riceve importantiriconoscimenti, fra cui il Premio di Haifa, il Premio Sandberg e il Premio dello Stato di Israele. Le sue opere sono accolte in importanti musei e collezioni private d Europa, Israele e Stati Uniti. Ha partecipato alla Biennale di Venezia, all'Exit Art di New York e ad altri importanti appuntamenti internazionali con l'arte contemporanea. L'artista si spegne il 20 giugno 2003.

Fishl Zylberberg, che si firmava "Zber", nasce a Plotzk, in Polonia nel 1909, da famiglia di fede ebraica. Enfant prodige, all'età di 16 anni entra all'Accademia di Belle Arti di Varsavia, dove si distingue per la sua passione e le sue spiccate qualità nel campo dell'incisione e della stampa d'arte: silografia, acquaforte e litografia.

Ottiene risultati notevoli anche negli ambiti del disegno e della pittura, ma la grafica d'arte resta sempre al centro dei suoi interessi. Espone al Salone di Varsavia. Si sposa in giovane età e nel 1936 si trasferisce a Parigi, dove ottiene rapidamente un considerevole successo; nel 1937 rappresenta la Polonia al Padiglione d'Arte Internazionale. La sua carriera è nel pieno fulgore quando i nazisti occupano la Francia. L'artista è arrestato nel 1941. Il 14 maggio di quell'anno è internato nel campo di Bon-La-Roland; il 19 luglio 1942 è trasferito ad Auschwitz, dove muore in una camera a gas il 26 ottobre. Sua moglie Stenia prese parte ad attività antinaziste a Parigi; fu deportata sotto il nome di Guta Rozenstein e assassinata in un lager nel 1944. Il critico d'arte e amico dell'artista Harry Koren lo descrisse come un talento precocissimo, dotato del genio che hanno solo i grandi maestri. (Nella foto: Ritratto di donna, xilografia).

Richard Grune nasce a Flensburg, in Germania, il 2 agosto 1903. Studia alla Bauhaus di Weimar con diversi insegnanti, fra i quali Wassily Kandinsky e Paul Klee. Nel 1933, quando in partito nazionalsocialista prende il potere, si trasferisce a Berlino. Grune è omosessuale e ben presto si accorge delle misure repressive attuate dal regime contro la sua categoria. I locali per omosessuali vengono chiusi e nei luoghi in cui si incontrano sono effettuate vere e proprie retate. L'artista è arrestato nel dicembre 1934 insieme ad altri 70 omosessuali, in seguito a delazione. Interrogato duramente, riconosce la propria omosessualità, che è considerate un reato in base al Paragrafo 175, e trascorre cinque mesi in detenzione, quindi torna a casa, sul confine fra Germania e Danimarca.

Nel settembre del 1936 è condannato ad altri dieci mesi di custodia cautelare. La Gestapo, tuttavia, prolunga la detenzione e nell'ottobre del 1937 lo deporta presso il campo di concentramento di Sachsenhausen, dove resta fino all'inizio di aprile 1940, quando è trasferito a Flossenbürg. Cinque anni dopo, quando le forze di liberazione americane raggiungono il lager in cui è detenuto, Grune fugge e raggiunge sua sorella a Kiel. Dal 1934 al 1945 l'artista ha subìto umiliazioni e vessazioni inhumane, soprattutto a partire dal 1940, quando Himmler promosse una repressione violenta contro gli omosessuali nei lager, comprendente la castrazione. Il capo della Gestapo approvò anche l'esperimento di Buchenwald, nel quale alcuni medici iniettarono ormoni maschili in soggetti omosessuali, allo scopo di convertirne l'orientamento. Al termine della guerra si registrò l'arresto di 100.000 omosessuali, di cui il 60% morì. Numerosi sopravvissuti furono nuovamente incarcerati, ancora in base al Paragrafo 175, che rimase in vigore fino al 1969. Tuttavia la legge fu definitivamente abolita solo nel 1994. Nel 1947 L'artista cerca di portare all'attenzione del mondo la tragedia della deportazione degli omosessuali, pubblicando un portfolio di sue litografie in edizione limitata: "Passion de XX. Jahrhunderst" (Passione del XX secolo). Dopo la fuga, Grune trascorre molti anni in Spagna, per tornare in seguito a Kiel, dove muore nel 1983. (Nella foto: litografia da "Passion de XX. Jahrhunderst", 1947).

Anatoli Kaplan nasce a Rogachev, Bielorussia, nel 1902. Studia all'Accademia delle Art di Leningrado dal 1921 al '26. La vita degli ebrei negli shtetl, la preghiera nelle sinagoghe e la quotidianità nelle case, caratterizzata dalle antiche tradizioni Yiddish sono i soggetti della sua pittura e della sua grafica d'arte, che riguarda soprattutto litografie. Nel 1939 diventa membro dell'Unione degli Artisti. Espone in collettive nel suo paese e in qualche personale in Occidente: Vienna nel 1966, Lipsia nel 1971, New York nel 1991. La sua arte ricorda con nostalgia e sentimento un mondo perduto: la vita semplice e profondamente religiosa negli shtetl, la cultura yiddish, la poesia dell'ebraismo in Europa prima dell'Olocausto.

Rafael Chwoles nasce a Vilna nel 1913. Studia con importanti maestri come Marian   Kulesza, Mosze Lejbowski e Alexander Szturman. Tiene mostre collettive insieme ad artisti yiddish a partire dal 1933, quando vince il premio per il miglior ritratto alla Mostra dei giovani artisti di Vilna. Eccelle in diverse tecniche, dall'acquerello alla gouache, dalla tempera all'olio. La sua prima personale è tenuta a Vilna nel 1938. Insegna pittura alla Scuola Ebraica e dal 1940 è direttore della Scuola d'Arte Naujoji di Vilna. Nello stesso anno deve fuggire in Russia per evitare le persecuzioni naziste. Nel 1945, dopo la liberazione, torna a Vilna per dipingere con la sua pittura yiddish libera e potente le rovine del ghetto, nei cicli "Ghetto" e "Architetture della vecchia Vilna". Dal 1945 al '48 espone le sue opere a Vilna, Kaunas, Mosca. Nel 1959 si stabilisce a Varsavia, dove disegna per riviste e libri ebraici; realizza inoltre una serie di monotipi su soggetti biblici. Nel 1964 è eletto presidente della Commissione Culturale Centrale Ebraica della Polonia. Collabora con l'UNESCO e l'UNICEF, per cui crea una serie di dipinti dedicati all'infanzia. Espone a Varsavia, Londra, Tel Aviv. Nel 1969 si stabilisce a Parigi, impegnandosi nella vita culturale della comunità ebraica. Espone nella capitale francese, in Canada e negli U.S.A. I suoi capolavori dagli anni '40 e '50 sono dedicati a scorci di una Vilna devastata dai nazisti, ritratti di ebrei del ghetto, allegorie della memoria. Quindi si dedica a paesaggi cittadini e fiori, dipingendo sempre con le sue pennellate lunghe e istintive, mescolando colori puri direttamente sulla carta o sulla tela. Anche la carta ritagliata, tipica dell'arte yiddish, riscuote il suo interesse; notevole consenso riscuotono i suoi collage dal cromatismo vivo e la matrice surrealista. Opere di Chwoles sono accolte in musei e collezioni private di tutto il mondo. La sua arte è perfettamente rappresentativa del linguaggio pittorico yiddish, un linguaggio basato sulla rappresentazione svincolata da qualsiasi regola di oggetti, luoghi e persone, in cui la forza dei contrasti cromatici conduce l'osservatore a cogliere la vitalità e la spontanea santità del mondo e dell'umanità che lo popola.

Lea Grundig, nata Langer, vede la luce a Dresda, in Germania, nel marzo del 1906, da genitori ebrei benestanti. Dal 1922 al '26 studia alla Scuola di Arti Applicate e Belle Arti della sua città natale, dove incontra il suo futuro marito Hans Grundig. E' influenzata dal realismo sociale di Kathe (scrivi giusto) Kollwitz e dall'arte pacifista di Otto Dix. Nel 1926 aderisce al Partito Comunista. Negli anni seguenti stampa e diffonde le proprie silografie su temi legati alla maternità e alla condizione del proletariato. Quando il nazismo prende il potere, le è proibito di realizzare ed esporre le sue opere. Dal 1933 al '39 crea in clandestinità opere contro il regime della svastica. E' arrestata nel '36 e nel '38. Trascorre molti mesi nel carcere della Gestapo. Nel dicembre del 1939 emigra in Palestina, dove realizza alcuni cicli dedicati alla persecuzione degli ebrei nei ghetti e nei lager d'Europa. I cicli sono pubblicati a partire dal 1944 nei volumi "Nella valle della morte", "Ghetto" e "Mai più!".   Nel 1949 raggiunge suo marito a Dresda via Praga. Nel 1951 insegna presso l'Università Tecnica di Belle Arti di Dresda. Diviene poi membro dell'Accademia di Belle Arti e presidente dall'Associazione degli Artisti della Repubblica Democratica Tedesca. Muore nel corso di un viaggio nel Mediterraneo nel mese di ottobre del 1977.

Regina Mundlak nasce a Lomz, in Polonia, nel 1887. Si interessa alle belle arti fin da giovanissima. Autrice di disegni, incisioni e dipinti, studia a Berlino, dove lavorerà con Max Liebermann, Moshe Liellian ed Herman Struck. La sua arte è presto riconosciuta e le sue opere, principalmente ritratti di ebrei e scene di vita ebraica, conseguono importanti consensi. L'avvento del nazismo e le persecuzioni antisemite la conducono a un a vita di stenti, fame e malattia nel Ghetto di Varsavia. Il dottor Emmanuel Ringelblum, l'eminente storico ebreo che vive nascosto nella zona ariana di Varsavia e si impegna a favore della gente del Ghetto, cerca di trarla in salvo, ma invano. Regina Mundlak è deportata a Treblinka nel 1943 (alla fine del 1942 secondo alcune fonti), dove viene assassinata dai nazisti.

 
 
 
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