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Mitologia, poesia e religione dell'antica Grecia
Di Roberto Malini
V
Pantheon cretese
Lo studio della religione cretese dell'Età del Bronzo incontra difficoltà opposte rispetto alle analoghe ricerche in altre regioni del mondo greco. L'archeologia ci ha infatti restituito una nutrita varietà di vestigia di santuari, elementi di arredo cultuale, offerte votive rese alle divinità, tra le quali un gran numero di campanacci in argilla risalenti al Minoico Medio. Tuttavia nessuna decifrazione delle forme di scrittura cretesi, nonostante i numerosi studi e tentativi a riguardo, ha dato fino a oggi risultati convincenti. La più antica scrittura cretese è simile sotto alcuni aspetti a quella geroglifica egiziana, sotto altri alla pre-cuneiforme della Mesopotamia. E' anche possibile che essa abbia radici nelle culture della Siria o della Cilicia. Il Lineare B, scrittura adoperata a Cnosso nel XIV secolo a.C., ha numerosi elementi in comune con il greco, tanto che l'inglese M. Ventris la decifrò in quel senso, con risultati apprezzabili. Il problema della corretta decifrazione tuttavia potrebbe essere risolto solo dal ritrovamento di un testo bilingue di un a certa consistenza, come la stele di Rosetta. Per quanto riguarda le conquiste dell'archeologia, state ritrovate in grande varietà episodi religiosi e scene di culto affrescati nei palazzi, raffigurati nelle tombe, sui vasi, sui sigilli. Gli animali che ancora oggi sopravvivono sull'isola, le capre selvatiche dette agrimia, i rettili, gli scorpioni e i rogalidha, ragni velenosi simili alle tarantole, servirono da modelli per la creazione di amuleti e sigilli; prestarono inoltre alcuni tratti alle immagini delle divinità teriomorfe o ibride. Anche se alcune scoperte recenti potrebbero indurci presto a mettere in discussione questa sicurezza, e ad affiancare la figura divina maschile a quella femminile, possiamo ancora affermare che la più importante divinità venerata dai Cretesi dell'Età del Bronzo fu una grande dea, moltiplicatasi nel tempo in un gruppo di divinità femminili dalle caratteristiche simili. La dea cretese è affine al di là di ogni dubbio alla mesopotamica Ishtar (Astarte in Siria), all'egizia Iside, alla Grande Madre di molti popoli, le cui origini si perdono nell'abisso del tempo. La dea fu adorata insieme a divinità maschili: lo sposo sacro e il giovane dio della vegetazione di cui ogni anno si piangeva la morte e si festeggiava la resurrezione. Questa forma di culto rivivrà in Grecia nei riti in onore di Cibele e Attis, Iside e Osiride, Afrodite e Adonis. Sull'isola fu a lungo viva la tradizione del dio supremo, Zeus, che muore e risorge. A Creta si venerava un "sepolcro di Zeus", presso il quale erano svolte cerimonie funebri e lamentazioni. L'idea di uno Zeus soggetto a morte non fu mai accettata dai Greci e l'antica tradizione guadagnò agli isolani l'appellativo di "mentitori", rimarcato nei versi di Epimenide e Callimaco. A quanto riferisce Paolo Apostolo, Epimenide Cretese disse del suo popolo:
Cretesi, bugiardi da sempre,
animali blasfemi, solo ventre.
La dea cretese era considerata vergine e madre, signora degli animali e dei leoni -come la greca Madre degli dei-, associata agli uccelli, ai serpenti e ai fiori. Suoi simboli erano il betilo -pietra cosmica da cui avrà origine l'erma- e l'albero della vita. A lei obbedivano i dèmoni e gli spiriti dei monti, della selva, del mare. In alcuni casi fu rappresentata con la spada -come Atena- e l'ascia bipenne. Un idolo in argilla ritrovato in un santuario a Gurnia e altre immagini la mostrano a seno scoperto mentre solleva al cielo alcuni serpenti: gesto rituale che simboleggia il suo triplice potere di nutrire, conservare e distruggere.
Zeus è nome greco; il dio cretese dell'Età del Bronzo che i sapienti di epoche successive identificheranno all'Olimpico, era chiamato -secondo alcuni studiosi- Velkhanos, il cui culto era ancora praticato a Gortina durante l'età classica. Portò lo stesso nome il dio etrusco che i Romani accolsero come Vulcano, attribuendogli i caratteri di Efesto.
Nella sezione occidentale dell'isola esistevano ancora al tempo dei Greci e anche dei Romani i templi eretti in onore di Dictynna, ipostasi della grande dea cretese adorata fin dall'Età del Bronzo o forse epiteto di una delle nutrici divine di Zeus, Amaltea ed Adrastea. Britomartis, la "dolce vegine" che i Greci riconobbero identica ad Artemide, potrebbe essere la stessa divinità. Fuori di Creta, Diktynna ebbe onori ad Atene, Sparta e in altre città greche. Le sue caratteristiche divine sono piuttosto simili anche alla Despina d'Arcadia. A Cnosso fu venerata con particolare devozione Arianna (detta anche Ariadne o Ariagne), che fu in origine una dea della vegetazione e degli inferi; nell'isola di Nasso si celebravano la sua morte e la sua rinascita annuali. I Greci accolsero altre divinità femminili da Creta. Eleuthya -dea cacciatrice patrona delle nascite, che aveva un santuario a Latô- può essere associata tanto a Ilizia quanto a Latona, madre di Apollo e Artemide. Europa -che secondo la mitologia greca fu rapita e condotta a Creta da Zeus- passò dall'Asia a Creta e da lì al mondo ellenico, che la venerò anche come Demetra Europa. Dall'Egitto a Creta giunse in tempi lontani Iside dalle corna di vacca: Io o Pasifae, "colei che su tutto splende", conosciuta dai Greci anche con i nomi e nelle forme di Ecate e di Selene dalle belle chiome, che da sé scosse via con un brivido orribile l'animale che cadde sulla terra, il Leone. Io, Pasifae, Ecate, Selene: nomi che riconducono ad Artemide, Atena e Afrodite, nei cui corpi divini è infuso il soffio della Grande Madre.

Molte genti della Grecia rivendicavano la nascita di Zeus presso la loro città o tra i monti della loro regione. Alla possibilità che il re degli dei fosse nato Creta, sul monte Ida, i teologi antichi riservarono tuttavia una considerazione particolare, nonostante il fatto che nei culti che si celebravano sull'isola il dio morisse e rinascesse a vita ogni anno. Sotto molti aspetti, Zeus cretese, cui l'Ellade attribuì l'epiteto di "Cretagene", è simile al dio greco di origine orientale Dioniso Zagreus e agli dei della vegetazione, i "fanciulli solari": Adonis, Tamuz, Attis, Giacinto, Dafni. Certo è che, intorno al 500 a.C., a Dioniso e Giacinto i Cretesi tributavano ancora particolari onori di culto. L'antico Inno ai Cureti, dedicato a Zeus Dikteo e riportato in un'iscrizione di Paleocastro risalente al IV secolo a.C., celebra la sovranità e le origini del dio:
Salute a te, grandissimo fanciullo,
salve, figlio di Crono,
pieno di gloria luminosa, prìncipe
delle anime sante.
Vieni per l'inno sacro a Ditte: ti sia grato
il canto delle lire, dei flauti e delle voci
che a te leviamo, in piedi
ai lati del tuo altare,
che fu fatto con arte.
Immortale fanciullo, che i Cureti
dai forti scudi accolsero da Rea
e protessero impavidi:
...
gioisci per le mandrie, per le greggi!
Gioisci per il campi, per le case,
per le città e le navi sopra i mari!
Gioisci per i giovani e per Temi!

I Cretesi, specie nella loro storia più remota, venerarono divinità teriomorfe e altre dalla testa animale, che ricordano quelle dei pantheon egiziano ed anatolico. Sui sigilli appaiono inoltre sfingi, minotauri e dèmoni danzatori simili ai satiri greci. Uno dei simboli ritrovati più frequentemente dall'archeologia cretese è l'ascia bipenne, la cui denominazione greca "labrys" è all'origine della parola "labirinto". Essa venne raffigurata a Cnosso su vasi in argilla, fregi, recipienti rituali, altari e blocchi di pietra. Bipenni in bronzo sono state rinvenute in alcune grotte, tra cui quelle di Arkalokhori e Psicro. Nella spelonca di Psicro sono venuti alla luce resti di bovini, ovini, suini, cani e animali selvatici. Un santuario rupestre ci ha restituito terracotte rappresentanti gli stessi animali e altri ancora: porcospini, donnole (o gatti), tartarughe. Tali reperti potrebbero indicare un antichissimo culto animistico, retaggio di cacciatori.
Tornando alla bipenne, il suo significato doveva essere simile a quello del fulmine di Zeus, del tridente di Posidone, della clava di Ercole. Non si trattava tuttavia -a mio parere- di uno strumento di offesa, ma di un attrezzo usato dagli agricoltori per limitare il sottobosco e lavorare il legno. Simbolo della terra, la bipenne non aveva probabilmente scopo diverso da quello dell'ascia-scure utilizzata sull'isola ancora ai nostri giorni: la lama dell'ascia per tagliare, la scure per zappare e sarchiare. Sulla bipene erano collocati a volte uccelli di terracotta, simbolo della presenza degli dei sulla terra. Il simbolo del serpente -il quale "muore" ogni volta che abbandona le spoglie e "rinasce" quando la sua muta si compie- racchiude forse lo stesso dolore e la stessa esultanza che si alternavano sulla pietra sepolcrale di Zeus Cretagene. Il toro, grande simbolo animale di Creta e delle sue tradizioni, rappresentava il potere generativo del sole universale. Come Bacco per i Greci, lo Zeus cretese poteva assumere il duplice aspetto di fanciullo e toro. Le feste in onore del toro comprendevano giochi agonistici e cerimonie di iniziazione. Oltre alle corse, al pugilato, alla lotta e a prove di abilità, i giochi sacri che si tenevano presso le grandi corti dell'isola comprendevano ardite gare acrobatiche sul dorso di tori selvaggi.
Nelle "Storie Cretesi" Epimenide illustrò una serie di miti che trovano pieno riscontro nelle immagini e nei simboli portati in luce dagli scavi archeologici sull'isola. Gli antichi tramandavano che Epimenide fosse giunto ad Atene dall'isola di Creta, invitato da Solone e che fosse un sapiente dotato di incredibili facoltà riguardo alle cose divine, tanto da riuscire a salvare la città dell'Attica, travagliata dalla peste e dai conflitti, attraverso le purificazioni. Egli non aveva seguito gli insegnamenti di un maestro mortale, ma aveva appreso molte verità teologiche dalle stesse divinità, che aveva incontrato in sogno durante un sonno meraviglioso durato quarant'anni. Il teologo di Festo narrò così l'infanzia di Zeus Ditteo:
Sul monte Ida, a Ditte amena, per un anno
tennero Zeus fanciullo nascosto e lo nutrirono,
mentre Crono ingannavano i Cureti Dittei.
Allattato dalla Capra, Zeus crebbe nella caverna Dittea. Quando il piccolo vagiva, i Cureti danzavano e producevano un forte strepito, in modo che il padre non si accorgesse mai della presenza del piccolo, sottratto dalla madre Temi alla fame di Cronos. La Capra era figlia di Helios ed aveva un aspetto così terribile che gli dei avevano chiesto alla Terra di celarla per sempre alla loro vista. Quando il fanciullo divenne adulto e dovette affrontare i Titani che attentavano al suo regno, egli -obbedendo a una profezia- usò come arma la pelle della Capra, che era invulnerabile, suscitava il panico e riportava sulla schiena il volto della Gorgone. Zeus poteva apparire così in duplice sembianza (come dio celeste e come dio capro o Pan). In seguito riportò la Capra alla vita immortale, rivestendola con una nuova pelle. Essa infine brillò fra gli astri e Zeus, proprio per la sua pelle, fu chiamato "egioco".
Riguardo al mito del serpente, Epimenide raccontò che Zeus, quande Crono decise di attaccarlo, usò l'astuzia e trasformò se stesso in un drago, mentre alle sue nutrici Amaltea e Adrastea diede sembianza di orse. Dopo aver ingannato il padre, ereditò il suo regno e in seguito disegnò sulla volta artica gli eventi che erano accaduti a lui e alle sue nutrici. A proposito di Dioniso e Arianna, il sapiente di Festo narrò che il dio si era innamorato di lei quando giunse presso Minosse e le fece dono di una corona preziosa. Il gioiello, opera di Efesto, era d'oro brillante come il fuoco e di pietre preziose provenienti dall'India. La corona di Arianna fu poi posta tra le stelle.
Su alcuni sigilli cretesi del Minoico Medio è raffigurato il dio capro che gli Arcadi chiameranno Pan; in un caso il demone è rappresentato con le ali. Epimenide scrisse che a Creta vi fu un dio Pan più antico di Zeus e che il figlio di Pan, Capricorno -di aspetto simile al padre, con i piedi e le corna di capra- fu insieme a Zeus Ditteo durante lo scontro con i Titani. Durante il conflitto divino, Capricorno inventò la conchiglia sonora, detta "panica", il cui suono spaventoso mise in fuga i Titani. Assunto il potere, Zeus pose lui e sua madre, la Capra, fra le stelle. Per aver scoperto nel mare la conchiglia dal forte suono, Capricorno ebbe come attributo distintivo la coda di pesce. Secondo l'autore delle "Storie Cretesi", il dio Pan si manifestò in Arcadia solo successivamente, generato con il gemello Arcade da Zeus e Callisto. Un sigillo proveniente dalla grotta del monte Ida mostra una sacerdotessa (o un sacerdote o una dea o un dio) che soffia entro la conchiglia panica, accanto a un altare sormontato da quattro paia di corna di consacrazione: invoca probabilmente Pan al culmine di una cerimonia in onore del dio.
I Cretesi dedicarono ai loro dei edifici di culto semplici, a un solo vano, e altri più complessi. I santuari minori erano costruiti con un piccolo portico anteriore; in alcuni casi ne erano privi. Al loro interno erano sistemate le immagini di culto e lungo le pareti vi erano banchi sui quali i fedeli ponevano le offerte votive. A questo tipo appartengono il tempio di Gurnia, risalente al Minoico Medio o Tardo, e il piccolo Tempio delle Bipenni di Cnosso, appartenente al Minoico Tardo. In quest'ultimo vi erano due paia di corna di consacrazione sul banco delle offerte, con aperture alle estremità destinate a ricevere elementi sacri, probabilmente fronde rappresentanti gli "alberi della vita". Sul pavimento erano grandi vasi, destinati a ricevere offerte di alimenti e bevande. Un altare circolare a tre piedi si trovava sul pavimento; su di esso era una base tubolare, sulla quale venivano posti i vasi con le offerte. Nei santuari erano sempre presenti immagini della grande dea, con le braccia levate al cielo, e a lei erano associati i simboli sacri: i serpenti, le colombe, le sfingi, i leoni, i grifoni, le capre, i draghi. I templi più complessi avevano numerose stanze, altari , immagini di culto. Sull'isola vi erano inoltre boschetti e luoghi naturali consacrati, e santuari scoperti, entro i quali crescevano gli alberi sacri. I templi rupestri
-uno dei quali è raffigurato su un vaso a rilievo ritrovato a Zakro- costruiti sui monti, in posti quasi inaccessibili, erano meta di pellegrinaggi. I fedeli che li raggiungevano celebravano sacrifici in onore degli dei e offrivano -unitamente alla fatica compiuta e agli ostacoli superati per raggiungere il luogo- cibi, bevande, manufatti d'argilla o anche oggetti di maggior pregio. Le corna di consacrazione si trovavano in tutti gli spazi sacri, a volte in gran numero, come mostra -per esempio- un sigillo ritrovato a Cnosso.
Le tradizioni religiose cretesi erano assai complesse. Nei loro miti e nella loro simbologia sacra non è difficile identificare la presenza di elementi ermetici, il cui vero significato era conosciuto dai sacerdoti e dagli iniziati. Il simbolo della corona di Arianna sembra riferirsi al tesoro della sapienza sacra, composto dall'oro prezioso e fulgido della rivelazione e dalle gemme di sapere iniziatico provenienti dall'Asia. Cerimonie e pratiche avevano un ruolo di eccezionale importanza, nella vita dei Cretesi. Le evoluzioni sui tori, raffigurate ovunque e in modo speciale a Cnosso, e la pratica di un pugilato violentissimo, ove i contendenti indossavano elmetti di bronzo e strumenti per colpire con estrema durezza, avevano probabilmente legami con i riti di fertilità, insieme ad altre offerte di sangue. Colonnette falliche -forse totem dei Dàttili Idei- erano il retaggio dei culti del fallo praticati presso le grandi civiltà entrate in contatto con l'isola, culti che avranno un'ampia diffusione in Grecia e in Italia. La danza aveva un ruolo di primissimo piano, nella religione minoica. Una danza orgiastica assai rumorosa, condotta nello strepito di campanacci e scudi bronzei, celebrava l'infanzia di Zeus sull'Ida, i cui vagiti erano coperti con simile fragore dai Cureti Dittei, che così lo salvarono dai torti progetti di Crono. Al dio erano offerti in quell'occasione miele e latte di capra, gli alimenti con cui fu alimentato dalle nutrici nella più tenera età. Sul celebre vaso di pietra ritrovato ad Haghia Triada gli agricoltori cantano e danzano per invocare o festeggiare la generosità della terra. Su un sigillo d'oro proveniente dal palazzo di Cnosso, danzano le donne in onore di Temi, la grande dea cretese. Tra i simboli vegetali legati al mondo della dea madre ha un ruolo importante il papavero. Questo può indurci a ritenere che i Cretesi fecero uso di oppio, estratto dal fiore sacro, per favorire il raggiungimento di stati contemplativi ed estatici. Un modello in argilla di altalena emerso dagli scavi di Haghia Triada rivela con certezza che il dondolante passatempo di oggi era allora una struttura cerimoniale, praticata dalle donne -che staccandosi da terra divenivano "colombe"- nell'àmbito di una cerimonia di fertilità. Una figurina in bronzo conservata al museo di Berlino rappresenta una sacerdotessa che piange il dio morto. Figure simili -sicuramente nate da un solo, arcaico modello ideale- appartennero all'immaginario dell'età della pietra e della ceramica, come dimostra la "piangente" in terracotta restituita dagli scavi di Hacilar, nella regione anatolica, risalente al 6000 a.C.
Alcuni sigilli riportano immagini di fedeli impegnati nella ricerca rituale di un'erba magica, necessaria per risvegliare il dio dal sonno mortale in cui è sprofondato. Come nel mito di Glauco -il figlio di Minosse affogato nel miele- sarà il serpente a rivelare ai cercatori il luogo in cui cresce la pianta dalle proprietà taumaturgiche.

La religione cretese offriva la promessa di una vita dopo la morte, come mostrano le scene di viaggi ultraterreni rappresentate sugli anelli. L'isola rendeva ai defunti cure e onori particolari. Su un sarcofago in pietra del XIV secolo a.C. è raffigurato il defunto vicino al proprio sepolcro e due donne che gli offrono cibo e bevande. Tre sacerdoti (o parenti) conducono due tori sacrificali e l'imbarcazione sulla quale lo spirito del defunto dovrà intraprendere il lungo viaggio verso un altro stato di esistenza. La lira di un vate accompagnerà la sua navigazione ultramondana.
I Cretesi inumavano i propri defunti; in alcuni casi essi venivano tuttavia cremati, secondo l'usanza anatolica. Nel periodo antichissimo, i morti erano sepolti in tombe comuni, ciascuna delle quali era riservata a un gruppo familiare o religioso; successivamente i corpi furono inumati in piccole tombe individuali. Nel Minoico Medio, i corpi erano posti in grembo alla terra in posizione fetale, a volte all'interno di grandi vasi. Le famiglie nobili costruirono sepolcri in muratura, al cui interno vi era un arredamento funebre prezioso; talora posero i loro morti entro sarcofagi. Insieme alla dea madre dalle braccia alzate verso il cielo, grandi divinità itifalliche vegliavano sul sonno immobile delle loro membra e promettevano vita al loro spirito.
La religione cretese fu permeata di magia; pratiche magiche erano compiute nelle grandi feste sacre che commemoravano le vicende degli dei, nei riti che si celebravano per assicurare fertilità alla terra e alle donne, nelle cerimonie funebri. L'enigma del disco di Festo potrebbe forse spiegarsi in questo suggestivo àmbito. Esso non è privo, infatti, di analogie con la ruota magica (iugx) utilizzata dalle streghe della Tessaglia e in genere nel mondo pastorale greco per compiere fatture. Nel secondo idillio di Teocrito, la ruota è associata a una leggenda dell'isola di Creta:
Bevo tre volte e per tre volte io ripeto
la mia richiesta, o dea: che sia femmina o maschio
chi lo ama, smarrisca la memoria di lui,
così come si narra sia capitato a Teseo,
che in Dia dimenticò la benchiomata Arianna.
Conduci, ruota magica, quell'uomo a casa mia!
(Nelle foto: Il labirinto; la Dea dei serpenti; vaso rituale a testa di toro).
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Lezione di pittura Yiddish
Di Roberto Malini
Negli shtetl , i villaggi ebraici dell'est europeo, si pregava, si suonava, si cantava e si dipingeva. La tragedia della vita quotidiana, delle persecuzioni, dei pogrom e dell'antisemitismo, che erano tristi realtà anche prima dell'avvento del nazionalsocialismo, non impediva agli ebrei di gioire del dono della vita. Negli shtetl gli ebrei scherzavano con la vita, con la morte e con Dio e loro -Dio, la vita e la morte- scherzavano con i rabbini, i violinisti sul tetto, i macellai rituali e gli altri abitanti dello shtetl. "La Kabbalah insegna che la prima parola della Bibbia, Bereshith (In principio),si può anagrammare in tahev shir (voluttà di canto)": notò lo scrittore yiddish premio Nobel Isaak Bashevis Singer. Ecco l'umorismo yiddish , la spontaneità yiddish , la sapienza yiddish .

La pittura dei villaggi e delle comunità askenazite era così: entusiastica e spontanea come una preghiera, gioiosa come una danza o una canzone. Gli artisti e i critici d'arte dell'Europa antisemita, che usavano il termine yiddish , applicato all'arte, come sinonimo di 'imperfetto', 'degenerato', 'ridicolo', inseguivano una forma che racchiudesse la purezza della loro razza e della loro tradizione. Fu Adolf Hitler stesso, pittore di nessun genio, nel 1937 a definire l'avvento della Volkskunst , l'arte del popolo tedesco.

Rappresentazione di famiglie ariane prospere e sorridenti, di una natura asservita all'uomo, di donne dagli ampi bacini: pronte per arricchire la progenie tedesca. Contemporaneamente, il capo dei nazisti definì Entartete Kunst , arte degenerata, quella che esprimeva la sofferenza dell'essere umano, la profondità della sua anima, la necessità del suo essere unico e "diverso". Di tutte le forme d'arte non conformi alle aspettative autocelebrative dei nazisti, quella yiddish era la più combattuta. Con l'etichetta di "dipinti alla maniera yiddish " si bollavano le opere destinate al rogo. In realtà la pittura yiddish , inascoltata e incompresa, si rivolgeva all'anima dell'umanità: S'iz an emese mayse, così diceva. "Questa è una storia vera". Tutto vive, tutto esiste, tutto cresce. Ma tutto, come se fosse lieve e alato, non permane. Se passa il vento, niente è più sicuro di vivere, di esistere né di crescere. Ecco perché il disegno, il colore, le pennellate dell'arte yiddish colgono la realtà nell'attimo in cui essa si illumina di vita, ma non la definiscono, perché la sua gioia è impermanente.

Danza la mano del pittore che impugna il pennello; canta il colore sulla carta, sulla tela; niente si ferma, ogni creatura, ogni cosa nascono e muoiono con ali visibili o invisibili. "Bisogna dipingere come se si rivolgesse a Dio un ringraziamento," spiega il maestro all'allievo. "Non riflettere sul giorno, perché arriva la notte. Non fermare il pensiero sulla natura, perché arriva la carovana degli uomini. Non dire 'fiori', perché sono già frutti. Non dire 'foglie', perché è già autunno. E soprattutto, non dire 'domani', perché è già ieri".
(Nelle foto: opere di Marc Chagall, Moshe Rosentalis, Issachar Ber Ryback).
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Anniversario della nascita di di Giacomo Leopardi
Recanati 29 giugno 2005
CCVII Anniversario della nascita di di Giacomo Leopardi
La ormai storica cerimonia si svolgerà alle 18.30 nell’Aula Magna del Comune di Recanati nella quale, dopo i saluti delle autorità, il prof. Michael Caesar dell’Università di Birmingham svolgerà il tema della conferenza commemorativa, “La voce perduta”.
Successivamente sarà consegnato il Premio Leopardi “Una vita per l’Insegnamento e la Critica” al prof. Cesare Galimberti dell’Università di Padova.
Verranno poi premiati i vincitori del X Concorso internazionale per tesi di laurea e di dottorato riguardanti Leopardi. La Commissione presieduta dal prof. Luigi Banfi, riunitasi il 14 giugno a Recanati presso il CNSL ha indicato le tesi premiate, primo e secondo premio per quelle di laurea, primo e secondo premio per quelle di dottorato, più quella premiata dalla Fondazione Piazzolla di Roma e quella dal Comune di San Severo in memoria dello studente Domenica Cardella.
Per la terza volta, nel terzo millennio, dopo Smaranda Elian dell’Università di Bucarest nel 2002 e Alessandro Makov dell’Università di Mosca nel 2004 la conferenza commemorativa di Giacomo Leopardi per il CCVII anniversario della sua nascita è affidata a un leopardista non italiano, l’inglese Michael Caesar, a conferma della diffusione negli ultimi 15 anni della conoscenza delle opere di Leopardi e del grande interesse internazionale per la sua straordinaria modernità.
Il Centro Mondiale della Poesia e della Cultura “G.Leopardi” pubblica per l’occasione una preziosa Cartella delle Grafiche Fioroni contenente uno scritto inedito di Yves Bonnefoy dedicato al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, tradotto da Enrico Capodaglio, e la sua traduzione in francese del canto stesso accompagnati da una incisione di Rossano Guerra, uno tra i più apprezzati incisori marchigiani, che Bonnefoy ha giudicato interprete felice del suo pensiero.
Viene anche presentato in prima traduzione italiana e in onore dei poeti tailandesi e della loro patria colpita dal tsunami il volumetto dei Canti del Principe Thammabibes, grande poeta tailandese del XVIII secolo. L’operazione è nata dal rapporto di solidarietà e amicizia che lega il Centro mondiale al poeta Montri Umavijani traduttore in tailandese di alcuni canti di Leopardi. L’edizione è del Centro mondiale, la traduzione di Salvatore Statello, la stampa è offerta dalla TECNOSTAMPA di Recanati.
Alle 21.30 nella Piazzuola del Sabato del villaggio Spettacolo di musica e poesia a cura del Piccolo Teatro di Milano e del Centro Mondiale della Poesia di Recanati.
DUE GRANDI ARTISTI PER LEOPARDI
Franco Graziosi attore Marco Sollini pianista
Annamaria Ghirardelli voce guida
I Canti di Giacomo Leopardi e le musiche di Franco Mannino e di Marco Sollini
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Recanati City of Poetry
National Centre of Leopardian Studies
World Centre of Poetry and Culture “G.Leopardi”
Celebration of the CCVII birth anniversary of Giacomo Leopardi Recanati 29th June 2005
h. 18.30 Aula Magna - Town Council Palace
Greetings from Authorities
“ La Voce Perduta ” commemorative lecture by Prof. Michael Caesar University of Birmingham
Awarding of the Prize Leopardi “ A Life for teaching and criticism ” to Prof. Cesare Galimberti - University of Padua
Award Ceremony of the winners of the X International Prize thesis of degree and thesis of doctorate on a leopardian subject
h. 21.30 Sabato del Villaggio square
Two great artists for Leopardi
Franco Graziosi actor
Marco Sollini pianist
Leading voice
Annamaria Ghirardelli
direction
Piccolo Teatro of Milano Teatro d’Europa - World Centre of Poetry and Culture “G.Leopardi” - Recanati
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MICHAEL CAESAR
Michael Caesar, di origine londinese, si è laureato a Cambridge con una ricerca sulla teoria dei generi letterari nella critica romantica. Le questioni sollevate da questo tema lo hanno portato a tradurre la Critica del gusto di Galvano Della Volpe e a coltivare un interesse mai interrotto per gli autori del primo Ottocento italiano e particolarmente per Leopardi.
Nel frattempo si è occupato anche della narrativa e della cultura contemporanea (Writers and Society, con Peter Hainsworth, 1984; Contemporary Italy - since 1956 - nella Cambridge History of Italian Literature, 1996; Umberto Eco. Philosophy, Semiotics and the Work of Fiction, 1999) e della teoria e della storia della ricezione ( Dante: The Critical Heritage, 1989).
Su Leopardi ha pubblicato una serie di articoli di cui alcuni toccano direttamente o indirettamente il tema della’voce’ ( Poet and Audience in the Young Leopardi,1982; Le ‘Operette morali’ e le risorse del dialogo,1989; Appunti sulla voce in Leopardi,1989; Leopardi and the Knowledge of the Body, 1992; ‘Mezz’ora di nobiltà’.Leopardi e i suoi lettori, 2002).
Negli ultimi anni come Research Yellow del Leverhulme Trust (2002-2005) si è potuto dedicare più ampiamente allo studio dell’oralità cin una ricerca sulla poesia contemporanea:Oralità, Text and Performance in Italy, 1700-1860. Un volume di saggi da lui curato su Oralità and Literacy in Modern Italian Culture sarà pubblicato nel 2006.
Dal 1994 dirige il Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Birmingham dove nel 1998 si è installata la cattedra leopardiana fondata dal CNSL con il nome ‘The Leopardi Centre in Birmingham’.
Per un recente accordo con il CNSL di Recanati il suo dipartimento ha iniziato la traduzione integrale dello Zibaldone che vedrà la stampa entro i prossimi sei anni permettendone la diffusione in tutti i paesi anglofobi.
Michael Caesar condivide con la moglie, Hanne Hallamore Caesar, titolare della cattedra d’italianistica dell’Università di Warwick, la passione per i libri, il cinema e le lunghe passeggiate nelle montagne del Galles, e per tutto quello che la vita ha da offrire in Francia e in Italia.
I due figli invece hanno ristabilito i legami con Londra, l’uno come avvocato, l’altro come editor televisivo.
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CESARE GALIMBERTI
Cesare Galimberti, professore emerito di Letteratura italiana all’Università di Padova, ha rappresentato e rappresenta ancora con autorevolezza e originalità, un punto alto nella storia della critica leopardiana del Novecento.
Il suo primo volume leopardiano, Linguaggio del vero in Leopardi” (Firenze, Olschki) è del 1959 ed ha conosciuto otto ristampe, l’ultimo, Cose che non sono cose, edito da Marsilio, è del 2001, testimonianza della fedeltà e della durata di una passione intellettuale e critica che coincide con quasi mezzo secolo di storia della cultura. Partito da un’impostazione interpretativa con forti suggestioni del metodo stilistico di Leo Spitzer, Galimberti ha anticipato di circa due decenni, un filone che si sarebbe imposto, dagli anni Ottanta in poi, come uno tra i più significativi nella storia della critica leopardiana. La sollecitazione da lui introdotta e diffusa nelle opere, ma anche nel trentennale insegnamento, è sempre stata quella di invitare a cercare il pensiero di Leopardi nelle pieghe stesse della scrittura poetica, in versi e in prosa, oltre il piano discorsivo dello Zibaldone, tenuto presente sullo sfondo come scenario e laboratorio spe culativo. L’esigenza di individuare nei risvolti della lingua poetica i segni di una domanda metafisica antichissima, che emerge –a partire dai greci- dalla tradizione filosofica occidentale e che si definisce come interrogazione sul senso dell’essere, si è sempre coniugata con l’attenzione nei confronti dei riferimenti testuali e storici, rappresentando per molti critici della nuova generazione una spinta alla ricerca.
La sua edizione commentata delle Operette morali (Guida editori) è oggi un modello di riferimento per quanti vogliono cimentarsi nella lettura e nell’esegesi dell’intera opera leopardiana. Particolarmente alto è lo stile di Galimberti. Il suo linguaggio, di cui è eccellente esempio il saggio Meditazione e canto introduttivo ai due volumi di Opere editi dalla Mondatori, sa adeguarsi ai movimenti del pensiero leopardiano, quasi una prosa poetica per la profondità dei concetti e per la potenza evocativa.
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Premio “Giacomo Leopardi” per tesi di laurea e di dottorato X Edizione
Nei termini previsti dal bando di concorso erano pervenute 6 tesi di dottorato e 34 di laurea, che sono state sottoposte alla lettura dei membri della commissione così composta: presidente Luigi Banfi, componenti Fiorenza Ceragioli, Daniela Cingolani (cooptata per la tesi in lingua spagnola), Simona Costa, Michele dell’Aquila, Marco Dondero, Lucio Felici, Alberto Folin, Mario Marti, Laura Melosi, Pantaleeo Palmieri, Sergio Sconocchia, Marcello Verdenelli, Stefano Verdino.
La commissione giudicatrice si è riunita nella Sala Conferenze del CNSL di Recanati. In assenza del presidente per motivi di salute la presidenza è stata affidata dalla commissione a Simona Costa che ha dato la funzione di segretario a Ermanno Carini.
Per le tesi di dottorato il primo premio di 1500 euro è stato assegnato a Costanza Geddes de Filicaia (Univ. di Macerata), il secondo premio di 750 euro a Simonetta Randino (Ca’ Foscari di Venezia). Una menzione di merito è andata a Cristina Isabel Coriasso (Univ. Complutense di Madrid.
Per le tesi di laurea il primo premio di 1000 euro è stato assegnato ad Alessandra Mirra (Univ. La Sapienza di Roma), il secondo premio di 500 euro a Marco Balzano (Univ.statale di Milano). Menzioni speciali a Paola Cori (Univ. La Sapienza), Barbara Foresti (Univ. di Bologna), Adelina Maddonni (Univ.La Sapienza) Diana Simonacci (Univ. Roma tre), Angelica Zappitelli ( Univ.La Sapienza).
Il premio della Fondazione Marino Piazzolla di Roma di 800 euro è stato assegnato a Valerio Camarotto (Univ. La Sapienza)
Il premio Domenico Cardella-Città di San Severo di 800 euro è stato assegnato ad Alessandro Camiciottoli (Univ. di Firenze).
La premiazione dei vincitori avverrà il 29 giugno 2005 nell’Aula Magna del Comune di Recanati alle ore 17.30 in occasione delle celebrazioni del CCVII anniversario della nascita di Giacomo Leopardi.
Ufficio stampa: Donatella Donati e-mail:donati@mercurio.it cell.329 2271216
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Mitologia, poesia e religione dell'antica Grecia
di Roberto Malini
IV
Orfeo, cantore e sacerdote
Intorno al IX-VIII secolo a.C. si diffusero in Grecia le religioni misteriche, le cui tradizioni erano rivelate ai soli iniziati, che dovevano mantenere per tutta la vita il segreto sulle formule, le pratiche cerimoniali, i simboli conosciuti nel corso della loro partecipazione ai culti. L' Orfismo e la religione dionisiaca, i Misteri Eleusini e Cabirii, i culti sincretistici della Grande Madre, di Iside e Osiride, di Mitra raccolsero nel mondo ellenico un vastissimo séguito di fedeli. Erodoto ritrovò in Egitto le origini dei culti orfici e bacchici, accordandosi in questo con la lunga tradizione delle scuole ermetiche. Nelle fraternità di filosofi ermetici, infatti, si insegna che i culti segreti pervennero ai Greci dall'Egitto e dall'India, che a propria volta li ebbero in retaggio dalle civiltà leggendarie, infinitamente antiche di Atlantide e Lemuria. Dai sacerdoti Egiziani, l'Ellade avrebbe appreso le scienze sacre, ovvero la teurgia, la taumaturgia, l'astrologia, l'alchimia e la magia. In luogo dei geroglifici, i cui significati veri erano celati dal triplice velo di Iside, i sapienti della nuova civiltà nascosero i misteri inviolabili sotto forma di miti. Nessuno che non fosse iniziato poteva così interpretare e profanare il sapere divino, innanzi al quale si ergeva a sentinella Ermes stesso. Identico principio era applicato alle parole sacre e ai nomi degli dei, che ognuno poteva venerare, ma non tutti potevano comprendere. Solo attraverso la conoscenza, il possesso di tre chiavi filosofiche (per esempio, i primi tre termini dell'essere: materia, anima e spirito) era possibile intendere la verità nella parola e nel mito. Così, interpretati attraverso i tre piani del linguaggio, Apollo e Pan sono rappresentati dal sole sul piano fisico, dal fallo -il principio creatore- sul piano simbolico o astrale, dall'essere assoluto (l'Uno, il Tutto) sul piano supremo o divino.

La lettura dei miti da parte dei non iniziati, dei sapienti non illuminati, poteva ovviamente cagionare in loro un grande turbamento; l'impotenza della mente e dell'anima esplodeva allora nella ribellione diretta contro la materia del mito e dunque contro il vate teologo che l'aveva cantato:
"E anche intorno agli dei hanno costruito discorsi che pochi oserebbero esprimere contro i peggiori nemici. Innanzitutto li hanno accusati di furti, adultèri e servitù prestate ai mortali; poi hanno creato su di loro incredibili favole che li vedono divorare i loro figli, evirare i loro padri, incatenare le loro madri e commettere molti altri crimini. Ma dei loro delitti essi non furono mai puniti come avrebbero meritato. Orfeo tuttavia, che più di ogni altro si dedicò a questi discorsi, chiuse la sua vita fatto a pezzi".
Isocrate, Orazioni (II 38-39)
I culti misterici, spesso legati a divinità della terra, ebbero fedeli entusiasti nelle città e soprattutto nel mondo rurale. Il carattere orgiastico, delirante connaturato in alcuni di essi li pose a volte in contrasto con la religione politica, che talora cercò di frenarne l'esplosione senza tuttavia ricorrere a veri e propri strumenti persecutori. L'iniziazione segreta ai santi misteri calava gli adepti nell'atmosfera sacra e drammatica di un evento cosmico: la morte e la reseurrezione di un dio. Al termine del dramma rituale, i nuovi fedeli erano colti dalla frenesia e sentendo la presenza viva del demone nelle loro anime, infuriavano in luoghi selvaggi producendo un grande strepito, brandendo e scuotendo i sacri simboli.
I Greci conobbero anche cerimonie che oggi potremmo definire"sciamaniche", riti e opere magiche che si svolgevano presso alcune sette depositarie di tradizioni originarie dell'Egitto, dell'India, della Caldea. Pitagora, Empedocle e Democrito, che coltivarono contemporaneamente e senza contraddizioni filosofia, scienza e magia, elevarono queste pratiche alla più elevata dignità.
Fondata dal mitico Cècrope figlio di Gaia, Atene rappresentò il grande cuore politico della fede in Grecia. Ad Atene i sacerdoti e le sacerdotesse erano funzionari di stato cui era affidata l'amministrazione delle numerose cerimonie religiose utili alla collettività oppure a una fratria, unità sociale composta dalle famiglie discendenti da un capostipite unico. Ogni sacerdote era assegnato a un santuario, presso il quale doveva occuparsi dei riti e delle pratiche tradizionali relativi al culto di una sola divinità. Come Era ad Argo e a Samo, così Atena era la sentinella e la guida immortale della città: a lei gli Ateniesi dedicarono il Partenone, forse il santuario più bello di ogni epoca, per lei Solone compose questi versi:
Mai la nostra città conoscerà il declino,
così Zeus e gli dei beati stabilirono,
finché Pallade Atena dai natali gloriosi,
custode attenta, ci benedirà dall'alto.
La complessità dei culti, la ricchezza del patrimonio di mitologia e tradizioni, iconografia e letteratura sacra; la capacità di integrare in un disegno multiforme la favola e il miracolo, la memoria e l'intuizione: tutti questi elementi salvarono e preserveranno in ogni tempo dall'oblio la religione dei Greci, che rispecchia ancora oggi la coscienza dell'uomo, i misteri del cosmo, le domande sulla vita e sulla morte. Quando il pensiero filosofico perse il suo innocente stupore, le arti la bellezza dell'impressione, le scienze la percezione dei confini del sacro, allora non bastò più l'amore che il popolo dedicava agli dei, pieno di vita come il pane di Demetra, genuino come il vino di Dioniso. A poco a poco i simboli sacri divennero oggetti insensibili, i canti che una volta suscitavano dolci passioni e gioioso entusiasmo non ebbero più ali per volare al cielo: il grande fuoco del paganesimo in Grecia si spegneva così. (Nelle foto: Il giovane orfeo, di Henry Ryland; testa di Dioniso).
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Mitologia, poesia e religione nell’antica Grecia
di Roberto Malini
III
Radici del mito e del sacro nell’Ellade
La storia della religione greca ha radici che affondano nella più remota antichità e sono così ricche di diramazioni da rendere impossibile un’esposizione organica e allo stesso tempo veritiera dell’argomento. Gli antichi Greci non ebbero una casta sacerdotale vera e propria né conservarono una rigorosa tradizione sacra, con un corpus dottrinale universalmente valido. Essi riuscirono tuttavia a far coesistere culti e pratiche cerimoniali assai diversi tra loro in un sistema armonioso, capace di accogliere in ogni tempo divinità straniere accanto a quelle indigene, a riconoscere uguali valori di santità all’ascesi e alla magia, al puro misticismo e ai fenomeni di invasamento divino. I sapienti greci indagarono sempre le origini della loro storia sacra. Erodoto -dopo aver raccolto testimonianze nelle principali città del mondo greco e quindi in Tracia, Scizia, Babilonia, Siria, Egitto, sempre consultando gli eruditi e recandosi presso i luoghi sacri- maturò la convinzione che quasi tutti gli dei onorati dagli Elleni avessero origine egiziana. Facevano eccezione -secondo le sue conoscenze- Posidone, che veniva dalla Libia e le divinità venerate dagli antichissimi Pelasgi, autoctoni in Arcadia e in altre regioni del paese: i Cabiri, i Dioscuri, Era, Estia, Temi, le Cariti e le Nereidi. A proposito degli indigeni Pelasgi, Erodoto riferisce inoltre che essi adorarono nei tempi arcaici, prima di conoscere le divinità dell’Egitto, alcuni dei senza nome, padri delle leggi e ordinatori dell’universo. Quando ebbero notizia del pantheon egizio, i Pelasgi domandarono all’oracolo di Dodona -il più antico della Grecia dopo quello di Likossura- se dovessero adottare l’uso di attribuire un nome a ciascun dio. L’oracolo rispose affermativamente; da allora essi conobbero i nomi divini e successivamente li trasmisero ai Greci. Anche il culto di Dioniso, a quanto scrisse lo storico di Alicarnasso, si era diffuso in Egitto assai prima che in Grecia, ove era stato introdotto dall’indovino Melampo, che aveva appreso i misteri e le cerimonie dionisiache da Cadmo di Tiro, in Fenicia. Secondo Erodoto, gli onori resi agli eroi e la tradizione di rappresentare le erme con l’attributo itifallico erano propriamente ellenici. Non sapendo se gli dei fossero eterni o avessero avuto nascita, non avendo conoscenza del loro aspetto, i Greci accettarono le teogonie stabilite da Esiodo e Omero.
La vita dell’uomo greco era profondamente ispirata a valori religiosi non solo durante le ricorrenze, ma in ogni momento della vita quotidiana, poiché si credeva che lo spirito divino fosse infuso ovunque e non si distraesse mai. E colui che si fosse reso caro agli dei attraverso una sincera devozione e un comportamento irreprensibile, poteva sperare nell’ottimo fine della propria esistenza e nel premio ultraterreno riservato ai giusti. Qualsiasi prodigio, tuttavia, era nelle facoltà divine e pertanto lo sguardo umano sul mondo pieno di spirito era uno sguardo carico di meraviglia. La sacra esaltazione che pervade alcuni versi di Archiloco era il sentimento di tutti:
Nulla è senza speranza, nulla invero è impossibile
né può stupire, se Zeus padre degli Olimpi
fece notte del mezzogiorno e celò il chiarore
vivo del sole agli uomini piangenti di timore.
Tutto da allora si può credere e aspettare
e nessuno si turbi delle cose che vede,
né se fiere e delfini si scambiassero i pascoli
e le prime pascessero fra le onde marine
e i secondi abitassero le montagne boscose.
Poche vestigia rendono testimonianza dei culti greci antecedenti l’arrivo del popolo Acheo. E’ certo che la regione peninsulare e molte delle sue isole sia ioniche che egee ospitarono insediamenti umani fin dalla più remota antichità. Tracce del paleolitico sono emerse dagli scavi in Beozia, entro la grotta di Frachti nell’Ermionide e affiorano a poco a poco in altri siti; reperti significativi del neolitico (6000-3000 a.C. circa) sono apparsi in numerose località, tra cui Creta, Cipro, Arcadia, Argolide e Tessaglia. Le popolazioni autoctone erano presenti, sia pure avvolte dalla nebbia del tempo, nella memoria dei Greci, che ricordavano -tra le altre genti- i Pelasgi più antichi della luna, i Driopi, i Lelagi delle isole e i Cari che innalzarono a Milasa uno dei primi templi dedicati a Zeus sul continente. Questi popoli ebbero probabilmente origine dalla fusione delle tribù indigene con le genti convenute in Grecia dall’Asia Minore attraverso una lunga serie, forse pacifica, di infiltrazioni, tra il 4500 e il 3000 a.C. Si tramandava che in tempi antichissimi il mitico re Pelope, venuto dalla città frigia di Sipilo, in Asia Minore, avesse conquistato l’intero Peloponneso, che da lui prese il nome.

La prima grande civiltà europea ebbe origine a Creta, la terra che i navigatori provenienti dal Nord Africa, dalla Siria e dall’Anatolia incontrarono innanzi a tutte le altre e ritennero adatta all’insediamento. L’Età del Bronzo durò a Creta duemila anni, dal 3000 al 1000 a.C. circa, quando fu invasa dai Dori, che integrarono l’isola -con la sua civiltà e la sua grande tradizione sacra- nell’universo ellenico dell’Età del Ferro. La religione cretese o minoica celebrò i suoi primi culti entro le caverne dell’isola e successivamente dedicò agli immortali altari e templi. Tra i numerosi episodi sacri raffigurati dai Cretesi, ve ne sono alcuni che presentano vistose similitudini con le religioni contemporanee del vicino Oriente, elementi mitici e rituali che ritroviamo nell’Ellade classica. Certo è che la religione greca meglio conosciuta ha i suoi natali nell’Età del Bronzo e deve qualcosa alla tradizione cretese, anche se non è possibile stabilire con precisione quali cambiamenti si verificarono nelle pratiche cultuali e nel patrimonio di sapienza delle cose divine in seguito all’invasione dei Dori. Nel XIV secolo a.C., dopo la distruzione del palazzo di Cnosso, Creta divenne probabilmente provincia di Micene. Nel XIII secolo si insediarono sull’isola profughi provenienti dal Peloponneso, fuggiti a causa delle invasioni provenienti dal nord. Poco dopo, nuovi invasori Achei conquistarono il fertile centro dell’isola e la sua zona meridionale. Nel XII secolo i Dori, provenienti dal Peloponneso, occuparono le regioni più fertili dell’isola e quelle strategicamente utili. Alcuni Cretesi puri, rifugiatisi sui monti e a est dell’isola, mantennero per un certo periodo la loro lingua, la loro cultura e le loro tradizioni sacre. Altri cercarono scampo per mare e forse diedero origine alla tribù dei Filistei, sulle coste della Palestina. La Grande Madre Cretese si moltiplicò presso gli Achei in alcune figure di dee, tra cui Era, Artemide, Atena, Afrodite, le Ninfe e le loro ipostasi mitiche, donne mortali amate dagli dei, madri di eroi.
Le principali componenti della fede greca nell’età storica nacquero verosimilmente dalla fusione tra i culti minoici e quelli micenei: su quelle basi comuni (cui Esiodo e Omero diedero ordine teologico, ispirati dalle Muse) si fondò l’insieme delle religioni delle pòleis, vale a dire la religione di stato. Questa forma pubblica di culto, rappresentata in modo esemplare dall’Oracolo Delfico, è trattata in uno dei capitoli che seguono.
Come abbiamo detto, il Peloponneso fu abitato già in età preistorica. Ai primi abitanti della regione, i Pelasgi, succedettero, verso il 2000 a.C., le genti indoeuropee degli Acheo-Eoli e degli Ioni, che occuparono le parti sudorientale, occidentale e settentrionale della penisola. Nella montuosa, inospitale regione dell’Arcadia restarono i Pelasgi. Gli Achei si votarono sùbito al mare e divennero straordinari navigatori; dopo essere entrati in contatto con la civiltà minoica, assorbendone cultura e religione, portarono il loro dominio alle isole dell’Egeo, a Cipro, alle coste dell’Asia Minore, all’Egitto. I centri micenei prosperarono a lungo: Micene, Argo, Tirinto, Amicle, Pilo. Alla fine del XII secolo, la civiltà micenea subì un’improvvisa catastrofe. Le sue città vennero date alle fiamme, gli abitanti trucidati o posti in fuga. Gli antichi attribuivano le cause di quella distruzione al ritorno degli Eraclidi, i discendenti di Eracle che dal nord calarono verso la regione appartenuta ai loro antenati, espropriati di tutto da Euristeo. Come Teseo fu l’eroe divino degli Ioni, Eracle fu in origine l’uomo-dio dei Dori. Venerato in Beozia, ove si narrava fosse nato da Zeus e Alcmena, divenne eroe nazionale greco in seguito all’invasione dorica del Peloponneso, evento che coincise con l’inizio dell’era storica in Grecia. Secondo Erodoto, Eracle era uno dei dodici dei dell’Egitto, dove fu conosciuto dai Tebani della Beozia, i quali lo privarono delle sue origini immortali, salvo poi celebrarne le fatiche, la passione e l’ apoteosi. “A mio parere,” concluse lo storico, “agiscono bene quei Greci che posseggono templi innalzati in onore dei due Eracli e dedicano sacrifici divini a quello che chiamano Olimpio, onori funebri all’altro”.
Terra montuosa, impenetrabile, caratterizzata da condizioni di vita difficili, l’Arcadia conservò nel tempo le sue tradizioni antichissime. Nell’età classica, gli Arcadi parlavano ancora un dialetto affine al miceneo, obbedivano a leggi arcaiche e conservavano la religione introdotta dal mitico re Pelasgo, cui un poeta del VI secolo a.C. diede l’appellativo di proselhnaios, ovvero “prelunare”, “più antico della luna”. Il loro temperamento duro, la loro capacità di sopravvivere all’inclemenza della regione guadagnò loro la definizione di “mangiatori di ghiande”, come li definì la Pizia presso l’oracolo di Delfi. In una cosa, tuttavia, gli abitanti della regione eccelsero su tutti i Greci: l’educazione e la pratica della musica e del canto. Secondo Polibio, essi introdussero tali usanze non per mollezza, ma per il desiderio di mitigare e temperare l’asprezza quasi insopportabile della loro natura. Gli antichi chiamavano l’Arcadia Pania, “Terra di Pan”; il dio capro era in effetti la divinità più importante della regione, nume ingenerato che solo nell’età classica fu detto figlio di Ermes o di Crono. A Likossura, sul monte Liceo, la ninfa Erato profetava in versi presso l’oracolo di Pan, il più antico della Grecia. Era opinione comune che lo steso Apollo avesse imparato la mantica dal bicorne Zeus d’Arcadia. Nella regione parrasia e sul Ménalo si celebravano i misteri licaonici, un insieme di cerimonie di carattere mistico e magico che ponevano l’anima umana a contatto con la materia immortale della natura e del cosmo. Accanto a Pan, gli Arcadi veneravano la Grande Madre montana e divinità teriomorfe i cui nomi erano conosciuti dai soli iniziati. Il culto di Pan, uscito dalla regione d’origine intorno al VI secolo a.C., si diffuse progressivamente in tutto il mondo greco. Il dio ebbe santuari nel Peloponneso, in Beozia, in Tessaglia, nell’Attica. Gli Ateniesi attribuirono al signore d’Arcadia il merito di aver suscitato il timor panico negli animi dei Persiani a Salamina e Maratona, determinando la duplice vittoria dei Greci. (Nella foto: l'Ercole Farnese).
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Mitologia, poesia e religione nell'antica Grecia
di Roberto Malini
II
Il Cristianesimo e la fine del mondo greco
Se è vero che l'antica Roma non ha mai compreso la religione dei Greci e ne restituisce ai posteri confusi frammenti ed interpretazioni non sempre fondate, è altrettanto vero che l'intero mondo pagano, le sue vestigia e la sua stessa tradizione hanno rischiato il totale annientamento solo con l'avvento del Cristianesimo, alla cui opera devastatrice -volta ad affermare e consolidare un potere politico assoluto- ben poco è scampato. I Cristiani interpretarono l'insieme delle dottrine pagane come una grande forza destabilizzante, metamorfica, incontrollabile a causa della sua natura multiforme. Istituzionalizzato presso le città, il paganesimo -allontanandosi dal centro del potere politico- riacquistava via via la sua libertà, il suo fuoco individualista, il suo furore visionario, estatico, ultramondano, magico. Ecco perché la nuova religione identificò tutti gli dei e i demoni greci come progenie di Satana, il nemico. E per cancellare definitivamente gli dei, si dovevano annientare innanzitutto i templi che li accoglievano, gli idoli che li effigiavano, gli inni che ne cantavano le lodi, come indicava l'Antico Testamento: "Distruggete le Ore, spezzate le statue, date fuoco ai boschetti, riducete in polvere gli idoli". I Padri apostolici e gli apologeti cristiani non negarono l'esistenza dei demoni; al contrario, ne fecero un esercito al servizio del male, capitanato da Zeus o Giove, la cui missione nel mondo era quella di sedurre gli uomini affinché trionfassero fra loro le guerre, i delitti, le frodi, gli atti contro natura. Lattanzio concesse agli dei greci il dono della sapienza oracolare, avvertendo tuttavia che, trattandosi di una conoscenza limitata, essa non poteva che trarre in inganno gli uomini: "Gli dei sanno invero molte cose riguardo all'avvenire, ma non tutte, poiché non è loro consentito di indagare i disegni di Dio. Per questo motivo i loro responsi si esprimono con ambiguità".
Il falso storico della grande persecuzione contro i primi seguaci di Cristo, le calunnie contro gli Gnostici e gli eretici in genere, la creazione di un baluardo attivo contro l'idolatria, l'elaborazione di un sistema demonologico che identificava nei dèmoni quegli angeli che si erano ribellati a Dio: così i Padri apostolici dei primi secoli si misero al riparo dagli attacchi degli ultimi filosofi pagani e impugnarono le armi in difesa di tutte le genti, prede inermi dei diavoli pagani che diffondevano ovunque idolatria e impuri costumi. La diffusione della filosofia cristiana, che ebbe il suo culmine nelle trattazioni di Tertulliano e Agostino, giustificherà infine la devastazione metodica e terribile del mondo classico, la distruzione di templi e opere d'arte, i roghi e la falsificazione di capolavori della poesia e della sapienza elleniche. Intorno all'anno 363 Gioviano immortalò nei quattro esametri di un epigramma ritrovato a Corfù, la costruzione di una chiesa cristiana sulle rovine di un tempio pagano:
Con la nobile fede che accompagna le azioni,
a te, beato re del cielo, un sacro tempio
innalzai, dopo ch'ebbi polverizzato quelli
pagani: umile dono di Gioviano al Signore.
Ammirando le rovine della gloriosa civiltà di Cartagine -annientata dalla furia iconoclasta dei suoi fedeli-, le splendide statue ridotte in frantumi, i sacerdoti pagani umiliati e percossi, Agostino, in preda all'esaltazione, esclamò: "Dio lo vuole, Dio lo ordina, Dio lo predisse, Dio intraprende adesso la sua opera!"

Non sempre gli imperatori condivisero a priori la campagna dei Cristiani, che passavano come cavallette sulle città gloriose e ancora ricche di bellezze artistiche, lasciando dietro di sé deserto, oblio, dolore. Così Firmico Materno ammonì i potenti che ancora esitavano a cancellare le radici millenarie della religione e della storia di tutti gli uomini: "Levate a cuor sereno gli ornamenti dai templi, o santi imperatori, date alle fiamme codesti dei e traete profitto da ciò che rimane. Quando avrete distrutto santuari pagani, sarete pieni di virtù davanti al Signore e avrete molti meriti".
Nei secoli successivi la decadenza culturale continuò irreversibilmente e il mondo perse quasi completamente la memoria greca, il retaggio dei valori pagani. Tra il V e il VII secolo furono date al fuoco le grandi biblioteche di Roma, Pergamo e di altri centri, che in molti casi conservavano opere uniche, uniche testimonianze di autori, di popoli, di civiltà, di culti. Nel periodo compreso tra il VII e il IX secolo i testi della letteratura greca sacra e profana miracolosamente sopravvissuti agli eventi furono ostinatamente cercati e, una volta individuati, subirono una sequenza ulteriore, gravissima di perdite. Restarono i libri sacri della letteratura cristiana, Omero, i classici cui i censori non avevano negato l'uso a fini educativi, testi filosofici, filologici, storici. Chi si avvicina alla religione greca oggi, deve dunque sapere che entra in contatto con la debole eco di culti pubblici e dottrine misteriche che furono pieni di santità, seppero fornire risposte escatologiche, ebbero complesse liturgie e cerimonie capaci di suscitare sempre nell'animo umano amore ed entusiasmo rivolti agli esseri divini. Chi si avvicina oggi alla religione greca, deve sapere che essa fu combattuta con incredibile asprezza e che il suo ricordo è riflesso solo in misura infinitesimale nelle reliquie che sono giunte fino a noi grazie ai Neoplatonici, ai sapienti Siciliani, alle Scuole Ermetiche, agli eruditi Bizantini e in alcuni casi al Fato.
A questo punto è naturale chiedersi: quale sarebbe potuta essere l'evoluzione della tradizione pagana se fosse esistita una maggiore tolleranza reciproca, se il Cristianesimo avesse accolto le voci moderate che si levarono nei secoli dal suo interno, se in luogo di un'interminabile guerra santa vi fosse stato sincretismo? Una risposta, esemplare nei limiti della sua unicità, può venire dall'opera di Nonno (il cui nome, in egiziano, significa "il puro"), che nelle "Dionisiache" cantò Bacco -il figlio di Semele che Zeus generò nella propria coscia, il dio multiforme delle orge e dell'estasi- e nella "Parafrasi del santo Vangelo secondo Giovanni" dedicò versi commossi a Gesù Cristo figlio di Maria, il cui fianco porta i segni di una piaga profonda, i cui piedi recano tracce incancellabili di chiodi.
Nella seconda metà del IX secolo il cesare Bardas, zio di Michele III detto l'Ubriaco, diede una svolta alla cultura del suo tempo, rifondando l'Università e affidandone la direzione al sapiente Leone Matematico, dotto anche nelle discipline esoteriche. Pochi anni dopo Basilio I il Grande, risollevate le sorti dell'Impero, pose fine al conflitto iconoclasta e diede nuovo impulso alla cultura. In un clima di ritrovata libertà intellettuale svolse la sua opera il patriarca Fozio, una straordinaria figura di sapiente votato al recupero della cultura letteraria greca sacra e profana. Grazie a lui e ai suoi discepoli furono trascritte, commentate e diffuse, dopo interpretazione filologica, le opere superstiti, copie in codici pergamenacei e papiracei risalenti ai secoli V-VIII. Dai codici traslitterati dalla scuola di Fozio nasceranno le importanti edizioni dei secoli X-XI , sulle quali si baseranno a propria volta gli editori medievali. L'opera successiva dei lessicografi e quella dei grandi filologi e scoliasti -dai fratelli Tzetzes agli studiosi dell'epoca dei Paleologi- fu preziosa sia perché consentì la conservazione dei testi, sia perchè riferì numerosi commenti a fonti oggi perdute. L'Umanesimo promosse ovunque la ricerca di manoscritti -molti dei quali si trovavano a Costantinopoli- e reperti archeologici, i veri testimoni dell'arte, della spiritualità e della vita quotidiana nell'Ellade antica. Da allora l'Occidente -straniato da un vuoto millenario, da millenarie bugie, da millenarie apparenze- si riflette senza riconoscersi nei mille frammenti di un antico specchio, ora con meraviglia, ora con nostalgia, ora con un inspiegabile malessere. E quando la vertigine si placa, come isole affiorano alla coscienza nuove domande, domande antiche:
"Ecco la terra e gli esseri viventi che la abitano, diversi tra loro ed eterni; ecco l'universo, il cielo pieno di esseri viventi: non sono forse numi le stelle che appartengono alla sfera inferiore e a quella altissima, le stelle che si muovono con ordine, che ruotano con precisa armonia? Non posseggono forse la virtù? Chi mai potrebbe impedirlo? Nulla può, in cielo, rendere malvagie le creature, nulla è turbato dalla sete di esistere. Chi può dire che gli astri sereni non accolgano nei cuori un grande dio, molti dei intelligibili? Siamo forse noi uomini più saggi delle stelle? Solo un pazzo potrebbe affermarlo! Se l'universo ha posto in basso le nostre anime, come possono esse gloriarsi al cospetto di quelle che splendono in alto? Su tutto regna uno spirito eccelso. E se le nostre anime sono discese a terra per loro volontà, che nessuno abbia parole di biasimo per il mondo che egli stesso ha scelto liberamente e liberamente può lasciare, se non gli piace! Ma se questo universo consente a chi viva in esso di raggiungere la saggezza e di vivere sulla terra secondo le leggi degli dei, non è questa la prova che esso dipende dagli dei?"
Plotino, Enneadi (II 9, 8)
(Nella foto: Testa di Plotino, scultura antica)
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Mitologia, poesia e religione nell'antica Grecia
di Roberto Malini
I
Gli uomini e gli dei
La religione dei Greci è vasta, complessa, tormentata, ricca come la loro storia. Era ed è il culto della memoria. Che cosa sappiamo, oggi, di quel popolo? Il loro stesso nome ci trae in inganno: Graeci è trascrizione latina di Graikoi, nome di un’insignificante popolazione epirota che nel IV secolo a.C sostituì l’esatta denominazione di Elleni. Della loro immensa produzione artistica solo una minima parte, spesso ferita dal tempo e dalle mazze dei riformatori avversi al paganesimo, è pervenuta ai nostri tempi. Della loro poesia e sapienza, dei testi storici e teologici rimane quanto è sopravvissuto ai quattro incendi subìti dalle biblioteche di Alessandria: quella del Museo, che ebbe nel periodo più fiorente circa settecentomila volumi in papiro e quella più piccola del Serapeo.

Le inestimabili raccolte furono devastate dalle fiamme sotto Giulio Cesare e Aureliano, quando la collezione maggiore si trovava ancora nel quartiere di Bruchion; il terzo rogo fu voluto dall’arcivescovo Teofilo e perpetrato dai Cristiani nel 390, all’epoca dell’imperatore Teodosio; l’ultimo, che incenerì la biblioteca, fu il crimine irreparabile commesso da Amr, generale del califfo Omar. Molti altri fuochi che gli avversari dei pagani appiccarono ovunque polverizzarono numerose librerie locali e personali. Le opere scritte che ci rimangono sono reliquie dell’età ellenistica, di un lungo e difficile lavoro di raccolta, interpretazione, edizione di testi in lingua greca antichi e antichissimi, promosso dai sovrani mecenati. L’attività delle biblioteche salvò probabilmente dall’oblio i versi di Pindaro e di altri autori pre-ateniesi. Scomparse le grandi monarchie ellenistiche, Roma divenne il più importante centro culturale del Mediterraneo e proseguì fino al II secolo d.C l’opera di recupero della memoria iniziata e condotta mirabilmente da Alessandria. Insieme alla religione dell’Ellade, Roma accolse la sua poesia mitologica e creò un sistema di identificazione tra le divinità greche e quelle italiche. La classe aristocratica romana, tuttavia, mentre promuoveva il recupero e il rinvigorimento della conoscenza e dei valori teologici greci, coltivava l’idea prioritaria di una religione strumentale al governo della cosa pubblica, i cui riti e solennità -celebrati da sacerdoti nominati e riconosciuti dall’autorità pubblica- servissero a cementare nelle coscienze il concetto di Stato come valore supremo, di identità tra la volontà divina e l’interesse della repubblica. Nel trattato La natura divina, composto in forma di dialogo, Cicerone pone a confronto le concezioni teologiche che dividevano nel suo tempo epicurei e stoici, rappresentanti dei sistemi filosofici più diffusi allora. I primi, di cui è portavoce Caio Velleio nel dialogo ciceroniano, vedevano il mondo degli dei come luogo di immutabile felicità, mai turbata -in quanto stato di perfezione- dalle azioni né dai pensieri dei mortali, sottoposti alle leggi del fato.

I secondi, che nel trattato si esprimono per bocca di Lucilio Balbo, ritenevano che la presenza e la provvidenza divine fossero infuse nel fato stesso e che gli dei fossero presenti e partecipi tanto verso le cose periture quanto verso quelle eterne. Così l’accademico Caio Cotta, cui Cicerone affida la critica dei due differenti punti di vista, risponde all’epicureo Velleio: “Perché gli uomini dovrebbero rendere onori agli dei, dal momento che essi non solo non si curano dei mortali, ma non si occupano di nulla e in nulla agiscono? Ma gli dei -obietterai- hanno una natura così meravigliosa e superiore da suscitare di per se stessa la venerazione del sapiente. E cosa vi può essere di meraviglioso in quella natura che, lieta del proprio piacere, non agì né agisce né mai agirà? Come è possibile onorare esseri dai quali non si riceverà mai nulla; quale riconoscenza si può nutrire verso chi non ha meriti? La venerazione è giustizia nei confronti degli esseri divini, ma quali leggi uniscono il mondo degli dei a quello dei mortali, se l’uomo e il dio non condividono alcunché? La santità è scienza del culto degli dei, ma non comprendo per quale motivo debbano essere amati, visto che non si è mai ricevuto né vi è speranza di ricevere mai un beneficio da loro”. Le tesi che Velleio, Balbo e Cotta affrontano e discutono mettono in luce tutte le difficoltà che l’uomo del I secolo d.C. incontrava nel confrontarsi con il pensiero greco sulla natura degli dei. Eppure, come attesta Plinio il Vecchio, mai come in quell’epoca l’argomento fu trattato e discusso. E probabilmente fu proprio lui, il grande scrittore e scienziato di Como, ad avvicinarsi meglio di tutti ai valori più veri e profondi della fede ellenica, quando dedicò la sua immensa opera alla Natura divina e universale, genitrice di tutte le cose. La crisi culturale e religiosa di Roma è stata causa della perdita di innumerevoli testi ellenici: i commentari alessandrini furono compendiati in trattati e monografie; la sconfinata produzione teatrale, comprendente migliaia di tragedie, commedie e drammi, fu sacrificata a vantaggio di un corpus di opere scelte; i segni musicali posti sui versi delle liriche monodiche e corali furono definitivamente soppressi nelle trascrizioni.
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Mitologia, poesia e religione nell'antica Grecia
di Roberto Malini
Omero, poeta divino
Gli antichi Greci riconoscevano come sapienti coloro che, indagando la natura umana, fossero capaci di creare leggi utili a migliorare la convivenza degli uomini e ad assicurare loro pace e prosperità. Sapienti erano nella loro stima anche quegli uomini che sapessero applicare il dono dell’intuizione allo studio della natura, avvicinandosi alla comprensione dei misteri universali. Ma il vero sapiente era secondo il popolo ellenico il filosofo. Pitagora usò per primo il termine “filosofia” e chiamò se stesso filosofo. Si attribuì questo nome non tanto per la sua erudizione sul mondo degli uomini o per la sua sensibilità in grado di penetrare le leggi naturali; si chiamò filosofo poiché riteneva di conoscere le cose divine. Questo tipo di sapienza era onorata in Grecia sopra tutte le altre. Aristotele e Sozione scrissero che gli iniziatori della scienza sacra furono i Magi presso i Persiani, i Caldei presso gli Assiro-Babilonesi, i Gimnosofisti (Filosofi nudi) presso gli indiani, i Druidi presso i Celti e i Galli. Scrissero inoltre che in Fenicia nacque Oco, in Tracia Zamolsi, in Libia Atlante. In Egitto, le origini della vera filosofia erano più antiche della memoria. Ermodoro e Santo di Lidia ricordarono Zoroastro - il più grande dei Magi, profeta e signore degli animali che venne alla luce ridendo- vissuto circa cinquemila anni prima della guerra di Troia. Dalla Tracia giunse nell’Ellade anche Orfeo, il cantore divino dalla lira d’oro, cui gli dei concessero di sondare i misteri sacri del mondo, degli inferi e del cielo. Alcune tradizioni ascrivevano l’origine della teologia a esseri di natura divina, nati nel mondo di Pan e di Ermes: il giovane dio della vegetazione Dafni; Sileno, educatore di Dioniso; il centauro Chirone, maestro di Asclepio, Bacco, Eracle, Achille, Giasone e molti altri eroi; la ninfa Erato, che fu la prima a profetare in versi; i satiri Marsia e Mida; Olimpo, allievo divino di Mida. Nel proemio alle “Vite dei filosofi” di Diogene Laerzio è ricordato il perfetto e nobile pensiero dei più antichi filosofi ellenici (ma qui l’autore fu tratto in inganno, poiché nessuno dei poeti citati nacque sul suolo greco): Eumolpo e il figlio Museo, autore della prima “Teogonia” e della “Sfera”; Lino di Tebe, figlio di Ermes e Urania, che per primo compose una “Cosmogonia”, il cui primo verso recitava: “Vi fu un tempo in cui tutti gli esseri nacquero insieme”. E tuttavia gli Elleni venerarono sopra tutti i sapienti in materia sacra due poeti: Omero ed Esiodo, che Cratino volle chiamare “saggi e sofisti”.

Nei dialoghi platonici, Omero è definito “il più divino e sapiente fra tutti poeti”; in merito alle cose divine è scritto negli stessi dialoghi che “non è opportuno contraddire Esiodo”. Nell’Apologia, la seguente domanda è posta da Socrate agli Ateniesi: “Che cosa non darebbe ognuno di voi per trovarsi in compagnia di Orfeo o Museo, Omero o Esiodo?”
Pirrone nutriva verso Omero un’ammirazione senza confini e del poeta amava citare soprattutto un verso, che egli sentiva come una rivelazione: “Come la genìa delle foglie, così è quella degli uomini”. Epicuro ripudiò i suoi maestri di filosofia perché non furono capaci di spiegargli il senso del Caos in Esiodo. Zenone non contraddì mai Omero, anche se riteneva che avesse scritto alcune cose secondo opinione e altre secondo verità.
Non tutti i Greci tuttavia ritennero divina l’ispirazione dei due antichi vati e rispondenti alla natura del vero gli elementi contenuti nella loro teologia. Essi furono anzi avversati da molti; i grandi iniziati ai culti misterici, i filosofi che coltivarono la scienza ermetica ebbero in molti casi espressioni di disprezzo nei loro confronti. Secondo Eraclide Pontico, gli antichissimi abitanti di Atene comminarono a Omero una multa di cinquanta dramme per punirlo della sua follia. Durante la guerra contro gli Argivi Clistene, tiranno di Sicione, vietò ai poeti rapsodi di scegliere per i loro agoni canori nella città i carmi di Omero, poiché esaltavano ovunque la grandezza di Argo. Ieronimo raccontò che Pitagora, quando discese nell’Ade, vide lo spirito del poeta Esiodo mentre urlava di dolore, incatenato per l’eternità a una colonna di bronzo; l’anima di Omero era invece appesa a un albero e circondata da serpenti velenosi. Il terribile castigo che essi stavano scontando era dovuto alle cose mendaci che avevano cantato intorno agli immortali. “La cultura non insegna ad essere intelligenti,” scrisse Eraclito, “altrimenti lo avrebbe insegnato a Esiodo”.
E’ tuttavia importante tenere presente che né Omero né Esiodo affermarono mai di avere una vocazione teologica, ma solo di aver ricevuto dalle Muse un’ispirazione divina a cantare le vicende dei mortali e degli immortali con animo immaginifico di poeti. Omero espresse questo concetto nell’Odissea (a lui attribuita presso gli antichi), per bocca di Femio Terpiade, l’aedo ostaggio dei Proci, nella supplica rivolta a Odisseo:
Così ti prego, Laertiade Ulisse:
abbi pietà di me, non ti macchiare
dell’ingiusto assassinio di un poeta
che agli uomini canta, e agli immortali.
Da solo appresi l’arte, me la pose nell’animo
un nume, e l’arte canta in me da allora.
Io canterò te, uomo, come si canta un dio
se la tua spada non vorrà il mio sangue.
L’aedo omerico non è tenuto a cantare il vero: un dio infuse nel suo cuore il canto, non la verità. Così, per ottenere clemenza da Ulisse e scampare alla sua spada mortifera, egli può impegnarsi -senza tradire le Muse- a cantare l’eroe come se fosse un dio.
Lo stesso ragionamento è valido per Esiodo, le cui Muse ispiratrici, figlie di Zeus e Mnemosine (la Memoria), così lo avvertirono sùbito sulla loro natura, che è la stessa dell’ispirazione poetica: “Noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero, noi sappiamo dire -se vogliamo- la verità”. Le Muse, infatti, non furono concepite da Zeus affinché rivelassero agli uomini i misteri divini, ma “perché concedessero l’oblio dei mali e lenissero i dolori dei mortali”. Ecco dunque la missione di Esiodo presso i suoi simili, il significato del ramo di alloro di cui le Muse gli fecero dono, ispirando in lui la voce divina del canto: celebrare la stirpe degli immortali in una meravigliosa allegoria, capace di incantare gli uomini e distoglierli dagli affannosi pensieri e dalle miserie terrene. Secondo un’altra tradizione, Esiodo non ricevette un ramo d’alloro, ma la zampogna a nove canne digradanti, una per ogni Musa: forse un simbolo dei gradi di una scala che dal falso conducono al vero.
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Heidegger e il "mondo senza ebrei"
E' uscito in Francia il saggio di Emmanuel Faye Heidegger, l'introduction du nazisme dans la philosophie (editore Albin Michel). Il lavoro di Faye prende in considerazione una mole importante di documentazione finora trascurata dagli storici della filosofia, fra cui gli atti dei seminari 1933-1935 e i rapporti delle SS, che avevano aperto un consistente dossier sul filosofo tedesco. Heidegger ebbe una documentata affinità ideologica con Erich Rothacker, filosofo e psicologo, rettore dell'università di Bonn legato a Goebbels e responsabile di un programma di educazione in linea con la politica nazista. Heidegger non nascose mai la sua entusiastica approvazione verso le dottrine antisemite e alle ipotesi di pianificazione del genocidio degli ebrei d'Europa espresse da Rothacker, che -per inciso- dopo la guerra continuerà a rappresentare la filosofia tedesca (la "scienza dello spirito") senza rinnegare una virgola delle teorie propugnate negli anni '20 e '30.
 
Negli anni '20 Heidegger fu in contatto con i principali teorici del nazismo ed espresse le sue idee ispirate all'odio razziale davanti a studenti e militanti nel partito di Hitler. Nei testi dei suoi discorsi rimasti inediti fino ad oggi, il filosofo identifica senza mezzi termini gli ebrei, anche quelli assimilati, quali avversari da eliminare per ritrovare a necessaria integrità del popolo tedesco. Heidegger attribuiva all'eccidio un valore metafisico di purificazione dello spirito ariano. Nel Dossier Heidegge r, le SS definivano l'autore di Essere e tempo (1927) come un "fedele militante della causa del nazionalsocialismo, devoto sia in famiglia che nella missione di educatore ai principi che devono ispirare la gioventù hitleriana e la nuova società tedesca". Faye ipotizza, in base a indizi significativi, che Heidegger si sia spinto ancora più in là e fra il 1932 e il '33 abbia scritto alcuni discorsi per Adolf Hitler. Il saggio di Faye, dunque, accentua una volta di più le note posizioni di Heidegger, vicine al progetto nazista di un mondo "migliore senza ebrei". E' interessante ricordare che il filosofo ebreo Edmund Husserl, maestro di Heidegger, fu costretto ad abbandonare l'insegnamento nel 1933 in seguito all'applicazione delle leggi razziali. Husserl aveva avvertito l'allievo e la gioventù tedesca di come fosse in atto in Germania una grave crisi spirituale, causata dalla "perdita di senso" della scienza e dall'affermarsi di ideologie disumane. Husserl vedeva il mondo (parola che scriveva tra parentesi) a lui contemporaneo come l'habitat di un'umanità priva di coscienza e senza una missione morale. Un pensatore da rivalutare. (Nelle foto: Edmund Husserl e Martin Heidegger). R.M.
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Dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani - Centro Mondiale della Poesia e della Cultura "Giacomo Leopardi" - Recanati, città della poesia
La Villa delle ginestre entra nell'itinerario dei soggiorni leopardiani
di Donatella Donati
L’itinerario dei soggiorni leopardiani nelle città di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Pisa e Napoli può comprendere oggi anche la Villa delle Ginestre nella quale durante il periodo napoletano Giacomo trascorreva i mesi più caldi dell’anno. Il giorno della sua morte, il 15 giugno del 1937, due volte la carrozza che avrebbe dovuto condurlo colà era giunta sotto il portone della casa di Vico Pero, dove abitava con Ranieri. Per due volte, nonostante gli sforzi per vestirsi e stare in piedi, Giacomo dovette dire che non ce la faceva, si sentiva troppo male. Si fece accompagnare a letto da Ranieri, si coricò, ebbe appena il tempo di dire “Antonio non ti vedo più” e spirò per un collasso cardiocircolatorio. La Villa delle Ginestre, ai piedi del Vesuvio, ebbe sicuramente grande importanza per la composizione della Ginestra e dell’ultimo canto, Il tramonto della luna, dove il paesaggio è quello che si vede dalla villa con qualche intrusione delle memorie recanatesi. Il restauro della villa è avvenuto tramite il contributo determinante della legge Leopardi nel mondo, promossa dall’on. Franco Foschi e gestita dal Centro Studi di Recanati di cui è presidente Per questo era stato espresso stupore alla notizia della sua inaugurazione senza invito o informazione al Centro stesso. Ma sembra che di inaugurazione non si sia trattato. Così ci ha riferito il presidente del Consorzio delle Ville Vesuviane, l’architetto Paolo Romanello, venuto a Recanati da pellegrino, come ha simpaticamente detto alla Contessa Anna Leopardi, vicepresidente del Centro, per invitare ad una manifestazione di apertura della villa il prossimo 12 giugno. A Romanello è stato mostrato nel Museo didattico il grande spazio dato al soggiorno napoletano di Leopardi e all’amicizia con Ranieri che tra l’altro gli fece fare la maschera mortuaria dalla quale il pittore Domenico Morelli ricav& ograve; un realistico ritratto di Leopardi (esposto nel Museo) a quasi 39 anni e, con l’integrazione delle informazioni di Ranieri, ne rappresentò vivacemente l’aspetto giovanile e quasi ancora adolescenziale, con gli occhi celesti, l’incarnato fresco e i capelli castani, folti e senza un filo bianco. Nel Museo c’è anche il manifestino del 1937 in cui si pubblicizzò la partenza per Napoli da Portorecanati di un treno predisposto per condurre qualche centinaia di recanatesi alla cerimonia di seppellimento nel Parco delle Rimembranze dell’urna con i resti simbolici del loro concittadino.

La Giunta Leopardiana, che gestì la legge 'Leopardi nel mondo', ha avuto come suo importante membro l’Editore napoletano Gaetano Macchiaroli, una persona di alto spessore culturale, con il quale il Centro ha continuato ad avere stretti rapporti e che si è occupato di tutte le iniziative napoletane per il Bicentenario fino alla pubblicazione dei primi due numeri, in collaborazione tra l’Orientale di Napoli e il Centro mondiale della Poesia di Recanati, della rivista 'Poetica'.
Oggi il rapporto instaurato con l’architetto Paolo Romanello e Giuseppina Maria Oliviero, commissaria straordinaria dell’Ente Ville Vesuviane, chiude il cerchio di un viaggio poetico leopardiano che ha luoghi di riferimento in tutta la penisola.
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E' morto Music, l'artista di Dachau
Il 25 maggio è morto Zoran Music, uno dei più importanti artisti contemporanei. Music era nato a Gorizia nel 1909. Studiò arte in Austria e Iugoslavia; frequentò l'Accademia di Belle Arti di Zagabria dal 1930 al 34, Viaggiò in Cecoslovacchia e Spagna. Fu influenzato da Goya. La sua pittura rappresentava soprattutto animali e paesaggi dalmati. Fu arrestato a Venezia per i suoi contatti con la Resistenza. Alcuni suoi amici e compagni furono fucilati; Zoran venne deportato a Dachau nel mese di ottobre del 1944, dove lavorò in una fabbrica di munizioni delle SS.

A Dachau realizzò 180 disegni che mostravano la tragica realtà del campo, la denutrizione, le malattie, le torture e la morte degli internati. Del corpus di tali opere, se ne salvarono trentacinque, che l'artista nascose in una copia del libro Mein Kampf di Adolf Hitler, riponendolo nella biblioteca del lager. Music è considerato fra i più grandi artisti dell'Olocausto. R.M
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Abraham Sutzkever, il poeta dell'Olocausto
Abraham Sutzkever nasce nel 1913 a Smorogon, vicino a Vilna in Lituania. A causa delle persecuzioni antisemite in Russia, fu espulso dalla regione: sorte che toccò a un milione di ebrei, accusati di essere spie dei tedeschi durante la I Guerra Mondiale. La sua famiglia si rifugiò nell'inospitale Omsk, in Siberia, dove il padre di Jacob morì a soli trent'anni. Nel 1920 la madre tornò in un sobborgo di Vilna con il piccolo Jacob e i suoi due fratellini, in condizioni di estrema indigenza. Nella prima giovinezza il poeta entrò nel gruppo di artisti "Giovane Vilna" dove fece conoscere le sue composizioni in yiddish. Un editore di Varsavia pubblicò il suo primo librio di poesie. Sposò l'amica del cuore della sua infanzia. Nel 1941, quando la Germania invase la Russia, 100.000 ebrei di Vilna furono massacrati nei boschi di Ponar. I 20.000 sopravvissuti furono rinchiusi in due piccoli ghetti malsani e periodicamente sterminati o deportati. Nel settembre del 1941 fu sorpreso dalla polizia fuori dalle mura del ghetto e messo al muro. Le autorità spararono vicino alla sua testa e lo ricondussero nel ghetto. Sua madre fu deportata e suo figlio avvelenato dai tedeschi, ancora in fasce. Si unì con la moglie alla resistenza, nelle file dell'Organizzazione Partigiana Unita. Nel 1943 fuggirono dal ghetto insieme ad altri partigiani, che vissero nei boschi in condizioni di durezza estrema. Con un pericoloso viaggio aereo, il poeta e la moglie raggiunsero Mosca ed ebbero asilo politico, nel marzo del 1944, grazie al'impegno della giornalista ebrea Ilya Ehrenburg. A luglio, quando Vilna fu liberata, tornarono a casa. Nel 1947 Sutzkever e la moglie andarono a vivere in Palestina, dove un anno dopo sarebbe stato riconosciuto lo Stato di Israele. Fondò il circolo letterario "La Catena d'Oro", impegnato al recupero e alla promozione della poesia in yiddish. E' il più importante poeta in lingua yiddish e uno dei principali poeti dell'Olocausto. (Nelle foto: Abraham Sutzkever; il poeta a passeggio con Noach Nacbust). R.M.

Abraham SutzkeverSemi di grano
Ghetto di Vilna, marzo 1943.
Versione di Roberto Malini
Grotte, sbadigli aperti della terra,
Un taglio si apre sotto alla mia scure!
Prima che la pallottola mi centri-
Ti porto dei regali nelle sacche.
Vecchie pagine di colore blu,
Tracce di viola su capelli argentei,
Parole su una pergamena, nate
Nelle migliaia di anni disperati.
Tentando di proteggere un bambino,
Corro, portando le parole ebree,
Brancolo senza meta in ogni luogo:
Le orde non uccideranno l'anima.
Sto cercando il mio braccio nel falò:
Sono contento, l'ho afferrato, bravo!
Casa mia sono Amsterdam e Worms,
Madrid, Livorno e l'istituto YIVO*.
Che tormento mi provoca una pagina
Che il fumo e il vento portano lontano!
Poesie nascoste vengono e mi soffocano:
-Ci nascondono nel tuo labirinto!
Scavo buche ove pianto manoscritti
E se mi piega la disperazione,
La memoria mi narra dell'Egitto,
Favola antica di semi di grano.
E racconto la favola alle stelle:
C'era una volta un Re, che presso il Nilo
Costruì una piramide per vivere
Dopo la morte, con potere e sfarzo.
Versate nella mia bara dorata,
Come prevede l'ordine regale,
Chicchi di grano -è la ricordanza
Per questo nostro mondo materiale.
Per novemila anni, astri solari
Nel deserto mutarono le rotte,
Finché si ritrovò nella piramide
Il grano, dopo un tempo senza fine.
Sono passati novemila anni!
Ma quando i semi hanno riempito i solchi,
Sono cresciute piante luminose
In file, pienamente maturate.
Forse le mie parole dureranno,
Vivranno finché tornerà la luce
E nell'ora prevista dal destino
Inaspettatamente fioriranno?
Come semi di grano primordiale
Che si sono mutati in vive piante,
Le parole daranno nutrimento,
Le parole saranno di qualcuno:
Del popolo, nel suo cammino eterno.

* Istituto scientifico ebraico fondato a Vilna nel 1925, che offriva borse di studio e impieghi e giovani ricercatori di talento. L'Istituto Yivo pubblicò numerose opere e riviste in lingua ebraica, che contribuirono al progresso degli studi sulla lingua e delle tradizioni popolari. La biblioteca dell'Istituto -che aveva sezioni dedicate a storia, filologia, pedagogia, psicologia, statistica ed economia- comprendeva 40.000 volumi. Il poeta lavorò presso l'Istituto Yivo, che venne distrutto dai nazisti nel luglio del 1941, insieme alla sua biblioteca.
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Il giardino della vita
In una pagina dello Zibaldone, Giacomo Leopardi ci invita a guardare attentamente oltre la bellezza apparente del giardino della vita. Avvicinandoci ai fiori, alle erbe e alle piante, ci accorgiamo che le corolle sono torturate dagli insetti, appassiscono sotto i raggi del sole, sono straziate da un refolo di vento. Persino la donzelletta leggiadra, addentrandosi nel giardino, porta dolore e distruzione nell'armonia vegetale.

La vita in sé può apparire bella e lieta, ma in realtà ogni creatura vivente è condannata a penare e morire. Vi sono analogie fra l'allegoria leopardiana e i primi due versi di una canzone di Manuel Scorza (1928-1983), grande e sottovalutato poeta peruviano: "Finché qualcuno patirà / la rosa non potrà essere bella". Sotto una diversa prospettiva, la stessa opposizione fra vera bellezza e vero dolore. Il nostro compito? Avere cura del giardino del mondo, alleviandone per quanto possibile il dolore e adorandone la commovente bellezza. (Nella foto: ritratto di Giacomo Leopardi). R.M.
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Da "Un anno a Treblinka"
di Jankiel Wiernik
(versione poetica in italiano di Roberto Malini)
Cari uomini e donne del futuro,
è per il vostro bene che rimango aggrappato
alla mia miserabile esistenza,
anche se ormai ho lasciato ogni speranza.
Come potrei apprezzare la purezza dell'aria
o le bellezze che la natura ha creato?
No. Mi sveglio nel cuore della notte
lamentandomi pieno di dolore.
Incubi atroci spezzano il mio sonno
di cui avrei bisogno in modo disperato.
Vedo un'orda di scheletri, migliaia
Di scheletri che tendono le loro ossute braccia
verso di me, implorando pietà e vita.
Pietà. Vita. Ma io, bagnato di sudore,
posso solo guardarli, ma non posso aiutarli.
Mi alzo, mi riscuoto e in quel momento
mi rendo conto che era solo un sogno.
Ma mia vita è piena di amarezza:
mi cercano migliaia di fantasmi di morte,
fantasmi di bambini, di bambini innocenti,
sempre e solo bambini.
Cari uomini e donne del futuro,
ogni cosa che mi era cara e sacra
io l'ho sacrificata. Li ho portati
sui luoghi delle loro esecuzioni,
le camere di morte che io stesso ho creato.

Jankiel Wiernik nasce in Polonia nel 1890. All'età di 20 anni aderisce all'organizzazione socialista ebraica Bund; è arrestato e mandato in Siberia. Entra nell'esercito zarista, quindi si trasferisce a Varsavia. Nel 1942 i nazisti lo deportano dal ghetto a Treblinka, terribile campo di sterminio.Grazie alla sua abilità di carpentiere non è inviato alle camere a gas. E determinante in una fuga dal campo avvenuta nel 1943, cui partecipa con successo. Grazie a falsi documenti, riesce a restare in libertà fino alla liberazione. Membri della resistenza ebraica gli chiedono di scrivere la sua testimonianza sullo sterminio in atto a Treblinka e la pubblicano clandestinamente nel maggio del 1944. Alcune copie raggiungono i membri ebrei del governo polacco in esilio a Londra, che diffondono il documento. Le memorie di Wiernik sono fondamentali per comprendere lo sterminio di Treblinka, che riguardò da 750.000 a 1 milione di ebrei. Dopo la guerra, Wiernik si trasferì in Israele, dove morì nel 1972.
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