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Tre lampadine illuminano il mondo
di Gianluca Carmosino
È accaduto martedì sera in un capannone abbandonato e illuminato con tre lampadine nella periferia est di Roma, perché non potrebbe ripetersi in altre città? Un centinaio di cittadini, poco importa se «militanti» o se rom romeni, si è incontrato per gustare un po' di cibo buono, fare due chiacchiere, ascoltare della musica e guardare il video che racconta l'occupazione di quel capannone da parte di quaranta rom, per lo più donne con meno di diciotto anni e molti bambini [la storia dell'occupazione e il video sono scaricabili dal sito di Carta]. Eppure, nel quartiere non era stato diffuso nemmeno un volantino, la pioggia non si è fermata un attimo per tutto il giorno e il sindaco di Roma si chiama sempre Gianni Alemanno.
Quelle persone, ne siamo stati testimoni, si sono sbarazzati per una serata dell'impotenza che sembra avvolgere molti di fronte all'ondata razzista di questi giorni. Mentre preparavano la cena, litigavano con il generatore che faceva partire le immagini ma non l'audio, cercavano una sedia libera e ascoltavano i racconti di Grifina che da quando è cominciata l'occupazione è tornata a scuola, hanno di fatto costruito le relazioni di fratellanza che prefigurano il tipo di società per cui milioni di persone lottano in tutto il mondo. E lo hanno fatto scoprendosi capaci di interrompere, almeno per qualche ora, le logiche del capitale e quelle xenofobe che dalla prime discendono [i rom rubano i bambini ma sono anche inutili alla crescita del paese]: insomma, creare il tipo di relazioni solidali desiderate non dipende necessariamente dal posto che si occupa nella società, nei processi produttivi e nei luoghi di potere. L'antirazzismo si illumina anche con tre lampadine.
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NAPOLI ADOTTA REBECCA, ARTISTA ROM DI 12 ANNI
Una storia di emarginazione e povertà a lieto fine
di Ap Com
Roma, 2 maggio - Si chiama Rebecca Covaciu, è una ragazzina rom di 12 anni, ha
una vita di povertà, emarginazione e sofferenza alle spalle, ma è piena di
talento: disegna e dipinge.
Rebecca ora ha una chance in più: è stata "adottata" assieme alla sua famiglia
dalla città di Napoli, grazie all''intervento dell''assessore alla Memoria del
Comune di Napoli Dolores Madaro e della giunta comunale.
Un "Grazie al comune di Napoli" è arrivato dal Gruppo EveryOne, che insieme
all'Opera Nomadi ha seguito il caso. Ora Rebecca, soprannominata "la piccola
Anna Frank del popolo Rom", è seguita dagli operatori sociali di Opera Nomadi e
del Comune, assistita dal Centro Lima e dalla Protezione civile di Napoli, e
potrà anche studiare e perfezionare il suo talento.
"La gente crede che siamo tutti ladri - ha confidato Rebecca agli attivisti di
EveryOne - ma i miei genitori desiderano solo lavorare e avere una casa, anche
piccola. Nessuno, però, ci dà un lavoro ed è solo per questo che gli zingari
chiedono l''elemosina".

La famiglia Covaciu lasciò alcuni anni fa il villaggio di Arad, vicino a
Timisoara, in Transilvania, per sfuggire all'indigenza e alla segregazione. I
Covaciu hanno vissuto in Francia, in Spagna e in Italia. La primavera scorsa, la
famiglia rom ha incontrato gli attivisti del Gruppo EveryOne: i volontari li
hanno aiutati e hanno presentato i disegni di Rebecca al Museo d''Arte
Contemporanea di Hilo (Stato delle Hawaii, Usa), che ne espone alcuni, come
espressione dell''arte rom in Europa e della condizione di emarginazione in cui
vivono.
Le opere di Rebecca sono state esposte anche nelle mostre del Gruppo
internazionale di artisti "Watching The Sky", fra cui "Psiche Incatenata", in
occasione della Giornata della Memoria 2008, nelle prestigiose sale
dell''Archivio Storico del Comune di Napoli. Genova ha attribuito l''importante
riconoscimento "Premio Unicef - Caffè Shakerato 2008" ai disegni-testimonianza
della piccola artista, che verrà premiata il 6 maggio prossimo presso il teatro
Verdi di Genova Sestri ponente alla presenza dei ragazzi delle scuole genovesi,
delle autorità scolastiche e cittadine.
La serie di disegni di Rebecca "I topi e le stelle", ispirata alla sua vita
negli insediamenti ''abusivi'', sarà esposta a Roma, Napoli e Genova per la
mostra itinerante ''Arte, infanzia e Diritti dei Popoli''. Rebecca sarà anche la
voce per un appello all''Europa, contro la discriminazione che colpisce il suo
popolo.
L''appello è diventato anche un video, che sarà presentato al Parlamento
europeo.
La storia completa di Rebecca è
disponibile on line su:
www.everyonegroup.com/it
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Caffè Shakerato, il significato di un progetto
Caffè Shakerato rappresenta un modello sperimentale aperto nato dalla vasta
esperienza di un gruppo di docenti, esperti nel settore didattico-educativo,
artistico, musicale ed espressivo che nel corso di tre anni a partire dal 2004
operano con un numero crescente di studenti italiani e stranieri, enti culturali
e organizzazioni umanitarie.
Il Progetto che attualmente coinvolge scuole secondarie di primo e secondo grado
del medio ponente, scuole liguri, le principali organizzazioni umanitarie
radicate nel territorio nazionale ed internazionale, scuole di altri paesi e
continenti collegate al progetto attraverso l’intermediazione delle suddette
organizzazioni, mediatori culturali rappresentativi delle principali culture
d’origine dei nostri studenti, rappresentanti del mondo dell’editoria e della
comunicazione, è un tentativo di superare la possibile, iniziale, diffidenza
verso l’altro, attraverso la conoscenza reciproca e la valorizzazione della
dimensione della creatività, elemento comune a tutte le culture. L’idea di
movimento, scambio e arricchimento è già implicita nel nome di questo progetto.
“Caffè Shakerato” è un po’ una metafora per dire come più elementi, spesso
diversi, talvolta anche in contraddizione, possono mescolarsi senza temere di
perdere la loro identità di partenza. Anzi, alla fine del processo, o meglio, ad
ogni nuovo inizio, ogni ingrediente ne esce fortificato e arricchito pur
mantenendo la propria “originalità” di partenza.
Attraverso la produzione di poesie, racconti in italiano e in lingua originale,
ma anche video, rappresentazioni grafiche e pittoriche, ricette interetniche,
“Caffè Shakerato” ha rappresentato, in questi tre anni di vita, un “luogo”,
nell’accezione sociologica di “spazio caratterizzato da affettività”, dove
persone e culture diverse hanno potuto incontrarsi, conoscersi e arricchirsi
vicendevolmente.
Centinaia di ragazzi delle scuole secondarie di Genova e della Liguria (ma non
dimentichiamo i bambini dell’asilo interetnico Oasis) in questi tre anni hanno
partecipato al “Concorso interculturale sulla creatività espressiva” “Caffè
Shakerato”, promosso dall’Istituto Alberghiero Nino Bergese di Genova, con opere
in italiano, pakistano, albanese, spagnolo, arabo, rumeno, russo, inglese … e
hanno prodotto “cultura”, quella “cultura della scuola” di cui poco si parla in
un contesto sociale dove lo studente è spesso percepito come “fruitore” del
processo educativo e più difficilmente come parte attiva nella costruzione del
sapere.
Alcune di queste opere hanno partecipato in seguito a concorsi promossi da Enti
e Istituzioni e spesso hanno ottenuto altri significativi riconoscimenti. Alcuni
testi sono in seguito “usciti” dalla scuola e sono diventati performances
teatrali, letture pubbliche fatte agli anziani, momenti di festa condivisa.
Hanno partecipato a “Caffè Shakerato”, attraverso progetti scolastici o di
cooperazione internazionale, anche ragazzi o comunità intere di altri paesi e
continenti come la Francia, il Benin, l’India, il Sahrawi, il Sudan, il Chiapas.
L’incontro tra persone e culture si è arricchito così ulteriormente grazie alle
attività di solidarietà svolte con prestigiose organizzazioni che hanno permesso
ai nostri ragazzi di raggiungere e conoscere realtà molto diverse da quella in
cui vivono.
Inoltre, attraverso l’incontro con ragazzi di altri Paesi, mediato attraverso le
organizzazioni umanitarie, i ragazzi hanno assunto un impegno comune che ha
rappresentato uno stimolo molto forte alla produzione di testi, video, immagini
relativi all’esperienza condivisa. Ma non solo: avere un obiettivo comune, come
scrivere una poesia d’impegno civile per le comunità zapatiste del Chiapas,
realizzare un video in lingua spagnola per far loro conoscere la nostra città,
oppure dare parola, attraverso il linguaggio poetico, alle immagini
fotografiche, straordinariamente comunicative, delle comunità nomadi del Sahrawi,
ha permesso ai ragazzi delle nostre classi, italiani e stranieri, di avere uno
scopo condiviso che già, di per sé, crea unità nella diversità.
Si profila, inoltre, una direzione di ricerca nella didattica della lingua che
può superare il limite di un’impostazione ancorata totalmente a parametri di
tipo cognitivistico, fondati sul controllo delle strategie e dei sottoprocessi
che consentono di superare le difficoltà che impediscono un pieno conseguimento
degli obiettivi perseguiti.
“Caffè Shakerato” può consentire di far emergere nuove piste di lavoro: in
particolare spinge a cogliere e valorizzare i tratti di positività che sono
rintracciabili nella presenza degli alunni stranieri nelle nostre scuole. Si può
evitare in tal modo di interpretare e ricondurre l’alunno straniero all’interno
della categoria del “deficit”, mettendo a fuoco, sia pure per aiutarlo, soltanto
le sue difficoltà.

Le motivazioni
Da un’attenta osservazione dei cambiamenti sociali in atto, in
particolare, nell’ultimo decennio dovuti ad una pluralità di cause studiate e
analizzate da studiosi di ogni campo, non ultimo la massiccia immigrazione di
cittadini provenienti da svariate culture, diventa fondamentale per le agenzie
educative e in particolare la scuola, farsi carico di elementi di novità che
rappresentano un’opportunità di conoscenza, arricchimento culturale, educazione
alla convivenza e alla solidarietà per gli studenti italiani e di reale
integrazione come cittadini attivi per ragazzi e ragazze delle nuove generazioni
appartenenti ad altre culture.
Più in particolare il progetto è nato all’interno di un Istituto scolastico
professionale, l’Istituto Alberghiero “Nino Bergese”, ad alta frequentazione di
studenti provenienti da diversi Paesi stranieri e con un bacino d’utenza, anche
per quanto riguarda gli studenti italiani, vario e connotato da un’alta
disaffezione alla frequenza scolastica, con numerosi e documentati casi di
abbandono.
Ricerche svolte da esperti tra cui mediatori culturali che collaborano
stabilmente con il nostro istituto, docenti, università (Facoltà di scienze
della Formazione, Medicina ed altre), antropologi e psicologi hanno ampiamente
documentato la situazione di criticità e la necessità di interventi che portino
ad una riduzione del tasso di dispersione scolastica soprattutto nel primo
biennio ed in particolare in riferimento agli studenti stranieri.
Destinatari dell’intervento sono gli studenti dell’Istituto, delle scuole
secondarie di I e II limitrofe, di altre scuole genovesi interessate al progetto
e in “rete” da due anni, di scuole secondarie (Istituti Professionali, Tecnici e
Licei) della Regione Liguria e di ragazzi di intere comunità di altri paesi e
continenti attraverso la mediazione di alcune organizzazioni che operano
direttamente nel settore educativo all’interno del mondo del volontariato. Si
configurano pertanto delle “architetture di andata e ritorno” che aprono scenari
nuovi in un movimento di circolarità che è alla base di un approccio innovativo
rispetto a quello tradizionale.
Si è rilevato nel corso dell’esperienza condotta che gli studenti che hanno
partecipato al Progetto sono spesso riusciti a migliorare le proprie prestazioni
scolastiche ma, soprattutto, la maggior parte dei ragazzi che ha partecipato
alla vasta rosa di iniziative proposte ha evitato quel fenomeno così presente e
pressante nella scuola professionale che è rappresentato dagli alti tassi di
dispersione scolastica.
Le attività
La scuola pilota del Progetto presenta ogni anno un tema legato alla
dimensione espressiva che sia di forte stimolo alla creatività dei ragazzi sotto
forma di un concorso relativo alla produzione di poesia e testi in prosa in
lingua originale (con traduzione) e in italiano, video, immagini artistiche, e
performance teatrali.
Tale concorso viene diffuso attraverso canali istituzionali, quali circolari
alle scuole, siti Internet, ecc.
Viene inoltre presentato ai docenti interessati il percorso didattico-educativo
seguito che è poi il modello di lavoro adottato dai promotori.
Tale modello, proposto alle classi dell’Istituto, prevede un coinvolgimento dei
docenti, in particolare di lettere, dei mediatori culturali e di esperti nel
campo artistico, musicale, delle arti figurative e teatrali o esperti esterni.
In particolare, all’interno dell’Istituto promotore, che ha tentato un percorso
sperimentale, vengono svolti, nelle classi del primo biennio, laboratori
espressivi, artistici, teatrali, ecc. fortemente mirati alla comunicazione
interculturale, condotti da esperti esterni alla scuola nelle ore curricolari in
codocenza con l’insegnante di classe.
L’attività svolta, che ha una sua autonomia rispetto al concorso interculturale,
funge spesso da stimolo per l’elaborazione di testi, video, immagini legate al
tema del concorso.
Alcuni studenti, italiani e stranieri, coordinati dai docenti di alimentazione e
cucina compiono una ricerca legata alla cucina dei paesi di provenienza dei
partecipanti al concorso. Questa ricerca, compiuta anche in collaborazione con
le famiglie, condurrà alla preparazione di un buffet interetnico offerto in
occasione della premiazione.
Importante anche il coinvolgimento delle principali organizzazioni umanitarie a
livello internazionale, nazionale e cittadino, per diffondere la cultura del
volontariato e coinvolgere i ragazzi italiani e stranieri su progetti che
arrivino ai diretti interessati e che spesso hanno una connotazione culturale
oltre che un’apertura alla solidarietà sociale e prevedono un feedback dalle
realtà coinvolte.
Tra le attività che garantiscono apertura, comunicazione ed educazione alla
mondialità, alla pace e alla solidarietà vi è la partecipazione a progetti
promossi da associazioni non governative che sono in rete con Caffè Shakerato.
Alcune classi partecipano al concorso con opere frutto di una rielaborazione
personale dell’esperienza svolta. Alcune di queste opere sono poi arrivate alle
comunità “adottate”dai nostri studenti.
Centrale è l’intervento, nella fase finale, dei mediatori culturali per la
revisione delle traduzioni dei testi in lingua originale.
Ogni anno i promotori preparano un evento conclusivo pubblico con grande
partecipazione di studenti, docenti, genitori, mediatori, associazioni, cariche
diplomatiche e istituzionali.
Tale evento è anche un momento d’incontro e di visibilità pubblica molto forte
del lavoro svolto.
I “prodotti” realizzati e le modalità di lavoro via via seguite vengono diffuse
attraverso pubblicazioni, siti, letture pubbliche, partecipazioni ad altri
concorsi.
Le responsabili del Progetto
Prof.ssa Daniela Malini (Ideatrice e responsabile culturale)
Prof.ssa Patrizia Falco (Responsabile onlus e Docente esperto garante per i
diritti dell’infanzia)
Prof.ssa Ingrid Pfaffinger (Responsabile organizzazione e Design)
Nella foto, una delle
pubblicazioni di "Caffè Shakerato"
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6
maggio a Genova, IV edizione del Concorso interculturale sulla creatività
espressiva “Caffè Shakerato”
Martedì 6 maggio a partire dalle ore 9.00 presso il Teatro Verdi di Genova
Sestri Ponente si terrà la premiazione del Concorso interculturale sulla
creatività espressiva “Caffè Shakerato” IV edizione, promosso dall’Istituto
Alberghiero Nino Bergese di Genova “Scuola Ambasciatrice di Buona Volontà
UNICEF” in sinergia con il Comune di Genova – Municipalità Medio Ponente.
Il Concorso ha coinvolto studenti di Istituti di ogni ordine e grado e ha visto
la partecipazione di ben 15 scuole genovesi e liguri, dell’asilo Interetnico
Oasis, della Scuola Laboratorio di ricerca e sperimentazione teatrale del Teatro
delle Nuvole, del
Gruppo EveryOne, del Carcere
maschile di Marassi – sezione a custodia attenuata, del circolo Arci “8 marzo” e
anche di realtà di altre regioni italiane.
Hanno patrocinato il progetto il Comune di Genova – Municipalità Medio Ponente,
l’Unicef, il Secolo XIX, Radio 19, Coop Liguria, La Lontra editore, la Consulta
dei Giovani.
Hanno inoltre aderito al progetto associazioni e organizzazioni umanitarie tra
cui Ya Basta, Genova con l’Africa, Genova con il Sahrawi, Music for peace, la
Biblioteca Guerrazzi ecc.

Tema del concorso, articolato in sezioni, (video, immagini, opere in lingua
originale, poesia e prosa, adulti) è la “Distanza”. Mentre le nuove tecnologie
sembrano quasi annullare l’idea di “distanza”, dando a ciascuno l’impressione di
poter raggiungere con facilità luoghi, persone e informazioni, emerge, nella
società come nei singoli individui, un bisogno crescente di comunicazione e di
incontro, di scambio e solidarietà reali.
Oltre 150 le opere pre-selezionate dalle singole scuole e giunte alla giuria
formata da esperti di numerose discipline tra cui Rosa Elisa Giangoia
(presidente), Amina Di Munno, docente universitaria, Pasquale Dieni, insegnante
e fondatore de “Le quattro chitarre”, Marco Romei, drammaturgo, Maria Eugenia
Esparragoza, mediatrice culturale e membro del comitato scientifico ministeriale
sull’intercultura, Ribka Sibhatu scrittrice eritrea, Nadia Gherardi, insegnante,
referente di progetti a valenza sociale, Sergio Massone, artista ed esperto di
tematiche legate al disagio giovanile.
All’interno della premiazione verranno assegnati alcuni riconoscimenti speciali,
tra cui il “Premio Unicef”, il “Premio La lontra” per i lavori in lingua
originale e, novità di questa edizione, il premio assegnato dal quotidiano “Il
Secolo XIX”.
Presenta Davide Mancini, diplomando della scuola del Teatro Stabile di Genova ed
ex studente dell’Istituto Bergese. Letture di Franca Fioravanti, Teatro delle
Nuvole.
Al termine della premiazione verrà offerta una “merenda” dalla Centrale del
latte Tigullio.
La cittadinanza è invitata.
Per conoscere il percorso seguito e le finalità del progetto, nonché i testi
vincitori e le modalità di collaborazione con le organizzazioni umanitarie è
possibile richiedere
all’indirizzo mail il volume
“Caffè Shakerato - dimensione espressiva e didattica interculturale” - Ministero
della Pubblica Istruzione - Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria che
contiene scritti di docenti ed esperti e la pubblicazione dei testi vincitori
delle tre edizioni.
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Lettera aperta ai direttori dei manicomi
di Antonin Artaud (1935)
Signori, le leggi e le convenzioni vi concedono il diritto di valutare lo
spirito umano. Questa giurisdizione sovrana e indiscutibile voi l'esercitate a
vostra discrezione. Lasciate che ne ridiamo. La credulità dei popoli civili, dei
sapienti, dei governanti dota la psichiatria di non si sa quali lumi
sovrannaturali. Il processo alla vostra professione ottiene il verdetto
anzitempo. Noi non intendiamo qui discutere il valore della vostra scienza, né
la dubbia esistenza delle malattie mentali. Ma per ogni cento classificazioni,
le più vaghe delle quali sono ancora le sole ad essere utilizzabili, quanti
nobili tentativi sono stati compiuti per accostare il mondo cerebrale in cui
vivono tanti dei vostri prigionieri? Per quanti di voi, ad esempio, il sogno del
demente precoce, le immagini delle quali è preda, sono altra cosa che
un'insalata di parole? Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad
un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo,
invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette di
sanzionare mediante l'incarcerazione a vita le loro ricerche nel campo dello
spirito umano.

E che incarcerazione! Si sa – e ancora non lo si sa
abbastanza – che gli ospedali, lungi dall'essere degli ospedali, sono delle
spaventevoli prigioni, nelle quali i detenuti forniscono la loro manodopera
gratuita e utile, nelle quali le sevizie sono la regola, e questo voi lo
tollerate. L'istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della
giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale. Non
staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi
il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei
vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono,
anch'essi, internati arbitrariamente.
Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio,
altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di
idee o di azioni umane. La repressione delle reazioni antisociali è per
principio tanto chimerica quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono
antisociali. I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura
sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell'uomo, noi
reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità,
perché è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli
uomini che pensano e agiscono. Senza stare ad insistere sul carattere di
perfetta genialità delle manifestazioni di certi pazzi, nella misura in cui
siamo in grado di apprezzarle, affermiamo la assoluta legittimità della loro
concezione della realtà, e di tutte le azioni che da essa derivano. Possiate
ricordarvene domattina, all'ora in cui visitate, quando tenterete, senza
conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali, dovete
riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.
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Almeno Britney Spears
Racconto breve di Laura Todisco
Una volta era solo la domenica, poi cominciò a verificarsi già all'inizio del
sabato.
Ogni weekend ritornava, quella sensazione profonda di noia e di morale sotto i
piedi: la depressione del finesettimana. Le prime domeniche noiose risalivano
alla sua infanzia, quando tutti i membri della sua famiglia si riunivano intorno
alla tv a guardare Domenica in.
O meglio, quasi tutti. Sua zia adolescente era chiusa nella cameretta ad
ascoltare l'orribile musica degli anni 70; i vinile ruotavano intorno alla
puntina del giradischi e riempivano l'aria di suoni mezzo psichedelici, conditi
di insulse parole d'amore, miserie musicali di band e cantanti di cui restano
solo i nomi, allora così evocativi, oggi così ridicoli e niente altro: i
santoni, i semplici, gli alunni di questo o di quell'altro. Nomi venuti fuori
direttamente dalle sagrestie e dai coretti domenicali... come la gente che li
portava. Ogni tanto arrivava la notizia di qualche bomba a mutare in nero, il
nero della morte ed il buio dell'anima, il grigio sovrastante. Gli anni 80,
invece, erano stati fantastici, euforici ed euforizzanti: soprattutto la musica
e poi... più niente. 36 anni ancora a casa con la famiglia, 36 anni che per lei
ne valgono 50, perché a 17 aveva quasi spaccato il mondo, perché aveva trascorso
un'adolescenza da Dio, perché aveva conosciuto, vissuto, sperimentato e amato.
Pensava che il seguito sarebbe stato in salita o, magari, in linea retta.

Invece si era riarrotolato tutto ed erano ricominciati gli
anni del grigio e delle bombe a mutare in nero il grigio sovrastante (erano solo
cambiati i nomi dei bombaroli, ora sembravano usciti dalle Mille e una Notte). E
mentre i suoi coetanei si consideravano post-adolescenti, lei si vedeva come una
Britney Spears in versione intellettuale, fallita tanto tempo fa, col suo
matrimonio mai celebrato – aveva 19 anni quando decise e 19 anni e due giorni
quando cambiò idea – e la sua unica convivenza durata 4 giorni, quando aveva 25
anni. Almeno Britney aveva due bambini, mentre lei nemmeno quelli e non ne
voleva. Più precisamente, non avrebbe voluto partorirli. Almeno Britney aveva la
sua casa, mentre lei nemmeno quella. E ora sua madre aveva cominciato a stirare
facendola precipitare in uno stato ancora più pietoso. Il quadro era completo:
sabato pomeriggio, 36 anni a casa con i genitori e la mamma che stira in
cucina... la concretizzazione di una canzone di Claudio Baglioni. O era
Venditti? "Tanto, è uguale..." si disse. E chiuse gli occhi.
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Testimoniare un campo rom: Stalker e
Antun Blazevic
Dal progetto nel campo rom del Foro Italico di Stalker e dal progetto di uno
spettacolo teatrale sui rom di Anton Blazevic nasce l'incontro per costruire
un'esperienza tra il mondo dei rom e il mondo dei gagè (i non rom).
Lunedì 31 marzo ore 17.30
Via Aldo Manuzio 72, ex Mattatoio
Facoltà di Architettura Roma3
Numerose esistenze nate e cresciute in seno ad un paradosso legislativo e
urbanistico. Il cui futuro è sospeso nei campi sosta provvisori. Quello di Via
del foro italico è un campo provvisorio dal 1991, ovvero da 17 anni. In 17 anni
nascono bambini, muoiono anziani, si costruiscono rapporti con la città, si ha
cura degli altri, si torna in patria, si ha fede nella vita, si cambia e si
resta sempre identici. Dopo 17 anni di provvisorietà permanente la paura dello
sgombero mette ancora in discussione la scommessa sul futuro. E più che mai sul
presente. Due mondi si incontrano immaginando assieme uno spazio nuovo capace di
accoglierli entrambi.

Stalker/Osservatorio Nomade
Foro Italico 531
Un progetto di Stalker/Osservatorio Nomade a cura di Francesco Careri e Ilaria
Vasdeki nell'ambito della ricerca "Nomadismo e Città. Abitare informale, campi
rom e ricoveri occasionali, letti attraverso le pratiche e le esperienze
dell’arte pubblica” del Dip.S.U. Dipartimento di Studi Urbani – università di
Roma 3, in collaborazione con il corso di Arte Civica prof. Francesco Careri,
Facoltà di architettura Roma3
info:
http://foroitalico531.wordpress.com
video:
http://it.youtube.com/reterom
www.osservatorionomade.net
Antun Blazevic
Ricordi
Dall'incontro di un gruppo di Rom, appassionati di musica e teatro, nasce la
necessità di mettere insieme gli interessi comuni, per dare vita a un soggetto
culturale capace di proporre uno spettacolo teatrale, in cui
unici protagonisti siano i Rom.
L'ideatore del progetto è Antun Blazevic, che attualmente collabora come
mediatore culturale Rom con il Comune di Roma, ed è protagonista, oltre che
coautore dei testi, dello spettacolo teatrale realizzato da Moni Ovadia "Ieri e
oggi, storie di ebrei e di zingari". Lo affianca un gruppo di musicisti della
formazione Taraf Metropulitana.
COSA VOGLIAMO FARE
La cultura e le tradizioni del popolo Rom si esprimono per lo più attraverso la
musica e i racconti orali. Non esiste praticamente niente di scritto, né musica,
né letteratura, né altre espressioni artistiche, che quindi si tramandano tra le
generazioni solo con le parole e l'insegnamento pratico. L'evolversi degli stili
di vita, l'abbandono pressoché totale del nomadismo, la necessità di inserirsi
nel tessuto sociale urbano soprattutto da parte dei giovani, rischiano di far
disperdere un patrimonio culturale dalle radici antichissime, o di renderlo
preda della modernizzazione, stravolgendone l'identità.
LO SPETTACOLO
Da tempo si assiste, nel mondo degli appassionati dello spettacolo, ad una
tendenza (che si sta trasformando in moda) verso la musica e la cultura Rom,
prevalentemente d'origine balcanica. A questo evidente entusiasmo non si
accompagna però, da parte degli spettatori, un altrettanto evidente bisogno di
conoscere da che cosa e da chi lo spettacolo trae le sue origini: molti
"intenditori" si fermano alle musiche di Goran Bregovic o ai film di Emir
Kusturica, e niente invece sanno delle vere radici della storia dei "gitani", né
delle loro attuali condizioni di vita nelle aree cittadine. Lo spettacolo che
intendiamo mettere in scena vuole proporre un nuovo approccio del pubblico verso
la cultura Rom. La musica e i testi sono integralmente elaborati dal gruppo
proponente. La struttura scenografica riproduce, in maniera scarna, ma efficace,
le condizioni di un "campo sosta". Sul palco si alternano un unico attore e i
musicisti, accompagnati a volte da danzatrici. I brani recitati dall'attore (Antun
Blazevic, che ne è anche l'unico autore) raccontano storie di vita, in prosa e
in poesia, del popolo Rom. I pezzi musicali, risalenti alle tradizioni
balcaniche, sono rielaborati in modo originale dalla "band" Taraf Metropulitana,
e accompagnano la voce narrante, adattando la musica al racconto.
COSA CI ASPETTIAMO
Il nostro spettacolo si intitola "Ricordi". Sono i ricordi di un'epoca che pare
tanto lontana, ma che invece è ieri, sono i ricordi dei vecchi, che non vogliono
che i giovani dimentichino le loro origini, sono i ricordi di un mondo che
appare all'esterno in modo troppo spesso negativo o solo folkloristico, mentre
invece vive ancora oggi in uno stato di segregazione sociale che di
folkloristico ha molto poco.
Probabilmente il nostro è finora l'unico tentativo, in Italia, di ideare e
portare in scena uno spettacolo interamente progettato solo da Rom. Crediamo
fortemente nel teatro come forma di diretto coinvolgimento del pubblico rispetto
a ciò che viene rappresentato: questo tipo di comunicazione, a metà strada tra
il messaggio sociale e il divertimento, può costituire una vera novità nel
promuovere il dialogo e la comprensione tra diversi modelli di vita, tracciando
un nuovo percorso verso una reciproca, reale conoscenza tra Rom e "gagè".
Antun Blazevic
Mediatore culturale, protagonista e coautore dei testi dello spettacolo teatrale
realizzato da Moni Ovadia "Ieri e oggi, storie di ebrei e di zingari"
web:
http://chisonoglizingari.blogspot.com
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Ho sentito sulla mia pelle l'odio...
Una riflessione di Laura Todisco
Vi sono esseri umani cui le società moderne, anche le più civili, negano il
diritto di esistere, il diritto di vivere. Fra queste vittime dell'intolleranza,
anche i Rrom che vivono in Italia. Quanto sono vere e giuste le parole di Natale
Adornetto, che si batte da tanto tempo contro gli abusi del potere, fra cui sono
particolarmente odiosi quelli perpetrati dalla psichiatria! Molti nostri
concittadini firmano petizioni, fanno marce e indossano fiocchetti rossi, rosa o
blu, solo per mettersi cattolicamente o "da veri progressisti" la coscienza a
posto, ma quando si tratta di agire nell'immediato, laddove si può agire, girano
la faccia dall'altra parte, anche quando si tratta di persone loro vicine, loro
amiche o parenti. E, cosa peggiore,sono spesso gli aguzzini di quelle persone,
perché deboli, indifese o perché semplicemente diverse. Diverse dalla massa che
– diversamente dall'astuto Ulisse - si lascia incantare dalle sirene che cantano
di soldi e successo facili... costruiti sulla pelle del prossimo, quel prossimo
troppo puro e semplice di cuore per essere invitato ai "bagordi" e per questo
fastidioso. Mi sono identificata nelle parole di Natale, anche se non ho subito
in prima persona il TSO.

Ma ho sentito sulla mia pelle l'odio, l'insofferenza e la
voglia di escludermi (sin da quando ero bambina e solo perché incapace di non
rivelare la verità e i miei pensieri... a volte solo attraverso uno sguardo
incapace di mentire). Ho avuto un amico – fraterno – massacrato dalla
psichiatria quando si faceva la fila nei vari Maurizio Costanzo show a
proclamare che i manicomi erano stati chiusi, mentre sono stati aperti per
almeno altri 10 anni ed il mio amico vi è stato rinchiuso, sedato col bromuro e
con altre schifezze usate per sedare gli animali, approfittando del clima
euforico che c'era in giro. Mia sorella si è ammalata perché incapace di reggere
all'odio ed agli sguardi atroci (a differenza mia) e solo perché siamo degli
stranieri in patria, come gli ebrei nella diaspora... solo perché non siamo
camorristi, solo perché non siamo ricattabili dal primo che si incontra per
strada, perché non abbiamo bisogno degli strozzini, né degli spacciatori di
droga... per gonfiare il nostro misero ego. La morte civile, in una città ormai
morta da secoli!
Nella foto, Laura Todisco
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Manifesto degli Psichiatrizzati
di Natale Adornetto
(http://www.tracce.org/adornetto.html)
Pensieri e parole di Natale per la Pasqua
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Da questa citazione dall'opera "Se questo è un uomo" di Primo Levi, con i dovuti
adattamenti per gli ultimi tre versi, io ne traggo il mutatis mutandis per le
persone che sono state e sono rinchiuse nei manicomi e negli Ospedali
Psichiatrici Giudiziari, per tutte quelle che hanno subito Trattamenti Sanitari
Obbligatori, per tutte quelle devastate, distrutte ed annichilite dalla
psichiatria, per tutte le migliaia e milioni di Esseri Umani vittime innocenti
ed incolpevoli degli psichiatri e delle psichiatre.
Levi scrive "Meditate che questo è stato".
Riguardo alle persone psichiatrizzate, vi dico di meditare che questa
carneficina, questo genocidio, non solo è stato MA TUTTORA E'.
E, purtroppo, per come stanno le cose, lo sarà, come minimo, per molte decine di
anni ancora.
Ed oltre ad esserci tuttora, quello che è stato e viene fatto dalla psichiatria
ai fortuiti e malcapitati psichiatrizzati, nel globale è peggio di quello che
hanno fatto nei campi di concentramento, campi di concentramento non solo creati
dalla Germania ma anche da altri Paesi e anche dopo la seconda guerra mondiale.
Ed è anche peggio di ciò che ha fatto l'Inquisizione.
E non solo è peggiore, ma anche più esecrabile, difatti vi è la pesante
aggravante che queste cose peggiori non sono fatte in tempi di guerra o nel
medioevo oscurantista.
Vengono fatte in Stati ove non c'è guerra, nell' "illuminato" terzo millennio e
contro persone facenti parte della medesima popolazione, contro il proprio
vicino di casa.
Per me è e sarà pure questa la Giornata della Memoria, una Giornata Eterna, una
Giornata Sempreverde – infatti Commemoro in me ogni giorno le vittime della
psichiatria.
Tutte le persone, tranne pochissime, fra cui io, si "difendono" da certe cose in
certi modi.
Si creano gli "alibi", le giustificazioni, le assoluzioni. Ciò per non sentirsi
conniventi e complici attivi delle violenze commesse.
Però questi alibi (ai miei occhi per altro fragili e inconsistenti) che le
persone si creano, sono ampiamente rivelatori, denotano chiaramente la loro
falsa e/o cattiva e/o ipocrita e/o sporca coscienza.
Il primo modo usato dalle persone per inventarsi l'alibi, è il riconoscere
crimini contro l'umanità solo come commessi nel passato, in un passato
abbastanza lontano, in un tempo in cui loro non c'erano, così da essere sicure
che non c'entrano, in modo da poter dire a se stesse e agli altri ciò, in
maniera da poter dire a se stesse e agli altri che se ci fossero state,
avrebbero fatto qualcosa. In modo da poter dire a se stesse e agli altri che una
volta avvenivano efferatezze ma che oggi queste non avvengono, che va "tutto
bene", che i tempi "sono cambiati", che l'inciviltà e la barbarie fanno parte
del passato.

Il secondo modo usato per crearsi un alibi, è il riconoscere, quando proprio non
se ne può fare a meno, che determinate cose ci sono, che avvengono, ma che
accadono in Paesi lontani, abbastanza lontani, per poter dire a se stesse e agli
altri quanto già scritto su, per poter dire a se stesse e agli altri che le
nefandezze vengono sì commesse, ma in Paesi stranieri, non nel proprio, da altre
persone, non da loro. Così da poter dire che certe cose loro non le fanno, che
non le permetterebbero nel loro Paese, che farebbero qualcosa, che
protesterebbero, che si attiverebbero.
In ogni caso, ci deve essere la lontananza. E se questa, di fatto, non c'è,
viene illusoriamente creata – in modo che ci siano le distanze, in modo da poter
prendere le distanze. Questa fa stare le persone "con la coscienza pulita e a
posto".
Come se ci fosse necessità di andare lontano temporalmente e spazialmente per
vedere determinate truculenze, come se ci fosse bisogno di andare lontano da
loro stesse per constatare determinate abiezioni e turpitudini.
Da loro stesse. Infatti, un altro espediente, "racchiuso" ed "implicito" nei
precedenti, è il pensare che anche quando le bestialità avvengono nell'oggi e
dove si vive, per quanto possano essere vicine, sono ugualmente "lontane" dalla
loro persona, che non le hanno fatte loro, che non le riguardano, che non è
causa loro, che non ci possono far niente.
Lontano nel tempo, quindi altri. Lontano geograficamente, quindi gli altri.
Anche se vicino, lontani, perciò altri.
Sono sempre gli altri, le cose le fanno sempre gli altri, le colpe sono sempre
degli altri.
Vero, care persone?
Ma chi sono questi "altri"? Con chi si parla si parla, sono sempre gli altri.
Io non ho mai trovato "altri", non ho mai visto "altri", gli "altri" NON
ESISTONO.
GLI ALTRI SIAMO NOI, NOI TUTTI, SENZA ECCEZIONE ALCUNA.
GLI ALTRI SIETE VOI, TUTTI VOI CHE DITE CHE SONO SEMPRE GLI ALTRI.
Fa comodo, molto comodo, pensare che in ogni cosa, in tutte le cose, sono sempre
e comunque gli "altri", eh? Anche quando le cose le facciamo "noi" e, quindi, le
responsabilità, i torti e le colpe sono unicamente "nostre", di coloro cioè che
commettono qualcosa.
Non è così, carissimi santarellini e carissime verginelle?
Lontano nel tempo. Succede quindi che tutti si prostrino se si parla, ad
esempio, di olocausto effettuato in passato.
Però nessuno dice niente per gli stermini attuali, nessuno muove un dito.
E per dire il vero, quando si tratta di psichiatrizzati, le persone se ne
strafregano altamente e tantissime di loro rincarano la dose, infieriscono e
affondano il coltello, le unghie e i denti.
E sono le medesime persone che si prostrano.
Lontano geograficamente. Accade dunque che le persone si scandalizzino, ad
esempio, per Guantanamo, ma non dicono nulla per le stesse torture che avvengono
nelle terre ove abitano.
Le persone si struggono perché alla tv vedono che in un istituto straniero un
bambino viene selvaggiamente picchiato. Ma le stesse persone non vogliono vedere
le migliaia di bambini che vengono brutalizzati dove vivono loro, bambini
brutalizzati dai loro stessi genitori. E quando vedono o sanno, minimizzano
l'accaduto, giustificano gli aguzzini, dicono che è cosa da poco o che non ci fa
niente, assolvono tutti e si autoassolvono: "Cosa vuoi che sia, cosa volete che
sia?".
In pratica, in concreto, per un po' di brusio ci deve ogni volta scappare il
morto. Ed è solo brusio, nient'altro, brusio che per altro ha ogni volta breve
durata.
In pratica, in concreto, non si fa nulla "qui da noi".
(Parlando di bambini, ogni volta che vado in giro, vedo almeno 6-7 bambine/i
seviziati/e fisicamente e/o mentalmente da uno dei genitori. E lo fanno per
strada. Tanto sanno che quando determinate cose – che sono molte, moltissime -
le fanno in tanti, nessuno dice niente, nessuno biasima, c'è il tacito plauso,
spesso l'istigazione e/o la connivenza attiva).
E come è per questa dei bambini, è per tutte le altre cose, per tutto il resto.
Oh, per carità, non voglio di certo dire che non c'è nessuno che dica e faccia
qualcosa. Il punto è, semplicisticamente", che quando non c'è un vero movimento
popolare d'indignazione, non cambia niente, e chi commette certi crimini
continua imperterrito per la sua strada ad imperversare fra l'indifferenza o
l'approvazione delle masse.
E, per carità, non voglio mica dire che non si deve solidarizzare con ciò che
succede lontano, anzi.
Dico però che come si solidarizza con persone "lontane", si dovrebbe farlo pure
con quelle "vicine".
Ritornando a quello che è il mio discorso principale, dico a tutte/i che in
questo mondo, nella vostra terra, nelle città e nei quartieri ove abitate, ci
siamo anche noi psichiatrizzati/e, i "moderni ospiti" dei campi di
concentramento a cielo chiuso diffusi in ogni dove, campi di concentramento
voluti, coriaceamente difesi e gestiti dalla psichiatria - dagli psichiatri e
dalle psichiatre; e dall'esercito di "kapos" (quasi totalità degli operatori, di
cui tanti consapevoli, e tantissima popolazione, per la maggiore inconsapevole –
perché ignora la vera realtà dei fatti, ignora gli scempi, i massacri e le
distruzioni compiute dalla psichiatria; "kapos" inteso principalmente come
coloro che involontariamente danno un contributo fondamentale al tenerci
relegati nelle condizioni in cui ci troviamo) che gli vanno dietro e che sono
parte integrante e attiva delle sofferenze e dell'impoverimento umano e
spirituale degli psichiatrizzati, della fine in vita delle nostre Vite, di
questa strage immane e perpetua.
Le parole e le solidarietà vengono dette ed espresse per tante persone e
popolazioni vessate, rifugiate, oppresse, massacrate, disperate, scacciate,
affamate, emarginate, torturate, sfruttate, perseguitate, martirizzate,
depauperizzate, bombardate. E a volte, quando riesce possibile, gli si danno
anche aiuti concreti.
Quello che viene fatto a noi psichiatrizzati, non è da meno di ciò che viene
fatto alle persone e popolazioni succitate; anzi, per certi aspetti, per tanti
aspetti, forse è anche di più.
A tutte le persone chiedo di avere un pensiero per noi, anche un pensiero breve,
non per forza lungo, ed anche solo fugace va bene.
In questo mondo, in questa terra, fra le sfolgoranti meraviglie dell'universo,
ci siamo anche noi.
In questa vita, ci siamo pure noi.
E siamo persone vive, esseri umani, non carne da macello, non persone da
calpestare fino alla più totale storpiatura e bruttura del corpo, del viso e
dello spirito. Non siamo bestie senz'anima, senza sentimenti e senza sensazioni;
e non vogliamo che ci riducano tali.
Se si capita nelle mani degli psichiatri, avvengono automaticamente e in
contemporanea almeno quattro cose, tutte estremamente gravi, tutte estremamente
pesanti.
A) Si viene diagnosticati come malati di mente, ci stigmatizzano, ci marchiano.
B) Di conseguenza, le persone vengono trattate come pazzi, come nullità, come
elementi guasti da sistemare, e da sistemare con gli psicofarmaci.
C) A queste offese si aggiunge l'insulto dei veleni e torturatori chimici
denominati psicofarmaci, che devastano, straziano, offuscano, eclissano e
massacrano psicofisicamente gli psichiatrizzati riducendoli a larve, spegnendoli
su ogni cosa, rendendoli incapaci di alcunché.
D) La gente tutta considera gli psichiatrizzati come relitti, come esseri
insignificanti, come persone che non valgono e non contano nulla, come esseri ai
quali non va data considerazione, come esseri da deridere e sbeffeggiare e,
talvolta, da maltrattare, come persone da evitare e con cui non parlare, come
esseri da rifuggire, come esseri le cui parole non hanno valore e significato
alcuno, come persone prive di sensazioni, come esseri inespressivi, come
poveretti da commiserare e da compatire. Con gli psichiatrizzati nessuno ci
vuole avere a che fare, nessuno li vuole frequentare, nessuno pensa di
instauraci una relazione esistenziale ed umana. Gli psichiatrizzati non li vuole
nessuno: sotto tutti gli aspetti, in ogni campo e in ogni dove.
Il tutto favorito dal fatto che la gente vede gli psichiatrizzati stroncati
dagli psicofarmaci, capillarmente stroncati come persone e come esseri umani che
provano dei sentimenti e degli affetti.
Una qualsiasi persona, per quanto brillante sia e per quanto apprezzata sia, dal
momento in cui viene psichiatrizzata, dal momento in cui gli viene inflitta
l'ineliminabile marchiatura psichiatrica, subisce inevitabilmente e
spietatamente quello che ho scritto nei quattro punti.
I sopravvissuti ai campi di concentramento poterono uscirne perché finì la
guerra. Per noi non c'è la possibilità della fine della guerra, ed è per questo
che abbiamo bisogno di un'altra possibilità, possibilità che ancora adesso non
c'è, possibilità che ci viene negata, possibilità che vogliamo, possibilità che
ci spetta.
Ogni persona ha pieno e inalienabile diritto a Vivere, e se questo ci viene
negato, se ci viene negato Vivere, sarete tutti voi a negarcelo.
Vi auguro buona Pasqua, intesa come Rinascita alla Vita, come Ritorno alla Vita,
cosa questa che attendo da più di 10 anni, così come l'attendono molte altre
persone.
Verrà un Giorno la Pasqua per noi psichiatrizzati?
Grazie per l'ascolto e per l'attenzione. Se ci sarà da parte vostra vero
interesse e, soprattutto, aiuti concreti, questi saranno sicuramente ben più
accetti dell'ascolto e dell'attenzione.
Catania, lì 22-23/03/08
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Ai margini delle periferie del mondo.
L'esclusione del popolo Rom
Una due giorni di storia e cultura "romanì" a Bologna VAG 61
Venerdì 28 marzo 2008
ore 21,30
Rom Cabaret con Dijana Pavlovic
Dijana Pavlovic è una rom serba nata a Vrnjacka Banja nel 1976.
Dopo aver studiato all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è
trasferita a Milano dove lavora come attrice e mediatrice culturale. Dopo essere
stata candidata nella lista di Dario Fo alle elezioni comunali di Milano,
attualmente è l´unica candidata rom in Italia per le elezioni della Camera.
In Italia, dalla stagione 1999/2000 ad oggi, dopo aver ottenuto la "Segnalazione
di merito" al "Premio Teatrale Hystrio", ha recitato in diversi spettacoli in
lingua italiana tra cui:"Le lacrime amare di Petra
Von Kant" di Fassbinder, al Teatro Elfo di Milano, regia di F. Bruni e E. De
Capitani ; "Le serve" Genet , al Teatro Out Off di Milano, regia di L. Loris; "
La felicità coniugale" di Anton Cechov, al Teatro Parenti di
Milano, regia di R. Trifirò.
Ha partecipato a diversi serial televisivi e ad alcuni film tra cui: "Provincia
meccanica" di Stefano Mordini; "Una ragazza d´oro" di Tatiana Olear (a Milano
Spazio Zazie in Aprile).
Dijana Pavlovic in questi giorni è stata vicino ai rom sgomberati dal campo
della Bovisa a Milano (400 persone tra cui 150 bambini), ma i giornali hanno
parlato di lei per la sua candidatura. Il manifesto, in un'intervista
ha fatto emergere le ragioni della sua scelta. Già dal titolo "Destra e sinistra
giocano sulla pelle dei rom", risulta chiaro quale sia il pensiero di Dijana:
"Dopo lo sgombero di Opera di un anno e mezzo fa e la vicenda che ne è seguita è
difficile tornare indietro, e la responsabilità è innanzitutto della politica.
Quell´episodio è stato l'apice di una folle campagna di disinformazione sui
media e di giochi politici sulle spalle dei rom, e dei deboli in generale, per
alimentare campagne elettorali che cavalcano le peggiori paure della gente. A
destra come a sinistra.
La paura del diverso cresce anche tra le persone di sinistra. Ma sono i
dirigenti che la sfruttano per fare propaganda. A Roma Veltroni ha combinato un
disastro, ha fatto continui sgomberi, se ne è vantato e ha proposto la
ghettizzazione dei rom in quattro megacampi recintati fuori dal raccordo
anulare. Peggio della Lega. E poi ha ispirato il decreto per le espulsioni dei
rumeni dopo il tremendo omicidio della signora Reggiani. Un provvedimento folle
perché è stata una risposta inadeguata sull'onda dell'emozione per un assassinio
che ha dei responsabili precisi, non un popolo intero".
Chi però ha trattato la sua candidatura come un fenomeno da baraccone è stato il
sito del Corriere della Sera che con un incipit che pare rubato a un´invettiva
di Libero ha scritto: "Dopo la pornostar Cicciolina e la transgender Luxuria,
arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara
Dijana Pavlovic".
ore 22.30
proiezione del film Pretty Dyana (45´)
Regia: Boris Mitic
Nel bel mezzo di un quartiere dormitorio c'è un´enorme, dimenticata chiesa
ortodossa in costruzione. La chiesa si affaccia, dall´autostrada, su di un campo
di zingari fuggiti dalla guerra in Kosovo. Degli strani veicoli entrano ed
escono dall´accampamento... Niente a che vedere con la mano di Dio, si tratta di
pura magia gitana che mostra un eclatante esempio di attivismo sostenibile.
Considerate solitamente come un prestigioso oggetto da collezionisti, le
classiche automobili Citroën vengono qui trasformate in futuristiche macchine
ecologiche alla Mad Max. Tutto tranne il motore viene rimosso dallo chassis, un
improvvisato cassone sul retro, e il resto dipinto con colori splendenti e
decorato con buffi gadgets... Così bello, che anche i bambini piccoli vogliono
guidare. Uno sguardo intimo osserva quattro famiglie rom da una "favela" di
Belgrado che si guadagnano da vivere vendendo cartoni e bottiglie che raccolgono
con le loro "risorte" Dyane. Questi moderni cavalli sono più efficaci
dei carrelli, ma cosa più importante - sono sinonimo di libertà, speranza e
stile per i loro proprietari artigiani... Perfino le batterie della macchina
sono usate come generatori di energia per avere luce, guardare la TV e
ricaricare i cellulari! Praticamente il sogno di un alchimista ...Ma la polizia
non sempre trova divertenti questi strani veicoli...
Biografia: Boris Mitic nasce nel 1977 nel sud della Serbia. Crede di essere un
film maker autodidatta dal momento in cui riesce a trovare i soldi per comprarsi
una videocamera decente. Studente per propaganda, giornalista per
professione, documentarista per convinzione. Sceneggiatore nel tempo libero.
Figlio di un onesto diplomatico, unico artista nell'intero albero genealogico.
Dopo alcune guerre e qualche melodramma transcontinentale, si è stabilito a
Belgrado. Gioca a calcio e a basket (playmaker se possibile).
Anche a scacchi, ma non ha progetti per il futuro. Filmografia: "The size of the
bottle" (doc,2003); "Santa's not dead" (doc, 2004); "Pretty Diana" (doc, 2004);
"Unmik Titanik" (2004).
Sabato 29 marzo
Ore 16.30
Presentazione del libro "Alla periferia del mondo. Il popolo Rom e Sinto
escluso dalla Storia" di D´isola - Sullam -Baldoni - Baldini – Frassanito
a cura della Fondazione Roberto Franceschi Onlus
UN LIBRO NATO A SCUOLA
Giorno della memoria, 27 gennaio 2002: gli studenti affollano l´aula Magna del
Liceo Classico C. Beccaria di Milano e ascoltano le relazioni degli oratori.
Alcuni liceali vengono a sapere, per la prima volta, che mezzo
milione di zingari è morto nelle camere a gas: uno sterminio dimenticato,
insieme a quello degli omosessuali e dei Testimoni di Geova.
Viene organizzata una serie di incontri e dal materiale raccolto nei seminari
nasce l´idea del libro, i cui autori "orali" e materiali (ma non unici) sono
quattro studenti del suddetto liceo. Supportato dalla curiosità, dalle
conoscenze progressivamente acquisite e dalla conseguente indignazione morale
degli studenti, il libro vuole assolvere nel contempo al dovere
dell´informazione e della denuncia. Le popolazioni dei rom e dei sinti da sempre
perseguitate, emarginate, prive di diritti sono il soggetto di questo libro.
Dalla conoscenza all´etica della responsabilità alla pratica dei diritti per il
popolo maltrattato: con ciò i percorsi della Fondazione Roberto Franceschi e
dell´Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia si
sono incrociati, stringendo un sodalizio il cui centro riguarda la cittadinanza,
il riconoscimento dei diritti universali e la denuncia delle pesanti
responsabilità storiche che l´Europa, e non solo, ha verso il popolo Rom.
Gli autori
Isabella D´Isola - Professoressa di Filosofia e Storia presso il Liceo Classico
C. Beccaria di Milano; dal 2001 comandata presso l´Istituto Nazionale per la
storia del movimento di Liberazione in Italia. Si occupa di didattica della
storia in archivio e di bioetica.
Mauro Sullam - Studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, III liceo,
a.s. 2002/2003
Giulia Baldini - Studentessa del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, III
liceo, a.s. 2002/2003
Guido Baldoni - Ex studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, diplomato
nell´a.s 2001/2002. Attualmente iscritto al I anno della Facoltà di Lettere
Moderne dell´Università degli Studi di Milano.
Gabriele Frassanito - Studente del Liceo Classico C. Beccaria
Ore 20.00
Cena tradizionale romena, con cibi preparati da uomini e donne della comunità
rom di Bologna.
Ore 21.30
La scrittrice MILENA MAGNANI, autrice del romanzo "Il circo Capovolto" e NAJO
ADZOVIC, presidente della associazione "Nuova Vita" (operante nel campo rom
Casilino `900 a Roma) e autore del libro "Rom, il popolo invisibile", presenta
il documentario
"LACRIME DI MEMORIA" (18´)
regia Giulia Zanfino
fotografia Andrea Foschi
montaggio Valentina Zaggia
Traduzioni Najo Adzovic
E' il viaggio di una giovane ragazza, che sui libri di storia legge
dell'olocausto degli ebrei. Il padre (Najo) le ha parlato anche del porrajmos,
l'olocausto dei rom in cui persero la vita circa 500 mila zingari europei. Così
la giovane ragazza parte alla ricerca di testimonianze nel Campo di Casilino
'900. Il racconto prende le sembianze di un viaggio nel passato, come metafora
alla ricerca della memoria che per i rom è molto preziosa, dato che gran parte
della loro cultura si tramanda per via orale. La giovane ragazza costruisce la
sua ricerca storica raccogliendo testimonianze dagli anziani, custodi di un
mondo che sta scomparendo. Il film si chiude con uno spaccato sul genocidio di
Srebrenica (una pagina dolorosa, caratterizzata da una pulizia etnica spietata,
sotto gli occhi di un mondo indifferente).
Ore 22
Presentazione del documentario di Catheryne Boyle e Gianluca Di Santo "Voci
dal ghetto" (25´)
Nel film prendono la parola alcuni abitanti della "mahala" (ghetto) Rom della
città di Samokov in Bulgaria, spiegando le loro difficoltà davanti alla mancanza
di infrastrutture e di possibilità di lavoro.
Oltre agli autori, sarà presente anche Veska Ileva, una signora Rom della città
di Samokov che ci ha partecipato alla realizzazione del documentario.
Nell´ambito della serata verrà allestita anche una mostra fotografica, a cura
dei fotografi di WTP, sul ghetto Rom di Samokov.
A cura di Milena Magnani
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Qui non è l'Eden
Racconto breve "antipsichiatrico" di Laura Todisco
I - Sensazione di vuoto
Oggi ho avuto una giornata no. I motivi sono tanti, ma principalmente sono
legati al fatto che sento di impiegare tante energie che poi finiscono nel nulla
(o alimentano le macchine di Matrix?). A parte la vena
surreale, non riesco a capire questa Nazione, i suoi abitanti, la loro
accondiscendenza verso forme di potere... stavo per scrivere "SUBDOLE", ma non è
così perché è fin troppo chiaro e manifesto dove si vuole
arrivare: creare un esercito di schiavi robottizzati e novità. Le dittature non
si nascondono più dietro la faccia della propaganda, ma mostrano il loro volto,
evidentemente convinte del consenso... manifesto o tacito che sia.
Ovviamente si tratta di un processo globale, ma quello che succede in Italia ha
qualcosa di davvero tipico ed anormale e per questo inquietante.
Allora: stanotte ho dormito malissimo, stamattina sono stata da cani e questo è
durato per tutto il pomeriggio. Ho cercato di mettere in moto i soliti
meccanismi tappa-vuoti: ho mandato mail, ho ricevuto mail, ho mandato sms,
controllavo le statistiche dei vari blog, mi sforzavo di trovare un senso
positivo alla mia vita attuale (ho trovato un attimo di pace giocando col mio
nipotino), ma in sostanza nulla ha funzionato per davvero. Finché sono arrivata
all'unica conclusione possibile e cioè di accettare questo
stato di cose, questo stato d'animo e anzi, compiacermi del senso di noia e
vuoto che stavo provando. Allora, all'inizio ho sentito una specie di scossa e
tutta la sensazione di vuoto si è amplificata, ma è durato solo un attimo e
subito dopo mi sono persino euforizzata per aver superato questa prova tanto
dura, però a quel punto mi sono detta: eh no, non va bene così e allora mi sono
stabilizzata a una frequenza più bassa e sono stata felice, perché la felicità e
l'euforia non sono parenti... nemmeno alla lontana.

II - Registrato nell'anima
E mi sono ricordata dei momenti no, che ho avuto in passato (tantissimi) e di
quella volta che ho ceduto alla pubblicità ingannevole e sono andata a comprare
le benzodiazepine e tutto il mese trascorso a riempire di gocce cristalline il
mio essere svuotato dalla falsa comunicazione e dalle distorsioni sensoriali che
ne seguono e in cambio ho ottenuto solo uno stato di rincoglionimento generale.
Non riuscivo a pensare, mi muovevo come un robot e parlavo con difficoltà. Ho
sentito di aver barattato la mia unicità per un attimo di... non so nemmeno io
cosa, quello che so è che qualsiasi cosa abbia avuto in cambio è durato un
attimo… Un miserrimo attimo. Allora ho semplicemente detto sì alla mia anima. Ma
chi lo dice che bisogna sempre e per forza essere felici? Ma come si può e
perché dovrebbe essere così? Ricordate le storie della Genesi? Lì c'è scritto
che Adamo ed Eva vivevano felici nell'Eden, poi hanno fatto qualcosa e sono
stati precipitati QUI e questo non l'Eden! Però ricordavano di essere stati lì,
nei loro sogni, nei loro pensieri e questo perché era tutto registrato nella
loro ANIMA. E allora, appena ho accettato di ascoltare la mia anima piangente,
mi sono ritrovata in una dimensione più luminosa e più cristallina: ho ritrovato
la bambina che ero e quella bambina era TRISTE, malinconica, m pazzescamente
FELICE.
Foto: "Prima dell'Eden", di Alfred Breitman
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La scuola deve essere per Rom e Sinti un luogo reale di partecipazione
di Maria Grazia Dicati
10 marzo 2008
Fra tutti i luoghi di partecipazione, la scuola riveste certamente un
ruolo centrale in quanto spazio condiviso tra bambini/studenti e le loro
famiglie, un ruolo che la scuola però deve ancora scoprire appieno sia
incentivando la partecipazione diretta dei genitori negli ambiti previsti che
favorendo il reale ascolto di tutte le culture presenti sul territorio. Il
contesto multiculturale della classe può diventare un laboratorio in cui si
produce ricchezza, utilizzando materie prime preziose come le diversità, solo se
ognuna delle identità etnico-culturali viene conosciuta e rappresentata. Al
contrario se la sopravvivenza culturale avviene soltanto all’interno del proprio
gruppo etnico, diventa ghettizzazione, destinata ad estinguersi con il passare
delle generazioni. Infatti l'identità culturale non si mantiene solo
distanziandosi o rifiutando pregiudizialmente l'altro diverso da me e/o trovando
modelli di identificazione solo con il gruppo di appartenenza, ma nasce invece
attraverso le differenti esperienze e proprio grazie al confronto con ciò che è
diverso. Come concordano ormai tutti gli studiosi, sembrerebbe dunque che
l’identità non possa essere qualcosa di immutabile, quanto un processo in
divenire risultante dall’interazione, dalla negoziazione e dall’accordo fra i
soggetti in relazione. Si evince l’importanza dell’alterità come passaggio
obbligato attraverso cui il confronto e l’esperienza con l’altro diverso da me,
diventa condizione indispensabile per la consapevolezza del sé e della propria
autonomia. Sembrerebbe che per essere riconosciuti dagli altri sia necessario
passare dapprima attraverso varie identificazioni e che poi sia altrettanto
necessario abbandonare queste identificazioni per essere o diventare se stessi.
E’ ormai
consuetudine, parlare di Rom e Sinti , facendo distinzioni tra le comunità Rom e
le comunità Sinte, tra i gruppi Sinti /Rom italiani e quelli non italiani, poi
ancora evidenziando ulteriori suddivisioni che identificano i gruppi specifici e
così via… Spesso si fa riferimento alla cultura e all’identità, mantenendo una
fissità che non ci fa cogliere invece i diversi livelli non solo dei gruppi, ma
dei singoli individui con il loro vissuto, la loro esperienza ed il loro
percorso. Si corre il rischio di definire e riconoscere come Rom e Sinti
esclusivamente coloro che sono saldamente attaccati al loro contesto
etnico-culturale , coloro che si sentono sicuri solamente all’interno del loro
gruppo di appartenenza, escludendone altri che invece seguono percorsi diversi,
a volte con estremo sacrificio e difficoltà.

“Quelli, non sono più
Rom!” si sente dire, a volte solo per il fatto che si sono modificati stili di
vita relativi ad aspetti esteriori, quali l’abbigliamento, l’abitazione… a volte
per l’apertura e la collaborazione verso estranei non riconducibili al loro
gruppo. Questa visione parziale non risponde però, a mio parere, alla realtà.
Non possiamo dimenticare che la presenza in Italia dei Sinti e dei Rom risale al
1400 e che l’attuale popolazione è costituita sia da generazioni con esperienze
di contatto molteplici e diversificate e sia da gruppi di recente immigrazione,
ognuno dei quali con un percorso di discriminazione, povertà ed emarginazione.
Se in passato la chiusura difensiva è stata la condizione basilare per la
conservazione dell’identità culturale e linguistica dei Rom e Sinti, oggi,
mantenere questa prassi porterebbe, a mio giudizio, ad una lenta e progressiva
estinzione di quella cultura e di quella lingua a cui ci si appella per
affermarne con orgoglio l’appartenenza. Non è più possibile ignorare e
sottovalutare il cambiamento degli stili di vita delle stesse famiglie Rom e
Sinte, né rimanere indifferenti rispetto ai bisogni di quei Rom e Sinti che
vivono un’assimilazione sofferta , che si mascherano, si mimetizzano, cambiano
cognome e non si identificano o non voglio essere più identificati come tali.
Non possiamo chiedere gli occhi e non vedere quanti non si sentono né con la
cultura di appartenenza né con quella degli altri : non più Rom/ Sinti ma
nemmeno italiani. Non possiamo chiedere gli occhi e non vedere coloro che
esibiscono un’ identità a seconda del contesto in cui si trovano, per cui
l’identità Sinta/Rom all’interno del loro gruppo di appartenenza viene rinnegata
al di fuori di esso. Da secoli le minoranze Rom e Sinte fanno i conti con
stereotipi e pregiudizi, lottando per il riconoscimento dei loro diritti, di cui
il nome è uno di questi, anche se non sempre è sufficiente sbarazzarsi di un
nome ingombrante e sgradito per cancellare fantasticherie e luoghi comuni. Se
una sacrosanta rivendicazione del diritto a decidere del proprio nome non sarà
accompagnata e sostenuta anche da un’operazione culturale intensa, forte e
articolata nel territorio nazionale, si correrà il rischio di dare una semplice
pennellata, letta più come strategia per intorpidire le acque che per
evidenziare la positività di una cultura. Come giustamente ha rilevato Aldo
Levak, rom kalderash, non ci vorrà molto perchè Rom e Sinti vengano associati a
quelle stesse persone che in modo dispregiativo, vengono denominati “zingari”;
né un diverso nome potrà restituire quell’identità di cui alcuni hanno voluto
liberarsi. Secondo il mio giudizio i due settori più influenti per questa
operazione sono la scuola e i mass-media, ma, mentre la maggior parte dei
giornali e delle tv non hanno un ruolo di formazione, anzi spesso sono i
principali responsabili degli stereotipi attraverso la manipolazione e la
strumentalizzazione delle notizie, la scuola, soprattutto in questo momento
storico, è nella condizione di adempiere al suo mandato educativo istituzionale.
Da qui l’importanza predominante della scuola per entrare in rapporto con gli
altri gruppi, da qui la necessità di creare i presupposti per una logica del
dare e avere in cui tutti siamo coinvolti. La scuola, luogo in cui si costruisce
il futuro di ciascun bambino non può limitarsi però ad alcune realtà
territoriali, ma richiede, a mio parere, un cambiamento di rotta sostanziale,
dove il “Progetto di scolarizzazione per Sinti e Rom” si deve connotare come
“Progetto per l’esercizio del diritto allo studio anche per i Rom e i Sinti”.
Abbiamo tutti la convinzione che la scuola non può essere quindi l’unico
soggetto responsabile, ma deve essere sostenuta da altri Enti ed Istituzioni,
attraverso una politica nazionale che da un lato rimuova le disumane condizioni
abitative e logistiche e dall’altro promuova, pur con ruoli e livelli
diversificati, la partecipazione degli stessi Rom e Sinti. In primis quindi quei
Rom e Sinti con una forte e sicura identità interculturale, disposti e
disponibili ad interagire con quanti sono al loro fianco, quei Sinti e Rom
capaci di assumersi ruoli di responsabilità e di dialogo con tutti, quei Rom e
Sinti che sanno superare ogni logica di interesse personalistico e/o familiare.
Allora la scuola diventa il luogo reale della partecipazione, dove non si
rischia di perdere la propria identità culturale nella misura in cui anche i
docenti sono nelle condizioni di poter affrontare con cognizione di causa
tematiche relative alla cultura dei Rom e dei Sinti. Un proverbio africano
recita : “Se volete salvare delle conoscenze e farle viaggiare attraverso il
tempo, affidatele ai bambini”… ed è proprio a loro che è necessario rivolgersi.
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Parole Nomadi
Dibattito sulla condizione dei campi rom a Roma, per capire chi è l'uomo
nero…
Venerdì 7 marzo, alle ore 15.00, presso la casa dello studente in via C. De
Lollis n°20, avrà luogo "Parole Nomadi": convegno sull'immigrazione organizzato
da "Resistenza Universitaria", laboratorio politico de "La Sapienza" di Roma. Il
seminario invita ad una riflessione problematica sul caso eccezionale
rappresentato dalla comunità rom, nel complesso panorama dell'integrazione
etnica all'interno dello stato italiano. Un momento per indagare il rifiuto di
una cultura, relegata ad un contesto periferico tanto sul piano spaziale quanto
su quello umano. Uno sguardo alla politica fallimentare dei campi, teatri di
sgombro di intere famiglie, poi allontanate in zone povere dei servizi di prima
necessità, nonché all'ipotesi dei "Vilaggi della solidarietà", grandi aree di
competenza comunale, oggetto di un insostenibile sovraffollamento. Un'analisi
dell'assetto giuridico volto alla regolamentazione dei flussi migratori, con
particolare attenzione alla recente normativa del "pacchetto sicurezza" e alla
discrepanza tra questa e la legislazione europea.

Soprattutto una risposta alle distorsioni e all'astio razziale accresciuti dalla
drammatica scomparsa di Giovanna Reggiani, attraverso una ricostruzione storico
geografica dell'identità rom.
INTERVERRANNO:
PROF. M. BRAZZODURO (Docente di Statistica sociale e Sociologia economica de La
Sapienza)
DOTT. G. BASCHERINI (Ricercatore di Diritto Costituzionale de La Sapienza)
DOTT. R. PATANE' (Presidente dell'Associazione Zajno)
HASCO RUSTIC (Comunità Korakanè, Campo Tor dè Cenci)
NAJO ADZOVIC (Campo Casilino 900)
DECEMBAL (Comunità Rom - Romania)
MODERA:
MASSIMILIANO MOSSERI (Lab. Pol. Resistenza Universitaria)
Sarà proiettato il breve video "Porrajmos - Una persecuzione dimenticata"
Venerdì 7 Marzo h. 15
Casa dello Studente (Aula Pasolini)
Via C. De Lollis 20
Contatti: labpolresistenza@gmail.com
Clicca qui per visualizzare la
locandina dell’iniziativa
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Il cielo interiore,
memoria di un piccolo grande teatro
Il Teatro delle Nuvole di Genova: un libro ne rievoca la
storia
di Anna Maria Monteverdi
(da ateatro 115 webzine di
cultura teatrale a cura di Oliviero Ponte di Pino)
Celebra i quindici anni di attività del Teatro delle Nuvole
il bel volume edito dalla Titivillus da poco in libreria
intitolato Il cielo interiore.
Il Teatro delle Nuvole, radicato su Genova e fondato da
Franca Fioravanti e Marco Romei, appartiene a quel
territorio teatrale che Roberto Trovato, professore di
Drammaturgia dell’Università di Genova, definisce
nell’introduzione “di sperimentazione di nuove forme di
approccio alla scena, privilegiando l’autonomia del processo
artistico nel convincimento che l’arte ha il compito di
formare quegli elementi che la vita non favorisce: la
verità, la libertà, la passione”. Collaborazioni con artisti
visivi, musicisti jazz, danzatori e poeti (da Luigi Tola a
Adriano Rimassa, da Isabella Palumbo a Giampaolo Casati),
laboratori di creazione artistica soprattutto dislocati sul
territorio ligure (da Genova a Borgio Verezzi a Chiavari
Bordighera alla Spezia), spettacoli tratti da Pasolini,
Majakovskji, Kerouac, in un processo ininterrotto di amore
per il teatro e per la poesia. Franca Fioravanti parte da un
percorso di studi legato a maestri di fama internazionale
(Susan Strasberg, Leo De Berardinis, Gennadi Bogdanov) e
luoghi storici di apprendimento come il Théâtre du Mouvement
di Parigi; Marco Romei è drammaturgo e poeta ma anche
interprete del Teatro delle Nuvole con importanti esperienze
di scrittura per la radio e la televisione.

Il Teatro delle Nuvole, il cui nome rimanda volutamente
all’immagine pasoliniana con Ninetto Davoli e Totò, nasce da
un’evocazione poetica dell’infanzia di Franca Fioravanti:
“Quando ero bambina guardavo il cielo, e nel cielo scoprivo
i miei compagni di gioco, le nuvole: per me diventavano
pietre, animali, alberi: il cielo era l’acqua che li
conteneva, e il sole il fuoco che le illuminava… Mi
divertivo con loro, era il mio teatro”. Il libro ripercorre
anche fotograficamente le tappe più significative del
gruppo, che ha prodotto più di trenta spettacoli: dalla
formazione all’approfondimento di particolari tecniche
corporee e di recitazione agli incontri con Peter Schumann
del Puppet Theater, con Susan Strasberg dell’Actor’s studio,
con i poeti beat americani, con il Living e con Heiner
Muller. Ma la Fioravanti e Romei preferiscono nominare come
loro mentore assoluto Leo De Berardinis.
Mutamenti nel tempo, Un cielo interiore, Paesaggi
dell’altrove, Le ali di Giulietta: questi i titoli di alcune
loro produzioni riproposte con successo nel corso degli anni
come testimoniano le recensioni raccolte nel libro;
completano il volume numerosi saggi di studiosi universitari
(da Daniele Seragnoli a Roberto Trovato) con cui la
compagnia ha stretto amicizia e collaborazioni di lunga
data, notazioni di poeti e scrittori coinvolti nei loro
spettacoli come co-autori, testimonianze dei giovani
partecipanti alla Scuola Laboratorio Ricerca Sperimentazione
fondata da Franca Fioravanti.
Questa del Cielo interiore è la memoria speciale di un
“piccolo” grande teatro, un “teatro libero”, come ricorda
Daniele Seragnoli, docente teatrale all’Università di
Ferrara: “Piccolo non solo per le sue ridotte dimensioni:
Franca Fioravanti e Marco Romei, un sodalizio artistico e di
esistenze che ricorda le vecchie compagnie, le ditte
famigliari. E’ un piccolo teatro nel senso delle scelte
estetiche, ideologiche e creative, dei significati che
attribuisce allo stesso fare teatro, della valorizzazione
dei bisogni, delle domande, dei sogni collettivi e
individuali, delle urgenze e delle necessità, appunto.
Andare incontro alla gente, cercare uno spazio – comune e
comunitario - non tanto di comunicazione dell’esperienza
quanto piuttosto di “condivisione”. Dono e scambio
reciproco. Il Novecento teatrale si è arricchito
dell’esperienza dei “piccoli teatri”. Sono quei teatri che
hanno dato consistenza alla ricerca, al gruppo, alla
relazione pedagogica, al laboratorio, alla rottura delle
barriere fisiche del teatro”.
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"Vengo dalla piccola valle", di Natale
Adornetto. Un libro per capire l'orrore del TSO
Giovedì 6 marzo 2008, alle ore 17, nella sala conferenze
della Biblioteca–Pinacoteca ex Chiesa S. Michele Minore
(pressi Piazza Manganelli, Catania), presentazione del libro
“Vengo dalla piccola valle” del dottor Natale Adornetto
(Edizioni Tracce, Pescara; patrocinio Provincia Regionale di
Catania, Assessorato alle Politiche Culturali).
Il romanzo delinea la storia originale del protagonista a
confronto con le problematiche esistenziali e il disagio
psichico, che lo porta a subire il TSO (Trattamento
Sanitario Obbligatorio, cioè ricovero coatto, imposto e
forzato nei reparti di psichiatria degli ospedali per almeno
7 giorni contro la volontà del malcapitato, il quale subisce
pesantissimo trattamento farmacologico e viene legato al
letto se si rifiuta di assumere psicofarmaci, letto in cui
la persona viene ugualmente riempita di dannosissimi
psicofarmaci).
Il protagonista – effervescente persona piena di vita,
d’amore e di gioia di vivere, giovane con una vivacità
mentale straordinaria, uomo che viene nutrito dalle
deliziose sensazioni di cui è stracolma la sua anima e
brillante studente universitario di psicologia – viene
completamente devastato, sminuzzato e triturato sia nel
fisico che nello psichico dal doppio violento impatto col
TSO e con le overdosi di psicofarmaci, che,
eufemisticamente, sono così chiamati ma di fatto sono
droghe, droghe delle più potenti e pericolose.

L’autore, dopo la narrazione di tutta la vita precedente del
protagonista sin dalla nascita, racconta come questi vive la
situazione in cui l’hanno fatto precipitare col TSO (dalle
stelle alle stalle) e come a poco a poco, dopo mesi e mesi e
dopo impegnative, dure, spossanti, difficilissime e
sfibranti lotte, ricomincia a riprendersi e ad essere
nuovamente se stesso. Se stesso; ma non più se stesso…
Il libro evidenzia chiaramente e senza equivoci come si vive
prima del TSO e dopo questi: il protagonista passa dal pieno
fulgore all’essere ridotto peggio di una larva.
Per colpa del TSO e degli psicofarmaci perde tutto ciò che
aveva – gioia di vivere, vivacità intellettuale,
brillantezza, sensazioni, poeticità, effervescenza e
quant’altro: tutto di tutto di tutto. È costretto ad
abbandonare gli studi, rimane con ossa e muscoli massacrati
e doloranti e per mesi non riesce ad alzarsi dal letto, e
viene assalito e sommerso da tutta una sequele di gravissimi
ed invalidanti effetti postumi dovuti alla somministrazione
violenta e brutale di psicofarmaci.
Questi sono i motivi principali che hanno spinto l’autore a
scrivere l’opera, OPERA CHE RACCONTA UNA STORIA VERA, una
sciagura realmente accaduta, onde denunziare il barbaro,
bieco, cinico, crudele e spietato operato della laida,
truce, malvagia, bestiale, feroce, abominevole e disumana
psichiatria.
Romanzo di grande forza sul piano allegorico e testo che va
controcorrente, criticando la profonda ingiustizia del TSO e
della prescrizione e somministrazione di psicofarmaci –
droghe farmaceutiche autorizzate dallo Stato.
“Nessuno dovrebbe essere privato della libertà a meno che
non sia stato dimostrato colpevole di un crimine. Privare
una persona della libertà per quello che viene chiamato “il
suo bene” è immorale” (Thomas Szasz, Professore di
psichiatria emerito presso lo Health Science Center, State
University di Syracuse, New York. Szasz è un critico dei
fondamenti morali e scientifici della psichiatria. Ha
definito la psichiatria "un crimine contro l'umanità".
La Provincia Regionale di Catania/Assessorato alle Politiche
Culturali, stimando l’opera valida e pregevole, ha
acquistato 188 copie del libro.
Il volume è stato vivamente apprezzato da Giorgio
Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana ([…] “opera
così intensa e fonte di una pluralità di sensazioni” […]).
Il testo ha vinto il 2° Premio Assoluto nella sezione
narrativa del concorso letterario “Premio Nazionale
Histonium” (2007).
Madrina dell’iniziativa e della presentazione è la
dottoressa Serafina Perra, che, ovviamente, come l’autore,
sarà presente e parteciperà alla serata.
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Caffè Shakerato: creatività giovane al
centro di un progetto efficace di intercultura
3 marzo 2008
In un libro ricco di interventi, idee, proposte e
illustrazioni, una nuova dimensione espressiva e didattica
interculturale.
Caffè Shakerato: un percorso realizzato all’Istituto
Alberghiero Bergese di Genova. Prefazione di Attilio Massara,
a cura di Daniela Malini, con la collaborazione di Patrizia
Falco e Ingrid Pfaffinger. Patrocinio del Ministero della
Pubblica Istruzione, Ufficio Scolastico Regionale per la
Liguria. Edizione CRAS, Centro Risorse Alunni Stranieri,
Collana Italiano e Nuove Culture
Non solo un “mix” di parole
Chi lavora nella scuola ha spesso la sensazione che questo
importante settore della nostra società sia bistrattato: il
personale, sottopagato per le mansioni che svolge e comunque
con un ruolo sociale non sufficientemente riconosciuto come
in altri paesi, le strutture, insufficienti quando non
fatiscenti, le risorse, sempre minacciate dai tagli del
bilancio statale e quasi mai oggetto di investimenti.
Ciononostante la risposta che emerge dal mondo della scuola
è quella di uno scatto di orgoglio, è la dimostrazione di
una grande vivacità culturale con cui rispondere alle nuove
sfide della globalizzazione, e l’intercultura ne è uno degli
strumenti più significativi.
In un mix tra creatività e progettualità i docenti
dimostrano fino in fondo l’amore per il proprio lavoro, per
la crescita formativa dei giovani che vengono loro affidati.

Un esempio significativo è quello di “Caffè Shakerato”, che
è il prodotto della valorizzazione della creatività degli
studenti e della loro possibilità di esprimersi con corpo,
voce e mente. In esso il momento-scuola è un momento di vita
personale, non impersonale, in cui i giovani si sentono
profondamente partecipi del processo educativo.
Ed è un momento di intercultura: usando la loro creatività i
ragazzi abbattono le barriere di comprensione, rimescolano
le culture e ricompongono le appartenenze, creando un
meticciato culturale fertile, per loro, di benessere nella
scuola e nella società.
Non è da sottovalutare, inoltre, l’effetto che progetti come
questo hanno in termini di crescita di autostima nei giovani
e nelle giovani proprio in un’età in cui l’adolescente è
alla ricerca di sé attraverso un percorso sempre travagliato
e troppo spesso agito in solitudine.
“Caffè Shakerato” è un esempio di scuola attiva in una
scuola che vuol essere attiva nella società e che è in grado
di svolgervi un ruolo positivo seminando convivenza e
dimostrando di essere l’elemento determinante nella
formazione dei giovani. Dante Taccani, Dirigente Scolastico
I.P.S.S.A.R. “Nino Bergese”
Scarica la versione digitale del libro a cura di Daniela
Malini
cliccando qui
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Mehdi, i Rrom e il cerchio della vita
29 febbraio 2008
Indifferenza. E' un sentimento che spiana la strada
all'odio, al pregiudizio, alla prevaricazione. Come un gas
infido e velenoso, non si vede, non si sente, ma uccide. Ne
parliamo con il regista teatrale argentino Andrés Nordermeer,
autore dell'opera "El Manifiesto Homosexual". L'indifferenza
che circonda i Rrom in Italia non trova riscontro in
Argentina, dove i popoli indigeni sono al centro
di importanti azioni a tutela dei loro diritti. "No," ci
scrive Andrés, "l'indifferenza, nel mio Paese, riguarda temi
che la gente, sbagliando, sente lontani, come la condizione
dei gay nei regimi integralisti.

Quando scrissi il Manifesto, con uno sguardo
purtroppo tragico, vedevo da lontano che sarebbe finita
diventando un incubo. E ora non smette di risuonarmi in
testa quello che diceva la vecchia Aya, il personaggio che
apre l'opera: 'Nel frattempo il mondo dorme; nel frattempo
uno a uno vanno morendo quelli che aspettavano, perche qui
pensiamo intanto che qualcuno farà qualcosa'. A volte mi
sento deluso dalla posizione che assumono anche le persone
più coinvolte, che non si sentono colpite per una
vicenda che rischia di trasformarsi in una tragedia per
Mehdi, il ragazzo iraniano che rischia la deportazione
dall'Olanda verso il Regno Unito, quindi verso l'Iran. Oltre
al silenzio di chi non vuole sapere, càpita di sentire
risposte superficiali e stupide: 'se è carino, lo porteremo
qui'. Scrivere ci serve a ricordare che siamo umani e che la
vita è un cerchio, un cerchio che sempre riporta alle tue
mani le responsabilità del vivere, del testimoniare. E
oggi... mi sento una vecchia Aya che parla senza essere
ascoltata. Come può succedere questo? Chi fa più male al
mondo? I malvagi o chi non ha mai voglia di ascoltare o fare
o pensare qualcosa? R.M.
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Parte la quarta edizione di "Caffè
Shakerato", concorso interculturale sulla creatività
espressiva
9 febbraio 2008
E’ partito da pochi giorni il Concorso Interculturale sulla
creatività espressiva “Caffè Shakerato”, organizzato dai
docenti e dal personale dell'Istituto Alberghiero Nino
Bergese e dal Comune di Genova, Municipalità di Sestri
Ponente, con l’aiuto e la partecipazione di numerosi enti e
organizzazioni umanitarie.
Il concorso, che non è un concorso letterario, si fonda
sulla creatività espressiva, ed è aperto a studenti, adulti,
associazioni e organizzazioni umanitarie; possono
parteciparvi anche studenti di altri paesi e continenti
attraverso le numerose organizzazioni internazionali che
aderiscono al progetto, o scuole ed enti che intendano
aderire. L’iniziativa, ormai consolidata a livello cittadino
e ligure, sia nel mondo della scuola che della cultura e
dell'associazionismo, desidera infatti aprirsi, per la sua
quarta edizione, alle numerose scuole liguri che operano in
contesti multiculturali al fine di favorire uno scambio di
“buone pratiche” educative e di esperienze nel settore
dell'intercultura.

“Caffè Shakerato” avrà come tema, per la sua edizione
2007-2008, le “distanze”: una tematica complessa e al tempo
stesso ricca di spunti interessanti. Saranno diverse le
sezioni in cui si articolerà il concorso: dalla poesia e
prosa “interculturale” in lingua d’origine (con traduzione
italiana), alle rappresentazioni grafiche e ai corti di
massimo 5 minuti, alla sezione artistica adulti, fino alla
poesia e prosa per tutti gli studenti.
Il concorso, il cui bando è disponibile
qui, scadrà il 10
marzo 2008.
Per maggiori informazioni, contattare l’Istituto Bergese
(Tel: 010/6503862). M.P.
Nella foto, la locandina dell'edizione 2006-2007 di "Caffè
Shakerato"
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Napoli, Dolores Madaro, assessore alla
Memoria, ricorda su Radio Italia l'Olocausto dei disabili
di Laura Todisco
Oggi, 7 Febbraio 2008, l'emittente televisiva Radio Italia
ha trasmesso un'intervista all'assessore alla Memoria della
città di Napoli, Dolores Madaro. Durante l'intervista, la
Madaro ha parlato della persecuzione degli ebrei, ma ha
ricordato anche l'Olocausto degli altri "diversi": zingari,
omosessuali, dissidenti, handicappati e disagiati psichici.
A questo proposito l'assessore ha menzionato la Mostra:
"Psiche Incatenata/Capelli d'oro e di cenere" del gruppo
Watching The Sky, presente a Napoli dal 27 Gennaio all'8
Marzo, presso l'Archivio Storico.
La prima mostra ricorda infatti la persecuzione dei
cosiddetti malati mentali, attuata dal regime
nazionalsocialista. "Psiche Incatenata" presenta una serie
di 12 "stazioni" che rendono omaggio alle vittime della
persecuzione dei disabili psichici. Si tratta di dipinti
digitali dedicati al ricordo del famigerato progetto tedesco
"Aktion T4" e all'oppressione parallela dell'Arte Degenerata
(Entartete Kunst).

"Sono molto orgogliosa di aver organizzato la mostra 'Psiche
Incatenata', che richiama l’attenzione su un momento poco
noto delle persecuzioni razziali: il programma che colpì
disabili fisici e mentali. Viene spesso dimenticato che fu
il primo passo dell’eliminazione fisica di quei soggetti che
nel delirio nazista risultavano 'imperfetti' e inadatti allo
sviluppo della 'razza ariana’. Appunto perché si trattò dei
primi perseguitati, di loro non si trovarono che poche e
deboli tracce e il loro martirio è spesso dimenticato.
Eppure proprio perché dalla persecuzione del diverso
portatore di handicap si passò a quella di tutti gli altri,
ogni monito deve ripartire da questa tragedia,! ha
dichiarato l'Assessore, aggiungendo anche che “altrettanto
dimenticata è spesso la Shoah delle donne che, giudicate per
lo più inadatte ai lavori che si svolgevano nei campi di
concentramento, venivano in gran numero uccise subito, senza
che potessero lasciare traccia della loro vicenda".
L'Olocausto delle donne è il tema della mostra fotografica
'Capelli d'oro e di cenere'.
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Il Giorno della
Memoria non deve essere "selettivo"
di Dijana Pavlovic
Il 27 gennaio in occasione di una giornata dal grande valore
civile, la Giornata della memoria, si svolgerà una
manifestazione. Ma questa giornata rischia di testimoniare
una memoria selettiva. Infatti, in questa occasione così
significativa, nessun Rom potrà parlare e portare la
testimonianza della deportazione e del massacro del nostro
popolo, nonostante ne sia stata fatta richiesta al comitato
organizzatore e nonostante il valore fondamentale di
parlarne in un momento che vede in questo Paese i rom
indicati come il nemico pubblico numero uno.
Nell’Italia democratica e civile i nostri figli muoiono di
freddo e nei roghi e nessuno si scandalizza. Gruppi di
neonazisti entrano nei nostri campi, minacciano, sparano e
bruciano e nessuno si scandalizza. Ci rifiutano l’assistenza
sanitaria costringendoci a partorire per strada e nei campi.
A Milano fa freddo e più di cinquecento persone, uomini,
donne, bambini e anziani, dormono nel fango sotto le tende,
spesso rotte, tagliate dalle forze dell’ordine durante gli
sgomberi. Ci distruggono le case, le uniche che abbiamo,
separano le nostre famiglie. Per noi varano leggi speciali.
Con patti di legalità ci proibiscono di ospitare nostri
parenti anche solo per una notte, ci danno un pass e ci
controllano i documenti per lasciarci entrare in casa
nostra. I mass media ci criminalizzano e ci fanno apparire
come un popolo di assassini ladri e asociali, la politica ci
considera un danno elettorale.

Ma per noi, questa è una vecchia storia. Dal 1400 ci hanno
braccato come animali, hanno fatto leggi e decreti per
stabilire che la nostra vita non valeva niente e che
chiunque ci poteva uccidere senza nessuna conseguenza. Nei
campi di concentramento nazisti ci hanno portato nelle
camere a gas, i nostri figli erano le cavie preferite di
Mengele e altri scienziati, in tutta Europa ci hanno
misurato crani e altre parti del corpo per provare che non
siamo esseri umani come gli altri.
Violenze, umiliazione, morte… Questa è la storia del mio
popolo. Ed è sempre trascorsa nel silenzio. Nonostante ci
siano prove scritte, testimonianze, fotografie, che
confermano senza dubbi che siamo stati deportati non come
individui, ma come appartenenti a una razza inferiore, un
popolo criminale e asociale, per anni ci hanno negato questo
riconoscimento. Il nostro orrore, che chiamiamo Porrajmos,
cioè distruzione, divoramento, non ha mai avuto voce.
Sarebbe inquietante dover pensare ancora oggi nella civile
Milano che oltre 500.000 Rom morti nei campi di
concentramento, anche italiani, non valgano, non meritino
memoria né riconoscimento. Forse è troppo scomodo e
impopolare in questo momento dar voce a chi rappresenta
questo popolo, anche per chi porta nella propria storia i
valori fondamentali come antifascismo e antirazzismo? Questi
valori sono importanti anche per noi Rom, perché la loro
affermazione ci ha restituito la dignità e ci ha salvato
dagli stermini, dalle umiliazioni e dalla schiavitù in tutta
Europa. Chi condivide questi valori e ne fa la propria
bandiera non può dimenticare che no | |