| |
|
Emergenza democratica ed etica
di Alain Goussot
“Noi deporremo ogni pregiudizio nazionale, e diremo ai sommi scrittori di tutti i popoli e di tutte le età: venite! Noi vi saluteremo fratelli: noi vi daremo riconoscenza ed amore, perché voi avete sentito per tutti: il vostro cuore ha battuto per le sciagure degli uomini meridionali, come di quelli del nord(…),voi diveniste del globo.”
“Dio decretò che la voce straniero, come abitatore di terra diversa , passerebbe dalla favella degli uomini , e solo straniero sarebbe il malvagio. Pensiamo alla nascita d’un nuovo mondo dove l’uomo saluterà l’uomo da qualunque parte gli si moverà incontro col dolce nome di fratello”.
Queste parole sono di Giuseppe Mazzini e furono scritte nel lontano 1859, alla vigilia dell’unità d’Italia. Proviamo a pensare cosa direbbe il rivoluzionario genovese vedendo quello succede in questa terra italiana: caccia all’immigrato clandestino, insulti verso chi è diverso, impronte umilianti per i bambini Rom, schedatura per gli alunni stranieri nelle scuole, stato di guerra contro i poveri del mondo che sperano trovare qui una accoglienza per lo meno umana, carcere per chi ha solo i documenti scaduti e non in regola! Le classi dirigenti svolgono sempre una funzione pedagogica e l’ideologia dominante in una società è , purtroppo, sempre l’ideologia delle classi dominanti. Cosa propongono le classi dominanti in Italia come modello di società e di relazioni umani? Basta leggere i giornali e guardare la televisione, basta sentire i discorsi degli uomini politici e lo spettacolo indecoroso di chi dovrebbe avere senso di responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo pubblico: superficialità, volgarità, prepotenza, narcisismo, difesa ad oltranza dei propri privilegi , difesa immorale dei propri interessi personali a scapito di quelli collettivi, presa in giro del cittadino e trasformazione di questo ultimo in suddito. Come avrebbe scriveva Victor Hugo in un famoso dramma storico del 1832 “Il Re si diverte mentre il popolo si rottola nel fango della miseria materiale e morale”. L’azione educativa , o meglio diseducativa dei media , propone la prepotenza, la violenza, la negazione della dignità umana come comportamenti normali; la ricchezza viene esibita con sfregio in faccia alla miseria di chi arriva con i soli abiti a dosso. Si aizzano le folle e l’opinione pubblica contro i poveri che danno fastidio per il solo fatto di esseri poveri (colpa loro!) , contro chi è diverso, contro chi viene da un’altra terra, contro chi tenta di costruirsi una vita migliore , come fecero (e continuano a fare anche se i media non ne dicono nulla!) tanti italiani nel passato. L’Italia vive un momento difficile ; la responsabilità degli insegnanti, degli educatori e di tutti quelli che hanno responsabilità nelle istituzioni educative è enorme; senza una lavoro di formazione , di educazione e d’istruzione serio non vi sarà la possibilità di formare dei cittadini in grado di pensare autonomamente e di avere un punto di vista critico; i cittadini sono ormai sempre di più dei sudditi che, per vari motivi, accettano la subalternità, piegano la testa, finiscono per diventare servi e sudditi dei nuovi padroni e della nuova aristocrazia del denaro che governa. L’aggravante è che si diffonde la peste dell’intolleranza e della stigmatizzazione dell’altro che diventa il capro espiatorio di tutti i disagi della nostra società; tutto ciò mentre lor signori si divertono! Giuseppe Mazzini scriveva nel 1864 alla scrittrice francese Marie D’Agoult :
“Se l’Italia dovesse , pure non avendo più il carcere duro, restare tal qual è adesso, come si cerca di plasmarla, servile , scettica, opportunista(…) non credendo in determinati principi ma soltanto negli interessi, non svolgendo il suo ruolo di apostolato umanitario nel mondo, preferirei la tirannia straniera, sotto la quale si dibatteva. Preferisco uno secolo di schiavitù per il mio paese ad una menzogna nazionale: il primo elabora la santa ribellione, il secondo la corruzione. (…) Mi parlate di unità. E’ il mio pensiero , la mia idea fissa da 35 anni, se ho fatto qualcosa per il mio paese, è di averli predicato l’unità mentre gli abili li parlavano di federalismo. Ma è dell’unità morale che si tratta: è l’anima della Nazione che voglio: il corpo non è niente senza di lei; o piuttosto il corpo non si farà senza di lei”.

Servilismo , corruzione , volgarità, ignoranza ed opportunismo sono la nota dominante delle classi dirigenti che educano le future generazioni; i falsi profeti della liberazione del Nord che si mettono d’accordo con il padrone per favorire l’egoismo dei ricchi che disprezzano i poveri ; i piccoli narcisismi che sfogano le loro piccole frustrazioni su chi è diverso per il semplice motivo che richiama la coscienza al sentimento dell’umano; sentimento che diventa sempre più insopportabile per i nuovi ricchi e i nuovi ‘masnadieri’ come li descriveva così bene il poeta e drammaturgo tedesco F.Schiller. L’accanimento sociale su chi non ha nulla o poco è una immagine molto forte in un mondo che luccica di ricchezze apparenti. Un mondo in cui si prostituiscono tante ragazze spinte dalle loro famiglie abbagliate dalla ricchezza del potere. In questo scenario di guerra tra i poveri al servizio della casta che domina gli immigrati devono solo lavorare come schiavi e tacere, essere invisibili, lasciarsi spremere e poi essere buttati via se non servono più; per di più non devono rivendicare, non devono dire: guardate che sono anche io un essere umano! Il bambino Rom non è una bambino come gli altri; è veicolo della malattia dei genitori e della propria culturale che rappresenta un virus molto pericoloso per tutta la società; il bambino Rom è una non bambino! Il bambino di origine marocchina nato in Italia che frequenta la scuola va schedato; ovviamente per il suo bene! Anche i nazisti schedarono i bambini ebrei per il loro bene. I poveri di ogni tipo e di ogni nazionalità; italiani, rumeni, bengalesi …vanno resi invisibili e non vanno aiutati perché se sono poveri è colpa loro; sono solo dei fannulloni! Ci vuole una selezione dei più bravi ; insomma quelli che assomigliano a certi personaggi che ci governano. Quelli si che sono competenti, intelligenti e lavorano tanto! Peccato che lavorano solo per le loro tasche e la preservazione del loro potere. Il nostro amico sognatore Giuseppe Mazzini parlava di “ legge eguale per tutti, libertà per tutti; progresso per tutti”; parlava di “ unità della famiglia umana” e criticava i razzisti di allora che erano come quelli di oggi:
“Hanno spezzato in frammenti il tuo bello ed uno universo; e sulle rovine della tua unità hanno innalzato un dualismo ostile- due nature, due leggi, due vite: quella superiore di chi comanda e quella inferiore di chi subisce”.
Dividono i bambini tra quelli ricchi e quelli che non lo sono; tra quelli che vengono dai quartieri belli e quelli che vengono dai quartieri ‘difficili’, dividono gli alunni tra quelli ‘bravi’ e attenti, quelli che dicono sempre di sì e quelli che non stanno attenti, che sognano, che non stanno fermi e si ribellano, quelli che non vogliono imparare. Dividono i malati tra quelli indigeni e quelli con la pelle scura. Molti studenti a scuola sono confusi e si fanno molte domande.La domanda che molti di quest’ultimi pongono senza saperlo è: imparare cose, per fare cosa e perché? A questa risposta la scuola non risponde, o meglio, risponde che bisogna prendere i modelli nella carriera, nello spettacolo dei potenti che sono partiti da nulla, non si sa come, per diventare ricchi, che tutto sta nella ricchezza, il conformismo e il denaro; che il resto non conta. Il mondo si divide tra chi è famoso e chi è fallito perché povero e perché non va in televisione. Se poi il bambino non è italiano, di origine Rom e anche disabile; provate ad immaginare, peggio per lui! Gli educatori e la scuola dovrebbe nell’esperienza concreta dalla formazione dei futuri cittadini (e non dei futuri sudditi) riprendere le grandi e profonde parole di Mazzini:
“Non esistono sulla nostra terra nature, razze e caste fatalmente distinte- non figli di Caino e Abele : l’Umanità è una : una e per tutti la legge che ha nome progresso.”
Consigliava ai giovani italiani di spendere la loro esistenza per migliorare l’umanità, per fare della relazione umana una terra di giustizia ed accoglienza, un luogo di comprensione e di amicizia; vedeva la Repubblica come una grande democrazia fraterna basata sull’eguaglianza, la libertà e il sentimento di umanità. Il vecchio rivoluzionario genovese dichiarava alla vigilia della sua morte ad un gruppo di giovani italiani venuti a trovarlo nel suo esilio di Londra:
“In qualunque terra voi siate, dovunque un uomo combatte pel diritto, pel giusto, pel vero, ivi è un vostro fratello: dovunque un uomo soffre, tormentato dall’errore, dall’ingiustizia, dalla tirannide, ivi è un vostro fratello. Liberi e schiavi, siete tutti fratelli. Una è la vostra origine, una la legge , uno il fine per tutti voi”.
Nelle foto, Giuseppe Mazzini
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Notevole successo per la lezione concerto dell'Accademia Europea d'Arte Romanì, il progetto di Santino Spinelli per la formazione sulla musica Rom
Lanciano, 30 aprile 2009. Grande successo per la lezione concerto tenuta dagli allievi dell'Accademia Europea d'Arte Romanì nell'ambito del corso di Lingua e Processi Interculturali, Lingua e Cultura Romanì tenuto dal professor Santino Spinelli "Alexian". L'evento si è svolto questa mattina nell'Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Chieti. Ha aperto l'evento il dottor Gaetano Bonetta, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione. L’accademia è un progetto di "Alexian" Santino Spinelli e nasce come risposta alla grande richiesta di formazione specifica ed accurata sulla musica romanì che tanto appassiona il pubblico e che spesso è relegata al rango di musica di seconda classe. L'Accademia è unica nel suo genere ed oggi hanno tenuto la lezione concerto alcuni dei suoi migliori allievi tra cui ci sono Rom e non Rom, che attraverso la musica abbattono le barriere dell'indifferenza e della diffidenza perchè la musica arriva al cuore prima che alla ragione. E' possibile studiare lo stile flamenco e il jazz manouche. Infatti, non tutti sanno che entrambi questi generi musicali, che hanno influenzato celeberrimi compositori e la musica di intere nazioni, sono scaturiti dalla creatività della popolazione romanì. Sono attivati anche corsi per acquisire la conoscenza di strumenti, quali: il cimbalom, la darabuka, il cajon, il bouzuki ma anche apprendere e/o perfezionare strumenti come la fisarmonica, la chitarra, il violino, le tastiere ed il contrabasso in stile romanò. Ci sono corsi di canto in lingua romanés, corsi di teatro e per chi volesse approfondire la conoscenza della cultura romanì ci saranno anche corsi di Lingua e Letteratura Romanì.

Per chi volesse saperne di più:
dall'1 settembre al 30 giugno organizza, in collaborazione con docenti di fama internazionale, i seguenti corsi teorico-pratici individuali e collettivi per ogni età ed esigenza:
- Corso di Cymbalom
- Corso di Buzouki
- Corso di Canto e Lingua Romanì
- Corso di Percussioni (darabuka, cajon)
- Corso di Flamenco (chitarra, danza)
- Corso di Danze Rom (balcaniche)
- Corso di Jazz Manouche
- Corso di Lingua e Letteratura Romanì
- Corso di Teatro (anche in lingua romanì)
- Corso di Musica Romanì per gruppi musicali e musica d’assieme.
- Corsi di Fisarmonica, Contrabasso e Violino in stile Rom
Al termine dei corsi saranno rilasciati diplomi e attestati di frequenza, al termine del corso avanzato rilascio di diploma
Direttore: dott. prof. Santino Spinelli “Alexian”
In sede:
- consultazioni per tesi di laurea,
- biblioteca romanì
-centro di documentazine romanès.
L'Accademia Europea di Arte Romanì è anche Casa delle Culture
e organizza stages, Seminari, Cene etniche, Eventi culturali e artistici riservati ai soli soci e iscritti
Per maggior informazioni:
tel 3923577386
email giuliadirocco@fastwebnet.it
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
In memoria di Virgil, bambino Rom - di Pesaro - sacrificato all'odio
di Roberto Malini
26 aprile 2009. Dedicata a Virgil Caldarar, un bambino Rom cui le politiche intolleranti e l'odio razziale che imperversano in Italia non hanno concesso l'opportunità di nascere. Nonostante la povertà, i genitori aspettavano il piccolo con trepidazione: "Vivevamo nella fabbrica di via Fermo, a Pesaro," ricorda Veta, la mamma, "e abbiamo già altri due bambini, che vivono in Romania, con i nonni. Purtroppo nel nostro Paese è impossibile mantenere una famiglia, perché c'è tanta povertà e tanta discriminazione contro noi Rom. Così siamo venuti in Italia, qualche anno fa, sperando di trovare un lavoro. All'inizio mio marito riusciva a svolgere qualche lavoretto: traslochi, pulizie, giardinaggio. Poi tutto è cambiato, la gente ha cominciato a insultarci e trattarci male, i giornali a descriverci come criminali, la polizia a inseguirci, schedarci e mandarci via da qualsiasi rifugio".
"Hanno tolto i bambini a tanti genitori," prosegue Danciu, suo marito, "e li hanno messi in comunità. Hanno picchiato tanti uomini, tante donne, tanti bambini. I nostri malati muoiono giovani e quando una donna è incinta, nessuno le dà una mano a trovare un posto caldo e sicuro, così i bambini muoiono. Doveva chiamarsi Virgil, il nostro bambino. Ci sentivamo sicuri, nella fabbrica, perché il sindaco di Pesaro e altre persone importanti ci avevano promesso di aiutarci a trovare un lavoro e una casa. Sapevamo anche che le leggi europee ci dovrebbero proteggere e che il lavoro, la casa, la sicurezza sono un nostro diritto. E' venuta a Pesaro una signora dal Parlamento europeo e ci ha spiegato che non è giusto quello che ci fanno, che non è giusto che ci costringono a fuggire sempre, al freddo, senza cibo, con i nostri bambini. Siamo esseri umani e crediamo in Dio, ecco perché ci sentivamo tranquilli. Anche se non ci danno casa e lavoro, ci dicevamo, almeno non ci manderanno via da questa fabbrica. O se lo faranno, ci daranno un posto dove stare tutti insieme. Invece è arrivata la polizia". "Sì, è venuta la polizia," continua Veta, "tanti agenti armati, che volevano portare via i nostri bambini e dividerci dai nostri mariti. Ma le donne hanno giurato di restare con i loro compagni nella buona e nella cattiva sorte: è la nostra legge. Eravamo disperati, di fronte a tutti quegli uomini armati. Mia cognata e io ci siamo sentite male. Sono caduta per terra e in quel momento ho sentito uno strappo violento nel grembo: sapevo che Virgil era morto, dentro di me. I nostri due amici italiani, che cercavano di stare con noi, anche se i poliziotti li tenevano lontani, hanno chiesto un'ambulanza, altrimenti sarei rimasta lì sulla terra. Sono andata in ospedale e quando sono tornata, le mie compagne erano fuggite, per fortuna, portando con sé i bambini. Non hanno diviso le famiglie, ma mia cognata e io abbiamo perso i bimbi che aspettavamo".
La tragedia umanitaria che il 25 febbraio 2009 - nella fabbrica dismessa in via Fermo, 49 - ha distrutto la comunità Rom che viveva a Pesaro, causato la morte di due nascituri e una diaspora di esseri umani in condizioni drammatiche di precarietà e spesso di salute, fra i quali pazienti oncologici e cardiopatici che dopo la fuga all'estero hanno perso l'assistenza presso il locale ospedale san Salvatore, che consentiva loro di sopravvivere, è stata portata a conoscenza delle Autorità internazionali, che - ci auguriamo - non lasceranno che l'evento cada nell'oblio. Per quanto mi riguarda, lo sdegno per i fatti di Pesaro si sovrappone ancora oggi al dolore per l'atroce e disumano spettacolo cui io e Dario abbiamo assistito la mattina del 25 febbraio 2009, adoperandoci in ogni modo affinché la tragedia non si consumasse, ma incontrando solo odio e indifferenza. Il male puro si era recato a visitare la fabbrica di via Fermo, quella mattina. Confesso che ho pianto insieme a Danciu e Vera e anche da solo, sulla spiaggia di Pesaro, dopo aver tracciato con un dito sulla sabbia bagnata il nome di un bambino che non vedrà mai la luce. Ho scritto per lui - per cullare la sua memoria - una breve poesia, inframmezzata dai versi di una ninna nanna. Riposa in pace, piccolino: non ti dimenticheremo.
Ninna nanna sulla spiaggia di Pesaro
Una notte spietata
ricacciò l'alba nella morte.
"Dormi bimbo, fai la nanna,
qui con te c'è la tua mamma".
Di un piccolo germoglio
atteso alla luce,
non rimane che un nome:
Virgil.
"Dormi Virgil, chiudi gli occhi,
stan dormendo anche i balocchi".
Se l'odio degli uomini
cancellò la sua vita,
un'onda pietosa
custodirà quel nome
che ci fa piangere.
"Dormi Virgil nel tuo letto,
ti protegge un angioletto".
E il mare lo ripeterà alla sabbia
eternamente: Virgil, Virgil, Virgil...
"Dormi Virgil, fai un buon sonno
ti protegge anche il nonno".
Dimenticarlo sarebbe buio:
ricordiamolo - anche se è una ferita -
e aspettiamolo all'alba della vita.
"Dormi Virgil, resta qua
c'è la mamma e c'è il papà".
26 aprile 2009

|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Il Gruppo EveryOne dona all'Ambasciatore dell'Iraq un'opera d'arte che simboleggia i Diritti Umani. "Presto incontreremo Sua Eccellenza," dicono gli attivisti, "per discutere della condizione degli omosessuali in Iraq, ma anche della necessità di impegnarci per la pace nel suo travagliato paese e dell'islamofobia che dilaga in Occidente"
L'Ambasciatore della Repubblica dell'Iraq in Italia, Sua Eccellenza Mazin Abdulwahab Thiab, incontrerà i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, con i quali discuterà in relazione alla situazione dei Diritti Umani nel suo Paese e in particolare dei diritti degli omosessuali. "L'ambasciata irachena si è mostrata decisamente aperta al dialogo," spiegano gli attivisti, "così ci siamo presentati a Sua Eccellenza con un dono: un'opera d'arte che rappresenta l'importanza del dialogo, della pace e del rispetto dei Diritti Umani". Si tratta di una litografia realizzata da Pablo Picasso nel 1957, a Parigi, su cui sono intervenuti con matite e pastelli alcuni artisti che rappresentano minoranze perseguitate nel mondo: la giovanissima Rom Rebecca Covaciu, l'artista gay Alfred Breitman, gli attivisti del Gruppo Watching The Sky. L'Ambasciata in Italia della Repubblica dell'Iraq riceverà presto gli attivisti EveryOne, per discutere i recenti fatti che hanno insanguinato l'Iraq e la legislazione locale che condanna l'omosessualità come un grave reato. "Sua Eccellenza è conosciuto come uomo di pace, devoto agli ideali di uguaglianza e fratellanza universali," afferma EveryOne, "crediamo che si potrà iniziare con lui un dialogo il cui fine è quello di migliorare la condizione degli omosessuali in Iraq, che oggi è drammatica. Desideriamo però affrontare anche un tema 'scomodo' come il dilagare dell'islamofobia in Occidente, che è particolarmente grave in Italia, come attesta il Rapporto 2009 dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali. Un altro tema che affronteremo è l'urgenza di impegnarci per la pace in un Iraq travagliato da attentati terroristici".

"Alcuni gay sono stati condannati a morte dai giudici della Repubblica Irachena," prosegue l'organizzazione internazionale per i Diritti Umani," e si trovano attualmente in carcere, in attesa del patibolo". Particolare raccapriccio hanno destato, in tutto il mondo, i recenti linciaggi di giovani gay avvenuti nelle strade di Sadr City, sobborgo meridionale di Baghdad, governato dal leader sciita Moqtada Sadr. "Sei ragazzi sono stati assassinati da membri delle loro stesse tribù," riferiscono i leader del Gruppo EveryOne, "solo perché erano omosessuali e in alcune zone dell'Iraq l'omosessualità è considerata una vergogna da lavare nel sangue. Gli assassini, dopo aver torturato e ucciso i ragazzi, hanno appeso intorno ai loro colli cartelli con la scritta 'Munharif', che significa deviato". Il Gruppo Iraqui LGBT, che ha sede a Londra e in cui militano attivisti gay iracheni, precisa che nel loro Paese il reato di "lavat", omosessualità, è punito con la detenzione fino a sette anni, ma in caso di recidiva, i giudici possono comminare la pena capitale. Il Gruppo EveryOne nutre fiducia nell'incontro con l'Ambasciatore, che gode di notevole prestigio nel suo Paese. L'organizzazione ha condotto negli ultimi anni - insieme alle più attive organizzazioni per i diritti degli omosessuali, fra cui Gays Without Borders e Certi Diritti - importanti campagne contro l'omofobia nei Paesi islamici, evitando le deportazioni degli omosessuali iraniani Pegah Emambakhsh e Mehdi Kazemi, ma soprattutto sollevando nell'Unione europea il problema dei profughi GLBT provenienti da Paesi in cui l'omofobia religiosa è alla base di una spietata persecuzione. "Quando abbiamo cercato di salvare il giovane Makwan Moloudzadeh," proseguono gli attivisti di EveryOne, "abbiamo notato che il movimento per i diritti GLBT nelle nazioni in cui domina l'integralismo islamico cresceva ogni giorno, di fronte al martirio del giovane gay. Centinaia di gay e lesbiche, giornalisti e attivisti protestavano contro la criminalizzazione dell'omosessualità, spesso rischiando di essere arrestati e torturati. Il ragazzo che è morto per aver amato un coetaneo, quando aveva 13 anni, è divenuto un simbolo contro la discriminazione dei gay. Il cortometraggio che abbiamo realizzato in memoria i Makwan, grazie alla collaborazione dello zio del ragazzo, è stato tradotto in persiano e viene proiettato nei circoli democratici dei Paesi intolleranti. Ci auguriamo che l'Iraq, Paese in cui fermentano, accanto a ideologie repressive, fermenti di democrazia e civiltà, intraprenda, grazie alle sue numerose personalità illuminate, fra cui va sicuramente annoverato Mazin Abdulwahab Thiab, intraprenda una via virtuosa di civiltà e rispetto delle minoranze e divenga un esempio per tutte le nazioni n cui l'omosessualità è ancora considerata un crimine o una devianza".
Nella foto, l'opera donata all'Ambasciatore dell'Iraq: un simbolo universale di pace e tolleranza
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
A Pesaro, mostra "abusiva" dell'artista Rom romeno Danciu Caldarar: "Siamo tutti uguali, come fiori in un vaso"
Pesaro, 15 aprile 2009. A Pesaro dal 15 marzo al 15 aprile si è tenuta una personale d'arte "abusiva", nella quale il Gruppo Watching The Sky ha presentato a un pubblico selezionato - composto da estimatori dell'arte che trova le proprie radici espressive nella cultura dei Diritti Umani - alcune opere di Danciu Caldarar. Danciu è un giovane Rom romeno, che è stato vittima più volte, in Italia, di episodi di razzismo e persecuzione, sia da parte delle autorità che da parte di intolleranti. Anche la giovane moglie, il fratello e la cognata di Danciu hanno subito le terribili conseguenze dell'odio razziale. "Purtroppo veniamo da una condizione di emarginazione e povertà gravi, in Romania," racconta Danciu, "e siamo stati costretti a rifugiarci in Italia. All'inizio mio fratello, io, le nostre mogli e i nostri bambini abbiamo cercato di costruirci una vita normale. Siamo abili giardinieri, ma non ci spaventano i lavori faticosi. Purtroppo però in Italia la gente si tiene lontana dai Rom, perché i giornali e i politici ci presentano come persone pericolose.

Ci siamo offerti per qualsiasi lavoro, chiedendo paghe dimezzate, rispetto agli italiani. Nessuno, però, ci ha dato un'occasione. L'estate scorsa il comune di Pesaro ci ha promesso di aiutarci, inserendoci in un programma casa-lavoro. Ci sembrava di toccare il cielo con un dito. Non volevamo di certo la casa gratis, ma eravamo disposti a pagare l'affitto, lavorando senza risparmiarci. Poi però il comune non ha mantenuto la promessa e ci siamo trovati ancora sulle strade e nelle piazze, a mendicare. E per stare al riparo, ci siamo rifugiati in una fabbrica. Il proprietario ci aveva promesso di non cacciarci via. Era dura, ma avevamo fiducia che presto le cose sarebbero cambiate. Un giorno però, il 25 febbraio, sono arrivati tanti poliziotti. Ci hanno detto che il proprietario ci aveva denunciati per occupazione del suo stabile e che adesso avrebbero tolto i bambini alle nostre mogli, per affidarli a una comunità. Le donne avrebbero potuto stare con loro, ma noi dovevamo tornare in Romania. Abbiamo detto loro che era impossibile, perché le mogli dei Rom giurano di stare con i loro mariti nella buona e nella cattiva sorte. E' la nostra legge. Non avevamo fato niente di male e volevamo bene ai nostri bambini. Perché volevano toglierceli? Mia moglie e mia cognata erano incinte e avevano gli altri figli nella fabbrica. Si sono sentite male. Sono cadute a terra, disperate.

Poi le altre donne si sono organizzate e approfittando di un momento di distrazione dei poliziotti, sono fuggite dal retro con tutti i bambini. C'era anche mia cognata, con loro. Mia moglie invece, che non si era ripresa, è stata portata all'ospedale Abbiamo evitato che ci rubassero i bambini, ma mia moglie e mia cognata, abbandonata la fabbrica, hanno dormito al freddo e hanno perso i bambini che aspettavano. I nostri bambini sono morti prima ancora di nascere, solo perché siamo zingari e dovunque andiamo, veniamo scacciati. Tanti bambini muoiono così. E tanti malati. Io dipingo per far vedere che abbiamo un'anima anche noi Rom, che amiamo la vita e che le nostre famiglie sono per noi la cosa più importante. Quando finirà tutto questo razzismo, quando la gente ci guarderà senza aver paura, senza disprezzarci, vorrei esporre le mie opere nelle città che non amano i Rom: Roma, Milano, Bologna, Firenze e soprattutto Pesaro, dove sono morti i nostri bambini. Vorrei che la gente guardasse i fiori che dipingo e capisse che noi esseri umani siamo tutti uguali, al mondo, come fiori in un vaso". L'arte di Danciu Caldarar è spontanea e rappresenta la durezza della vita delle famiglie Rom, ma anche il loro amore per la natura e per la vita. Vi sono precisi riferimenti alla Street Art e all'arte Concettuale. "Portare fiori, fiori simbolici, nelle fabbriche occupate e negli insediamenti dove avviene la persecuzione dei Rom," spiega Roberto Malini, presidente di Watching The Sky, "è contemporaneamente genio ed eroismo. Caldarar vive come un mendicante, ma è un grande maestro: maestro di una nuova arte sociale e maestro di Diritti Umani, come i giovani artisti, Rom anche loro, Rebecca Covaciu e Americano Grancea". Il Gruppo Watching The Sky presenterà la prossima estate, a Milano, una personale di Danciu Caldarar .
 
Nelle foto, alcune delle opere di Danciu Caldarar, presentate a Pesaro dal Gruppo Watching The Sky
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Anche in Italia si celebra la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti.
Politici, attivisti, uomini di spettacolo, intellettuali al Campidoglio per un incontro memorabile con la cultura e l'orgoglio di un popolo perseguitato. Iniziative anche a Pesaro, Torino e nelle capitali europee
Roma, 5 aprile 2009. Il Coordinamento Nazionale Antidiscriminazione Sa Phrala, la Federazione Rom e Sinti insieme e il Gruppo EveryOne promuovono un’assemblea pubblica il 7 Aprile a Roma dalle ore 9 alle ore 13, presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio per la celebrazione della Giornata Mondiale dei Rom e Sinti, istituita nel 1971 a Londra dall’International Romani Union (IRU) organismo non governativo e non territoriale che rappresenta tutti i Rom e Sinti al mondo, con potere di consultazione presso l’ ECOSOC alle Nazioni Unite dal 1979. Nel meeting, cui parteciperanno autorità parlamentari e rappresentanti delle Istituzioni nazionali e internazionali, sarà illustrato il significato della Giornata Mondiale dei Rom e Sinti: l'8 aprile, come è stato dichiarato nel 1971, durante il Primo Congresso che si tenne a Londra. Lo stesso anno fu fondata l’International Romani Union. E' la prima volta che la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti viene celebrata in Italia. L’assemblea sarà aperta e conclusa dalle note di “Gelem Gelem”, l'inno dei Rom e Sinti, cantato dalla grande interprete ebrea Miriam Meghnagi. I promotori illustreranno al pubblico il significato della ricorrenza: Santino Spinelli, fondatore del Coordinamento Nazionale Sa Phrala e rappresentante della International Romani Union in Italia; Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione Rom e Sinti; Giulia Di Rocco, Sevla Sejdic, Vladimiro Torre, Sergio Suffer, Graziano Halilovic, Gian Mario Gillio, Gianluca Magagni, Giulio Russo ed EveryOne.

"E' l'occasione di dimostrare pubblicamente, soprattutto per i politici, una volontà reale di combattere razzismo e pregiudizio," spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne, "come prevedono le Direttive europee. Fino ad oggi in Italia non si è fatto nulla per sostenere progetti di emancipazione e integrazione riservati a Rom e Sinti, nonostante si siano spese tante parole. Nei campi, trasformati in ghetti, la popolazione Rom e Sinta vive senza diritti in condizioni disumane. Ma ancora più tragica è la condizione dei cittadini Rom dell'Unione europea, in particolare i romeni, che sono oggetto di sgomberi iniqui, senza alternative di alloggio, di pestaggi, di insulti razziali, di azioni disumane di allontanamento. Vivono come topi, braccati, costretti a incamminarsi verso il nulla - dopo ogni sgombero - in processioni dolenti e senza speranza. La Giornata dei Rom e Sinti deve essere un momento di celebrazione, ma anche un'istanza perché la società italiana interrompa l'orrore della persecuzione razziale e segua le disposizioni dell'Unione europea, riconoscendo finalmente i diritti di un popolo perseguitato". l'8 aprile a Roma, Torino e altre città italiane si terranno iniziative per celebrare la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti, in contemporanea con le capitali europee - da Parigi a Praga, da Londra a Berlino - e città storicamente legate alla cultura Rom e Sinta come Marsiglia, Lubiana, Chandigarh. A Pesaro, nel pomeriggio, performance di Land Art del Gruppo Watching The Sky - intitolata "Omaggio a Virgil Calderar, bambino Rom mai nato" - sulla spiaggia cittadina, per ricordare le vittime dell'Olocausto e delle numerose persecuzioni che hanno colpito il popolo Rom e Sinto, fino ai nostri giorni. "La performance sarà videoripresa," dice Ionut Grancea, giovane artista Rom romeno di Watching The Sky, "e presentata al Parlamento europeo e al Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni unite".
Nella foto, "Natura morta", opera di Danciu Caldarar, del Gruppo Watching The Sky
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Collisioni. Parole, storie, musica da un paese globale
www.collisioni.it
Novello, 2 e 3 maggio 2009
A Novello (CN) il week-end del 2-3 maggio 2009 sarà dedicato a incontri con scrittori, artisti, attori e musicisti, nel cuore della Langhe, in uno dei paesi piemontesi più suggestivi della zona del Barolo. “Collisioni” è un’occasione per stare insieme e dialogare. Una festa popolare in collina dove ascoltare storie da mondi lontani, prendere la parola e raccontare il proprio pezzo di mondo. Un paese trasformato per due giorni in un grande palcoscenico non-stop dove scrittori, musicisti e pubblico potranno incontrarsi in un clima che ricorda le vecchie feste di paese.
Tra gli ospiti di questa edizione: Andrea Bajani, Alessandro Baricco, Boosta dei Subsonica, Sergio Dogliani, Lorenzo Jovanotti, Aram Kian, Nicolai Lilin, Tommaso Pincio, Efraim Medina Reyes, Beppe Rosso, Antonio Scurati, Sergio Staino, Bruce Sterling, Gabriele Vacis, Dario Voltolini, Hamid Ziarati.
Traiettorie diverse, linguaggi a confronto, per far cadere lo steccato tra cultura alta e cultura popolare e gettare un ponte tra generazioni e linguaggi. Incontri informali in cui scrittori provenienti da diverse parti del mondo, musicisti, attori dialogheranno con il pubblico per sviscerare il tema della formazione, della scuola, del significato della parola giovinezza, del rapporto tra generazioni.
Collisioni nasce dall’idea che la letteratura, la musica, l’arte siano un’occasione di socialità, un modo per far incontrare le persone. Considerandole non come consumatori, perché non ci saranno biglietti, ma come parte di una comunità che sceglie di condividere due giorni insieme salendo in collina in un’atmosfera familiare, tra assaggi di vino gratuito, degustazioni di prodotti tipici, installazioni di artisti locali, momenti musicali nei vicoli e nelle stradine di Novello. Un “paese globale” che da luogo del passato e della tradizione diventa punto di partenza per guardare al futuro.

Sabato 2 maggio
ore 14,00-15,00 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Inaugurazione
Andrea Camilleri (nella foto) saluta Collisioni in un intervento video a cura di Stefano Caselli e Davide Valentini, e riflette su come sia cambiato il concetto di giovinezza negli ultimi quarant’anni.
ore 15,00-16,30 – Piazza delle due chiese (in caso di pioggia Confraternita di San Giovanni Battista).
Generazioni – Non è un paese per vecchi.
Gli scrittori Antonio Scurati, Andrea Bajani, Francesca Mazzucato si interrogano con il pubblico sull’età anagrafica dei media nel paese più vecchio d’Europa: dalla giovinezza di internet alla vecchiaia della televisione, tra la demonizzazione dei giovani nei servizi di cronaca al tabù della vecchiaia nelle pubblicità. Modera Emilio Targia.
ore 16,30-17,30 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Fiaba in Musica - Il Circolo dei Lettori presenta:
Dario Voltolini - Fabio, un racconto con armonici. La storia di un ragno e di uno scrittore, una specie di amicizia, e un’amicizia tra specie. Ad accompagnare la lettura, il suono primordiale del didgeridoo suonato dal musicista Andrea Ferroni.
ore 18,00–19,30 – Piazza Oreste Tarditi (in caso di pioggia Castello).
Paese Globale - L’incantesimo del ritorno.
Lo scrittore colombiano Efraim Medina Reyes dialoga con lo scrittore iraniano Hamid Ziarati. La Colombia di Reyes, tra narcotraffico e musica rock, a confronto con l’Iran di Ziarati, tra posti di blocco, polizia segreta e roghi di libri proibiti. Modera Sergio Dogliani.
ore 20,00-21,30 - Cena-buffet a cura del Castello di Novello con sottofondo musicale.
ore 21,30-23,00 – Castello.
Collisioni – Interferenze tra parole e musica.
Jovanotti dialoga con il giornalista e scrittore Piero Negri Scaglione, autore di Rock!, e racconta il suo rapporto con la parola scritta e gli autori che più lo hanno influenzato.
ore 23,15-00,30 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Dei liquori fatti in casa – Spettacolo teatrale con Beppe Rosso. Un classico del teatro di narrazione, un attore solo in scena dà voce a un intero paese delle Langhe e intesse un racconto fantastico e divertente, che ha tutta l’ebbrezza dionisiaca del vino.
A partire dalle 24,00
Serata musicale in piazza. - Hi-Life Connection, Seven Torpes Band, Feel Good Production.
Domenica 3 maggio
ore 11,00-12,30 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Paese globale – La forma del futuro.
Lo scrittore texano Bruce Sterling, ideologo del genere cyberpunk, dialoga con lo scrittore italiano Tommaso Pincio, autore di Cinacittà e col professor Fabio Cleto, studioso degli immaginari della cultura di massa, per capire come la fantascienza, immaginando il futuro, possa leggere il presente e le sue contraddizioni. Modera Sergio Dogliani.
ore 12,30-14,00 - Pranzo e degustazione prodotti a cura del comune di Novello in collaborazione con Eataly, seguito da momento musicale.
ore 14,00-15,00 - Piazza delle due chiese (in caso di pioggia Confraternita di San Giovanni Battista).
Paese globale - Educazione siberiana.
Incontro con lo scrittore russo Nicolai Lilin, autore di una drammatica biografia che racconta la sua giovinezza nella gilda della mafia russa e l'esperienza della guerra vissuta come soldato in Cecenia. Modera Federica De Maria.
ore 15,00-16,30 – Castello.
Collisioni – Bobo 25.
Il vignettista Sergio Staino si racconta accompagnato dalle proiezioni delle sue strisce storiche e dalle note di Leo Brizzi.
ore 16,30-18,00 – Piazza delle due chiese (in caso di pioggia Chiesa di San Michele).
Generazioni - Raccontare generazioni.
Il musicista dei Subsonica, Boosta, incontra lo scrittore Gian Luca Favetto e lo scrittore e musicista Marco Rovelli per riflettere sul racconto generazionale e comprendere come i ritmi e i suoni diversi possano influenzare la narrazione e la scrittura. Modera Alberto Campo.
ore 18,30-20,00 – Castello.
Collisioni – I barbari.
Lezione di Alessandro Baricco a partire dal suo saggio "I barbari", per capire insieme come stanno mutando gli scenari della narrazione, il concetto di anima e di bellezza nel mondo di Google e di MySpace.
ore 20,00–21,30 – Merenda sinoira a cura del Comune di Novello.
ore 21,30-23,30 – Castello.
Synagosyty – Storia di un italiano.
Monologo con Aram Kian. Il nuovo spettacolo di Gabriele Vacis, un racconto sulle seconde generazioni di immigrati, i nuovi italiani che hanno genitori stranieri ma non hanno mai visto il loro paese di origine. La storia malinconica e allegra, comica e tragica, di un ragazzo che cresce in un’anonima periferia italiana. Gli amori, le amicizie, i conflitti della giovinezza tra le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Interviene il regista Gabriele Vacis.
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
L'innocenza
di Roberto Malini
E' povera,
l'innocenza,
facile preda
dell'odio.
Vulnerabile
alla calunnia
e al fango,
senza difese
contro il veleno
della vipera.
E' zingara
l'innocenza,
braccata
dalle ronde,
nelle città
dove la colpa
è razziale.
E' in ombra,
l'innocenza,
perché il sole
non sveli al mondo
la sua purezza.
Torturata
da guardie
e carnefici
negli uffici centrali
della sicurezza,
condannata
da giudizi rovesciati,
l'innocenza
languisce
nelle carceri,
dove canta
con voce malinconica,
simile al merlo indiano,
il suo diritto
al volo.
E' lì
che si esaurisce
e si perpetua,
indifferente
al mondo,
la speranza
in un tempo
di uguali.

|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Festival di Sanremo 2009. Povia e Paolo Bonolis invocano la "libertà" di esprimere idee discriminatorie. E' un loro diritto?
di Roberto Malini
Sanremo, 21 febbraio 2009. Dopo l'esibizione di Povia, un po' sottotono sotto il profilo canoro, Paolo Bonolis ha commentato: "Questa è la libertà: poter cantare qualsiasi cosa". E' un concetto che si fa strada in quest'Italia che ha imboccato pericolose vie di intolleranza verso le categorie sociali più vulnerabili. Si usano parole che rappresentano valori per esprimere significati inquietanti, che ci riportano agli anni 1930, quando uno dei Paesi più colti e apparentemente civili del mondo perse ogni contatto con la radice umana e solidale della civiltà. Anche allora, si cominciò a sostituire con i valori della famiglia, dell'eterosessualità e dell'obbedienza all'autorità costituita le ideologie "degenerate": l'omosessualità, la vita "bohemien", il libero pensiero. "Libertà", anche allora, assunse un significato oscuro e torbido e si affermarono a poco a poco filastrocche e canzoni antisemite, che si trasformeranno negli inni forieri di odio razziale nel "patrimonio" canoro della Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana. Paolo Bonolis, che ha trasformato il Festival di Sanremo in una parata di donne-oggetto e di maschi a denominazione di origine controllata (la stessa Patty Pravo, icona gay, tiene le distanze da lui, prima di cantare), giustifica - appellandosi alla libertà di espressione - una canzone il cui testo è un inno alla discriminazione degli omosessuali, un manifesto inqualificabile che propaganda la superiorità dell'amore eterosessuale le idee deliranti dello psicologo omofobo Joseph Nicolosi. Le teorie di Nicolosi si propongono infatti di annientare le conquiste dei movimenti GLBT e di riproporre alle istituzioni (dalla famiglia all'intera collettività) una "terapia riparatrice dell'omosessualità", una "cura" strutturata per trasformare gay, lesbiche e transgender in eterosessuali. "Meglio la serenità della felicità": è il testo di un cartello che Povia ha esibito sul palcoscenico dell'Ariston. Vuol dire che è meglio vivere senza sussulti da eterosessuali piuttosto che appagare la propria natura gay e sentirsi appagati. Rai 1, che è il canale più importante della televisione di stato, ha permesso al cantautore milanese di proporre il suo messaggio intollerante in diverse forme: la canzone, alcuni cartelli (esibiti nelle diverse serate) e una serie di immagini-quadro, contenenti simboli della sfera psichica e di quella spirituale, create per dimostrare che l'omosessualità è una turba che deve essere curata. Secondo la Rai e Paolo Bonolis, libertà è poter cantare una canzone che inneggia alla discriminazione contro i gay. Il prossimo passo potrebbe essere quello di consentire a gruppi antisemiti e omofobi come i 99 Fosse o il cantante giamaicano Buju Banton di cantare al Festival più importante d'Italia. Ecco una strofa della canzone "Anna non c'è" dei 99 Fosse, dedicata ad Anna Frank: "Col tuo naso ricurvo cammini per strada, / mangiando una mela, di certo rubata, / sei un animale, e te ne devi vergognare!" ed ecco la strofa conclusiva: "Quando dopo vai a farti una doccia, / con una mano apri l'acqua... / Dai su, non fare così! / Ti piace lo Zyclon B!". L'Arcigay ha contestato duramente il testo gravemente discriminatorio della canzone di Povia, l'associazione radicale Certi Diritti ha presentato un esposto al garante Rai e il Gruppo EveryOne ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Sanremo. E' importante combattere l'omofobia in ogni sede e con tutti i mezzi consentiti dal diritto internazionale, perché la strada verso l'eliminazione dei pregiudizi contro gay, lesbiche e transgender è ancora lunga. Non si possono compiere passi indietro, o i diritti fondamentali - a partire dalla tutela delle unioni e dal rispetto in ogni comparto della società - diventeranno una chimera, mentre la discriminazione potrebbe trasformarsi in repressione. Invitiamo attivisti, politici, uomini e donne di cultura e cittadini che credono nell'uguaglianza fra individui e popoli a boicottare in ogni sede Povia e la sua canzone, affinché non si diffonda ulteriorente il suo contenuto discriminatorio, lesivo della dignità delle persone GLBT e antiscientifico, poiché propone una lettura falsa e omofoba delle teorie freudiane ruguardanti l'omosessualità.
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Pesaro: cade la terra sulla domus e il fango copre cultura e civiltà
di Roberto Malini, Gruppo Watching The Sky
Pesaro, 20 gennaio 2009. Cade la terra sulla domus romana di piazzale Matteotti. Passa la ruspa, vibrando, sui delicati mosaici, sugli intonaci, sui resti delle stanze di una casa che fino a ieri ricordava alla gente di Pesaro che la loro città ha origini nobili e antichissime. Se Tito Livio ci ha tramandato le vicende pre-romane di Pisaurum, quand'era abitata dai Piceni, e l'inizio della sua romanità, quell'anno 184 a.C quando fu sottratta all'ager gallicus, la grande casa di via Matteotti - muta testimone - ci tramandava a propria volta l'ultima traccia visibile a tutti di quei secoli. Chi fece edificare l'ampia e fastosa magione, dotata di locali spaziosi e di un hortus adornato - duemila anni fa - di capolavori della scultura, fontane, colonne e alberi da frutto? Forse un comandante, un veterano fedele all'imperatore Ottaviano, gratificato con un ruolo politico di primo piano nella Colonia Iulia Felix Pisaurum? Di certo, un uomo importante, uno dei notabili che condussero la città di Pesaro al massimo fulgore economico e architettonico. Può darsi fosse uno dei leggendari "magister vici". Chi ha deciso di seppellire la domus di via Matteotti non si è reso conto del suo incommensurabile valore storico, urbanistico e architettonico, ma si è limitato a definire "poveri" e "poco significativi" i mosaici pavimentali. Niente di più sbagliato, perché è della prima età imperiale la sobrietà di quelle astrazioni: la crux gammata, il quadrato, la stella del mattino. Il padrone della nostra dimora, fedelissimo all'imperatore e devoto ai Lares Augusti e al Genius - divinità protettrici del sovrano - gestiva realtà artigiane e commerciali. La sua domus, a ridosso delle mura cittadine, la più bella casa che si incontrava con lo sguardo, voltandosi verso destra dopo essere entrati da Porta Fano, era in contatto con i quartieri suburbani; forse era addiritura collegata ad essi grazie a una strada privata, basolata e costeggiata da marciapiedi, dotata di una propria entrata esclusiva dalle mura di Pisaurum. La terra cade sulle vestigia di quella casa che fu fortunata e copre il tratto di strada, intatto, che la Storia ci aveva consegnato. L'atrium con l'impluvium per la raccolta dell'acqua piovana, il triclinium dove il signore della domus accoglieva i nobili ospiti, il pozzo (conservatosi intatto) nel'hortus, sacro alla Magna Mater: tutto viene ora occultato, con la brutalità delle ruspe, da terriccio bagnato, mescolato a pietre, pezzi d'asfalto e cemento, radici marciscenti. Cosa direbbe Cesare Brandi, il grande storico dell'arte, massimo esperto di ogni tempo, in Italia, riguardo alle tecniche di conservazione e restauro dei beni archeologici? Lo conobbi, a Firenze, alla fine degli anni 1970 e assimilai da lui un amore e un rispetto infinito per l'archeologia. "La cultura non è sterile erudizione," diceva spesso, "ma viva conoscenza che accresce la coscienza". Riguardo alla conservazione di siti archeologici del tipo della domus pesarese, mi disse un giorno: "I millenni trasformano rovine e terra in un manto amorevole che protegge le antiche vestigia. Guai a sostituire a quei delicati equilibri approssimazione e incuria. Intonaci, resti di pareti e soprattutto mosaici pavimentali devono essere trattati con grande cura. In particolare - e questa è una norma suprema - devono essere tenuti al sicuro dall'umidità e dalle infiltrazioni idriche". La domus di via Matteotti è stata trattata in ben altro modo. La struttura, fragilissima, è stata coperta con teli di plastica che non la faranno respirare. Sotto i teli ristagnano pozze di fango. La poca sabbia, l'argilla e il polistirolo che fungono da strati protettivi rendono ancora più evidente il problema del ristagno, mentre le tonnellate di terriccio bagnato costituiscono un ambiente umido contrario a qualsiasi norma conservativa, senza tener conto del pietrame che preme contro le deboli strutture e i mosaici: un disastro, in termini di logica conservativa. Purtroppo la copertura degli scavi è stata affidata a operai di buona volontà, ma incapaci di comprendere i danni prodotti dalle vibrazioni e dal peso delle ruspe, dalle pietre aguzze a contatto con i beni archeologici, dalla terra pressante e bagnata. Nessun esperto, nessun funzionario della soprintendenza ha supervisionato i lavori. Lavori comunque privi di senso, perché i resti di una domus e i mosaici pavimentali non devono mai essere reinterrati, tantomeno con materiale fangoso e pieno di sassi aguzzi, perché si tratta di materiale delicatissimo. Cesare Brandi insegna che l'unico pericolo che uno scavo di quella tipologia può correre deriva solo da esposizione diretta ai raggi solari e umidità. Mantenere la copertrura provvisoria, magari sostituendo il telone con una copertura impermeabile estetica, sarebbe stata la soluzione ottimale, in attesa di reperire i fondi per una copertura in vetro-acciaio ad algoritmi genetici, con un percorso didattico e un progetto di valorizzazione culturale. Ma per ottenere finanziamenti europei o privati, sarebbe stato necessario chiedere prima di qualsiasi contatto l'iscrizione della domus nel patrimonio mondiale dell'umanità, cosa che il Gruppo Watching The Sky ha fatto, autonomamente, in questo stesso mese di gennaio 2009. Nessuno, purtroppo, ci aveva pensato, prima. Alcune personalità della cultura e della società pesarese hanno tentato con impegno, coraggio, a volte con disperazione, di preservare un'orma profonda e importante della cultura antica di Pesaro, una domus dalle caratteristiche uniche, che qualsiasi città d'Europa vorrebbe possedere, per presentare al mondo con orgoglio l'eredità di una Storia e di una civiltà millenaria. L'artista Franco Bastianelli e Laura Bucci, presidente dell'Associazione provinciale professioni turistiche, sono giunti perfino a manifestare con pale e cartelli, accanto al Gruppo Watching The Sky, in un sit-in pacifico, sopportando il rigore invernale e la distruttiva ottusità delle ruspe, per evitare lo scempio. A loro si sono aggiunti l'onorevole Remigio Ceroni, che ha raccolto una sfida di civiltà, e la rivista ufficiale dei Siti UNESCO, che proporrà la domus di via Matteotti per il Patrimonio dell'umanità. I ragazzi di Pesaro, davanti a questi cattivi esempi, si allontanano dai valori della cultura e smettono di rispettare l'arte. Basta recarsi in piazza Olivieri, davanti al Conservatorio, per notare i danni, alcuni dei quali irrerversibili, che alcuni di loro hanno causato al "Centauro", una delicata scultura moderna in filo di ferro. La sera, quando si ritrovano presso la panchina sotto il monumento, i ragazzi salgono sulla groppa dela figura mitologica, piegano le sue dita, maltrattano l'intera struttura trasformandola in un rottame. Non sanno quello che fanno, perché chi amministra la città in cui vivono stanno mostrando - più per incoscienza che per un sentimento iconoclasta - la stessa incuria, la stessa mancanza di attaccamento verso un patrimonio urbanistico-architettonico e artistico che si impoverisce e cade nell'oblio anno dopo anno, in un'indifferenza che rappresenta il sonno della civiltà. Senza polemica, ma con un invito a riflettere.
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Tutto brucia
di Alfred Breitman
Milano. Un'alba livida è passata
sulle baracche di Cascina Gobba.
Ronzando nella bruma
si avvicina
uno sciame di luci.
A poco a poco il cielo
prende il colore delle pentole di rame...
"... come il cielo di Buchenwald
nel 1941".
Volanti e camionette
si fermano all'ingresso
del campo.
"Sono tornati,"
si lamenta l'anziano Mihai.
Dai veicoli scendono poliziotti in divisa
e si mettono in fila come antichi guerrieri,
con caschi, manganelli e scudi trasparenti.
Hanno cani feroci, ma ben addestrati,
ubbidienti, al guinzaglio.
Davanti alle baracche, i cani dei Rom
protendono i musi, allarmati,
uggiolando, latrando.
Un bambino si affaccia a una finestra
di nylon e cartone,
stropicciandosi gli occhi assonnati.
Nel silenzio e nel gelo del mattino,
i poliziotti, i cani
sono tornati.
Stringono le famiglie
in un cerchio.
Un cane lupo
comincia a ringhiare.
Il suo padrone ghigna
dietro la visiera.
"A Romale, A Chavale...
ah uomini, ah ragazzi,
perché questi sgherri ci circondano
obbligandoci a stare in piedi, al freddo
- mentre scrutano i nostri documenti -
senza alcuna pietà per i bambini
seminudi, le donne incinte
e noi vecchi dalle teste grigie,
ormai stanchi di vivere e malati?"
Ogni tanto gli agenti
spintonano un ragazzo,
guardano un padre di famiglia
in cagnesco
e bofochiano insulti.
Nelle baracche non c'è più nessuno.
Grufolando e stridendo
arrivano le ruspe
che distruggono tutto.
Le camionette
portano via gli uomini
e le donne rimangono sole
con i bambini,
gli ultimi vecchi.
"A Romale, A Chavale...
adesso tutto brucia
e nel campo
non ci sono più uomini,
non ci sono più giovani,
non ci sono più Rom.
Non ci sono più uomini,
non ci sono più giovani
non ci sono più Rom.
Tutto brucia
e nel campo
non ci sono più Rom".
Foto di Steed Gamero

|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Pistoia applaude la mostra "Capelli d'oro e di cenere" e il film-documento "In viaggio con Anne Frank"
di Alfred Breitman
Pistoia, 30 gennaio 2009. La presentazione della mostra "Capelli d'oro e di cenere" ha rappresentato qualcosa di diverso e importante, per la cultura della Memoria e dei Diritti Umani della città toscana. La cittadinanza è accorsa numerosa e si è commossa di fronte ai ritratti delle donne dell'Olocausto, opera di Steed Gamero (giovane fotografo di origine peruviana di cui è attesa una candidatura al prossimo premio Pulitzer) e Roberto Malini. L'allestimento della mostra è stato apprezzato da tutti, perché riesce a inserire le fotografie in un percorso che illustra al pubblico e soprattutto ai giovani la tragedia dell'Olocausto e la necessità di ricordarlo non solo attraverso i numeri, ma anche grazie alle testimonianze che gli artisti e i poeti travolti dalla persecuzione ci hanno tramandato. Non a caso, alcune delle donne della Shoah presentate nell'esposizione sono scrittrici o poetesse: Edith Bruck, Halina Birenbaum, Ruth Bondi, Mirjam Pinkhof. Altre sono famose artiste, come Tamara Deuel o Eva Fissare. Il titolo stesso della mostra è tratto dalla famosa poesia del sopravvissuto Paul Celan "Fuga di morte".

"Le fotografie di Malini e Gamero ravvivano in noi il ricordo delle vittime, dei testimoni e degli eroi," ha detto il sindaco Renzo Berti durante il suo saluto agli artisti e alla cittadinanza, "e questo è il significato di quest'evento, fortemente voluto dalla città di Pistoia. L'Olocausto non deve restare ancorato alla cultura della commemorazione, ma il suo ricordo deve riflettersi sulla nostra società,". Roberto Malini ha ringraziato il primo cittadino, ricordando agli intervenuti che Pistoia è una delle poche città italiane in cui non si sono verificati sgomberi pogrom o persecuzione istituzionale della comunità Rom. "Alcuni dei testimoni della Shoah che mi onorano della loro amicizia," ha spiegato al pubblico Roberto Malini, "avvertono da anni l'Europa del rischio di ricadere nel buio dell'odio razziale e del genocidio culturale, che ieri riguardava gli ebrei, i Rom, gli omosessuali e altre minoranze e che oggi si abbatte ancora sul popolo Rom. Tamara Deuel, Mirjam Pinkhof, Hanneli Pick-Goslar, Piero Terracina denunciano, inascoltati, il crimine contro l'umanità che la persecuzione dei Rom costituisce".
"Ricordare le vittime dell'Olocausto non richiede solo l'adesione al sentimento di indignazione e dolore per quello che fu, ma far proprio il coraggio degli eroi e dei giusti. Essere giusti significa essere capaci di opporsi a chi ci governa, alle forze dell'ordine, ai media quando accade che queste entità si ammalino di intolleranza. Gli Olocausti si ripetono quando la cittadinanza ritiene che siano i governanti e gli uomini in divisa a rappresentare la democrazia e la nazione. La democrazia, la nazione, la Dichiarazione universale dei Diritti Umani, al contrario, sono rappresentate da ognuno di noi".
Dario Picciau ha presentato il film-documento "In viaggio con Anne Frank" e ha parlato del ruolo di un artista nella società, in Difesa dei Diritti Umani. "L'arte ha il compito di migliorare la società e gli artisti devono essere in prima linea, nelle campagne per i diritti delle minoranze," ha affermato. "E' una responsabilità che si estende a tutte le persone che credono negli ideali di solidarietà ed eguaglianza. Le famiglie Rom, i senzatetto, i migranti: ognuno di noi può cambiare le loro vite anche solo dandosi da fare per mitigare la discriminazione, la povertà e la persecuzione che li colpiscono". A Pistoia, come a Cassina de' Pecchi e Genova - città dove Malini, Picciau e Gamero hanno partecipato alla realizzazione di eventi per la Memoria, si è notato un cambiamento della mentalità da parte di politici, intellettuali, artisti e cittadinanze. Fino a un anno fa, destava scandalo paragonare la resistenza antinazista e le azioni dei "giusti fra le nazioni" all'impegno di chi, in un modo o nell'altro, cerca di impedire abusi sui Rom. Oggi succede, al contrario, di incontrare un entusiastico consenso, suffragato in alcuni casi da progetti di inclusione. Arte e cultura sono chiavi per il cambiamento e devono essere utilizzati per aiutare le Istituzioni e la gente a recuperare la via dei Diritti Umani, anche in grandi città come Milano, Roma, Bologna, Firenze o in centri di minori dimensioni dove si respira un'atmosfera cupa e crudele di vero e proprio odio verso Rom e migranti.
Pistoia, dal 31 Gennaio al 15 Febbraio
Sale affrescate del Palazzo comunale piazza del Duomo
dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15 alle 18
La Shoah delle donne
- Mostra fotografica "Capelli d’oro e di cenere: Donne nell’Olocausto" di Roberto Malini e Steed Gamero
- Proiezioni: "In viaggio con Anne Frank" di Dario Picciau e Roberto Malini; “Le Rose di Ravensbrück”, di Ambra Laurenzi e Federico Girella
per informazioni: 0573-371690
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Vittime visibili e invisibili della violenza sessuale.
Poesia-testimonianza di Alfred Breitman
Roma, 29 gennaio 2009. Le violenze sessuali sono delitti che appartengono alla sfera più bassa e barbarica dell'essere umano. Al di là della propaganda mediatica, che strumentalizza odiosamente le vittime delle aggressioni sessuali per diffondere odio razziale, oltre il 90% di tali crimini viene perpetrata all'interno delle pareti domestiche e colpisce persone inermi. Le Istituzioni non hanno un reale interesse a combattere questa piaga, perché rappresenta uno spauracchio da sbandierare di fronte all'opinione pubblica quando serve loro consenso. Gli stupri colpiscono per il 70% le donne, ma anche i maschi ne sono spesso vittime. Nelle carceri, oltre il 50% dei giovani maschi sono oggetto di stupro e abusi sessuali, dopo i quali contraggono spesso malattie gravi e gravissime. Paura e vergogna impediscono loro di denunciarle o parlarne pubblicamente, una volta scontata la pena. Negli Istituti di pena italiani non è mai stata attuata alcuna misura per combattere le violenze sessuali su ragazzi e uomini, come se tali eventi fossero ormai riconosciuti come "parte" della pena. Le donne che vivono in condizioni di precarietà sono spesso oggetto di stupro. Quando le forze dell'ordine arrestano i loro compagni o genitori, le donne, anche giovanissime, restano senza alcuna protezione, accampate all'aperto o in edifici dismessi, vittime predestinate dei predatori sessuali, molto spesso italiani, a volte proprio coloro che dovrebbero proteggere tutti i cittadini dal pericolo di abuso. La Canzone di Irina è stata ispirata dalla testimonianza di una giovane madre, conosciuta dal poeta durante uno sgombero a Milano, di fronte all'insediamentio di via Triboniano.
La canzone di Irina
di Alfred Breitman
Irina non sentiva più niente,
la sua anima era uscita
attraverso i suoi occhi
sgorgando come acqua
da una doppia fontana.
Nel crepuscolo viola,
immaginava di salire in cielo,
bianca, leggera come una nuvola
e di tornare giù come fresca rugiada,
posandosi nei calici
aperti del convolvolo.
"I fiori sono così belli," sussurrò fra sé,
"più tardi ne raccoglierò un mazzetto".
Le baracche bruciavano
intorno a lei, crepitando.
Adesso ritornavano la paura e il dolore,
ma li scacciò come insetti molesti.
Udì, vicina, la voce del suo bambino,
rotta dal pianto, che ripeteva "mamma"
e rise nel suo cuore,
perché significava che era vivo.
Un uomo le piantava chiodi nel ventre.
Il suo fiato puzzava
di tabacco e cipolle.
Ma lei fuggiva ancora nel calice di un fiore
e sentiva profumo di vaniglia.
Un po' di vento le passò sul viso,
fresco come le acque dei ruscelli di Banat.
Adesso il suo bambino cantava sottovoce:
"Hai ghiceste ghiceste cine te iubeste
sa vad daca stii cine te doreste?".
Quando tutto finì, Irina chiuse gli occhi.
Aveva il cuore in tumulto e il respiro mozzo.
Sentiva male, ma la nausea
era più forte del dolore
e la vergogna era più forte di tutto.
"Infelice fra tutte le donne - disse a se stessa -
come potrà guardarti ancora in faccia,
tuo marito?".
L'odore acre del fumo pizzicava le narici,
mentre intorno si alzava un coro di gemiti.
Aprì gli occhi e incontrò quelli del suo bambino,
che erano pieni di lacrime.
Sorrise.
Si alzò.
Lo abbracciò
e stringendolo al seno, cominciò a cantare,
a bassa voce:
"Hai ghiceste ghiceste cine te iubeste
sa vad daca stii cine te doreste
hai ghiceste hai ghiceste
spune-mi cine te iubeste
si din dragoste iti daruieste".
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Lampedusa, 24 gennaio 2009
di Alfred Breitman
Forse nella variante pelagia
della lingua italiana
o in quella lampedusiana
del vernacolo siciliano
"accoglienza" vuol dire intolleranza
e non si chiama "sangu umanu"
quello che scorre nelle vene
dei migranti?
Oggi seicentocinquanta uomini,
seicentocinquanta esuli,
seicentocinquanta fratelli,
hanno forzato i cancelli
del Centro di prima accoglienza
e si sono riversati nelle vie
dell'isula di Lampidusa,
di chidda isula santa
che sembra terra d'Africa,
piangendo,
lamentandosi, chiedendo
libertà e giustizia,
invocando il diritto di vivere.
Alcuni di loro stringevano
nelle mani di profughi
- mani che hanno il colore
del bronzo africano -
colli spezzati di bottiglia
e, disperati, minacciavano
di tagliarsi la gola
se li avessero deportati
verso le terre di dolore e morte
da cui erano fuggiti.
Con voci
di cani rabbiosi
gli aguzzini
- non chiamateli guardie:
sono persecutori -
li hanno ricondotti in carcere
- non chiamateli centri
d'accoglienza: sono galere -
e poi hanno spiegato
- adesso in tono pacato,
quasi mellifluo, a beneficio
della stampa -
che nessun diritto
sarebbe stato negato
a quei "poveracci",
che rimandarli a casa
era "per il loro bene".
"Macché carceri!
Macché lager!
Macché razzismo o xenofobia,
via!
Stiamo solo cercando di risolvere
IL PROBLEMA DEGLI IMMIGRATI".
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
A Bergamo, la mostra dedicata a Calev Castel, l'artista che dipinse l'anima di due mondi
Bergamo, 19 gennaio 2009. L'arte ebraica fra tradizione yiddish e contaminazioni europee: Modigliani, Matisse, Cezanne... Bergamo propone dal 23 gennaio al 22 febbraio 2009 una retrospettiva dedicata a Calev Castel, pittore del kibbutz e delle sinagoghe. E' una mostra da non perdere, perché l'immaginario e la qualità pittorica di Calev Castel sintetizzano l'anima di due mondi: l'Europa e Israele, la tradizione e la rinascita. In mezzo, l'Olocausto, che si percepisce subliminalmente, nelle opere del maestro, come un'ansia di trarre dalla Memoria - per tramandarli all'umanità del futuro - segni, luci e colori: tracce di vita che non vogliono cadere nel buio dell'oblio. "Rabbino e ragazzo nello shtetl" è opera straordinaria ed emblematica, in questo senso. Roberto Malini

La mostra "Memorie e colori dal kibbutz"
CALEV CASTEL (1914 - 1994), "Memorie e colori al kibbutz"
Spazio Viterbi - Palazzo della Provincia - via Tasso, 8 - Bergamo
Dal 23 gennaio al 22 febbraio 2009
Vernice 23 gennaio 2008, ore 18
Catalogo a cura di Gady Castel e Fernando Noris, con testi di Corrado Augias, Doron Pollak e Fiamma Nirenstein. La mostra si tiene con il patrocinio
dell’Ambasciata di Israele - Ufficio Affari Culturali e del Ministero degli Affari Esteri di Israele - Kashtum
L’intensità emozionale nella pittura di Calev Castel
Calev (Carlo) Castel-bolognesi (Calev Castel) era un ottimo pittore, il cui carattere mite rifl ette nei suoi quadri pieni di colore, fantasia e senso del’umorismo. Proveniente da una famiglia ebraica tradizionalista di Ferrara, Calev appartenne a quella generazione che emigrò e prese parte alla fondazione dello Stato d’Israele. Calev scelse di dedicare le sue energie al Kibbutz e alla professione di pediatra, trascurando di dare massima espressione creativa al suo talento artistico di pittore. Nei ritagli di tempo libero, compiuti i “doveri pratici” del Kibbutz, Calev veleggiava verso i luoghi della propria infanzia, negli spazi infi niti della cultura classica italiana, su cui si era formato e della quale è improntata la sua arte. Dall’incontro e dalla fusione della classicità europea, raffi nata e di alta qualità, con la povertà della materia israeliana di quell’epoca, inondata di luce mediorientale, sono nate diverse serie di incantevoli quadri. Comun denominatore dell’opera di Calev Castel-bolognesi, realizzata su cartoni, fogli di carta riciclata, tele e assi di legno, spesso utilizzati su entrambi le facce, sono l’intensità emozionale, la profondità dei colori, la singolarità delle tonalità inventate dall’artista per le fi gure umane, che contrassegna con un singolare linguaggio corporeo. La pittura di Calev è popolata da fi gure della sua famiglia e della comunità ebraica italiana, delle persone conosciute durante la sua vita di Kibbutz, e da personaggi teatrali, letterali e del mondo dell’opera, incontrati nell’universo della cultura classica italiana. Con questa mostra, Calev Castel-bolognesi ci offre l’opportunità di fare conoscenza con alcuni eroi di Pirandello e di Goldoni, eredi della mitica Commedia dell’Arte. Occasionalmente, Calev Castel-bolognesi si ispirò liberamente, tra gli altri, ai quadri di Matisse, Modigliani, Braque e Vermeer. Stilisticamente, Calev poteva lanciarsi a volte in un impressionismo puro, mentre altre volte si cimentava con la pittura di paesaggi, spaziando dal realismo all’astrazione. Calev Castel-bolognesi dipingeva meravigliosamente la sua tele con pennello fermo e sicuro, ma i medesimi tratti decisi si ritrovano anche in dozzine di disegni a matita e carboncino. Astenendosi dalla competizione per ottenere un ruolo uffi ciale nello scenario dell’arte israeliana, Calev ha potuto concedersi la più completa libertà stilistica, sviluppando i quadri e i generi che gli erano congeniali. Questa sua autonomia ci ha lasciato un universo ricco di emozioni, concepito ed enunciato in quella maniera così speciale e propria di Calev Castel-bolognesi. Doron Pollak, Projectiv-Museo degli artisti
Nella foto, Calev Castel: "Rabbino e ragazzo nello shtetl"
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La Domus di piazzale Matteotti è patrimonio dei pesaresi e dell'umanità. Rappresenta le nostre radici storiche e culturali: non condanniamola all'oblio
Pesaro, 11 gennaio 2009. E' doveroso da parte del Gruppo Watching The Sky intervenire ancora, brevemente, riguardo alla Domus romana di piazzale Matteotti e al suo significato per la città di Pesaro. Le numerose voci che si sono sollevate per salvare dall'oblio una delle orme più nitide e profondelasciate dalla civiltà romana nelle Marche sono significative dell'amore che i pesaresi nutrono per questa città antica, per la Sua lunga Storia e per la sua inimitabile cultura. Il nostro gruppo ha proposto all'UNESCO la grande e magnifica casa romana perché sia inserita nel Patrimonio mondiale dell'umanità. L’'Organizzazione delle Nazioni Unite per l’'Educazione, la Scienza e la Cultura presenterà a brevissimo termine il progetto - illustrato dalle splendide immagini che il fotografo Steed Gamero è riuscito a immortalare prima che il sito venisse coperto da teli e da uno strato di sabbia - in una delle sue più importanti riviste. Contemporaneamente, inizierà l'esame delle caratteristiche di unicità, pregio storico-architettonico e insostituibilità del complesso archeologico. Non vi sono dubbi, riguardo a tali elementi, perché la Domus di piazzale Matteotti ci ha tramandato vestigia fastose e antichissime, risalenti al I secolo e i suoi ambienti furono frequentati fino al IV secolo. Nel loro insieme, rappresentano le età imperiali di Caligola e Nerone, Vespasiano e Marco Aurelio, riconducendoci fino agli anni degli imperatori di Bisanzio: Costantino, Teodosio... Alcuni politici locali si sono affrettati a comunicare alla cittadinanza che ormai le opere di sepoltura del sito sono "irreversibili" poiché è già stato assegnato l'appalto. La giunta comunale tuttavia sa benissimo che prima di attuare misure tanto drastiche riguardo a un complesso archeologico di interesse nazionale è necessario attendere il benestare del Ministero dei Beni Culturali e il parere dell'UNESCO. Ma ancora prima, bisogna che siano formulati seri progetti di valorizzazione dei beni e interpellare sponsor privati e istituzionali, per ottenere un contributo. E' impensabile che una Domus romana del I secolo, con preziosi mosaici pavimentali, resti di colonne, un meraviglioso ortus ben definito, ambienti patrizi che si affacciano su una strada basolata intatta, costeggiata da marciapiedi non trovi sponsor e finanziamenti europei! Anche abbandonando l'idea di una copertura in vetro-acciaio su modello della piramide progettata dall'architetto Ioeh Ming Pei per il Louvre, sicuramente una copertura trasparente ad algoritmi genetici, con istallazioni di un percorso storico-educativo renderebbero giustizia alle millenarie strutture e offrirebbero un nuovo punto di riferimento sia alle nuove generazioni che agli studiosi e al turismo culturale italiano e internazionale. Salvare e valorizzare la Domus è un'operazione che darebbe ulteriore lustro e orgoglio alla città di Pesaro. Ricordiamo che purtroppo disponiamo di scarsi riferimenti riguardo agli aspetti urbanistico-architettonici della Pisaurum romana, perché molti dei reperti venuti alla luce nei secoli scorsi sono andati perduti. La Domus, sotto questa luce, non è solo importante, ma addirittura fondamentale per ricordarci gli antichi splendori della città. Sbagliano anche coloro che sminuiscono il pregio dei mosaici pavimentali, che sono mirabili esempi dello stile bicromatico geometrico della prima età imperiale. Ce lo rammentano i simboli della “crux gammata”, del quadrato e della stella del mattino, che attualmente giacciono sotto teli scuri e uno strato di sabbia. Niente di definitivo: poche braccia sono sufficienti per restituire i preziosi pavimenti alla vista della cittadinanza. Nel 1530, in seguito al ritrovamento del celebre Idolino di Pesaro - oggi al Museo archeologico nazionale di Firenze - la città inserì nello statuto cittadino alcune disposizioni di legge a protezione delle scoperte archeologiche nel territorio del comune, affinché nessuno, nei secoli futuri, commettesse l'errore di sottovalutarle. Sarebbe il caso che le Istituzioni - e non solo quelle pesaresi - riscoprissero il valore di quelle norme e le mettessero in atto anche oggi, perché le nostre radici storiche e culturali non sono diventate "optional", ma ci appartengono e ci sono ancora necessarie. Roberto Malini, Dario Picciau, Fabio Patronelli, Steed Gamero - Gruppo Watching The Sky
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Città dal cuore di metallo
Pesaro, 18 dicembre 2008. E' una triste giornata di pioggia. No, non è la pioggia che la rende triste. Siamo noi, noi italiani, noi esseri umani, cui nessuna pioggia può lavare via l'immondizia del razzismo, dell'intolleranza, dell'odio. Un'ora fa ero seduto al tavolino di un bar, qui a Pesaro, insieme a un mio caro amico. Entravano persone di tutte le età, alcune si soffermavano solo per un attimo, il tempo di chiudere l'ombrello, controllare se i pacchi natalizi si fossero bagnati, rassettarsi e uscire di nuovo, sotto l'acqua scrosciante. A un certo punto è entrato un uomo di colore, sui 35 anni, che vendeva ombrelli. Voleva solo attraversare il bar, passare da una porta e uscire dall'altra, percorrendo pochi passi all'asciutto. Il barista, dietro il banco, si è alzato in punta di piedi, ha assunto un tono minaccioso e gli ha gridato: "Te lo dico per l'ultima volta, tu qui non devi proprio entrare". I clienti annuivano, fissando l'uomo con ostilità. Una donna ha bisbigliato la "solita" frase: "Non se ne può più. Ma perché non se ne tornano a casa loro". A capo chino, l'uomo stava per uscire, quando l'ho chiamato: "Ehi, perché non ti siedi con noi e non bevi un caffè?". Lui ha sorriso, ha esitato qualche istante, poi si è rassicurato, accorgendosi che eravamo realmente amichevoli, e si è seduto. Preferiva un cappuccino, che ho subito ordinato: "Un cappuccino per il signore". Gli altri clienti erano sbalorditi. Guardavano i baristi con espressioni interrogative, cariche di sdegno. Sembrava di essere a Montgomery, in Alabama, negli anni 1950. L'uomo sorseggiava il cappuccino e sorrideva. Ci ha raccontato di essere venuto in Italia perché in Nigeria faceva la fame. "Ma oggi non si vende niente," si lamentava, indicando il mazzo di ombrelli di tutti i colori. Abbiamo conversato anche di calcio, dell'Inter, la squadra italiana che lui ammira di più e della Nigeria, una delle formazioni più forti d'Africa. Quando è uscito, con i suoi ombrelli pieghevoli, la gente ha finalmente smesso di fissare il nostro tavolino con sguardi di fuoco. Recentemente ho definito Pesaro come "la città dal cuore di metallo," in riferimento alla famosa "palla" di Arnaldo Pomodoro, monumento bronzeo che è fra i simboli della città, ma soprattutto all'intolleranza che si è impadronita delle Istituzioni, delle autorità e di gran parte della cittadinanza. Qualche giorno fa un agente di polizia mi ha chiesto come mai la mia posizione verso la città in cui vivo attualmente, posizione che a volte esprimo sulla stampa locale, sia così critica. "Ammiro molto l'impegno del suo gruppo contro il razzismo, ma è davvero convinto che qui a Pesaro siamo tutti uguali?".
Gli ho risposto che no, non sono convinto che Pesaro sia una città razzista. Qui ci sono anche persone che lottano per una città multietnica, solidale e accogliente. Proprio a Pesaro ho avuto l'onore di conoscere una donna straordinaria, che si impegna quotidianamente per soccorrere i malati che non ricevono cure, i poveri che non ricevono assistenza, i Rom che vengono braccati, aggrediti, minacciati affinché abbandonino la città.

Contemporaneamente, però, mi sono accorto di come i politici, le autorità, la stampa di Pesaro, Fano e di altri paesi del circondario conducano una campagna intollerante non solo verso i Rom, ma verso la gente di colore e i poveri. Ho seguito da vicino la vicenda di alcuni senzatetto, cittadini fanesi, che si sono rivolti ai servizi sociali della loro città. "Che cosa vi aspettate da noi?" ha chiesto loro un'assistente sociale. "Solo un posto dove dormire la notte e l'opportunità di svolgere qualsiasi lavoro, anche umile, anche pagato poco. "Avete sbagliato indirizzo," ha risposto loro la donna, "perché non siamo un albergo né un ufficio di collocamento". A Pesaro è lo stesso. I servizi sociali non si occupano dei cittadini disagiati, ma sono al servizio dei politici e dei cittadini più influenti, quelli che di certo non hanno buchi nelle scarpe. Promosso dai media e nei comizi, l'odio razziale serpeggia ovunque e i diversi sono indotti ad andarsene. A parole si scoraggia il vagabondaggio delle persone indigenti, ma nei fatti anche le case di accoglienza limitano al massimo il periodo di permanenza dei senzatetto: tre giorni, una settimana, dieci giorni, un mese solo per i più fortunati. Accedere ai buoni pasto è un'impresa, non un diritto: quattro al mese, due alla settimana. Stesso discorso per i vestiti dismessi. La gente li dona alle associazioni caritatevoli, ma per ricevere un maglione liso o un paio di pantaloni rattoppati, bisogna passare attraverso la gogna. L'elemosina, poi, è combattuta come se fosse un crimine. In questi giorni natalizi, Pesaro festeggia i simboli della nascita di Gesù, senza rendersi conto che il Redentore venne alla luce in una casa occupata e che sua madre viveva di elemosina, come una "zingara". Se capitasse da queste parti, i cittadini, secondo quanto consigliato dalla Questura, avvertirebbero immediatamente le forze dell'ordine, segnalando la presenza sgradita di "nomadi". Immediatamente scatterebbe la denuncia per "occupazione di stabile rurale" e una solerte assistente sociale provvederebbe, autorizzata da uno di quei giudici che "firmano" il destino di esseri umani che non si degnano neppure di conoscere, a sottrarre il Bambino a Giuseppe e Maria, per affidarlo a una casa famiglia. Buon Natale, Pesaro del cuore di metallo e buon Natale, Fano "lucente come una stella cometa". Roberto Malini
Nella foto di Steed Gamero, Romnì con il suo bambino
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Rom. Milano, piazza Duomo, graffito antirazzista di Alfred Breitman e del Gruppo Watching The Sky
Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Svizzera). Un graffito dell'artista sociale Alfred Breitman in piazza Duomo - raffigurante una grande ruota rossa, simbolo del popolo Rom - per protestare contro la persecuzione dei "nomadi" in Italia. Quindi, di fronte alle autorità di pubblica sicurezza, una "lezione" sul Samudaripen e contro le purghe etniche che si svolgono a Milano e in tutto il Paese. "Ho ricevuto le prime intimidazioni e le prime botte da parte della polizia italiana," ha detto l'artista, "proprio a Milano, negli anni '70, quando avevo 15 anni e mi sono opposto a una violenza poliziesca nei confronti di una ragazza 'nomade'. Sono passati più di 30 anni e la condizione di questo popolo è sempre peggiore. Dal Presidente ai ministri, dai parlamentari ai sindaci, ai prefetti, agli agenti, agli intellettuali e politici di sinistra e destra (uniti dall'odio per la razza Rom), alle cittadinanze: tutti sono responsabili di un crimine atroce contro famiglie innocenti, colpevoli solo di avere la pelle un po' più scura e di parlare la lingua Romani. Le Ruote Rosse che il gruppo Watching The Sky dipingerà nelle città, sfidando i carnefici, sono un invito a tutti gli antirazzisti: non buttate via la vostra anima solidale e democratica, resistete con tutte le vostre forze a questi nuovi nazisti, a questi assassini in giacca e cravatta, a questi mostri".
Rom. L'artista sociale Alfred Breitman realizza performance "abusiva" in Piazza Duomo a Milano
Un grande graffito rosso sul pavimento di piazza Duomo e una lezione di Storia e antirazzismo ai cittadini, alle Istituzioni e agli agenti di forza pubblica
Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Lombardia). Sotto gli occhi esterrefatti dei cittadini milanesi, l'artista ha dipinto lo splendido simbolo del popolo Rom, con uno slogan contro la persecuzione razziale in atto, sul pavimento di piazza Duomo! Con gli agenti di forza publica che lo raggiungono sul posto, Breitman completa la sua performance e li ammonisce a non comportarsi, con i Rom, seguendo le linee discriminatorie promosse da Istituzioni e autorità. Il Gruppo Watching The Sky proporrà in altre cità italiane performance d'arte contro la persecuzione in atto, lavorando sempre sul simbolo della Ruota Rossa e ponendosi in antitesi con il regime persecutorio e gli sgherri che ogni giorno violano esseri umani innocenti, nell'àmbito di una folle purga razziale ed etnica.
La Ruota Rossa del Gruppo Watching The Sky appare in piazza Duomo a Milano: l'Arte sociale sfida il razzismo
Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Roma). Un graffito di Alfred Breitman in piazza Duomo per protestare contro la persecuzione dei Rom. Un grande graffito raffigurante la Ruota Rossa, simbolo del popolo Rom, è apparso a Milano, proprio sulla pavimentazione di piazza Duomo. Sotto il disegno - un cerchio rosso rubino con 16 raggi - la scritta "Interrompete la persecuzione dei Rom". L'opera di denuncia civile è stata realizzata dall'artista Alfred Breitman, che è rimasto per oltre mezz'ora, in pieno giorno, a spiegarne i contenuti a un capannello di cittadini milanesi. Quando sono intervenuti sul posto alcuni agenti di Polizia Municipale, Breitman ha detto loro che il lavoro gli era stato commissionato dal Circolo culturale "Goffredo Bezzecchi". Non era la verità, ma l'artista ha inteso rendere omaggio a Goffredo Bezzecchi, Rom di 69 anni che vive a Milano ed è l'ultimo testimone della persecuzione nazifascista degli "zingari" lombardi. Gli agenti hanno creduto alla spiegazione offerta da Breitman e si sono fermati a porre domande all'artista, che ha tenuto anche a loro beneficio una breve lezione sul Samudaripen, lo sterminio nazista del popolo Rom e sulle similitudine fra quel crimine contro l'umanità e l'attuale persecuzione che Milano e l'Italia perpetrano sempre contro il popolo "nomade". La performance di Breitman costituisce la prima azione del Gruppo Watching The Sky, per denunciare con gli strumenti dell'arte sociale e dell'arte di strada la più odiosa forma di razzismo del nostro tempo. Alfred Breitman ha abbandonato il luogo della performance fra gli applausi di decine di cittadini, ivi compresi i vigili urbani. L'opera d'arte, realizzata con colori naturali, è stata parzialmente cancellata già nel pomeriggio.
Alfred Breitman: http://en.wikipedia.org/wiki/Alfred_Breitman
|
| ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Tre lampadine illuminano il mondo
di Gianluca Carmosino
È accaduto martedì sera in un capannone abbandonato e illuminato con tre lampadine nella periferia est di Roma, perché non potrebbe ripetersi in altre città? Un centinaio di cittadini, poco importa se «militanti» o se rom romeni, si è incontrato per gustare un po' di cibo buono, fare due chiacchiere, ascoltare della musica e guardare il video che racconta l'occupazione di quel capannone da parte di quaranta rom, per lo più donne con meno di diciotto anni e molti bambini [la storia dell'occupazione e il video sono scaricabili dal sito di Carta]. Eppure, nel quartiere non era stato diffuso nemmeno un volantino, la pioggia non si è fermata un attimo per tutto il giorno e il sindaco di Roma si chiama sempre Gianni Alemanno.
Quelle persone, ne siamo stati testimoni, si sono sbarazzati per una serata dell'impotenza che sembra avvolgere molti di fronte all'ondata razzista di questi giorni. Mentre preparavano la cena, litigavano con il generatore che faceva partire le immagini ma non l'audio, cercavano una sedia libera e ascoltavano i racconti di Grifina che da quando è cominciata l'occupazione è tornata a scuola, hanno di fatto costruito le relazioni di fratellanza che prefigurano il tipo di società per cui milioni di persone lottano in tutto il mondo. E lo hanno fatto scoprendosi capaci di interrompere, almeno per qualche ora, le logiche del capitale e quelle xenofobe che dalla prime discendono [i rom rubano i bambini ma sono anche inutili alla crescita del paese]: insomma, creare il tipo di relazioni solidali desiderate non dipende necessariamente dal posto che si occupa nella società, nei processi produttivi e nei luoghi di potere. L'antirazzismo si illumina anche con tre lampadine.
|
|