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La zingara rapitrice
Uno studio che smonta lo stereotipo più pesante
L’ampia ricerca “Adozione di minori rom/sinti e sottrazione di minori gagè” commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e alla direzione del Prof. Leonardo Piasere, si articola in due studi volti a rispondere a differenti ma complementari interrogativi.
L’uno –– in corso di pubblicazione presso CISU – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai Tribunali per i Minori italiani a famiglie gagé, condotto da Carlotta Saletti Salza. L’altro – già edito dallo stesso editore col titolo “La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – sui presunti tentati rapimenti di infanti non-rom da parte di rom, condotto da Sabrina Tosi Cambini.

La prima indagine “Adozione dei minori rom e sinti”
Il progetto di ricerca “Adozione dei minori rom e sinti” prevedeva la raccolta il più esaustiva possibile di dati documentati relativi all’affidamento e all’adozione di minori rom e sinti a famiglie non rom da parte dei tribunali dei minori italiani, nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005, nonché un’analisi dei dati raccolti. La scelta è stata quella di condurre una ricerca sull’affidamento e sull’adozione dei minori rom e sinti a partire dai dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità che sono registrati presso le sedi dei tribunali minorili e dalle informazioni raccolte nei servizi sociali di territorio, comunali e ospedalieri, in materia di allontanamento dei minori dal nucleo famigliare. Quindi, sono stati raccolti i dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità presso otto (Torino, Bologna, Bari, Lecce, Trento, Firenze, Venezia e Napoli) delle ventinove sedi dei tribunali minorili e sono stati svolti colloqui con i servizi sociali di riferimento. Complessivamente, i casi di minori rom e sinti dichiarati adottabili sono oltre duecento.
I dati raccolti in ciascuna delle sedi dove si è svolto il lavoro di ricerca mostrano differenze rilevanti legate al contesto storico e sociale all’interno del quale, nel corso degli anni, si sono inserite le differenti comunità rom e sinte. Per fare un esempio, vi sono situazioni nelle quali troviamo una mancanza di tradizione del lavoro dei servizi sociali (come a Lecce, dove assistiamo a una pericolosa inversione di ruoli dal momento che l’Autorità Giudiziaria minorile si sostituisce alla tutela sociale che dovrebbero invece esercitare i servizi di territorio) e contesti nei quali invece i servizi sociali vantano una sorta di specializzazione nel lavoro con le comunità rom (vedi il caso di Firenze, Torino, Venezia), con una pericolosa stigmatizzazione della cultura da parte dei differenti operatori coinvolti.
Nel complesso, l’analisi dei dati mostra la facilità con la quale, nelle diverse realtà analizzate, la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura “altra” potesse fare del male al bambino. Questo è ciò che pensano molti degli operatori incontrati. Tutti i minori rom, in quest’ottica diventerebbero dei bambini maltrattati. L’intervento di tutela operato in molti contesti diventa quindi quello di allontanare, togliere il minore dal suo contesto famigliare, per educarlo, come se la cultura rom non avesse un modello educativo o, per lo meno, come se la cultura rom non avesse un modello educativo valido. I concetti impliciti che precedono questa riflessione propria di molti operatori così come di molti magistrati minorili, vedono il bambino rom come soggetto di una situazione di pregiudizio solo e proprio perché è rom o perché vive su quel pezzo di terra dove si trova il “campo nomadi”. Precisamente, i presupposti impliciti di molti operatori sono che:
- la cultura rom è da considerarsi “mancante”, sempre e comunque, con tutti i bambini;
- nella cultura rom vi è un’assenza delle capacità genitoriali;
- da parte dei genitori e/o della famiglia rom vi è un’assenza della tutela dell’infanzia.
Sono proprio questi i presupposti in funzione dei quali l’intervento di tutela sociale e/o civile del minore rom diventa facilmente quello di tutelarlo dalla sua famiglia o dalla sua cultura. Cosa accade allora ai minori rom? La ricerca svolta evidenzia che la difficoltà di molti operatori nel riconoscere l’identità del bambino rom, il suo modello educativo, porta a gravi situazioni in cui di fatto il minore non viene tutelato. I circa duecento casi riscontrati di dichiarazione di adottabilità, infatti, denunciano un grave “pregiudizio” (così come inteso dal codice civile) nel quale si troverebbe questa volta non il minore rom, ma il contesto istituzionale che ruota intorno a quella che dovrebbe essere la tutela di qualsiasi minore. Una tutela dalla quale il minore rom, paradossalmente, resta escluso.
Abbiamo quindi situazioni nelle quali i minori trovati in strada da soli o con gli adulti di riferimento vengono allontanati dai genitori e poi inseriti in comunità. Una volta in comunità il provvedimento del Tribunale dei Minorenni dispone che i minori non possano più incontrare i propri famigliari, fino al termine dell’istruttoria. Concretamente questo vuol dire che potrà accadere che i bambini non possano più incontrare i propri genitori per lunghi mesi, con gravi conseguenze nella loro relazione. Gli avvocati che seguono questi casi affermano che, probabilmente, in questi casi, il reale interesse dei vari operatori coinvolti è di trovare il maggior numero possibile di minori per le famiglie non rom che fanno domanda di adozione. Come reagire di fronte a queste gravi denunce? Oppure abbiamo casi in cui i minori vengono allontanati dalla famiglia perché i servizi sociali valutano che le condizioni abitative del nucleo, ovvero quelle del “campo nomadi”, non sono adeguate alla tutela di un minore. Ancora, molte volte ci troviamo di fronte a casi di allontanamento che avvengono con molta violenza, sulla base del mero pregiudizio personale di un operatore qualunque che scrive che quel minore non è tutelato perché “mangia con le mani” o “non indossa il pigiama per andare a dormire”. Con quale presunzione noi non rom continuiamo a immaginare che il nostro modello di vita sia il migliore e quello ideale? E, soprattutto, chi lavora nel sociale non dovrebbe avere una formazione adeguata per lavorare con soggetti che appartengono a culture differenti?
Talvolta la responsabilità della mancata tutela del minore viene data alla cultura, talaltra alle istituzioni, che non sarebbero in grado di offrire a questi nuclei situazioni abitative appropriate. In entrambi i casi, il risultato è che non viene salvaguardato l’interesse del minore di vivere nella propria famiglia. Accadrebbe lo stesso se si trattasse di minori italiani?
Non si vuole qui escludere che possano esserci situazioni di abbandono dei minori rom, non si vuole accusare gratuitamente il lavoro degli operatori, ma si vuole mettere in evidenza la contraddizione nella quale invece cadono in molti (sia gli operatori sociali che della magistratura minorile), identificando sempre il minore rom come abbandonato, potremmo dire, “alla” e “dalla” sua cultura.
Possiamo aggiungere quindi che il tema attorno al quale si sviluppare questa analisi è quello di tutela. Qual’é la nostra concezione tutela e qual’é quella dei romá? Cosa accade al bambino rom mentre per l’operatore si sta verificando una situazione di maltrattamento? Da questo interrogativo si apre una riflessione su due aspetti:
-- sulla definizione di quella che viene genericamente definita come la soglia in funzione della quale l’operatore, genericamente inteso, stabilisce che il minore si trova in una condizione di “pregiudizio”. Una soglia viene banalmente interpretata e descritta con un criterio di tolleranza personale: per qualcuno sono i piedi scalzi, piuttosto che il furto o l’accattonaggio o l’appartenenza alla cultura rom, senza riconoscere che il “pregiudizio” dovrebbe essere quello ravvisato specificatamente nell’interesse di ciascun minore. Quello che accade è che i minori rom verranno segnalati all’Autorità Giudiziaria in funzione del grado di tolleranza personale degli operatori sociali, che, come quella di molti cittadini, è molto bassa.
-- L’altro aspetto riguarda l’applicabilità della norma giuridica italiana a un contesto culturale differente, un tema che in Italia resta poco approfondito. Al centro di quest’analisi vi è una discussione sulla definizione dei margini dell’applicabilità della norma giuridica a un minore il cui contesto famigliare potrebbe non riconoscere la stessa norma e le sue finalità. In funzione di quali criteri potremo definire l’abbandono di fronte a un minore che appartiene a un contesto culturale differente da quello nel quale è stata elaborata la norma giuridica? Alcuni magistrati portano riflessioni interessanti a questo proposito, affermando che di fronte al minore straniero occorre sempre considerare e decodificare il contesto culturale dal quale proviene, ma il tema resta ampiamente marginale nell’ambito della magistratura minorile. Il risultato è che pochi magistrati minorili riconoscono la necessità di decodificare il contesto culturale del minore e che in molti invece ritengono non opportuno riconoscerne la specificità dettata dall’appartenenza culturale. Questo è quanto emerge nell’ambito del lavoro di ricerca svolto.
Quale soluzione proporre? Frequentemente la cultura non-rom si presenta come “egemone”, più forte di quella dei romá, identificati come appartenenti a una minoranza culturale. Se davvero si riconosce come tale, la nostra cultura dovrebbe prendersi la responsabilità di assumere fino in fondo questo ruolo, creando quegli strumenti che potrebbero anche tutelare il minore rom e la sua famiglia. Questo vorrebbe dire disporre di quegli strumenti di conoscenza che si avvicinino il più possibile al contesto culturale del minore, con il risultato di mettere il minore in una condizione che lo veda tutelato da entrambe le parti: per la magistratura minorile e per la sua famiglia.
Dovremo infine smettere di pensare alle cultura rom come una cultura statica e immutabile, come se i minori fossero destinati alla povertà materiale e culturale dei loro genitori. Se molti romá oggi vivono nei “campi nomadi” è perché si tratta di una chiara scelta delle amministrazioni comunali di mantenere queste comunità in una condizione di grave precarietà sociale e civile. Se i minori rom oggi non sono tutelati e c’è un sistema giudiziario minorile che non li tutela la responsabilità è solo nostra.
La seconda indagine “Sottrazione di minori gagé” originariamente copriva il ventennio dal 1986 al 2005, ma per i fatti successivamente accaduti si è protratta fino al 2007. I casi sono stati individuati e analizzati partendo dall’archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei Tribunali, adottando, oltre a quella giuridica, più prospettive: etnografica, dell’antropologia giuridica ed etnometodologica.
Per dare un quadro del lavoro svolto, possiamo dire che la ricerca si è strutturata in tre fasi: individuazione nell’archivio Ansa dei fatti di nostro interesse; studio del corpus ricavato dall’archivio Ansa per individuare i casi; lavoro sui casi: consultazione dei fascicoli processuali, ricostruzione, comparazione. Quest’ultima fase – che partiva, appunto, dalle informazioni contenute nelle notizie Ansa – ha avuto la sua attività principale nel contatto con le Forze dell’ordine, Procure e Tribunali al fine di verificare se il fatto avesse avuto un prosieguo significativo in termini penali. In caso affermativo, si è cercato di ottenere i permessi per la visione dei fascicoli. Alcune volte, è stato possibile avere un colloquio con il PM e con gli avvocati; in altre, la distanza temporale ha complicato questi passaggi. Per molti è stato possibile anche raccogliere gli articoli apparsi sui giornali e anche su Internet.
Nella nostra analisi prendiamo in considerazione ventinove casi, oltre undici di sparizione di minori (dunque, 40 in tutto), sui quali è da subito opportuno indicare il risultato principale della ricerca, e cioè che non esiste nessun caso in cui sia avvenuta una sottrazione del bambino: nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta, ma si è sempre di fronte ad un tentato rapimento, o meglio, ad un racconto di un tentato rapimento.
Alla confusione che generano i media al momento della denuncia del fatto, dando come provato e “vero” il tentato rapimento, se non vi è un arresto non corrisponde quasi mai la notizia dell’esito dell’azione delle Forze dell’ordine. Nei pochi casi in cui questo accade, la notizia non è per comunicare che i rom non c’entrano niente, ma è perché l’esito scioglie in sé altri eventi: truffe, fatti drammatici, situazioni che suscitano ilarità.
In maniera random si è cercato anche di verificare se per i casi in cui era stata sporta denuncia, ma in cui i presunti rapitori si erano dati alla fuga, le indagini avessero risolto la vicenda in qualche modo: si tratta di un ulteriore accertamento rispetto al fatto che se non c’è stata più nessuna notizia in merito questo ci può far dire che non si era poi svolto nessun arresto. D’altra parte - come dicevamo e come alcuni casi dimostrano - laddove le Forze dell’ordine tramite le proprie indagini verificano che è stato solo un equivoco, una percezione errata della situazione, la stampa ne dà poca o nessuna notizia.
La comparazione dei casi ci ha aperto a strade particolarmente significative, attraverso le quali si sono potuti individuare gli elementi cardine dei racconti dei tentati rapimenti, che sono pochi e si ripetono come un frame, un canovaccio concettuale con poche varianti: ad esempio, nella grande maggioranza, si tratta di ‘donne contro donne’ ossia è la madre ad accusare una donna rom di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali; nessuno interviene in soccorso della madre; non di rado appare la paura che vi sia uno ‘scopo oscuro del rapimento’ per cui la presenza di alcuni mezzi e persone nelle vicinanze vengono interpretate dalle madri (o da altre figure) come complici della zingara (ma i controlli lo smentiscono regolarmente).
L’analisi comparativa dei casi, infine, ci porta a poter affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo “gli zingari rubano i bambini” risulta essere molto più potente di qualsiasi altro. Non si ha paura, infatti, che sottraggano il portafogli o la borsa (secondo lo schema mentale “gli zingari rubano”), ma che portino via il bambino.
Dai ventinove, estrapoliamo i sei casi che hanno portato all’apertura del procedimento e dell’azione penale, che rappresentano il cuore del lavoro di ricerca e che nel testo vengono presentati e discussi uno ad uno in particolar modo attraverso i fascicoli processuali.
Si tratta di:
Desenzano del Garda (Brescia) 02/12/1996. Sentenza di colpevolezza [art. 56 c.p. (delitto tentato) art.605 c.p. (sequestro di persona)].
Castelvolturno (Caserta) 18/01/1997. Sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste.
Minturno (Latina) 30/08/1997. Archiviazione del caso.
Roma 10/10/2001. [Sentenza di colpevolezza art. 56 c.p. (delitto tentato) art. 574 c.p. (sottrazione di persone incapaci)].
Lecco 04/02/2005 (il procedimento penale è in corso – II grado).
Firenze 25/10/2005 (il procedimento penale è in corso – I grado, il PM nell’ultima udienza del 17 ottobre 2008 ha chiesto l’assoluzione).
Lo sguardo critico proprio della disciplina antropologica fa emergere dalle carte e dalle aule del tribunale l’utilizzo delle categorie del senso comune da parte degli operatori del diritto come base attraverso cui adattare la categorizzazione prevista nei codici alle circostanze del caso e la costruzione della credibilità dei testimoni nella quale assume un forte peso la capacità retorica delle due parti, intesa anzitutto come coerenza interna del discorso quale testimonianza dell’accaduto. Il tutto retto anche da un ‘ragionevole’ assunto iniziale: la madre non avrebbe nessun motivo per accusare la zingara di un atto non compiuto, in pratica non avrebbe alcun senso che la madre si fosse inventata tutto, per cui quello che ella dice è di partenza da considerarsi in qualche modo “vero”. Non dobbiamo scordarci che ci troviamo davanti a persone appartenenti a gruppi socialmente e giuridicamente deboli: non solo persone immigrate, ma soprattutto e in primo luogo rom (ma chiamati sempre nomadi) e nella maggior parte dei casi “sedicenti”. Addirittura nella sentenza di Brescia si legge che la pericolosità sociale della donna è “in una con la sua condizione di nomade”. Allo stesso modo per il caso di Roma, non ha nessun peso il fatto che il certificato dei carichi pendenti dell’imputata risulti negativo: la sua condizione di nomade sedicente basta – secondo il giudice - a renderla pericolosa e capace di commettere azioni criminose. Il fatto di essere definite nomadi, giustifica di per sé nei confronti delle imputate qualsiasi decisione a tutela della collettività.
Infine, per quanto riguarda episodi di sparizione di bambini (11 casi analizzati), nella maggioranza molto noti all’opinione pubblica, abbiamo ricostruito i vari momenti in cui i rom e sinti entravano tra i soggetti sospetti e gli esiti degli accertamenti che derivavo dall’attività investigativa (sempre negativi). La drammaticità delle vicende di queste sparizioni si rende ancora più acuta in quelle narrazioni di cui si conosce l’epilogo: l’opposizione fra ciò che è accaduto realmente a questi bambini e l’immaginario stereotipico del rapimento da parte dei rom emerge con una forza squassante. Questi bambini sono stati vittime di una violenza brutale tutta interna ai contesti dove vivevano: pedofili, conoscenti, parenti. Anche a partire da questo, il forte invito è quello di allargare il nostro sguardo, interrogarci e riflettere maggiormente su noi stessi (sempre che questo noi così netto esista...).
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Carlotta Saletti Salza, dottore di ricerca in Antropologia ottenuto presso la Facultat de Ciències Humanes i Socials – Departament d’Història, Geografia i Art – di Castellón de la Plana (Spagna). Svolge da svariati anni attività di ricerca presso Fondazioni e Univeristà. Ha condotto ricerca etnografica tra le comunità xoraxané a Torino e in Bosnia su tematiche relative all’educazione famigliare e scolastica e sulla rappresentazione della morte.
Sabrina Tosi Cambini, dottore di ricerca in Metodologie della ricerca etno-antropologica presso l’Università degli Studi di Siena, svolge da svariati anni attività di ricerca presso Fondazioni, Istituti e Università; è stata operatrice di strada e da tempo coordina progetti sperimentali di lavoro sociale. Attualmente è docente a contratto di Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Firenze e di Antropologia sociale presso l’Università degli Studi di Verona.
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Lettera al sindaco di Torino Sergio Chiamparino: "Ci aiuti a proteggere l'artista africano Réné Bokoul, emarginato e indigente a Torino"
6 dicembre 2009
Illustrissimo sindaco di Torino Sergio Chiamparino,
siamo Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com).
Le segnaliamo la drammatica situazione di Réné Bokoul, artista che si è rifugiato in Italia dal Congo nel 2006, ottenendo asilo, ma nessun sostegno umanitario. Réné Bokoul è uno dei più importanti artisti africani viventi, considerato un caposcuola nel suo Paese, nonostante la giovane età. Fino allo scoppio della guerra che l'ha costretto a riparare fuori dal Congo, Bokoul aveva un ruolo assolutamente centrale nella cultura e nell'arte africana. Artista del Presidente della Repubblica, ha tenuto mostre di prima importanza. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni museali pubbliche e private. Eppure oggi, a causa di un clima di razzismo e intolleranza che è ormai diffuso ovunque, questo grande artista africano vive senza casa, senza mezzi di sostentamento, come un mendicante. Potrebbe dare lustro al Paese che l'ha accolto, con il frutto del suo genio, invece vive le conseguenza della povertà e dell'emarginazione. Il Gruppo Watching The Sky (formato da artisti che lavorano per i Diritti Umani, in perfetta sinergia con il Gruppo EveryOne) l'ha accolto fra i suoi artisti e, se Réné potrà vivere presto dignitosamente, si impegna a seguirne la carriera e a promuovere ovunque il suo lavoro.
Sindaco, Le chiediamo di non accogliere questa richiesta di aiuto con l'indifferenza che ormai congela i cuori delle Istituzioni e della gente, in Italia. Réné avrebbe diritto a un aiuto almeno per meriti artistici e umanitari e sarà presto autonomo, se non lo si lascerà in balìa degli stenti e dell'intolleranza. Bisogna agire con il cuore, con spirito solidale, subito, prima che sia tardi. Anne Frank scriveva nel suo Diario: "Non capisco perché i governi spendano tanto denaro per le armi e la sicurezza, mentre i poveri e gli artisti muoiono di fame". Il tempo di Anne era così simile al nostro! Non se ne accorgevano i cittadini del Reich e dei Paesi nell'orbita nazista, non se ne accorgono gli italiani. Ci aiuti, aiuti Réné: vedrà che non sarà difficile renderlo un uomo finalmente libero e in grado di badare a se stesso, oltre che di regalare a Torino, all'Italia e al mondo il prodigio dii un'arte che ha radici millenarie e che ispirò persino Picasso.
Con fiducia, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau
Biografia
Nato in Congo Brazzaville nel 1973, Leticia Paterne Mahoungou, in arte Réné Bokoul, comincia a dipingere all’età di 11 anni. A 15 anni entra come allievo nella scuola di pittura di Poto-Poto, la più grande e famosa del continente africano, scuola alla quale il più grande pittore di tutti i tempi, Picasso, si era ispirato per creare lo stile cubista. Nel 1991 comincia lì un percorso di formazione che si conclude dopo tre anni con un diploma di pittura. Dopo un test organizzato dai pittori di Poto-Poto viene accettato come artista pittore. Lavora in atélier con numerosi pittori di fama mondiale e occupa il posto di vice-direttore d’atélier della scuola stessa, incaricato di ricevere i visitatori. Riceve numerose alte autorità come Kofi Annan (Segretario Generale delle Nazioni Unite), Michel Camdessus (Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale dal 1987 al 2000), il presidente della Banca Mondiale, il presidente della Repubblica
francese Jacques Chirac, il re del Marocco Mohammed VI, altri capi di Stato africani e responsabili di organizzazioni internazionali. I quadri di Bokoul sono stati scelti per decorare case private e sedi istituzionali. Numerosi presidenti, re e altre personalità possiedono suoi quadri. I suoi lavori, inoltre, abbelliscono numerosi ambienti e prodotti del Ministero della Cultura del Congo Brazzaville. Nel 2006, in seguito alla guerra che scoppia nel suo Paese, Bokoul lascia il Congo per trovare asilo in Italia.
Bokoul lavora con ogni genere di materiale e utilizzando diverse tecniche: dai paesaggi astratti al cubismo, passando per il collage. Le sue opere testimoniamo una grande ricchezza coloristica così come un senso ricercato del dettaglio. I suoi quadri, arricchititi di luce e arieggiati da un’architettura gioiosa, chiara, fresca e precisa presentano uno stile e un’espressione facilmente riconoscibili. La sua vita artistica è basata sulla creazione e la bellezza dei colori. Bokoul sa distillare e dosare, ogni opera è un sogno di un’infinita trasparenza. Le sue tele parlano dell’amore, del piacere, della gioia, di un mondo nuovo, di un paradiso in terra. L’artista non ha mezzi per restaurare l’amore sulla terra, ma attraverso le sue tele esorta le persone a vivere, per un breve attimo, l’esperienza di un nuovo mondo. L’artista è innamorato della donna ed è attraverso di essa che trova l’ispirazione.
PREMI OTTENUTI (in gruppo):
v Medaglia d’oro al Laurèal Peinceaux PICASSO, organizzato dal CICIBA
(Centre de Civilisation Bantu)
v Primo premio della Presidenza della Repubblica del Congo
v Primo premio per il logo di Air France
v Premio a Houston per l’arte contemporanea
…e altri premi internazionali e attestati di merito
TECNICHE&MATERIALI
v Pittura su tela, uso di pennelli, coltello, foglie di banano, rafia, sabbia, tappeti.
ESPOSIZIONI INDIVIDUALI E COLLETTIVE
v 1991: Esposizione à L’Ecole Maison Provinciale dei Pères Lazaristes.
Esposizione à L’Artisanat del Gabon.
v 1992: Esposizione in favore dei rifugiati e dei profughi della guerra in Congo.
Esposizione a Pointe Noire organizzata dall’associazione Portemilio.
v 1993: Esposizione al Jardin de Pierre Cardin, Parigi.
Esposizione à L’Escalier de L’Art, Parigi.
Esposizione d’autunno al museo di Limoge, Francia.
Esposizione speciale alla Galerie, Belgio.
v 1994 : Esposizione a L’Escalier de L’Art, Parigi.
Esposizione alla Galleria Allemagne Drest.
v 1995: Esposizione al Grand Hotel a Houston.
Esposizione al Casino Al Wahidi a Zahlé.
Esposizione alla Galleria Carleton prove d’artista.
v 1996: Esposizione in Giappone.
Esposizione al Giardino Africa del Sud.
Esposizione in Sénégal.
Esposizione all’Associazione culturale a Tripoli alla Galerie Alwan.
v 1997: Esposizione di primavera alla Galerie Apostrophe.
Esposizione al Jardin di Ballouné.
Esposizione (Beit Al Dayaa) a Bekfaya Al Mhadysé alla Galerie Alwan.
Esposizione del centro culturale a Abu Dhabi alla Galerie Bekhaazi.
v 1998: Esposizione alla Galerie Bekhaazi.
Esposizione a L’Escalier de l’Art, Parigi.
Esposizione all’Hotel Hayat Regency a Abu Daby – pittura acrilica.
Esposizione al centro di Esposizioni di Beyrouth (Harvest).
Esposizione al Ministero della cultura del Congo.
Esposizione de L’Armée al Centro delle Esposizioni a Parigi.
Esposizione a Souk El Zouk alla Galerie Bekhaazi.
Esposizione a L’Escalier de L’Art, Parigi.
Esposizione alla Galerie Coin D’Art à Zouk.
v 1999: Esposizione a Zahlé.
Esposizione a Niha la Békaa.
Esposizione a Douma.
Esposizione a Souk Al Zouk.
Esposizione a L’Escalier de L’Art, Parigi.
Esposizione a Broumana.
Esposizione alla Galerie Majless à Hazmieh.
Esposizione al Festival de Douma.
Esposizione Nite Gallery.
v 2000: Esposizione alla Galerie Le Monde des Arts.
Esposizione a Dayr Al Kalaa e a Rizk Plaza Broumana alla Galerie Alwan.
Esposizione itinerante del Ministero della cultura dell’Associazione degli Artigiani
(Beyrouth, Saida e Tripoli)
Esposizione al centro culturale in Katar.
Esposizione al centro culturale di Abu Daby in occasione della festa dell’Indipendenza.
Esposizione d’autunno al museo de Sursok.
Esposizione in Piazza dei Martiri (Patrimonio del Libano e lavori manuali).
Esposizione dell’Associazione degli Artigiani presso l’Associazione culturale di Tripoli.
Esposizione itinerante dell’Associazione degli Artigiani
(Dar Al Founoun à Teelabeya- Baaklin Al Nabatiye).
Esposizione a L’Escalier de L’Art, Parigi.
Esposizione Sahal Dayaatna a Beit Meri.
Esposizione al museo di Jebran à Bechari (Associazione degli Artigiani) Beit Meri, Zahlé.
Esposizione Lions Ourjouan al Centro Mezyara.
Tre esposizioni allla Galerie Bronté a Sodeco Square, Souk Al Zouk.
v 2001: Esposizione alla Galerie Bronté.
Esposizione a Place de L’Etoile.
Esposizione a L’Escalier de L’art, Parigi.
Esposizione ai Festivals di Jbeil, Fakra, Souk Al Zouk, Zahlé.
Esposizione in occasione del centocinquantenario dell’inaugurazione del Convento di
St.Joseph a Bhorsaf.
Esposizione in Francia in occasione della Francophonie
(Château de Bouthéon- St Etienne Andrézieux).
Esposizione a Expo-Beyrouth (arte contemporanea libanese)
Esposizione al Symposium: Ras Al Matn, Ehden, Les Cèdres du Barouk,
Municipalité de Jounieh, Zahlé.
v 2002: Esposizione al palazzo del Parlamento, primo premio e medaglia d’oro, premio Picasso.
v 2003: Esposizione al Centro culturale francese di Brazzaville.
Realizzazione di un grande affresco, riproduzione di opere di grandi artisti italiani.
v 2004: Esposizione all’Ambasciata americana in Congo-Brazzaville.
v 2005: Esposizione nel centro cittadino in occasione della morte del presidente del Congo.
v 2006: In seguito alla guerra che scoppia nel suo Paese lascia il Congo per l’Italia.
v 2007: Esposizione al Comune di Torino, Via Roma.
v 2008: Esposizione organizzata dall’Associazione ALOUAN.
v 2009: Esposizione alla Biblioteca civica Primo Levi.
Esposizione permanente presso l’atelier POTO-POTO, Associazione ALOUAN,
Via Reiss Romoli 45.
Esposizione presso la Chiesa valdese di Torino.
 
Nelle foto, opere di Réné Bokoul nel periodo in cui l'artista viveva in Congo
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Arte a Milano. "Siamo tutti Rom": quando i Diritti Umani fanno scandalo
Da: U VELTO - Istituto Italiano di Cultura Sinta: http://sucardrom.blogspot.com/2009/10/arte-milano-siamo-tutti-rom-quando-i.html
Milano, 9 ottobre 2009. Meno di un anno fa, il 18 novembre 2008, l'artista sociale Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky realizzavano una performance antirazzista a Milano, mentre in diversi quartieri della città le autorità, in preda a una vera e propria furia xenofoba, attuavano sgomberi e azioni punitive contro inermi famiglie Rom. Sfidando gli umori intolleranti della "città da bere", il gruppo creava con vernice spray un graffito nel bel mezzo di piazza Duomo, raffigurante una grande ruota rossa, simbolo del popolo Rom, per protestare contro la persecuzione dei "nomadi" in Italia. Di fronte all'intervento di vigili urbani e forze di polizia, Breitman completava la performance, come riferito da quotidiani e siti internet (si veda per esempio, http://sucardrom.blogspot.com/2008/11/milano-un-graffito-di-alfred-breitman.html). Nei mesi successivi - nonostante l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, la Commissione e il Consiglio d'Europa, le principali organizzazioni umanitarie stigmatizzassero a più riprese la brutalità e l'odio razziale alla base delle politiche attuate dalle Istituzioni italiane contro il popolo Rom - sgomberi, trattamenti inumani e degradanti, abusi polizieschi e giudiziari non si interrompevano, portando a conseguenze tragiche la condizione dei Rom nelle città italiane. Il 3 ottobre 2009 il Gruppo Watching The Sky è tornato a manifestare contro l'indifferenza delle Istituzioni e dei cittadini milanesi di fronte alla persecuzione dei "nomadi", i lutti e i drammi umanitari causati dalle evacuazioni senza alternative di alloggio, l'iniquità delle schedature etniche con rilievo di impronte digitali agli adulti e ai minori autorizzate dal Consiglio di Stato, la propaganda mediatica di stampo ferocemente razzista e anche i rigurgiti di omofobia, sempre più frequenti nel capoluogo lombardo. Occasione della nuova performance, il concorso "Next Generation - Premio Patrizia Bellentani" organizzato dalla Galleria San Lorenzo e riservato ad artisti under 30. Il concorso è incentrato sul tema della tolleranza: "1989-2009: a vent'anni dalla caduta del muro di Berlino, quanti muri restano ancora da abbattere?". Il Gruppo Watching The Sky non ha davvero pregiudizi - "Galleria snob? Nessun problema: l'arte sociale è come la lingua che batte dove il dente duole" - e ha deciso di partecipare al concorso con i suoi artisti più giovani, che hanno pensato di portare nella galleria della Milano-bene, in una via dove basta la parola "Rom" per sollevare espressioni di rifiuto e scandalo (l'elegante via Sirtori), i temi del razzismo che colpisce i Rom e dell'omofobia. Dopo le iscrizioni di rito, tre giovani artisti WTS si presentavano - insieme a Roberto Malini, che si è proposto quale "osservatore" - davanti alla giuria, composta da un critico d'arte, un collezionista, un artista contemporaneo, un esperto di comunicazione e un socio della galleria. Il primo artista presentava un dipinto dedicato alla memoria di Makwan, un giovane gay assassinato dal boia in Iran, all'inizio di dicembre 2007, perché "colpevole" di omosessualità. L'autore ha parlato senza remore di un tema attuale, ma la parola "omosessualità" sembrava imbarazzare i giurati. Il giovane ha percepito chiaramente il loro rifiuto verso un tema tanto scottante: "I giurati dovevano essere cinque, ma uno solo mi ascoltava. Gli altri si dedicavano ad accogliere altri artisti, i cui lavori erano, diciamo, 'politicamente corretti', con visi patinati dalle pelli 'abbronzate' o dagli occhi a mandorla a rappresentare le differenze razziali o soggetti privi di intenti di denuncia o protesta. Quando l'eco delle parole 'gay' e 'omosessualità' si è affievolita, ecco altri giurati di fronte a me. Sorridevano in modo esagerato e parlavano della mia opera con lodi eccessive, forzate. Ho presentato loro un lavoro concettuale, il cui aspetto estetico è irrilevante rispetto al suo significato simbolico. Eppure ne tessevano le lodi come se avessero di fronte... la Gioconda. 'Sei un vero artista' mi ripetevano. Ma quello che intendevano dire era: non vogliamo sembrarti intolleranti, ma di certo il tuo Makwan non entrerà in questa galleria". Ed eccoci alla performance del 3 ottobre, quando un duo di giovani artisti del gruppo Watching The Sky ha esposto "clandestinamente" la sua opera, un graffito (spray rosso su fotografia digitale), all'ingresso della Galleria, dove pittori in concorso, visitatori e passanti hanno potuto ammirarla. "Oddio!" esclamava una giovane donna dell'alta società, di quelle che scelgono gli "straccetti" da indossare per le uscite pomeridiane all'Atelier Sangalli, soffermandosi di fronte alla scritta "Siamo tutti Rom".

A un certo punto, un giovane, sbucato dall'interno della galleria, ha cercato di nascondere l'opera dietro alcuni ritratti, ma Watching The Sky l'ha nuovamente esposto alla vista di tutti. "Siamo tutti Rom" in via Sirtori, a casa Galimberti, il più elegante palazzo liberty di Milano! "Siete fantastici," ha detto a un certo punto un artista ai suoi giovani colleghi, stringendogli la mano. "E' l'opera che più di tutte rappresenta i muri da abbattere," gli ha fatto eco un altro concorrente. L'esposizione-performance di Watching The Sky ha destato notevole interesse, anche se gli "habitué" della galleria guardavano increduli quella tecnica mista tanto lontana dalle Marilyn, dai cuoricini con petali di rosa, dai paesaggetti e dalle patinate vedute di New York appese alle pareti della galleria San Lorenzo. Ma giungeva il momento di scendere nella "tana del lupo", davanti alla giuria. Di fronte a cinque giurati e una videocamera, il giovane duo ha iniziato a spiegare il significato dell'opera, mentre Malini, fuori età per il concorso, assisteva alla seduta. "L'opera era ormai conosciuta da tutti," racconta il fondatore del gruppo, "perché i giurati erano già passati nell'ingresso più volte, durante la nostra attesa. Erano imbarazzatissimi, anche se si rendevano conto che il lavoro di Watching The Sky era in perfetta linea con il bando del concorso. Sapevano che i due ragazzi non erano solo artisti, ma anche attivisti e dunque la parola d'ordine era: attenzione, cerchiamo di apparire di vedute aperte e tolleranti. Hanno mantenuto un sorriso stampato sulla faccia per un'intera mezz'ora. Hanno chiesto agli artisti notizie sulla condizione dei Rom. 'E' un'opera stupenda,' continuavano a dire, 'complimenti. Noi selezioniamo trenta artisti per una mostra e poi, in base alla preferenza del pubblico, offriremo al vincitore due sale per una mostra personale. Non dovremmo dirvelo, ma... se doveste vincere, cosa esporrete qui alla San Lorenzo?' e così via. Mentre sorridevano e fissavano come ipnotizzati la scritta 'Siamo tutti Rom', due di loro erano rossi in volto come se dovessero scoppiare, tradendo una disposizione non esattamente favorevole al graffito che a parole esaltavano". Naturalmente le opere di Watching The Sky non saranno presenti alla collettiva (dal 17 ottobre al 28 novembre, presso la Galleria San Lorenzo, via Sirtori 31, Milano), ma di certo il loro impatto in quel "tempio" dell'arte contemporanea difficilmente verrà dimenticato. Con piacere, le proponiamo qui.
Nelle foto, "Siamo Tutti Rom" nella Galleria San Lorenzo
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Scoperto un ritratto del Caravaggio
Gruppo Watching The Sky: “Ecco il suo vero volto”
Milano, 28 settembre 2009.
Il 29 settembre 1571 nasceva a Caravaggio (Bergamo) Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come “il Caravaggio”, dal nome del suo paese natìo. Il Gruppo Watching The Sky, composto da artisti, studiosi d’arte ed esperti informatici annuncia, in occasione dell’anniversario della nascita del pittore, di aver scoperto un ritratto inedito di Michelangelo Merisi.
“Si tratta, probabilmente, dell’unico ritratto a lui contemporaneo,” dichiarano Roberto Malini e Dario Picciau, fondatori dell’associazione culturale, “perché fino ad oggi la fisionomia del maestro era nota grazie al ritratto che Ottavio Leoni realizzò a memoria nel 1621, undici anni dopo la morte dell’artista. Alcuni storici dell’arte, con i quali concordiamo, ritengono che il Caravaggio eseguì alcuni autoritratti, che possiamo ammirare nel celebre ‘Bacchino malato’ e nel ‘Davide e Golia’.
In quei dipinti, tuttavia, il volto del pittore si cela dietro le fattezze del dio del vino e del gigante biblico”. Per ritrovare un ritratto attendibile del Caravaggio, Watching The Sky ha condotto un’indagine accurata nelle pieghe della Storia dell’Arte, sulle orme di un artista pieno di misteri. “E’ vero,” proseguono Malini e Picciau, “perché molte sono ancora le domande che non hanno trovato risposta certa, riguardo alla burrascosa biografia del pittore lombardo.

Alcuni affermano per esempio, in base al ritrovamento di un certificato di battesimo, che il Caravaggio sia nato a Milano. Non siamo d’accordo. Senza escludere la possibilità che abbia ricevuto il sacramento nel capoluogo Lombardo, non dobbiamo dimenticare che nel 1607 Michelangelo Merisi, che voleva trasferirsi a Malta e diventare Cavaliere dell’ordine di San Giovanni, firmò un documento in cui dichiarava di essere nato proprio a Caravaggio: ‘Carraca oppido vulgo de Caravagio in Longobardis natus’. Quale fonte più attendibile, per determinare il luogo che gli diede i natali?”.
Il Gruppo Watching The Sky non è nuovo a scoperte nel mando dell'arte antica e contemporanea: ha raccolto oltre duecento opere realizzate da artisti ebrei internati nei lager nazisti (che costituiranno il fondo per la prima Pinacoteca dell’Olocausto in Europa), scoperto un Tintoretto, curato un’intera sezione del Museo d’Arte contemporanea a Hilo (Stato delle Hawaii, USA), preservata la memoria dei volti di numerosi testimoni della Shoah (in collaborazione con il Museo Yad Vashem e l’Associazione Netzer Sereni) attraverso una serie di ritratti fotografici, contribuito al preservare il sito Rom più antico del mondo a Sulukule (Turchia), tentato di salvare da un’inopinata sepoltura la Domus romana di Pesaro.

La scoperta del ritratto del Caravaggio costituisce una nuova tappa nella missione dell'associazione. “Abbiamo seguito le orme del pittore da Milano a Roma, a Napoli, in Sicilia e nell’isola di Malta,” prosegue Watching The Sky, “sempre alla ricerca di un’immagine del suo viso da restituire al mondo. A partire dal 1595, quando ottenne la protezione del potente cardinale Francesco Maria del Monte, il Caravaggio uscì dall’anonimato e divenne una vera e propria superstar.
Nobili, religiosi, artisti: tutti volevano incontrarlo e godere della sua compagnia. Ma l’artista non si accontentava del bel mondo, perché amava frequentare il popolo e i ragazzi di strada, la cui avvenenza selvatica e genuina ritroviamo spesso nei suoi dipinti.
E allora, ci siamo chiesti: come mai non ci sono stati tramandati ritratti di un uomo così conteso in ogni ambiente?
Forse fu a causa del suo narcisismo, che lo rendeva incapace di accettare che il suo viso fosse immortalato da un artista mediocre? Oppure per il suo carattere irascibile, che scoraggiò gli altri artisti dal raffigurare il suo viso, temendo la veemenza delle sue reazioni? Forse, ma non ci parevano motivazioni sufficienti a scoraggiare una ricerca in una direzione mai seguita da nessuno.

Tenendo presenti il ritratto del Leoni e i presunti autoritratti, abbiamo cominciato ad analizzare un gran numero di ritratti di giovani uomini risalenti alla fine del 1500 e all’inizio del 1600. Secondo le fonti antiche, il pittore aveva capigliatura scarmigliata, occhi grandi, languidi e sensuali, labbra carnose. Probabilmente, si sarebbe fatto ritrarre con una camicia di foggia semplice o, ancora più verosimilmente, a petto nudo, come nel ‘Bacchino’. Sul suo viso, avremmo dovuto leggere i segni di una salute cagionevole e una certa espressione di distacco contemplativo.
Sempre in ragione del suo narcisismo artistico, dovevamo aspettarci – in un ritratto ‘autorizzato’ o in un autoritratto - il suo volto sbarbato, a differenza dell’opera eseguita dal Leoni”. Il Gruppo Watching The Sky, nella sua ricerca, ha esaminato centinaia di ritratti. “Finalmente, esaminando alcune opere di proprietà del collezionista Alfred Breitman, ci siamo imbattuti in un ritratto che possedeva tutte le caratteristiche da noi ricercate,” proseguono Malini e Picciau.
“Era opera di un artista di scuola romana del primo Seicento e si trattava del ritratto di un artista, come rivelavano le chiome lunghe e incolte. I suoi caratteri somatici corrispondevano perfettamente a quelli di Michelangelo Merisi: una deduzione confermata dalla computer grafica, utilizzata per raffrontare il nuovo ritratto a quello del Leoni, al Bacchino e alla testa di Golia”.
Nelle foto allegate, il ritratto di Michelangelo Merisi detto “Il Caravaggio” scoperto da watching The Sky, il “Bacchino malato” e la testa di Golia.
Per accedere all’immagine dell’opera ritrovata ad alta risoluzione:
http://www.watchingthesky.org/downloads/caravaggio.zip
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Romell Broom: un altro uomo
di Roberto Malini
"Ha ucciso. Deve morire"
aveva stabilito la Legge.
E quando venne il giorno di pagare il conto,
Romell era pronto.
Aveva consumato
l'ultimo pasto.
Aveva detto addio alla mamma
e al mondo.
"Devo morire"
ripeteva in silenzio dentro di sé,
stranamente sereno,
sul lettino del boia.
Quando l'ago entrò nel suo braccio
i suoi occhi si riempirono di lacrime
e i suoi nervi gridarono: "Devo morire!"
Ma la siringa piena di veleno
non raggiunse la vena.
Trapanò la sua carne,
ma non trovò la vena.
Gli infermieri si guardarono negli occhi:
"Deve morire," sussurravano.
"Proviamo ancora".
Diciotto volte l'ago
perforò l'avambraccio di Romell
(i suoi nervi gridavano: "Vi prego: devo morire!"),
straziò i suoi muscoli, punse le sue ossa.
Romell ("Devo morire!") stringeva il pugno,
torceva l'arto, aiutava
i suoi carnefici, ma la siringa
piena di morte,
piena di pace,
non trovò mai la via
"Devo morire!
Devo!
Devo morire!"
Così Romell, ancora vivo,
con l'estrema preghiera sulle labbra
e la notte infinita in fondo agli occhi
fu ricondotto in cella.
Aveva spine nella carne
e il peso di una croce pesante sulle spalle.
"Morte, Morte," sussurrò,
prima di cedere al sonno,
"perché mi hai abbandonato?"
Gli rispose la Morte
con la voce profonda e dolce di sua madre:
"Figlio mio, non ti ho mai abbandonato.
Sono rimasta accanto a te, fino all'ultimo istante,
quando sei diventato un altro uomo".
Milano, 20 settembre 2009

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Disumanità!
di Alain Goussot
“Io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato , privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria , gli altri i miei stranieri” (Don Lorenzo Milani)
Sappiamo che di questi tempi la vita delle persone non vale molto; soprattutto se si tratta di poveri, senza fissa dimora o immigrati senza documenti o con documenti scaduti; la vita è ormai solo valore di scambio sul mercato della politica mediatica e sul mercato delle merci che servono al sistema dei consumi e a chi lo gestisce. La vita della donna somala fuggita dalla guerra e dalle violenze vale solo come oggetto di aggressione degli urlatori del mercato politico che devono stare al potere per rendere la massa gregaria e incapace di esprimere la propria coscienza critica e anche la propria umanità . La sicurezza? La sicurezza di chi? Di chi è privilegiato nei quartieri alti, di chi ha accumulato profitti , di chi fa parte della casta che governa sfregiando continuamente i precetti costituzionali e repubblicani? Ma chi si occupa della sicurezza del cittadino immigrato che lavora, magari senza misure di sicurezza sul lavoro, della donna immigrata che fa la badante e che magari viene anche molestata dalle persone per bene che la sottopagano, del giovane precario che non ha prospettiva, del lavoratore di 50 anni che perde il lavoro, del cassintegrato che deve vivere con 800 euro al mese’. Di quale sicurezza stiamo parlando ? Dei corrotti e dei mafiosi che gestiscono flussi di denaro e controllano banche, società finanziarie, aziende e anche uomini politici corrotti fino al midollo? Di quale sicurezza stiamo parlando? Dei ceti che si sono arricchiti sulla pelle dei lavoratori e che devono difendere le loro proprietà dalle ‘classi pericolose’: barboni, immigrati clandestini, malati psichiatrici , vagabondi di ogni tipo, giovani arrabbiati, lavoratori disperati. Urlano con il megafono dei media! Sicurezza!! La sicurezza di alcuni diventa l’insicurezza, la paura, l’angoscia dei tanti che si sentono come braccati e stigmatizzati: abbiamo già conosciuto questo tipo di clima sociale e di sentimenti negli anni trenta nella caccia all’ebreo; oggi assistiamo alla caccia all’immigrato ‘clandestino’ di cui spesso si sa quasi tutto mentre i potenti pretendono per loro l’assoluta riservatezza e opacità rispetto alla loro vita. La vera insicurezza è quella sociale che sta calpestando la vita e la dignità umana di tante donne e uomini di questo paese (ma anche di tanti altri paesi) che non sanno più come andare avanti. Ovviamente i media in mano alla casta dei potenti e dell’aristocrazia del denaro alimenta la paura del povero di colore diverso; la costruzione del capro espiatorio sul quale scagliare tutte le frustrazioni sociali che prova tanta gente di fronte ad una crisi che tuttavia non viene dal cielo in quanto è il prodotto di decisioni a livello economico, finanziario e politico. Inoltre la cultura dell’indifferenza verso l’altro, dell’egoismo individualistico e consumistico rende la società sempre più aggressiva nei confronti di chi è più debole; la perdita totale di senso morale e di ethos dell’accoglienza nonché della responsabilità degli uni verso gli altri sta lacerando il tessuto sociale. La democrazia è ormai soltanto un farsa perché la sicurezza riguarda alcuni ceti e alcune zone territoriali a scapito di tutto e di tutti. I demagoghi hanno acceso la miccia dell’odio verso l’altro e sta passando già nei comportamenti e nel linguaggio la tecnica del linciaggio che aggrega le folle permettendo così alla valvola di sfogo di tutte le frustrazioni di funzionare in modo non pericoloso per chi domina. Anzi tutto ciò diventa funzionale all’organizzazione di un nuovo senso comune fatto d’intolleranza, aggressività, volgarità e individualismo sfrenato; nuovo senso comune che è anche alla base dell’organizzazione del consenso perché fa leva , non sulla ragione critica, ma sulle pulsioni più arcaiche e le emozioni eccitabili e non controllate dalla riflessione.
Negano così l’essenza della democrazia che Marx definiva in questo modo:
“Nella democrazia l’uomo non esiste per la legge, ma la legge esiste per l’uomo , è esistenza umana, mentre nelle altre forme politiche l’uomo è solo esistenza legale o illegale. Questa è la differenza fondamentale della democrazia”.
La differenza fondamentale è che la legge , nella democrazia, rispecchia l’essenza umana e la sua dignità, tutela i diritti di questa dignità che s’incarna nelle singole storie: la storia di Mohammed venuto dal Marocco 12 anni fa e che a 50 anni perde il lavoro perché chiude la sua fabbrica; ha famiglia con la moglie e tre figli nati in Italia. Dopo 6 mesi non ritrova un lavoro e non li viene rinnovato il permesso di soggiorno. Mohammed è a rischio di espulsione, anzi di essere portato in un centro di detenzione temporanea, Mohammed ha anche un mutuo da pagare. Chi difenderà la sicurezza umana di Mohammed? Oppure Elizabeth venuta dalla Nigeria 6 anni fa, finita sulla strada sfruttata peggio di una bestia. Trova il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori, entra in un percorso di protezione sociale, segue un corso di formazione professionale, trova un lavoro a tempo determinato. Ma ecco la ditta dove lavorava non li rinnova il contratto; Elizabeth dopo tanti sforzi è a rischi di detenzione e di espulsione. Chi pensa alla sua sicurezza come donna ed essere umano? Jean Jacques viene dal Senegal , è in Italia da 15 anni, fece un percorso universitario interrotto per motivi di lavoro, doveva vivere. Riesce ad entrare in diversi percorsi di formazione per mediatori culturali, lavora con gli enti locali con contratto a tempo determinato- è considerato da tutti come una risorsa- ; il comune non li rinnova il suo contratto e la questura non li rinnova il suo permesso di soggiorno. Jean Jacques è a rischio di detenzione ed espulsione dopo 15 anni! Chi pensa alla sicurezza di Jean Jacques, alla sua dignità di essere umano? Vania viene dalla Moldavia , lavora come badante da 9 anni presso una coppia di persone anziane non autosufficienti; è apprezzata da tutti ma ecco, non ha un contratto di lavoro regolare (come tante) e quindi non ha un permesso di soggiorno in regola. Vania è a rischio di essere fermata e rinchiusa prima di essere espulsa, per di più le persone anziane di cui si occupa possono essere denunciate come complici dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Chi pensa alla sicurezza umana , sociale ed affettiva di tutte queste persone? Sono solo alcuni dei tanti casi che si possono citare che mettono in evidenza il carattere sadico , disumano e esplicitamente discriminatorio degli ultimi provvedimenti del governo italiano in materia di ‘sicurezza’ ed immigrazione. Vi è una perdita totale di senso morale e di sentimento dell’umano; questo accade in un paese che ha prodotto milioni di emigranti.
Manca ormai totalmente un ‘ethos dell’umanesimo’ come lo chiamava il grande antropologo napoletano Ernesto De Martino che notava all’indomani dei grandi movimenti di lotta contro il razzismo coloniale in etnologia :
“Si venne determinando una nuova situazione che racchiudeva la maturazione di una nuova dimensione umanistica. La scoperta delle genti transoceaniche … poneva in primo piano una nuova modalità di rapporto con l’umano: la modalità dell’incontro sincronico con umanità aliene rispetto alla storia dell’occidente, e quindi anche la modalità dello scandalo e la sfida di tale alienità”.
Sfida che porta a scoprire nell’incontro con l’alieno il postulato di base del nuovo umanesimo cioè “la comune umanità”, il fatto che non esiste un Noi e un loro ma un solo Noi con vari colori al suo interno: le lacrime di una badante moldava non sono diverse da quelle di una italiana, il sangue di un muratore albanese è dello stesso colore di quello di un muratore italiano, la gioia o la sofferenza di un giovane venuto dal Senegal di fronte alle vicende della vita non sono così diverse da quelle che sente un giovane italiano. Il disumano e l’indifferenza verso il dolore altrui , basta pensare al ‘grido di liberazione’ del nuovo sadismo sociale e culturale di tante ‘zone grigie’ della società italiana - “finalmente cattivi”- rischia di diventare senso comune , modo di essere e rischia di portare il paese dell’umanesimo , ma anche del fascismo, verso nuovi disastri e nuove catastrofe sul piano della civiltà umana. Collasso di tutti i valori cristiani ed umanistici presenti anche nella storia di questo paese e che si sono incarnati nelle figure di un San Francesco d’Assisi ma anche in figure come quelle del filosofo illuminista Cesare Beccaria, in quelle di tutti i militanti per l’emancipazione delle classi povere e sfruttate da Andrea Costa, Errico Malatesta a Don Primo Mazzolari; basta pensare anche alle figure di padre Ernesto Balducci con il suo pensiero sull’uomo planetario, a quelle di Aldo Capitini e Danilo Dolci con le loro concezioni di una eguaglianza reale in una società basata sulla pace , l’inclusione e la cooperazione. Basta pensare al sacrificio dei tanti migranti come Sacco e Vanzetti che furono uccisi perché migranti e ribelli di fronte all’ingiustizia, basta pensare ai partigiani che lottarono per una società senza razzismo oppure ad un uomo come Antonio Gramsci che continuò , nonostante la dura condizione carceraria, a sognare un mondo nuovo fatto di donne e uomini liberi ed eguali! Oggi tutto ciò viene calpestato da chi decide di escludere e stigmatizzare una parte di Noi!
Come scriveva Mazzini vedendo la Repubblica americana con i suoi aspetti chiaramente antidemocratici con la presenza della schiavitù dei neri:
“I razzisti hanno spezzato in frammenti il tuo bello ed uno universo ; e sulle rovine della tua unità hanno innalzato un dualismo ostile: due nature, due leggi, due vite: quella superiore di chi comanda , e quella inferiore di chi subisce”.
La sicurezza cioè un trattamento umano per chi appartiene ad un certo ceto sociale e anche ad un ambiente culturale considerato come norma e l’insicurezza cioè la disumanità per i tanti che sono senza mezzi, senza casa, senza lavoro, con un colore di pelle diverso , una lingua diversa; vuol dire due leggi, due vite e due nature! La natura umana, anzi disumana , di chi comanda e la natura disumana, anzi umana, di chi deve subire umiliazioni, discriminazioni e sfruttamento. Personalmente pensiamo come il vecchio rivoluzionario repubblicano:
“Noi siamo tutti cosmopoliti, se per cosmopolitismo s’intende la fratellanza di tutti , l’amore per tutti, e la distruzione delle barriere che separano i popoli…Siamo per l’organizzazione dei popoli liberi e eguali, aiutandosi a vicenda , ciascuno profittando delle risorse che gli altri possegono nella civiltà e nel progresso…Il principio che regge ogni diritto pubblico o internazionale non sarà più l’indebolimento di tutto ciò che non appartenga a noi stessi, ma il miglioramento di tutti per mezzo di tutti; il progresso di ciascuno per il vantaggio di tutti”.
3 luglio 2009
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Emergenza democratica ed etica
di Alain Goussot
“Noi deporremo ogni pregiudizio nazionale, e diremo ai sommi scrittori di tutti i popoli e di tutte le età: venite! Noi vi saluteremo fratelli: noi vi daremo riconoscenza ed amore, perché voi avete sentito per tutti: il vostro cuore ha battuto per le sciagure degli uomini meridionali, come di quelli del nord(…),voi diveniste del globo.”
“Dio decretò che la voce straniero, come abitatore di terra diversa , passerebbe dalla favella degli uomini , e solo straniero sarebbe il malvagio. Pensiamo alla nascita d’un nuovo mondo dove l’uomo saluterà l’uomo da qualunque parte gli si moverà incontro col dolce nome di fratello”.
Queste parole sono di Giuseppe Mazzini e furono scritte nel lontano 1859, alla vigilia dell’unità d’Italia. Proviamo a pensare cosa direbbe il rivoluzionario genovese vedendo quello succede in questa terra italiana: caccia all’immigrato clandestino, insulti verso chi è diverso, impronte umilianti per i bambini Rom, schedatura per gli alunni stranieri nelle scuole, stato di guerra contro i poveri del mondo che sperano trovare qui una accoglienza per lo meno umana, carcere per chi ha solo i documenti scaduti e non in regola! Le classi dirigenti svolgono sempre una funzione pedagogica e l’ideologia dominante in una società è , purtroppo, sempre l’ideologia delle classi dominanti. Cosa propongono le classi dominanti in Italia come modello di società e di relazioni umani? Basta leggere i giornali e guardare la televisione, basta sentire i discorsi degli uomini politici e lo spettacolo indecoroso di chi dovrebbe avere senso di responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo pubblico: superficialità, volgarità, prepotenza, narcisismo, difesa ad oltranza dei propri privilegi , difesa immorale dei propri interessi personali a scapito di quelli collettivi, presa in giro del cittadino e trasformazione di questo ultimo in suddito. Come avrebbe scriveva Victor Hugo in un famoso dramma storico del 1832 “Il Re si diverte mentre il popolo si rottola nel fango della miseria materiale e morale”. L’azione educativa , o meglio diseducativa dei media , propone la prepotenza, la violenza, la negazione della dignità umana come comportamenti normali; la ricchezza viene esibita con sfregio in faccia alla miseria di chi arriva con i soli abiti a dosso. Si aizzano le folle e l’opinione pubblica contro i poveri che danno fastidio per il solo fatto di esseri poveri (colpa loro!) , contro chi è diverso, contro chi viene da un’altra terra, contro chi tenta di costruirsi una vita migliore , come fecero (e continuano a fare anche se i media non ne dicono nulla!) tanti italiani nel passato. L’Italia vive un momento difficile ; la responsabilità degli insegnanti, degli educatori e di tutti quelli che hanno responsabilità nelle istituzioni educative è enorme; senza una lavoro di formazione , di educazione e d’istruzione serio non vi sarà la possibilità di formare dei cittadini in grado di pensare autonomamente e di avere un punto di vista critico; i cittadini sono ormai sempre di più dei sudditi che, per vari motivi, accettano la subalternità, piegano la testa, finiscono per diventare servi e sudditi dei nuovi padroni e della nuova aristocrazia del denaro che governa. L’aggravante è che si diffonde la peste dell’intolleranza e della stigmatizzazione dell’altro che diventa il capro espiatorio di tutti i disagi della nostra società; tutto ciò mentre lor signori si divertono! Giuseppe Mazzini scriveva nel 1864 alla scrittrice francese Marie D’Agoult :
“Se l’Italia dovesse , pure non avendo più il carcere duro, restare tal qual è adesso, come si cerca di plasmarla, servile , scettica, opportunista(…) non credendo in determinati principi ma soltanto negli interessi, non svolgendo il suo ruolo di apostolato umanitario nel mondo, preferirei la tirannia straniera, sotto la quale si dibatteva. Preferisco uno secolo di schiavitù per il mio paese ad una menzogna nazionale: il primo elabora la santa ribellione, il secondo la corruzione. (…) Mi parlate di unità. E’ il mio pensiero , la mia idea fissa da 35 anni, se ho fatto qualcosa per il mio paese, è di averli predicato l’unità mentre gli abili li parlavano di federalismo. Ma è dell’unità morale che si tratta: è l’anima della Nazione che voglio: il corpo non è niente senza di lei; o piuttosto il corpo non si farà senza di lei”.

Servilismo , corruzione , volgarità, ignoranza ed opportunismo sono la nota dominante delle classi dirigenti che educano le future generazioni; i falsi profeti della liberazione del Nord che si mettono d’accordo con il padrone per favorire l’egoismo dei ricchi che disprezzano i poveri ; i piccoli narcisismi che sfogano le loro piccole frustrazioni su chi è diverso per il semplice motivo che richiama la coscienza al sentimento dell’umano; sentimento che diventa sempre più insopportabile per i nuovi ricchi e i nuovi ‘masnadieri’ come li descriveva così bene il poeta e drammaturgo tedesco F.Schiller. L’accanimento sociale su chi non ha nulla o poco è una immagine molto forte in un mondo che luccica di ricchezze apparenti. Un mondo in cui si prostituiscono tante ragazze spinte dalle loro famiglie abbagliate dalla ricchezza del potere. In questo scenario di guerra tra i poveri al servizio della casta che domina gli immigrati devono solo lavorare come schiavi e tacere, essere invisibili, lasciarsi spremere e poi essere buttati via se non servono più; per di più non devono rivendicare, non devono dire: guardate che sono anche io un essere umano! Il bambino Rom non è una bambino come gli altri; è veicolo della malattia dei genitori e della propria culturale che rappresenta un virus molto pericoloso per tutta la società; il bambino Rom è una non bambino! Il bambino di origine marocchina nato in Italia che frequenta la scuola va schedato; ovviamente per il suo bene! Anche i nazisti schedarono i bambini ebrei per il loro bene. I poveri di ogni tipo e di ogni nazionalità; italiani, rumeni, bengalesi …vanno resi invisibili e non vanno aiutati perché se sono poveri è colpa loro; sono solo dei fannulloni! Ci vuole una selezione dei più bravi ; insomma quelli che assomigliano a certi personaggi che ci governano. Quelli si che sono competenti, intelligenti e lavorano tanto! Peccato che lavorano solo per le loro tasche e la preservazione del loro potere. Il nostro amico sognatore Giuseppe Mazzini parlava di “ legge eguale per tutti, libertà per tutti; progresso per tutti”; parlava di “ unità della famiglia umana” e criticava i razzisti di allora che erano come quelli di oggi:
“Hanno spezzato in frammenti il tuo bello ed uno universo; e sulle rovine della tua unità hanno innalzato un dualismo ostile- due nature, due leggi, due vite: quella superiore di chi comanda e quella inferiore di chi subisce”.
Dividono i bambini tra quelli ricchi e quelli che non lo sono; tra quelli che vengono dai quartieri belli e quelli che vengono dai quartieri ‘difficili’, dividono gli alunni tra quelli ‘bravi’ e attenti, quelli che dicono sempre di sì e quelli che non stanno attenti, che sognano, che non stanno fermi e si ribellano, quelli che non vogliono imparare. Dividono i malati tra quelli indigeni e quelli con la pelle scura. Molti studenti a scuola sono confusi e si fanno molte domande.La domanda che molti di quest’ultimi pongono senza saperlo è: imparare cose, per fare cosa e perché? A questa risposta la scuola non risponde, o meglio, risponde che bisogna prendere i modelli nella carriera, nello spettacolo dei potenti che sono partiti da nulla, non si sa come, per diventare ricchi, che tutto sta nella ricchezza, il conformismo e il denaro; che il resto non conta. Il mondo si divide tra chi è famoso e chi è fallito perché povero e perché non va in televisione. Se poi il bambino non è italiano, di origine Rom e anche disabile; provate ad immaginare, peggio per lui! Gli educatori e la scuola dovrebbe nell’esperienza concreta dalla formazione dei futuri cittadini (e non dei futuri sudditi) riprendere le grandi e profonde parole di Mazzini:
“Non esistono sulla nostra terra nature, razze e caste fatalmente distinte- non figli di Caino e Abele : l’Umanità è una : una e per tutti la legge che ha nome progresso.”
Consigliava ai giovani italiani di spendere la loro esistenza per migliorare l’umanità, per fare della relazione umana una terra di giustizia ed accoglienza, un luogo di comprensione e di amicizia; vedeva la Repubblica come una grande democrazia fraterna basata sull’eguaglianza, la libertà e il sentimento di umanità. Il vecchio rivoluzionario genovese dichiarava alla vigilia della sua morte ad un gruppo di giovani italiani venuti a trovarlo nel suo esilio di Londra:
“In qualunque terra voi siate, dovunque un uomo combatte pel diritto, pel giusto, pel vero, ivi è un vostro fratello: dovunque un uomo soffre, tormentato dall’errore, dall’ingiustizia, dalla tirannide, ivi è un vostro fratello. Liberi e schiavi, siete tutti fratelli. Una è la vostra origine, una la legge , uno il fine per tutti voi”.
Nelle foto, Giuseppe Mazzini
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Notevole successo per la lezione concerto dell'Accademia Europea d'Arte Romanì, il progetto di Santino Spinelli per la formazione sulla musica Rom
Lanciano, 30 aprile 2009. Grande successo per la lezione concerto tenuta dagli allievi dell'Accademia Europea d'Arte Romanì nell'ambito del corso di Lingua e Processi Interculturali, Lingua e Cultura Romanì tenuto dal professor Santino Spinelli "Alexian". L'evento si è svolto questa mattina nell'Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Chieti. Ha aperto l'evento il dottor Gaetano Bonetta, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione. L’accademia è un progetto di "Alexian" Santino Spinelli e nasce come risposta alla grande richiesta di formazione specifica ed accurata sulla musica romanì che tanto appassiona il pubblico e che spesso è relegata al rango di musica di seconda classe. L'Accademia è unica nel suo genere ed oggi hanno tenuto la lezione concerto alcuni dei suoi migliori allievi tra cui ci sono Rom e non Rom, che attraverso la musica abbattono le barriere dell'indifferenza e della diffidenza perchè la musica arriva al cuore prima che alla ragione. E' possibile studiare lo stile flamenco e il jazz manouche. Infatti, non tutti sanno che entrambi questi generi musicali, che hanno influenzato celeberrimi compositori e la musica di intere nazioni, sono scaturiti dalla creatività della popolazione romanì. Sono attivati anche corsi per acquisire la conoscenza di strumenti, quali: il cimbalom, la darabuka, il cajon, il bouzuki ma anche apprendere e/o perfezionare strumenti come la fisarmonica, la chitarra, il violino, le tastiere ed il contrabasso in stile romanò. Ci sono corsi di canto in lingua romanés, corsi di teatro e per chi volesse approfondire la conoscenza della cultura romanì ci saranno anche corsi di Lingua e Letteratura Romanì.

Per chi volesse saperne di più:
dall'1 settembre al 30 giugno organizza, in collaborazione con docenti di fama internazionale, i seguenti corsi teorico-pratici individuali e collettivi per ogni età ed esigenza:
- Corso di Cymbalom
- Corso di Buzouki
- Corso di Canto e Lingua Romanì
- Corso di Percussioni (darabuka, cajon)
- Corso di Flamenco (chitarra, danza)
- Corso di Danze Rom (balcaniche)
- Corso di Jazz Manouche
- Corso di Lingua e Letteratura Romanì
- Corso di Teatro (anche in lingua romanì)
- Corso di Musica Romanì per gruppi musicali e musica d’assieme.
- Corsi di Fisarmonica, Contrabasso e Violino in stile Rom
Al termine dei corsi saranno rilasciati diplomi e attestati di frequenza, al termine del corso avanzato rilascio di diploma
Direttore: dott. prof. Santino Spinelli “Alexian”
In sede:
- consultazioni per tesi di laurea,
- biblioteca romanì
-centro di documentazine romanès.
L'Accademia Europea di Arte Romanì è anche Casa delle Culture
e organizza stages, Seminari, Cene etniche, Eventi culturali e artistici riservati ai soli soci e iscritti
Per maggior informazioni:
tel 3923577386
email giuliadirocco@fastwebnet.it
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In memoria di Virgil, bambino Rom - di Pesaro - sacrificato all'odio
di Roberto Malini
26 aprile 2009. Dedicata a Virgil Caldarar, un bambino Rom cui le politiche intolleranti e l'odio razziale che imperversano in Italia non hanno concesso l'opportunità di nascere. Nonostante la povertà, i genitori aspettavano il piccolo con trepidazione: "Vivevamo nella fabbrica di via Fermo, a Pesaro," ricorda Veta, la mamma, "e abbiamo già altri due bambini, che vivono in Romania, con i nonni. Purtroppo nel nostro Paese è impossibile mantenere una famiglia, perché c'è tanta povertà e tanta discriminazione contro noi Rom. Così siamo venuti in Italia, qualche anno fa, sperando di trovare un lavoro. All'inizio mio marito riusciva a svolgere qualche lavoretto: traslochi, pulizie, giardinaggio. Poi tutto è cambiato, la gente ha cominciato a insultarci e trattarci male, i giornali a descriverci come criminali, la polizia a inseguirci, schedarci e mandarci via da qualsiasi rifugio".
"Hanno tolto i bambini a tanti genitori," prosegue Danciu, suo marito, "e li hanno messi in comunità. Hanno picchiato tanti uomini, tante donne, tanti bambini. I nostri malati muoiono giovani e quando una donna è incinta, nessuno le dà una mano a trovare un posto caldo e sicuro, così i bambini muoiono. Doveva chiamarsi Virgil, il nostro bambino. Ci sentivamo sicuri, nella fabbrica, perché il sindaco di Pesaro e altre persone importanti ci avevano promesso di aiutarci a trovare un lavoro e una casa. Sapevamo anche che le leggi europee ci dovrebbero proteggere e che il lavoro, la casa, la sicurezza sono un nostro diritto. E' venuta a Pesaro una signora dal Parlamento europeo e ci ha spiegato che non è giusto quello che ci fanno, che non è giusto che ci costringono a fuggire sempre, al freddo, senza cibo, con i nostri bambini. Siamo esseri umani e crediamo in Dio, ecco perché ci sentivamo tranquilli. Anche se non ci danno casa e lavoro, ci dicevamo, almeno non ci manderanno via da questa fabbrica. O se lo faranno, ci daranno un posto dove stare tutti insieme. Invece è arrivata la polizia". "Sì, è venuta la polizia," continua Veta, "tanti agenti armati, che volevano portare via i nostri bambini e dividerci dai nostri mariti. Ma le donne hanno giurato di restare con i loro compagni nella buona e nella cattiva sorte: è la nostra legge. Eravamo disperati, di fronte a tutti quegli uomini armati. Mia cognata e io ci siamo sentite male. Sono caduta per terra e in quel momento ho sentito uno strappo violento nel grembo: sapevo che Virgil era morto, dentro di me. I nostri due amici italiani, che cercavano di stare con noi, anche se i poliziotti li tenevano lontani, hanno chiesto un'ambulanza, altrimenti sarei rimasta lì sulla terra. Sono andata in ospedale e quando sono tornata, le mie compagne erano fuggite, per fortuna, portando con sé i bambini. Non hanno diviso le famiglie, ma mia cognata e io abbiamo perso i bimbi che aspettavamo".
La tragedia umanitaria che il 25 febbraio 2009 - nella fabbrica dismessa in via Fermo, 49 - ha distrutto la comunità Rom che viveva a Pesaro, causato la morte di due nascituri e una diaspora di esseri umani in condizioni drammatiche di precarietà e spesso di salute, fra i quali pazienti oncologici e cardiopatici che dopo la fuga all'estero hanno perso l'assistenza presso il locale ospedale san Salvatore, che consentiva loro di sopravvivere, è stata portata a conoscenza delle Autorità internazionali, che - ci auguriamo - non lasceranno che l'evento cada nell'oblio. Per quanto mi riguarda, lo sdegno per i fatti di Pesaro si sovrappone ancora oggi al dolore per l'atroce e disumano spettacolo cui io e Dario abbiamo assistito la mattina del 25 febbraio 2009, adoperandoci in ogni modo affinché la tragedia non si consumasse, ma incontrando solo odio e indifferenza. Il male puro si era recato a visitare la fabbrica di via Fermo, quella mattina. Confesso che ho pianto insieme a Danciu e Vera e anche da solo, sulla spiaggia di Pesaro, dopo aver tracciato con un dito sulla sabbia bagnata il nome di un bambino che non vedrà mai la luce. Ho scritto per lui - per cullare la sua memoria - una breve poesia, inframmezzata dai versi di una ninna nanna. Riposa in pace, piccolino: non ti dimenticheremo.
Ninna nanna sulla spiaggia di Pesaro
Una notte spietata
ricacciò l'alba nella morte.
"Dormi bimbo, fai la nanna,
qui con te c'è la tua mamma".
Di un piccolo germoglio
atteso alla luce,
non rimane che un nome:
Virgil.
"Dormi Virgil, chiudi gli occhi,
stan dormendo anche i balocchi".
Se l'odio degli uomini
cancellò la sua vita,
un'onda pietosa
custodirà quel nome
che ci fa piangere.
"Dormi Virgil nel tuo letto,
ti protegge un angioletto".
E il mare lo ripeterà alla sabbia
eternamente: Virgil, Virgil, Virgil...
"Dormi Virgil, fai un buon sonno
ti protegge anche il nonno".
Dimenticarlo sarebbe buio:
ricordiamolo - anche se è una ferita -
e aspettiamolo all'alba della vita.
"Dormi Virgil, resta qua
c'è la mamma e c'è il papà".
26 aprile 2009

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Il Gruppo EveryOne dona all'Ambasciatore dell'Iraq un'opera d'arte che simboleggia i Diritti Umani. "Presto incontreremo Sua Eccellenza," dicono gli attivisti, "per discutere della condizione degli omosessuali in Iraq, ma anche della necessità di impegnarci per la pace nel suo travagliato paese e dell'islamofobia che dilaga in Occidente"
L'Ambasciatore della Repubblica dell'Iraq in Italia, Sua Eccellenza Mazin Abdulwahab Thiab, incontrerà i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, con i quali discuterà in relazione alla situazione dei Diritti Umani nel suo Paese e in particolare dei diritti degli omosessuali. "L'ambasciata irachena si è mostrata decisamente aperta al dialogo," spiegano gli attivisti, "così ci siamo presentati a Sua Eccellenza con un dono: un'opera d'arte che rappresenta l'importanza del dialogo, della pace e del rispetto dei Diritti Umani". Si tratta di una litografia realizzata da Pablo Picasso nel 1957, a Parigi, su cui sono intervenuti con matite e pastelli alcuni artisti che rappresentano minoranze perseguitate nel mondo: la giovanissima Rom Rebecca Covaciu, l'artista gay Alfred Breitman, gli attivisti del Gruppo Watching The Sky. L'Ambasciata in Italia della Repubblica dell'Iraq riceverà presto gli attivisti EveryOne, per discutere i recenti fatti che hanno insanguinato l'Iraq e la legislazione locale che condanna l'omosessualità come un grave reato. "Sua Eccellenza è conosciuto come uomo di pace, devoto agli ideali di uguaglianza e fratellanza universali," afferma EveryOne, "crediamo che si potrà iniziare con lui un dialogo il cui fine è quello di migliorare la condizione degli omosessuali in Iraq, che oggi è drammatica. Desideriamo però affrontare anche un tema 'scomodo' come il dilagare dell'islamofobia in Occidente, che è particolarmente grave in Italia, come attesta il Rapporto 2009 dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali. Un altro tema che affronteremo è l'urgenza di impegnarci per la pace in un Iraq travagliato da attentati terroristici".

"Alcuni gay sono stati condannati a morte dai giudici della Repubblica Irachena," prosegue l'organizzazione internazionale per i Diritti Umani," e si trovano attualmente in carcere, in attesa del patibolo". Particolare raccapriccio hanno destato, in tutto il mondo, i recenti linciaggi di giovani gay avvenuti nelle strade di Sadr City, sobborgo meridionale di Baghdad, governato dal leader sciita Moqtada Sadr. "Sei ragazzi sono stati assassinati da membri delle loro stesse tribù," riferiscono i leader del Gruppo EveryOne, "solo perché erano omosessuali e in alcune zone dell'Iraq l'omosessualità è considerata una vergogna da lavare nel sangue. Gli assassini, dopo aver torturato e ucciso i ragazzi, hanno appeso intorno ai loro colli cartelli con la scritta 'Munharif', che significa deviato". Il Gruppo Iraqui LGBT, che ha sede a Londra e in cui militano attivisti gay iracheni, precisa che nel loro Paese il reato di "lavat", omosessualità, è punito con la detenzione fino a sette anni, ma in caso di recidiva, i giudici possono comminare la pena capitale. Il Gruppo EveryOne nutre fiducia nell'incontro con l'Ambasciatore, che gode di notevole prestigio nel suo Paese. L'organizzazione ha condotto negli ultimi anni - insieme alle più attive organizzazioni per i diritti degli omosessuali, fra cui Gays Without Borders e Certi Diritti - importanti campagne contro l'omofobia nei Paesi islamici, evitando le deportazioni degli omosessuali iraniani Pegah Emambakhsh e Mehdi Kazemi, ma soprattutto sollevando nell'Unione europea il problema dei profughi GLBT provenienti da Paesi in cui l'omofobia religiosa è alla base di una spietata persecuzione. "Quando abbiamo cercato di salvare il giovane Makwan Moloudzadeh," proseguono gli attivisti di EveryOne, "abbiamo notato che il movimento per i diritti GLBT nelle nazioni in cui domina l'integralismo islamico cresceva ogni giorno, di fronte al martirio del giovane gay. Centinaia di gay e lesbiche, giornalisti e attivisti protestavano contro la criminalizzazione dell'omosessualità, spesso rischiando di essere arrestati e torturati. Il ragazzo che è morto per aver amato un coetaneo, quando aveva 13 anni, è divenuto un simbolo contro la discriminazione dei gay. Il cortometraggio che abbiamo realizzato in memoria i Makwan, grazie alla collaborazione dello zio del ragazzo, è stato tradotto in persiano e viene proiettato nei circoli democratici dei Paesi intolleranti. Ci auguriamo che l'Iraq, Paese in cui fermentano, accanto a ideologie repressive, fermenti di democrazia e civiltà, intraprenda, grazie alle sue numerose personalità illuminate, fra cui va sicuramente annoverato Mazin Abdulwahab Thiab, intraprenda una via virtuosa di civiltà e rispetto delle minoranze e divenga un esempio per tutte le nazioni n cui l'omosessualità è ancora considerata un crimine o una devianza".
Nella foto, l'opera donata all'Ambasciatore dell'Iraq: un simbolo universale di pace e tolleranza
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A Pesaro, mostra "abusiva" dell'artista Rom romeno Danciu Caldarar: "Siamo tutti uguali, come fiori in un vaso"
Pesaro, 15 aprile 2009. A Pesaro dal 15 marzo al 15 aprile si è tenuta una personale d'arte "abusiva", nella quale il Gruppo Watching The Sky ha presentato a un pubblico selezionato - composto da estimatori dell'arte che trova le proprie radici espressive nella cultura dei Diritti Umani - alcune opere di Danciu Caldarar. Danciu è un giovane Rom romeno, che è stato vittima più volte, in Italia, di episodi di razzismo e persecuzione, sia da parte delle autorità che da parte di intolleranti. Anche la giovane moglie, il fratello e la cognata di Danciu hanno subito le terribili conseguenze dell'odio razziale. "Purtroppo veniamo da una condizione di emarginazione e povertà gravi, in Romania," racconta Danciu, "e siamo stati costretti a rifugiarci in Italia. All'inizio mio fratello, io, le nostre mogli e i nostri bambini abbiamo cercato di costruirci una vita normale. Siamo abili giardinieri, ma non ci spaventano i lavori faticosi. Purtroppo però in Italia la gente si tiene lontana dai Rom, perché i giornali e i politici ci presentano come persone pericolose.

Ci siamo offerti per qualsiasi lavoro, chiedendo paghe dimezzate, rispetto agli italiani. Nessuno, però, ci ha dato un'occasione. L'estate scorsa il comune di Pesaro ci ha promesso di aiutarci, inserendoci in un programma casa-lavoro. Ci sembrava di toccare il cielo con un dito. Non volevamo di certo la casa gratis, ma eravamo disposti a pagare l'affitto, lavorando senza risparmiarci. Poi però il comune non ha mantenuto la promessa e ci siamo trovati ancora sulle strade e nelle piazze, a mendicare. E per stare al riparo, ci siamo rifugiati in una fabbrica. Il proprietario ci aveva promesso di non cacciarci via. Era dura, ma avevamo fiducia che presto le cose sarebbero cambiate. Un giorno però, il 25 febbraio, sono arrivati tanti poliziotti. Ci hanno detto che il proprietario ci aveva denunciati per occupazione del suo stabile e che adesso avrebbero tolto i bambini alle nostre mogli, per affidarli a una comunità. Le donne avrebbero potuto stare con loro, ma noi dovevamo tornare in Romania. Abbiamo detto loro che era impossibile, perché le mogli dei Rom giurano di stare con i loro mariti nella buona e nella cattiva sorte. E' la nostra legge. Non avevamo fato niente di male e volevamo bene ai nostri bambini. Perché volevano toglierceli? Mia moglie e mia cognata erano incinte e avevano gli altri figli nella fabbrica. Si sono sentite male. Sono cadute a terra, disperate.

Poi le altre donne si sono organizzate e approfittando di un momento di distrazione dei poliziotti, sono fuggite dal retro con tutti i bambini. C'era anche mia cognata, con loro. Mia moglie invece, che non si era ripresa, è stata portata all'ospedale Abbiamo evitato che ci rubassero i bambini, ma mia moglie e mia cognata, abbandonata la fabbrica, hanno dormito al freddo e hanno perso i bambini che aspettavano. I nostri bambini sono morti prima ancora di nascere, solo perché siamo zingari e dovunque andiamo, veniamo scacciati. Tanti bambini muoiono così. E tanti malati. Io dipingo per far vedere che abbiamo un'anima anche noi Rom, che amiamo la vita e che le nostre famiglie sono per noi la cosa più importante. Quando finirà tutto questo razzismo, quando la gente ci guarderà senza aver paura, senza disprezzarci, vorrei esporre le mie opere nelle città che non amano i Rom: Roma, Milano, Bologna, Firenze e soprattutto Pesaro, dove sono morti i nostri bambini. Vorrei che la gente guardasse i fiori che dipingo e capisse che noi esseri umani siamo tutti uguali, al mondo, come fiori in un vaso". L'arte di Danciu Caldarar è spontanea e rappresenta la durezza della vita delle famiglie Rom, ma anche il loro amore per la natura e per la vita. Vi sono precisi riferimenti alla Street Art e all'arte Concettuale. "Portare fiori, fiori simbolici, nelle fabbriche occupate e negli insediamenti dove avviene la persecuzione dei Rom," spiega Roberto Malini, presidente di Watching The Sky, "è contemporaneamente genio ed eroismo. Caldarar vive come un mendicante, ma è un grande maestro: maestro di una nuova arte sociale e maestro di Diritti Umani, come i giovani artisti, Rom anche loro, Rebecca Covaciu e Americano Grancea". Il Gruppo Watching The Sky presenterà la prossima estate, a Milano, una personale di Danciu Caldarar .
 
Nelle foto, alcune delle opere di Danciu Caldarar, presentate a Pesaro dal Gruppo Watching The Sky
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Anche in Italia si celebra la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti.
Politici, attivisti, uomini di spettacolo, intellettuali al Campidoglio per un incontro memorabile con la cultura e l'orgoglio di un popolo perseguitato. Iniziative anche a Pesaro, Torino e nelle capitali europee
Roma, 5 aprile 2009. Il Coordinamento Nazionale Antidiscriminazione Sa Phrala, la Federazione Rom e Sinti insieme e il Gruppo EveryOne promuovono un’assemblea pubblica il 7 Aprile a Roma dalle ore 9 alle ore 13, presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio per la celebrazione della Giornata Mondiale dei Rom e Sinti, istituita nel 1971 a Londra dall’International Romani Union (IRU) organismo non governativo e non territoriale che rappresenta tutti i Rom e Sinti al mondo, con potere di consultazione presso l’ ECOSOC alle Nazioni Unite dal 1979. Nel meeting, cui parteciperanno autorità parlamentari e rappresentanti delle Istituzioni nazionali e internazionali, sarà illustrato il significato della Giornata Mondiale dei Rom e Sinti: l'8 aprile, come è stato dichiarato nel 1971, durante il Primo Congresso che si tenne a Londra. Lo stesso anno fu fondata l’International Romani Union. E' la prima volta che la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti viene celebrata in Italia. L’assemblea sarà aperta e conclusa dalle note di “Gelem Gelem”, l'inno dei Rom e Sinti, cantato dalla grande interprete ebrea Miriam Meghnagi. I promotori illustreranno al pubblico il significato della ricorrenza: Santino Spinelli, fondatore del Coordinamento Nazionale Sa Phrala e rappresentante della International Romani Union in Italia; Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione Rom e Sinti; Giulia Di Rocco, Sevla Sejdic, Vladimiro Torre, Sergio Suffer, Graziano Halilovic, Gian Mario Gillio, Gianluca Magagni, Giulio Russo ed EveryOne.

"E' l'occasione di dimostrare pubblicamente, soprattutto per i politici, una volontà reale di combattere razzismo e pregiudizio," spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne, "come prevedono le Direttive europee. Fino ad oggi in Italia non si è fatto nulla per sostenere progetti di emancipazione e integrazione riservati a Rom e Sinti, nonostante si siano spese tante parole. Nei campi, trasformati in ghetti, la popolazione Rom e Sinta vive senza diritti in condizioni disumane. Ma ancora più tragica è la condizione dei cittadini Rom dell'Unione europea, in particolare i romeni, che sono oggetto di sgomberi iniqui, senza alternative di alloggio, di pestaggi, di insulti razziali, di azioni disumane di allontanamento. Vivono come topi, braccati, costretti a incamminarsi verso il nulla - dopo ogni sgombero - in processioni dolenti e senza speranza. La Giornata dei Rom e Sinti deve essere un momento di celebrazione, ma anche un'istanza perché la società italiana interrompa l'orrore della persecuzione razziale e segua le disposizioni dell'Unione europea, riconoscendo finalmente i diritti di un popolo perseguitato". l'8 aprile a Roma, Torino e altre città italiane si terranno iniziative per celebrare la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti, in contemporanea con le capitali europee - da Parigi a Praga, da Londra a Berlino - e città storicamente legate alla cultura Rom e Sinta come Marsiglia, Lubiana, Chandigarh. A Pesaro, nel pomeriggio, performance di Land Art del Gruppo Watching The Sky - intitolata "Omaggio a Virgil Calderar, bambino Rom mai nato" - sulla spiaggia cittadina, per ricordare le vittime dell'Olocausto e delle numerose persecuzioni che hanno colpito il popolo Rom e Sinto, fino ai nostri giorni. "La performance sarà videoripresa," dice Ionut Grancea, giovane artista Rom romeno di Watching The Sky, "e presentata al Parlamento europeo e al Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni unite".
Nella foto, "Natura morta", opera di Danciu Caldarar, del Gruppo Watching The Sky
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Collisioni. Parole, storie, musica da un paese globale
www.collisioni.it
Novello, 2 e 3 maggio 2009
A Novello (CN) il week-end del 2-3 maggio 2009 sarà dedicato a incontri con scrittori, artisti, attori e musicisti, nel cuore della Langhe, in uno dei paesi piemontesi più suggestivi della zona del Barolo. “Collisioni” è un’occasione per stare insieme e dialogare. Una festa popolare in collina dove ascoltare storie da mondi lontani, prendere la parola e raccontare il proprio pezzo di mondo. Un paese trasformato per due giorni in un grande palcoscenico non-stop dove scrittori, musicisti e pubblico potranno incontrarsi in un clima che ricorda le vecchie feste di paese.
Tra gli ospiti di questa edizione: Andrea Bajani, Alessandro Baricco, Boosta dei Subsonica, Sergio Dogliani, Lorenzo Jovanotti, Aram Kian, Nicolai Lilin, Tommaso Pincio, Efraim Medina Reyes, Beppe Rosso, Antonio Scurati, Sergio Staino, Bruce Sterling, Gabriele Vacis, Dario Voltolini, Hamid Ziarati.
Traiettorie diverse, linguaggi a confronto, per far cadere lo steccato tra cultura alta e cultura popolare e gettare un ponte tra generazioni e linguaggi. Incontri informali in cui scrittori provenienti da diverse parti del mondo, musicisti, attori dialogheranno con il pubblico per sviscerare il tema della formazione, della scuola, del significato della parola giovinezza, del rapporto tra generazioni.
Collisioni nasce dall’idea che la letteratura, la musica, l’arte siano un’occasione di socialità, un modo per far incontrare le persone. Considerandole non come consumatori, perché non ci saranno biglietti, ma come parte di una comunità che sceglie di condividere due giorni insieme salendo in collina in un’atmosfera familiare, tra assaggi di vino gratuito, degustazioni di prodotti tipici, installazioni di artisti locali, momenti musicali nei vicoli e nelle stradine di Novello. Un “paese globale” che da luogo del passato e della tradizione diventa punto di partenza per guardare al futuro.

Sabato 2 maggio
ore 14,00-15,00 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Inaugurazione
Andrea Camilleri (nella foto) saluta Collisioni in un intervento video a cura di Stefano Caselli e Davide Valentini, e riflette su come sia cambiato il concetto di giovinezza negli ultimi quarant’anni.
ore 15,00-16,30 – Piazza delle due chiese (in caso di pioggia Confraternita di San Giovanni Battista).
Generazioni – Non è un paese per vecchi.
Gli scrittori Antonio Scurati, Andrea Bajani, Francesca Mazzucato si interrogano con il pubblico sull’età anagrafica dei media nel paese più vecchio d’Europa: dalla giovinezza di internet alla vecchiaia della televisione, tra la demonizzazione dei giovani nei servizi di cronaca al tabù della vecchiaia nelle pubblicità. Modera Emilio Targia.
ore 16,30-17,30 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Fiaba in Musica - Il Circolo dei Lettori presenta:
Dario Voltolini - Fabio, un racconto con armonici. La storia di un ragno e di uno scrittore, una specie di amicizia, e un’amicizia tra specie. Ad accompagnare la lettura, il suono primordiale del didgeridoo suonato dal musicista Andrea Ferroni.
ore 18,00–19,30 – Piazza Oreste Tarditi (in caso di pioggia Castello).
Paese Globale - L’incantesimo del ritorno.
Lo scrittore colombiano Efraim Medina Reyes dialoga con lo scrittore iraniano Hamid Ziarati. La Colombia di Reyes, tra narcotraffico e musica rock, a confronto con l’Iran di Ziarati, tra posti di blocco, polizia segreta e roghi di libri proibiti. Modera Sergio Dogliani.
ore 20,00-21,30 - Cena-buffet a cura del Castello di Novello con sottofondo musicale.
ore 21,30-23,00 – Castello.
Collisioni – Interferenze tra parole e musica.
Jovanotti dialoga con il giornalista e scrittore Piero Negri Scaglione, autore di Rock!, e racconta il suo rapporto con la parola scritta e gli autori che più lo hanno influenzato.
ore 23,15-00,30 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Dei liquori fatti in casa – Spettacolo teatrale con Beppe Rosso. Un classico del teatro di narrazione, un attore solo in scena dà voce a un intero paese delle Langhe e intesse un racconto fantastico e divertente, che ha tutta l’ebbrezza dionisiaca del vino.
A partire dalle 24,00
Serata musicale in piazza. - Hi-Life Connection, Seven Torpes Band, Feel Good Production.
Domenica 3 maggio
ore 11,00-12,30 – Confraternita di San Giovanni Battista.
Paese globale – La forma del futuro.
Lo scrittore texano Bruce Sterling, ideologo del genere cyberpunk, dialoga con lo scrittore italiano Tommaso Pincio, autore di Cinacittà e col professor Fabio Cleto, studioso degli immaginari della cultura di massa, per capire come la fantascienza, immaginando il futuro, possa leggere il presente e le sue contraddizioni. Modera Sergio Dogliani.
ore 12,30-14,00 - Pranzo e degustazione prodotti a cura del comune di Novello in collaborazione con Eataly, seguito da momento musicale.
ore 14,00-15,00 - Piazza delle due chiese (in caso di pioggia Confraternita di San Giovanni Battista).
Paese globale - Educazione siberiana.
Incontro con lo scrittore russo Nicolai Lilin, autore di una drammatica biografia che racconta la sua giovinezza nella gilda della mafia russa e l'esperienza della guerra vissuta come soldato in Cecenia. Modera Federica De Maria.
ore 15,00-16,30 – Castello.
Collisioni – Bobo 25.
Il vignettista Sergio Staino si racconta accompagnato dalle proiezioni delle sue strisce storiche e dalle note di Leo Brizzi.
ore 16,30-18,00 – Piazza delle due chiese (in caso di pioggia Chiesa di San Michele).
Generazioni - Raccontare generazioni.
Il musicista dei Subsonica, Boosta, incontra lo scrittore Gian Luca Favetto e lo scrittore e musicista Marco Rovelli per riflettere sul racconto generazionale e comprendere come i ritmi e i suoni diversi possano influenzare la narrazione e la scrittura. Modera Alberto Campo.
ore 18,30-20,00 – Castello.
Collisioni – I barbari.
Lezione di Alessandro Baricco a partire dal suo saggio "I barbari", per capire insieme come stanno mutando gli scenari della narrazione, il concetto di anima e di bellezza nel mondo di Google e di MySpace.
ore 20,00–21,30 – Merenda sinoira a cura del Comune di Novello.
ore 21,30-23,30 – Castello.
Synagosyty – Storia di un italiano.
Monologo con Aram Kian. Il nuovo spettacolo di Gabriele Vacis, un racconto sulle seconde generazioni di immigrati, i nuovi italiani che hanno genitori stranieri ma non hanno mai visto il loro paese di origine. La storia malinconica e allegra, comica e tragica, di un ragazzo che cresce in un’anonima periferia italiana. Gli amori, le amicizie, i conflitti della giovinezza tra le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Interviene il regista Gabriele Vacis.
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L'innocenza
di Roberto Malini
E' povera,
l'innocenza,
facile preda
dell'odio.
Vulnerabile
alla calunnia
e al fango,
senza difese
contro il veleno
della vipera.
E' zingara
l'innocenza,
braccata
dalle ronde,
nelle città
dove la colpa
è razziale.
E' in ombra,
l'innocenza,
perché il sole
non sveli al mondo
la sua purezza.
Torturata
da guardie
e carnefici
negli uffici centrali
della sicurezza,
condannata
da giudizi rovesciati,
l'innocenza
languisce
nelle carceri,
dove canta
con voce malinconica,
simile al merlo indiano,
il suo diritto
al volo.
E' lì
che si esaurisce
e si perpetua,
indifferente
al mondo,
la speranza
in un tempo
di uguali.

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Festival di Sanremo 2009. Povia e Paolo Bonolis invocano la "libertà" di esprimere idee discriminatorie. E' un loro diritto?
di Roberto Malini
Sanremo, 21 febbraio 2009. Dopo l'esibizione di Povia, un po' sottotono sotto il profilo canoro, Paolo Bonolis ha commentato: "Questa è la libertà: poter cantare qualsiasi cosa". E' un concetto che si fa strada in quest'Italia che ha imboccato pericolose vie di intolleranza verso le categorie sociali più vulnerabili. Si usano parole che rappresentano valori per esprimere significati inquietanti, che ci riportano agli anni 1930, quando uno dei Paesi più colti e apparentemente civili del mondo perse ogni contatto con la radice umana e solidale della civiltà. Anche allora, si cominciò a sostituire con i valori della famiglia, dell'eterosessualità e dell'obbedienza all'autorità costituita le ideologie "degenerate": l'omosessualità, la vita "bohemien", il libero pensiero. "Libertà", anche allora, assunse un significato oscuro e torbido e si affermarono a poco a poco filastrocche e canzoni antisemite, che si trasformeranno negli inni forieri di odio razziale nel "patrimonio" canoro della Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana. Paolo Bonolis, che ha trasformato il Festival di Sanremo in una parata di donne-oggetto e di maschi a denominazione di origine controllata (la stessa Patty Pravo, icona gay, tiene le distanze da lui, prima di cantare), giustifica - appellandosi alla libertà di espressione - una canzone il cui testo è un inno alla discriminazione degli omosessuali, un manifesto inqualificabile che propaganda la superiorità dell'amore eterosessuale le idee deliranti dello psicologo omofobo Joseph Nicolosi. Le teorie di Nicolosi si propongono infatti di annientare le conquiste dei movimenti GLBT e di riproporre alle istituzioni (dalla famiglia all'intera collettività) una "terapia riparatrice dell'omosessualità", una "cura" strutturata per trasformare gay, lesbiche e transgender in eterosessuali. "Meglio la serenità della felicità": è il testo di un cartello che Povia ha esibito sul palcoscenico dell'Ariston. Vuol dire che è meglio vivere senza sussulti da eterosessuali piuttosto che appagare la propria natura gay e sentirsi appagati. Rai 1, che è il canale più importante della televisione di stato, ha permesso al cantautore milanese di proporre il suo messaggio intollerante in diverse forme: la canzone, alcuni cartelli (esibiti nelle diverse serate) e una serie di immagini-quadro, contenenti simboli della sfera psichica e di quella spirituale, create per dimostrare che l'omosessualità è una turba che deve essere curata. Secondo la Rai e Paolo Bonolis, libertà è poter cantare una canzone che inneggia alla discriminazione contro i gay. Il prossimo passo potrebbe essere quello di consentire a gruppi antisemiti e omofobi come i 99 Fosse o il cantante giamaicano Buju Banton di cantare al Festival più importante d'Italia. Ecco una strofa della canzone "Anna non c'è" dei 99 Fosse, dedicata ad Anna Frank: "Col tuo naso ricurvo cammini per strada, / mangiando una mela, di certo rubata, / sei un animale, e te ne devi vergognare!" ed ecco la strofa conclusiva: "Quando dopo vai a farti una doccia, / con una mano apri l'acqua... / Dai su, non fare così! / Ti piace lo Zyclon B!". L'Arcigay ha contestato duramente il testo gravemente discriminatorio della canzone di Povia, l'associazione radicale Certi Diritti ha presentato un esposto al garante Rai e il Gruppo EveryOne ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Sanremo. E' importante combattere l'omofobia in ogni sede e con tutti i mezzi consentiti dal diritto internazionale, perché la strada verso l'eliminazione dei pregiudizi contro gay, lesbiche e transgender è ancora lunga. Non si possono compiere passi indietro, o i diritti fondamentali - a partire dalla tutela delle unioni e dal rispetto in ogni comparto della società - diventeranno una chimera, mentre la discriminazione potrebbe trasformarsi in repressione. Invitiamo attivisti, politici, uomini e donne di cultura e cittadini che credono nell'uguaglianza fra individui e popoli a boicottare in ogni sede Povia e la sua canzone, affinché non si diffonda ulteriorente il suo contenuto discriminatorio, lesivo della dignità delle persone GLBT e antiscientifico, poiché propone una lettura falsa e omofoba delle teorie freudiane ruguardanti l'omosessualità.
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Pesaro: cade la terra sulla domus e il fango copre cultura e civiltà
di Roberto Malini, Gruppo Watching The Sky
Pesaro, 20 gennaio 2009. Cade la terra sulla domus romana di piazzale Matteotti. Passa la ruspa, vibrando, sui delicati mosaici, sugli intonaci, sui resti delle stanze di una casa che fino a ieri ricordava alla gente di Pesaro che la loro città ha origini nobili e antichissime. Se Tito Livio ci ha tramandato le vicende pre-romane di Pisaurum, quand'era abitata dai Piceni, e l'inizio della sua romanità, quell'anno 184 a.C quando fu sottratta all'ager gallicus, la grande casa di via Matteotti - muta testimone - ci tramandava a propria volta l'ultima traccia visibile a tutti di quei secoli. Chi fece edificare l'ampia e fastosa magione, dotata di locali spaziosi e di un hortus adornato - duemila anni fa - di capolavori della scultura, fontane, colonne e alberi da frutto? Forse un comandante, un veterano fedele all'imperatore Ottaviano, gratificato con un ruolo politico di primo piano nella Colonia Iulia Felix Pisaurum? Di certo, un uomo importante, uno dei notabili che condussero la città di Pesaro al massimo fulgore economico e architettonico. Può darsi fosse uno dei leggendari "magister vici". Chi ha deciso di seppellire la domus di via Matteotti non si è reso conto del suo incommensurabile valore storico, urbanistico e architettonico, ma si è limitato a definire "poveri" e "poco significativi" i mosaici pavimentali. Niente di più sbagliato, perché è della prima età imperiale la sobrietà di quelle astrazioni: la crux gammata, il quadrato, la stella del mattino. Il padrone della nostra dimora, fedelissimo all'imperatore e devoto ai Lares Augusti e al Genius - divinità protettrici del sovrano - gestiva realtà artigiane e commerciali. La sua domus, a ridosso delle mura cittadine, la più bella casa che si incontrava con lo sguardo, voltandosi verso destra dopo essere entrati da Porta Fano, era in contatto con i quartieri suburbani; forse era addiritura collegata ad essi grazie a una strada privata, basolata e costeggiata da marciapiedi, dotata di una propria entrata esclusiva dalle mura di Pisaurum. La terra cade sulle vestigia di quella casa che fu fortunata e copre il tratto di strada, intatto, che la Storia ci aveva consegnato. L'atrium con l'impluvium per la raccolta dell'acqua piovana, il triclinium dove il signore della domus accoglieva i nobili ospiti, il pozzo (conservatosi intatto) nel'hortus, sacro alla Magna Mater: tutto viene ora occultato, con la brutalità delle ruspe, da terriccio bagnato, mescolato a pietre, pezzi d'asfalto e cemento, radici marciscenti. Cosa direbbe Cesare Brandi, il grande storico dell'arte, massimo esperto di ogni tempo, in Italia, riguardo alle tecniche di conservazione e restauro dei beni archeologici? Lo conobbi, a Firenze, alla fine degli anni 1970 e assimilai da lui un amore e un rispetto infinito per l'archeologia. "La cultura non è sterile erudizione," diceva spesso, "ma viva conoscenza che accresce la coscienza". Riguardo alla conservazione di siti archeologici del tipo della domus pesarese, mi disse un giorno: "I millenni trasformano rovine e terra in un manto amorevole che protegge le antiche vestigia. Guai a sostituire a quei delicati equilibri approssimazione e incuria. Intonaci, resti di pareti e soprattutto mosaici pavimentali devono essere trattati con grande cura. In particolare - e questa è una norma suprema - devono essere tenuti al sicuro dall'umidità e dalle infiltrazioni idriche". La domus di via Matteotti è stata trattata in ben altro modo. La struttura, fragilissima, è stata coperta con teli di plastica che non la faranno respirare. Sotto i teli ristagnano pozze di fango. La poca sabbia, l'argilla e il polistirolo che fungono da strati protettivi rendono ancora più evidente il problema del ristagno, mentre le tonnellate di terriccio bagnato costituiscono un ambiente umido contrario a qualsiasi norma conservativa, senza tener conto del pietrame che preme contro le deboli strutture e i mosaici: un disastro, in termini di logica conservativa. Purtroppo la copertura degli scavi è stata affidata a operai di buona volontà, ma incapaci di comprendere i danni prodotti dalle vibrazioni e dal peso delle ruspe, dalle pietre aguzze a contatto con i beni archeologici, dalla terra pressante e bagnata. Nessun esperto, nessun funzionario della soprintendenza ha supervisionato i lavori. Lavori comunque privi di senso, perché i resti di una domus e i mosaici pavimentali non devono mai essere reinterrati, tantomeno con materiale fangoso e pieno di sassi aguzzi, perché si tratta di materiale delicatissimo. Cesare Brandi insegna che l'unico pericolo che uno scavo di quella tipologia può correre deriva solo da esposizione diretta ai raggi solari e umidità. Mantenere la copertrura provvisoria, magari sostituendo il telone con una copertura impermeabile estetica, sarebbe stata la soluzione ottimale, in attesa di reperire i fondi per una copertura in vetro-acciaio ad algoritmi genetici, con un percorso didattico e un progetto di valorizzazione culturale. Ma per ottenere finanziamenti europei o privati, sarebbe stato necessario chiedere prima di qualsiasi contatto l'iscrizione della domus nel patrimonio mondiale dell'umanità, cosa che il Gruppo Watching The Sky ha fatto, autonomamente, in questo stesso mese di gennaio 2009. Nessuno, purtroppo, ci aveva pensato, prima. Alcune personalità della cultura e della società pesarese hanno tentato con impegno, coraggio, a volte con disperazione, di preservare un'orma profonda e importante della cultura antica di Pesaro, una domus dalle caratteristiche uniche, che qualsiasi città d'Europa vorrebbe possedere, per presentare al mondo con orgoglio l'eredità di una Storia e di una civiltà millenaria. L'artista Franco Bastianelli e Laura Bucci, presidente dell'Associazione provinciale professioni turistiche, sono giunti perfino a manifestare con pale e cartelli, accanto al Gruppo Watching The Sky, in un sit-in pacifico, sopportando il rigore invernale e la distruttiva ottusità delle ruspe, per evitare lo scempio. A loro si sono aggiunti l'onorevole Remigio Ceroni, che ha raccolto una sfida di civiltà, e la rivista ufficiale dei Siti UNESCO, che proporrà la domus di via Matteotti per il Patrimonio dell'umanità. I ragazzi di Pesaro, davanti a questi cattivi esempi, si allontanano dai valori della cultura e smettono di rispettare l'arte. Basta recarsi in piazza Olivieri, davanti al Conservatorio, per notare i danni, alcuni dei quali irrerversibili, che alcuni di loro hanno causato al "Centauro", una delicata scultura moderna in filo di ferro. La sera, quando si ritrovano presso la panchina sotto il monumento, i ragazzi salgono sulla groppa dela figura mitologica, piegano le sue dita, maltrattano l'intera struttura trasformandola in un rottame. Non sanno quello che fanno, perché chi amministra la città in cui vivono stanno mostrando - più per incoscienza che per un sentimento iconoclasta - la stessa incuria, la stessa mancanza di attaccamento verso un patrimonio urbanistico-architettonico e artistico che si impoverisce e cade nell'oblio anno dopo anno, in un'indifferenza che rappresenta il sonno della civiltà. Senza polemica, ma con un invito a riflettere.
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Tutto brucia
di Alfred Breitman
Milano. Un'alba livida è passata
sulle baracche di Cascina Gobba.
Ronzando nella bruma
si avvicina
uno sciame di luci.
A poco a poco il cielo
prende il colore delle pentole di rame...
"... come il cielo di Buchenwald
nel 1941".
Volanti e camionette
si fermano all'ingresso
del campo.
"Sono tornati,"
si lamenta l'anziano Mihai.
Dai veicoli scendono poliziotti in divisa
e si mettono in fila come antichi guerrieri,
con caschi, manganelli e scudi trasparenti.
Hanno cani feroci, ma ben addestrati,
ubbidienti, al guinzaglio.
Davanti alle baracche, i cani dei Rom
protendono i musi, allarmati,
uggiolando, latrando.
Un bambino si affaccia a una finestra
di nylon e cartone,
stropicciandosi gli occhi assonnati.
Nel silenzio e nel gelo del mattino,
i poliziotti, i cani
sono tornati.
Stringono le famiglie
in un cerchio.
Un cane lupo
comincia a ringhiare.
Il suo padrone ghigna
dietro la visiera.
"A Romale, A Chavale...
ah uomini, ah ragazzi,
perché questi sgherri ci circondano
obbligandoci a stare in piedi, al freddo
- mentre scrutano i nostri documenti -
senza alcuna pietà per i bambini
seminudi, le donne incinte
e noi vecchi dalle teste grigie,
ormai stanchi di vivere e malati?"
Ogni tanto gli agenti
spintonano un ragazzo,
guardano un padre di famiglia
in cagnesco
e bofochiano insulti.
Nelle baracche non c'è più nessuno.
Grufolando e stridendo
arrivano le ruspe
che distruggono tutto.
Le camionette
portano via gli uomini
e le donne rimangono sole
con i bambini,
gli ultimi vecchi.
"A Romale, A Chavale...
adesso tutto brucia
e nel campo
non ci sono più uomini,
non ci sono più giovani,
non ci sono più Rom.
Non ci sono più uomini,
non ci sono più giovani
non ci sono più Rom.
Tutto brucia
e nel campo
non ci sono più Rom".
Foto di Steed Gamero

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Pistoia applaude la mostra "Capelli d'oro e di cenere" e il film-documento "In viaggio con Anne Frank"
di Alfred Breitman
Pistoia, 30 gennaio 2009. La presentazione della mostra "Capelli d'oro e di cenere" ha rappresentato qualcosa di diverso e importante, per la cultura della Memoria e dei Diritti Umani della città toscana. La cittadinanza è accorsa numerosa e si è commossa di fronte ai ritratti delle donne dell'Olocausto, opera di Steed Gamero (giovane fotografo di origine peruviana di cui è attesa una candidatura al prossimo premio Pulitzer) e Roberto Malini. L'allestimento della mostra è stato apprezzato da tutti, perché riesce a inserire le fotografie in un percorso che illustra al pubblico e soprattutto ai giovani la tragedia dell'Olocausto e la necessità di ricordarlo non solo attraverso i numeri, ma anche grazie alle testimonianze che gli artisti e i poeti travolti dalla persecuzione ci hanno tramandato. Non a caso, alcune delle donne della Shoah presentate nell'esposizione sono scrittrici o poetesse: Edith Bruck, Halina Birenbaum, Ruth Bondi, Mirjam Pinkhof. Altre sono famose artiste, come Tamara Deuel o Eva Fischer. Il titolo stesso della mostra è tratto dalla famosa poesia del sopravvissuto Paul Celan "Fuga di morte".

"Le fotografie di Malini e Gamero ravvivano in noi il ricordo delle vittime, dei testimoni e degli eroi," ha detto il sindaco Renzo Berti durante il suo saluto agli artisti e alla cittadinanza, "e questo è il significato di quest'evento, fortemente voluto dalla città di Pistoia. L'Olocausto non deve restare ancorato alla cultura della commemorazione, ma il suo ricordo deve riflettersi sulla nostra società,". Roberto Malini ha ringraziato il primo cittadino, ricordando agli intervenuti che Pistoia è una delle poche città italiane in cui non si sono verificati sgomberi pogrom o persecuzione istituzionale della comunità Rom. "Alcuni dei testimoni della Shoah che mi onorano della loro amicizia," ha spiegato al pubblico Roberto Malini, "avvertono da anni l'Europa del rischio di ricadere nel buio dell'odio razziale e del genocidio culturale, che ieri riguardava gli ebrei, i Rom, gli omosessuali e altre minoranze e che oggi si abbatte ancora sul popolo Rom. Tamara Deuel, Mirjam Pinkhof, Hanneli Pick-Goslar, Piero Terracina denunciano, inascoltati, il crimine contro l'umanità che la persecuzione dei Rom costituisce".
"Ricordare le vittime dell'Olocausto non richiede solo l'adesione al sentimento di indignazione e dolore per quello che fu, ma far proprio il coraggio degli eroi e dei giusti. Essere giusti significa essere capaci di opporsi a chi ci governa, alle forze dell'ordine, ai media quando accade che queste entità si ammalino di intolleranza. Gli Olocausti si ripetono quando la cittadinanza ritiene che siano i governanti e gli uomini in divisa a rappresentare la democrazia e la nazione. La democrazia, la nazione, la Dichiarazione universale dei Diritti Umani, al contrario, sono rappresentate da ognuno di noi".
Dario Picciau ha presentato il film-documento "In viaggio con Anne Frank" e ha parlato del ruolo di un artista nella società, in Difesa dei Diritti Umani. "L'arte ha il compito di migliorare la società e gli artisti devono essere in prima linea, nelle campagne per i diritti delle minoranze," ha affermato. "E' una responsabilità che si estende a tutte le persone che credono negli ideali di solidarietà ed eguaglianza. Le famiglie Rom, i senzatetto, i migranti: ognuno di noi può cambiare le loro vite anche solo dandosi da fare per mitigare la discriminazione, la povertà e la persecuzione che li colpiscono". A Pistoia, come a Cassina de' Pecchi e Genova - città dove Malini, Picciau e Gamero hanno partecipato alla realizzazione di eventi per la Memoria, si è notato un cambiamento della mentalità da parte di politici, intellettuali, artisti e cittadinanze. Fino a un anno fa, destava scandalo paragonare la resistenza antinazista e le azioni dei "giusti fra le nazioni" all'impegno di chi, in un modo o nell'altro, cerca di impedire abusi sui Rom. Oggi succede, al contrario, di incontrare un entusiastico consenso, suffragato in alcuni casi da progetti di inclusione. Arte e cultura sono chiavi per il cambiamento e devono essere utilizzati per aiutare le Istituzioni e la gente a recuperare la via dei Diritti Umani, anche in grandi città come Milano, Roma, Bologna, Firenze o in centri di minori dimensioni dove si respira un'atmosfera cupa e crudele di vero e proprio odio verso Rom e migranti.
Pistoia, dal 31 Gennaio al 15 Febbraio
Sale affrescate del Palazzo comunale piazza del Duomo
dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15 alle 18
La Shoah delle donne
- Mostra fotografica "Capelli d’oro e di cenere: Donne nell’Olocausto" di Roberto Malini e Steed Gamero
- Proiezioni: "In viaggio con Anne Frank" di Dario Picciau e Roberto Malini; “Le Rose di Ravensbrück”, di Ambra Laurenzi e Federico Girella
per informazioni: 0573-371690
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Vittime visibili e invisibili della violenza sessuale.
Poesia-testimonianza di Alfred Breitman
Roma, 29 gennaio 2009. Le violenze sessuali sono delitti che appartengono alla sfera più bassa e barbarica dell'essere umano. Al di là della propaganda mediatica, che strumentalizza odiosamente le vittime delle aggressioni sessuali per diffondere odio razziale, oltre il 90% di tali crimini viene perpetrata all'interno delle pareti domestiche e colpisce persone inermi. Le Istituzioni non hanno un reale interesse a combattere questa piaga, perché rappresenta uno spauracchio da sbandierare di fronte all'opinione pubblica quando serve loro consenso. Gli stupri colpiscono per il 70% le donne, ma anche i maschi ne sono spesso vittime. Nelle carceri, oltre il 50% dei giovani maschi sono oggetto di stupro e abusi sessuali, dopo i quali contraggono spesso malattie gravi e gravissime. Paura e vergogna impediscono loro di denunciarle o parlarne pubblicamente, una volta scontata la pena. Negli Istituti di pena italiani non è mai stata attuata alcuna misura per combattere le violenze sessuali su ragazzi e uomini, come se tali eventi fossero ormai riconosciuti come "parte" della pena. Le donne che vivono in condizioni di precarietà sono spesso oggetto di stupro. Quando le forze dell'ordine arrestano i loro compagni o genitori, le donne, anche giovanissime, restano senza alcuna protezione, accampate all'aperto o in edifici dismessi, vittime predestinate dei predatori sessuali, molto spesso italiani, a volte proprio coloro che dovrebbero proteggere tutti i cittadini dal pericolo di abuso. La Canzone di Irina è stata ispirata dalla testimonianza di una giovane madre, conosciuta dal poeta durante uno sgombero a Milano, di fronte all'insediamentio di via Triboniano.
La canzone di Irina
di Alfred Breitman
Irina non sentiva più niente,
la sua anima era uscita
attraverso i suoi occhi
sgorgando come acqua
da una doppia fontana.
Nel crepuscolo viola,
immaginava di salire in cielo,
bianca, leggera come una nuvola
e di tornare giù come fresca rugiada,
posandosi nei calici
aperti del convolvolo.
"I fiori sono così belli," sussurrò fra sé,
"più tardi ne raccoglierò un mazzetto".
Le baracche bruciavano
intorno a lei, crepitando.
Adesso ritornavano la paura e il dolore,
ma li scacciò come insetti molesti.
Udì, vicina, la voce del suo bambino,
rotta dal pianto, che ripeteva "mamma"
e rise nel suo cuore,
perché significava che era vivo.
Un uomo le piantava chiodi nel ventre.
Il suo fiato puzzava
di tabacco e cipolle.
Ma lei fuggiva ancora nel calice di un fiore
e sentiva profumo di vaniglia.
Un po' di vento le passò sul viso,
fresco come le acque dei ruscelli di Banat.
Adesso il suo bambino cantava sottovoce:
"Hai ghiceste ghiceste cine te iubeste
sa vad daca stii cine te doreste?".
Quando tutto finì, Irina chiuse gli occhi.
Aveva il cuore in tumulto e il respiro mozzo.
Sentiva male, ma la nausea
era più forte del dolore
e la vergogna era più forte di tutto.
"Infelice fra tutte le donne - disse a se stessa -
come potrà guardarti ancora in faccia,
tuo marito?".
L'odore acre del fumo pizzicava le narici,
mentre intorno si alzava un coro di gemiti.
Aprì gli occhi e incontrò quelli del suo bambino,
che erano pieni di lacrime.
Sorrise.
Si alzò.
Lo abbracciò
e stringendolo al seno, cominciò a cantare,
a bassa voce:
"Hai ghiceste ghiceste cine te iubeste
sa vad daca stii cine te doreste
hai ghiceste hai ghiceste
spune-mi cine te iubeste
si din dragoste iti daruieste".
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Lampedusa, 24 gennaio 2009
di Alfred Breitman
Forse nella variante pelagia
della lingua italiana
o in quella lampedusiana
del vernacolo siciliano
"accoglienza" vuol dire intolleranza
e non si chiama "sangu umanu"
quello che scorre nelle vene
dei migranti?
Oggi seicentocinquanta uomini,
seicentocinquanta esuli,
seicentocinquanta fratelli,
hanno forzato i cancelli
del Centro di prima accoglienza
e si sono riversati nelle vie
dell'isula di Lampidusa,
di chidda isula santa
che sembra terra d'Africa,
piangendo,
lamentandosi, chiedendo
libertà e giustizia,
invocando il diritto di vivere.
Alcuni di loro stringevano
nelle mani di profughi
- mani che hanno il colore
del bronzo africano -
colli spezzati di bottiglia
e, disperati, minacciavano
di tagliarsi la gola
se li avessero deportati
verso le terre di dolore e morte
da cui erano fuggiti.
Con voci
di cani rabbiosi
gli aguzzini
- non chiamateli guardie:
sono persecutori -
li hanno ricondotti in carcere
- non chiamateli centri
d'accoglienza: sono galere -
e poi hanno spiegato
- adesso in tono pacato,
quasi mellifluo, a beneficio
della stampa -
che nessun diritto
sarebbe stato negato
a quei "poveracci",
che rimandarli a casa
era "per il loro bene".
"Macché carceri!
Macché lager!
Macché razzismo o xenofobia,
via!
Stiamo solo cercando di risolvere
IL PROBLEMA DEGLI IMMIGRATI".
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A Bergamo, la mostra dedicata a Calev Castel, l'artista che dipinse l'anima di due mondi
Bergamo, 19 gennaio 2009. L'arte ebraica fra tradizione yiddish e contaminazioni europee: Modigliani, Matisse, Cezanne... Bergamo propone dal 23 gennaio al 22 febbraio 2009 una retrospettiva dedicata a Calev Castel, pittore del kibbutz e delle sinagoghe. E' una mostra da non perdere, perché l'immaginario e la qualità pittorica di Calev Castel sintetizzano l'anima di due mondi: l'Europa e Israele, la tradizione e la rinascita. In mezzo, l'Olocausto, che si percepisce subliminalmente, nelle opere del maestro, come un'ansia di trarre dalla Memoria - per tramandarli all'umanità del futuro - segni, luci e colori: tracce di vita che non vogliono cadere nel buio dell'oblio. "Rabbino e ragazzo nello shtetl" è opera straordinaria ed emblematica, in questo senso. Roberto Malini

La mostra "Memorie e colori dal kibbutz"
CALEV CASTEL (1914 - 1994), "Memorie e colori al kibbutz"
Spazio Viterbi - Palazzo della Provincia - via Tasso, 8 - Bergamo
Dal 23 gennaio al 22 febbraio 2009
Vernice 23 gennaio 2008, ore 18
Catalogo a cura di Gady Castel e Fernando Noris, con testi di Corrado Augias, Doron Pollak e Fiamma Nirenstein. La mostra si tiene con il patrocinio
dell’Ambasciata di Israele - Ufficio Affari Culturali e del Ministero degli Affari Esteri di Israele - Kashtum
L’intensità emozionale nella pittura di Calev Castel
Calev (Carlo) Castel-bolognesi (Calev Castel) era un ottimo pittore, il cui carattere mite rifl ette nei suoi quadri pieni di colore, fantasia e senso del’umorismo. Proveniente da una famiglia ebraica tradizionalista di Ferrara, Calev appartenne a quella generazione che emigrò e prese parte alla fondazione dello Stato d’Israele. Calev scelse di dedicare le sue energie al Kibbutz e alla professione di pediatra, trascurando di dare massima espressione creativa al suo talento artistico di pittore. Nei ritagli di tempo libero, compiuti i “doveri pratici” del Kibbutz, Calev veleggiava verso i luoghi della propria infanzia, negli spazi infi niti della cultura classica italiana, su cui si era formato e della quale è improntata la sua arte. Dall’incontro e dalla fusione della classicità europea, raffi nata e di alta qualità, con la povertà della materia israeliana di quell’epoca, inondata di luce mediorientale, sono nate diverse serie di incantevoli quadri. Comun denominatore dell’opera di Calev Castel-bolognesi, realizzata su cartoni, fogli di carta riciclata, tele e assi di legno, spesso utilizzati su entrambi le facce, sono l’intensità emozionale, la profondità dei colori, la singolarità delle tonalità inventate dall’artista per le fi gure umane, che contrassegna con un singolare linguaggio corporeo. La pittura di Calev è popolata da fi gure della sua famiglia e della comunità ebraica italiana, delle persone conosciute durante la sua vita di Kibbutz, e da personaggi teatrali, letterali e del mondo dell’opera, incontrati nell’universo della cultura classica italiana. Con questa mostra, Calev Castel-bolognesi ci offre l’opportunità di fare conoscenza con alcuni eroi di Pirandello e di Goldoni, eredi della mitica Commedia dell’Arte. Occasionalmente, Calev Castel-bolognesi si ispirò liberamente, tra gli altri, ai quadri di Matisse, Modigliani, Braque e Vermeer. Stilisticamente, Calev poteva lanciarsi a volte in un impressionismo puro, mentre altre volte si cimentava con la pittura di paesaggi, spaziando dal realismo all’astrazione. Calev Castel-bolognesi dipingeva meravigliosamente la sua tele con pennello fermo e sicuro, ma i medesimi tratti decisi si ritrovano anche in dozzine di disegni a matita e carboncino. Astenendosi dalla competizione per ottenere un ruolo uffi ciale nello scenario dell’arte israeliana, Calev ha potuto concedersi la più completa libertà stilistica, sviluppando i quadri e i generi che gli erano congeniali. Questa sua autonomia ci ha lasciato un universo ricco di emozioni, concepito ed enunciato in quella maniera così speciale e propria di Calev Castel-bolognesi. Doron Pollak, Projectiv-Museo degli artisti
Nella foto, Calev Castel: "Rabbino e ragazzo nello shtetl"
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La Domus di piazzale Matteotti è patrimonio dei pesaresi e dell'umanità. Rappresenta le nostre radici storiche e culturali: non condanniamola all'oblio
Pesaro, 11 gennaio 2009. E' doveroso da parte del Gruppo Watching The Sky intervenire ancora, brevemente, riguardo alla Domus romana di piazzale Matteotti e al suo significato per la città di Pesaro. Le numerose voci che si sono sollevate per salvare dall'oblio una delle orme più nitide e profondelasciate dalla civiltà romana nelle Marche sono significative dell'amore che i pesaresi nutrono per questa città antica, per la Sua lunga Storia e per la sua inimitabile cultura. Il nostro gruppo ha proposto all'UNESCO la grande e magnifica casa romana perché sia inserita nel Patrimonio mondiale dell'umanità. L’'Organizzazione delle Nazioni Unite per l’'Educazione, la Scienza e la Cultura presenterà a brevissimo termine il progetto - illustrato dalle splendide immagini che il fotografo Steed Gamero è riuscito a immortalare prima che il sito venisse coperto da teli e da uno strato di sabbia - in una delle sue più importanti riviste. Contemporaneamente, inizierà l'esame delle caratteristiche di unicità, pregio storico-architettonico e insostituibilità del complesso archeologico. Non vi sono dubbi, riguardo a tali elementi, perché la Domus di piazzale Matteotti ci ha tramandato vestigia fastose e antichissime, risalenti al I secolo e i suoi ambienti furono frequentati fino al IV secolo. Nel loro insieme, rappresentano le età imperiali di Caligola e Nerone, Vespasiano e Marco Aurelio, riconducendoci fino agli anni degli imperatori di Bisanzio: Costantino, Teodosio... Alcuni politici locali si sono affrettati a comunicare alla cittadinanza che ormai le opere di sepoltura del sito sono "irreversibili" poiché è già stato assegnato l'appalto. La giunta comunale tuttavia sa benissimo che prima di attuare misure tanto drastiche riguardo a un complesso archeologico di interesse nazionale è necessario attendere il benestare del Ministero dei Beni Culturali e il parere dell'UNESCO. Ma ancora prima, bisogna che siano formulati seri progetti di valorizzazione dei beni e interpellare sponsor privati e istituzionali, per ottenere un contributo. E' impensabile che una Domus romana del I secolo, con preziosi mosaici pavimentali, resti di colonne, un meraviglioso ortus ben definito, ambienti patrizi che si affacciano su una strada basolata intatta, costeggiata da marciapiedi non trovi sponsor e finanziamenti europei! Anche abbandonando l'idea di una copertura in vetro-acciaio su modello della piramide progettata dall'architetto Ioeh Ming Pei per il Louvre, sicuramente una copertura trasparente ad algoritmi genetici, con istallazioni di un percorso storico-educativo renderebbero giustizia alle millenarie strutture e offrirebbero un nuovo punto di riferimento sia alle nuove generazioni che agli studiosi e al turismo culturale italiano e internazionale. Salvare e valorizzare la Domus è un'operazione che darebbe ulteriore lustro e orgoglio alla città di Pesaro. Ricordiamo che purtroppo disponiamo di scarsi riferimenti riguardo agli aspetti urbanistico-architettonici della Pisaurum romana, perché molti dei reperti venuti alla luce nei secoli scorsi sono andati perduti. La Domus, sotto questa luce, non è solo importante, ma addirittura fondamentale per ricordarci gli antichi splendori della città. Sbagliano anche coloro che sminuiscono il pregio dei mosaici pavimentali, che sono mirabili esempi dello stile bicromatico geometrico della prima età imperiale. Ce lo rammentano i simboli della “crux gammata”, del quadrato e della stella del mattino, che attualmente giacciono sotto teli scuri e uno strato di sabbia. Niente di definitivo: poche braccia sono sufficienti per restituire i preziosi pavimenti alla vista della cittadinanza. Nel 1530, in seguito al ritrovamento del celebre Idolino di Pesaro - oggi al Museo archeologico nazionale di Firenze - la città inserì nello statuto cittadino alcune disposizioni di legge a protezione delle scoperte archeologiche nel territorio del comune, affinché nessuno, nei secoli futuri, commettesse l'errore di sottovalutarle. Sarebbe il caso che le Istituzioni - e non solo quelle pesaresi - riscoprissero il valore di quelle norme e le mettessero in atto anche oggi, perché le nostre radici storiche e culturali non sono diventate "optional", ma ci appartengono e ci sono ancora necessarie. Roberto Malini, Dario Picciau, Fabio Patronelli, Steed Gamero - Gruppo Watching The Sky
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Città dal cuore di metallo
Pesaro, 18 dicembre 2008. E' una triste giornata di pioggia. No, non è la pioggia che la rende triste. Siamo noi, noi italiani, noi esseri umani, cui nessuna pioggia può lavare via l'immondizia del razzismo, dell'intolleranza, dell'odio. Un'ora fa ero seduto al tavolino di un bar, qui a Pesaro, insieme a un mio caro amico. Entravano persone di tutte le età, alcune si soffermavano solo per un attimo, il tempo di chiudere l'ombrello, controllare se i pacchi natalizi si fossero bagnati, rassettarsi e uscire di nuovo, sotto l'acqua scrosciante. A un certo punto è entrato un uomo di colore, sui 35 anni, che vendeva ombrelli. Voleva solo attraversare il bar, passare da una porta e uscire dall'altra, percorrendo pochi passi all'asciutto. Il barista, dietro il banco, si è alzato in punta di piedi, ha assunto un tono minaccioso e gli ha gridato: "Te lo dico per l'ultima volta, tu qui non devi proprio entrare". I clienti annuivano, fissando l'uomo con ostilità. Una donna ha bisbigliato la "solita" frase: "Non se ne può più. Ma perché non se ne tornano a casa loro". A capo chino, l'uomo stava per uscire, quando l'ho chiamato: "Ehi, perché non ti siedi con noi e non bevi un caffè?". Lui ha sorriso, ha esitato qualche istante, poi si è rassicurato, accorgendosi che eravamo realmente amichevoli, e si è seduto. Preferiva un cappuccino, che ho subito ordinato: "Un cappuccino per il signore". Gli altri clienti erano sbalorditi. Guardavano i baristi con espressioni interrogative, cariche di sdegno. Sembrava di essere a Montgomery, in Alabama, negli anni 1950. L'uomo sorseggiava il cappuccino e sorrideva. Ci ha raccontato di essere venuto in Italia perché in Nigeria faceva la fame. "Ma oggi non si vende niente," si lamentava, indicando il mazzo di ombrelli di tutti i colori. Abbiamo conversato anche di calcio, dell'Inter, la squadra italiana che lui ammira di più e della Nigeria, una delle formazioni più forti d'Africa. Quando è uscito, con i suoi ombrelli pieghevoli, la gente ha finalmente smesso di fissare il nostro tavolino con sguardi di fuoco. Recentemente ho definito Pesaro come "la città dal cuore di metallo," in riferimento alla famosa "palla" di Arnaldo Pomodoro, monumento bronzeo che è fra i simboli della città, ma soprattutto all'intolleranza che si è impadronita delle Istituzioni, delle autorità e di gran parte della cittadinanza. Qualche giorno fa un agente di polizia mi ha chiesto come mai la mia posizione verso la città in cui vivo attualmente, posizione che a volte esprimo sulla stampa locale, sia così critica. "Ammiro molto l'impegno del suo gruppo contro il razzismo, ma è davvero convinto che qui a Pesaro siamo tutti uguali?".
Gli ho risposto che no, non sono convinto che Pesaro sia una città razzista. Qui ci sono anche persone che lottano per una città multietnica, solidale e accogliente. Proprio a Pesaro ho avuto l'onore di conoscere una donna straordinaria, che si impegna quotidianamente per soccorrere i malati che non ricevono cure, i poveri che non ricevono assistenza, i Rom che vengono braccati, aggrediti, minacciati affinché abbandonino la città.

Contemporaneamente, però, mi sono accorto di come i politici, le autorità, la stampa di Pesaro, Fano e di altri paesi del circondario conducano una campagna intollerante non solo verso i Rom, ma verso la gente di colore e i poveri. Ho seguito da vicino la vicenda di alcuni senzatetto, cittadini fanesi, che si sono rivolti ai servizi sociali della loro città. "Che cosa vi aspettate da noi?" ha chiesto loro un'assistente sociale. "Solo un posto dove dormire la notte e l'opportunità di svolgere qualsiasi lavoro, anche umile, anche pagato poco. "Avete sbagliato indirizzo," ha risposto loro la donna, "perché non siamo un albergo né un ufficio di collocamento". A Pesaro è lo stesso. I servizi sociali non si occupano dei cittadini disagiati, ma sono al servizio dei politici e dei cittadini più influenti, quelli che di certo non hanno buchi nelle scarpe. Promosso dai media e nei comizi, l'odio razziale serpeggia ovunque e i diversi sono indotti ad andarsene. A parole si scoraggia il vagabondaggio delle persone indigenti, ma nei fatti anche le case di accoglienza limitano al massimo il periodo di permanenza dei senzatetto: tre giorni, una settimana, dieci giorni, un mese solo per i più fortunati. Accedere ai buoni pasto è un'impresa, non un diritto: quattro al mese, due alla settimana. Stesso discorso per i vestiti dismessi. La gente li dona alle associazioni caritatevoli, ma per ricevere un maglione liso o un paio di pantaloni rattoppati, bisogna passare attraverso la gogna. L'elemosina, poi, è combattuta come se fosse un crimine. In questi giorni natalizi, Pesaro festeggia i simboli della nascita di Gesù, senza rendersi conto che il Redentore venne alla luce in una casa occupata e che sua madre viveva di elemosina, come una "zingara". Se capitasse da queste parti, i cittadini, secondo quanto consigliato dalla Questura, avvertirebbero immediatamente le forze dell'ordine, segnalando la presenza sgradita di "nomadi". Immediatamente scatterebbe la denuncia per "occupazione di stabile rurale" e una solerte assistente sociale provvederebbe, autorizzata da uno di quei giudici che "firmano" il destino di esseri umani che non si degnano neppure di conoscere, a sottrarre il Bambino a Giuseppe e Maria, per affidarlo a una casa famiglia. Buon Natale, Pesaro del cuore di metallo e buon Natale, Fano "lucente come una stella cometa". Roberto Malini
Nella foto di Steed Gamero, Romnì con il suo bambino
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Rom. Milano, piazza Duomo, graffito antirazzista di Alfred Breitman e del Gruppo Watching The Sky
Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Svizzera). Un graffito dell'artista sociale Alfred Breitman in piazza Duomo - raffigurante una grande ruota rossa, simbolo del popolo Rom - per protestare contro la persecuzione dei "nomadi" in Italia. Quindi, di fronte alle autorità di pubblica sicurezza, una "lezione" sul Samudaripen e contro le purghe etniche che si svolgono a Milano e in tutto il Paese. "Ho ricevuto le prime intimidazioni e le prime botte da parte della polizia italiana," ha detto l'artista, "proprio a Milano, negli anni '70, quando avevo 15 anni e mi sono opposto a una violenza poliziesca nei confronti di una ragazza 'nomade'. Sono passati più di 30 anni e la condizione di questo popolo è sempre peggiore. Dal Presidente ai ministri, dai parlamentari ai sindaci, ai prefetti, agli agenti, agli intellettuali e politici di sinistra e destra (uniti dall'odio per la razza Rom), alle cittadinanze: tutti sono responsabili di un crimine atroce contro famiglie innocenti, colpevoli solo di avere la pelle un po' più scura e di parlare la lingua Romani. Le Ruote Rosse che il gruppo Watching The Sky dipingerà nelle città, sfidando i carnefici, sono un invito a tutti gli antirazzisti: non buttate via la vostra anima solidale e democratica, resistete con tutte le vostre forze a questi nuovi nazisti, a questi assassini in giacca e cravatta, a questi mostri".
Rom. L'artista sociale Alfred Breitman realizza performance "abusiva" in Piazza Duomo a Milano
Un grande graffito rosso sul pavimento di piazza Duomo e una lezione di Storia e antirazzismo ai cittadini, alle Istituzioni e agli agenti di forza pubblica
Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Lombardia). Sotto gli occhi esterrefatti dei cittadini milanesi, l'artista ha dipinto lo splendido simbolo del popolo Rom, con uno slogan contro la persecuzione razziale in atto, sul pavimento di piazza Duomo! Con gli agenti di forza publica che lo raggiungono sul posto, Breitman completa la sua performance e li ammonisce a non comportarsi, con i Rom, seguendo le linee discriminatorie promosse da Istituzioni e autorità. Il Gruppo Watching The Sky proporrà in altre cità italiane performance d'arte contro la persecuzione in atto, lavorando sempre sul simbolo della Ruota Rossa e ponendosi in antitesi con il regime persecutorio e gli sgherri che ogni giorno violano esseri umani innocenti, nell'àmbito di una folle purga razziale ed etnica.
La Ruota Rossa del Gruppo Watching The Sky appare in piazza Duomo a Milano: l'Arte sociale sfida il razzismo
Milano, 18 novembre 2008 (da Indymedia Roma). Un graffito di Alfred Breitman in piazza Duomo per protestare contro la persecuzione dei Rom. Un grande graffito raffigurante la Ruota Rossa, simbolo del popolo Rom, è apparso a Milano, proprio sulla pavimentazione di piazza Duomo. Sotto il disegno - un cerchio rosso rubino con 16 raggi - la scritta "Interrompete la persecuzione dei Rom". L'opera di denuncia civile è stata realizzata dall'artista Alfred Breitman, che è rimasto per oltre mezz'ora, in pieno giorno, a spiegarne i contenuti a un capannello di cittadini milanesi. Quando sono intervenuti sul posto alcuni agenti di Polizia Municipale, Breitman ha detto loro che il lavoro gli era stato commissionato dal Circolo culturale "Goffredo Bezzecchi". Non era la verità, ma l'artista ha inteso rendere omaggio a Goffredo Bezzecchi, Rom di 69 anni che vive a Milano ed è l'ultimo testimone della persecuzione nazifascista degli "zingari" lombardi. Gli agenti hanno creduto alla spiegazione offerta da Breitman e si sono fermati a porre domande all'artista, che ha tenuto anche a loro beneficio una breve lezione sul Samudaripen, lo sterminio nazista del popolo Rom e sulle similitudine fra quel crimine contro l'umanità e l'attuale persecuzione che Milano e l'Italia perpetrano sempre contro il popolo "nomade". La performance di Breitman costituisce la prima azione del Gruppo Watching The Sky, per denunciare con gli strumenti dell'arte sociale e dell'arte di strada la più odiosa forma di razzismo del nostro tempo. Alfred Breitman ha abbandonato il luogo della performance fra gli applausi di decine di cittadini, ivi compresi i vigili urbani. L'opera d'arte, realizzata con colori naturali, è stata parzialmente cancellata già nel pomeriggio.
Alfred Breitman: http://en.wikipedia.org/wiki/Alfred_Breitman
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Tre lampadine illuminano il mondo
di Gianluca Carmosino
È accaduto martedì sera in un capannone abbandonato e illuminato con tre lampadine nella periferia est di Roma, perché non potrebbe ripetersi in altre città? Un centinaio di cittadini, poco importa se «militanti» o se rom romeni, si è incontrato per gustare un po' di cibo buono, fare due chiacchiere, ascoltare della musica e guardare il video che racconta l'occupazione di quel capannone da parte di quaranta rom, per lo più donne con meno di diciotto anni e molti bambini [la storia dell'occupazione e il video sono scaricabili dal sito di Carta]. Eppure, nel quartiere non era stato diffuso nemmeno un volantino, la pioggia non si è fermata un attimo per tutto il giorno e il sindaco di Roma si chiama sempre Gianni Alemanno.
Quelle persone, ne siamo stati testimoni, si sono sbarazzati per una serata dell'impotenza che sembra avvolgere molti di fronte all'ondata razzista di questi giorni. Mentre preparavano la cena, litigavano con il generatore che faceva partire le immagini ma non l'audio, cercavano una sedia libera e ascoltavano i racconti di Grifina che da quando è cominciata l'occupazione è tornata a scuola, hanno di fatto costruito le relazioni di fratellanza che prefigurano il tipo di società per cui milioni di persone lottano in tutto il mondo. E lo hanno fatto scoprendosi capaci di interrompere, almeno per qualche ora, le logiche del capitale e quelle xenofobe che dalla prime discendono [i rom rubano i bambini ma sono anche inutili alla crescita del paese]: insomma, creare il tipo di relazioni solidali desiderate non dipende necessariamente dal posto che si occupa nella società, nei processi produttivi e nei luoghi di potere. L'antirazzismo si illumina anche con tre lampadine.
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NAPOLI ADOTTA REBECCA, ARTISTA ROM DI 12 ANNI
Una storia di emarginazione e povertà a lieto fine
di Ap Com
Roma, 2 maggio - Si chiama Rebecca Covaciu, è una ragazzina rom di 12 anni, ha
una vita di povertà, emarginazione e sofferenza alle spalle, ma è piena di
talento: disegna e dipinge.
Rebecca ora ha una chance in più: è stata "adottata" assieme alla sua famiglia
dalla città di Napoli, grazie all''intervento dell''assessore alla Memoria del
Comune di Napoli Dolores Madaro e della giunta comunale.
Un "Grazie al comune di Napoli" è arrivato dal Gruppo EveryOne, che insieme
all'Opera Nomadi ha seguito il caso. Ora Rebecca, soprannominata "la piccola
Anna Frank del popolo Rom", è seguita dagli operatori sociali di Opera Nomadi e
del Comune, assistita dal Centro Lima e dalla Protezione civile di Napoli, e
potrà anche studiare e perfezionare il suo talento.
"La gente crede che siamo tutti ladri - ha confidato Rebecca agli attivisti di
EveryOne - ma i miei genitori desiderano solo lavorare e avere una casa, anche
piccola. Nessuno, però, ci dà un lavoro ed è solo per questo che gli zingari
chiedono l''elemosina".

La famiglia Covaciu lasciò alcuni anni fa il villaggio di Arad, vicino a
Timisoara, in Transilvania, per sfuggire all'indigenza e alla segregazione. I
Covaciu hanno vissuto in Francia, in Spagna e in Italia. La primavera scorsa, la
famiglia rom ha incontrato gli attivisti del Gruppo EveryOne: i volontari li
hanno aiutati e hanno presentato i disegni di Rebecca al Museo d''Arte
Contemporanea di Hilo (Stato delle Hawaii, Usa), che ne espone alcuni, come
espressione dell''arte rom in Europa e della condizione di emarginazione in cui
vivono.
Le opere di Rebecca sono state esposte anche nelle mostre del Gruppo
internazionale di artisti "Watching The Sky", fra cui "Psiche Incatenata", in
occasione della Giornata della Memoria 2008, nelle prestigiose sale
dell''Archivio Storico del Comune di Napoli. Genova ha attribuito l''importante
riconoscimento "Premio Unicef - Caffè Shakerato 2008" ai disegni-testimonianza
della piccola artista, che verrà premiata il 6 maggio prossimo presso il teatro
Verdi di Genova Sestri ponente alla presenza dei ragazzi delle scuole genovesi,
delle autorità scolastiche e cittadine.
La serie di disegni di Rebecca "I topi e le stelle", ispirata alla sua vita
negli insediamenti ''abusivi'', sarà esposta a Roma, Napoli e Genova per la
mostra itinerante ''Arte, infanzia e Diritti dei Popoli''. Rebecca sarà anche la
voce per un appello all''Europa, contro la discriminazione che colpisce il suo
popolo.
L''appello è diventato anche un video, che sarà presentato al Parlamento
europeo.
La storia completa di Rebecca è
disponibile on line su:
www.everyonegroup.com/it
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Caffè Shakerato, il significato di un progetto
Caffè Shakerato rappresenta un modello sperimentale aperto nato dalla vasta
esperienza di un gruppo di docenti, esperti nel settore didattico-educativo,
artistico, musicale ed espressivo che nel corso di tre anni a partire dal 2004
operano con un numero crescente di studenti italiani e stranieri, enti culturali
e organizzazioni umanitarie.
Il Progetto che attualmente coinvolge scuole secondarie di primo e secondo grado
del medio ponente, scuole liguri, le principali organizzazioni umanitarie
radicate nel territorio nazionale ed internazionale, scuole di altri paesi e
continenti collegate al progetto attraverso l’intermediazione delle suddette
organizzazioni, mediatori culturali rappresentativi delle principali culture
d’origine dei nostri studenti, rappresentanti del mondo dell’editoria e della
comunicazione, è un tentativo di superare la possibile, iniziale, diffidenza
verso l’altro, attraverso la conoscenza reciproca e la valorizzazione della
dimensione della creatività, elemento comune a tutte le culture. L’idea di
movimento, scambio e arricchimento è già implicita nel nome di questo progetto.
“Caffè Shakerato” è un po’ una metafora per dire come più elementi, spesso
diversi, talvolta anche in contraddizione, possono mescolarsi senza temere di
perdere la loro identità di partenza. Anzi, alla fine del processo, o meglio, ad
ogni nuovo inizio, ogni ingrediente ne esce fortificato e arricchito pur
mantenendo la propria “originalità” di partenza.
Attraverso la produzione di poesie, racconti in italiano e in lingua originale,
ma anche video, rappresentazioni grafiche e pittoriche, ricette interetniche,
“Caffè Shakerato” ha rappresentato, in questi tre anni di vita, un “luogo”,
nell’accezione sociologica di “spazio caratterizzato da affettività”, dove
persone e culture diverse hanno potuto incontrarsi, conoscersi e arricchirsi
vicendevolmente.
Centinaia di ragazzi delle scuole secondarie di Genova e della Liguria (ma non
dimentichiamo i bambini dell’asilo interetnico Oasis) in questi tre anni hanno
partecipato al “Concorso interculturale sulla creatività espressiva” “Caffè
Shakerato”, promosso dall’Istituto Alberghiero Nino Bergese di Genova, con opere
in italiano, pakistano, albanese, spagnolo, arabo, rumeno, russo, inglese … e
hanno prodotto “cultura”, quella “cultura della scuola” di cui poco si parla in
un contesto sociale dove lo studente è spesso percepito come “fruitore” del
processo educativo e più difficilmente come parte attiva nella costruzione del
sapere.
Alcune di queste opere hanno partecipato in seguito a concorsi promossi da Enti
e Istituzioni e spesso hanno ottenuto altri significativi riconoscimenti. Alcuni
testi sono in seguito “usciti” dalla scuola e sono diventati performances
teatrali, letture pubbliche fatte agli anziani, momenti di festa condivisa.
Hanno partecipato a “Caffè Shakerato”, attraverso progetti scolastici o di
cooperazione internazionale, anche ragazzi o comunità intere di altri paesi e
continenti come la Francia, il Benin, l’India, il Sahrawi, il Sudan, il Chiapas.
L’incontro tra persone e culture si è arricchito così ulteriormente grazie alle
attività di solidarietà svolte con prestigiose organizzazioni che hanno permesso
ai nostri ragazzi di raggiungere e conoscere realtà molto diverse da quella in
cui vivono.
Inoltre, attraverso l’incontro con ragazzi di altri Paesi, mediato attraverso le
organizzazioni umanitarie, i ragazzi hanno assunto un impegno comune che ha
rappresentato uno stimolo molto forte alla produzione di testi, video, immagini
relativi all’esperienza condivisa. Ma non solo: avere un obiettivo comune, come
scrivere una poesia d’impegno civile per le comunità zapatiste del Chiapas,
realizzare un video in lingua spagnola per far loro conoscere la nostra città,
oppure dare parola, attraverso il linguaggio poetico, alle immagini
fotografiche, straordinariamente comunicative, delle comunità nomadi del Sahrawi,
ha permesso ai ragazzi delle nostre classi, italiani e stranieri, di avere uno
scopo condiviso che già, di per sé, crea unità nella diversità.
Si profila, inoltre, una direzione di ricerca nella didattica della lingua che
può superare il limite di un’impostazione ancorata totalmente a parametri di
tipo cognitivistico, fondati sul controllo delle strategie e dei sottoprocessi
che consentono di superare le difficoltà che impediscono un pieno conseguimento
degli obiettivi perseguiti.
“Caffè Shakerato” può consentire di far emergere nuove piste di lavoro: in
particolare spinge a cogliere e valorizzare i tratti di positività che sono
rintracciabili nella presenza degli alunni stranieri nelle nostre scuole. Si può
evitare in tal modo di interpretare e ricondurre l’alunno straniero all’interno
della categoria del “deficit”, mettendo a fuoco, sia pure per aiutarlo, soltanto
le sue difficoltà.

Le motivazioni
Da un’attenta osservazione dei cambiamenti sociali in atto, in
particolare, nell’ultimo decennio dovuti ad una pluralità di cause studiate e
analizzate da studiosi di ogni campo, non ultimo la massiccia immigrazione di
cittadini provenienti da svariate culture, diventa fondamentale per le agenzie
educative e in particolare la scuola, farsi carico di elementi di novità che
rappresentano un’opportunità di conoscenza, arricchimento culturale, educazione
alla convivenza e alla solidarietà per gli studenti italiani e di reale
integrazione come cittadini attivi per ragazzi e ragazze delle nuove generazioni
appartenenti ad altre culture.
Più in particolare il progetto è nato all’interno di un Istituto scolastico
professionale, l’Istituto Alberghiero “Nino Bergese”, ad alta frequentazione di
studenti provenienti da diversi Paesi stranieri e con un bacino d’utenza, anche
per quanto riguarda gli studenti italiani, vario e connotato da un’alta
disaffezione alla frequenza scolastica, con numerosi e documentati casi di
abbandono.
Ricerche svolte da esperti tra cui mediatori culturali che collaborano
stabilmente con il nostro istituto, docenti, università (Facoltà di scienze
della Formazione, Medicina ed altre), antropologi e psicologi hanno ampiamente
documentato la situazione di criticità e la necessità di interventi che portino
ad una riduzione del tasso di dispersione scolastica soprattutto nel primo
biennio ed in particolare in riferimento agli studenti stranieri.
Destinatari dell’intervento sono gli studenti dell’Istituto, delle scuole
secondarie di I e II limitrofe, di altre scuole genovesi interessate al progetto
e in “rete” da due anni, di scuole secondarie (Istituti Professionali, Tecnici e
Licei) della Regione Liguria e di ragazzi di intere comunità di altri paesi e
continenti attraverso la mediazione di alcune organizzazioni che operano
direttamente nel settore educativo all’interno del mondo del volontariato. Si
configurano pertanto delle “architetture di andata e ritorno” che aprono scenari
nuovi in un movimento di circolarità che è alla base di un approccio innovativo
rispetto a quello tradizionale.
Si è rilevato nel corso dell’esperienza condotta che gli studenti che hanno
partecipato al Progetto sono spesso riusciti a migliorare le proprie prestazioni
scolastiche ma, soprattutto, la maggior parte dei ragazzi che ha partecipato
alla vasta rosa di iniziative proposte ha evitato quel fenomeno così presente e
pressante nella scuola professionale che è rappresentato dagli alti tassi di
dispersione scolastica.
Le attività
La scuola pilota del Progetto presenta ogni anno un tema legato alla
dimensione espressiva che sia di forte stimolo alla creatività dei ragazzi sotto
forma di un concorso relativo alla produzione di poesia e testi in prosa in
lingua originale (con traduzione) e in italiano, video, immagini artistiche, e
performance teatrali.
Tale concorso viene diffuso attraverso canali istituzionali, quali circolari
alle scuole, siti Internet, ecc.
Viene inoltre presentato ai docenti interessati il percorso didattico-educativo
seguito che è poi il modello di lavoro adottato dai promotori.
Tale modello, proposto alle classi dell’Istituto, prevede un coinvolgimento dei
docenti, in particolare di lettere, dei mediatori culturali e di esperti nel
campo artistico, musicale, delle arti figurative e teatrali o esperti esterni.
In particolare, all’interno dell’Istituto promotore, che ha tentato un percorso
sperimentale, vengono svolti, nelle classi del primo biennio, laboratori
espressivi, artistici, teatrali, ecc. fortemente mirati alla comunicazione
interculturale, condotti da esperti esterni alla scuola nelle ore curricolari in
codocenza con l’insegnante di classe.
L’attività svolta, che ha una sua autonomia rispetto al concorso interculturale,
funge spesso da stimolo per l’elaborazione di testi, video, immagini legate al
tema del concorso.
Alcuni studenti, italiani e stranieri, coordinati dai docenti di alimentazione e
cucina compiono una ricerca legata alla cucina dei paesi di provenienza dei
partecipanti al concorso. Questa ricerca, compiuta anche in collaborazione con
le famiglie, condurrà alla preparazione di un buffet interetnico offerto in
occasione della premiazione.
Importante anche il coinvolgimento delle principali organizzazioni umanitarie a
livello internazionale, nazionale e cittadino, per diffondere la cultura del
volontariato e coinvolgere i ragazzi italiani e stranieri su progetti che
arrivino ai diretti interessati e che spesso hanno una connotazione culturale
oltre che un’apertura alla solidarietà sociale e prevedono un feedback dalle
realtà coinvolte.
Tra le attività che garantiscono apertura, comunicazione ed educazione alla
mondialità, alla pace e alla solidarietà vi è la partecipazione a progetti
promossi da associazioni non governative che sono in rete con Caffè Shakerato.
Alcune classi partecipano al concorso con opere frutto di una rielaborazione
personale dell’esperienza svolta. Alcune di queste opere sono poi arrivate alle
comunità “adottate”dai nostri studenti.
Centrale è l’intervento, nella fase finale, dei mediatori culturali per la
revisione delle traduzioni dei testi in lingua originale.
Ogni anno i promotori preparano un evento conclusivo pubblico con grande
partecipazione di studenti, docenti, genitori, mediatori, associazioni, cariche
diplomatiche e istituzionali.
Tale evento è anche un momento d’incontro e di visibilità pubblica molto forte
del lavoro svolto.
I “prodotti” realizzati e le modalità di lavoro via via seguite vengono diffuse
attraverso pubblicazioni, siti, letture pubbliche, partecipazioni ad altri
concorsi.
Le responsabili del Progetto
Prof.ssa Daniela Malini (Ideatrice e responsabile culturale)
Prof.ssa Patrizia Falco (Responsabile onlus e Docente esperto garante per i
diritti dell’infanzia)
Prof.ssa Ingrid Pfaffinger (Responsabile organizzazione e Design)
Nella foto, una delle
pubblicazioni di "Caffè Shakerato"
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6
maggio a Genova, IV edizione del Concorso interculturale sulla creatività
espressiva “Caffè Shakerato”
Martedì 6 maggio a partire dalle ore 9.00 presso il Teatro Verdi di Genova
Sestri Ponente si terrà la premiazione del Concorso interculturale sulla
creatività espressiva “Caffè Shakerato” IV edizione, promosso dall’Istituto
Alberghiero Nino Bergese di Genova “Scuola Ambasciatrice di Buona Volontà
UNICEF” in sinergia con il Comune di Genova – Municipalità Medio Ponente.
Il Concorso ha coinvolto studenti di Istituti di ogni ordine e grado e ha visto
la partecipazione di ben 15 scuole genovesi e liguri, dell’asilo Interetnico
Oasis, della Scuola Laboratorio di ricerca e sperimentazione teatrale del Teatro
delle Nuvole, del
Gruppo EveryOne, del Carcere
maschile di Marassi – sezione a custodia attenuata, del circolo Arci “8 marzo” e
anche di realtà di altre regioni italiane.
Hanno patrocinato il progetto il Comune di Genova – Municipalità Medio Ponente,
l’Unicef, il Secolo XIX, Radio 19, Coop Liguria, La Lontra editore, la Consulta
dei Giovani.
Hanno inoltre aderito al progetto associazioni e organizzazioni umanitarie tra
cui Ya Basta, Genova con l’Africa, Genova con il Sahrawi, Music for peace, la
Biblioteca Guerrazzi ecc.

Tema del concorso, articolato in sezioni, (video, immagini, opere in lingua
originale, poesia e prosa, adulti) è la “Distanza”. Mentre le nuove tecnologie
sembrano quasi annullare l’idea di “distanza”, dando a ciascuno l’impressione di
poter raggiungere con facilità luoghi, persone e informazioni, emerge, nella
società come nei singoli individui, un bisogno crescente di comunicazione e di
incontro, di scambio e solidarietà reali.
Oltre 150 le opere pre-selezionate dalle singole scuole e giunte alla giuria
formata da esperti di numerose discipline tra cui Rosa Elisa Giangoia
(presidente), Amina Di Munno, docente universitaria, Pasquale Dieni, insegnante
e fondatore de “Le quattro chitarre”, Marco Romei, drammaturgo, Maria Eugenia
Esparragoza, mediatrice culturale e membro del comitato scientifico ministeriale
sull’intercultura, Ribka Sibhatu scrittrice eritrea, Nadia Gherardi, insegnante,
referente di progetti a valenza sociale, Sergio Massone, artista ed esperto di
tematiche legate al disagio giovanile.
All’interno della premiazione verranno assegnati alcuni riconoscimenti speciali,
tra cui il “Premio Unicef”, il “Premio La lontra” per i lavori in lingua
originale e, novità di questa edizione, il premio assegnato dal quotidiano “Il
Secolo XIX”.
Presenta Davide Mancini, diplomando della scuola del Teatro Stabile di Genova ed
ex studente dell’Istituto Bergese. Letture di Franca Fioravanti, Teatro delle
Nuvole.
Al termine della premiazione verrà offerta una “merenda” dalla Centrale del
latte Tigullio.
La cittadinanza è invitata.
Per conoscere il percorso seguito e le finalità del progetto, nonché i testi
vincitori e le modalità di collaborazione con le organizzazioni umanitarie è
possibile richiedere
all’indirizzo mail il volume
“Caffè Shakerato - dimensione espressiva e didattica interculturale” - Ministero
della Pubblica Istruzione - Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria che
contiene scritti di docenti ed esperti e la pubblicazione dei testi vincitori
delle tre edizioni.
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Lettera aperta ai direttori dei manicomi
di Antonin Artaud (1935)
Signori, le leggi e le convenzioni vi concedono il diritto di valutare lo
spirito umano. Questa giurisdizione sovrana e indiscutibile voi l'esercitate a
vostra discrezione. Lasciate che ne ridiamo. La credulità dei popoli civili, dei
sapienti, dei governanti dota la psichiatria di non si sa quali lumi
sovrannaturali. Il processo alla vostra professione ottiene il verdetto
anzitempo. Noi non intendiamo qui discutere il valore della vostra scienza, né
la dubbia esistenza delle malattie mentali. Ma per ogni cento classificazioni,
le più vaghe delle quali sono ancora le sole ad essere utilizzabili, quanti
nobili tentativi sono stati compiuti per accostare il mondo cerebrale in cui
vivono tanti dei vostri prigionieri? Per quanti di voi, ad esempio, il sogno del
demente precoce, le immagini delle quali è preda, sono altra cosa che
un'insalata di parole? Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad
un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo,
invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette di
sanzionare mediante l'incarcerazione a vita le loro ricerche nel campo dello
spirito umano.

E che incarcerazione! Si sa – e ancora non lo si sa
abbastanza – che gli ospedali, lungi dall'essere degli ospedali, sono delle
spaventevoli prigioni, nelle quali i detenuti forniscono la loro manodopera
gratuita e utile, nelle quali le sevizie sono la regola, e questo voi lo
tollerate. L'istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della
giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale. Non
staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi
il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei
vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono,
anch'essi, internati arbitrariamente.
Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio,
altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di
idee o di azioni umane. La repressione delle reazioni antisociali è per
principio tanto chimerica quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono
antisociali. I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura
sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell'uomo, noi
reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità,
perché è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli
uomini che pensano e agiscono. Senza stare ad insistere sul carattere di
perfetta genialità delle manifestazioni di certi pazzi, nella misura in cui
siamo in grado di apprezzarle, affermiamo la assoluta legittimità della loro
concezione della realtà, e di tutte le azioni che da essa derivano. Possiate
ricordarvene domattina, all'ora in cui visitate, quando tenterete, senza
conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali, dovete
riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.
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Almeno Britney Spears
Racconto breve di Laura Todisco
Una volta era solo la domenica, poi cominciò a verificarsi già all'inizio del
sabato.
Ogni weekend ritornava, quella sensazione profonda di noia e di morale sotto i
piedi: la depressione del finesettimana. Le prime domeniche noiose risalivano
alla sua infanzia, quando tutti i membri della sua famiglia si riunivano intorno
alla tv a guardare Domenica in.
O meglio, quasi tutti. Sua zia adolescente era chiusa nella cameretta ad
ascoltare l'orribile musica degli anni 70; i vinile ruotavano intorno alla
puntina del giradischi e riempivano l'aria di suoni mezzo psichedelici, conditi
di insulse parole d'amore, miserie musicali di band e cantanti di cui restano
solo i nomi, allora così evocativi, oggi così ridicoli e niente altro: i
santoni, i semplici, gli alunni di questo o di quell'altro. Nomi venuti fuori
direttamente dalle sagrestie e dai coretti domenicali... come la gente che li
portava. Ogni tanto arrivava la notizia di qualche bomba a mutare in nero, il
nero della morte ed il buio dell'anima, il grigio sovrastante. Gli anni 80,
invece, erano stati fantastici, euforici ed euforizzanti: soprattutto la musica
e poi... più niente. 36 anni ancora a casa con la famiglia, 36 anni che per lei
ne valgono 50, perché a 17 aveva quasi spaccato il mondo, perché aveva trascorso
un'adolescenza da Dio, perché aveva conosciuto, vissuto, sperimentato e amato.
Pensava che il seguito sarebbe stato in salita o, magari, in linea retta.

Invece si era riarrotolato tutto ed erano ricominciati gli
anni del grigio e delle bombe a mutare in nero il grigio sovrastante (erano solo
cambiati i nomi dei bombaroli, ora sembravano usciti dalle Mille e una Notte). E
mentre i suoi coetanei si consideravano post-adolescenti, lei si vedeva come una
Britney Spears in versione intellettuale, fallita tanto tempo fa, col suo
matrimonio mai celebrato – aveva 19 anni quando decise e 19 anni e due giorni
quando cambiò idea – e la sua unica convivenza durata 4 giorni, quando aveva 25
anni. Almeno Britney aveva due bambini, mentre lei nemmeno quelli e non ne
voleva. Più precisamente, non avrebbe voluto partorirli. Almeno Britney aveva la
sua casa, mentre lei nemmeno quella. E ora sua madre aveva cominciato a stirare
facendola precipitare in uno stato ancora più pietoso. Il quadro era completo:
sabato pomeriggio, 36 anni a casa con i genitori e la mamma che stira in
cucina... la concretizzazione di una canzone di Claudio Baglioni. O era
Venditti? "Tanto, è uguale..." si disse. E chiuse gli occhi.
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Testimoniare un campo rom: Stalker e
Antun Blazevic
Dal progetto nel campo rom del Foro Italico di Stalker e dal progetto di uno
spettacolo teatrale sui rom di Anton Blazevic nasce l'incontro per costruire
un'esperienza tra il mondo dei rom e il mondo dei gagè (i non rom).
Lunedì 31 marzo ore 17.30
Via Aldo Manuzio 72, ex Mattatoio
Facoltà di Architettura Roma3
Numerose esistenze nate e cresciute in seno ad un paradosso legislativo e
urbanistico. Il cui futuro è sospeso nei campi sosta provvisori. Quello di Via
del foro italico è un campo provvisorio dal 1991, ovvero da 17 anni. In 17 anni
nascono bambini, muoiono anziani, si costruiscono rapporti con la città, si ha
cura degli altri, si torna in patria, si ha fede nella vita, si cambia e si
resta sempre identici. Dopo 17 anni di provvisorietà permanente la paura dello
sgombero mette ancora in discussione la scommessa sul futuro. E più che mai sul
presente. Due mondi si incontrano immaginando assieme uno spazio nuovo capace di
accoglierli entrambi.

Stalker/Osservatorio Nomade
Foro Italico 531
Un progetto di Stalker/Osservatorio Nomade a cura di Francesco Careri e Ilaria
Vasdeki nell'ambito della ricerca "Nomadismo e Città. Abitare informale, campi
rom e ricoveri occasionali, letti attraverso le pratiche e le esperienze
dell’arte pubblica” del Dip.S.U. Dipartimento di Studi Urbani – università di
Roma 3, in collaborazione con il corso di Arte Civica prof. Francesco Careri,
Facoltà di architettura Roma3
info:
http://foroitalico531.wordpress.com
video:
http://it.youtube.com/reterom
www.osservatorionomade.net
Antun Blazevic
Ricordi
Dall'incontro di un gruppo di Rom, appassionati di musica e teatro, nasce la
necessità di mettere insieme gli interessi comuni, per dare vita a un soggetto
culturale capace di proporre uno spettacolo teatrale, in cui
unici protagonisti siano i Rom.
L'ideatore del progetto è Antun Blazevic, che attualmente collabora come
mediatore culturale Rom con il Comune di Roma, ed è protagonista, oltre che
coautore dei testi, dello spettacolo teatrale realizzato da Moni Ovadia "Ieri e
oggi, storie di ebrei e di zingari". Lo affianca un gruppo di musicisti della
formazione Taraf Metropulitana.
COSA VOGLIAMO FARE
La cultura e le tradizioni del popolo Rom si esprimono per lo più attraverso la
musica e i racconti orali. Non esiste praticamente niente di scritto, né musica,
né letteratura, né altre espressioni artistiche, che quindi si tramandano tra le
generazioni solo con le parole e l'insegnamento pratico. L'evolversi degli stili
di vita, l'abbandono pressoché totale del nomadismo, la necessità di inserirsi
nel tessuto sociale urbano soprattutto da parte dei giovani, rischiano di far
disperdere un patrimonio culturale dalle radici antichissime, o di renderlo
preda della modernizzazione, stravolgendone l'identità.
LO SPETTACOLO
Da tempo si assiste, nel mondo degli appassionati dello spettacolo, ad una
tendenza (che si sta trasformando in moda) verso la musica e la cultura Rom,
prevalentemente d'origine balcanica. A questo evidente entusiasmo non si
accompagna però, da parte degli spettatori, un altrettanto evidente bisogno di
conoscere da che cosa e da chi lo spettacolo trae le sue origini: molti
"intenditori" si fermano alle musiche di Goran Bregovic o ai film di Emir
Kusturica, e niente invece sanno delle vere radici della storia dei "gitani", né
delle loro attuali condizioni di vita nelle aree cittadine. Lo spettacolo che
intendiamo mettere in scena vuole proporre un nuovo approccio del pubblico verso
la cultura Rom. La musica e i testi sono integralmente elaborati dal gruppo
proponente. La struttura scenografica riproduce, in maniera scarna, ma efficace,
le condizioni di un "campo sosta". Sul palco si alternano un unico attore e i
musicisti, accompagnati a volte da danzatrici. I brani recitati dall'attore (Antun
Blazevic, che ne è anche l'unico autore) raccontano storie di vita, in prosa e
in poesia, del popolo Rom. I pezzi musicali, risalenti alle tradizioni
balcaniche, sono rielaborati in modo originale dalla "band" Taraf Metropulitana,
e accompagnano la voce narrante, adattando la musica al racconto.
COSA CI ASPETTIAMO
Il nostro spettacolo si intitola "Ricordi". Sono i ricordi di un'epoca che pare
tanto lontana, ma che invece è ieri, sono i ricordi dei vecchi, che non vogliono
che i giovani dimentichino le loro origini, sono i ricordi di un mondo che
appare all'esterno in modo troppo spesso negativo o solo folkloristico, mentre
invece vive ancora oggi in uno stato di segregazione sociale che di
folkloristico ha molto poco.
Probabilmente il nostro è finora l'unico tentativo, in Italia, di ideare e
portare in scena uno spettacolo interamente progettato solo da Rom. Crediamo
fortemente nel teatro come forma di diretto coinvolgimento del pubblico rispetto
a ciò che viene rappresentato: questo tipo di comunicazione, a metà strada tra
il messaggio sociale e il divertimento, può costituire una vera novità nel
promuovere il dialogo e la comprensione tra diversi modelli di vita, tracciando
un nuovo percorso verso una reciproca, reale conoscenza tra Rom e "gagè".
Antun Blazevic
Mediatore culturale, protagonista e coautore dei testi dello spettacolo teatrale
realizzato da Moni Ovadia "Ieri e oggi, storie di ebrei e di zingari"
web:
http://chisonoglizingari.blogspot.com
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Ho sentito sulla mia pelle l'odio...
Una riflessione di Laura Todisco
Vi sono esseri umani cui le società moderne, anche le più civili, negano il
diritto di esistere, il diritto di vivere. Fra queste vittime dell'intolleranza,
anche i Rrom che vivono in Italia. Quanto sono vere e giuste le parole di Natale
Adornetto, che si batte da tanto tempo contro gli abusi del potere, fra cui sono
particolarmente odiosi quelli perpetrati dalla psichiatria! Molti nostri
concittadini firmano petizioni, fanno marce e indossano fiocchetti rossi, rosa o
blu, solo per mettersi cattolicamente o "da veri progressisti" la coscienza a
posto, ma quando si tratta di agire nell'immediato, laddove si può agire, girano
la faccia dall'altra parte, anche quando si tratta di persone loro vicine, loro
amiche o parenti. E, cosa peggiore,sono spesso gli aguzzini di quelle persone,
perché deboli, indifese o perché semplicemente diverse. Diverse dalla massa che
– diversamente dall'astuto Ulisse - si lascia incantare dalle sirene che cantano
di soldi e successo facili... costruiti sulla pelle del prossimo, quel prossimo
troppo puro e semplice di cuore per essere invitato ai "bagordi" e per questo
fastidioso. Mi sono identificata nelle parole di Natale, anche se non ho subito
in prima persona il TSO.

Ma ho sentito sulla mia pelle l'odio, l'insofferenza e la
voglia di escludermi (sin da quando ero bambina e solo perché incapace di non
rivelare la verità e i miei pensieri... a volte solo attraverso uno sguardo
incapace di mentire). Ho avuto un amico – fraterno – massacrato dalla
psichiatria quando si faceva la fila nei vari Maurizio Costanzo show a
proclamare che i manicomi erano stati chiusi, mentre sono stati aperti per
almeno altri 10 anni ed il mio amico vi è stato rinchiuso, sedato col bromuro e
con altre schifezze usate per sedare gli animali, approfittando del clima
euforico che c'era in giro. Mia sorella si è ammalata perché incapace di reggere
all'odio ed agli sguardi atroci (a differenza mia) e solo perché siamo degli
stranieri in patria, come gli ebrei nella diaspora... solo perché non siamo
camorristi, solo perché non siamo ricattabili dal primo che si incontra per
strada, perché non abbiamo bisogno degli strozzini, né degli spacciatori di
droga... per gonfiare il nostro misero ego. La morte civile, in una città ormai
morta da secoli!
Nella foto, Laura Todisco
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Manifesto degli Psichiatrizzati
di Natale Adornetto
(http://www.tracce.org/adornetto.html)
Pensieri e parole di Natale per la Pasqua
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Da questa citazione dall'opera "Se questo è un uomo" di Primo Levi, con i dovuti
adattamenti per gli ultimi tre versi, io ne traggo il mutatis mutandis per le
persone che sono state e sono rinchiuse nei manicomi e negli Ospedali
Psichiatrici Giudiziari, per tutte quelle che hanno subito Trattamenti Sanitari
Obbligatori, per tutte quelle devastate, distrutte ed annichilite dalla
psichiatria, per tutte le migliaia e milioni di Esseri Umani vittime innocenti
ed incolpevoli degli psichiatri e delle psichiatre.
Levi scrive "Meditate che questo è stato".
Riguardo alle persone psichiatrizzate, vi dico di meditare che questa
carneficina, questo genocidio, non solo è stato MA TUTTORA E'.
E, purtroppo, per come stanno le cose, lo sarà, come minimo, per molte decine di
anni ancora.
Ed oltre ad esserci tuttora, quello che è stato e viene fatto dalla psichiatria
ai fortuiti e malcapitati psichiatrizzati, nel globale è peggio di quello che
hanno fatto nei campi di concentramento, campi di concentramento non solo creati
dalla Germania ma anche da altri Paesi e anche dopo la seconda guerra mondiale.
Ed è anche peggio di ciò che ha fatto l'Inquisizione.
E non solo è peggiore, ma anche più esecrabile, difatti vi è la pesante
aggravante che queste cose peggiori non sono fatte in tempi di guerra o nel
medioevo oscurantista.
Vengono fatte in Stati ove non c'è guerra, nell' "illuminato" terzo millennio e
contro persone facenti parte della medesima popolazione, contro il proprio
vicino di casa.
Per me è e sarà pure questa la Giornata della Memoria, una Giornata Eterna, una
Giornata Sempreverde – infatti Commemoro in me ogni giorno le vittime della
psichiatria.
Tutte le persone, tranne pochissime, fra cui io, si "difendono" da certe cose in
certi modi.
Si creano gli "alibi", le giustificazioni, le assoluzioni. Ciò per non sentirsi
conniventi e complici attivi delle violenze commesse.
Però questi alibi (ai miei occhi per altro fragili e inconsistenti) che le
persone si creano, sono ampiamente rivelatori, denotano chiaramente la loro
falsa e/o cattiva e/o ipocrita e/o sporca coscienza.
Il primo modo usato dalle persone per inventarsi l'alibi, è il riconoscere
crimini contro l'umanità solo come commessi nel passato, in un passato
abbastanza lontano, in un tempo in cui loro non c'erano, così da essere sicure
che non c'entrano, in modo da poter dire a se stesse e agli altri ciò, in
maniera da poter dire a se stesse e agli altri che se ci fossero state,
avrebbero fatto qualcosa. In modo da poter dire a se stesse e agli altri che una
volta avvenivano efferatezze ma che oggi queste non avvengono, che va "tutto
bene", che i tempi "sono cambiati", che l'inciviltà e la barbarie fanno parte
del passato.

Il secondo modo usato per crearsi un alibi, è il riconoscere, quando proprio non
se ne può fare a meno, che determinate cose ci sono, che avvengono, ma che
accadono in Paesi lontani, abbastanza lontani, per poter dire a se stesse e agli
altri quanto già scritto su, per poter dire a se stesse e agli altri che le
nefandezze vengono sì commesse, ma in Paesi stranieri, non nel proprio, da altre
persone, non da loro. Così da poter dire che certe cose loro non le fanno, che
non le permetterebbero nel loro Paese, che farebbero qualcosa, che
protesterebbero, che si attiverebbero.
In ogni caso, ci deve essere la lontananza. E se questa, di fatto, non c'è,
viene illusoriamente creata – in modo che ci siano le distanze, in modo da poter
prendere le distanze. Questa fa stare le persone "con la coscienza pulita e a
posto".
Come se ci fosse necessità di andare lontano temporalmente e spazialmente per
vedere determinate truculenze, come se ci fosse bisogno di andare lontano da
loro stesse per constatare determinate abiezioni e turpitudini.
Da loro stesse. Infatti, un altro espediente, "racchiuso" ed "implicito" nei
precedenti, è il pensare che anche quando le bestialità avvengono nell'oggi e
dove si vive, per quanto possano essere vicine, sono ugualmente "lontane" dalla
loro persona, che non le hanno fatte loro, che non le riguardano, che non è
causa loro, che non ci possono far niente.
Lontano nel tempo, quindi altri. Lontano geograficamente, quindi gli altri.
Anche se vicino, lontani, perciò altri.
Sono sempre gli altri, le cose le fanno sempre gli altri, le colpe sono sempre
degli altri.
Vero, care persone?
Ma chi sono questi "altri"? Con chi si parla si parla, sono sempre gli altri.
Io non ho mai trovato "altri", non ho mai visto "altri", gli "altri" NON
ESISTONO.
GLI ALTRI SIAMO NOI, NOI TUTTI, SENZA ECCEZIONE ALCUNA.
GLI ALTRI SIETE VOI, TUTTI VOI CHE DITE CHE SONO SEMPRE GLI ALTRI.
Fa comodo, molto comodo, pensare che in ogni cosa, in tutte le cose, sono sempre
e comunque gli "altri", eh? Anche quando le cose le facciamo "noi" e, quindi, le
responsabilità, i torti e le colpe sono unicamente "nostre", di coloro cioè che
commettono qualcosa.
Non è così, carissimi santarellini e carissime verginelle?
Lontano nel tempo. Succede quindi che tutti si prostrino se si parla, ad
esempio, di olocausto effettuato in passato.
Però nessuno dice niente per gli stermini attuali, nessuno muove un dito.
E per dire il vero, quando si tratta di psichiatrizzati, le persone se ne
strafregano altamente e tantissime di loro rincarano la dose, infieriscono e
affondano il coltello, le unghie e i denti.
E sono le medesime persone che si prostrano.
Lontano geograficamente. Accade dunque che le persone si scandalizzino, ad
esempio, per Guantanamo, ma non dicono nulla per le stesse torture che avvengono
nelle terre ove abitano.
Le persone si struggono perché alla tv vedono che in un istituto straniero un
bambino viene selvaggiamente picchiato. Ma le stesse persone non vogliono vedere
le migliaia di bambini che vengono brutalizzati dove vivono loro, bambini
brutalizzati dai loro stessi genitori. E quando vedono o sanno, minimizzano
l'accaduto, giustificano gli aguzzini, dicono che è cosa da poco o che non ci fa
niente, assolvono tutti e si autoassolvono: "Cosa vuoi che sia, cosa volete che
sia?".
In pratica, in concreto, per un po' di brusio ci deve ogni volta scappare il
morto. Ed è solo brusio, nient'altro, brusio che per altro ha ogni volta breve
durata.
In pratica, in concreto, non si fa nulla "qui da noi".
(Parlando di bambini, ogni volta che vado in giro, vedo almeno 6-7 bambine/i
seviziati/e fisicamente e/o mentalmente da uno dei genitori. E lo fanno per
strada. Tanto sanno che quando determinate cose – che sono molte, moltissime -
le fanno in tanti, nessuno dice niente, nessuno biasima, c'è il tacito plauso,
spesso l'istigazione e/o la connivenza attiva).
E come è per questa dei bambini, è per tutte le altre cose, per tutto il resto.
Oh, per carità, non voglio di certo dire che non c'è nessuno che dica e faccia
qualcosa. Il punto è, semplicisticamente", che quando non c'è un vero movimento
popolare d'indignazione, non cambia niente, e chi commette certi crimini
continua imperterrito per la sua strada ad imperversare fra l'indifferenza o
l'approvazione delle masse.
E, per carità, non voglio mica dire che non si deve solidarizzare con ciò che
succede lontano, anzi.
Dico però che come si solidarizza con persone "lontane", si dovrebbe farlo pure
con quelle "vicine".
Ritornando a quello che è il mio discorso principale, dico a tutte/i che in
questo mondo, nella vostra terra, nelle città e nei quartieri ove abitate, ci
siamo anche noi psichiatrizzati/e, i "moderni ospiti" dei campi di
concentramento a cielo chiuso diffusi in ogni dove, campi di concentramento
voluti, coriaceamente difesi e gestiti dalla psichiatria - dagli psichiatri e
dalle psichiatre; e dall'esercito di "kapos" (quasi totalità degli operatori, di
cui tanti consapevoli, e tantissima popolazione, per la maggiore inconsapevole –
perché ignora la vera realtà dei fatti, ignora gli scempi, i massacri e le
distruzioni compiute dalla psichiatria; "kapos" inteso principalmente come
coloro che involontariamente danno un contributo fondamentale al tenerci
relegati nelle condizioni in cui ci troviamo) che gli vanno dietro e che sono
parte integrante e attiva delle sofferenze e dell'impoverimento umano e
spirituale degli psichiatrizzati, della fine in vita delle nostre Vite, di
questa strage immane e perpetua.
Le parole e le solidarietà vengono dette ed espresse per tante persone e
popolazioni vessate, rifugiate, oppresse, massacrate, disperate, scacciate,
affamate, emarginate, torturate, sfruttate, perseguitate, martirizzate,
depauperizzate, bombardate. E a volte, quando riesce possibile, gli si danno
anche aiuti concreti.
Quello che viene fatto a noi psichiatrizzati, non è da meno di ciò che viene
fatto alle persone e popolazioni succitate; anzi, per certi aspetti, per tanti
aspetti, forse è anche di più.
A tutte le persone chiedo di avere un pensiero per noi, anche un pensiero breve,
non per forza lungo, ed anche solo fugace va bene.
In questo mondo, in questa terra, fra le sfolgoranti meraviglie dell'universo,
ci siamo anche noi.
In questa vita, ci siamo pure noi.
E siamo persone vive, esseri umani, non carne da macello, non persone da
calpestare fino alla più totale storpiatura e bruttura del corpo, del viso e
dello spirito. Non siamo bestie senz'anima, senza sentimenti e senza sensazioni;
e non vogliamo che ci riducano tali.
Se si capita nelle mani degli psichiatri, avvengono automaticamente e in
contemporanea almeno quattro cose, tutte estremamente gravi, tutte estremamente
pesanti.
A) Si viene diagnosticati come malati di mente, ci stigmatizzano, ci marchiano.
B) Di conseguenza, le persone vengono trattate come pazzi, come nullità, come
elementi guasti da sistemare, e da sistemare con gli psicofarmaci.
C) A queste offese si aggiunge l'insulto dei veleni e torturatori chimici
denominati psicofarmaci, che devastano, straziano, offuscano, eclissano e
massacrano psicofisicamente gli psichiatrizzati riducendoli a larve, spegnendoli
su ogni cosa, rendendoli incapaci di alcunché.
D) La gente tutta considera gli psichiatrizzati come relitti, come esseri
insignificanti, come persone che non valgono e non contano nulla, come esseri ai
quali non va data considerazione, come esseri da deridere e sbeffeggiare e,
talvolta, da maltrattare, come persone da evitare e con cui non parlare, come
esseri da rifuggire, come esseri le cui parole non hanno valore e significato
alcuno, come persone prive di sensazioni, come esseri inespressivi, come
poveretti da commiserare e da compatire. Con gli psichiatrizzati nessuno ci
vuole avere a che fare, nessuno li vuole frequentare, nessuno pensa di
instauraci una relazione esistenziale ed umana. Gli psichiatrizzati non li vuole
nessuno: sotto tutti gli aspetti, in ogni campo e in ogni dove.
Il tutto favorito dal fatto che la gente vede gli psichiatrizzati stroncati
dagli psicofarmaci, capillarmente stroncati come persone e come esseri umani che
provano dei sentimenti e degli affetti.
Una qualsiasi persona, per quanto brillante sia e per quanto apprezzata sia, dal
momento in cui viene psichiatrizzata, dal momento in cui gli viene inflitta
l'ineliminabile marchiatura psichiatrica, subisce inevitabilmente e
spietatamente quello che ho scritto nei quattro punti.
I sopravvissuti ai campi di concentramento poterono uscirne perché finì la
guerra. Per noi non c'è la possibilità della fine della guerra, ed è per questo
che abbiamo bisogno di un'altra possibilità, possibilità che ancora adesso non
c'è, possibilità che ci viene negata, possibilità che vogliamo, possibilità che
ci spetta.
Ogni persona ha pieno e inalienabile diritto a Vivere, e se questo ci viene
negato, se ci viene negato Vivere, sarete tutti voi a negarcelo.
Vi auguro buona Pasqua, intesa come Rinascita alla Vita, come Ritorno alla Vita,
cosa questa che attendo da più di 10 anni, così come l'attendono molte altre
persone.
Verrà un Giorno la Pasqua per noi psichiatrizzati?
Grazie per l'ascolto e per l'attenzione. Se ci sarà da parte vostra vero
interesse e, soprattutto, aiuti concreti, questi saranno sicuramente ben più
accetti dell'ascolto e dell'attenzione.
Catania, lì 22-23/03/08
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Ai margini delle periferie del mondo.
L'esclusione del popolo Rom
Una due giorni di storia e cultura "romanì" a Bologna VAG 61
Venerdì 28 marzo 2008
ore 21,30
Rom Cabaret con Dijana Pavlovic
Dijana Pavlovic è una rom serba nata a Vrnjacka Banja nel 1976.
Dopo aver studiato all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è
trasferita a Milano dove lavora come attrice e mediatrice culturale. Dopo essere
stata candidata nella lista di Dario Fo alle elezioni comunali di Milano,
attualmente è l´unica candidata rom in Italia per le elezioni della Camera.
In Italia, dalla stagione 1999/2000 ad oggi, dopo aver ottenuto la "Segnalazione
di merito" al "Premio Teatrale Hystrio", ha recitato in diversi spettacoli in
lingua italiana tra cui:"Le lacrime amare di Petra
Von Kant" di Fassbinder, al Teatro Elfo di Milano, regia di F. Bruni e E. De
Capitani ; "Le serve" Genet , al Teatro Out Off di Milano, regia di L. Loris; "
La felicità coniugale" di Anton Cechov, al Teatro Parenti di
Milano, regia di R. Trifirò.
Ha partecipato a diversi serial televisivi e ad alcuni film tra cui: "Provincia
meccanica" di Stefano Mordini; "Una ragazza d´oro" di Tatiana Olear (a Milano
Spazio Zazie in Aprile).
Dijana Pavlovic in questi giorni è stata vicino ai rom sgomberati dal campo
della Bovisa a Milano (400 persone tra cui 150 bambini), ma i giornali hanno
parlato di lei per la sua candidatura. Il manifesto, in un'intervista
ha fatto emergere le ragioni della sua scelta. Già dal titolo "Destra e sinistra
giocano sulla pelle dei rom", risulta chiaro quale sia il pensiero di Dijana:
"Dopo lo sgombero di Opera di un anno e mezzo fa e la vicenda che ne è seguita è
difficile tornare indietro, e la responsabilità è innanzitutto della politica.
Quell´episodio è stato l'apice di una folle campagna di disinformazione sui
media e di giochi politici sulle spalle dei rom, e dei deboli in generale, per
alimentare campagne elettorali che cavalcano le peggiori paure della gente. A
destra come a sinistra.
La paura del diverso cresce anche tra le persone di sinistra. Ma sono i
dirigenti che la sfruttano per fare propaganda. A Roma Veltroni ha combinato un
disastro, ha fatto continui sgomberi, se ne è vantato e ha proposto la
ghettizzazione dei rom in quattro megacampi recintati fuori dal raccordo
anulare. Peggio della Lega. E poi ha ispirato il decreto per le espulsioni dei
rumeni dopo il tremendo omicidio della signora Reggiani. Un provvedimento folle
perché è stata una risposta inadeguata sull'onda dell'emozione per un assassinio
che ha dei responsabili precisi, non un popolo intero".
Chi però ha trattato la sua candidatura come un fenomeno da baraccone è stato il
sito del Corriere della Sera che con un incipit che pare rubato a un´invettiva
di Libero ha scritto: "Dopo la pornostar Cicciolina e la transgender Luxuria,
arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara
Dijana Pavlovic".
ore 22.30
proiezione del film Pretty Dyana (45´)
Regia: Boris Mitic
Nel bel mezzo di un quartiere dormitorio c'è un´enorme, dimenticata chiesa
ortodossa in costruzione. La chiesa si affaccia, dall´autostrada, su di un campo
di zingari fuggiti dalla guerra in Kosovo. Degli strani veicoli entrano ed
escono dall´accampamento... Niente a che vedere con la mano di Dio, si tratta di
pura magia gitana che mostra un eclatante esempio di attivismo sostenibile.
Considerate solitamente come un prestigioso oggetto da collezionisti, le
classiche automobili Citroën vengono qui trasformate in futuristiche macchine
ecologiche alla Mad Max. Tutto tranne il motore viene rimosso dallo chassis, un
improvvisato cassone sul retro, e il resto dipinto con colori splendenti e
decorato con buffi gadgets... Così bello, che anche i bambini piccoli vogliono
guidare. Uno sguardo intimo osserva quattro famiglie rom da una "favela" di
Belgrado che si guadagnano da vivere vendendo cartoni e bottiglie che raccolgono
con le loro "risorte" Dyane. Questi moderni cavalli sono più efficaci
dei carrelli, ma cosa più importante - sono sinonimo di libertà, speranza e
stile per i loro proprietari artigiani... Perfino le batterie della macchina
sono usate come generatori di energia per avere luce, guardare la TV e
ricaricare i cellulari! Praticamente il sogno di un alchimista ...Ma la polizia
non sempre trova divertenti questi strani veicoli...
Biografia: Boris Mitic nasce nel 1977 nel sud della Serbia. Crede di essere un
film maker autodidatta dal momento in cui riesce a trovare i soldi per comprarsi
una videocamera decente. Studente per propaganda, giornalista per
professione, documentarista per convinzione. Sceneggiatore nel tempo libero.
Figlio di un onesto diplomatico, unico artista nell'intero albero genealogico.
Dopo alcune guerre e qualche melodramma transcontinentale, si è stabilito a
Belgrado. Gioca a calcio e a basket (playmaker se possibile).
Anche a scacchi, ma non ha progetti per il futuro. Filmografia: "The size of the
bottle" (doc,2003); "Santa's not dead" (doc, 2004); "Pretty Diana" (doc, 2004);
"Unmik Titanik" (2004).
Sabato 29 marzo
Ore 16.30
Presentazione del libro "Alla periferia del mondo. Il popolo Rom e Sinto
escluso dalla Storia" di D´isola - Sullam -Baldoni - Baldini – Frassanito
a cura della Fondazione Roberto Franceschi Onlus
UN LIBRO NATO A SCUOLA
Giorno della memoria, 27 gennaio 2002: gli studenti affollano l´aula Magna del
Liceo Classico C. Beccaria di Milano e ascoltano le relazioni degli oratori.
Alcuni liceali vengono a sapere, per la prima volta, che mezzo
milione di zingari è morto nelle camere a gas: uno sterminio dimenticato,
insieme a quello degli omosessuali e dei Testimoni di Geova.
Viene organizzata una serie di incontri e dal materiale raccolto nei seminari
nasce l´idea del libro, i cui autori "orali" e materiali (ma non unici) sono
quattro studenti del suddetto liceo. Supportato dalla curiosità, dalle
conoscenze progressivamente acquisite e dalla conseguente indignazione morale
degli studenti, il libro vuole assolvere nel contempo al dovere
dell´informazione e della denuncia. Le popolazioni dei rom e dei sinti da sempre
perseguitate, emarginate, prive di diritti sono il soggetto di questo libro.
Dalla conoscenza all´etica della responsabilità alla pratica dei diritti per il
popolo maltrattato: con ciò i percorsi della Fondazione Roberto Franceschi e
dell´Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia si
sono incrociati, stringendo un sodalizio il cui centro riguarda la cittadinanza,
il riconoscimento dei diritti universali e la denuncia delle pesanti
responsabilità storiche che l´Europa, e non solo, ha verso il popolo Rom.
Gli autori
Isabella D´Isola - Professoressa di Filosofia e Storia presso il Liceo Classico
C. Beccaria di Milano; dal 2001 comandata presso l´Istituto Nazionale per la
storia del movimento di Liberazione in Italia. Si occupa di didattica della
storia in archivio e di bioetica.
Mauro Sullam - Studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, III liceo,
a.s. 2002/2003
Giulia Baldini - Studentessa del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, III
liceo, a.s. 2002/2003
Guido Baldoni - Ex studente del Liceo Classico C. Beccaria di Milano, diplomato
nell´a.s 2001/2002. Attualmente iscritto al I anno della Facoltà di Lettere
Moderne dell´Università degli Studi di Milano.
Gabriele Frassanito - Studente del Liceo Classico C. Beccaria
Ore 20.00
Cena tradizionale romena, con cibi preparati da uomini e donne della comunità
rom di Bologna.
Ore 21.30
La scrittrice MILENA MAGNANI, autrice del romanzo "Il circo Capovolto" e NAJO
ADZOVIC, presidente della associazione "Nuova Vita" (operante nel campo rom
Casilino `900 a Roma) e autore del libro "Rom, il popolo invisibile", presenta
il documentario
"LACRIME DI MEMORIA" (18´)
regia Giulia Zanfino
fotografia Andrea Foschi
montaggio Valentina Zaggia
Traduzioni Najo Adzovic
E' il viaggio di una giovane ragazza, che sui libri di storia legge
dell'olocausto degli ebrei. Il padre (Najo) le ha parlato anche del porrajmos,
l'olocausto dei rom in cui persero la vita circa 500 mila zingari europei. Così
la giovane ragazza parte alla ricerca di testimonianze nel Campo di Casilino
'900. Il racconto prende le sembianze di un viaggio nel passato, come metafora
alla ricerca della memoria che per i rom è molto preziosa, dato che gran parte
della loro cultura si tramanda per via orale. La giovane ragazza costruisce la
sua ricerca storica raccogliendo testimonianze dagli anziani, custodi di un
mondo che sta scomparendo. Il film si chiude con uno spaccato sul genocidio di
Srebrenica (una pagina dolorosa, caratterizzata da una pulizia etnica spietata,
sotto gli occhi di un mondo indifferente).
Ore 22
Presentazione del documentario di Catheryne Boyle e Gianluca Di Santo "Voci
dal ghetto" (25´)
Nel film prendono la parola alcuni abitanti della "mahala" (ghetto) Rom della
città di Samokov in Bulgaria, spiegando le loro difficoltà davanti alla mancanza
di infrastrutture e di possibilità di lavoro.
Oltre agli autori, sarà presente anche Veska Ileva, una signora Rom della città
di Samokov che ci ha partecipato alla realizzazione del documentario.
Nell´ambito della serata verrà allestita anche una mostra fotografica, a cura
dei fotografi di WTP, sul ghetto Rom di Samokov.
A cura di Milena Magnani
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Qui non è l'Eden
Racconto breve "antipsichiatrico" di Laura Todisco
I - Sensazione di vuoto
Oggi ho avuto una giornata no. I motivi sono tanti, ma principalmente sono
legati al fatto che sento di impiegare tante energie che poi finiscono nel nulla
(o alimentano le macchine di Matrix?). A parte la vena
surreale, non riesco a capire questa Nazione, i suoi abitanti, la loro
accondiscendenza verso forme di potere... stavo per scrivere "SUBDOLE", ma non è
così perché è fin troppo chiaro e manifesto dove si vuole
arrivare: creare un esercito di schiavi robottizzati e novità. Le dittature non
si nascondono più dietro la faccia della propaganda, ma mostrano il loro volto,
evidentemente convinte del consenso... manifesto o tacito che sia.
Ovviamente si tratta di un processo globale, ma quello che succede in Italia ha
qualcosa di davvero tipico ed anormale e per questo inquietante.
Allora: stanotte ho dormito malissimo, stamattina sono stata da cani e questo è
durato per tutto il pomeriggio. Ho cercato di mettere in moto i soliti
meccanismi tappa-vuoti: ho mandato mail, ho ricevuto mail, ho mandato sms,
controllavo le statistiche dei vari blog, mi sforzavo di trovare un senso
positivo alla mia vita attuale (ho trovato un attimo di pace giocando col mio
nipotino), ma in sostanza nulla ha funzionato per davvero. Finché sono arrivata
all'unica conclusione possibile e cioè di accettare questo
stato di cose, questo stato d'animo e anzi, compiacermi del senso di noia e
vuoto che stavo provando. Allora, all'inizio ho sentito una specie di scossa e
tutta la sensazione di vuoto si è amplificata, ma è durato solo un attimo e
subito dopo mi sono persino euforizzata per aver superato questa prova tanto
dura, però a quel punto mi sono detta: eh no, non va bene così e allora mi sono
stabilizzata a una frequenza più bassa e sono stata felice, perché la felicità e
l'euforia non sono parenti... nemmeno alla lontana.

II - Registrato nell'anima
E mi sono ricordata dei momenti no, che ho avuto in passato (tantissimi) e di
quella volta che ho ceduto alla pubblicità ingannevole e sono andata a comprare
le benzodiazepine e tutto il mese trascorso a riempire di gocce cristalline il
mio essere svuotato dalla falsa comunicazione e dalle distorsioni sensoriali che
ne seguono e in cambio ho ottenuto solo uno stato di rincoglionimento generale.
Non riuscivo a pensare, mi muovevo come un robot e parlavo con difficoltà. Ho
sentito di aver barattato la mia unicità per un attimo di... non so nemmeno io
cosa, quello che so è che qualsiasi cosa abbia avuto in cambio è durato un
attimo… Un miserrimo attimo. Allora ho semplicemente detto sì alla mia anima. Ma
chi lo dice che bisogna sempre e per forza essere felici? Ma come si può e
perché dovrebbe essere così? Ricordate le storie della Genesi? Lì c'è scritto
che Adamo ed Eva vivevano felici nell'Eden, poi hanno fatto qualcosa e sono
stati precipitati QUI e questo non l'Eden! Però ricordavano di essere stati lì,
nei loro sogni, nei loro pensieri e questo perché era tutto registrato nella
loro ANIMA. E allora, appena ho accettato di ascoltare la mia anima piangente,
mi sono ritrovata in una dimensione più luminosa e più cristallina: ho ritrovato
la bambina che ero e quella bambina era TRISTE, malinconica, m pazzescamente
FELICE.
Foto: "Prima dell'Eden", di Alfred Breitman
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La scuola deve essere per Rom e Sinti un luogo reale di partecipazione
di Maria Grazia Dicati
10 marzo 2008
Fra tutti i luoghi di partecipazione, la scuola riveste certamente un
ruolo centrale in quanto spazio condiviso tra bambini/studenti e le loro
famiglie, un ruolo che la scuola però deve ancora scoprire appieno sia
incentivando la partecipazione diretta dei genitori negli ambiti previsti che
favorendo il reale ascolto di tutte le culture presenti sul territorio. Il
contesto multiculturale della classe può diventare un laboratorio in cui si
produce ricchezza, utilizzando materie prime preziose come le diversità, solo se
ognuna delle identità etnico-culturali viene conosciuta e rappresentata. Al
contrario se la sopravvivenza culturale avviene soltanto all’interno del proprio
gruppo etnico, diventa ghettizzazione, destinata ad estinguersi con il passare
delle generazioni. Infatti l'identità culturale non si mantiene solo
distanziandosi o rifiutando pregiudizialmente l'altro diverso da me e/o trovando
modelli di identificazione solo con il gruppo di appartenenza, ma nasce invece
attraverso le differenti esperienze e proprio grazie al confronto con ciò che è
diverso. Come concordano ormai tutti gli studiosi, sembrerebbe dunque che
l’identità non possa essere qualcosa di immutabile, quanto un processo in
divenire risultante dall’interazione, dalla negoziazione e dall’accordo fra i
soggetti in relazione. Si evince l’importanza dell’alterità come passaggio
obbligato attraverso cui il confronto e l’esperienza con l’altro diverso da me,
diventa condizione indispensabile per la consapevolezza del sé e della propria
autonomia. Sembrerebbe che per essere riconosciuti dagli altri sia necessario
passare dapprima attraverso varie identificazioni e che poi sia altrettanto
necessario abbandonare queste identificazioni per essere o diventare se stessi.
E’ ormai
consuetudine, parlare di Rom e Sinti , facendo distinzioni tra le comunità Rom e
le comunità Sinte, tra i gruppi Sinti /Rom italiani e quelli non italiani, poi
ancora evidenziando ulteriori suddivisioni che identificano i gruppi specifici e
così via… Spesso si fa riferimento alla cultura e all’identità, mantenendo una
fissità che non ci fa cogliere invece i diversi livelli non solo dei gruppi, ma
dei singoli individui con il loro vissuto, la loro esperienza ed il loro
percorso. Si corre il rischio di definire e riconoscere come Rom e Sinti
esclusivamente coloro che sono saldamente attaccati al loro contesto
etnico-culturale , coloro che si sentono sicuri solamente all’interno del loro
gruppo di appartenenza, escludendone altri che invece seguono percorsi diversi,
a volte con estremo sacrificio e difficoltà.

“Quelli, non sono più
Rom!” si sente dire, a volte solo per il fatto che si sono modificati stili di
vita relativi ad aspetti esteriori, quali l’abbigliamento, l’abitazione… a volte
per l’apertura e la collaborazione verso estranei non riconducibili al loro
gruppo. Questa visione parziale non risponde però, a mio parere, alla realtà.
Non possiamo dimenticare che la presenza in Italia dei Sinti e dei Rom risale al
1400 e che l’attuale popolazione è costituita sia da generazioni con esperienze
di contatto molteplici e diversificate e sia da gruppi di recente immigrazione,
ognuno dei quali con un percorso di discriminazione, povertà ed emarginazione.
Se in passato la chiusura difensiva è stata la condizione basilare per la
conservazione dell’identità culturale e linguistica dei Rom e Sinti, oggi,
mantenere questa prassi porterebbe, a mio giudizio, ad una lenta e progressiva
estinzione di quella cultura e di quella lingua a cui ci si appella per
affermarne con orgoglio l’appartenenza. Non è più possibile ignorare e
sottovalutare il cambiamento degli stili di vita delle stesse famiglie Rom e
Sinte, né rimanere indifferenti rispetto ai bisogni di quei Rom e Sinti che
vivono un’assimilazione sofferta , che si mascherano, si mimetizzano, cambiano
cognome e non si identificano o non voglio essere più identificati come tali.
Non possiamo chiedere gli occhi e non vedere quanti non si sentono né con la
cultura di appartenenza né con quella degli altri : non più Rom/ Sinti ma
nemmeno italiani. Non possiamo chiedere gli occhi e non vedere coloro che
esibiscono un’ identità a seconda del contesto in cui si trovano, per cui
l’identità Sinta/Rom all’interno del loro gruppo di appartenenza viene rinnegata
al di fuori di esso. Da secoli le minoranze Rom e Sinte fanno i conti con
stereotipi e pregiudizi, lottando per il riconoscimento dei loro diritti, di cui
il nome è uno di questi, anche se non sempre è sufficiente sbarazzarsi di un
nome ingombrante e sgradito per cancellare fantasticherie e luoghi comuni. Se
una sacrosanta rivendicazione del diritto a decidere del proprio nome non sarà
accompagnata e sostenuta anche da un’operazione culturale intensa, forte e
articolata nel territorio nazionale, si correrà il rischio di dare una semplice
pennellata, letta più come strategia per intorpidire le acque che per
evidenziare la positività di una cultura. Come giustamente ha rilevato Aldo
Levak, rom kalderash, non ci vorrà molto perchè Rom e Sinti vengano associati a
quelle stesse persone che in modo dispregiativo, vengono denominati “zingari”;
né un diverso nome potrà restituire quell’identità di cui alcuni hanno voluto
liberarsi. Secondo il mio giudizio i due settori più influenti per questa
operazione sono la scuola e i mass-media, ma, mentre la maggior parte dei
giornali e delle tv non hanno un ruolo di formazione, anzi spesso sono i
principali responsabili degli stereotipi attraverso la manipolazione e la
strumentalizzazione delle notizie, la scuola, soprattutto in questo momento
storico, è nella condizione di adempiere al suo mandato educativo istituzionale.
Da qui l’importanza predominante della scuola per entrare in rapporto con gli
altri gruppi, da qui la necessità di creare i presupposti per una logica del
dare e avere in cui tutti siamo coinvolti. La scuola, luogo in cui si costruisce
il futuro di ciascun bambino non può limitarsi però ad alcune realtà
territoriali, ma richiede, a mio parere, un cambiamento di rotta sostanziale,
dove il “Progetto di scolarizzazione per Sinti e Rom” si deve connotare come
“Progetto per l’esercizio del diritto allo studio anche per i Rom e i Sinti”.
Abbiamo tutti la convinzione che la scuola non può essere quindi l’unico
soggetto responsabile, ma deve essere sostenuta da altri Enti ed Istituzioni,
attraverso una politica nazionale che da un lato rimuova le disumane condizioni
abitative e logistiche e dall’altro promuova, pur con ruoli e livelli
diversificati, la partecipazione degli stessi Rom e Sinti. In primis quindi quei
Rom e Sinti con una forte e sicura identità interculturale, disposti e
disponibili ad interagire con quanti sono al loro fianco, quei Sinti e Rom
capaci di assumersi ruoli di responsabilità e di dialogo con tutti, quei Rom e
Sinti che sanno superare ogni logica di interesse personalistico e/o familiare.
Allora la scuola diventa il luogo reale della partecipazione, dove non si
rischia di perdere la propria identità culturale nella misura in cui anche i
docenti sono nelle condizioni di poter affrontare con cognizione di causa
tematiche relative alla cultura dei Rom e dei Sinti. Un proverbio africano
recita : “Se volete salvare delle conoscenze e farle viaggiare attraverso il
tempo, affidatele ai bambini”… ed è proprio a loro che è necessario rivolgersi.
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Parole Nomadi
Dibattito sulla condizione dei campi rom a Roma, per capire chi è l'uomo
nero…
Venerdì 7 marzo, alle ore 15.00, presso la casa dello studente in via C. De
Lollis n°20, avrà luogo "Parole Nomadi": convegno sull'immigrazione organizzato
da "Resistenza Universitaria", laboratorio politico de "La Sapienza" di Roma. Il
seminario invita ad una riflessione problematica sul caso eccezionale
rappresentato dalla comunità rom, nel complesso panorama dell'integrazione
etnica all'interno dello stato italiano. Un momento per indagare il rifiuto di
una cultura, relegata ad un contesto periferico tanto sul piano spaziale quanto
su quello umano. Uno sguardo alla politica fallimentare dei campi, teatri di
sgombro di intere famiglie, poi allontanate in zone povere dei servizi di prima
necessità, nonché all'ipotesi dei "Vilaggi della solidarietà", grandi aree di
competenza comunale, oggetto di un insostenibile sovraffollamento. Un'analisi
dell'assetto giuridico volto alla regolamentazione dei flussi migratori, con
particolare attenzione alla recente normativa del "pacchetto sicurezza" e alla
discrepanza tra questa e la legislazione europea.

Soprattutto una risposta alle distorsioni e all'astio razziale accresciuti dalla
drammatica scomparsa di Giovanna Reggiani, attraverso una ricostruzione storico
geografica dell'identità rom.
INTERVERRANNO:
PROF. M. BRAZZODURO (Docente di Statistica sociale e Sociologia economica de La
Sapienza)
DOTT. G. BASCHERINI (Ricercatore di Diritto Costituzionale de La Sapienza)
DOTT. R. PATANE' (Presidente dell'Associazione Zajno)
HASCO RUSTIC (Comunità Korakanè, Campo Tor dè Cenci)
NAJO ADZOVIC (Campo Casilino 900)
DECEMBAL (Comunità Rom - Romania)
MODERA:
MASSIMILIANO MOSSERI (Lab. Pol. Resistenza Universitaria)
Sarà proiettato il breve video "Porrajmos - Una persecuzione dimenticata"
Venerdì 7 Marzo h. 15
Casa dello Studente (Aula Pasolini)
Via C. De Lollis 20
Contatti: labpolresistenza@gmail.com
Clicca qui per visualizzare la
locandina dell’iniziativa
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Il cielo interiore,
memoria di un piccolo grande teatro
Il Teatro delle Nuvole di Genova: un libro ne rievoca la
storia
di Anna Maria Monteverdi
(da ateatro 115 webzine di
cultura teatrale a cura di Oliviero Ponte di Pino)
Celebra i quindici anni di attività del Teatro delle Nuvole
il bel volume edito dalla Titivillus da poco in libreria
intitolato Il cielo interiore.
Il Teatro delle Nuvole, radicato su Genova e fondato da
Franca Fioravanti e Marco Romei, appartiene a quel
territorio teatrale che Roberto Trovato, professore di
Drammaturgia dell’Università di Genova, definisce
nell’introduzione “di sperimentazione di nuove forme di
approccio alla scena, privilegiando l’autonomia del processo
artistico nel convincimento che l’arte ha il compito di
formare quegli elementi che la vita non favorisce: la
verità, la libertà, la passione”. Collaborazioni con artisti
visivi, musicisti jazz, danzatori e poeti (da Luigi Tola a
Adriano Rimassa, da Isabella Palumbo a Giampaolo Casati),
laboratori di creazione artistica soprattutto dislocati sul
territorio ligure (da Genova a Borgio Verezzi a Chiavari
Bordighera alla Spezia), spettacoli tratti da Pasolini,
Majakovskji, Kerouac, in un processo ininterrotto di amore
per il teatro e per la poesia. Franca Fioravanti parte da un
percorso di studi legato a maestri di fama internazionale
(Susan Strasberg, Leo De Berardinis, Gennadi Bogdanov) e
luoghi storici di apprendimento come il Théâtre du Mouvement
di Parigi; Marco Romei è drammaturgo e poeta ma anche
interprete del Teatro delle Nuvole con importanti esperienze
di scrittura per la radio e la televisione.

Il Teatro delle Nuvole, il cui nome rimanda volutamente
all’immagine pasoliniana con Ninetto Davoli e Totò, nasce da
un’evocazione poetica dell’infanzia di Franca Fioravanti:
“Quando ero bambina guardavo il cielo, e nel cielo scoprivo
i miei compagni di gioco, le nuvole: per me diventavano
pietre, animali, alberi: il cielo era l’acqua che li
conteneva, e il sole il fuoco che le illuminava… Mi
divertivo con loro, era il mio teatro”. Il libro ripercorre
anche fotograficamente le tappe più significative del
gruppo, che ha prodotto più di trenta spettacoli: dalla
formazione all’approfondimento di particolari tecniche
corporee e di recitazione agli incontri con Peter Schumann
del Puppet Theater, con Susan Strasberg dell’Actor’s studio,
con i poeti beat americani, con il Living e con Heiner
Muller. Ma la Fioravanti e Romei preferiscono nominare come
loro mentore assoluto Leo De Berardinis.
Mutamenti nel tempo, Un cielo interiore, Paesaggi
dell’altrove, Le ali di Giulietta: questi i titoli di alcune
loro produzioni riproposte con successo nel corso degli anni
come testimoniano le recensioni raccolte nel libro;
completano il volume numerosi saggi di studiosi universitari
(da Daniele Seragnoli a Roberto Trovato) con cui la
compagnia ha stretto amicizia e collaborazioni di lunga
data, notazioni di poeti e scrittori coinvolti nei loro
spettacoli come co-autori, testimonianze dei giovani
partecipanti alla Scuola Laboratorio Ricerca Sperimentazione
fondata da Franca Fioravanti.
Questa del Cielo interiore è la memoria speciale di un
“piccolo” grande teatro, un “teatro libero”, come ricorda
Daniele Seragnoli, docente teatrale all’Università di
Ferrara: “Piccolo non solo per le sue ridotte dimensioni:
Franca Fioravanti e Marco Romei, un sodalizio artistico e di
esistenze che ricorda le vecchie compagnie, le ditte
famigliari. E’ un piccolo teatro nel senso delle scelte
estetiche, ideologiche e creative, dei significati che
attribuisce allo stesso fare teatro, della valorizzazione
dei bisogni, delle domande, dei sogni collettivi e
individuali, delle urgenze e delle necessità, appunto.
Andare incontro alla gente, cercare uno spazio – comune e
comunitario - non tanto di comunicazione dell’esperienza
quanto piuttosto di “condivisione”. Dono e scambio
reciproco. Il Novecento teatrale si è arricchito
dell’esperienza dei “piccoli teatri”. Sono quei teatri che
hanno dato consistenza alla ricerca, al gruppo, alla
relazione pedagogica, al laboratorio, alla rottura delle
barriere fisiche del teatro”.
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"Vengo dalla piccola valle", di Natale
Adornetto. Un libro per capire l'orrore del TSO
Giovedì 6 marzo 2008, alle ore 17, nella sala conferenze
della Biblioteca–Pinacoteca ex Chiesa S. Michele Minore
(pressi Piazza Manganelli, Catania), presentazione del libro
“Vengo dalla piccola valle” del dottor Natale Adornetto
(Edizioni Tracce, Pescara; patrocinio Provincia Regionale di
Catania, Assessorato alle Politiche Culturali).
Il romanzo delinea la storia originale del protagonista a
confronto con le problematiche esistenziali e il disagio
psichico, che lo porta a subire il TSO (Trattamento
Sanitario Obbligatorio, cioè ricovero coatto, imposto e
forzato nei reparti di psichiatria degli ospedali per almeno
7 giorni contro la volontà del malcapitato, il quale subisce
pesantissimo trattamento farmacologico e viene legato al
letto se si rifiuta di assumere psicofarmaci, letto in cui
la persona viene ugualmente riempita di dannosissimi
psicofarmaci).
Il protagonista – effervescente persona piena di vita,
d’amore e di gioia di vivere, giovane con una vivacità
mentale straordinaria, uomo che viene nutrito dalle
deliziose sensazioni di cui è stracolma la sua anima e
brillante studente universitario di psicologia – viene
completamente devastato, sminuzzato e triturato sia nel
fisico che nello psichico dal doppio violento impatto col
TSO e con le overdosi di psicofarmaci, che,
eufemisticamente, sono così chiamati ma di fatto sono
droghe, droghe delle più potenti e pericolose.

L’autore, dopo la narrazione di tutta la vita precedente del
protagonista sin dalla nascita, racconta come questi vive la
situazione in cui l’hanno fatto precipitare col TSO (dalle
stelle alle stalle) e come a poco a poco, dopo mesi e mesi e
dopo impegnative, dure, spossanti, difficilissime e
sfibranti lotte, ricomincia a riprendersi e ad essere
nuovamente se stesso. Se stesso; ma non più se stesso…
Il libro evidenzia chiaramente e senza equivoci come si vive
prima del TSO e dopo questi: il protagonista passa dal pieno
fulgore all’essere ridotto peggio di una larva.
Per colpa del TSO e degli psicofarmaci perde tutto ciò che
aveva – gioia di vivere, vivacità intellettuale,
brillantezza, sensazioni, poeticità, effervescenza e
quant’altro: tutto di tutto di tutto. È costretto ad
abbandonare gli studi, rimane con ossa e muscoli massacrati
e doloranti e per mesi non riesce ad alzarsi dal letto, e
viene assalito e sommerso da tutta una sequele di gravissimi
ed invalidanti effetti postumi dovuti alla somministrazione
violenta e brutale di psicofarmaci.
Questi sono i motivi principali che hanno spinto l’autore a
scrivere l’opera, OPERA CHE RACCONTA UNA STORIA VERA, una
sciagura realmente accaduta, onde denunziare il barbaro,
bieco, cinico, crudele e spietato operato della laida,
truce, malvagia, bestiale, feroce, abominevole e disumana
psichiatria.
Romanzo di grande forza sul piano allegorico e testo che va
controcorrente, criticando la profonda ingiustizia del TSO e
della prescrizione e somministrazione di psicofarmaci –
droghe farmaceutiche autorizzate dallo Stato.
“Nessuno dovrebbe essere privato della libertà a meno che
non sia stato dimostrato colpevole di un crimine. Privare
una persona della libertà per quello che viene chiamato “il
suo bene” è immorale” (Thomas Szasz, Professore di
psichiatria emerito presso lo Health Science Center, State
University di Syracuse, New York. Szasz è un critico dei
fondamenti morali e scientifici della psichiatria. Ha
definito la psichiatria "un crimine contro l'umanità".
La Provincia Regionale di Catania/Assessorato alle Politiche
Culturali, stimando l’opera valida e pregevole, ha
acquistato 188 copie del libro.
Il volume è stato vivamente apprezzato da Giorgio
Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana ([…] “opera
così intensa e fonte di una pluralità di sensazioni” […]).
Il testo ha vinto il 2° Premio Assoluto nella sezione
narrativa del concorso letterario “Premio Nazionale
Histonium” (2007).
Madrina dell’iniziativa e della presentazione è la
dottoressa Serafina Perra, che, ovviamente, come l’autore,
sarà presente e parteciperà alla serata.
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Caffè Shakerato: creatività giovane al
centro di un progetto efficace di intercultura
3 marzo 2008
In un libro ricco di interventi, idee, proposte e
illustrazioni, una nuova dimensione espressiva e didattica
interculturale.
Caffè Shakerato: un percorso realizzato all’Istituto
Alberghiero Bergese di Genova. Prefazione di Attilio Massara,
a cura di Daniela Malini, con la collaborazione di Patrizia
Falco e Ingrid Pfaffinger. Patrocinio del Ministero della
Pubblica Istruzione, Ufficio Scolastico Regionale per la
Liguria. Edizione CRAS, Centro Risorse Alunni Stranieri,
Collana Italiano e Nuove Culture
Non solo un “mix” di parole
Chi lavora nella scuola ha spesso la sensazione che questo
importante settore della nostra società sia bistrattato: il
personale, sottopagato per le mansioni che svolge e comunque
con un ruolo sociale non sufficientemente riconosciuto come
in altri paesi, le strutture, insufficienti quando non
fatiscenti, le risorse, sempre minacciate dai tagli del
bilancio statale e quasi mai oggetto di investimenti.
Ciononostante la risposta che emerge dal mondo della scuola
è quella di uno scatto di orgoglio, è la dimostrazione di
una grande vivacità culturale con cui rispondere alle nuove
sfide della globalizzazione, e l’intercultura ne è uno degli
strumenti più significativi.
In un mix tra creatività e progettualità i docenti
dimostrano fino in fondo l’amore per il proprio lavoro, per
la crescita formativa dei giovani che vengono loro affidati.

Un esempio significativo è quello di “Caffè Shakerato”, che
è il prodotto della valorizzazione della creatività degli
studenti e della loro possibilità di esprimersi con corpo,
voce e mente. In esso il momento-scuola è un momento di vita
personale, non impersonale, in cui i giovani si sentono
profondamente partecipi del processo educativo.
Ed è un momento di intercultura: usando la loro creatività i
ragazzi abbattono le barriere di comprensione, rimescolano
le culture e ricompongono le appartenenze, creando un
meticciato culturale fertile, per loro, di benessere nella
scuola e nella società.
Non è da sottovalutare, inoltre, l’effetto che progetti come
questo hanno in termini di crescita di autostima nei giovani
e nelle giovani proprio in un’età in cui l’adolescente è
alla ricerca di sé attraverso un percorso sempre travagliato
e troppo spesso agito in solitudine.
“Caffè Shakerato” è un esempio di scuola attiva in una
scuola che vuol essere attiva nella società e che è in grado
di svolgervi un ruolo positivo seminando convivenza e
dimostrando di essere l’elemento determinante nella
formazione dei giovani. Dante Taccani, Dirigente Scolastico
I.P.S.S.A.R. “Nino Bergese”
Scarica la versione digitale del libro a cura di Daniela
Malini
cliccando qui
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Mehdi, i Rrom e il cerchio della vita
29 febbraio 2008
Indifferenza. E' un sentimento che spiana la strada
all'odio, al pregiudizio, alla prevaricazione. Come un gas
infido e velenoso, non si vede, non si sente, ma uccide. Ne
parliamo con il regista teatrale argentino Andrés Nordermeer,
autore dell'opera "El Manifiesto Homosexual". L'indifferenza
che circonda i Rrom in Italia non trova riscontro in
Argentina, dove i popoli indigeni sono al centro
di importanti azioni a tutela dei loro diritti. "No," ci
scrive Andrés, "l'indifferenza, nel mio Paese, riguarda temi
che la gente, sbagliando, sente lontani, come la condizione
dei gay nei regimi integralisti.

Quando scrissi il Manifesto, con uno sguardo
purtroppo tragico, vedevo da lontano che sarebbe finita
diventando un incubo. E ora non smette di risuonarmi in
testa quello che diceva la vecchia Aya, il personaggio che
apre l'opera: 'Nel frattempo il mondo dorme; nel frattempo
uno a uno vanno morendo quelli che aspettavano, perche qui
pensiamo intanto che qualcuno farà qualcosa'. A volte mi
sento deluso dalla posizione che assumono anche le persone
più coinvolte, che non si sentono colpite per una
vicenda che rischia di trasformarsi in una tragedia per
Mehdi, il ragazzo iraniano che rischia la deportazione
dall'Olanda verso il Regno Unito, quindi verso l'Iran. Oltre
al silenzio di chi non vuole sapere, càpita di sentire
risposte superficiali e stupide: 'se è carino, lo porteremo
qui'. Scrivere ci serve a ricordare che siamo umani e che la
vita è un cerchio, un cerchio che sempre riporta alle tue
mani le responsabilità del vivere, del testimoniare. E
oggi... mi sento una vecchia Aya che parla senza essere
ascoltata. Come può succedere questo? Chi fa più male al
mondo? I malvagi o chi non ha mai voglia di ascoltare o fare
o pensare qualcosa? R.M.
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Parte la quarta edizione di "Caffè
Shakerato", concorso interculturale sulla creatività
espressiva
9 febbraio 2008
E’ partito da pochi giorni il Concorso Interculturale sulla
creatività espressiva “Caffè Shakerato”, organizzato dai
docenti e dal personale dell'Istituto Alberghiero Nino
Bergese e dal Comune di Genova, Municipalità di Sestri
Ponente, con l’aiuto e la partecipazione di numerosi enti e
organizzazioni umanitarie.
Il concorso, che non è un concorso letterario, si fonda
sulla creatività espressiva, ed è aperto a studenti, adulti,
associazioni e organizzazioni umanitarie; possono
parteciparvi anche studenti di altri paesi e continenti
attraverso le numerose organizzazioni internazionali che
aderiscono al progetto, o scuole ed enti che intendano
aderire. L’iniziativa, ormai consolidata a livello cittadino
e ligure, sia nel mondo della scuola che della cultura e
dell'associazionismo, desidera infatti aprirsi, per la sua
quarta edizione, alle numerose scuole liguri che operano in
contesti multiculturali al fine di favorire uno scambio di
“buone pratiche” educative e di esperienze nel settore
dell'intercultura.

“Caffè Shakerato” avrà come tema, per la sua edizione
2007-2008, le “distanze”: una tematica complessa e al tempo
stesso ricca di spunti interessanti. Saranno diverse le
sezioni in cui si articolerà il concorso: dalla poesia e
prosa “interculturale” in lingua d’origine (con traduzione
italiana), alle rappresentazioni grafiche e ai corti di
massimo 5 minuti, alla sezione artistica adulti, fino alla
poesia e prosa per tutti gli studenti.
Il concorso, il cui bando è disponibile
qui, scadrà il 10
marzo 2008.
Per maggiori informazioni, contattare l’Istituto Bergese
(Tel: 010/6503862). M.P.
Nella foto, la locandina dell'edizione 2006-2007 di "Caffè
Shakerato"
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Napoli, Dolores Madaro, assessore alla
Memoria, ricorda su Radio Italia l'Olocausto dei disabili
di Laura Todisco
Oggi, 7 Febbraio 2008, l'emittente televisiva Radio Italia
ha trasmesso un'intervista all'assessore alla Memoria della
città di Napoli, Dolores Madaro. Durante l'intervista, la
Madaro ha parlato della persecuzione degli ebrei, ma ha
ricordato anche l'Olocausto degli altri "diversi": zingari,
omosessuali, dissidenti, handicappati e disagiati psichici.
A questo proposito l'assessore ha menzionato la Mostra:
"Psiche Incatenata/Capelli d'oro e di cenere" del gruppo
Watching The Sky, presente a Napoli dal 27 Gennaio all'8
Marzo, presso l'Archivio Storico.
La prima mostra ricorda infatti la persecuzione dei
cosiddetti malati mentali, attuata dal regime
nazionalsocialista. "Psiche Incatenata" presenta una serie
di 12 "stazioni" che rendono omaggio alle vittime della
persecuzione dei disabili psichici. Si tratta di dipinti
digitali dedicati al ricordo del famigerato progetto tedesco
"Aktion T4" e all'oppressione parallela dell'Arte Degenerata
(Entartete Kunst).

"Sono molto orgogliosa di aver organizzato la mostra 'Psiche
Incatenata', che richiama l’attenzione su un momento poco
noto delle persecuzioni razziali: il programma che colpì
disabili fisici e mentali. Viene spesso dimenticato che fu
il primo passo dell’eliminazione fisica di quei soggetti che
nel delirio nazista risultavano 'imperfetti' e inadatti allo
sviluppo della 'razza ariana’. Appunto perché si trattò dei
primi perseguitati, di loro non si trovarono che poche e
deboli tracce e il loro martirio è spesso dimenticato.
Eppure proprio perché dalla persecuzione del diverso
portatore di handicap si passò a quella di tutti gli altri,
ogni monito deve ripartire da questa tragedia,! ha
dichiarato l'Assessore, aggiungendo anche che “altrettanto
dimenticata è spesso la Shoah delle donne che, giudicate per
lo più inadatte ai lavori che si svolgevano nei campi di
concentramento, venivano in gran numero uccise subito, senza
che potessero lasciare traccia della loro vicenda".
L'Olocausto delle donne è il tema della mostra fotografica
'Capelli d'oro e di cenere'.
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Il Giorno della
Memoria non deve essere "selettivo"
di Dijana Pavlovic
Il 27 gennaio in occasione di una giornata dal grande valore
civile, la Giornata della memoria, si svolgerà una
manifestazione. Ma questa giornata rischia di testimoniare
una memoria selettiva. Infatti, in questa occasione così
significativa, nessun Rom potrà parlare e portare la
testimonianza della deportazione e del massacro del nostro
popolo, nonostante ne sia stata fatta richiesta al comitato
organizzatore e nonostante il valore fondamentale di
parlarne in un momento che vede in questo Paese i rom
indicati come il nemico pubblico numero uno.
Nell’Italia democratica e civile i nostri figli muoiono di
freddo e nei roghi e nessuno si scandalizza. Gruppi di
neonazisti entrano nei nostri campi, minacciano, sparano e
bruciano e nessuno si scandalizza. Ci rifiutano l’assistenza
sanitaria costringendoci a partorire per strada e nei campi.
A Milano fa freddo e più di cinquecento persone, uomini,
donne, bambini e anziani, dormono nel fango sotto le tende,
spesso rotte, tagliate dalle forze dell’ordine durante gli
sgomberi. Ci distruggono le case, le uniche che abbiamo,
separano le nostre famiglie. Per noi varano leggi speciali.
Con patti di legalità ci proibiscono di ospitare nostri
parenti anche solo per una notte, ci danno un pass e ci
controllano i documenti per lasciarci entrare in casa
nostra. I mass media ci criminalizzano e ci fanno apparire
come un popolo di assassini ladri e asociali, la politica ci
considera un danno elettorale.

Ma per noi, questa è una vecchia storia. Dal 1400 ci hanno
braccato come animali, hanno fatto leggi e decreti per
stabilire che la nostra vita non valeva niente e che
chiunque ci poteva uccidere senza nessuna conseguenza. Nei
campi di concentramento nazisti ci hanno portato nelle
camere a gas, i nostri figli erano le cavie preferite di
Mengele e altri scienziati, in tutta Europa ci hanno
misurato crani e altre parti del corpo per provare che non
siamo esseri umani come gli altri.
Violenze, umiliazione, morte… Questa è la storia del mio
popolo. Ed è sempre trascorsa nel silenzio. Nonostante ci
siano prove scritte, testimonianze, fotografie, che
confermano senza dubbi che siamo stati deportati non come
individui, ma come appartenenti a una razza inferiore, un
popolo criminale e asociale, per anni ci hanno negato questo
riconoscimento. Il nostro orrore, che chiamiamo Porrajmos,
cioè distruzione, divoramento, non ha mai avuto voce.
Sarebbe inquietante dover pensare ancora oggi nella civile
Milano che oltre 500.000 Rom morti nei campi di
concentramento, anche italiani, non valgano, non meritino
memoria né riconoscimento. Forse è troppo scomodo e
impopolare in questo momento dar voce a chi rappresenta
questo popolo, anche per chi porta nella propria storia i
valori fondamentali come antifascismo e antirazzismo? Questi
valori sono importanti anche per noi Rom, perché la loro
affermazione ci ha restituito la dignità e ci ha salvato
dagli stermini, dalle umiliazioni e dalla schiavitù in tutta
Europa. Chi condivide questi valori e ne fa la propria
bandiera non può dimenticare che non conoscono compromessi,
non possono convivere con piccoli giochi politici per
raccattare o non perdere qualche voto. Dai Rom, un popolo
senza terra e senza guerra, tutti possono imparare che ci
sono cose che non sono in vendita, mai e a nessuna
condizione: la libertà e l’identità culturale.
Il mio è un grido di dolore, non solo di chi appartiene a un
popolo da sempre discriminato e rifiutato, ma anche di una
cittadina che crede nei principi di uguaglianza e di
libertà, che crede che il silenzio sul passato danneggia
gravemente le generazioni future e il futuro di una nazione,
che la memoria è importante solo se non è selettiva e se non
ci sono censure sui fatti storici.
Per questo, noi parteciperemo lo stesso alle manifestazioni
di questa giornata per testimoniare lo sterminio dei nostri
nonni e dei nostri padri ieri, e la discriminazione e
l’ingiustizia nei nostri confronti e nei confronti dei
nostri figli oggi.
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Shoah e Samudaripen: la Memoria è una sola
Domenica 10 febbraio 2008, dalle ore 16, si terrà a Milano,
presso la Casa della Cultura di via Borgogna 3 una serata
per la Memoria della Shoah e del Samudaripen (o Porrajmos:
l'Olocausto dei rrom). Tema della serata: "Shoah e Porrajmos:
due volti dello sterminio razziale". Ecco il programma
dell'iniziativa:
ore 16.00 proiezioni tratte dal dvd "A forza di essere vento
(lo sterminio nazista degli Zingari)" di autori vari, edito
dalla rivista “A”;
ore 16.15 testimonianze di Mirko Bezzecchi, rrom italiano
sopravvissuto al Samudaripen e Nedo Fiano, ebreo
sopravvissuto ad Auschwitz (l'uno e l'altro sono cari amici,
molto vicini al Gruppo EveryOne;
ore 17.00 dialogo teatrale "Due voci, lo stesso orrore", con
Barbara, zingara, e Sara, ebrea. Tratto dalle testimonianze
di una ragazza ebrea e una ragazza rrom, con Dijana Pavlovic
nel ruolo di Barbara e Tatiana Olear nel ruolo di Sara;
accompagnamento musicale di: Marta Pistocchi – violino,
Jovica Jovic – fisarmonica e Davide Marzagalli – flauto e
percussioni.
La serata è organizzata dalla casa della Cultura, in
collaborazione con la Comunità ebraica Milano e il Comitato
Rom e Sinti insieme.
L'augurio di tutti noi è che la serata possa rappresentare
un monito severo nei confronti delle Istituzioni milanesi
affinché interrompano subito l'efferata persecuzione nei
confronti dei rrom, con sgomberi simili a pogrom, violenze e
intimidazioni, accanimento contro un popolo la cui speranza
di vita, a causa di tale oppressione degna di un regime
senza scrupoli, è scesa al di sotto dei 40 anni, contro gli
80 degli altri cittadini europei.
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Gli efebi di Von Gloeden in mostra a
Milano
26 gennaio 2008
E' in corso a Milano, presso il Palazzo della
Ragione, la mostra dedicata alle fotografie del barone
Wilhelm Von Gloeden (1856-1931).
Von Gloeden è noto soprattutto per i suoi nudi maschili: gli
adolescenti di Taormina ritratti senza veli o in tunichette
succinte che richiamano gli idilli dell'antichità classica e
la lezione di Winckelmann.

La prima mostra di Gloeden in Italia fu tenuta solo nel
1978, a Spoleto. L'esposizione milanese è stata a rischio
censura, perché il nudo efebico rappresenta un tabù del
nostro tempo. La mostra "Von Gloeden" presenta al pubblico
130 opere del grande fotografo tedesco. Inaugurata il 23
gennaio 2008, continuerà fino al 24 marzo. R.M.
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Giorno della Memoria 2008 ad Arezzo con
il musical "Anne in the sky"
(Adnkronos-IGN) AREZZO. - Tra le numerose iniziative
organizzate in occasione della Giornata della Memoria, c'è
una di particolare significato che ha visto ad Arezzo una
compagnia di teatro danza che ha come caratteristica quella
di essere composta da ragazzi israeliani e palestinesi. Si
tratta della Compagnia dell'Arcobaleno, fondata e diretta da
Angelica Edna Livnè Calò, ebrea romana trapiantata in
Israele. La Compagnia dell'Arcobaleno ha presentato ad
Arezzo "Anne in the sky" di Roberto Malini e Angelica
Calò,
ispirato al "Diario di Anna Frank", la giovane ebrea vittima
della Shoah.
"Anne in the sky" - che quest'anno ha debuttato il 22
gennaio all'Auditorium A. Toscanini di Segrate (Milano) - è
uno spettacolo consigliato e patrocinato dalla Fondazione
Anne Frank di Basilea.

L'azione scenica trasforma in simboli e gesti il messaggio e
l'esempio della giovane autrice del Diario, la cui esistenza
fu improntata dapprima alla gioia, all'amore, al colloquio
fra persone e popoli diversi e poi, nel martirio di
Westerbork, Auschwitz e Bergen-Belsen, alla compassione,
alla generosità, all'eroismo e ancora all'amore
disinteressato. L'iniziativa era promossa dall'Assessorato
alla cultura della Provincia di Arezzo in collaborazione con
il Comune di Arezzo e l'associazione Rondine e si è svolta
giovedì 24 gennaio alle 10.45 al Palasport delle Caselle di
Arezzo. Ad assistere allo spettacolo erano gli studenti
degli istituti superiori aretini. La presenza della
Compagnia dell'Arcobaleno e della sua fondatrice ad Arezzo è
stata anche occasione per un incontro sul tema del teatro
come dialogo e recupero della creatività, dal titolo
"giovani in scena per la pace". L'incontro, organizzato
dall'associazione Rondine in collaborazione con Provincia e
Comune di Arezzo, si è svolto mercoledì 23 gennaio alle 18
nella Sala Montetini e ha visto, dopo il saluto
dell'Assessore provinciale alla cultura Emanuela Caroti, gli
interventi di Daniela Cuomo, rappresentante di Amref, di
Charlie Zeidan, palestinese dello studentato internazionale
di Rondine, e di Angelica Edna Livnè Calò.
Nella foto, la compagnia dell'Arcobaleno
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Segrate celebra la
memoria con la voce di Anne Frank
Segrate, 22 gennaio 2008
Segrate ricorda la Shoah facendo parlare le “voci della
memoria”: la testimonianza viva dei sopravvissuti ai campi
di sterminio, le immagini e i video che raccontano l’orrore
dei lager, il passato che ritorna nel teatro e nella danza
dei giovani attori del “Teatro Comunitario della Galilea”,
che dicono anche di un dramma che ancora non ha fine e di
una volontà di vivere in pace, e nei suoni struggenti e
travolgenti della musica “klezmer”, che affonda le sue
radici nella cultura ebraica dell’Europa dell’Est. Voci di
ieri e di oggi che parlano tutte diritto al cuore e dicono
un unico e chiaro messaggio: “Per guardare al domani,
costruirlo e viverlo con occhi diversi, l’impegno comune
deve essere non dimenticare”. Martedì 22 gennaio 2008 alle
10 del mattino si è tenuta all'Auditorium A. Toscanini -
Cascina Commenda, la rappresentazione per i ragazzi delle
scuole medie “Anne in the Sky”, lo spettacolo in teatro
danza scritto da Roberto Malini per la coreografia di
Angelica Calò e le musiche di Amir Jacobi. Interpreti, i
formidabili giovani artisti della Compagnia Teatro
dell’Arcobaleno e Teatro delle Verità – Fondazione
“Beresheet LaShalom”, Israele.
La performance, partendo dalla vita e dalla morte di Anna
Frank, arriva al traguardo della memoria, sola base
proponibile per un progetto di speranza, uguaglianza e pace.
Le scenografie sono straordinarie immagini digitali
realizzate da un team internazionale di artisti 3D diretti
da Dario Picciau e adattate dall’artista israeliana Michal
Yaakobi. Comune di Segrate - Assessorato alla Memoria
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Il Giorno della Memoria a Genova
del Gruppo EveryOne –
www.everyonegroup.com
Dal 26 gennaio al 1° febbraio 2008, in occasione del Giorno della
Memoria, si terrà a Genova presso la Biblioteca De Amicis -
Magazzini del Cotone la mostra di fotografie d'arte "Capelli
d'oro e di cenere. Donne nell'Olocausto", di Roberto Malini
e Steed Gamero. La straordinaria galleria itinerante di
ritratti di testimoni dell'Olocausto è ormai patrimonio di
quella parte dell'umanità che non vuole dimenticare,
affinché l'odio razziale - uno dei nemici più spietati della
dignità e della vita umana - venga sempre identificato e mai
sottovalutato.

"Capelli d'oro e di cenere" presenta al pubblico i volti di
Liliana Segre, Goti Bauer, Mirjam Waterman Pinkhof, Elisheva
Zimet, Halina Birenbaum, Manzi Ohnhaus, Tatiana Bucci, Ruth
Steindler Pardo, Leah Gitter, Hanneli Pick-Goslar, Roth
Bondi, Lilly Ofek Kettner. Tre donne, in particolare,
"guarderanno" il pubblico dalle pareti della Biblioteca De
Amicis di Genova, rivolgendogli un messaggio più che mai
attuale: Antonia Bezzecchi, donna Rrom che sopravvisse al
Porrajmos, il massacro nazista di circa un milione di Rrom:
la sua testimonianza è un monito, perché l'Olocausto del suo
popolo non è ancora finito; Tamara Deuel, artista e
scrittrice scomparsa il 26 giugno 2006, testimone delle
stragi avvenute in Lituania e nei Paesi Baltici: purtroppo
molti testimoni, le "sentinelle del bene", ci lasciano ogni
anno e senza di loro siamo più soli, mentre nuovi Olocausti
si sviluppano; Piera Sonnino, tornata da Auschwitz per
educare il mondo all'antirazzismo: sua figlia Luisa Parodi,
che ha ereditato la missione di rendere testimonianza, è fra
gli organizzatori dell'appuntamento di Genova, voluto e
realizzato dall'Associazione "Usciamo dal silenzio".

"Il numero che la morte aveva impresso sul mio braccio e che
ancora porto," scrisse Piera, "è: A26699. Nel settembre del
1950, dopo cinque anni di case di cura e di sanatori, io
sola, dell’intera mia famiglia, sono tornata alla vita". Il
26 gennaio alle 15.30 si terrà presso la Biblioteca un
incontro con Giuliana de Angelis, autrice di "Le donne e la
Shoah" (Avagliano Edizioni); alle 17.30 la lettura teatrale
ideata e diretta da Franco Rossi "Il cabaret feroce". Lo
spettacolo nasce come rappresentazione teatrale della
difficoltà ad ascoltare il dolore raccontato da chi l'ha
subito, dal diario di Piera Sonnino ("Questo è stato", Il
Saggiatore, 2005) - unica superstite di una famiglia
interamente sterminata nei campi di Auschwitz, Flossenburg,
Braunschweig - e dal racconto “Torri di fede” dello
scrittore londinese Philip Ridley ( in "Fenicotteri in
orbita", Mondadori, 1995).

Due personaggi si raccontano e si confrontano tra il ricordo
della tragica vicenda di una deportata ebrea e del distacco
dalla sua famiglia, e la vicenda attuale di un ragazzo che
ha difficoltà ad affrontare il dolore del suicidio di sua
madre, testimone di una terribile scena. I due racconti
vengono interpretati da Franco Rossi con una sceneggiatura
estremamente sperimentale ed immagini di intensa poeticità:
figure umane in movimento interagiscono con una scenografia
destrutturata, trascinando il pubblico in una dimensione
surreale ed onirica.
Nelle foto (nell'ordine): Piera Sonnino, Tamara Deuel e
Antonia Bezzecchi
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Il Corriere della Sera pubblica un racconto
che instilla odio razziale contro i Rrom: "Gli ultimi 700
metri di Giovanna"
di Roberto Malini
6 gennaio 2008
Nell'arco della
feroce campagna razziale che le Istituzioni italiane e la
stampa nazionale conducono contro i Rrom presenti in Italia,
si è verificato oggi un episodio di gravità inaudita. Studio
da trent'anni i meccanismi delle persecuzioni di massa e dei
genocidi, collaborando con i più importanti Istituti del
mondo, ma fino a qualche anno fa non avrei neanche
immaginato il livello di pregiudizio, di repressione etnica
e di odio razziale cui sarebbe giunta l'Italia, un Paese in
cui continuo a vivere solo per cercare, insieme a un
manipolo di uomini e donne ancora giusti e umani, di
contrastare l'affermarsi di un'ideologia simile in tutto e
per tutto a quella che produsse gli orrori dell'Olocausto.
Abbiamo promesso di impegnare le nostre vite affinché non si
risvegli la crudeltà mortifera dei carnefici del passato;
per difendere con tutte le nostre forze gli innocenti
dall'annientamento. L'abbiamo promesso ai numerosi testimoni
dell'Olocausto che abbiamo incontrato nel corso degli anni e
con cui abbiamo condiviso i più alti ideali di giustizia.
Sono loro le sentinelle che avvertono le società quando il
buio si avvicina. Ma ogni anno sono più anziani e molti di
loro ci lasciano. Abbiamo ereditato il loro dolore, la loro
sete di verità e giustizia, il loro coraggio di credere in
un mondo in cui non vi siano più carnefici e vittime.
Sul Corriere
della Sera di oggi, 5 gennaio 2008, è apparso un racconto
dal titolo "Gli ultimi 700 metri di Giovanna". L'autore è
Franco Cordelli. Il quotidiano, che è il più importante in
Italia, gli ha concesso un incipit in prima pagina e ben due
pagine attigue, complete, all'interno. Ho inviato copia del
racconto a diversi intellettuali di vari Paesi, che hanno
manifestato la mia stessa indignazione, la mia stessa
incredulità di fronte a un'operazione culturale così
marcatamente razzista, programmata ed attuata ad hoc per
instillare nuovo odio contro i Rrom. In luce, è qualcosa che
ricorda i famigerati "Protocolli dei savi Anziani di Sion".

Lo scrittore, innanzitutto, attribuisce l'omicidio di
Giovanna a Reggiani a Mailat prima che i magistrati abbiano
emesso una sentenza. Lui e il Corriere si ergono a giudici,
riguardo alla vicenda, e dichiarano pubblicamente,
rivolgendosi a milioni di lettori, un verdetto di
colpevolezza. Vi sono ancora punti oscuri, riguardo alle
indagini intorno a Mailat. Le autorità hanno dichiarato di
aver verificato la presenza di molto sangue sul viso e sui
vestiti del romeno; hanno dichiarato che la donna "ha
lottato con ogni forza per opporsi alla violenza" e che è
stata denudata dall'aggressore. Hanno garantito inoltre
l'attendibilità di Emilia, la testimone che l'accusava. Allo
stato attuale del procedimento, dopo l'incidente probatorio
fra Mailat ed Emilia, sono emersi questi dati: gli esami del
DNA riguardanti il sangue reperito sull'uomo e sotto le
unghie della donna non hanno confermato le accuse: il sangue
su Mailat non è risultato provenire da Giovanna Reggiani né
quello sotto le unghie di lei è risultato sangue di Mailat.
Come hanno verificato gli agenti inviati dalla Romania, le
vesti di Giovanna erano intatte e nessuna violenza sessuale
era stata perpetrata su di lei. Infine, Emilia è risultata
essere una donna con gravissime turbe psichiche, per le
quali era stata ricoverata anche recentemente. Anche senza
ipotizzare che la sua testimonianza possa essere stata
indotta, sicuramente non può essere considerata attendibile.
Mailat si proclama innocente fin dal momento dell'arresto.
Lo scrittore sorvola su questi fatti e decide – avallato dal
Corriere – che l'uomo è colpevole. Non è corretto, non è
etico, non è lecito, perché la Costituzione stabilisce che
"Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente
sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata
legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia
avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa". Nel
suo racconto, lo scrittore presenta Mailat con i contorni di
una figura "archetipica", mostruosa, un "uomo nero" che
definisce: "il nomade romeno che assale nella notte". Questa
è un'altra inesattezza pubblicata dalla stampa e mai
smentita dalle autorità, che conoscono perfettamente la
verità: Romulus Mailat non è un Rrom, ma un romeno povero di
etnia Bunjas, romanofona e senza punti di contatto con i
Rrom. Mailat viveva in una baracca, ma non apparteneva a una
tribù Rrom: era semplicemente povero e non poteva
permettersi una casa. Il Gruppo EveryOne è in possesso di un
video in cui il padre di Romulus e alcuni vicini della
famiglia Mailat, in Romania, smentiscono categoricamente la
loro appartenenza all'etnia Rrom. Inoltre, le più importanti
autorità culturali e rappresentative dei Rrom romeni hanno
dichiarato alla televisione nazionale e sulla stampa come
Romulus Mailat, la sua famiglia e il suo gruppo sociale non
appartengano all'etnia Rrom. Proseguendo nel suo racconto,
Franco Cordelli descrive l'orrore che Mailat suscita in lui
e subito dopo racconta di un episodio di cui fu protagonista
in un imprecisato passato, quando sorprese due donne
all'interno di casa sua, affermando che "erano zingare, non
erano romene. Quello di cui sono sicuro, o quasi sicuro, è
che venivano di lì, da quel campo nomadi". Inseguì le due
donne, ma gli sfuggirono. Oggi si chiede cosa avrebbe fatto
loro se le avesse prese! Sembra uno di quegli scritti che la
stampa nazista pubblicava per criminalizzare gli ebrei, alle
soglie dell'Olocausto. Vi è da chiedersi se il testo sia
farina del sacco di Cordelli o non sia piuttosto un lavoro
ispirato e commissionato da altri. Lo scrittore non lo
specifica, limitandosi a beneficiare di uno spazio abnorme
concesso al testo dal direttore del giornale. Franco
Cordelli è uno scrittore di sinistra (ma non è una novità:
l'intolleranza di sinistra è oggi, in Italia, un fenomeno
piuttosto comune, anche nel mondo della cultura). Senza
dubbio la pubblicazione rientra in un programma politico a
sostegno della persecuzione istituzionale. Oltretutto, non è
scritto particolarmente bene, è pieno di anacronismi,
confuso e non possiede elementi di valore letterario.
Temiamo che a questa operazione possano seguirne altre,
dirette a diffondere false notizie riguardo ai Rrom in
Italia e un allarme sociale totalmente artificiale e
infondato. E' un fenomeno grave, che cercheremo di portare
all'attenzione delle Istituzioni italiane ed europee. Il
racconto, pubblicato su due pagine intere, con richiamo in
prima pagina, può essere letto al seguente link:
http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_05/cordelli_delitto_tor_di_quinto_2baba5f4-bbd1-11dc-b478-0003ba99c667.shtml
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"Ragazzi in guerra e nell'Olocausto": un
libro consigliato
Cristina Ricotti di Marco Tropea Editore ci segnala un
volume che uscirà a gennaio 2008. E' una raccolta di diari
scritti da bambini e adolescenti ebrei durante la Shoah.
Anne's Door lo consiglia vivamente. A.N.
Ragazzi in guerra e nell’Olocausto.
I loro diari segreti
(a cura di Laurel Holliday)
Saggi Tropea
Traduzione di Paola Gherardelli
Pagg. 320, € 16,90
Con inserto fotografico b/n
In libreria dal 10 gennaio 2008

La prima raccolta di diari tenuti da bambini e ragazzi di
ogni parte d’Europa durante la Seconda guerra mondiale. Dai
ghetti della Lituania, della Polonia, della Lettonia e
dell’Ungheria ai campi di concentramento di Terez, Stutthof
e Janowska, dalle strade bombardate di Londra e Rotterdam
alla prigione nazista di Copenaghen, queste pagine,
sconosciute al grande pubblico e conservate in poche copie
superstiti, raccontano cosa significhi per un adolescente
vivere ogni giorno con la consapevolezza che può essere
l’ultimo. Ma è proprio in situazioni tanto drammatiche che
la scrittura testimonia un’irriducibile voglia di vivere.
Guidate dalla spontaneità dell’età infantile, le penne di
questi giovani narrano l’incubo del quotidiano con una
schiettezza sorprendente. I toni sono spesso amari, ma non
mancano note umoristiche, espressioni di fiducia e,
soprattutto, di grande coraggio. Il diario diviene l?unico
sostegno, il miglior amico a cui confessare paure e con cui
sfogare la rabbia per affrontare il domani. E, allo stesso
tempo, una forma di resistenza alla follia dei tempi. Un
modo per dare ordine al caos, per contrastare l?oppressione,
per sopravvivere nella memoria. Per salvaguardare la propria
umanità e quella degli altri.
Laurel Holliday, ex insegnante universitaria, editor
e psicoterapeuta, lavora oggi come scrittrice professionista
a Seattle. Ha pubblicato altre raccolte di diari di
adolescenti: Children of The Troubles: Our Lives in the
Crossfire of Northern Ireland; Children of Israel, Children
of Palestine: Our Own True Stories; Children of the Dream:
Growing Up Black in America.
Nella foto, bambini e ragazzi ebrei arrivano nel ghetto di
Theresienstadt.
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Arte Zingara: le "Ruote in fiamme"
27 novembre
2007
Jasmine è un'artista Rom che vive in fuga, senza un luogo
fisso, senza la garanzia di un futuro. Ha un marito,
pregiudicato, e due figli. Quanti anni ha? Direi una
trentina, ma potrebbe essere più giovane.

E' difficile
valutare l'età di una donna Rom, perché il freddo di molti
inverni, la fame e le privazioni lasciano spesso segni
indelebili, invecchiando anzitempo le loro vittime. Ho
conosciuto Jasmine durante uno sgombero nei pressi di via
Triboniano, a Milano. Alcuni miei amici ed io abbiamo
difeso, in quell'occasione, numerose famiglie Rom da
un'azione di polizia particolarmente violenta. Gli agenti,
in assetto antisommossa, avevano allontanato brutalmente le
famiglie dal loro accampamento di fortuna, poi avevano
distrutto le loro povere baracche.

Il giorno prima
gli stessi agenti avevano usato i manganelli contro bambini
e donne, anche incinte, provocando la reazione di alcuni
capofamiglia. Pochi uomini e poche donne a piedi nudi contro
decine di guardie in armi (i giornali avrebbero poi
descritto l'evento, come al solito, capovolgendo i fatti e
scrivendo di zingari violenti contro le civili forze
dell'ordine milanesi). Jasmine era in prima linea e tendeva
le mani per proteggere una giovane donna al settimo mese di
gravidanza.

Gridava: "No, per favore. No!". Abbiamo ideato insieme il
Progetto Romanesia, a sostegno dei popoli Rom, Sinti e Kalé,
progetto di cui ora si discute in diverse sedi
istituzionali. Jasmine non ha un recapito. Ci siamo
scambiati i numeri di cellulare. Mi ha chiamato alcune
volte. In un'occasione ci siamo visti e abbiamo realizzato
insieme una serie di opere a pastello su carta: le "Ruote in
fiamme", memoria del Porrajmos, l'Olocausto Zingaro, e
monito contro l'attuale persecuzione, che ha abbassato la
speranza media di vita dei Rom a poco più di 40 anni. Un
genocidio!

In calce alle
opere, Jasmine ha scritto alcuni versi in italiano. Versi
che inneggiano alla libertà; versi d'amore per il popolo
Rom. Ora nessuno risponde più al numero di telefono di
Jasmine e lei – che mi aveva promesso di chiamarmi almeno
due volte ogni mese, per tenersi aggiornata sul Progetto
Romanesia e per dipingere insieme a me – non si è fatta più
viva.
"Temo il freddo dell'inverno che viene," mi aveva detto
all'inizio di ottobre. Le avevo proposto di aiutare lei e la
sua famiglia, ma Jasmine aveva rifiutato, abbracciandomi e
dicendomi: "La mia vita è là fuori, con la mia gente". Ecco
la serie delle "Ruote in fiamme". Roberto Malini
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Il mito di Lilith e le "donne con le ali"
di Laura Todisco
Narra la leggenda ebraica che Lilith fu la prima moglie di
Adamo, prima di Eva, creata non dalla costola del marito ma
da argilla e polvere, quindi sua pari. Indomita e ribelle, a
seguito del tentativo di Adamo di sottometterla con la
forza, ella pronunciò il nome magico di Dio(Javhe), le
spuntarono le ali, dato che conoscere il vero nome di Dio la
rendeva pari a lui, si levò in aria e lo abbandonò.
Adamo si lamentò con Dio, il quale inviò allora tre angeli (Sanvi,
Sansanvi e Semangelaf) a cercarla per riportarla indietro.
Lilith rifiutò e maledisse gli angeli. Nel frattempo Lilith
divenne l’amante dei demoni, generando cento bambini al
giorno. Gli angeli le dissero che Dio le avrebbe portato via
i suoi figli se lei non fosse tornata da Adamo. Dal momento
che Lilith non accettò, venne di conseguenza punita. E Dio,
dette anche ad Adamo la docile Eva.
Si dice che la Dea sia attratta dai bambini dato che Dio le
sottrasse i suoi e avviò un regno del terrore contro le
donne incinta e i neonati, che venivano protetti da lei con
amuleti con su scritti i nomi dei tre angeli, i quali la
avevano costretta a giurare che ogni qualvolta avesse visto
le loro immagini o i loro nomi avrebbe lasciato stare i
bambini e le mamme.
Se il bambino piangeva nel sonno si credeva che questo era
un segno della presenza di Lilith e per scacciarla occorreva
picchiettare il naso del bimbo.

Si narra inoltre che fu lei, e non Eva, la madre di Caino.
Il nome Lilith deriva, secondo alcuni, dalla parola
assiro-babilonese Lilitu, che significa spirito del vento;
per altri, dall'ebraico Lil che significa notte, oscurità ma
anche calamità.
La prima immagine conosciuta della Dea è come donna
bellissima, alata e nuda, con i piedi di uccello che si alza
su due leoni ed è accompagnata da due gufi (nella foto).
I sumeri e i babilonesi la consideravano come un essere che
dimorava nel mondo dei sogni. Per essi era una succuba che
visitava gli uomini nei loro sogni e da tale relazione
venivano generati uomini senza volto. In
questa accezione era considerata come la principessa dei
succubi, una seduttrice e divoratrice di uomini.
Nella mitologia Lilith è anche conosciuta come un satellite
invisibile dalla terra e per questo chiamata "Luna nera",
invisibile perché assorbe e non riflette, come ogni altra
cosa, la luce del Sole. Da tali leggende nasce l'idea della
donna strega, seduttrice e maligna. Idea che fu alla base
degli orrori e dello sterminio attuato dalla "Santa"
Inquisizione.
Sul mito di Lilith c'è parecchio da dire.
Dal punto di vista biblico Lilith è vista come la parte
oscura di Eva, la donna che non si sottomette all'uomo.
Il mito di Lilith è presente nei miti biblici, nella
tradizione numerica, in quella egizia, greca e romana, ed è
sempre legata alla simbologia della Grande Madre con valenze
inquietanti e distruttive, nel Medio Evo è la strega,
costella il sogno e l’incubo a metà strada fra la fiaba e il
racconto popolare.
La formazione del mito della Luna nera si associa sempre a
Lilith, ha la radice tipica e specifica nel ciclo della Luna
con le sue fasi.
La Luna crescente e la Luna piena erano vissute come un
influsso benefico, su tutta la natura indice di crescita e
di fertilità. Quando la Luna, conclusa l’ultima fase,
scompare, si realizza analogicamente la drammatica e
inquietante “Luna Nera” l’assente, il demone dell’oscurità e
allora diviene oscura, crudele, distruttiva e maligna.
L’approccio a Lilith cambia con Freud e Jung e non la si
vede più come divinità arcaica e completamente distruttiva
ma viene riportata dentro l’archetipo originario della
Grande Madre, che riflette la parziale
rimozione degli istinti e la censura delle pulsioni sessuali
.
Nell’interpretazione astrologica Lilith riflette sempre la
conflittualità istintuale delle pulsioni rimosse, il lato
oscuro della sessualità.
(In pratica Eva è la sottomessa per antonomasia e Lilith è
la strega oggetto di persecuzione ed inquisizione... ma
Lilith è anche l'altra metà di Eva).
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Un nuovo inno per gli zingari
di Roberto Malini
14 novembre
2007
Gli zingari hanno un inno che inizia così: "Ho
percorso molte strade / e ho conosciuto Rom pieni di gioia".
Due versi che nascondono la forza d'animo di un popolo, che
come quello ebraico cerca di esorcizzare una storia di
dolore e morte con un atteggiamento sereno, musica, canti e
feste. Forse anche nello zigeunerlager di Auschwitz, gli
zingari vedevano... colori! Però le strade che lo zingaro
percorre sono molte, infinite, perché in nessun luogo è
benvenuto. "Ditemi da che luoghi venite / con le tende, /
percorrendo le strade del destino?". Nessuno di loro lo sa,
perché nessuno di loro ha una vera patria, perché ognuno di
loro viene da luoghi ostili, da miseria e persecuzione. E
quando non ha tende, carrozze o roulotte in cui riparare,
costruisce baracche. "Ci basta un fazzoletto di terra," mi
ha detto una volta la Rom Jasmine, "per costruire
un'abitazione capace di sfidare il freddo e il caldo, il
vento e la pioggia". "Oh Rom, oh giovani!" continua l'inno,
"Avevo anch'io una grande famiglia, / ma la Legione Oscura
l'ha massacrata."

L'Olocausto, il
Porrajmos: la giovinezza eterna di un popolo che non può
invecchiare, perché oggi come ai tempi di carnefici nazisti
– è talmente perseguitato, affamato, tormentato dalle
nazioni che loro malgrado lo ospitano, da non avere che una
breve e misera speranza di vita: 47 anni in media. Se la
gente sapesse il dolore degli zingari! Se la gente sapesse
il loro coraggio! Se la gente sapesse come davanti alle
guardie, che avrebbero il dovere di proteggere gli
innocenti, il Rom sia trattato alla stregua un cane
rabbioso: insultato ("Fateci vedere i documenti, sporchi
zingari": così li hanno apostrofati – non nella Germania di
Hitler, ma qui in Italia - qualche giorno fa), minacciato,
maltrattato. Se la gente sapesse chi sono coloro che danno
alle fiamme le baracche zingare, uccidendo fra mille
tormenti i loro bambini! Se la gente sapesse chi sono coloro
che inseguono e fanno violenza agli zingari! Se la gente si
fermasse a guardarsi (non a scorgersi distrattamente, ma a
guardarsi) davanti allo specchio! "Venite con me, Rom di
tutto il mondo, / insieme attraverseremo nuove contrade".
Bisogna alzarsi, è ora di lasciare i poveri accampamenti, le
baracche di cartone, prima che tornino i persecutori, prima
di essere accusati di crimini orrendi, di finire in manette
e poi davanti ai giudici della Legione Oscura. Perché è un
mondo ostile, perché sul pianeta Terra - dove non c'è un
angolo che sia terra zingara – è la vittima, non il
colpevole a subire le più dure condanne. E le prove non
servono mai, perché la vostra colpa - oh Rom, oh giovani!
- è quella di essere zingari. Ma è tempo di allontanarsi
dall'odio, per cercare ancora un luogo in cui vivere,
circondati da un popolo di uomini giusti: "E' ora,
alziamoci, / è giunto il tempo del'azione. / Oh Rom, oh
giovani!".
Nella foto, "Il sole su Auschwitz" di Anna Cocumarolo
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Olimpia (quella già salvata da Orlando) e
la democrazia di Dover
di Salvatore Conte (con il contributo di Roberto Malini)
22 ottobre 2007
C’era una volta un Uomo a cui giunse una mail (un messaggio
da uno schermo personale) da parte di un’amica di Olimpia,
quella che un tempo fu salvata da Orlando, il figlio di
Ludovico.
La mail diceva che rimanevano solo 4 giorni,poi sarebbe
stata la fine per Olimpia, la Sacerdotessa giunta da molto
lontano. Perché la Sacerdotessa era incatenata sulle
scogliere di Dover e cento demoni neri erano pronti a
lanciare pietre su di lei. Li aveva generati un grande
serpente di mare, forse un Leviatano dalla coda tricolore.
Quell’Uomo pensò che era suo dovere tentare qualcosa di
disperato per salvare la vita di Olimpia, ma l’impresa era
impossibile.
Intanto le prime pietre la colpirono, lei era ferita, forse
era già morta.
Era stata in marcia per lungo tempo, aveva amato con
fraterna gioia coloro che aveva incontrato sulla sua strada,
ma quest’ultimo tradimento, quello della democrazia di
Dover,l’aveva uccisa dentro.
Una grande sete l’aveva condotta a Dover, ma i demoni
anziché acqua le portarono un pugnale: «Falla finita, ora e
subito, Olimpia: ti risparmierai la lenta morte delle molte
pietre che stanno per colpirti».
I demoni si fingevano gentili perché anche a Dover, di tanto
in tanto, lungo la scogliera, era di passaggio qualche buon
pellegrino che avrebbe loro chiesto: «Perché state facendo
tutto questo ad una persona tanto buona?».
La Sacerdotessa accostò il pugnale al cuore per terminare
così le sue sofferenze, ormai infatti era morta dentro di sé
ed il corpo senza più calore che ancora le rimaneva era solo
un pesante fardello.
Ma chi ama gli altri ha il dovere di amare anche sé stesso,
anche se si tratta di un dovere che è divenuto odioso.
Così Olimpia allontanò il pugnale da sé, andando incontro
alle pietre.
Ma quella stessa notte, il Cielo Onnipotente, commosso dalla
dolce figlia, fece tremare gli Abissi.

Una voce silenziosa giunse ad Olimpia: «Resisti…».
Da molto lontano, molte persone - agitate da quell’Uomo -
cominciarono ad amarla sempre di più,anche se sapevano così
poco di lei.
I demoni generati dal Leviatano tricolore gestivano commerci
in tutto il Mondo e per farlo meglio indossavano delle
bellissime maschere (DEMOCRAZIA, GIUSTIZIA, LIBERTA’). Così
finsero di stupirsi: «Davvero qualcuno vuole uccidere
Olimpia? Ma è una cosa assurda! Noi siamo civilissimi! Anzi
siamo i più civili di tutti!».
Allora rinviarono di un paio di giorni il lancio delle
pietre, e poi ancora di due o tre giorni, sperando che in
questo frattempo lei finalmente spingesse il pugnale dentro
di sé.
Ma la voce silenziosa del Cielo si moltiplicò per dieci,
cento, mille, un milione di voci assordanti.
I demoni non sapevano più cosa fare. Allora scelsero di
stare zitti.
Intanto coloro che non cessavano di volerle bene, portavano
acqua alla Sacerdotessa per farla resistere. Il sole era a
picco sulle scogliere di Dover e lei aveva tanta sete. Tanta
sete da morire.
Ma i demoni presero a calci le borracce dell’acqua e le
gettarono in mare prima che lei potesse bere, oppure le
riempirono di acqua salata.
Allora il Cielo si oscurò affinché Olimpia fosse protetta
dal sole e dall’arsura. E mandò tanta di quella pioggia. E
le gocce d’acqua portavano ciascuna un dolce bacio al labbro
di Olimpia. Le portavano sussurri, carezze, tenerezze, la
coccolavano perché le volevano bene, e v’erano persone
lontane che pregarono il Cielo di mutarle in gocce d’acqua
per poterla raggiungere e baciare, come l’amatissima
sorella, madre, figlia, che non si vede più da molto tempo.
I demoni videro tornare il sorriso sul volto della
Sacerdotessa, la Luna risplendere tra le nubi, e molti di
loro si dispersero tornando negli Abissi. Altri tornarono ad
indossare le loro maschere.
Allora il Leviatano tricolore schiumò rabbioso tra i flutti,
agitando i tentacoli per trascinare con sé la Sacerdotessa,
ma lei - forte di ciascuna goccia d’amore - spezzò le catene
ed ammansì il serpente.
E’ la storia di Olimpia, la Vergine giunta a Dover da molto
lontano. Non aveva con sé nessuna borsa, eppure consegnò
preziosissimi doni ad un Paese che si diceva molto ricco.
Con la sua infinita dolcezza, con la sua capacità di amare
il bene e perdonare il male, anche a Dover in molti
tornarono a comprendere che DEMOCRAZIA, GIUSTIZIA, LIBERTA’,
non sono maschere ma l’unico destino possibile di tutta
l’Umanità.
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Teheran commemora Marcos Gregorian, artista dei Genocidi
Da "Zatik". Teheran - Ieri 10 settembre, alle ore 17, nella sede del museo d'Arte Moderna e di Tehran, è stata celebrata la memoria di Marcos Gregorian (nella foto), per l'organizzazione della Direzione del Museo d'Arte Moderna e Contemporanea dell'Iran.

Il direttore del Museo Sadegh Zamani, che fu allievo dell'Artista, ha preso l'impegno di pubblicare, con la collaborazione delle autorita di Yerevan, oltre cinquemila capolavori di Gregorian. Durante la cerimonia hanno preso la parola artisti, poeti e scrittori importanti, fra i quali Aydin Aghadashloo, Javad Majabi e Sirak Melkonian. Significativi il messaggio del grande artista americano Parviz Tanavoli, di Janet Lazarian e di molti altri intellettuali.
Gregorian fu scultore, pittore e uomo di cinema (attore in otto film). La sua arte è testimonianza dei genocidi. La serie di dodici opere "Auschwitz" (nelle foto, alcuni dipinti) rese famoso il maestro armeno in tutto il mondo. Gregorian fu studente all'Accademia di Belle Arti Di Roma, dove presto il suo lavoro sarà ricordato. Vedi anche: http://www.marcosgrigorian.com/ - http://www.zatik.com/fastnews.asp
 
 
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Pregiudizio omofobico: dall'Olocausto dei Triangoli Rosa alla realizzazione di un monumento per non dimenticare
Approvata, dal Consiglio provinciale, risoluzione per costruire un mondo rispettoso dei diritti di ciascuno
Relazione pubblicata su "Provincia di Firenze", relativa all'intervento di Roberto Malini presso il Consiglio Provinciale fiorentino il 21 maggio 2007
Il Consiglio provinciale ha approvato, all’unanimità, una risoluzione contro l’omofobia che condanna, con forza, ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale ed invita la giunta provinciale e la Presidenza del consiglio a promuovere iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica ad una cultura della diversità e alla condanna di una mentalità omofobica, anche e soprattutto nelle scuole che hanno il dovere di formare i giovani perché contribuiscano a costruire un mondo rispettoso dei diritti di ciascuno. Il Presidente del Consiglio Massimo Mattei ha sottolineato che: “Per la prima volta un’assemblea elettiva dedica un’importante riflessione sulla questione del pregiudizio omofonico. E questa è una grande prova di civiltà che questo Consiglio provinciale ancora una volta ha voluto dimostrare. Come ha già fatto per la giornata della memoria, com’è già stato fatto per la giornata del ricordo, noi siamo – ha sottolineato Mattei – per ricordare tutte le tragedie che hanno insanguinato il ‘900 e che continuano a insanguinare il nostro Secolo e la nostra storia e siamo perché in futuro si possa vivere in un mondo senza più discriminazioni di nessun tipo e dove il rispetto per le diversità, sia queste politiche, religiose, sociali e anche sessuali, sia un valore fondante del nostro vivere quotidiano”.

Alla seduta è intervenuto il dottor Roberto Malini scrittore, regista e storico della Shoa. “L’Olocausto dei Triangoli Rosa non è mai finito realmente perché si è trasformato da sterminio in persecuzione. Penso che destra, sinistra, centro: tutti dovrebbero capire che ci sono delle categorie umane che sono sempre nate e nasceranno sempre. Nell’antica Grecia c’erano gli omosessuali ed erano dall’8 all’11% della popolazione. Ed oggi niente è cambiato. Anche nei Paesi Arabi, dove gli omosessuali sono discriminati fino al punto di arrivare alla condanna a morte, sono tra l’8 e l’11%. Ma anche negli Stati Uniti oppure come in Svezia o la Norvegia la componente omosessuale è sempre tra l’8 ed il 9% della popolazione. Occorre una vera campagna di istruzione ed un cambiamento nell’educazione dei ragazzi e questo è compito delle Pubbliche Amministrazioni perché, oltre a Matteo Maritano, il ragazzo di Torino che si è suicidato ce ne sono tanti che sono molto vicini a farlo e spesso dobbiamo rassicurarli e spiegargli perché la loro vita non è inferiore all’altra ma è semplicemente differente. Credo che sia molto importante anche creare dei simboli – ha concluso Malini – ed abbiamo parlato con il Comune di Vinci per la proposta di un monumento da far realizzare a Tamara Deuel, la più grande scultrice ebrea vivente, sopravvissuta all’Olocausto”.
Nella foto, bozzetto di Tamara Deuel per il Monumento ai Triangoli Rosa (il progetto dell'opera, che si intitola "Solidarietà", in omaggio all'artista gay sopravvissuto all'Olocausto Richard Grüne, è degli artisti Tamara Deuel, Steed Gamero, Roberto Malini e Dario Picciau).
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3 agosto 2007, apre l'Hilo Art Museum, dove l'Arte esprime i diritti dell'uomo
Hilo, Hawaii, 3 agosto 2003. Oggi l'Hilo Art Museum, in primo museo d'arte delle Isole Hawaii, apre ufficialmente, presentando la collezione permanente di arte moderna e contemporanea, la sezione riservata alle scuole e quella fotografica. Quest'ultima è inaugurata con la collezione Carley Fonville. Il pubblico, che accederà gratuitamente alle sale espositive, potrà ammirare opere di Pablo Picasso, Willem De Kooning, Keith Haring, Lyn Howe, Janis Parker, Susanne Dix, Dan Hoskins, Emily DuBois e molti altri artisti. "Ieri notte c'è stata l'apertura riservata ai soli membri," spiega il direttore Ted Coombs, "ed è stato un evento emozionante. Tutti sono felici del fatto che finalmente abbiamo un museo, un museo che è ancora piccolo, ma crescerà. I commenti sono stati estremamente positivi e vi è molta attesa per l'inaugurazione ufficiale". Il Museo d'Arte di Hilo è nato per avvicinare il pubblico, soprattutto i giovani, all'arte e alla cultura di tutto il mondo, riducendo così il loro senso di isolamento e creando un punto di riferimento per le nuove generazioni, che oggi più che mai - se si considera che nelle Hawaii è particolarmente sentito il malessere giovanile, con le conseguenti problematiche di droga, aggressività, gravidanze precoci - hanno bisogno di identificarsi in valori forti e positivi. Ecco perché, appena un mese dopo l'apertura del Museo - per l'esattezza, il 7 settembre - sarà inaugurata anche la raccolta "Arte del'Olocausto e dei Genocidi", una pinacoteca che racconterà ai giovani i più tragici errori dell'umanità, ricorderà loro il martirio di milioni di innocenti e il messaggio dei sopravvissuti, che invitano l'uomo d'oggi a rispettare la vita e a intraprendere sempre le vie della pace, della comprensione e del dialogo. "Nello Stato delle Hawaii vivono numerosi sopravvissuti e figli di testimoni," commenta Roberto Malini, curatore esterno della raccolta, "e questo sarebbe già un buon motivo per creare lì, nella Grande Isola, un museo dell'Olocausto.

I giovani, poi, soffrono molto l'isolamento e i problemi legati a stupefacenti, aggressività, bande è sempre più sentito. Vi sono diverse etnie. Ecco perché risulta importante attivare progetti di educazione ai valori della tolleranza e della fratellanza. Il direttore del museo, ebreo, è molto sensibile verso il tema dell'Olocausto e ritiene che un progetto come il nostro possa essere estremamente utile proprio nell'ambito dell'educazione. Le Hawaii inoltre sono una delle mete più frequentate da politici, giornalisti e autorità. La presenza di una collezione permanente di Arte dell'Olocausto e dei Genocidi sarà utile a sensibilizzarli verso l'argomento. Negli anni la collezione sarà ampliata divenendo un punto di riferimento sempre più importante per la cultura dei diritti umani". Attraverso le opere di Picasso, Chagall e Struck, dei pittori della Shoah Jacob Vassover, Yehuda Bacon, Tamara Deuel, Simcha Nornberg, Fishl Zylberberg, dell'artista digitale Dario Picciau, del giovane fotografo Steed Gamero - che ritrae i volti dei testimoni - e attraverso i dipinti, i disegni e le incisioni di molti altri artisti che hanno messo il loro talento al servizio della verità e della tolleranza, la gente della Grande Isola potrà riflettere su pagine dolorose della Storia umana, recuperando oltre le cortine della tragedia un'eredità di speranza e creatività, le sole qualità umane che sono in grado di opporsi alla disperazione e all'annientamento. A.B.
Nella foto, "The Egg" di Emily DuBois
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Anne in the sky tornerà con un'ombra di nuvole
Jürgen Berger ha visto alcuni spezzoni dello spettacolo "Anne in the sky" di Roberto Malini e Angelica Calò nel documentario 'In viaggio con Anne Frank': "Da quello che ho visto, è un'opera di grande valore simbolico e sentimentale, una parabola della memoria che racconta a tutti, non solo ai ragazzi, la vita di Anne Frank: quella che conosciamo tutti attraverso il Diario e quella che ci fa piangere, perché ci ricorda che l'olocausto non è stato certo una favola a lieto fine. Vorrei sapere se siete d'accordo con la mia opinione e se lo spettacolo sarà ancora rappresentato in Italia".
Risponde Roberto Malini: "La pièce di teatro danza 'Anne in the sky' è nata durante la produzione del film 'Dear Anne', un'opera che è stata concepita proprio per raccontare al pubblico di tutto il mondo la storia di Anne, della sua famiglia e dei suoi amici: una storia di coraggio e speranza, ma anche una vicenda di crudeltà e morte. Ho scritto il testo e diverse note di coreografia dopo aver conosciuto i giovani interpreti del 'Teatron Keshet', il Teatro dell'Arcobaleno, ragazzi ebrei, cristiani e musulmani che lavorano insieme, con l'ingenuità eroica dell'adolescenza, per cambiare un mondo che non piace loro. Sono ragazzi che venerano Anne Frank. In cinque anni di lavoro a Kerem Ben Zimra, in Galilea, Angelica ha trasmesso loro valori importanti: la tolleranza reciproca, il dialogo, la pace.

La compagnia è già stata in Italia in diverse occasioni e sicuramente tornerà. Apporterò qualche cambiamento al testo per sottolineare gli aspetti più terribili dell'intolleranza. Anne Frank morì dopo un martirio indicibile ed è importante che si percepisca l'eco del suo dolore. In una pagina dei 'Racconti dell'Alloggio Segreto', la giovane scrittrice accomuna il popolo ebraico massacrato dai nazisti ai poveri, ai senza tetto, a coloro che non posseggono nulla e di cui nessuno si occupa. 'Anne in the sky' ripete, da quel luogo ideale di giustizia e speranza che definiva 'fazzoletto di cielo' che l'Olocausto non è finito, che non finirà finché vi saranno popoli costretti in miseria, senza una patria, senza amici. Popoli zingari, condannati a morte nel silenzio generale da carnefici che hanno sostituito le camere a gas con altri strumenti di morte: la fame, il freddo, le malattie. Per loro l'Europa è una grande Bergen-Belsen, il campo dove Anne morì. Dunque, 'Anne in the sky' tornerà in Italia, ma con lei ritorneranno le nubi di tempesta che resero possibile la Shoah e che cercano ancora di coprire quell'ultimo squarcio di cielo azzurro".
Nella foto, 'Anne in the sky' di Alfred Breitman, immagine scelta per la nuova locandina dello spettacolo.
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"Vade Retro": è giusto censurare il nudo e l'omosessualità nell'arte?
Luca di Varese chiede ad Anne's Door un parere sulla decisione del Comune di Milano di annulare la mostra d'arte omosessuale "Vade Retro".
Risponde Alfred Breitman. Quando la censura colpisce l'arte, la libertà d'espressione non esiste più. Il partito nazionalsocialista ebbe fin dall'inizio una posizione violentemente censoria nei confronti di quell'arte che considerava "degenerata" (Entartete Kunst). Già dal 1933 in Germania fu ritenuta illegale ogni opera d'avanguardia. Nel 1936 fu consentita solo la Deutsche Kunst, mentre l'arte invisa al partito di Hitler fu proibita e perseguitata. L'anno successivo i nazisti organizzarono a Monaco di Baviera una grande rassegna, in cui vennero esposte centinaia di opere "degenerate": un monito al pubblico perché imparasse a distinguere "bello" e "brutto", "dignitoso" e "osceno". Ovviamente l'arte omosessuale rientrava fra le opere proibite. Non mi sorprende che le autorità di Milano, una città che nega progressivamente ogni diritto delle minoranze abbia deciso di impedire la mostra. Di questo passo, si arriverà a proibire Platone e i lirici greci in quanto pedofili e immorali; nella pittura, Botticelli, Leonardo, Michelangelo e Caravaggio. E che dire di Rimbaud e Verlaine? Di Pasolini e Sandro Penna? Anne Frank scrisse una pagina illuminante nella sua racolta di novelle e pensieri "I racconti dell'Alloggio Segreto", in cui giudicava severamente i censori del suo tempo, che definivano "oscena" la nudità del corpo umano. La bellezza, secondo la giovane ebrea tedesca, è un'emanazione della natura e nella nudità, nelle effusioni, nelle passioni dettate dalla natura non vi è nulla di illecito. Il brutto e l'osceno sono nell'occhio di colui che ha deviato dalla via naturale. Tornando alla mostra "Vade Retro" ho un solo appunto: le opere in catalogo, salvo poche eccezioni, non sono rappresentative dell'espressione d'amore omoerotico. Avviliscono uomini e donne omosessuali, rimpiccioliscono la scelta di mutare il proprio sesso, offrono un povero spettacolo allo sguardo degli adolescenti gay, che cercano in un mondo ostile immagini desiderabili. Ecco una minima esposizione di livello più elevato e consono:

Francis Bacon, Two Figures, 1953;

Thoman Eakins, The Swimming, 1885

Caravaggio, Ragazzo con un canestro di frutta, c.1593-1594

Philip Core, The Bermuda Triangle, 1982

George Quaintance, Siesta, 1952

Dettaglio dei santi Sergio e Bacco, VII secolo

Salvatore Vizini, Ragazzo, 1931

Arte vascolare greca, Un uomo corteggia un ragazzo

Steed Gamero e Roberto Malini, Il Triangolo Rosa, 2007
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Gino Grimaldi, il linguaggio segreto di una pittura diversa
Mostra "Gino Grimaldi, il pittore del manicomio di Cogoleto"
a cura di Giovanna Rotondi Terminiello
Inaugurazione: 20 luglio 2007 presso l'ex Ospedale Psichiatrico di Gogoleto (Genova)
Gino Grimaldi (1889--1941) è un artista del primo 1900 sconosciuto ai più. Eppure si tratta di un pittore di indubbio valore sia sotto l'aspetto puramente tecnico-pittorico che sotto quello dell'iconografia, ricca di simboli e attraversata da un linguaggio "segreto", un linguaggio che rivela - ma solo agli iniziati alla divina follia - livelli abissali e spazi celesti di una mente e di un'anima. La riscoperta di questo notevole artista italiano è merito di Giovanna Rotondi Terminiello, così come la conservazione delle sue opere superstiti e soprattutto del suo capolavoro: il ciclo di dipinti realizzati nella chiesa del manicomio di Cogoleto. Omosessuale in una società refrattaria alla diversità, Gino Grimaldi fu ricoverato già all'età di ventiquattro anni per psicosi maniaco-depressiva ed ebbe lungo tutta l'esistenza problemi di equilibrio mentale, tanto che fu più volte ricoverato in manicomi ed ospedali psichiatrici. Nel 1933, convinto di essere ricercato dalla polizia a causa di una relazione omoerotica, tentò il suicidio e venne internato all'Ospedale Psichiatrico di Cogoleto, dove gli fu diagnosticata una psicosi depressiva. Con il consenso dei medici, che ritenevano la pratica dell'arte utile a combattere l'ansia psicotica, Gino Grimaldi iniziò a decorare la chiesa del manicomio.

Nel 1935 rifiutò di essere dimesso per continuare l'opera intrapresa, che terminò nel 1937. Vicino alla firma scrisse: "Ultima Opus. Addio mia Arte". Nel 1941 fu ricoverato nuovamente presso l'Ospedale Psichiatrico di Cogoleto, dove morì il 28 luglio per un attacco cardiaco. La pittura di Gino Grimaldi è connotata da una ricchissima iconografia dell'omosessualità in cui la simbologia cristiana si mescola all'immaginario sessuale ed erotico che emerge da un'età antica, più vicina a Orfeo che non a Platone. Ed ecco che onanismo e preghiera si identificano, come il crocefisso e l'emblema di Priapo. Ascesi e narcisismo, estasi e orgasmo si compenetrano in una visione istintualmente panteista e libera dai legacci di morale e logica, mentre sulle vicende umane vegliano angeli vivi e procaci come i ragazzi del Caravaggio o i bagnanti adolescenti che l'artista ammirava sulle spiagge di Cogoleto. L'amore greco, tuttavia, così presente nella pittura di Gino Grimaldi non svela che uno dei molteplici aspetti della sua arte. "E' un artista un po' inquietante," spiega Giovanna Rotondi Terminiello, "per i significati occulti dei suoi dipinti, difficili da interpretare nei contenuti e pieni di particolari che dimostrano la sua abilità di pittore". Roberto Malini
Bibliografia
Rotondi Terminiello, Giovanna, "Figure dell'Anima. Arte irregolare in Europa", catalogo della mostra a cura di B. Tosatti, Genova, 3 marzo-14 aprile 1998.
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Gino Grimaldi, il linguaggio segreto di una pittura diversa
Mostra "Gino Grimaldi, il pittore del manicomio di Cogoleto"
a cura di Giovanna Rotondi Terminiello
Inaugurazione: 20 luglio 2007 presso l'ex Ospedale Psichiatrico di Gogoleto (Genova)
Gino Grimaldi (1889--1941) è un artista del primo 1900 sconosciuto ai più. Eppure si tratta di un pittore di indubbio valore sia sotto l'aspetto puramente tecnico-pittorico che sotto quello dell'iconografia, ricca di simboli e attraversata da un linguaggio "segreto", un linguaggio che rivela - ma solo agli iniziati alla divina follia - livelli abissali e spazi celesti di una mente e di un'anima. La riscoperta di questo notevole artista italiano è merito di Giovanna Rotondi Terminiello, così come la conservazione delle sue opere superstiti e soprattutto del suo capolavoro: il ciclo di dipinti realizzati nella chiesa del manicomio di Cogoleto. Omosessuale in una società refrattaria alla diversità, Gino Grimaldi fu ricoverato già all'età di ventiquattro anni per psicosi maniaco-depressiva ed ebbe lungo tutta l'esistenza problemi di equilibrio mentale, tanto che fu più volte ricoverato in manicomi ed ospedali psichiatrici. Nel 1933, convinto di essere ricercato dalla polizia a causa di una relazione omoerotica, tentò il suicidio e venne internato all'Ospedale Psichiatrico di Cogoleto, dove gli fu diagnosticata una psicosi depressiva. Con il consenso dei medici, che ritenevano la pratica dell'arte utile a combattere l'ansia psicotica, Gino Grimaldi iniziò a decorare la chiesa del manicomio.

Nel 1935 rifiutò di essere dimesso per continuare l'opera intrapresa, che terminò nel 1937. Vicino alla firma scrisse: "Ultima Opus. Addio mia Arte". Nel 1941 fu ricoverato nuovamente presso l'Ospedale Psichiatrico di Cogoleto, dove morì il 28 luglio per un attacco cardiaco. La pittura di Gino Grimaldi è connotata da una ricchissima iconografia dell'omosessualità in cui la simbologia cristiana si mescola all'immaginario sessuale ed erotico che emerge da un'età antica, più vicina a Orfeo che non a Platone. Ed ecco che onanismo e preghiera si identificano, come il crocefisso e l'emblema di Priapo. Ascesi e narcisismo, estasi e orgasmo si compenetrano in una visione istintualmente panteista e libera dai legacci di morale e logica, mentre sulle vicende umane vegliano angeli vivi e procaci come i ragazzi del Caravaggio o i bagnanti adolescenti che l'artista ammirava sulle spiagge di Cogoleto. L'amore greco, tuttavia, così presente nella pittura di Gino Grimaldi non svela che uno dei molteplici aspetti della sua arte. "E' un artista un po' inquietante," spiega Giovanna Rotondi Terminiello, "per i significati occulti dei suoi dipinti, difficili da interpretare nei contenuti e pieni di particolari che dimostrano la sua abilità di pittore". Roberto Malini
Bibliografia
Rotondi Terminiello, Giovanna, "Figure dell'Anima. Arte irregolare in Europa", catalogo della mostra a cura di B. Tosatti, Genova, 3 marzo-14 aprile 1998.
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Friedl Dicker-Brandeis
di Elena Makarova
Estetica come null’altro, la pelle più sottile è una protezione contro il caos... Estetica, ultima istanza, via di fuga, motore definitivo in grado di creare, mentre l’uomo si difende da forze su cui non ha alcun potere...
Friedl Dicker-Brandeis a Hilde Kothny, Hronov, 9 dicembre 1940.
Più di mezzo secolo dopo la morte di Friedl Dicker-Brandeis (Vienna 1898 - Auschwitz 1944), studiosi di molti paesi e di varie discipline cominciarono a dedicare un nuovo e crescente interesse per questa figura. Secondo alcuni, fu una pittrice; secondo altri, una designer di mobili e set teatrali (scenografa); per altri ancora, un’educatrice nel campo di concentramento di Terezín (Theresienstadt). Ora si possono finalmente radunare tutti questi aspetti per presentare la varietà e la complessità della vita, dell’arte e dell’attività didattica di Friedl Dicker-Brandeis.
Perché fu dimenticata o sottovalutata, specialmente come pittrice? Il suo talento pittorico si manifesto a partire dagli anni ‘30, a Praga; si affermò nella cittadina di Hronov, già sotto l’occupazione nazista e terminò nel campo di Terezín. Ovviamente, nessuna mostra fu possibile. L’unica eccezione, una piccola presentazione organizzata dagli amici dell’artista, a Londra, nel 1940.
Si deve inoltre considerare il fatto che Friedl Dicker-Brandeis fu in un certo senso incurante del destino delle proprie opere. Il temperamento passionale e la mancanza di fiducia in se stessa le fecero distruggere molti dei suoi lavori artistici. Il disegno di un bel gatto esposto in una recente mostra dedicata a Friedl, fu recuperato da un amico dalla spazzatura e così salvato.
Spesso non firmò le sue opere (come per esempio, gli ultimi sessanta lavori realizzati a Terezín). Nel villaggio di Hronov, sotto le leggi repressive naziste, visse in appartamenti sempre più piccoli, così fu costretta a lasciare quadri e disegni ad amici e vicini oppure in regalo a suoi studenti. Prima di essere deportata diede le opere rimaste in suo possesso a conoscenti e ad alcuni parenti di suo marito.
Le opere che realizzò a Terezín sono state recentemente ritrovate (attualmente presso il Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles sono conservati più di 130 pezzi). Le lettere di Friedl (100 delle quali scritte tra il 1938 e il 1942 a Hilde Kothny e molte ad Anny Wottitz- Moller) non sono state rese note fino a pochi anni fa.
Solo recentemente, dopo la scoperta di centinaia di opere artistiche, lettere e memorie e in seguito alle pubblicazioni e alle mostre in molti paesi, Friedl Dicker-Brandeis ha iniziato a raggiungere la meritata fama come artista, insegnante e soprattutto come coraggioso essere umano.
Friedl (Frederika) Dicker nacque il 30 luglio 1898 a Vienna da una famiglia ebrea povera. In una fotografia datata marzo 1903 la vediamo a cinque anni con suo padre Simon, commesso in un negozio: l’uomo è rigido e severo, Friedl è ferma sotto la luce del faro, con un’espressione di meraviglia. Che cosa sta facendo il fotografo, sotto quella tenda nera? Scatta una foto. Non muovetevi, non respirate... Nella fotografia manca la figura principale della famiglia, Karolina Dicker. All’epoca della fotografia non era più in vita. Morì nel 1902, ma prima diede a sua figlia il dolce nome di Friedl. La mancanza della figura materna provocò un trauma nella vita di Friedl che riuscì però a compensare facendo da madre a centinaia di bambini, suoi studenti nel ghetto/campo di concentramento.
Dopo un corso di fotografia ed esperienze iniziali in un teatro di burattini che si esibiva nelle piazze, Friedl si iscrisse nel 1915 al corso d’arte tessile della Scuola di Arti e Mestieri, dove assisté alle lezioni di disegno del Professor Franz Cizek.

Contrariamente al rigorosa sistema di insegnamento Prussiano, il metodo di Cizek si fondava sulla possibilità di stimolare la libera creatività. L’artista si focalizzava sul mondo interiore e sul subconscio dei bambini. Per lui il disegno era uno strumento per esteriorizzare i loro complessi. “Oggi mostrami la tua anima!” sembrava dire ai suoi studenti.
L’insegnante che Friedl ebbe successivamente, Johannes Itten, era un devoto seguace dello Zoroastrismo e della disciplina yoga. Nella scuola privata che la giovane frequentò nel 1916, gli studenti avrebbero dovuto “vivere secondo una linea esistenziale, seguendo le proprie sensazioni”. Il senso della disciplina era quello di trasferire il movimento interno dell’anima, ma il fine molto più universale: l’evoluzione spirituale. Secondo Itten, il lavoro di concentrazione spirituale richiedeva una respirazione corretta. Era convinto che il modo di respirare di una persona potesse determinare l’intero ritmo della sua vita.
Alla scuola di Itten, Friedl incontrò Franz Singer e Anny Wottitz; entrambi saranno suoi amici e collaboratori per molti anni. Nello stesso periodo, Friedl si appassionò alla musica e frequentò un corso di armonia alla scuola di Arnold Schoenberg (1918). Qui probabilmente incontrò due famosi compositori, Viktor Ullmann e Stefan Wolpe, con i quali instaurò un’amicizia; entrambi le dedicarono alcune delle loro opere. Nel 1919, Friedl Dicker seguì Itten al Bauhaus di Weimar, dove frequentò il corso introduttivo. Fra gli altri insegnanti ebbe Paul Klee, Oskar Schlemmer, Walter Gropius, Georg Muche, Lyonel Feininger e Wassily Kandinsky.
Il programma di insegnamento al Bauhaus, che era in perfetta sintonia con il mondo interiore di Friedl Dicker, promosse la sua crescita interiore e il suo rapporto pratico con l’arte. La sua infantile curiosità sui principi che creano tutte le cose venne appagata. Si dedicò alla tecnologia della stampa e al funzionamento di macchine industriali, ne studio i sistemi e si impadronì dell’arte tessile.

Il programma della scuola di Bauhaus non riguardava solo l’arte d’avanguardia. Durante la crisi economica e morale che seguì il devastante primo conflitto mondiale e la rivoluzione in Russia, i problemi della giustizia sociale e la necessità di costruire un mondo migliore erano avvertiti intensamente. Questo clima probabilmente contribuì a consolidare più tardi in Friedl Dicker idee vicine al comunismo. Comunque, in quel periodo le sue intuizioni politiche furono contaminate da idee esoteriche, come è mostrato nell’almanacco di Itten “Utopia”, per il quale Friedl realizzò il progetto tipografico, particolarmente espressivo.
Nel 1923 Friedl Dicker e Franz Singer crearono a Berlino il Workshops of Fine Art, laboratorio di belle arti. La cartella di lavoro e le opere che si sono conservate riguardo a quel periodo mostrano una varietà di creazioni: copertine, tessuti, giocattoli. Intanto Franz Singer e Friedl Dicker disegnavano costumi di scena, principalmente per il Teatro di Berthold Viertel “Die Truppe”, che mise in scena lavori come John Gabriel Borkman di Ibsen, Il mercante di Venezia di Shakespeare, Vinzenz o L’amica degli uomini importanti di Robert Musil).
Nel 1925 Friedl Dicker ritornò a Vienna e continuò la sua opera artistica insieme a Martha Döberl e la sua amica conosciuta alla Bauhaus, Anny Wottitz.
Franz Singer, con cui Friedl intrattenne una lunga e sofferta relazione amorosa, la raggiunse a Vienna. Nel 1926 fondarono l’Atelier Singer-Dicker che, oltre a progetti d’architettura, produsse arredi innovativi e design di oggetti per interni. Partecipò a numerose mostre.
Nel 1930, l’Atelier ricevette l’incarico di fornire l’arredo per un asilo di nuova generazione, conosciuto come “Il Giardino d’infanzia modello della Vienna Rossa proletaria”. I giocattoli progettati per quell'asilo dovevano stimolare le capacità intellettuali dei bambini. Aprendo e chiudendo letti, tavoli e sedie pieghevoli, gli stessi bambini potevano trasformare una mensa in un dormitorio e in un secondo momento in una stanza per giocare.
I progetti di architettura dell’Atelier riguardarono inoltre il Tennis Club Vienna (1928), una pensione per la Contessa Heriot (1934) e altri. La carriera di insegnante di Friedl Dicker cominciò, per quanto sappiamo, nel 1931. La città di Vienna la invitò a tenere un corso d’arte per maestre d’asilo. Per quell'incarico beneficiò di due lettere di raccomandazione. Nella prima, datata 28 aprile 1931, Itten scrisse semplicemente: “La Signorina Dicker è un artista straordinariamente dotata d’ingegno e una persona che ritengo molto valida. Ha una personalità originale. La raccomando calorosamente”. Walter Gropius scrisse invece in data 19 aprile 1931: “La signorina Dicker ha studiato al Bauhaus dal giugno 1919 al settembre 1923. Si è distinta per il suo raro e insolito talento artistico; il suo lavoro ha sempre riscosso grande attenzione. La natura complessa del suo talento artistico e la sua incredibile energia le hanno consentito di essere fra gli allievi migliori, tanto da portarla già durante il suo primo anno a insegnare ai principianti. Come ex direttore e fondatore del Bauhaus, seguo con grande interesse il progressivo successo della signorina Dicker”.

Nel 1934, Friedl Dicker fu arrestata per attività comuniste durante il putsch di Vienna. Dopo una breve prigionia, emigrò a Praga, che era in quel periodo una roccaforte democratica in un’Europa centrale infestata dal nazismo.
L’arrivo a Praga cambiò radicalmente il corso della vita di Friedl. Nella sua arte, passò dal costruttivismo all’arte figurativa; nella vita privata, sposò suo cugino, il contabile Pavel Brandeis e ricevette la cittadinanza ceca.
Fra il 1934 e il 1938, lavorò con i figli di immigrati politici in fuga dalla Germania ed ebbe la possibilità di applicare il sistema da lei appreso da Itten. Diede vita a un legame educativo intenso con i bambini. Secondo i ricordi dei suoi studenti e dei suoi amici, la sola presenza di Friedl era sufficiente per creare un’atmosfera positiva.
Georg Eisler, pittore: “Ricordo ancora i grandi fogli di carta, la libertà di fare qualunque cosa tu volessi e il calore che lei sapeva irradiare intorno a sé. Direi che era un calore materno”.
Edith Kramer, artista e specialista nell’arteterapia: “Nessuno sulla Terra mi avrebbe potuto trasferire quello che lei riuscì a insegnarmi: una comprensione dell’essenza delle cose e l’avversione per le bugie e l’insensibilità. Friedl non poteva sopportare l’ipocrisia”.
Come a Vienna, Friedl Dicker fu impegnata politicamente anche a Praga. Nel suo gruppo clandestino, entrò in contatto con la tedesca Hilde Kothny che divenne suo amica fino alla deportazione.
Nel 1938 Friedl Dicker-Brandeis ottenne un visto per la Palestina, ma rifiutò di partire. Si trasferì, con il marito, a Hronov, piccola città di provincia a nord-est di Praga. Cominciò a lavorare come disegnatrice tessile per la fabbrica B. Spiegler & Söhne. Fu premiata all’esposizione Vystava 38 Nachod (giugno-agosto 1938).
Le leggi contro gli ebrei costrinsero la coppia a ridurre drasticamente il loro standard di vita. Comunque, Friedl dipinse molto. Divorò letteralmente un gran numero di libri e li commentò nelle sue lettere a Hilde. Queste lettere, minuziose ed appassionate, non sono ancora stare pubblicate; trattano d’arte, religione, storia, filosofia, politica. Si impegnò anche a insegnare per corrispondenza la storia dell’arte all’amica.
Nel tardo autunno del 1942, i Brandeis ricevettero la lettera che annunciava la loro deportazione. Il 17 dicembre 1942 furono trasferiti a Terezín.
Nel campo, Friedl insegnò disegno a centinaia di bambini. Disegnò anche set e costumi per almeno due spettacoli interpretati dai piccoli prigionieri del ghetto. Organizzò una mostra di disegni di bambini nel sotterraneo del dormitorio L 410, dove alloggiavano.

Come insegnante d’arte a Terezín, Friedl si pose l’obiettivo di riequilibrare il mondo emozionale dei bambini, devastato dagli eventi. Utilizzò i sistemi appresi al Bauhaus, per facilitare lo sviluppo della concentrazione emotiva, finalizzata a compensare la confusione di tempo e spazio.
Friedl iniziò a catalogare i risultati delle sue esperienze con bambini. Sperava che la guerra finisse presto per poter mettere per iscritto i propri studi riguardanti le possibilità terapeutiche dell’arte sui bambini, su come l’arte possa essere una terapia per bambini. Durante l’estate, tenne un discorso agli educatori del ghetto, sul tema “I disegni dei bambini”. Spiegò il valore e le finalità del lavoro artistico nei processi pedagogici, lavoro che riteneva fosse “la più totale libertà a disposizione del bambino”. Parlò delle sue classi e delle caratteristiche peculiari dei piccoli alunni, sottolineando l’importanza che un educatore doveva attribuire all’età e allo sviluppo psichico. Quindi riferì la sua opinione in relazione al comportamento ideale dell’adulto nei confronti dei soggetti in età infantile e delle loro forme di espressione artistica. “Perché gli adulti desiderano che i bambini divengano simili a loro nel più breve tempo possibile?” si chiese davanti agli educatori del ghetto. “Siamo così felici e soddisfatti di noi stessi?
L’infanzia non è una fase preliminare e immatura verso l’età adulta. Imponendo una strada da seguire ai bambini, li allontaniamo dalle loro capacità creative e impediamo a noi stessi di comprendere la natura di queste abilità”.
La sua influenza sui bambini era grande. Oggi i sopravvissuti dicono che Friedl incarnava “il mistero della bellezza e quello della libertà”. Nel suo lavoro con i bambini, l'educatrice mise a frutto ogni qualità in suo possesso: una personalità carismatica, una grande energia, un metodo di insegnamento innovativo, uno spiccato talento artistico e una profonda, raffinata intuizione, che le permetteva di entrare nei delicati meccanismi della psiche infantile.
Erna Furman, che fu sua allieva nel ghetto boemo, ricorda: “L’insegnamento di Friedl e il tempo passato a disegnare con lei sono alcuni dei ricordi più cari della mia vita. Terezín l’ha reso più
intenso, ma in qualunque parte del mondo sarebbe stato lo stesso. Fu la sola che ci insegnò senza chiedere mai nulla in cambio. Ci diede tutta se stessa”.
Il 6 ottobre 1944, Friedl fu deportata ad Auschwitz insieme ad alcuni dei suoi piccoli studenti e assassinata nelle camere a gas. Dopo la sua morte, più di 5.000 disegni realizzati durante le sue lezioni furono ritrovati e sono ora conservati in alcuni memoriali. Il corpus più cospicuo si trova nel Museo Ebraico di Praga.

Come la sua esistenza privata, la vita artistica di Friedl Dicker- Brandeis si svolse in tre periodi principali: dal Bauhaus a Praga (1919-1934), da Praga a Terezín (1934-1942) e infine nel ghetto di Terezín (1942-1944).
I lavori che Friedl Dicker realizzò nel suo primo periodo, disegni, studi preparatori, scenografie e disegni di costumi teatrali, mostrano chiaramente la lezione di Itten, che influenzò il suo approccio all’arte e all’insegnamento. Questa formazione fu molto importante per la sua attività di educatrice a Vienna, Praga e Terezín e lo fu anche per la sua produzione artistica. Le idee di Itten, come più tardi scrisse a un amico, le diedero molta “carne e sangue”. Tuttavia, a differenza di molti altri allievi del Bahaus, le filtrò attraverso il suo personale sentire.
Il suo primo periodo fu formativo. Friedl Dicker-Brandeis creò il suo mondo personale attraverso forme e colori. Contemporaneamente lavorò sulla tela, spesso con forbici e colla; fece progetti architettonici e disegni a carboncino, matite colorate, tempera. Lavorò con spontaneità e rapidità. Questi lavori, che a una prima analisi appaiono semplici, nascondono un mistero: qualcosa sta accadendo dietro le quinte, si può solo provare ad indovinare. Come costruttivista, raramente mescolò i colori e il suo più grande talento, quello di percepire ed esprimere la realtà come se l´immagine fosse lo specchio del mondo, è molto evidente nei disegni a carboncino e nelle litografie, che mostrano il suo grande interesse per il colore.
Ecco come il Prof. Hans Hildebrandt descrisse uno dei lavori realizzati in quel periodo da Friedl: “Di un genere completamente diverso sono i moduli integrati della scultura Anna Selbdritt di Friedl Dicker, che è uno dei più versatili e originali talenti femminili del nostro tempo. Concepibile solo nella più moderna struttura, essa si inserisce così bene che sembra essere parte dell’architettura. I materiali usati, come nichel, fusione di ferro, ottone, vetro, lacche rossa e bianca si distaccano da quelli utilizzati tradizionalmente, come anche la rappresentazione del corpo umano tramite tubi, sfere e coni. La sensibilità non riflessiva della natura femminile che, una volta radicata, supera tutti i limiti, trova piena espressione in questa scultura, che è molto più di un interessante esperimento”.
Il suo secondo periodo creativo fu caratterizzato da uno spostamento marcato verso la pittura. The Interrogation fu un lavoro di transizione, nel quale integrò la sua arte con elementi grafici: lettere tipografiche su legno, resine in rilievo e olio su legno. The Interrogation fu il suo unico autoritratto, ma anche in questo caso l´attenzione di Friedl è orientata prevalentemente sull’osservatore.
Friedl sembra mantenere una certa distanza da se stessa.
Durante questo periodo l’artista dipinse paesaggi, nature morte, ritratti e allegorie figurative. A Praga si ispirò guardando fuori dalla finestra, mentre nel villaggio di Hronov vagò tra foreste e montagne terrificanti, sempre con una cartella in mano. Per la prima volta sperimentò la “natura libera”, che la conquistò.
In tutte le sue opere, anche nei paesaggi, che danno un’impressione di apertura, lo sguardo che penetra nella profondità tridimensionale dell’immagine è sostenuto da qualcosa: un cielo intenso, un muro, una collina, un albero. Si ha ancora l’impressione che l’immagine sia un palcoscenico, con scene e quinte. Questa profondità si sviluppa attraverso una precisa, equilibrata e ritmica composizione, simile alla musica o alla matematica. Friedl Dicker non fu una cronista degli eventi del suo tempo. Per rendere il suo messaggio, utilizzò l’allegoria (The Interrogation, Fuchs Learns Spanish, Don Quixote and Lenin). I suoi manifesti anti- capitalisti e anti-fascisti sono completamente diversi: questo genere doveva - a suo avviso - essere immediatamente accessibile. E´ interessante la scelta di utilizzare collage di fotografie invece della pittura, creando i manifesti proprio da fotografie.

Le opere di Friedl Dicker-Brandeis eseguite nel campo di concentramento non possono essere ridotte a un unico stile. Sono diverse dai suoi lavori precedenti, nella forma, nello stile e nella tecnica. La sua non fu una scelta, tuttavia, perché la carta e i colori erano difficilmente reperibili a Terezín. Molte opere non furono mai completate e ne rimasero solo gli schizzi preparatori. Molte sono semplicemente varianti della stessa composizione. Ma i temi non furono diversi da quelli affrontati in precedenza: paesaggi, fiori, persone, scene di strada, nudi, composizioni astratte, bozzetti teatrali. L´ambiente della sua tragica quotidianità, il ghetto. Fu da lei ignorato. Nessuna deportazione o gruppo di internati, nessuna misera zuppa o corpo senza vita, nulla di tenebroso. In questa scelta, Friedl Dicker-Brandeis si distaccò da tutti gli altri artisti di Terezín, che documentarono l’inferno in cui erano imprigionati.
Per la maggior parte del tempo fu impegnata nelle sue lezioni con I bambini. Solo nell’estate del 1944, quando i trasporti ai campi di stermino furono sospesi temporaneamente, si dedicò prevalentemente alla pittura. “Sto dipingendo con tutta l’intensità possibile,” scrisse a sua cognata Maria Brandeis nell’agosto del 1944, due mesi prima di morire.
Mostre
Londra (1940, insieme a Gerald Davis), Darmstadt (1970), Praga (1988), Mosca (1988), Vienna (1989), Basilea (1989), Gerusalemme (1990), Francoforte (1991), Vienna (1999), Graz (2000), Czesky Krumlov (2000), Parigi (2000-2001), Stoccolma (2001), Berlino (Bauhaus Archive/Museum, 2001), Atlanta (2001 -2002), Giappone (Tokyo e altre cinque località, 2002), Los Angeles (2002-2003), New York (2004).
Bibliografia
Adler, Bruno (ed.): “Utopia. Dokumente der Wirklichkeit,” (1921)
“Bauhaus Experiment.” Catalogo mostra (1989)
“Bauhaus in Wien. Franz Singer, Friedl Dicker.” Catalogo mostra (1989)
Hildebrandt, Hans. “Die Frau als Künstlerin” (1928)
Hurwitz, Al. “Friedl Dicker: The Art Educator As Hero.” Journal of Art & Design Education (v. 7, No 3, 1988): 249-259
Itten, Johannes. “Design and Form: The Basic Course at the Bauhaus and Later” (1997)
Makarova, Elena e altri. “Long Live Life! Theater In Terezín 1941-1945”. (2001)
Makarova, E. “A Few Truths Of Friedl.” Ariel, (No 4, 1991): 39-53
Makarova, E. “Dicker-Brandeis, Friedl”. Allgemeines Kuenstlerlexikon (2001): 68-69
Makarova, E. “Friedl Dicker-Brandeis. Vienna 1898--Auschwitz 1944” (2001)
Makarova, E. “Friedl Remembered.” Jewish Art (v. 16/17, 1990/1991): 122-130
Makarova, E. “From Bauhaus to Terezín. Friedl Dicker-Brandeis and Her Pupils”. Catalogo mostra (1990)
Makarova, E., Makarov, S. Kuperman, V. “University Over The Abyss. Lectures And Lecturers In Terezín” (2000)
Parik, Arno. “Friedl Dicker-Brandeis”, Etudes (1988): 69-81
Wingler, Hans M. “Friedl Dicker, Franz Singer”. Catalogo mostra (1970)
Salamon Julie, Keeping Creativity Alive, Even in Hell, New York Times, September 10, 2004.
Elena Makarova
Jerusalem Live Memory Association
Metudela Str. 19/6, Jerusalem 92305, Israel
Web-site: www.makarovainit.com
Nelle foto: Friedl Dicker-Brandeis; Tulips, 1920; Anne Selbdritt, 1921; Interrogation II, 1934; Senza titolo, Theresienstadt, 1934.
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Il Re di Mappoorikka
di Laura Todisco*
Quell'anno fece un grande freddo, un freddo tremendo che ti blocca il passo come un cane rabbioso, che non vuole farti procedere nel cammino.
Erano finiti i tempi dei fuochi d'artificio e degli amori che si consumano nel breve attimo di uno sguardo.
La città del sole aveva smesso da tempo di essere tale ed era come se l’astro si fosse rifugiato in universi lontani, cessando di illuminare le piccole case dai tetti di mattone. Ma quell'anno si era battuto - come si dice e scrive quando il termometro scende o sale in maniera anomala - ogni record mai registrato prima ed era persino caduta la neve. Perché tutto questo? Perché... c'era una volta (proprio quella volta) una bambina speciale, la creatura più felice del mondo, che si era trasformata nella più infelice.
Erano gli anni Settanta e il mondo sembrava pervaso da un'atmosfera particolare, migliaia di giovani sentivano che c'era bisogno di una società totalmente nuova, pervasa di pace e di amore.
Erano contro ogni forma di violenza e di sfruttamento ed erano pronti a sacrificare la propria vita pur di impedirli. Ma sembrava che i loro desideri non potessero realizzarsi in un mondo che non voleva mutare la propria forma.
Invece ci fu un evento straordinario. Decine e decine bambini iniziarono a nascere in vari paesi della Terra. Erano bambini nuovi in grado di apportare quei cambiamenti tanto agognati. Una di loro era la bambina lieta di cui si era impadronita la tristezza. Era sola nel posto problematico in cui aveva scelto di nascere. Al suo arrivo, infatti, fu accolta da persone felici di darle il benvenuto e altre meno felici. Uno zio aveva notato che la sua testa aveva dimensioni al di sopra della norma e la prese in giro davanti a tutti i presenti, con grande dolore della madre e forse anche della neonata, che si era messa a frignare come se avesse capito. Poi, col tempo, le dimensioni della testa si rimpicciolirono e la bambina divenne bellissima. Sua madre le ripeteva che assomigliava alla bambola che aveva amato tanto ed a cui si rivolgeva come se fosse una figlia. Fin dalla sua più tenera infanzia iniziarono ad accadere intorno a lei cose fantastiche, prodigiose. La sua bisnonna, ottantacinquenne, si era ripresa da una caduta che le aveva causato la rottura di un femore, in modo così rapido ed insperato che tutti si domandavano quale santo avesse fatto il miracolo e tutto questo dopo che la bambina - con passettini rapidi, anche se insicuri, e un sorriso solare - era entrata nella sua stanza a farle visita: "Alzati, nonnina!". Una cugina che aveva passato da tempo l’età da matrimonio, incontrò l’amore che aveva sempre sognato, ma anche la natura sembrava più vitale, grazie a quella bambina. Qualcuno diceva che il sole brillasse ancora più intensamente, in un'aria più tersa, quando la piccola passava. Vi fu un’esplosione di verde inusuale, in quella città. Sembrava che i desideri di ognuno potessero realizzarsi. Tutto procedeva per il meglio e la bambina cresceva sempre più bella, intelligente, generosa. A quattro anni sapeva già leggere e - miracolo della sua fantasia . sembrava conoscere molte storie sui popoli antichi, di cui descriveva le usanze, quasi come se fosse nata presso quelle genti misteriose.
Sua madre e la sua bisnonna ne erano orgogliose, ma lo zio che l’aveva offesa appena nata cominciò a dire in giro che gli sembrava strana, che parlava da sola e che più di una volta l'aveva sorpresa ad alzare gli occhi e salutare un amico invisibile di nome Michele. ”No, questa bambina non è normale," ripeteva ai suoi conoscenti. Ma lo zio non fu l’unico a sospettare di lei. Qualche anno dopo, a scuola, la maestra iniziò a sottoporla, senza avvisare nessuno, a ogni specie di test e indagine psicologica, per comprendere l'origine dei suoi comportamenti bizzarri. Non amava quella bambina che chiacchierava durante le lezioni - e non con il compagno di banco, perché fissava un punto in alto sul soffitto - e si distraeva continuamente. Ma cosa che la turbava di più era che fosse mancina. L'anziana educatrice - e non solo lei - considerava i mancini come figli del demonio. Il mondo, però, era cambiato, almeno in apparenza e certe credenze erano coltivate solo dagli anziani. Un giorno la maestra organizzò per la piccola un incontro con lo psicologo della scuola. Dopo averle posto ogni genere di domanda sulla sua famiglia, sui suoi interessi e le sue abitudini, dopo averle fatto vedere delle strane forme nere da spiegare, lo psicologo stabilì che la bambina era perfettamente normale e anzi che la sua intelligenza era al di sopra della media. Tuttavia, tutti questi test e sospetti resero la bambina molto triste: in fondo era venuta al mondo per rendere le persone felici, allora perché molti non l’accettavano e pensavano male di lei? Fu proprio a causa della tristezza entrata nel cuore della bambina speciale che quell’anno ci fu quel grande gelo e cadde persino la neve.

Il Re della Pace
Un giorno era in macchina col suo papà e vide un uomo davvero singolare sul ciglio della strada, che faceva l’autostop. I suoi abiti erano vecchi e logori, tanto che sembrava un mendicante, ma aveva una corona sulla testa che sembrava proprio fatta d'oro e diamanti, gioielli che brillavano intensamente, come i suoi occhi chiari. Lo indicò a suo padre, sperando che si fermasse per dargli un passaggio, ma in quell'istante lo strano personaggio scomparve nel nulla, senza neanche fare "puff!". Dopo pochi chilometri, la figura riapparve di nuovo, ma anche questa volta, svanì dopo alcuni istanti. La bambina era molto dispiaciuta di non aver potuto fare la conoscenza di quel personaggio, che le sembrava simpatico. Fortunatamente lo rivide quel pomeriggio stesso. Era seduta su una panchina al parco, quando una improvvisa nebbia di colore rosa la avvolse, accompagnata da un intenso profumo di glicine. Dileguatasi la foschia, le apparve il misterioso autostoppista, che le disse di essere il Re di Mappoorikka (la Terra della Pace). Si sentiva strana, priva di peso. Tutto, intorno a lei, sembrava diverso, più intenso e colorato. “Voltati,” le disse il Re. La piccola obbedì e con grande sorpresa vide... se stessa seduta sulla panchina. “Molte persone vivono nella più totale inconsapevolezza,” le disse allora. Poi aggiunse: "Ah già, sei solo una bambina, anche se molto intelligente. L'inconsapevolezza è lo stato di chi vive senza sapere di vivere, come se si muovesse nel buio". La bambina, che aveva capito, sorrise. "Purtroppo manca poco al giorno in cui ti sveglierai," le disse ancora il Re, "e molte delle cose meravigliose che hai veduto e vissuto fino a oggi spariranno. Tu stessa penserai che erano solo il frutto delle tue fantasie di bambina e quelli che ti consideravano strana, ti vedranno totalmente trasformata e per loro sarà come se ti fossi svegliata. Ne saranno sollevati, mentre per noi sarà come sei ti fossi addormentata. Ma non temere non interromperemo il contatto con te e resteremo in un luogo vicino a te, anche se invisibili, pronti ad aiutarti. Presto sulla Terra ci saranno molti cambiamenti e allora appariremo di nuovo e questa volta a tutti. Ora dammi la mano e ricorda che hai una missione molto importante da portare a termine, devi risvegliare la consapevolezza negli altri, affinché possano realizzarsi il vero amore e la vera pace sulla Terra”.
La sfera
Era l’inizio del nuovo millennio e la bambina non era più tale e non pensava mai alle esperienze prodigiose che avevano caratterizzato la sua infanzia. Era molto attratta dall’arte: il teatro, la pittura, la musica. Fu proprio sul terrazzo di un amico pittore che le capitò di vedere una cosa straordinaria. Una luce di forma sferica si trovava in alto nel cielo. “Sarà un aereo” pensarono lei e il suo amico. Ma quella luce si avvicinò sempre di più ai due per rivelarsi una vera e propria sfera luminosa, che si fermò per alcuni minuti, immobile, per poi sfrecciare via ad altissima velocità. Che cos’era? “Un fulmine globulare,” le spiegò quella la sera il suo fidanzato, laureato in fisica, convincendola che si trattasse di un semplice e comune fenomeno atmosferico. Tuttavia, un altro oggetto tondeggiante avrebbe risvegliato la sua memoria e la sua consapevolezza... un uovo, un uovo di carne che una donna, sua madre, amava incondizionatamente, pur non avendo questo la forma del bambino che aveva tanto desiderato. Era il ricordo di un film che aveva tanto amato, la cui protagonista, Maria, era capace di un amore totale, che non ammetteva differenze. Ed ecco che ricordò, ricordò di colpo la magia della sua infanzia, le sofferenze che che gli altri le avevano procurato, ma anche l'amore che aveva ricevuto. Ricordò l'incontro con il Re di Mappoorikka, un incontro reale, non un sogno. La visione della sfera luminosa ora le appariva come una conseguenza di quei giorni e il ronzio che l'oggetto emetteva assumeva adesso il suono di una voce: "Ricorda la tua missione".
Così decise di scrivere un racconto su tutte le sue esperienze straordinarie, sperando di risvegliare quante più persone possibile: il racconto che avete appena letto.
*Con un omaggio al film "L'uovo" di Dario Picciau, basato sull'omonima novella in versi di Roberto Malini.
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La "vecchia" Moby Dick torna in America
Un piccolo, ma significativo "pezzo d'America" torna in patria, grazie al lavoro di ricerca di Anne's Door. Abbiamo recuperato presso un mercato antiquario un volume antico e rarissimo: la prima edizione di un capitolo del capolavoro di Herman Melville: Moby Dick. L'opera sta per essere acquisita da una biblioteca di New York, città natale del grande romanziere.

Herman Melville, "Moby Dick" 1 ottobre 1851. "The Town-Ho's Story", capitolo 54 del romanzo "Moby Dick - o la balena", pubblicato in questo "Harper's Magazine" III, pp. 658-665 (New York, Harper and Brothers Publishers). Il volume è ben rilegato e in ottime condizioni. La prima edizione inglese del libro, intitolata "The Whale" (La balena) fu pubblicata in tre volumi il 18 ottobre 1851 da Richard Bentley, Londra. La prima edizione americana uscì il 14 novembre dello stesso anno per i tipi di Harper & Brothers, New York. A.B.

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Un libro per conoscere l'Olocausto dei Triangoli Rosa
Libri: "Un diverso Olocausto" di Gerard Koskovich (Dall'Eldorado al Terzo Reich), Roberto Malini e Steed Gamero (Immagini di un Olocausto dimenticato); pagg. 120, Edizioni ArcigayFirenze/Visions Milano, 2007
Quando Hitler salì al potere, Il 30 gennaio 1933, il Partito nazista iniziò a mettere in atto le teorie espresse in nuce nel Mein Kampf, per affermare la superiorità della nazione tedesca nei confronti degli altri popoli. Raggiungere un obiettivo così folle e titanico richiedeva una politica basata su pregiudizi e discriminazioni, priva di scrupoli e determinata a condurre fino alle estreme conseguenze un’azione di purificazione della razza ariana dagli elementi che la “contaminavano”: gli ebrei, gli zingari, i cittadini di origine araba o africana, i disabili fisici e pichici, i sociopatici, i Testimoni di Geova, i polacchi, i prigionieri di guerra russi, gli omosessuali. Hitler riteneva – e lo scrisse nel Mein Kampf - che la politica dovesse “prima o poi dare il via a un’epoca più nobile, un’era in cui gli esseri umani non si preoccupassero semplicemente di migliorare le razze di cani, cavalli e gatti, ma di elevare in alto il livello stesso dell’uomo”.
Gli ebrei, “questi neri parassiti dei popoli”, erano l’obiettivo principale delle politiche razziali, ma tutte le categorie marchiate dai nazisti con simboli di infamia avrebbero dovuto, prima o poi, scomparire dal nuovo mondo ariano. La lotta intrapresa dai seguaci del Führer contro l’omosessualità riguardava circa un milione e mezzo di individui considerati asociali, nemici dello stato e malati di mente e che, di conseguenza, non rientravano nel segmento di popolazione ritenuto adatto alla riproduzione. La documentazione rimasta indica che, in seguito a denunce, furono arrestati in Germania almeno 100.000 omosessuali, di cui 50.000 finirono in carcere e circa 15.000 nei campi di concentramento e sterminio; di questi ultimi, almeno 8.000 persero la vita. Molti altri furono ricoverati in istituti psichiatrici o condannati alla sterilizzazione. La frammentarietà dei documenti non consente tuttavia di valutare i numeri della persecuzione omofoba. All’inizio del 1940, Himmler affermò che la campagna nazista contro l’omosessualità, iniziata nel 1933, aveva già colpito un milione di persone. Questo non significa, ovviamente, che un milione di omosessuali finirono nei lager, ma che il capo delle SS e ministro degli interni del Reich riteneva che la chiusura delle associazioni e dei locali gay, i provvedimenti, gli arresti, le deportazioni avessero persuaso la maggior parte degli omosessuali a rinunciare ad assecondare le loro inclinazioni.

Il saggio dello storico Gerard Koskovich, è fondamentale per inquadrare con precisione come una cultura omosessuale, fiorente durante la Repubblica di Weimar, sia stata perseguitata e distrutta sotto il Terzo Reich. L’autore ribadisce, nel suo testo, la necessità di mantenere e tramandare il ricordo della persecuzione dei Triangoli Rosa, ma anche di educare le nuove generazioni a comprendere il legame indissolubile fra le diversità soffocate nel fumo e nel sangue dal pregiudizio: “Che siamo ebrei od omosessuali, persone con problemi psichici o fisici, lavoratori del sesso o senzatetto; che siamo membri emarginati di gruppi razziali, etnici, politici o religiosi, noi tutti siamo legati insieme dagli stessi quesiti dolorosi riguardanti il nostro passato e ci sentiamo uniti a chi lotta per la dignità e i diritti umani dell’uomo, vigilando sul futuro di tutti”. Il progetto “Dall’Eldorado al Terzo Reich” continua a crescere, grazie all’amicizia che unisce Arcigay Firenze, GLBT Historical Society di San Francisco, Visions Milano, Memorial de la Déportation Homosexuelle e Triangles Roses di Parigi. Insieme allo studio di Gerard, il volume presenta due mostre di fotografie d’arte firmate da Roberto Malini (che è anche autore di alcuni testi raccolti nel libro) e Steed Gamero: Eldorado Nuova Apertura e Grüne Rose (quest’ultima, sul set del film omonimo, diretto da Dario Picciau). Sono immagini che fanno il giro del mondo e invitano il pubblico a soffermarsi davanti alle “stazioni” di quella che l’artista gay Richard Grüne, sopravvissuto all’Olocausto dei Triangoli Rosa, definì come la “Passione del XX secolo”. Passione e morte di migliaia di omosessuali, colpevoli solo di non produrre carne da cannone per la nazione ariana.
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"Pasque di sangue? Fantasie senza prove"
Intervista allo storico del diritto medievale e moderno Diego Quaglioni
"Pasque di sangue? Fantasie senza prove"
Intervista allo storico del diritto medievale e moderno Diego Quaglioni
Il libro "Pasque di sangue" di Ariel Toaff - figlio dell'emerito rabbino di Roma e professore di storia medievale presso un'università di Tel Aviv - propone una tesi sconcertante: alcuni assassini rituali di bambini cristiani di cui furono accusate intere comunità ebraiche nel medioevo sarebbero avvenuti davvero e non costruiti ad arte dai giudici dell'Inquisizione. Lo storico Sergio Luzzatto ha lodato l'autore dalle pagine del Corriere, definendo la sua opera un lavoro coraggioso e interessante. La comunità ebraica e la maggior parte degli studiosi, tuttavia, hanno subito preso le deistanze da un libro astuto (esaurita immediatamente la prima edizione), raffazzonato e inopportuno, che getta solo benzina sul fuoco delle calunnie antiebraiche. "Pasque di sangue" rischia di diventare un pericoloso strumento antisemita. Per opporre alle tesi del libro quella della verità storica occorre un'analisi scientifica e documentale, che inizia proprio con il giudizio di Diego Quaglioni (l'intervista che Anne's Door ha ricevuto è apparsa anche su diversi quotidiani) e prosegue già oggi con un intervento dello steso Quaglioni e di Anna Esposito, autori del saggio "I processi contro gli ebrei di Trento (1475-1478), Padova, Cedam, 1990.

"Sono più che stupito. E’ un modo di leggere le fonti processuali che non condivido e mi allarma, mi sconcerta. Le fonti processuali sono particolarissime, non si può pensare di leggerle come si trattasse di cronaca giudiziaria la nera del nostro tempo. Questi testi sono frutto di una corstruzione sapiente da parte dei giudici, del notaio: chiunque sia mai venuto alle prese con un proc inquiis del tardo medioevo sa di che parlo. Quei documenti in particolare sono stati costruiti ad arte per dimostrare la tesi infamante dell’omicidio rituale. Non si può ingenuamente credere a queste deposizioni quando si sa che quel processo è stato costruito apposta per dimostrare la colpevolezza degli ebrei. E’ sconcertante ciò che in questi giorni leggo sui giornali. E’ una tesi aberrante dal punto di vista non ideologico o confessionale, ma storico. Io quei verbali li ho curati e so bene di che cosa parlo: sono testi cui non si può credere in modo ingenuo altrimenti si torna indietro a una lettura prescientifica, acritica, astorica: quella dei gesuiti a fine 800 e dei francescani antigiudaici del ‘700. Delle tesi di quel libro porta tutta la sua responsabilità il prof Toaff che legge a suo modo quelle fonti, con lettura del tutto illegittima sul piano storico. Io sono uno specialista di storia del diritto, mi occupo di storia del diritto e di storia del processo, da trent’anni studio le relazioni fra ebrei e cristiani sotto il profilo della disciplina giuridica e per questo mi sono occupato della letteratura giuridica che riguarda i rapporti fra ebrei e cristiani e mi sono occupato del processo di Trento. Pubblicai i testi controversistici diffusi nell’ambiente pontificio che nascevano dalla causa trentina.

A Trento nel 1475, subito dopo i fatti e la condanna il papa mandò un inquisitore domenicano a verificare se il processo si fosse svolto regolarmente. Questi si convinse che i verbali erano costruiti. Tornò a Roma convinto dell’innocenza degli ebrei e che ci fosse lo zampino del vescovo e suoi uomini. A Roma si aprì un procedimento davanti a una commissione speciale che giudicò che le forme erano state rispettate. Non possediamo più gli originali dei processi, abbiamo copie fornite a Roma dal vescovo di Trento che organizzò il processo. L’inquisitore apostolico scrisse una difesa degli ebrei, che io ho pubblicato 20 anni fa e si può leggere in biblioteca. I contemporanei sapevano quel che succedeva e sapevano interpretare. Quando si legge un processo e si dimentica che a parlare è un poveretto appeso a una corda, slogato completamente, con un macigno appeso ai piedi. una padella di zolfo messa sotto il naso, come si fa a credere che dica delle cose sensate? Questi aguzzini trentini arrivarono a far comunicare fra loro i testimoni perché ognuno sapesse cosa diceva l’altro, in barba al diritto. Un diritto che consentiva tutto al giudice: il procedimento allora era segreto, senza avvocati ad assistere l’inquisito, che veniva messo davanti a una confessione: se non la ratificava, ricominciavano le torture. -Ditemi quello che devo confessare e lo confesserò!- dice un poveretto. Come si fa a credere alle parole che vengono fuori non dalla bocca degli inquisiti – mandati a morte in pochi giorni - ma dalla mente degli inquisitori? Il papa mandò un suo inquisitore perché convinto che a Trento fosse iniziato uno sterminio. Come si fa a rilanciare quell’accusa infamante ammantandola di storicità? E’ per me inaudito, non perché sia incline a tesi innocentiste, ma perché sono uno storico del diritto, che usa normalmente gli strumenti della filologia dei testi giuridici e delle interpretazioni delle fonti processuali.

Sono stupefatto delle conclusioni cui giunge Toaff, cui ho cercato di raccomandare molta prudenza ricordandogli che quelle fonti sono inaffidabili per loro natura. Ci sono documenti di cui Toaff è a conoscenza e che non so se citi nel suo libro, che dimostrano che i trentini sapevano bene di aver messo in piedi un processo molto poco rispettoso delle forme del processo penale in uso allora, quantunque quelle forme dessero al giudice tutto il potere e nessuna garanzia agli inquisiti, che non fosse quella della tortura : chi resisteva era liberato dall’accusa. Ma da quelle torture non ci si poteva aspettare altro che la piena confessione. Se questa fosse la logica, dovremmo riaprire i processi alle streghe, Allora perché non credere alla strega quando dice che vola di notte, va al sabba e si congiunge al demonio, e a chi pensava che gli untori spargessero la peste sulle mura di Milano? Quei testi non vanno letti come eventi sensazionali. Sono agghiaccianti, non per le confessioni, ma per il modo con cui sono estorte! Atrocità applicate a poveretti senz’altra colpa che essere presi di mira da chi voleva attraverso un processo dimostrare che gli ebrei facevano queste nefandezza. La voce era diffusa negli ambienti tedeschi, e questo caso avviene nell’ambito dellla comunità tedesca. Chiunque può leggere i verbali processuali e interpretarli correttamente! Ce n’è anche una traduzione tedesca uscita qualche anno fa per iniziativa della commissione cultura della Comunità Europea.
Nelle foto, antiche iconografie riguardanti San Simonino da Trento (culto soppresso nel 1965)
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Lo sconosciuto sterminio dei gay
da "L'Unità" - Firenze, 27 gennaio 2007
Un milione di perseguitati, centomila arrestati, quindicimila deportati nei lager e torturati, di cui novemila uccisi. Più numerose altre migliaia di internati negli ospedali di rieducazione e sottoposti a castrazione. Queste le cifre dell'Olocausto degli omosessuali, che anche dopo la Liberazione (gli stessi americani liberatori rispedirono nelle carceri delle proprie nazioni molti dei gay deportati, perché rei di "crimini di omosessualità") hanno dovuto aspettare cinquant'anni prima di vedersi ufficialmente riconosciuti come "vittime della perseuzione nazifascista".

In occasione della Giornata della Memoria, l'Arcigay fiorentina ricora stasera la Shoah degli omosessuali, con la proiezione in anteprima mondiale del film "Grüne Rose" di Dario Picciau, scritto da Roberto Malini, alla presenza dell'ex segretario dei radicali Daniele Capezzone e di numerose autorità locali. Appuntamento alle 20.45 all'Altana, piazza Tasso 1, a Firenze; ingresso gratuito. Non è un documentario, ma un cortometraggio di fiction ispirato alla vita dell'artista tedesco Richard Grüne (da lì il titolo con un gioco di parole: Grüne Rose, la Rosa Verde; il rosa, colore con cui erano marchiati i gay deportati dai nazisti). Dopo l'anteprima fiorentina, il film - divulgato anche su Rai1, Tg Storia, grazie al sostegno del giornalista Roberto Olla - andrà al Festival di San Francisco.
Nella foto, "Il buio e l'urlo", dalla mostra di Roberto Malini e Steed Gamero "Grüne Rose - sul set del film"
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L'inno del popolo Rom
Ho percorso molte strade
e ho conosciuto Rom pieni di gioia.
Ditemi da che luoghi venite
con le vostre tende,
percorrendo le strade del destino?
Oh Rom,
oh giovani!
Avevo anch'io una grande famiglia,
ma la Legione Oscura la massacrò.
Venite con me, Rom di tutto il mondo,
insieme attraverseremo nuove contrade.
E' ora, alziamoci,
è giunto il tempo dell'azione.
Oh Rom,
Oh giovani!

Djelém djelém lungóne droméntsa,
Maladilém baxtalé Rroméntsa.
Ah, Rromalé, katár tumén avén,
E tsahréntsa, baxtalé droméntsa.
Ah, Rromalé,
Ah, Chavalé.
Vi man sasí ekh barí famílija,
Mudardá la e Kalí Legíja;
Avén mántsa sa e lumnjátse Rromá
Kaj phutajlé e rromané droméntsa.
Áke vrjáma, ushtí Rromá akaná,
Amén xudása mishtó kaj kerása.
Ah, Rromalé,
Ah, Chavalé.
Nella foto, un dipinto di William-Adolphe Bouguereau
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Bisogna...
Corriere dell'Infanzia. C'è ansia, c'è ansia di vivere in un mondo migliore, fra i bambini. Il loro Presidente, che si chiama Luca, parlava oggi con il Primo Ministro, Luisella.
- Caro Primo Ministro, io sono proprio stufo di aver paura. La mamma mi dice di stare lontano dagli zingari, dagli extracomunitari, dagli sconosciuti.
- Non me ne parli, signor Presidente. E alla televisione, cosa vediamo? Morti dappertutto. Bambini uccisi. Donne uccise. Uomini uccisi. Automobili che uccidono, armi che uccidono, droghe che uccidono... Cosa sono le droghe?
- Credo... il peperoncino... la cannella... forse il cioccolato... no, il cioccolato no. Ha proprio ragione. Bisogna cambiare le leggi. Bisogna... bisogna...
- Bisogna proibire la guerra. Ci vorrebbe Superman o almeno gli X-Men che vadano a fermare i soldati prima che sparino...
- Giusto, ma credo che basti bruciare tutti i fucili e i carri armati e le bombe. E bisogna proibire i colori...
- Ma a me i colori piacciono! Me ne sto a disegnare tutto il giorno, con i pastelli!.

- Ma no, Primo Ministro! Bisogna che nessun bambino sia diverso da un altro bambino perché ha una pelle che non è bianca!
- Ah, è una bella legge, signor Presidente! Bisogna proibire la povertà: chi ha sempre la merenda deve dividerla con chi non ce l'ha. Chi ha tanti soldi (sono proprio importanti, per i grandi!) deve dividerli con chi non ce li ha...
- Bisogna... bisogna stare insieme e quando c'è qualcosa che non va, bisogna parlarne tutti insieme, con calma, fino ad andare d'accordo. Al massimo, ma proprio al massimo si può restare arrabbiati per un giorno... no, per un'ora.
- Anche questa è una bella legge. Ciao. La mamma mi chiama. Devo andare.
- Ciao, Primo Ministro!
R.M.
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La Rosa di Emily
Eterea,
senza peso
come la Lepre della Luna
una donna velata
percorre la via ombrosa
delle Poesie Mai Scritte.
In pochi istanti
come se scivolasse sulla strada
sospinta da un vento leggero
è davanti ai Cancelli del Possibile.
"E' lei"
sussurrano le Sirene
nel Lago di Smeraldo,
fra immemori Ninfee.
"E' tornata"
dicono in toni grevi
Gruppi Marmorei di Nobili Effimeri.
Finalmente!
Ora la Rosa può fiorire,
contenta.
Roberto Malini

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Capelli d’oro e di cenere
Una mostra di grande valore storico e artistico al Pitifest 2006 (Festival di Cinema e Cultura Ebraica. Dal 28 ottobre al 7 novembre a Pitigliano, provincia di Grosseto). Nell'àmbito della rassegna di cinema e cultura "La donna ebrea tra modernità e tradizione" si inserisce la mostra delle fotografie di Roberto Malini e Steed Gamero: ventiquattro straordinarie immagini di donne dell'Olocausto. Prefazione di Avner Shalev, Presidente del Comitato direttivo del museo Yad Vashem di Gerusalemme.

Roberto Malini e Steed Gamero hanno dedicato una serie di fotografie d’arte ai sopravvissuti all’Olocausto, fissando con l’obiettivo i ricordi, i lineamenti, i segni, le tracce delle vittime e degli eroi. Le immagini - raccolte nella mostra “Capelli d’oro e di cenere. Donne nella Shoah” - colgono volti e oggetti di un mondo la cui ombra infinira del dolore è ancora raggiunta da luci di speranza e rinascita. Il lavoro degli artisti è testimonianza che si fa carico dell’eredità dei martiri per trasmetterne, attraverso l’arte, la memoria.

Coloro che sono scampati allo sterminio non amano, in genere, posare davanti alla macchina fotografica. L’opera di Malini e Gamero, però, è affine alla loro: recuperare il miracolo della memoria per consegnarla all’umanità. Le fotografie, che mostrano i volti di Goti Bauer, Antonia Bezzecchi, Halina Birenbaum, Ruth Bondi, Tatiana Bucci, Tamara Deuel, Leah Gitter, Lilly Ofek Kettner, Alice Offenbacher, Manzi Ohnhaus, Hanneli Pick-Goslar, Miriam Pinkhof, Liliana Segre, Ruth Steindler Pardo, Elisheva Zimet - donne sopravvissute alla persecuzione, ai ghetti e ai campi di morte - sono patrimonio dell’uomo di domani. A.B.
Nelle foto, Mirjam Pinkhof e Antonia Bezzecchi
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Günter Grass e Joseph Ratzinger: uniti da un passato atroce
Dopo sessant’anni emerge la verità sull’autore di Tamburo di latta, la prima grande opera letteraria tedesca che raccontava il dramma del nazismo
di Matteo Pegoraro
Un intellettuale e un religioso. Il Premio Nobel per la letteratura della Germania unita e il Papa. Günter Grass e Joseph Ratzinger, due colonne portanti del nostro tempo, entrambi tedeschi, entrambi uniti da un passato crudele al servizio delle SS. Un passato taciuto per troppo tempo.
Dopo sessant'anni di silenzio, trascorsi nella militanza per la sinistra e per una cultura d'opposizione anticapitalista e antiamericana, il settantanovenne Grass, affermatissimo scrittore di Danzica, confessa in un'intervista esclusiva al direttore della Frankfurter Allgemeine , Schirrmacher, e a Hubert Spiegel il suo arruolamento volontario nelle forze armate durante il regime nazista.
"Ormai celebriamo tanti eroi della resistenza tedesca che non si capisce come mai Hitler arrivò al potere. Invece il nazismo fu accolto da consenso ed entusiasmo. [...] Bisognava parlare del passato senza più censure per far riflettere il Paese". E Grass lo farà presto con le Memorie , la sua autobiografia dove spiegherà di essersi arruolato volontariamente per allontanarsi dall'ambiente familiare e per inseguire il sogno di imbarcarsi negli U-Boot, il terrore dei mari con cui i nazisti annientavano i convogli navali americani al servizio degli alleati.

"E' una cosa strana: mi arruolai a quindici anni e poi dimenticai di averlo fatto. Accadde così a molti della mia classe di leva: fummo poi reclutati nello Arbeitsdienst, il servizio di lavoro ausiliario civile, e improvvisamente un anno dopo arrivò la cartolina-precetto." La cartolina che lo chiamava al centro di reclutamento di Dresda, dove ben presto si rese conto di essere arrivato tardi per l'arruolamento nella U-Boot Truppe: la flotta nazista era infatti stata annientata dai Sunderland inglesi e da unità aeree e navali americane. Günter Grass venne affidato alle Waffen-SS, e in particolare alla divisione Frundsberg, la milizia speciale agli ordini di Heinrich Himmler, il braccio destro di Hitler. Lo stesso gestore dell'Olocausto che alla fine del 1936 istituì il Reichszentrale zur Bekämpfung der Homosexualität und Abtreibung , il Dipartimento della Sicurezza Federale per la lotta all'omosessualità e all'aborto. Un decreto promulgato dall'Ufficio Speciale Sezione SD II-S del Dipartimento affermava in proposito:
"[...] I comportamenti omosessuali di una parte non trascurabile della popolazione costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto questo richiede l'adozione di misure ben più incisive per combattere queste malattie nazionali."
Il 18 febbraio 1937, nel corso di un celebre discorso indirizzato alle SS tenutosi a Bad Tölz, Himmle r spiegava inoltre le ragioni della crociata nazista contro l'omosessualità e annunciava lo sterminio per gli "inguaribili".

E Grass, con le sue dichiarazioni comparse sulla Frankfurter del 12 agosto 2006, tiene a precisare che il suo servizio in uniforme fu solo "servizio di lavoro", non al fronte. Compito del Premio Nobel doveva con tutta probabilità essere dunque quello, tra gli altri, di coordinare indagini, arresti e procedimenti penali, nonché di fornire materiale umano richiesto da istituti di ricerca volti a curare l'omosessualità, quali l'Istituto di "Psichiatria Generale e Psicologia Militare" all'Accademia di Medicina Militare di Berlino, l'Istituto berlinese di "Ricerca Psicologica e Psicoterapia" e la "Scuola di Insegnamento e di Ricerca per l'Ereditarietà Umana e la Politica Razziale" all'Università di Jena.
"Non volevo entrare nelle SS" spiega Grass. "Sapevo che era un'unità d' élite che in combattimento subiva gravi perdite". Doveva anche conoscere il carattere simbolico dell'uniforme, nonché l'istinto antiborghese - che lui stesso definì decisivo per la sua generazione - che lo caratterizzava.

Ma ciò che più fa discutere dell'intellettuale tedesco è che nelle sue biografie era sempre e solo stato scritto che fu arruolato a forza nel 1944 come "Flakhelfer", alias ausiliario della contraerea. La stessa Flakhelfer cui prestarono servizio militare coatto l'ex cancelliere di sinistra Helmut Smidth e l'attuale pontefice Joseph Ratzinger. Ed è proprio il papa originario di Colonia che Grass incontrò in gioventù in un campo di prigionia alleato: "C'era un ragazzo cattolico timido e impacciato ma simpatico, si chiamava Joseph Ratzinger. Vivevamo tutti insieme in tende, quando pioveva ci riparavamo nelle buche. Io e lui davamo insieme la caccia ai barattoli usati per giocare a dadi. Era timido ma simpatico e intelligente. [...] Lui voleva diventare religioso, io intellettuale. Oggi io sono scrittore, lui è il Papa. E' una bella storia, non è vero?". Già, davvero una storia a lieto fine. Ma che cosa ne sarebbe stato di Günter Grass se avesse confessato al mondo la sua vergogna sessant'anni fa? Sarebbe stato lo stesso tra i fondatori del primo circolo dei nuovi intellettuali postbellici tedeschi "Gruppo '47"? Sarebbe stato un idolo nella rivolta del '68? Avrebbe potuto ugualmente mobilitare gli intellettuali nella campagna elettorale del '69 per far diventare cancelliere Willy Brandt, l'eroe socialdemocratico? Shroeder l'avrebbe comunque voluto a fianco, nel 2000, nel no alla guerra anglo-americana contro l'Iraq di Saddam Hussein? Nessuno può dirlo. Perché, nel bene e nel male, gli errori dei grandi della cultura e della politica possono sempre essere compresi.
E quando a Grass viene chiesto perché abbia voluto a tutti i costi confessare oggi il suo segreto, il tedesco risponde con naturalezza: "Era la mia urgenza personale che mi ha spinto a parlarne". Un'urgenza soffocata per più generazioni, emersa dopo sedici anni dalla caduta del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania. Un'urgenza che si spera risvegli le coscienze e spinga ancora una volta a riflettere sulla più grande tragedia dell'umanità.
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Se i muri smetteranno di parlare
di Roberto Malini
Le grandi città dichiarano guerra ai graffiti. Il sindaco di Milano Letizia Moratti annuncia un corpo speciale di polizia urbana addestrato alla caccia ai writer . "La pulizia è il primo biglietto da visita della Milano di domani," tuona la lady di ferro meneghina. "I milanesi considerano le strade e le piazze della città come la loro casa e la casa dev'essere pulita". Siamo d'accordo con il sindaco riguardo alla necessità di fare pulizia a Milano, ma non certo cancellando dai muri cittadini le più genuine espressioni di un'arte che è viva, presente e attiva in tutte le città del mondo, da New York a Sidney, da Berlino a Città del Messico. Bisogna fare pulizia morale, combattere la corruzione, la xenofobia, il razzismo, la povertà, i pregiudizi che colpiscono i più deboli.

Il graffitismo - denominato anche Aerosol art - è contemporaneamente una performance e uno stile pittorico del nostro tempo, che si avvale di pennarelli o bombolette spray per creare opere d'arte in luoghi pubblici. Seguo da anni l'evoluzione dell'Arte dei Muri, che considero una delle migliori espressioni della creatività urbana. Graffitismo e writing - un'arte calligrafica che consiste nell'ideare e apporre su superfici murali la firma dell'artista ( tag in inglese) - sono un patrimonio della nostra cultura, una forma d'arte che si oppone all'avanzata del pensiero autoritario, monocromo e repressivo. L'Arte dei Muri nasce dall' humus della protesta giovanile, dalla volontà di affermare le libertà di espressione, dal progetto di un dialogo creativo e universale. Perseguitare gli artisti dei muri significa imbavagliare la vera arte popolare. E se un giorno i muri non racconteranno più niente, saranno mura di carceri, anche se vorremo illuderci di vivere, finalmente, in città pulite.
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Due poesie Rom
Le tue mani
Vedevo le tue mani imprigionate,
immobilizzate nel ferro,
rondini dolorose dalle ali tagliate.
Sterna Weltz Zigler, poetessa Rom (Francia)

Quando arriva la carovana zingara
Quando arriva la carovana zingara
e si ferma sulla sponda del fiume,
il campo verde, il cielo
e l’intera natura prendono vita.
Maria Mihai, poetessa Rom (Romania)

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Giacomo Leopardi e l'amore che fa male
Il male, secondo Leopardi, nasce... dall'amore. Non è un paradosso, perché il poeta si riferisce all'amor proprio, che è il supremo egoismo. L'uomo che ama se stesso, si pone sopra tutti gli altri ed è disposto ad annichilirli, pur di preservare la supremazia del sé, oggetto esclusivo d'amore. L'amor proprio, nel pensiero leopardiano, distrugge il singolo, ponendolo contro l'intera società, e distrugge la società, negando il valore del bene comune. Dallo Zibaldone: "L’amor proprio dell’uomo, e di qualunque individuo di qualunque specie, è un amore di preferenza.

Cioè l’individuo amandosi naturalmente quanto può amarsi, si preferisce dunque agli altri, dunque cerca di soverchiarli in quanto può, dunque effettivamente l’individuo odia l’altro individuo, e l’odio degli altri è una conseguenza necessaria ed immediata dell’amore di se stesso, il quale essendo innato, anche l’odio degli altri viene ad essere innato in ogni vivente. Dal che segue per primo corollario, che dunque nessun vivente, è destinato precisamente alla società, il cui scopo non può essere se non il ben comune degl’individui che la compongono: cosa opposta all’amore esclusivo e di preferenza, che ciascuno inseparabilmente ed essenzialmente porta a se stesso, ed all’odio degli altri, che ne deriva immediatamente, e che distrugge per essenza la società".
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Qualcosa di Leopardi
Era maschilista, Giacomo Leopardi, che scrisse: "Il mondo è simile alle donne: con verecondia e con riserbo da lui non si ottiene nulla"? Cercare i particolari - anche legati al vissuto quotidiano - da cui ebbero origine le idee, scavare nel profondo humus del pensiero di un genio è d'aiuto a conoscerlo sempre meglio, anche in quegli aspetti che non sono chiari a una lettura superficiale della sua opera. A volte giudichiamo, anche severamente, di fronte al pensiero dei grandi uomini, perfino le battute di spirito utili a sdrammatizzare - magari - minime frustrazioni. Il breve aforisma leopardiano che ho citato, forse fu proprio questo: la reazione, neanche troppo seria, alla freddezza di una donna cui il poeta aveva aperto il proprio cuore, augurandosi di piacerle in virtù quello...
Giacomo Leopardi trascorse le più atroci sofferenze fisiche e la sua disperazione divenne "cosmica", possedendo per sempre la sua psiche e il suo animo solo dopo essere maturata nella crisalide fragile e malata di un corpo inadeguato non solo al genio, ma anche e soprattutto all'essenza umana, finalizzata a inseguire per sua natura il bene della felicità.

Nei Canti e nei pensieri filosofici di Giacomo Leopardi non c'è spazio metafisico. Le sue immagini ideali del mondo e dell'infinito, non sono che sublimi spazi fisici. Il sembiante della realtà, nel suo animo, fu sempre mutilo dei tentacoli che stanno in genere attorno alla mente: le illusioni, membra della cieca speranza. Tutto è un organismo materico e ogni essere vivente, una stella morente di quel "tutto"; così diviene "cosmica", la sofferenza. Grande Giacomo, che rinunciò alle "protesi" della speranza in un "dopo". Povero Giacomo, che non aveva un'isola utopica, ma solo un colle che guardava verso il cielo e verso il mondo, luogo inadeguato in cui rifugiarsi per trovare conforto alla disperazione del vivere. Non aveva dio, Leopardi, se non nell'ideale della perfezione fisica o "materica". Essere felici, per lui, voleva dire solo "stare bene" o "non rendersi conto di stare male", come i bambini. Benessere (e alla fine della vita avere il privilegio di una buona morte), ecco il nume di Giacomo Leopardi, così lontano dalla sua vita vera: "Il vigore rispettivo è la prima e più necessaria di tutte le facoltà, perchè insomma non è altro che la facoltà di pienamente esercitare tutte le proprie facoltà, e tutte le qualità rispettive della propria natura, e tutta la perfezion fisica della propria esistenza. Senza la qual perfezione fisica (che la natura ha dato immediatamente a tutti i generi, ed all'umano come agli altri, a differenza della pretesa perfezione dell'animo), nè l'animo (che dipende in tutto dal fisico) nè l'intero animale può mai essere se non imperfetto".
Roberto Malini
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Leopardi e gli Ebrei
Giacomo Leopardi scrisse nello Zibaldone: "La nazione Ebrea così giusta, anzi scrupolosa nell’interno, e rispetto a’ suoi, vediamo nella scrittura come si portasse verso gli stranieri. Verso questi ella non avea legge; i precetti del Decalogo non la obbligavano se non verso gli Ebrei: ingannare, conquistare, opprimere, uccidere, sterminare, derubare lo straniero, erano oggetti di valore e di gloria in quella nazione, come in tutte le altre; anzi era oggetto anche di legge, giacchè si sa che la conquista di Canaan fu fatta per ordine Divino, e così cento altre guerre, spesso nell’apparenza ingiuste, co’ forestieri.

Ed anche oggidì gli Ebrei conservano, e con ragione e congruenza, questa opinione, che non sia peccato l’ingannare, o far male comunque all’esterno, che chiamano (e specialmente il Cristiano) Goi ywg [882]ossia gentile, e che presso loro suona lo stesso che ai greci barbaro: (v. il Zanolini, il quale dice che, nel plurale però si deve intendere, chiamano oggi i Cristiani ywg goiìm) riputando peccato, solamente il far male a’ loro nazionali". Vi sono altre pagine, nello Zibaldone, dedicate agli Ebrei. Sto discutendo di questo argomento con uomini e donne di cultura, alcuni dei quali appartengono alla Comunità ebraica. E' un tema interessante, secondo me, che coglie aspetti poco noti del poeta di Recanati. Qualsiasi riflessione od opinione sull'argomento sarà ospitata all'interno di questo portale. R.M.
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Steed Gamero, un giovane fotografo fra Olocausti e luci
a cura di Alfred Breitman
In occasione della mostra fotografica Eldorado Nuova Apertura, che racconterà - attraverso un percorso artistico costituito da venti immagini - la persecuzione e lo sterminio degli omosessuali in Germania sotto il regime nazionalsocialista, ho posto alcune domande al giovanissimo fotografo peruviano (ma ormai italiano di adozione) Steed Gamero.
Domanda : Inanzitutto, complimenti. Le foto che tu e Roberto Malini esporrete a Firenze sono evocative ed emblematiche. Il loro linguaggio estetico ci riporta alla città di Berlino durante gli anni '20 e '30: la Bauhaus, l'espressionismo maturo, l'apertura a ogni stile di vita da parte di una società che guardava al progresso, le idee di Magnus Hirchsfeld. Come è nata l'idea della mostra?
Risposta : Sono interessato all'Olocausto, a cui mi sono avvicinato grazie all'amicizia con Roberto Malini, che studia questo argomento da tanti anni, pubblica ricerche, incontra testimoni, va nelle scuole a parlare con i ragazzi. Credo che sia molto importante comunicare ai giovani come me, ma non solo, quello che è successo pochi decenni fa: una persecuzione e un massacro di milioni di esseri umani che non avevano colpe, ma erano diversi rispetto alla maggioranza. Se non eri ariano, cristiano, eterosessuale, disposto a seguire la follia omicida di Hitler, Himmler e degli altri criminalii che governavano la Germania, ti arrestavano e ti spedivano nei campi di concentramento. Poi, se ti giudicavano irrecuperabile, ti uccidevano. Con la mostra Eldorado Nuova Apertura io e Roberto, che è anche un artista e sperimenta soluzioni creative sempre nuove con la macchina fotografica, ricordiamo le decine di migliaia di persone omosessuali colpite dai nazisti. Il nightclub Eldorado, da cui cominciò la persecuzione, ci è sembrato il simbolo di un mondo che è cambiato improvvisamente. La gioia di vivere della Berlino aperta e trasgressiva si era trasformata in una terribile caccia alle streghe.

D : Le due foto intitolate "Il ragazzo di Pierre Seel" sono indimenticabili...
R : Era un ragazzo della mia età. Per dimostrare agli altri omosessuali cosa li aspettava nel campo di concentramento, il comandante lo fece spogliare, gli infilò la testa in un secchio metallico e lo fece sbranare vivo dai cani, davanti a tutti. Pierre Seel, un gay sopravvissuto all'Olocausto, aveva conosciuto e amato quel ragazzo. Lo vide morire così. Urlava, mentre i cani gli strappavano la carne, e il secchio amplificava la sua voce disperata.
D : Spaventoso. Mio Dio, veramente terribile... Altre foto presentano il cabarettista Paul O'Montis...
R : Era un cantante molto famoso. Aveva pubblicato molti dischi. Era ebreo e omosessuale. Quando Hitler prese il potere, fuggì a Praga. Fu raggiunto anche lì e deportato a Sachsenhausen, nella Baracca 11, dove gli omosessuali venivano torturati, castrati e sterminati. Fu ridotto così male che il responsabile della baracca gli consigliò di suicidarsi. Paul si impiccò. Le sue canzoni erano conosciute da tutti i tedeschi.
D : Avete scelto Eva Robin's per esprimere lo stile di vita queer della Berlino di Weimar. Le foto sono meravigliose ed Eva trasmette contemporaneamente bellezza e tragedia...
R : Abbiamo chiesto a Eva se fosse disponibile a posare per quelle foto e lei ha accettato. Roberto ha scelto Eva proprio perché ha un viso espressivo. E' assolutamente convinto che Eva Robin's potrebbe interpretare qualsiasi ruolo drammatico per il cinema o il teatro. Per me è stato difficile, ma artisticamente stimolante fotografarla. E' capace di trasmettere emozioni profonde. Quando si è portata le mani sul volto, ho cercato di cogliere il suo sguardo fra le dita. In quel momento era lei la star dell'Eldorado, una creatura dolce e delicata, ma forte e coraggiosa, che avrebbe voluto vivere, ma sapeva che era la fine.

D : Questa mostra fa parte di un ciclo, dedicato all'Olocausto in tutti i suoi aspetti, vero?
R : Sì. Sto incontrando gli ultimi superstiti di Auschwitz e di altri campi di morte. Spiego loro che desidero fotografarli sotto un aspetto artistico. Voglio catturare attraverso i loro visi, la loro storia, i loro sentimenti, i loro ricordi. E' già in programma una mia mostra dedicata alle donne dell'Olocausto. Quindi vorrei esporre una serie di fotografie dedicate al "Porrajmos", lo sterminio dei Rom. E' un Olocausto che molti vogliono dimenticare. Ho conosciuto alcuni anziani zingari sopravvissuti alle persecuzioni. Ho visto e fotografato una roulotte del primo Novecento, passata attraverso l'Europa dominata dai Nazisti e arrivata fino a noi per ricordarci la morte di mezzo milione, forse un milione di innocenti. Nei prossimi mesi incontrerò anche alcuni Testimoni di Geova sopravvissuti ai lager. Alla fine le immagini saranno raccolte nell'opera "Olocausti e luci" dedicata agli Olocausti e alle luci di speranza che arrivano dalla memoria.
Mentre intervisto Steed, Roberto riceve alcune mail da parte di organizzazioni per lo studio della deportazione omosessuale sotto il regime nazista. C'è molto interesse verso l'esposizione fiorentina, organizzata dall'Arcigay Firenze in collaborazione con Visions Milano. Gerard Koskovich - noto storico ed editore, membro del comitato direttivo del Memoriale della Deportazione degli Omosessuali di Parigi e della GLBT Historical Society di San Francisco - comunica il suo sostegno culturale e umano alla mostra fotografica e chiede se sia possibile avere qualche immagine per i musei e per la sua straordinaria collezione privata. I due artisti faranno dono di alcune foto originali autografate, che arricchiranno le importanti collezioni.
(Nelle foto, locandina della mostra e ritratto di Paul O'Montis)
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L'uso delle parole
Racconto breve di Roberto Malini
Quando nell'Est dell'Europa esistevano ancora gli "shtetl", i villaggi ebraici, una volta un ragazzo ebreo ebbe un diverbio con un coetaneo per un'inezia. I due erano amici, ma l'ira li indusse a pronunciare parole dure, così dure da infrangere il loro sodalizio, che durava fin dalla prima infanzia. Passarono i mesi e Shlomo, il più sensibile dei due giovani, non riusciva a darsi pace per essersi fatto trascinare dalla rabbia fino a conseguenze così estreme. Chiese consiglio all'anziano rabbino, noto anche nei villaggi vicini per la sua saggezza.

"E' importante riflettere sempre molte volte prima di scrivere o esprimere il proprio pensiero," disse a Shlomo dopo averlo ascoltato attentamente. "Eh sì! Le parole devono essere usate per il bene universale. Dai governanti ai dottori, dai mercanti agli straccivendoli, tutti fanno uso delle parole e non sempre sembrano rendersi conto di quanto esse possano influire sulla vita degli altri". Il rabbino smise di parlare per qualche istante, poi chiuse gli occhi, come se stesse sfogliando mentalmente il libro dei propri ricordi. Quindi li riaperse e proseguì: "Il Gaon di Vilna avverte che D-o stesso creò prima di ogni altra cosa l'alfabeto, poi il cielo e la terra. Tutto - a partire dalla Torah - fu formato con l'alfabeto. Esso è un dono del cielo e ognuno di noi renderà conto di come, in vita, ne avrà fatto uso". R.M. (Nella foto: Jacob Vassover, "Il saggio" (part.), 1960).
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Il viaggio del poeta morto
Racconto breve (che contiene un segreto) di Roberto Malini
"Mi senti? Riesci a sentirmi? Ti parlo da un luogo oltre la vita e la morte, oltre la mente e il tempo. E' un avvallamento fra l'essere e il non essere, che si potrebbe definire "Sempremai". Senza necessità, senza dolore, senza più desiderio, ho tanto viaggiato nella tempesta del finito e fra le nebbie dell'indefinito, per giungere fino a qui. Sono un viandante senza bastone, senza bisaccia e senza corpo. Sognai, come tutti, durante la giovinezza, ma i miei sogni non furono che paraventi colorati, dietro cui si celavano solo gli orrori della tenebra. Mi disperai. Chiesi alla vita di abbandonarmi, agli dei di maledirmi. La mia tristezza divenne disperazione senza limite. "Nulla è giusto," gridai mille volte a me stesso. Quando capii di non avere quel tipo di volontà che avrebbe potuto guidarmi verso l'agognato annientamento, provai un sentimento nuovo: mi ribellai all'universo.

E' difficile spiegarti di cosa si trattasse. Era qualcosa di divino, ma selvaggio; di demoniaco, ma compassionevole. Mi lasciai trascinare da quell'impulso profetico e demiurgico, compiendo il procedimento inverso rispetto alla caduta degli angeli, anch'essi ribelli, ma solo per affermare il proprio ego, la propria visione della gerarchia cosmica. Io, al contrario, avrei voluto cambiare tutto, aiutare tutti - ogni creatura vivente - a liberarsi dalle catene del tempo. E' possibile, amico mio, è possibile girare con le proprie mani la ruota del fato! Se fallii, fu a causa della rabbia. Della rabbia e dell'amore. Comprendo, qui, che il motore della rivolta universale potrà essere solo la memoria, libera dalle leggi del desiderio. Perché il desiderio genera materia e la materia - anche la più sottile - è servitù. Il traguardo? Più in là dell'infinito. Per parte mia, mi fermo qui, nella valle di Sempremai, dopo un interminabile volo-naufragio nello spazio di mezzo fra il cielo reale e quello metafisico, con l'anima anestetizzata da un sentimento disincarnato di dolcezza: la mia sola conquista. Arrivederci, amico mio. A sempre. A mai".
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Due poesie di Emily Dickinson
tradotte da Roberto Malini
La Locanda della memoria
Non si conosce alcun Viandante che fuggì -
Se una notte albergò nella memoria -
Quella subdola - sotterranea Locanda
Si premura che nessuno ne esca mai -
Emily Dickinson (trad. Roberto Malini)

Negare
La Negazione - è il solo fatto
Percepito da chi è Negato -
Chi volle - inutile senso -
Il Giorno che il Cielo morì -
E tutta la Terra si impegnò nel solito girare -
Senza Diletto o Raggi -
Quale consolazione se la Saggezza - fu -
La rovina di Casa Nostra?
Emily Dickinson (trad. Roberto Malini)
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Tre poesie di Emily Dickinson
tradotte da Roberto Malini
La ricerca del Vello d'Oro
Trovare è il primo Atto,
Il secondo, perdere,
Terzo, la Spedizione per il Vello d'Oro
Quarto, nessuna Scoperta -
Quinto, nessun Equipaggio -
Quindi, nessun Vello d'Oro -
Giasone, inganno, ancora.

Silenzio
Silenzio è tutto ciò che paventiamo.
C'è riscatto in una Voce -
Ma il Silenzio è Infinitezza.
In sé non ha una faccia.

Accusa
Felicità è lo scettro del bambino -
La leva dell'uomo
Il sacro furto di un ragazzo e una ragazza
Formuliamo un'accusa, se possiamo.

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Anne's Art
Anne's Door riceve una e-mail da Sabrina Losito, artista e studiosa dei linguaggi dell'arte contemporanea: "Complimenti prima di tutto per il sito, così frequentemente aggiornato e così ricco di contenuti. Alla difesa dei valori e dei diritti umani, Anne's Door affianca originalità e profondità sia nel campo della letteratura che dell'arte. Quello che ho notato è che, anche se non si tiene conto dei contenuti, il sito rappresenta una galleria d'arte digitale che desta ammirazione. Le immagini che corredano i pezzi sono di grande qualità anche se spesso non sono firmate. Quel "mezzo volto" di Anne Frank, quei corpi che sembrano paesaggi (siamo "oltre", molto oltre Rothko), quei fuori-fuoco poetici, quell'albero che sembra una hanukkià quelle foto che parlano della natura e dell'uomo... Rimango sempre senza parole".
 
Risponde Roberto Malini. Anne's Door ospita le opere del gruppo di artisti Watching The Sky, che propone un nuovo immaginario e recupera artisti sottovalutati dalla critica cosiddetta "ufficiale". Jacob Vassover, di cui abbiamo presentato diverse opere, è l'ultimo grande artista yiddish, sopravvissuto all'Olocausto e depositario dell'arte più autentica e spirituale fiorita nelle comunità ebraiche e negli shtetl dell'Europa dell'Est prima delle persecuzioni naziste. L'opera di Vassover è patrimonio dell'umanità eppure è stata ignorata dal mondo. Il maestro yiddish vive e lavora in Israele e i suoi preziosi lavori non sono mai stati esposti nelle rassegne dedicate all'arte del suo Paese.

E' molto peggio che una leggerezza: è una mancanza colpevole. Ho avuto la solenne promessa da parte di Andrea Jarach, presidente di Yad Vashem Society in Italy e dell'Associazione Ponte Azzurro, che organizza la mostra "2006: Omanut - 1906-2006 L'arte israeliana oggi", di uno spazio all'interno della rassegna che si terrà in ottobre a Milano, Palazzo Reale, dedicato a Jacob Vassover. Ponte Azzurro pubblicherà inoltre nel libro "Piacere, Israele", distribuito nell'ambito della mostra, un capitolo su Vassover, la sua arte e la pittura yiddish travolta dalla Shoah curato da me e dalla storica dell'arte Carol Morganti. Le foto della sezione sulla mistica ebraica sono di Steed Gamero, giovane artista peruviano (ma italiano di adozione) che troverai prestissimo in libreria con un'opera straordinaria: Qabbalah, riflessi ed echi dello spirito.

E' un fotografo d'arte di formidabile talento; non a caso i più importanti studiosi di mistica ebraica (Rabbi Michael Whitman, Rabbi Avraham Greenbaum e Velvel Spiegler) hanno scritto le prefazioni al suo bel libro, le cui immagini sono accompagnate da testi a mia cura. Il "mezzo volto" di Anne, i "paesaggi adolescenti" in cui fioriscono fiori dickinsoniani e i fuori-fuoco sono opera mia, che accanto all'attività letteraria e a quella di ricerca, svolgo un'intenso lavoro artistico. Presto Anne's Door presenterà anche i lavori di Dario Picciau: sono curioso di conoscere il tuo parere. R.M. (Nelle foto, locandina della rassegna Omanut; foto di Steed Gamero; la mia opera Il corpo parla; dipinto yiddish di Jacob Vassover).
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La vignetta satanica di Oriana Fallaci
Oriana Fallaci ha diffuso in internet l'annunciata vignetta "satanica".
In un primo momento ho pensato a uno scherzo, perché Oriana è una donna intelligente, mentre la vignetta manca di acutezza umoristica e sembra ispirarsi solo all'odio xenofobo. Utilizza un linguaggio infantile per manifestare un'innocenza che non è presente nel messaggio satirico ed eccede nel tono provocatorio. Lei che gode di scorte e protezioni di ogni genere, non avrebbe dovuto lanciare una sfida così diretta agli integralisti, perché sa benissimo che, in caso di reazione, saranno gli italiani che si trovano nei paesi arabi a pagare, con moneta di sangue, la sua provocazione. Vi è inoltre pregiudizio nel definire "puttane" le donne la cui unica colpa fu quella di amare il profeta Maometto. Le amanti del Profeta sono un simbolo positivo della devozione verso la religione di Allah. Oriana Fallaci, con la sua vignetta, che per fortuna è passata inosservata (proprio perché è brutta, poco incisiva e soprattutto perché non raffigura il profeta Maometto, ma solo una tenda in cui si troverebbe), ha commesso una leggerezza. Il fine, naturalmente, è valido: la difesa della libertà di opinione. E' intollerabile che la paura vieti agli occidentali di esprimersi su qualsiasi argomento (ci sarebbero altre battaglie civili da sostenere, però, per salvare tale diritto: troppi sono gli argomenti-tabù).

Fateci caso: poca informazione e poche idee circolano, riguardo alla religione islamica. Il timore di essere condannati a morte senza processso è grande. E non si dica che i musulmani non commettano vilipendio nei confronti delle altre religioni. Non ultima, la definizione da parte di uno di loro, promotore della fatwa contro la Fallaci, relativa al crocifisso: "un cadaverino ignudo che spaventa i bambini". Il problema, però, non può risolverlo Oriana. Bisogna affermare il diritto e in questo l'Occidente si è mostrato debole e impreparato in occasione dell'episodio delle "vignette". Quello che si doveva fare è raggiungere una piattaforma granitica, dopo consultazioni fra governi, a tutela della libertà di opinione. Oriana rappresenta la "buona volontà" individuale, ma quel che serve è una Task Force in difesa della libera espressione, con una Carta Universale del Diritto di Opinione. Roberto Malini
(Nella foto, il Crocifisso di Michelangelo. Firenze, Casa Buonarroti, 1492-93)
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E' un canto di morte che non concede spazio alla fede. Terribile, atroce e straziante come un cuore-ordigno che esploda in mille schegge acuminate.
Lettera di un kamikaze alla mamma
di Abdul-Badi
Cara madre, ho avvolto le mie membra con il coraggio, la fede e le bombe.
Ho chiesto di raggiungere Allah e la patria di eroi.
La cintura esplosiva mi fa volare, mi invita ad affrettarmi.
La rassicuro, dobbiamo essere calmi, non è ancora il nostro momento.
Mi libero, mi libero, mi faccio esplodere
Come lava che travolge e arde antichi miti e credenze,
Mi libero, il mio corpo si libra sul dolore e la persecuzione
E va incontro al mondo...
Mi libero, mamma, mi libero dai ceppi e dalle catene.

Mi vedi risorgere e risorgere come una lampada alimentata
Da olio d'oliva pregiato.
Mi vedi inviare un bacio alle moschee, ai templi, a case e strade.
Stormi di piccioni volano sui portici
Al-Aqsa sorride e mi invia un segno: non dormiremo.
L'alba è vicina, mamma, sorgerà dalle armi, dalle lance abbaglianti,
Sarà arrossata da una ferita sanguinante...
Le nozze sono l'unione con la nostra terra.
Si sente un grido di giubilo, mamma, sono lo sposo...
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Gli angeli di Abramo
La visita che il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha reso alla moschea della capitale offre lo spunto per riflettere su una questione di grande importanza: come ci si deve comportare nei confronti delle altre religioni? La Genesi, al capitolo 18, racconta della visita che tre angeli resero ad Abramo, il capostipite delle tre grandi religioni monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Quando i messaggeri celesti entrarono nel suo campo visivo, il patriarca alzò gli occhi, li vide e disse: "Toh, guarda, tre uomini sono venuti a farmi visita! Hello, come va, amici?"
Nel capitolo seguente è narrato come due dei tre messaggeri divini proseguissero la loro missione e andarono ad avvertire gli abitanti di Sodoma: "Ehi, ma vi rendete conto di aver superato ogni limite? Sesso... droga... hip hop: qui va a finire che il Grande Capo si incavola di brutto e quando Lui va fuori dai gangheri, beh, è meglio aprire l'ombrello, perché piove... sapete cosa. E non guardateci in quel modo, queste acconciature sono trendy e virilissime, dalle nostre parti! Qualcuno sa dove abita un certo Lot?"
Lot era il nipote di Abramo, figlio di suo fratello Haran e gli angeli erano scesi sulla terra per salvarlo.

Ed ecco che la "strana coppia" si recò all'indirizzo di Lot, per avvertire lui e la sua famiglia della punizione in arrivo. “I due angeli arrivarono a Sodoma," è scritto proprio così, nella Genesi. Perché allora Abramo li aveva salutati come se fossero esseri umani? Semplice, perché il padre di tutti i profeti non faceva distinzione fra umano e soprannaturale: "In ogni uomo c'è un angelo e in ogni angelo - anche quando indossa una tunica e ha la testa piena di boccoli biondi - un uomo". Abra | |