E' morta Tullia Zevi, una voce contro le persecuzioni

di Tullia Zevi

Roma, 23 gennaio 2011. E' morta ieri a Roma Tullia Zevi, una voce che da tanti anni chiede all'Italia e al mondo - circondata da buio e silenzio - di interrompere la persecuzionedegli ebrei, dei Rom, degli omosessuali. Addio, cara amica. Ti ricorderemo e ameremo per sempre. Anne's Door

"Qual è il più grande servizio che la conoscenza della storia ci può fornire? Quello di metterci sull'avviso. I nazisti hanno voluto uccidere gli ebrei semplicemente perché essi erano ebrei, gli zingari perché erano zingari e gli omosessuali perché erano omosessuali: venivano tutti visti come dei devianti che dovevano essere eliminati. In ciò consisté la soluzione finale".

"Bisogna ricordare che insieme ai sei milioni di ebrei, sono morti anche centinaia di migliaia di zingari, di omosessuali, di intellettuali e anche di oppositori politici del regime nazista, sia religiosi, sia laici. Ci si deve rendere conto di cosa rappresenta la presa di potere di un regime dittatoriale e si deve amare e conservare questa democrazia che con tanta fatica abbiamo riconquistato".

"Dovremmo cercare di trarre delle conclusioni da un'esperienza che ha travolto milioni di esseri umani e capire perché si debba conoscere questa storia, nonché quale lezione potremmo avere da questo passato".

Tullia Zevi


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Profughi nel Sinai: dopo l'illusione, continua l'orrore

Milano, 22 gennaio 2011. Non migliora la condizione dei rifugiati africani che sono ancora detenuti dai trafficanti nel Sinai. Fonti locali e giornalisti che si trovano attualmente a Rafah ed El Gorah, dove sono stati identificati i covi dei trafficanti e i container di detenzione, dopo aver dato notizia della costituzione da parte del governo egiziano di una task force di sicurezza pronta ad entrare in azione per liberare i prigionieri, comunicano ora che le autorità hanno fatto dietro-front e il corpo speciale non verrà impiegato nelle annunciate operazioni contro i predoni, nonostante il sacerdote eritreo don Mussiè Zerai abbia lanciato l'allarme riguardo ad alcuni giovani prigionieri in fin di vita a causa della torture e delle percosse e di una giovane donna incinta a rischio di aborto spontaneo dopo aver subito violenti stupri di gruppo. "Le ultime notizie sono desolanti," dicono Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne. "Abbiamo appreso dalle autorità di Al Arish, capitale del Governatorato del nord del Sinai, che l'intervento da parte delle forze di sicurezza è stato annullato. La scusa sono gli accordi di Camp David, che non consentono all'Egitto di usare mezzi blindati e armamenti pesanti lungo il confine con Israele. In realtà, però, il patto Israele-Egitto prevede una deroga nel caso di gravi problemi di sicurezza, purché l'intervento egiziano sia concordato con la Multinational Force & Observers, di stanza a El Gorah. Non risulta, da parte di tale forza, alcun impedimento verso un intervento delle forze di polizia o militari, essendo chiara la gravità della crisi. La verità è che l'Egitto non vuole fermare il traffico di esseri umani". Intanto si susseguono gli arresti di eritrei e altri migranti africani da parte della polizia di frontiera egiziana. "Negli ultimi mesi, gli agenti hanno arrestato centinaia di profughi africani, uccidendone due e ferendone molti altri a colpi di arma da fuoco. Il 17 e il 20 gennaio sono state effettuate le retate più recenti, con sei arresti vicino a Rafah e altri dieci non lontano da El Gorah, sempre nel Sinai del nord.

E' ormai certo che i migranti seguiti da don Mussiè Zerai che mancano all'appello in Israele, si trovano per la maggior parte nelle carceri di Nakhl, Al Arish - nel nord del Sinai - e Al-Qanater. Un giovane profugo eritreo ci ha raccontato che in quelle terribili carceri avvengono abusi simili a quelli perpetrati dai trafficanti nei container". Secondo le organizzazioni internazionali per i diritti umani, in primis Amnesty International, le politiche dell'Egitto sui rifugiati non rispettano in alcuna parte la Convenzione di Ginevra sottoscritta dalla Repubblica Araba nel 1951. "Dopo l'arresto, i profughi, anche quando hanno lo status di rifugiati politici, vengono sottoposti a durissimi interrogatori e incarcerati," prosegue EveryOne. "Le corti militari li condannano regolarmente a un anno di carcere e a una multa, per immigrazione illegale. In nessun momento è concesso loro di incontrare il rappresentante locale dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati, mentre le ambasciate dei regimi da cui sono fuggiti li identificano e forniscono loro i documenti, in previsione della deportazione". Ma il calvario dei profughi, fuggiti da terribili persecuzioni nella speranza di raggiungere Israele, vista la chiusura delle frontiere europee, non è ancora finito. "Una volta rimpatriati, tutti coloro che sono fuggiti dall'Eritrea o da altre nazioni caratterizzate da regimi sanguinari per motivi di fede religiosa o di ideologie politiche," conclude EveryOne, "finiscono in carceri-lager che sembrano il parto di una mente sadica e malata. In quei luoghi di sofferenza, i prigionieri subiscono violenze quotidiane e atroci torture da parte dei carcerieri, che in molti casi li conducono a una morte atroce, come è accaduto all'inizio di gennaio alla giovane Sebe Hagos Mebrahtu, incarcerata perché trovata a leggere la Bibbia nella sua camera da letto. I profughi deportati in patria vanno incontro a una sorte analoga. I ragazzi sospettati di aver lasciato l'Eritrea per evitare il servizio militare obbligatorio sono condannati al carcere senza processo, alla tortura e a pene corporali quotidiane. Pochi sopravvivono a lungo, in quelle condizioni e nessuno mantiene il proprio equilibrio mentale. Purtroppo anche lo Stato di Israele negli ultimi mesi ha iniziato a deportare in Egitto i rifugiati africani, che nella Repubblica Araba ricevono la solita condanna a un anno di carcere duro, al pagamento di una sanzione e quindi alla deportazione. In questi casi, neanche Israele concede all'Alto Commissario Onu per i Rifugiati di incontrare i profughi e valutare il loro diritto alla protezione internazionale".

Aggiornamenti su www.everyonegroup.com

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Arte: il sindaco di Pioltello raccoglie l'appello del Gruppo Watching The Sky per salvare i "gorilla", monumento dedicato alla natura

Pioltello (Milano), 31 dicembre 2010. Il Gruppo Watching The Sky ha promosso oggi un appello presso i Comuni di Pioltello e Milano per salvare un'opera d'arte sottovalutata e destinata alla demolizione. Si tratta del gruppo monumentale "La Forza della Vita", realizzata in gesso (in un primo momento, dietro errata indicazione, abbiamo indicato il cemento come materia dell'opera) da uno scultore locale e abbandonata dallo stesso nel cantiere recintato in via della Stazione, poco distante dall'entrata della stazione ferroviaria. "Quando siamo passati davanti al cantiere e abbiamo visto il gruppo monumentale," raccontano Alfred Breitman e Steed Gamero, artisti e attivisti del Gruppo Watching The Sky, "siamo rimasti colpiti dalla potenza e dalla forza simbolica della scultura. L'opera rappresenta due gigantesche scimmie antropomorfe della specie 'Gorilla', in uno degli atteggiamenti caratteristici di queste grandi scimmie all'interno del branco. L'artista ha riprodotto gli animali definendo i particolari anatomici, fra i quali il tipico cimiero, ma esprimendo la potenza primordiale dei gorilla attraverso l'impiego di materia grezza. Questa scelta rende le due poderose figure un simbolo stesso della natura e della sua energia vitale, in continua metamorfosi ed evoluzione.

I due giganti devono essere collocati non uno di fianco all'altro, ma di tre quarti, separati da una distanza di circa tre metri, come avviene nel mondo animale. Il gruppo simboleggia con efficacia la forza vitale dell'ambiente naturale che ci circonda, il cui potere nasce da equilibri delicati che inquinamento e abusi ambientali compromettono in modo sempre più grave. Sia pure maestosa e apparentemente invincibile, la Vita è in realtà assai vulnerabile e i due mansueti gorilla sono lì a ricordarcelo". Breitman e Gamero hanno chiesto a un operaio del cantiere quale sarà il destino del gruppo monumentale. "L'operaio ci ha risposto che le due grandi scimmie sono state abbandonate da un artista di Pioltello che si è trasferito in altra sede," spiegano i responsabili del Gruppo Watching The Sky, "e che probabilmente saranno demolite". Il Gruppo Watching The Sky ha inviato una lettera urgente al sindaco di Pioltello Antonio Concas, chiedendo di salvare questa splendida e significativa opera d'arte, posizionandola nella cornice ideale di una piazza cittadina: "Pioltello, come tutto l'hinterland milanese, è soggetta a un'urbanizzazione che cancella progressivamente il paesaggio naturale," spiegano Malini e Gamero, "mentre aria e acqua sono minacciate da reflui aziendali ed esalazioni tossiche. L'opera 'La Forza della Vita', specie se circondata da aiuole sarebbe contemporaneamente un messaggio e un monito rivolto a tutti, affinché l'importanza dell'ambiente naturale non sia sacrificata totalmente al mondo industrializzato. Se il Comune di Pioltello ritenesse di non avere spazio per le due grandi scimmie, abbiamo già allertato l'assessore alla cultura di Milano, Massimiliano Finazzer Flory, con cui il nostro gruppo ha un ottimo rapporto, affinché - in accordo con il Comune di Pioltello - il gruppo monumentale sia trasferito nel capoluogo lombardo. A nostro avviso, come abbiamo scritto all'assessore milanese, un sito ideale per l'opera potrebbero essere i giardini pubblici di Porta Venezia".

Aggiornamento. 31 dicembre ore 17. Il sindaco di Pioltello Antonio Concas ha contattato Alfred Breitman, manifestando la disponibilità del comune a effettuare un investimento importante (il cui massimale è stato comunicato allo stesso Breitman) per salvare l'opera "La Forza della Vita" e collocarla nel centro di Pioltello. Il Gruppo Watching The Sky si è già attivato per identificare la soluzione tecnica e logistica migliore affinché i grandi primati siano consegnati alla cittadinanza pioltellese - e italiana - in forma definitiva e imperneabile al degrado prodotto dagli agenti atmosferici. Nel mese di gennaio 2011 il progetto "La Forza della Vita" sarà presentato da Watching The Sky al sindaco e alla giunta comunale di Pioltello, in modo che diventi in breve, per la felicità degli amanti dell'arte e anche dell'ambiente naturale, una magnifica e orgogliosa realtà

Nelle foto di Steed Gamero, l'opera "La Forza della Vita"

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“Se non pagate morirete qui”: i nuovi ricatti dei trafficanti dopo gli accordi Italia-Libia

di Erica Balduzzi

Roma, 27 novembre 2010. Segregati nel deserto del Sinai, legati con le catene ai piedi, costantemente minacciati e ricattati: la loro libertà costa 8mila euro. E’ questa la condizione in cui si trovano attualmente moltissimi profughi, bloccati al confine tra Egitto ed Israele. I dati parlano di circa seicento persone, tra etiopi, eritrei, somali e sudanesi, e tra di essi anche molte donne: tutti in mano ai trafficanti di esseri umani.

A lanciare l’appello è Mussie Zerai, sacerdote eritreo fondatore della ong Habeshia, che da tempo segue il dramma dei profughi in fuga dal Corno d’Africa verso l’Europa, sempre più spesso fermati in condizioni disumane dalla polizia libica o dai trafficanti.

E se i recenti e contestati accordi di amicizia tra Italia e Libia hanno apparentemente permesso di ‘chiudere il rubinetto’ dell’immigrazione – regolare o meno – dalle coste libiche verso quelle italiane, in verità il dramma umano dei profughi in fuga da guerre e povertà non ha minimamente accennato a diminuire dopo tali provvedimenti. Anzi, continua a crescere e ad assumere forme sempre più disperate, come la ricerca di nuove rotte e di nuovi e spregiudicati ‘mediatori’ per il viaggio verso un’agognata libertà.

«La chiusura delle frontiere dell’Europa con accordi bilaterali – spiega Zerai – non offre alternative ai richiedenti asilo del Corno d’Africa se non quella di affidarsi a sensali di carne umana, trafficanti di persone innocenti e disperate». Poiché molti respingimenti ora avvengono anche nel deserto libico verso il Sudan e il Ciad, i profughi sono costretti a cercare altre vie: verso Israele (che per contrastare il fenomeno sta costruendo il muro al confine con l’Egitto), ma ancheverso lo Yemen (in questo caso, si parla soprattutto di somali).

Il grido d’aiuto dei profughi, bloccati nella periferia di una città del Sinai, è arrivato solo nella tarda serata del 23 novembre. Con la scusa di chiamare i familiari per ottenere i soldi del riscatto chiesto dai carcerieri, alcuni di loro sono riusciti a mettersi in contatto con l’associazione Habeshia e a raccontare la situazione in cui si trovano da più di un mese: incatenati come un tempo si faceva nel commercio degli schiavi, senza la possibilità di lavarsi, fortemente debilitati dalleviolazioni ai fondamentali diritti della persona a cui sono sottoposti e dalle cattive condizioni igienico-sanitarie. Secondo le ultime informazioni infatti, ottenute da Zerai nella serata del 26 novembre, hanno a disposizione pochissimo cibo e solo acqua salata da bere, che quindi provoca ulteriori problemi di salute. Le donne sono le più debilitate dalle condizioni di fame, sete e terrore in cui sono tenuti da più di un mese a questa parte.

Partiti da Tripoli, in Libia, avevano già pagato ai trafficanti la somma pattuita di 2mila dollari per essere trasportati in Israele. Una volta raggiunto il confine, nel deserto del Sinai, i trafficanti hanno però tradito gli accordi e hanno alzato il prezzo per i loro ‘servigi’: per lasciarli proseguire, hanno chiesto altri 8mila dollari. Chi non paga, è tenuto costantemente sotto minaccia di morte: “se non pagate, morirete qui”. «Questa modalità di ricatto – racconta Zerai – è diventata redditizia per i trafficanti, che sfruttano la disperazione dei profughi. La politica di respingimenti e di chiusura – prosegue ancora – sta favorendo l’arricchimento di trafficanti e criminali, che raggirano i disperati in fuga da guerre, persecuzioni e fame».

Ad accogliere l’appello lanciato da Habeshia sono stati finora diversi gruppi e associazioni in prima linea per la promozione dei diritti umani, come il Gruppo Everyone, il gruppo Watching the Sky, il Circolo Generazione Italia di Milano- sezione Diritti Umani e le associazioni Ruota Rossa e Anne’s Door.

Habeshia si auspica un intervento in tempi brevi sulla questione da parte dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, del Parlamento Europeo, della Commissione Europea e soprattutto del Governo Egiziano, per liberare queste persone senza mettere ulteriormente in pericolo le loro vite e la loro dignità. «Ma – aggiunge Zerai – c’è il rischio che una volta liberati i profughi vengano deportati. Il Governo Egiziano non è nuovo a episodi di questo tipo: bisogna chiedere la garanzia che queste persone non vengano riportate nel paese d’origine dopo la liberazione, e che venga loro riconosciuto il diritto d’asilo. Il rischio di deportazione – conclude – è da scongiurare a tutti i costi».

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Fuggire per ritrovare l’anima

Milano, 14 novembre 2010. Riceviamo una toccante riflessione scritta da Alain Goussot riguardo agli ultimi giorni di vita del grande romanziere russo Lev Tolstoi. La società del nostro tempo si rivela disumana, ipocrita, arida e spietata come quella in cui visse lui, regalando al mondo capolavori come “Guerra e Pace” o “Anna Karenina”. Ecco perché noi stessi siamo tentati, a volte, di fuggire da questa gigantesca trappola in cui siamo caduti, dovendo confrontarci ogni giorno con il capovolgimento dei valori primari e dove la vita umana conta solo se ammantata di ricchezza e potere. Ci viene voglia di abbandonare questo campo di battaglia indifferente, dove gli emarginati e i poveri sono vittime di una guerra mondiale che dura da sempre, ma di cui i libri di Storia non parleranno mai. Ci viene voglia di unirci a una “kumpania” di Rom, per condividere (e se possibile alleviare) non solo il loro martirio quotidiano, ma anche la purezza di una vita giusta e pacifica, semplice come i sentimenti che provavamo da bambini. Ci viene voglia di fuggire per continuare a cercare l’anima. Roberto Malini

La fuga di Tolstoi

di Alain Goussot

"Gli uomini non conoscono bene ciò che sono, ciò che è il loro io, o meglio lo dimenticano"
"La vita non è una gioia, non è una sofferenza"
"Nel mondo in cui ognuno vive per sé non possibile cominciare a vivere per gli altri"
(Lev Tolstoj)

Guardate quella foto; fu scattata a Tolstoi nel suo ultimo viaggio a fine ottobre 1910. Sta fuggendo da casa sua, non sopporta più vita di famiglia, la falsita dei discorsi e l'incoerenza dei comportamenti, è alla ricerca del vero e del giusto, la sua fuga ne è una manifestazione spasmodica e appassionata. I giornalisti, già allora, gli stanno alle costole: il grande scrittore dalle idee rivoluzionarie decide di diventare povero tra i poveri, una occasione da non perdere e lo inseguono. Nel suo atto di fuga vi è insieme un grido di dolore e di estrema disperazione ma anche la volontà di essere coerente fino in fondo; questa fuga non è una fuga da se stesso, ma una affermazione di fede verso la ricerca del vero che egli vedeva nell'amore, l'amicizia e la giustizia. Tolstoi sorpreso dalla macchinetta fotografica; qualche giorno dopo morirà in un piccolo villaggio, Astapavo, nel Sud della Russia. E' il suo ultimo viaggio: assomiglia ai tanti poveri e senza tetto che incontriamo oggi in tante città della nostra falsa ricchezza: Tolstoi fuggiva quello che considerava una grande menzogna. La sua opera immensa; la sua notorietà aveva attraversato tutti i confini, i suoi testi erano tradotti in tutte le lingue; verrà ammirato da uno scrittore come il francese Romain Rolland e da una figura come Gandhi; eppure Tolstoi provava disagio; soffriva di una crisi esistenziale, vedeva la miseria degli uomini; non solo quella materiale, ma soprattutto quella morale e spirituale. Si rendeva conto che l'amore e il sentimento di fratellanza che aveva tentato d’infondere nelle sue opere non aveva scalfito il comportamento umano; amava ma piangeva, il suo grande cuore sanguinava all’immagine del Cristo che venerava (questa sua venerazione personale, poco ortodossa gli costerà la scomunica da parte della Chiesa Ortodossa). Tolstoj si sentiva molto solo nella sua lotta per il vero, il bene e il giusto; amava il popolo e la gente semplice; invidiava dentro di sé la condizione del povero contadino analfabeta, della gente semplice che sa vedere le cose che contano. Combatteva questo mondo ingiusto e lo combatteva dentro di sé. La notte del 28 ottobre lasciò Jasnaja Poljana, il luogo dove era nato e cresciuto, dove aveva scritto, dove aveva costruito una famiglia e dove viveva con la moglie da più di 45 anni un rapporto molto travagliato; ma vedeva ormai tutte le contraddizioni e le ipocrisie di un mondo che non vuole donare se stesso all'altro, di un mondo che non riesce ad amare perché continua a disprezzare l'umanità che ha dentro. Solitario Tolstoi partì di notte, viaggiando in treno, la ferrovia, questo simbolo del viaggio e del dramma che troviamo spesso nei suoi romanzi. Esausto si fermò in una piccola stazione, il capostazione lo riconobe e gli prestò la sua stanza. Aveva la febbre e stava morendo; non voleva altro, morire dopo un ultimo atto di libertà che sorprendesse tutti. Avrebbe potuto morire tranquillamente nel suo letto, a casa sua, con tutti i conforti. Tolstoi si sentiva povero tra i poveri e morì come un povero. Ecco l’ultimo suo messaggio nei suoi ultimi momenti di lucidità; giornalisti, curiosi accorsero quando seppero che il grande scrittore si trovava in quella stazione. Lui, stupito e infastidito dichiarò: ”Perché tutta quella gente per un solo uomo mentre lì fuori vi sono milioni di uomini che soffrono”. In quella frase si riassume la vita di Lev Tolstoi.

Alain Goussot

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L'audiolibro "Intervista con il mago" diventa un caso letterario

di Gruppo Watching The Sky

Roma, 12 novembre 2010. Grazie agli "audiolibri" si sviluppa un interessante caso letterario: "Intervista con il mago" di Alfred Breitman e Gino Fanciullacci, da due settimane è saldamente in testa alle classifiche di vendita su iTunes nella categoria "Fiction" e nei primi dieci best-seller di tutte le categorie, raggiungendo anche il terzo posto, unico libro inedito, la cui prima edizione è proprio la versione audio. Ecco come viene presentato il libro di Breitman nel sito iTunes: "Esiste la vita oltre la vita? Di che sostanza è fatta l'anima? Siamo soli, di fronte ai misteri della vita e della morte o si muovono accanto a noi, invisibili, entità soprannaturali che a volte ci guidano, altre ci ingannano? Lo scrittore e studioso Alfred Breitman, che si occupa da oltre trent'anni di religioni antiche, introduce discipline che restano affascinanti anche oggi. Breitman compie un viaggio nel tempo ideale fino a incontrare uno dei più importanti spiritisti del XIX secolo: Gino Fanciullacci, discepolo del grande Alain Kardec". L'editore dell'opera è LibriVivi, noto agli appassionati di audiolibri per le versioni molto curate dei capolavori letterari, con suoni, musiche, effetti d'ambiente e le più belle voci del cinema e del teatro italiani. "Intervista con il mago" è interpretato da Dario Penne (recentemente insignito a Roma del prestigioso Gran Premio del Doppiaggio 2010) ed Emiliano Coltorti, anche lui vincitore di prestigiosi riconoscimenti. Il libro di Alffred Breitman, scrittore e artista italiano che a natale leggerà in un teatro di Parigi le sue "Riflessioni sulla Kabbalah", propone al pubblico moderno la filosofia dello spiritismo e delle discipline esoteriche, che affascinano sempre il pubblico di tutte le età grazie a opere come "Harry Potter" o "L'apprendista stregone", ma che Breitman spiega in un'accezione colta, introducendo nella vicenda affascinante di un'intervista allo spiritista Fanciullacci, che visse e operò nella seconda metà dell'Ottocento, i temi delle scienze esoteriche e della filosofia naturale. Il libro "Intervista con il mago" offre un ascolto emozionante e interessante e propone più volte l'interrogativo se esista una dimensione magica, in cui aleggiano gli spiriti dei defunti, immersi in forze arcane capaci di vincere le leggi della fisica. A un certo punto, a bocca aperta, il pubblico riceve - e in quel momento fantasia e realtà si fondono in un momento miracoloso - una risposta poetica e sorprendente.

Intervista con il mago

Autori: Alfred Breitman, Gino Fanciullacci
Interpreti: Dario Penne, Emiliano Coltorti
Lingua: Italiano
Editore: Librivivi 2010

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Arte, tecnologia e diritti umani. Tanta fantasy per Apple

di Claudio Berini - Panorama Economy

Roma, 5 novembre 2010. La novella digitale Sulphur & Dana , creata da Roberto Malini e Dario Picciau, è stata inserita tra le cinque applicazioni più consigliate sull'iPad. E con il prossimo aggiornamento diventerà in 3D. E' un fumetto che prende vita sull'iPad. Formato da 27 immagini, è stato creato con il sistema Living Cosmic System dell'italiana White Mouse. La trama rappresenta uno dei miracoli che solo l'amore può compiere: vincere il pregiudizio, la discriminazione, la diffidenza e l'avversione verso l'altro.

Roberto Malini e Dario Picciau . Due nomi che a molti non dicono granché. Eppure sono anche loro esponenti vincenti di quel made in Italy tanto apprezzato e ricercato all'estero. Specie quando si tratta di creatività. Apple, infatti, li ha consacrati ufficialmente, inserendo la loro graphic novel Sulphur & Dana tra le cinque applicazioni iPad più consigliate per gli utenti. La sezione si basa sull'eccellenza tecnologica, le soluzioni grafiche e la qualità artistica. Sulphur & Dana utilizza il format Living Comic System® brevettato dalla casa di produzione italiana White Mouse, un progetto nato nel 2009 e il cui lavoro è basato sutecnologie innovative e metodologie avanzate messe in opera da un gruppo internazionale pluripremiato di artisti, scrittori e ricercatori conosciuti in tutto il mondo. «Lavoriamo su tutto quello che è cinema» dice Malini «e puntiamo molto su prodotti innovativi. A breve realizzeremo un lungometraggio per il grande schermo, mentre è già pronta una serie tv dal titolo Le favole di Esopo , varie puntate che metteranno in mostra animazione e tecnologia davvero di grande impatto, visivo e sensoriale. A breve ci sarà anche il primo aggiornamento di Sulphur & Dana con la tecnologica 3D del cinema, con impiego di occhialini stereoscopici, effetti sonori e musica». Da un punto di vista tecnico Sulphur & Dana è un fumetto che prende davvero vita nelle mani di chi opera sull'iPad, con 27 immagini, create in digitale e animate col sistema Living Comic System®. Il prodotto è attualmente disponibile in inglese e italiano, ma a breve lo sarà anche in francese, tedesco, spagnolo e russo. La trama, invece, rappresenta uno dei miracoli che solo l'amore può compiere: vincere il pregiudizio, la discriminazione, la diffidenza e l'avversione verso l'altro. Il fumetto in nove tavole mostra come le diversità siano quasi sempre alla base delle incomprensioni e dei conflitti e con Living Comics System® regala al lettore una strabiliante profondità, un senso della materia di movimento, elementi atmosferici e luci che valorizzano come non è mai stato fatto prima il lavoro del disegnatore e del colorista, offrendo un'esperienza di lettura completamente nuova e sorprendente Anche per questo motivo il successo internazionale di Sulphur & Dana ha già riscosso l'interesse dei più importanti editori americani di fumetti di genere «supereroico», che vedono nel nuovo format l'evoluzione spettacolare degli universi legati ormai da 70 anni agli avventurieri in costume. Del resto la Apple lo ha giudicato con un punteggio di 9+ per la presenza «rara/moderata di violenza in cartoni animati o fantasy».

Nella foto, una pagina di Sulphur & Dana, acquistabile su iTunes Store


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Le magie del trasformista Arturo Brachetti e della giovanissima pittrice Rom Rebecca Covaciu in scena a Milano

Gratis a Milano il 20 settembre, Teatro Smeraldo, in collaborazione con il Comune di Milano, Assessorato alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali, il Gruppo EveryOne e il Circolo Generazione Italia Milano, sezione Diritti Umani.

MILANO - Lunedì 20 settembre, al Teatro Smeraldo, andrà in scena alle 20 la fiaba musicale “Pierino e il Lupo”, uno spettacolo dedicato alle famiglie, promosso dal Comune in collaborazione con l’attore Arturo Brachetti.
L’opera di Serghej Prokofiev sarà interpretata dal celebre trasformista accompagnato dall’Orchestra Sinfonica Accademia delle Opere, diretta dal Maestro Diego Montrone davanti a un pubblico di oltre 2.000 persone. Gli artisti e difensori dei diritti umani Dario Picciau e Roberto Malini (Gruppo EveryOne e Circolo Generazione Italia Milano, sezione Diritti Umani) hanno realizzato le scene animate proiettate su schermo, da disegni originali della giovane artista Rom romena Rebecca Covaciu, che nonostante la giovanissima età è impegnata da alcuni anni, con le armi della pittura e della poesia, per combattere il pregiudizio razziale che colpisce il suo popolo. Rebecca sarà presente sul palco, dialogherà con Arturo Brachetti ed eseguirà in diretta - sempre su schermo - disegni ispirati alla celebre fiaba.
Per prenotare i biglietti si può inviare una mail all’indirizzo FSP.famiglia@comune.milano.it o un fax allo 02.884.63193. Per informazioni: tel. 02.02.02 oppure www.comune.milano.it.
Il ritiro dei biglietti avverrà presso l’Infopoint dell’Assessorato alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali, in largo Treves 1, a partire da martedì 14 settembre.

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Tecnologia e creatività made in Italy conquistano iPad e fumetti "supereroici"

da "Il Tempo" - http://www.iltempo.it/2010/08/31/1195256-tecnologia_creativita_made_italy.shtml
La Apple di Cupertino indica al primo posto nella speciale graduatoria delle applicazioni per iPad dedicate all'intrattenimento la graphic novel italiana "Sulphur & Dana".

Cupertino, California, 31 agosto 2010. Tecnologia e creatività made in Italy ottengono una prestigiosa affermazione negli Usa. La Apple di Cupertino (California) indica al primo posto nella speciale graduatoria delle applicazioni per iPad dedicate all'intrattenimento la graphic novel "Sulphur & Dana". La sezione delle applicazioni consigliate, stilata settimanalmente dalla Apple nell'AppStore, si basa sull'eccellenza tecnologica, le soluzioni grafiche e la qualità artistica. "Dana & Sulphur" utilizza il format "Living Comic System" brevettato dalla casa di produzione italiana White Mouse. Il format "Living Comic System" consente la visualizzazione di libri e fumetti su dispositivi touch screen, rispettando la tradizione del fumetto e valorizzandone le caratteristiche principali, con tavole e illustrazioni statiche arricchite di effetti visivi simili a quelli che si vedono nel cinema attuale.

"Prima di essere un fumetto che parla di diversità e di amore," spiega lo sviluppatore Paolo Godino, "è una straordinaria opera d'arte. In quanto tale si presta a vari livelli di lettura. Si possono ammirare le pagine ed essere rapiti dal mondo che rappresentano, soffermarsi sulle singole illustrazioni e subire il fascino della loro bellezza, leggere i testi e farsi coinvolgere da questa delicata storia contro il pregiudizio indotto dalla diversità". Le tavole in alta definizione sono state create dagli artisti Jon Foster e Dario Picciau, per tradurre in immagini la breve novella contro il pregiudizio e la discriminazione “Sulphur & Dana. L'acqua, il fuoco e l'amore” di Roberto Malini e Steed Gamero. "Dana & Sulphur" ha già riscosso l'interesse dei più importanti editori americani di fumetti di genere "supereroico", che vedono nel nuovo format l'evoluzione spettacolare degli universi legati ormai da 70 anni agli avventurieri in costume.

Link all'Appstore sul web: http://itunes.apple.com/it/app/sulphur-and-dana/id386524031?mt=8
Link all'iTunes Store: itms://itunes.apple.com/us/app/sulphur-and-dana/id386524031?mt=8
Link al mini-sito dell'applicazione: publishing.whitemouse.eu


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Chiesta onorificenza in memoria di Filippo de Pisis, artista e difensore dei diritti umani

L'Associazione Watching The Sky, il Gruppo EveryOne e il Circolo Generazione Italia di Milano, sezione Diritti Umani, sottopongono la richiesta alla città natale del pittore, Ferrara; al Comune di Milano, dove visse e al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nella lettera alle Istituzioni, le organizzazioni espongono le motivazioni alla base della mozione

Milano, 28 agosto 2010. "Filippo de Pisis non fu solo uno dei massimi artisti italiani del Novecento, ma anche e soprattutto un uomo libero da pregiudizi, capace di manifestare per i diritti umani durante gli anni oscuri del regime fascista e delle leggi razziali". Lo affermano in una nota inviata al comune di Ferrara (città natale del pittore), al comune di Milano (dove de Pisis visse dal 1939 al 1943) e alla Presidenza della Repubblica l'Associazione Watching The Sky, il Gruppo EveryOne e il Circolo Generazione Italia di Milano, sezione Diritti Umani. "Ecco perché," spiegano i presidenti delle tre organizzazioni, "chiediamo un riconoscimento alla memoria di Filippo de Pisis per il suo impegno e il suo coraggio nell'àmbito dei diritti delle minoranze e contro le persecuzioni razziali". Le organizzazioni per la cultura dei diritti umani portano alcune prove a sostegno della loro richiesta: "Innanzitutto l'artista, come riferisce anche il suo biografo Nico Baldini, fu attivista ante litteram per i diritti Lgbt, manifestando apertamente la propria indole omosessuale e sostenendo il diritto a vivere la propria identità di genere senza nascondersi.

A causa di questo suo spirito libero e orgoglioso, divenne inviso all'autorità fascista e rischiò il confino". Ma il pittore ferrarese difese apertamente anche altre comunità di minoranza perseguitate dai fascisti. "Nel 1938, a causa delle leggi razziali, il poeta di origine ebraica Umberto Saba fu costretto a rifugiarsi a Parigi," riferiscono i presidenti delle tre associazioni, "dove fu aiutato da Filippo de Pisis. Ma non è ancora finita. Nel 1940, poco dopo l'approvazione delle disposizioni governative che prevedevano l'internamento dei Rom e dei Sinti presenti in Italia in campi di concentramento, Filippo de Pisis dipinse alcuni insediamenti di Rom a Milano, nei quali si premurò di mostrare l'unione di quel popolo, le sue tradizioni e il suo amore per la vita libera. Proprio a Milano, dove attualmente le autorità danno la caccia alle famiglie Rom per sgomberarle dai loro ripari di fortuna, si trova, presso la Galleria Civica d'Arte Moderna di via Palestro, uno dei capolavori dell'artista, che si intitola 'Zingari' e rappresenta un piccolo gruppo di Rom, accampati sulle sponde di un corso d'acqua, intenti a conversare, mentre un cavallo di loro proprietà pascola nell'erba. I Rom, nel dipinto, sono indefiniti e oscuri come ombre; sembra che un presagio di dolore gravi sopra il luogo in cui sono rifugiati".

Nella foto, Filippo de Pisis, "Zingari", olio su tela, 1940, Milano, Galleria d'Arte Moderna


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Cinema. Riscopriamo "L'uovo", piccolo capolavoro contro le discriminazioni

di Andrea Mancaniello - Arte e Arti Magazine

Nota di Watching The Sky: "L'uovo" di Dario Picciau, primo lungometraggio 3D realizzato in Italia, basato su una novella in versi di Roberto Malini, ha subito le perverse leggi del mercato cinematografico e televisivo del nostro paese. Il messaggio del film, che promuove il valore assoluto della vita umana, contro ogni forma di discriminazione, ha indotto i responsabili dei network italiani a non mandarlo mai in onda, nonostante il film abbia trionfato ai festival internazionali. Anche nel mercato dell'Home Video il suo destino è stato decisamente strano: esaurito dopo un anno, non ha mai avuto ristampe, caso unico in Italia. Eppure chi ha avuto la fortuna di vederlo, lo considera uno dei migliori prodotti del cinema indipendente europeo. Pubblichiamo volentieri la recensione di Andrea Mancaniello, pubblicata il 12 agosto 2010 su Arte e Arti Magazine.

Milano, 13 agosto 2010. Oggetto unico e irripetibile nel panorama del cinema indipendente italiano, L’uovo di Dario Picciau è stato il primo cartone animato interamente digitale di produzione italiana, nato dal lavoro di un piccolissimo gruppo di sole sei persone che animate dalla passione hanno partecipato alla sua realizzazione. Presentato nella selezione ufficiale di diversi festival del cinema d’animazione in giro per tutta Europa, da Annecy a Bruxelles, da Amburgo a Lisbona, questo piccolo film ha vinto già al suo esordio il Gran Premio di Platino al Future Film Festival di Bologna nel 2003.

La storia nasce da una novella in versi del poeta Roberto Malini, una voce narrante racconta gli eventi proprio utilizzando i versi originali e interrompendosi sovente per dare spazio alle voci dirette dei personaggi.
In un piccolo casolare perso nella campagna italiana a metà del 1800 abita una coppia di giovani sposi, Maria e Fabio, la vita scorre serena scandita dai ritmi delle piccole cose quotidiane e dal susseguirsi delle stagioni, finché un giorno la giovane sposa ha uno svenimento e il dottore chiamato a indagarne le cause annuncia che è in arrivo una nuova vita.

I mesi si susseguono velocemente e al termine della gestazione le due levatrici del villaggio, Dina e Lavinia, giunte a dare assistenza per il parto, sono testimoni di un evento singolare. Il piccolo esserino generato dalla giovane coppia non è un bambino come gli altri, ha l’aspetto e la morbidezza di un uovo di carne rosato, perfetto nella sua rotondità ma privo di braccia, gambe e di un volto.

Le reazioni davanti all’inatteso, come spesso succede, sono diverse e contrastanti. Maria sembra non avvertire alcuna stranezza nell’aspetto del bambino e amorevolmente se ne prende cura, lo stringe a sé raccontandogli la bellezza del mondo e descrivendogli la natura, intimamente convinta d’aver instaurato un canale di comunicazione attraverso cui il piccolo Valerio, questo il nome che ha dato all’uovo, percepisce il suo affetto materno.
Fabio dal canto suo maledice il mondo, domandandosi perché così “velenoso” s’è rivelato il suo seme che ha generato una creatura così immonda, un ammasso di carne senz’anima? Quale castigo divino deve lui scontare con la sua sposa? Straziato da una realtà che non riesce ad affrontare, lo sposo rientra a casa a notte fatta e sempre più spesso ebbro di vino.

Nonostante la diversità con cui affrontano l’imprevedibile situazione, entrambi i genitori comprendono che il piccolo uovo comunica con loro attraverso la pelle, increspandosi o cambiando colore, quando vibra di felicità per le tenerezze della madre o quando trema di paura per i propositi bellicosi del padre.

Metafora della diversità, L’uovo racconta l’incapacità dell’uomo a comprendere il miracoloso quando si trova al cospetto dei suoi segni, la difficoltà ad accettare che le cose siano diverse da come le avevamo immaginate, o da come le convenzioni in cui viviamo ci hanno insegnato a immaginarle, in contrapposizione alla tenerezza di una donna che attraverso l’amore può superare ogni ostacolo e vivere comunque la sua maternità.

Realizzato completamente in ambiente digitale, questo piccolo gioiello ha l’impostazione visiva d’un quadro impressionista, con le immagini che sembrano dipinte ad acquarello e gli sfondi che spesso cambiano nel volgere della narrazione regalando alle inquadrature una consistenza quasi liquida. Impossibile non percepire poi, evocata nella scena del malore con cui Maria scopre la sua attesa, una citazione visiva del capolavoro pittorico Ophelia del preraffaellita John Ewerett Millais, per l’indiscutibile assonanza di cromatismi e per la posizione del personaggio adagiato dolcemente sul prato.

L’aspetto grafico dei personaggi, creati dagli artisti Mauro Gandini ed Eloisa Scichilone, hanno uno stile geometrico, molto plastici e lontani dai modelli disneyani dell’estetica dominante nel cinema d’animazione contemporaneo, con originale coraggio tenta l’esplorazione di nuovi canoni più essenziali, senza nulla togliere alla loro forza espressiva.

Il film non è stato mai distribuito nei circuiti cinematografici ma è uscito direttamente sul mercato in una pregevole edizione dvd, corredata dal libretto della novella in versi originale e purtroppo già fuori catalogo dopo appena un anno dalla pubblicazione.
La dura legge del mercato consumistico che non sa valorizzare una perla come questo piccolo capolavoro, condanna inevitabilmente L’uovo di Dario Picciau all’invisibilità, ma se per caso doveste imbattervi in una copia ancora invenduta dimenticata su qualche scaffale di periferia, non tentate oltre la fortuna e senza esitazione fatela vostra. Rimarrete affascinati dalla delicata poesia di questo cartone animato digitale bello e con l’anima.

Link correlato: http://www.artearti.net/magazine/articolo/luovo/

Sito del film: www.luovo.com


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Non è una buona Estate

di Rosa Mauro - http://www.caffeletterario.ilbello.com/

Cari amici, mentre scrivo è una bella, calda ma non troppo, mattina di Agosto, come probabilmente sapete.

Sono nella mia casa di Roma, mio figlio sta giocando a scovare dove è finito il gatto e mio marito è al lavoro.

Le mie vacanze se così si può dire, sono andate bene e non avrei alcun motivo di parlare di una cattiva estate.

Ma voi lo sapete, non parlo di me, e probabilmente nemmeno di voi.

Lasciate dunque che, come mio solito, vi racconti una storia, di quelle che non vi raccontano in televisione.

Perché lì vi parlano del mare dei vip, al limite delle calamità naturali, ma non certo di questo, se non forse in un filmato di pochi secondi.

C’era una volta un bambino, sua madre e suo padre.

Non vivevano in una reggia ma in una casa dal tetto di lamiera, o in una roulotte, a scelta.

Non importa, dopotutto, perché era casa loro, ed al bambino, sei anni o al massimo sette, piaceva.

Vivevano in Francia, a Parigi, e le giornate di una estate calda passavano lente ma piacevoli.

Presto il bambino avrebbe avuto un fratellino o una sorellina, la pancia della mamma cresceva e lui si divertiva a sentirla, la sera , quando tutti e tre, anzi quattro insieme, ascoltando la Senna mormorare.

Attorno a lei vivevano altre persone come loro, alcuni il bambino li conosceva, altri no, perché i genitori, come tutti i genitori di questo mondo, dicevano loro di stargli alla larga.

Poi, una mattina presto, così presto che tutti compreso il bambino , erano immersi nei sogni, arrivò una serie di sirene, la polizia, e rumori spaventosi.

Enormi ruspe, come quelle con cui il bambino giocava o vedeva nei cantieri della città, avanzavano e distruggevano le case di tutti, anche dei compagni di gioco e separavano le famiglie.

Il bambino non capiva, era confuso le urla, gente che scappava, polvere dappertutto.

Il sole stava appena sorgendo, e si accorse di un rumore che sentiva molto vicino, era lui stesso e stava piangendo.

Si sentì strappare da un lato, un braccio estraneo , si sentì urlare

“no!”

Ma aveva solo sei anni e non poteva fare nulla, la donna , perché era una donna, in uniforme, era forte.

Vide la mamma separata da lui, si sentiva la pancia, ed urlava forte.

Il padre era poco lontano, anche lui lo tenevano separato, e parlavano di andare via, che non avevano diritto di stare lì.

Il bambino non capiva, era la loro casa, dove mai sarebbero potuti andare?

La poliziotta cercava di spiegargli, gentilmente, che sarebbe stato accompagnato ad un centro di accoglienza e la mamma in ospedale, perché non sembrava stare bene.

La madre era pallida, e si teneva la pancia, guardava il padre, che veniva portato via, e il bambino anche guardava il padre, che piangeva silenziosamente, davanti alla casa ormai distrutta, tranquillo accanto a due omoni che avrebbero dovuto sorvegliarlo.

La poliziotta ora sembrava gentile, con i suoi occhi castano dorati, i capelli castani corti, il berretto, e la voce calma, ma lui vedeva solo fumo, polvere e macerie.

E la sua famiglia che non c’era più.

Questa storia è avvenuta veramente.
La ricostruzione è basata su racconti che ho letto grazie ai volontari di EveryOne e delle altre organizzazioni che di questi abusi si occupano da anni.

In Francia decine, anzi centinaia di famiglie rom e di clandestini hanno subito un destino simile.

Questa , per l’Umanità, non è una buona estate.

Nella foto di Steed Gamero, "Romnì ferita"


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Giudici e giudicatori

di Roberto Malini

Milano, 1 agosto 2010. In Italia si respira un clima di giustizialismo e caccia alle streghe che ogni tanto emana uno strano odore, che ricorda quello che si diffondeva in tutta Italia ai tempi di Tangentopoli, tempi che qualcuno identifica come una "guerra santa" del bene contro il male, ma che in realtà segnarono solo la fine di una cattiva repubblica e l'inizio di una nuova, che in uno specchio oscuro e deformante rifletteva di fatto quella appena annientata. In questi giorni stiamo discutendo su questo tema con parlamentari e attivisti politici italiani, alcuni dei quali ritengono che il cambiamento politico di cui l'Italia necessita debba passare attraverso una nuova "battaglia per la legalità". Da parte nostra, stiamo cercando di sottolineare come sia pericoloso il ritorno al giustizialismo e abbiamo portato ad esempi i casi di parlamentari indagati attualmente o nel passato, che fanno parte di tutte le correnti politiche e a volte vengono messi all'indice nei blog "giustizialisti". L'Italia ha purtroppo dei trascorsi nei quali bastava un avviso di garanzia per provocare un terremoto. Avvisi e indagini hanno rovinato carriere politiche e carriere di imprenditori, molti dei quali poi sono risultati innocenti o comunque perseguitati con accanimento esagerato. Bisogna poi sottolineare come per avviare un'indagine basti un esposto, una querela o un procedimento d'ufficio e non sempre i pm sono capaci né - come ogni essere umano - esenti da pregiudizi. A volte (vedi il famoso caso Racz/Loyos) il nostro Gruppo è riuscito a dimostrare l'innocenza degli imputati evitando condanne inique, dettate da momenti di furore popolare e da pregiudizi. In molti casi, purtroppo, abbiamo invece visto giudici condannare persone senza colpa, nonostante avessimo fornito prove della loro innocenza (uno dei tanti casi, il rogo di Livorno). La scarsa fiducia nella giustizia da parte dei più e un sistema che pone il magistrato nella posizione di chi ha facoltà di sbagliare senza pagare mai rendono atipico il sistema giudiziario italiano. Anche gli istituti del patteggiamento e del decreto penale, di fatto, inducono in Italia migliaia di imputati (spesso dietro consiglio dei loro stessi avvocati) ad accettare un verdetto ingiusto per evitare il carcere. Navigando nel sito del Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com) si possono trovare molti casi di palesi errori giudiziari, che attendono il giudizio della Corte europea dei Diritti Umani (cui solo dietro pressione di Ong gli avvocati d'ufficio ricorrono). Sarebbe inoltre assai utile ai fautori di un nuova e non auspicabile "caccia alle streghe" confrontarsi con un "Judecator" del popolo Rom. I giuristi britannici definiscono il sistema di giudizio dei Rom come il più evoluto e perfetto.

I "Judecator" sono conosciuti e accettati da tutto il popolo Rom, perché probi, attenti, onesti, preparati, saggi e umili. Quando un "Judecator" tradisce la sua missione e compie un abuso o un errore grave, perde il consenso del popolo Rom e non viene più chiamato nella "Judecata". La nostra giustizia, che manda in carcere persone spesso troppo vulnerabili per difendersi: in carcere dove contrarranno nell'83% dei casi una malattia e non di rado l'Aids, dove subiranno abusi, dove penseranno al suicidio o lo attueranno, dove non avranno protezione se non appartengono a cosche o bande, la nostra giustizia è medievale. Ecco perché non ci piace quando si getta la croce addosso all'indagato e neanche al condannato, quando esistono troppi dubbi sulla sentenza. Gli stranieri, in Italia, firmano dichiarazioni di colpevolezza senza neanche averle comprese. Gli avvocati pensano quasi sempre al lucro e non vivono i casi umani come una missione. I giudici... non hanno la tradizione né la profondità morale e umana dei "Judecator". Ci si conceda una divagazione storico/religiosa e si pensi alla posizione giuridica che avrebbe Gesù Cristo (unanimemente considerato uno dei migliori fra gli uomini della Storia), se vivesse ai nostri giorni. Sarebbe indagato e condannato per abuso della credulità popolare, accattonaggio molesto, creazione di banda armata (Pietro e gli apostoli avevano una spada, secondo le scritture), distruzione di beni pubblici (fuori dalla sinagoga), occupazione di suolo pubblico, diffamazione (degli scribi e dei potenti), calunnia ecc. ecc. Probabilmente, prima del carcere sarebbe sottoposto a un Trattamento Sanitario Obbligatorio. E' chiaro che a chiunque, nel sistema attuale, possono essere attribuiti elementi atti a far scattare un'indagine e forse una condanna. In questa realtà, come condurre una battaglia per la legalità? Chi sa cosa sia, ormai, la legalità? E la giustizia? Concetti la cui essenza primaria e vera sembra dimenticata, come in altre epoche in cui si usavano con troppa frequenza certe parole che sono delicate, antiche e sacre.


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Arte. Alfred Breitman: "Il San Lorenzo appena scoperto e attribuito al Caravaggio è in realtà opera di Giovanni Baglione"

Roma, 19 luglio 2010. Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky intervengono sulla scoperta di una presunta opera del Caravaggio appena ritrovata fra le proprietà della Compagnia del Gesù e pubblicata ieri in prima pagina sull'Osservatore Romano. Il dipinto raffigura San Lorenzo martire sulla graticola. Il santo è rappresentato come un giovane prono sul terribile strumento di tortura, con le labbra aperte in un lamento e una mano tesa nel gesto estremo di aggrapparsi alla fede. L'Osservatore ipotizza una possibile attribuzione dell'opera al Caravaggio e definisce il dipinto come "stilisticamente impeccabile, bellissimo," affermando che "non si può fare a meno di riandare col pensiero a opere come la Conversione di San Paolo, il Martirio di san Matteo o Giuditta e Oloferne". Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky, che si dedicano da anni al recupero di opere d'arte perdute o dimenticate, dopo un'attenta analisi iconografica e stilistica dell'opera, non concordano con quanto espresso sul giornale vaticano.
"L'opera segue senza dubbio la visione gesuitica dell'arte," spiega l'artista e studioso, "che prevede la rappresentazione di scene realistiche, capaci di infervorare lo spirito del credente, immedesimandolo nel quadro. La crudezza del martirio e la fede del giovane Lorenzo, che si avvale della forza della fede per sopportare la sofferenza, sono elementi esemplari ed educativi, nell'ottica religiosa, specie per i giovani missionari dell'epoca, soggetti a gravi pericoli di persecuzione. Secondo Roberto Bellarmino," continua Breitman, "santo teologo vissuto fra il XVI e il XVII secolo, chi osserva un'opera d'arte e riconosce in essa l'oggetto venerato, si infiamma di passione e più la guarda, più si accende. Il San Lorenzo appena scoperto possiede queste caratteristiche e in esso è evidente l'influsso caravaggesco". Alfred Breitman nota però alcuni aspetti stilistici e iconografici che distinguono l'immagine del martire rispetto alla produzione nota del Caravaggio. "L'opera, nonostante stia ricevendo da ogni parte lodi sublimi, è evidentemente di buona, ma non eccelsa qualità. La pittura del Caravaggio non è solo 'realistica', ma anche venata di un sottile e sensuale narcisismo, caratteristica che la allontanava dai dettami iconografici stabiliti dalla Compagnia del Gesù. Il genio lombardo prestava un'attenzione assoluta ai particolari della figura umana e in particolar modo a quella dei giovani uomini. La sua arte li mostrava in una vivente, vibrante carnalità, da cui trasudava come un insaziabile anelito lo spirito. Il San Lorenzo, al contrario, è greve, molle e scomposto. In lui non si agitano né la violenza della pena né quella della fede: è già più intenso e viene da più lontano il grido del caravaggesco Ragazzo morso da un ramarro! E' strano come nessuno si sia accorto di quanto siano sgraziati i rapporti fra le membra del giovane, sottolineati da una luce impietosa, e delle sue orecchie brutte ed enormi, quando le orecchie dipinte nelle opere certe del maestro sono armoniose e belle come conchiglie di mare". Fra le voci fuori dal coro che inneggia al capolavoro ritrovato, oltre a Breitman vi è il critico d'arte Rossella Vodret, che ha detto: "Mi sembra un quadro bello e interessante, ma l'attribuzione al Merisi è da approfondire".
Se l'autore non è il Caravaggio, quale firma potrebbe celarsi dietro al San Lorenzo? "Un artista vicino alla Compagnia del Gesù," spiega Breitman, "caravaggista della prima ora e dotato di buona maestria tecnica, ma non del dono del genio. Dovrei analizzare l'opera da vicino, ma a prima vista, direi che potrebbe essere un lavoro di Giovanni Baglione, il 'nemico' giurato del Caravaggio, che paradossalmente era anche il suo biografo. Il Baglione era affascinato dai modi caravaggeschi, tanto che fu definito 'plagiatore' dal maestro e, per difendere il proprio buon nome, e lo citò in giudizio per diffamazione. Giovanni Baglione realizzò diverse opere per i gesuiti e in particolare una grande Resurrezione per la Chiesa del Gesù. Il Caravaggio espresse questo giudizio, sull'arte del rivale: 'Quella pittura a me non piace, perché è goffa'. Le stesse imprecisioni anatomiche riscontrabili nel San Lorenzo, sono presenti in opere del Baglione come L'amore divino e l'amore profano o il San Sebastiano curato da un angelo".

Nella foto dall'Osservatore Romano, particolare del San Lorenzo

Link correlati

Analisi del critico e storico dell'arte Tommaso Evangelista: http://engrammi.blogspot.com/2010/07/lennesimo

http://www.bergamonews.it/cultura_spettacolo/articolo.php?id=28958

http://www.informarezzo.com/cultura/3562-San-Lorenzo-appena-scoperto

http://www.informazione.it/a/CABC6850-1F1B-4B72-9464-C4C9

http://caravaggio400.blogspot.com/2010/07/alfred-breitman

http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=53627&idsezione=4

http://www.tafter.it/2010/07/19/arte-alfred-breitman-il-san-lorenzo-appena

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=32375&IDCategoria=204


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Diritti umani

di Roberto Malini


Diritti umani,

pane del mondo,

leggi sepolte,

codici di giustizia

dimenticati.


Chi li protegge

è tenuto sotto controllo

dai guardiani delle razze,

delle frontiere,

dell'ordine

e dai loro cani.


Chi li difende

è in prima linea,

dove vendetta

celebra processi,

popola carceri,

insanguina patiboli.


(Ogni giorno

si muore, in prima linea:

ieri è toccato

a Salvator Muhindo,

un difensore dei diritti umani,

in Congo).


Diritti umani:

Si diffondono

nell'aria ammorbata dall'odio

come ossigeno

che porta la vita,

come polline di libertà.


Diritti umani,

noi vi libereremo

un po' per giorno,

perché il mondo

non vi perda

e diventi un inferno

senza accorgersene.

 

Roberto Malini è poeta, scrittore e attivista. Insieme a Matteo Pegoraro e Dario Picciau, è al centro di una campagna FrontLine che si oppone alla persecuzione dei difensori dei Diritti Umani.

L'autore leggerà "Diritti Umani" e altre poesie, accompagnato da una chitarra gitana, il 27 agosto 2010, a Benicassin, in Spagna, durante il festival Rototom Sunsplash 2010, nella serata dedicata al Manifesto antirazzista "Vivere nella diversità". Il Rototom Sunsplash è il più importante evento europeo dedicato alla musica reggae, alla tolleranza e al rispetto dei Diritti Umani. Dopo 16 anni in Italia, il festival si trasferisce in Spagna, a Benicassin, sulla costa mediterranea di Castellon, 88 km da Valencia. Ogni anno il Rototon Sunsplash attrae una media di 130 mila persone da 120 Paesi. L'intolleranza e la deriva razzista in corso in Italia hanno indotto gli organizzatori e gli artisti a spostare l'evento, per la 17a edizione, in Spagna, un Paese più democratico e aperto alle culture altre, ambiente ideale per un festival che fa dei Diritti Umani la sua bandiera.

L'autore promuove in Italia e nel mondo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Difensori dei diritti umani.
( http://www2.ohchr.org/english/issues/defenders/translation.htm )

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Arte. E' di Filippo Rusuti il Cristo scoperto in Campidoglio

Secondo Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky fu commissionato dal cardinale Pietro Colonna fra il 1288 e il 1297

Roma, 15 giugno 2010. E’ stato appena scoperto a Roma, in una torre del Palazzo Senatoriale in Campidoglio, un trittico medievale dipinto ad affresco. L’opera, più volte danneggiata nel corso dei secoli, mostra un Cristo trionfante, i santi Pietro e Paolo e tracce di un’aureola che apparteneva a una Vergine Maria. Secondo Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei capitolini, “Gli affreschi sono da datarsi forse agli anni Venti-Trenta del Trecento”. Alcuni storici dell’arte ritengono che l’opera possa essere attribuita alla bottega dal grande Pietro Cavallini. E’ di opinione diversa Alfred Breitman, artista e studioso del Gruppo Watching The Sky: “Si tratta di un dipinto di notevole qualità,” commenta, “che suscita ammirazione nonostante le lacune, l’ultima delle quali opera di un muratore addetto a lavori di ristrutturazione, che nel primo Novecento cancellò la parte superiore del volto di Gesù. Si è parlato del Cavallini, ma il trittico presenta ancora gli stilemi del bizantino, da cui il maestro si allontanò, optando per una pittura naturalista. Lo stile e il soggetto, invece, sono tipici di Filippo Rusuti, autore di un Cristo trionfante molto simile a questo, che si trova nella basilica romana di Santa Maria Maggiore ed è firmato, dunque di attribuzione certa”. A questo punto Breitman si concentra su un altro particolare del trittico: lo stemma nobiliare che si trova accanto al ritratto di San Pietro: “E’ una colonna,” spiega, “ovvero lo stemma della famiglia Colonna. Il fatto che sia accostato a san Pietro non è casuale, ma indica il mecenate che commissionò l’opera. Si tratta del cardinale Pietro Colonna. Questa deduzione ci consente di datare l’opera con precisione: non il Trecento, ma un po’ prima, fra il 1288 e il 1297, periodo in cui Pietro fu cardinale a Roma. Nel 1297 venne deposto da papa Bonifacio VIII, mentre nel 1306 fu ancora cardinale, ma ad Avignone. E' importante evidenziare come anche il Cristo trionfante di Santa Maria Maggiore avesse quale committente Pietro Colonna”. Breitman descrive il trittico con l’entusiasmo di chi ama profondamente l’arte. Non a caso il suo gruppo si è distinto in passato per il recupero di opere perdute o dimenticate. “Il trittico del Campidoglio,” conclude, “arricchisce il patrimonio artistico della città di Roma e restituisce alla Storia dell’Arte una pagina importante, perché sono pochissimi i dipinti conosciuti di Filippo Rusuti, uno dei più grandi maestri della Scuola Romana e di tutta l’arte del Medioevo”.

Nelle foto, il Cristo trionfante del Campidoglio e il mosaico di Filippo Rusuti in Santa Maria Maggiore

Link correlati:

http://www.vip.it/campidoglio-scoperto-affresco-medievale/

http://www.romanotizie.it/arte-e-di-filippo-rusuti-il-cristo-scoperto

http://www.notizieitalia.com/news_locali/roma/347978-arte

http://www.corriereromano.it/roma-notizie/8060/Palazzo

http://www.asca.it/regioni-ROMA_CULTURA__RITROVATO

http://medievale.splinder.com/post/22879757/spilamberto

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=71742

http://www.wakeupnews.eu/2010/06/18/campidoglio-riemerge

Contatti:

Gruppo Watching The Sky

www.watchingthesky.org :: www.whitemouse.eu

info@watchingthesky.org

tel. 331 3585406


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La legge sulle intercettazioni

Milano, 13 giugno 2010. E' evidente che si fanno troppe intercettazioni in Italia, con violazione del diritto alla privacy e sprechi immani. Una buona legge avrebbe dovuto circoscriverne l'uso ad alcuni campi di indagine, fra cui quello legato al crimine organizzato. Lo stesso discorso vale per i pentiti. Quelli attendibili come Spatuzza dovrebbero costituire la via maestra per arrivare al cuore del problema e cominciare ad estirparlo. Invece sono costantemente delegittimati. Il risultato della legge sulle intercettazioni è solo quello di creare una cortina protettiva intorno all'impero dei boss.

E' innegabile, inoltre, che sarebbe necessaria una riforma della magistratura, ma non per legare le mani ai magistrati e creare una casta di intoccabili. Bisognerebbe far sì che i giudici che sbagliano, mettendo in galera innocenti e continuando a far carriera, fossero messi di fronte - come i medici, per esempio - ai loro errori e alle loro responsabilità, pagando a propria volta la superficialità, l'inadeguatezza (o peggio) nei verdetti. Avremo così meno abusi giudiziari e meno paura, da parte degli italiani e soprattutto delle classi deboli, dei giudici. Roberto Malini


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A Milano, poesia contro il razzismo e l'omofobia

Emozione e commozione durante il reading del poeta-attivista Roberto Malini. Sdegno per l'intervento ispirato al più velenoso pregiudizio contro i gay da parte del poeta Ahmed S.: "l'omosessualità è disgustosa, ha portato nel mondo l'Aids e merita di essere punita". Malini e il pubblico presente gli impartiscono con civiltà una lezione di diritti umani. La giovane artista Rom Rebecca Covaciu ha portato la sua testimonianza.

di Alfred Breitman

Milano, 11 giugno 2010. Roberto Malini, poeta e attivista, ha tenuto ieri sera un reading di poesia presso il Circolo Arci di via Rovetta 14. L'autore ha interpretato un ciclo di poesie su temi quanto mai attuali e condivisi dagli organizzatori dei "Giovedì di Turro": la Shoah e il Samudaripen (l'Olocausto dei Rom), l'orrore della guerra e delle persecuzioni, le violazioni dei diritti dell'uomo che si perpetuano anche ai nostri giorni, senza che la civiltà riesca a curarne le cause, profondamente legate a una cultura incapace di diventare universale e tollerante. "Ho riunito sotto il titolo Fragile. Memoria, poesia e Diritti Umani," scrive Malini nell'introduzione del libro editato appositamente per la serata, "una serie di poesie e due videopoemi incentrati sulla mia trentennale ricerca nell’àmbito della memoria dell’Olocausto e sulla mia esperienza di difensore dei Diritti Umani. La prima parte della lettura è dedicata ai testimoni dell'Olocausto che ho conosciuto nel corso degli anni e ai poeti assassinati nei lager o superstiti allo sterminio. Il 12 giugno, fra l’altro, ricorre l’81° anniversario della nascita di Anne Frank, giovane vittima dell’odio razziale e simbolo universale del genocidio di milioni di innocenti. Come ripetono da sessantacinque anni i sopravvissuti, i germi dell’Olocausto sono ancora attivi ed è nostro compito riconoscerli nel tessuto vivo della società moderna, che si proclama civile esattamente come quella in cui si formarono fascismo e nazionalsocialismo. Successivamente, la lettura presenta il mondo di chi, ogni giorno, è costretto a un difficile e doloroso impegno per sopravvivere, mantenere unita le famiglia, evitare di farsi annientare dentro il tritacarne dell’intolleranza, nel cui perverso meccanismo giocano un ruolo decisivo politica e media.

Rom, migranti 'illegali', senzatetto, omosessuali hanno cucite addosso stelle di Davide invisibili ed è intorno a loro che fermentano ancora i germi del pregiudizio e della violenza. È 'fragile' la memoria se non diventa ammonimento e messaggio all’umanità. I videopoemi Addio, Pesaro e Makwan, lettera dal Paradiso, sono nati dal lavoro che il regista e attivista Dario Picciau e io compiamo insieme, da più di 15 anni, sia nel campo artistico che nelle campagne per i Diritti Umani". Roberto ha interpretato le poesie con passione e commozione, alternando toni di speranza alle voci laceranti del dolore che colpisce le vittime delle persecuzioni e che la poesia ha il compito di restituire in forma di testimonianza. Anche i videopoemi che l'autore ha realizzato insieme al suo amico regista Dario Picciau hanno emozionato gli ascoltatori. "Tutto quello che Roberto racconta nelle sue poesie," ha commentato al termine del reading la giovane artista Rebecca Covaciu, presente in sala, "è vero. Noi Rom, spesso costretti a sopravvivere nelle baracche, esposti alla violenza dei razzisti e agli sgomberi effettuati dalla polizia, conosciamo bene cosa voglia dire essere rifiutati, insultati, percossi e gettati in mezzo alla strada. Le nostre mamme e i nostri papà, i bambini piccoli che non hanno diritto a un posto caldo e tranquillo sono nelle poesie di Roberto e nel mio cuore". Il dibattito che ha coinvolto il pubblico ha toccato argomenti tanto attuali quanto urgenti e ognuno ha ribadito la necessità di dedicare energie sempre più importanti alla difesa dei Diritti Umani, che è contemporaneamente difesa della civiltà. Unica nota stonata, alcuni interventi del poeta egiziano Ahmed S., che di fronte alle poesie incentrate sul martirio dei gay e delle lesbiche nei regimi integralisti e sull'omofobia in Occidente, ha dichiarato che, in base ai dettami del Corano, "l'omosessualità è disgustosa, ha portato nel mondo l'Aids e merita di essere punita, magari non con la morte, ma con il carcere, perché va contro Dio e non è capace di generare nessuna forma di vita, né bambini né scarafaggi". Rami Lavitzky, figlio dell'Olocausto di seconda generazione e studioso delle persecuzioni nella Storia, ha ripreso l'egiziano con fermezza, opponendo le ragioni della tolleranza e del rispetto ai veleni di una pericolosa cultura della discriminazione, del fanatismo religioso e dell'odio. "E' anche per evitare il diffondersi di questi germi," ha commentato il musicista Enrico Zanier, "che dobbiamo ringraziare Roberto per la sua poesia e il suo impegno nel difendere i Diritti Umani".

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Roberto Malini a KlausCondicio: "Nelle carceri il 40% dei suicidi è dovuto a stupri"

Roma, 10 giugno 2010. Gli stupri e la schiavitù sessuale di cui sono vittime i detenuti più giovani è concausa almeno nel 40% dei casi di suicidio in carcere. È la denuncia di Roberto Malini, co-presidente per l'Italia di EveryOne, associazione che si occupa di diritti umani. «Lo abbiamo riscontrato attraverso le nostre consulenze psicologiche - ha spiegato Malini nel corso di KlausCondicio, il programma condotto da Klaus Davi su YouTube - che tra l'altro attestano che lo stupro colpisce la popolazione giovanile carceraria. Oltre allo stupro anale, il giovane viene costretto a praticare la fellatio e altre forme di sesso coatto. Queste ricerche attestano anche la forte tendenza all'autolesionismo, visto che molti ragazzi si tagliano braccia, gambe e petto pur di sottrarsi a tali pratiche». EveryOne, consulente dell'Alta Corte dei Diritti Umani dell'Onu, ha denunciato lo Stato italiano per le condizioni inumane in cui versano i detenuti nelle carceri e per la condizione di schiavitù sessuale dei più giovani. «La denuncia ha sortito un primo effetto visto che - ha rivelato Malini nel corso dell'intervista a Klaus Davi - il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha rivolto il 9 febbraio scorso all'Italia ben 92 “raccomandazioni”: si va dalla denuncia della tratta di esseri umani ai ritardi di Roma nel recepire il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura, passando per il “Pacchetto sicurezza” e la situazione delle carceri. Purtroppo il 4 giugno l'Italia ha detto no alle raccomandazioni riguardanti la tortura, mentre ha accettato quelle rivolte al sovraffollamento e alle condizioni di detenzione; tuttavia si tratta di raccomandazioni generiche che difficilmente condurranno a provvedimenti concreti».

«I casi di stupri e di schiavitù sessuale stimati nelle carceri italiane - spiega Malini - sono oltre tremila ogni anno, una cifra che corrisponde a ben il 40% di tutti gli stupri che vengono perpetrati in Italia anche grazie alla connivenza delle guardie carcerarie. I casi non vengono denunciati - continua - esiste una omertà che coinvolge tutti: guardie carcerarie e carcerati stessi, oltre che strutture mediche che non sono adibite al controllo dei sintomi come abrasioni anali o rettali. Non vengono fatte visite specifiche. I direttori, le guardie e gli educatori tollerano questo stato di cose, ritenendolo parte della pena da scontare, perchè per molti di loro la prigione deve essere un inferno. Vi sono anche guardiani ed educatori - continua Malini - che provano eccitazione di fronte allo spietato sadomasochismo. Oltre a questo, esiste una omertà culturale tipicamente italiana per la quale lo stupro di una donna viene considerato gravissimo e quello di un uomo passa sotto silenzio». «L'ultimo caso è avvenuto a San Vittore - denuncia Malini - un giovane rom di 19 anni, detenuto per un piccolo furto, è stato fin dall'inizio del soggiorno in carcere vittima di una serie di stupri, culminati con una violenza di gruppo. Per sottrarsi a questa situazione ha lottato con tutte le sue forze, fino a farsi una ventina di tagli sul corpo. Solo allora, completamente ricoperto di sangue, le guardie l'hanno spostato in un altro settore. Siamo in grado di documentare oltre 100 casi di stupro avvenuti nelle carceri italiane, che colpiscono soprattutto i giovani detenuti stranieri, molti dei quali sentiti nel corso della nostra indagine. I nostri riscontri sono stati evidenti, con nomi e cognomi. Grazie alla nostra denuncia, l'Alto Commissariato dell'Onu ha fatto alcune raccomandazioni all'Italia sullo stato di degrado delle carceri». (AGI)

www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=316379

http://video.aol.ca/video-detail/klauscondicio-malini-carceri

http://www.youtube.com/watch?v=r4z9w7Wza9E

http://avvertenze.aduc.it/notizia/disumanita+carceri

Nella foto, Klaus Davi (realizzatore e intervistatore di KlausCondicio)

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Terror Flotilla. Affrontare con equilibrio l'insidia del "pacifismo violento"

di Roberto Malini

Milano, 6 giugno 2010. Al di là di qualsiasi considerazione politica e al di là di una manifesta impreparazione da parte dei militari israeliani di fronte a un'imbarcazione-trappola con alcuni terroristi a bordo, "pronti al martirio" come le bombe umane palestinesi, le foto dei soldati israeliani feriti mostrano la differenza fra pacifismo e quell'integralismo violento e manifestamente anti-ebraico promosso dai Fratelli Musulmani (di cui fanno parte Hamas e il suo organo di raccolta fondi "Union of Good") e da una rete antisionista che di fatto opera per colpire (e annientare, secondo i proclami nel sito di Hamas e le dichiarazioni del presidente dell'Iran) lo Stato di Israele, dopo una propaganda diretta a delegittimarlo agli occhi dell'opinione pubblica mondiale e sorretta da alcuni media. Le foto diffuse da una nota agenzia dopo aver tagliato la mano di un terrorista che impugna un coltello sono emblematiche. Tutti sanno, ma alcuni ignorano deliberatamente quando esprimono opinioni, che la nave passeggeri Mavi Marmara era organizzata a cura dell'IHH, organizzazione legata ad Hamas - attraverso l'Union of Good - che non nasconde i collegamenti con la Jihad globale e Al Qaeda. E' evidente che vi è una strategia collegata alla "Flotilla" e agli eventi luttuosi che hanno caratterizzato la sua azione; è chiaro che il network della "guerra santa", la Repubblica Islamica dell'Iran e una certa area della Turchia non sono rimasti sorpresi da quanto accaduto ed è palese che chi parte per il "martirio" ha una missione di provocazione violenta. Una visione realistica dei fatti dovrebbe evitare di deformarli e piegarli alla solita visone che si vuole avere delle politiche belliche e di sicurezza israeliane. Pacifismo e terrorismo sono agli antipodi, anche quando il lupo veste le pelli dell'agnello. Quello che è accaduto è tragico, terribile, ma ha radici in un piano premeditato in ambienti integralisti e non nelle politiche di Israele. Questo assunto non deve tuttavia togliere spazio a una legittima critica verso la strategia di contenimento delle azioni (umanitarie e non) di sostegno al popolo palestinese, che deve cambiare sia per restituire un'immagine civile di Israele presso l'opinione pubblica internazionale, sia perché vanno evitati a qualunque costo inutili spargimenti di sangue. Esistono, per situazioni di inaspettata violenza in cui i militari si trovano di fronte aggressori muniti di armi bianche o improprie, pistole e fucili a choc elettrico, proiettili di gomma, cortine di fumo e gas, sistemi d'arma paralizzanti, pallottole soporifere: metodi efficaci e contemporaneamente rispettosi della vita umana.

Vedi foto: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2010/06/07/pop_soldati.shtml

Link correlati:

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=90&id=35046

http://www.lideale.info/ReadArticolo.aspx?id=3074&par=c


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Giovedì 10 giugno a Milano, poesia e Diritti Umani con Roberto Malini

Milano, 6 giugno 2010. Giovedì 10 giugno dalle 21.15 presso il circolo Circolo Arci Martiri di Turro in via Rovetta n° 14, a Milano, si terrà la performance di lettura e video "Fragile - Memoria, poesia e diritti umani", poesie e videopoemi di e con Roberto Malini. E' il secondo appuntamento del ciclo degli incontri/serate di giugno 2010 della rassegna "I giovedì di Turro", organizzata dall'Associazione La Conta in collaborazione con il Circolo Arci Martiri di Turro. Roberto Malini presenterà una serie di poesie e videopoemi incentrati sulla sua trentennale ricerca nell'ambito della Memoria e sulla lunga esperienza di difensore dei Diritti Umani. La prima parte sarà dedicata ai testimoni che ha conosciuto nel corso degli anni e ai poeti assassinati nei lager nazisti o superstiti allo sterminio.

La seconda sarà dedicata a chi ogni giorno è costretto a un difficile e doloroso impegno per sopravvivere, mantenere unita la famiglia, evitare di farsi annientare dentro il tritacarne dell'intolleranza, nel cui perverso meccanismo giocano un ruolo decisivo la politica e i media. Rom, profughi, migranti "illegali", senzatetto, omosessuali: intorno a loro fermentano ancora i germi del pregiudizio e della violenza. Con lo spettro dell'antisemitismo sempre in agguato. E' "fragile" la memoria se non diventa ammonimento e messaggio all'umanità. I videopoemi Addio, Pesaro e Makwan, lettera dal Paradiso sono nati dal lavoro svolto insieme al regista Dario Picciau, in una collaborazione che continua da più di 15 anni sia in ambito artistico che nelle campagne per i Diritti Umani.

Nella foto, copertina del libretto realizzato per la serata.


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E' morto il poeta Peter Orlovsky, un uomo di pace

di Roberto Malini

Los Angeles, 1 giugno 2010. E' morto all'età di 76 anni, per un tumore ai polmoni, il poeta statunitense Peter Orlovsky, che fu compagno di Allen Ginsberg. Era da tempo ricoverato presso il Karme Choling Meditation Center di Barnet, nel Vermont. Orlovsky e Ginsberg furono la coppia omosessuale più celebre e fotografata d'America. Conobbi Peter a Milano, negli anni 1980. Me lo presentò Fernanda Pivano, che l'aveva condotto ad assistere a una lettura di poesia del gruppo che avevo fondato in quel periodo, presso il locale milanese "Entropia". Peter si disse entusiasta della nostra performance, che si avvaleva dello strumento poetico per trasmettere al pubblico i valori della pace e dei diritti fondamentali dell'uomo.

Ricordo che abbracciò a lungo me e Paola Astuni, una straordinaria poetessa transessuale, e ci disse di credere solo nella poesia capace di avvicinare gli esseri umani e i popoli. Lo ricordo come un poeta originale e un uomo profondamente buono. "Mi unisco alla tristezza per la sua perdita," mi ha scritto il giornalista Emanuele Giordana, "personaggi come Orlovsky appartengono a una stagione di cui avremmo ancora bisogno".

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Incontro a Milano con Paul Polansky, poeta dei Rom

Milano, 28 maggio 2010. Ieri sera il poeta e attivista americano Paul Polansky, che da oltre dieci anni vive in Kosovo, impegnandosi in una difficile campagna per i diritti delle popolazioni Rom locali, ha tenuto una lettura di poesia presso il Circolo ARCI Martiri di Turro, in via Rovetta 14, a Milano, nell'àmbito della rassegna di poesia "I giovedì di Turro". Organizza la rassegna l'Associazione “La Conta” O.N.L.U.S. Prima della cena e del "reading", Polansky ha conversato a lungo con Fabrizio Casavola - uno degli organizzatori, che ha un'esperienza ventennale nella cultura e nelle tradizioni Rom - e con Roberto Malini, Dario Picciau, Steed Gamero, Fabio Patronelli di EveryOne. Malini, a propria volta poeta e difensore dei Diritti Umani, sta scrivendo insieme a Paul una silloge di poesie dedicate al mondo Rom, che sarà patrocinata dall'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani e vedrà i due poeti accomunati in futuri "reading" di poesia e Diritti Umani. La serata ha riscossoso notevole interesse da parte del pubblico accorso, che al termine della lettura e della proiezione di un videodocumento - girato da Polansky - sui Rom del Kosovo, ha posto all'autore una serie di domande utili a capire un dramma del nostro tempo. I Rom del Kosovo, dopo il conflitto e le durissime repressioni, si sono trovati in condizioni di grave esclusione sociale, costretti a vivere in campi-profughi edificati in aree malsane. Paul Polansky si batte in particolar modo per i Rom di Mitrovica, che vivono presso insediamenti situati vicino a miniere di piombo abbandonate, avvelenati da residui tossici del minerale e vedono i loro bambini ammalarsi di gravi patologie neurovegetative, ritardo mentale e tumori. Hanno pesanti responsabilità riguardo a questa situazione allucinante di morte lenta, lesiva di ogni diritto fondamentale della persona, le Nazioni Unite.

I Rom di Mitrovica, fra piombo, violenza e indifferenza (http://www.sivola.net/dblog/cerca.asp?cosa=paul)

di Paul Polansky - trad. di Jessica Meyers

Mitrovica, Kosovo. Saffet Ramic ha imparato dai tempi della guerra a viaggiare con un cacciavite. In una polverosa strada di Mitrovica, tira il suo carro a lato della strada. Poi tira fuori il cacciavite dalla sua tasca destra. Svita le targhe con la registrazione del Kosovo e le pone all'interno. "Così i Serbi non ci uccidono" dice semplicemente. E' concesso girare senza targhe in questa parte della città, visto che le targhe del Kosovo qui non sono accettate. Dopo diversi posti di blocchi, quando il carro torna in territorio albanese, riavvita le targhe. "Così gli Albanesi non ci uccidono" dice Ramic, 30 anni, rivelando con la sua pelle color bronzo di non essere Serbo od Albanese, ma uno dei circa 30.000 Rom che sono parte dei 2 milioni di popolazione del Kosovo.. In una regione dove ad otto anni dal conflitto tra le forze serbe e gli Albanesi del Kosovo le tensioni etniche rimangono alte, Ramic naviga tra due mondi chiaramente definiti, anche se non appartiene a nessuno dei due. Come le targhe del furgone, Ramic svita ed avvita la sua identità secondo la necessità e convenienza. Molti dei 150.000 Rom finirono in mezzo al conflitto del 1998-1999, quando erano considerati dagli Albanesi collaborazionisti dei Serbi, mentre l'armata serba li sgomberava dai villaggi dei kosovari albanesi. A migliaia finirono nei campi temporanei, dove sono tuttora. Oltre 120.000 lasciarono il paese prima dell'intervento NATO e della sconfitta dei Serbi, con il successivo protettorato ONU in Kosovo. Come risultato del conflitto, molti Rom -termine a cui vanno aggiunti gli Askali di lingua albanesi e quelli che si chiamano Egizi - hanno adattato la loro identità per sopravvivere. Anche se Ramic si considera Rom, in qualche caso è più sicuro per lui dichiararsi Askali. Rimane incerto quando la regione riguadagnerà abbastanza stabilità perché Ramic possa dichiararsi senza problemi e i Rom facciano ritorno alle loro case. Si attende quest'anno un accordo finale, secondo il quale il Kosovo diventerebbe uno stato indipendente, un trionfo per gli Albanesi, ma una perdita devastante per i Serbi. In una terra dove tutti rincorrono una loro identità, i Rom - senza nazione e coesione - vivono sul punto di rottura. Molti chiedono soltanto di tornare a casa.

Storia rivissuta

Con l'indipendenza e possibili ulteriori violenze. i Rom sono impauriti, disillusi e stanchi di essere in mezzo ad una guerra che non gli appartiene. Per questa minoranza, lo status del Kosovo è solo un'altra occasione per vuote promesse ed ulteriori dispersioni. Ramic annuisce ad un uomo in uniforme blu. Rallenta il furgone e si prepara a parlare albanese. Se il poliziotto è un Albanese, oggi Ramic sarà Askali. Il poliziotto guarda i documenti e riconoscendo la pronuncia di Ramic, gli si rivolge in serbo. Il Rom risponde con un sospiro trattenuto. Diversi kilometri più tardi, il carro si ferma di fronte al ponte che connette la Mitrovica settentrionale alla sua controparte albanese del sud. "Non voglio andare da quella parte," dice Ramic guardando la simbolica divisione sulfiume Ibar. Parcheggia a diversi metri dal ponte ed aspetta. Situata nella parte più settentrionale del Kosovo, il confine con la parte serba di Mitrovica è considerato una delle aree più a rischio violenza. In una città dove una divisione tangibile separa un'etnia dall'altra, tanti i Serbi a nord che gli Albanesi a sud, sono particolarmente sensibili sulle conseguenze della possibile indipendenza del Kosovo.

Presi in mezzo

"Noi siamo il ponte ed ognuno ci passa sopra," dice un altro Rom, Dzafer Micini, 38 anni, seduto sul pavimento della sua casa di tre stanze a Kosovo Polje. Ricorda le rovine fumanti delle case dei suoi vicini, quando cinque anni fa gli Albanesi attaccarono la città. Il villaggio è un obiettivo sensibile a causa della grande battaglia che nel Medio Evo vide l'esercito ottomano sconfiggere i Serbi, un evento che tuttora genera passioni nazionaliste tra i Serbi. I musulmani Albanesi sono visti come discendenti dell'oppressore Turco. L'enclave serba conta circa 15 famiglie Serbe e cinque case Rom. Micini teme che gli Albanesi vogliano bruciare il villaggio a predominanza serba e sta disperatamente cercando di vendere casa. Come molti Rom, d'altronde, non ha i documenti giusti per farlo. "Non possiamo essere agnelli tra i lupi," dice, gettando uno sguardo al suo figlio più giovane che gioca con le decorazioni festive in un angolo. La nera stufa a legna riscalda la stanza vuota, illuminata dalla luce elettrica. Dice che si preoccupa di mandare i suoi figli al mercato. "Albanesi e Serbi sono falsi. Quando hanno bisogno di noi per combattere ci dicono fratelli. Se no, dicono 'Zingari, andatevene.'" Micini è stato fortunato. Scappato in Serbia durante la guerra, la sua casa era una delle poche ancora in piedi quando ritornò al villaggio un anno dopo. Quando ci furono i disordini nel marzo 2004, Micini non era a casa. Era a Pristina con diversi altri parenti maschi. Non poteva tornare da sua moglie e dai figli a Kosovo Polje, distante 12 kilometri e non vuole rivivere quel senso di impotenza per la terza volta. Se i Serbi che popolano il villaggio saranno forzati ad andare, dice, ai Rom non rimarrà altra scelta che partire pure loro. Molti Rom ora vivono nelle enclave serbe, piccoli villaggi persi nel Kosovo dove il cirillico prende il posto dell'alfabeto latino usato dagli Albanesi. Durante il brutale decennio di Slobodan Milosevic che restrinse la libertà dei Kosovari albanesi, persino i Rom avevano diritti non concessi all'etnia albanese, che costituiva circa il 90% della popolazione. Quando la Missione ONU in Kosovo (UNMIK) prese il controllo della provincia e stabilì un governo provvisorio guidato dai Kosovari albanesi dopo la guerra, i Rom si ritrovarono dispersi e disprezzati, incapaci di costituirsi come gruppo che rivendicava i propri diritti. Divenne soltanto marginalmente più sicuro identificarsi come Askali di lingua albanese. In una regione popolata da Rom che si dichiarano Askali, la guerra e le continue violenze hanno creato una variazione nell'auto-definizione. Ora ne i Rom ne gli Askali sono realmente al sicuro. Tutti subiscono le conseguenze della guerra. "Molti sono diventati Askali durante la guerra" dice Akif Mustafa, 48 anni, un Rom dell'enclave serba di Plemetina. Disegna un cerchio nell'aria. "Questo è il circolo del pane. Il pane si sta rompendo in pezzi," dice, simbolizzando la creazione dei Rom, Askali ed Egizi. "Ma, vedi, è solo del pane spezzato. Siamo tutti Rom e siamo sempre i più poveri."

Intossicazione e rilocazione

I Rom sono il gruppo di minoranza più povero del Kosovo, agli ultimi posti nella scolarizzazione e col più alto tasso di disoccupazione. Oltre un terzo vive in estrema povertà, paragonato al 4% dei Serbi e al 13% degli Albanesi, secondo un rapporto del Programma di Sviluppo ONU. Con pochi soldi e nessun posto dove andare, molti non hanno potuto lasciare la regione dove le loro case sono state date alle fiamme nel 1999. Quanti non hanno potuto andare in Germania o scappare in Serbia sono finiti nei campi ONU. Otto anni dopo, la maggior parte è ancora lì. "Per gli Zingari è peggio adesso che durante l'Olocausto" dice Paul Polansky, fondatore della Fondazione dei Rifugiati Rom del Kosovo e studioso amatoriale dei Rom. Polansky recentemente ha condotto 100 interviste orali a Rom sopravissuti all'Olocausto e dice che l'attuale situazione per i Rom del Kosovo è una pari atrocità. In nessun altro posto la sofferenza dei Rom in Kosovo è più evidente che nel campo per rifugiati inquinato dal piombonella parte nord di Mitrovica. Uno di loro, Cesmin Lug, si trova al limite della parte serba di Mitrovica. Cumuli di metallo, da cui ha origine il piombo, percorrono il campo di baracche di latta. La casa di Sebiha Bajrami è dipinta di rosa e giallo. All'interno, due donne lavorano una pasta e la pongono sulla stufa che riscalda le due stanze. La loro è una delle 40 famiglie che hanno scelto di vivere nel campo contaminato, invece che nel nuovo campo dall'altra parte della strada. Chiamato Osterode, è la soluzione ONU alla contaminazione da piombo nei tre campi per i dispersi interni (IDP). "A Cesmin Lug c'è inquinamento da piombo e a pochi metri c'è Osterode, ma è lo stesso" dice Bajrami, 35 anni, che non crede alle assicurazioni delle autorità che il campo di Osterode sarebbe più salubre. "Al limite a Cesmin Lug abbiamo l'acqua ed è più pulito, perché c'è meno gente e vengono fatte le pulizie." Nel campo ci sono attualmente 166 persone, comparate ai 43 di Osterode. Lo scetticismo di Bajrami nasce anche dal fallimento dell'UNMIK nel recepire le preoccupazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) sui livelli dell'inquinamento nel 2000. La WHO ha ripetuto che l'esposizione all'aria, all'acqua e al cibo, porta a danni irreversibili al cervello. Le conseguenze sono più profonde per i bambini. Bajrami, che è anche una giornalista rom per la locale stazione radio serba, ha contribuito alla creazione di un'organizzazione femminile che produce tovaglie e tessuti. [...] Ma la situazione interna non varia. "Questo sarebbe il nostro quarto campo e siamo stanchi di tutti i campi," dice. "Vogliamo tornare alle nostre case, non Osterode." Qui non è più salubre e sicuro. Quando Bajrami deve avventurarsi nella parte sud di Mitrovica, prende determinate precauzioni. Non si riferisce mai a se stessa come Rom e parla solo albanese. Una volta, ricorda, fu accostata da un Albanese che aveva riconosciuto il suo nome. Era lei la ragazza che leggeva le notizie in serbo, le domandò. "Sì," rispose. "Sono la schiava che legge le notizie di altre persone. Trovami un altro lavoro da fare." Bajrami spera un giorno di aprire una stazione radio rom, una che suoni musica rom tradizionale e si occupi di politica dei Balcani. Ma prima, come tutti nel campo, vuol fare ritorno a casa.

Il ciclo della dimenticanza

Una barriera con un pesante cancello, separa Bajrami e il resto di Mitrovica da Osterode, il nuovo campo dichiarato dall'UNMIK "libero da inquinamenti". Una guardia albanese osserva dal suo piccolo chiosco. Riconoscendo il camion bianco della Norwegian Church Aid, apre il cancello senza le solite procedure e domande. La OnG norvegese ha preso in carico la gestione del campo, una serie di baracche bianche e un edificio più alto. Nonostante i colori vivaci dei vestiti e delle tovaglie, il campo ha l'influsso austero di una base militare francese. L'asfalto sostituisce il fango dall'altra parte del cancello. I genitori accompagnano i bambini verso il presidio sanitario, un edificio di due stanze. Qui è iniziato il trattamento per quanti hanno sintomi di avvelenamento da piombo. La porta seguente, su una lavagna sono scritti "cane" e "gatto", qui c'è la scuola. Poi una scala conduce al centro femminile, dove si insegna igiene. Nonostante questi servizi, gli abitanti ripetono che quella non è casa loro. "Non è cambiato niente," dice Skender Gusani, leader dei campi di Osterode, Cesmin Lug e Leposavic. "Quando la gente si è spostata a Osterode, ci furono promesse tante cose e niente è cambiato. Ci hanno promesso acqua corrente ed elettricità per tutte le 24 ore, e riscaldamento. Qui l'inquinamento è migliore, ma i bambini sono ammalati per le condizioni di vita." Hasan Kelmendi, manager del campo per la Norwegian Church Aid conferma che la pressione dell'acqua è inconsistente e lo stesso vale per l'elettricità, ma questa è la situazione che vige in tutta Mitrovica. "Posso dire che la situazione a Osterode è migliore degli altri campi," aggiunge indicando i servizi igienici e la lavanderia. Ad ogni famiglia è assegnato una piccola stufa elettrica, che serve a poco quando manca la corrente, dice Gusani, che poi descrive le situazioni in cui si accende un piccolo fuoco sul pavimento per scaldarsi. Sono stanchi di vagare tra campi, regolamenti e cancelli. "Viviamo come animali," dice Gusani. "La sorveglianza controlla ogni nostra cosa. E' come vivere in un campo di concentramento." Neville Fouche, coordinatore della Roma Task Force dell'UNMIK, dice che i cancelli sono più per la sicurezza che per ostruzione. Permettono all'agenzia di controllare che entra nel campo. Poi Fouche ritiene che bruciare le batterie, da cui estrarre il piombo, peggiora il problema dell'inquinamento dei campi. Poi sottolinea che il nuovo campo di Osterode, che riunisce tre campi in uno, è una soluzione temporanea. "Non abbiamo intenzione di renderlo permanente," dice. "Questo è soltanto un centro di transito per condizioni mediche". Aggiunge che la meta ultima è il ritorno degli abitanti alle loro case.

In mezzo, da qualche parte

Il suono gutturale delle sillabe tedesche collide con il tono lirico del romanes mentre Feruz Jahirovic apre la porta e saluta la sua famiglia, una delle nuove nel campo. A differenza di Jahirovic, che ha passato otto anni nei campi, nove membri della sua famiglia hanno vissuto gli ultimi 15 anni a Munster, Germania. Si dividono due stanze in un edificio di mattoni rossi. Quella di Jahirovic è una del crescente numero di famiglie che hanno perso lo status di rifugiati all'estero e sono state forzate al ritorno. Il Consiglio d'Europa stima che oltre 1.000 Rom siano stati rimandati in Kosovo. Centomila, la maggior parte dalla Germania, sono a rischio di ritorno forzato. E' difficile per quei bambini interagire con i loro coetanei, dato che questi nuovi arrivi sono cresciuti in Germania e parlano tedesco. Arrivati ad Osterode un anno e mezzo fa, anche loro hanno lasciato una casa. "Avevano una vita come altri ragazzi in Europa," dice Jahirovic, scuotendo la testa e guardando i nipoti, che parlano l'inglese meglio del serbo. "Ora che faranno? Cosa faremo?" Il ritorno dei rifugiati ha aumentato la pressione sulle autorità internazionali per trovare un posto dove i Rom possano vivere. A Mitrovica, si stanno costruendo nuove case, al posto delle rovine. Sono per quanti una volta vivevano nel quartiere rom. Dal suo punto di vista Jahirovic guarda le nuove case che sorgeranno accanto al fiume Ibar a Mitrovica sud. Si ricorda di quando suo fratello aveva stanze spaziose, prima che una delle più ricche e vasta comunità rom fosse distrutta. 99 famiglie hanno fatto richiesta per 48 appartamenti, ma Jahirovic non è nella lista. Ha nove bambini, più di ogni altro ad Osterode. Il 70% degli occupanti di Osterode proviene dal quartiere rom dall'altra parte della città. Jahirovic invece viveva in un villaggio vicino che è stato dato alle fiamme. "Dove andremo, a vivere per strada?" chiede riferendosi al 30% degli abitanti del campo che non sono originari del quartiere che una volta aveva 8.000 abitanti. Il Consiglio dei Rifugiati Danese si èimpegnato a ricostruire le case di quanti siano in possesso della documentazione adeguata che certifichi che vivevano nel quartiere di Mitrovica sud. Norwegian Church Aid intende costruire le case anche per quanti non hanno documentazione, ma questa iniziativa appare più incerta. "In quanto minoranza, non mi importa chi comanderà in Kosovo. Mi interessano la libertà di lavorare, la sicurezza ed i miei bambini," dice Jahirovic guardando la recinzione del campo.

Il prospetto del ritorno

Sino all'anno scorso, l'unica evidenza di quel quartiere erano resti di pareti di mattoni e muri sbriciolati. [...] La ricostruzione della Fabricka Mahala - mahala è un termine turco per "quartiere" che ha lo stesso significato tanto in serbo che albanese - è il più grande progetto di ritorno dei Rom mai intrapreso nei Balcani, dice Fouche. Per quanti faranno ritorno alla mahala, la sua posizione a Mitrovica sud significa un cambio di servizi e linguaggi. Quanti vivono nei campi ricevono i servizi sociali dal governo serbo ed anche i bambini frequentano le scuole serbe. Quanti faranno ritorno alla mahala dovranno andare nelle scuole albanesi e non riceveranno più aiuti dalla Serbia. Con queste incertezze alcuni Rom, come il loro leader Gusani, rifiutano di tornare nel loro vecchio quartiere. "Mio figlio sarà in grado di continuare la scuola?" chiede Gusani esprimendo una preoccupazione di molti nei campi. "Avrò libertà di movimento da casa mia?" aggiunge, riflettendo sul fatto che la sicurezza dei residenti nelle enclavi serbe come Mitrovica nord non è garantita in territorio albanese. Come Gusani, molti Rom hanno timore di ritornare nel quartiere da cui sono stati espulsi. Dice Fouche che la forza internazionale di pace controllerà ogni due ore l'area, ma Gusani nega che nessun gliel'abbia mai comunicato. "Nessuno garantisce che i miei figli avranno un futuro sicuro," spiega così perché ha scelto di non fare ritorno alla mahala. Attraversa il confine sud in caso di riunioni, solo sotto scorta dell'UNMIK. Se deve andarci da solo, dice di provenire dal quartiere Askali. "Se torneranno Rom ed Askali, ci saranno violenze," dice risolutamente.

Le paure

Tina Gidzic, una donna rom di 20 anni, prova crampi allo stomaco quando guida verso il suo ex-villaggio, Dobrevo. La città ora è un cumulo di macerie osservabile dall'autostrada Pristina–Mitrovica. Lei nn ha speranze di ritorno. La sua famiglia continua a vivere in Kosovo, ma la casa ora è quella con suo marito a Niš la città serba più vicino al protettorato. Memorie di guerra: la sua casa, come molte altre, fu distrutta nel 1999 quando aveva 13 anni e non è stata ricostruita. Gidzic ricorda di essere cresciuta col suono delle bombe e sua madre che le diceva di non uscire da casa. Suo fratello più giovane è nato a Preoce, una piccola enclave serba a 10 km. da Pristina dove sono fuggiti i suoi genitori e dove vivono tuttora. "Sto diventando nervosa," dice, non riferendosi soltanto al suo villaggio, ma anche all'incerta situazione dello status del Kosovo. "Qui i Rom sono musulmani come gli Albanesi, ma non vogliamo entrare in urto con i Serbi," che sono ortodossi, ci spiega. "Viviamo tutto il tempo con i Serbi, ma loro dicono che stiamo aiutando gli Albanesi." Anche se non sempre sono un bersaglio, ma si trovano sulla linea di fuoco, pensa Gidzic. "Quando gli Albanesi attaccano i Serbi, non sanno se una casa è serba o rom, così bruciano l'intero villaggio. E' così che la violenza ci colpisce." Tina scende dalla macchina e rinchiude il cancello della nuova casa della sua famiglia, una struttura che apparteneva a suo nonno. Raggiunge sua madre, riscaldandosi in una stanza dove funziona la stufa. Sua madre, Miradija, piange ancora quando vede la foto della vecchia casa di Dobrevo. [...] Mentre la guarda dice una delle poche parole inglesi che conosce: "home".

Tentativi di mobilitazione

I Rom non sono tutti silenti sull'argomento indipendenza, neanche Gidzic lo è. "Dovrebbe essere così," dice accompagnando la seconda tazza di caffé turco in una stanza che è cucina, camera da letto e salotto. "I Serbi dovrebbero tornare in Serbia, gli Albanesi in Albania e così i Rom potrebbero stare in Kosovo." Dopo otto anni di identità fluttuanti e in una terra che potrebbe mai essere la loro, alcuni Rom stanno reagendo. Gli attivisti criticano apertamente la missione ONU. Recentemente hanno prodotto un documento dove indicano i loro desideri rispetto al Kosovo indipendente. Tra le loro richieste la partecipazione alle decisioni sullo status del Kosovo, come pure la strategia di ritorno per i rifugiati. "Se non siamo chiari su cosa vogliono le minoranze in Kosovo, ci porteremo dietro un monte di problemi," dice Bashkim Ibishi, uno degli autori del documento. Ibishi è Rom, ma è anche un ufficiale ONU per gli affari delle minoranze in Kosovo. "Non ci sono programmi di assistenza, perché nessuno vuole avere a che fare con noi," dice. A quindici km. di distanza, Saffet Ramic non ha intenzione di rinunciare al suo cacciavite. Continua a spostare le sue targhe e parla di una discussione avuta con un abitante di Kosovo Polje. Stanno considerando di iniziare un affare importando scarpe dall'Albania e rivendendole a buon mercato nel Kosovo. "E' un piano," dice salendo sul furgone. Poi si ferma, gli appare un sorriso sul volto e conclude "Se esisteremo ancora."

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Zingare spericolate

A Roma, presentazione del libro di Vania Mancini, che narra le vicende delle Cheja Celen, principesse che danzano a piedi nudi e non hanno alcun principe che corra a salvarle. Edito da Sensibili alle foglie, foto di Tano D'Amico.

Cenerentole del 2000... sono le Cheja Celen, ragazze che ballano, che accudiscono le baracche e i fratellini, chiedono l'elemosina, girano per "cassonetti", che si trasformano da bambine in principesse di un popolo senza terra. Splendide ballerine acclamate dal pubblico, come Cenerentola perdono le scarpe durante le loro danze perché a loro piace ballare a piedi nudi quando si scaldano sul palco... alla fine dello spettacolo tornano nel loro campo "ognuna a rincorrere i suoi guai" senza neanche la speranza di un principe nella vita che le vada a salvare...

Questo libro racconta le loro storie, al ritmo delle canzoni di Vasco Rossi, ed illustra, attraverso lo sguardo di Tano D'amico (il più sensibile dei fotografi), momenti delle loro esperienze. Con le parole dell' autrice: "Il mondo che vorrei è un mondo dove non esistono persone costrette a vivere in un campo Rom senza documenti e senza diritti. Vorrei un mondo dove non si possa solo perdere... e alla fine non si perde neanche più". Ha scitto il libro "Zingare Spericolate" Vania Mancini, mediatrice culturale, coordinatrice del progetto di scolarizzazione dei minori Rom e già autrice del libro "Chejà Celen, ragazze che ballano".

Presentazione del Libro Zingare Spericolate
alla Provincia di Roma
sala della Pace
Palazzo Valentini via IV novembre (ang. p.za Venezia)
25 maggio dalle ore 17 alle ore 19


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A Merate, la storia di Roberto Camerani, sopravvissuto ai lager

di Roberto Malini e Associazione Variazioni sul tema

Milano, 17 maggio 2010. Una lezione-teatro cui tutti dovrebbero assistere, gli adulti che hanno dimenticato e i giovani che hanno il diritto di sapere, le minoranze che affrontano nuove forme di persecuzione e i potenti che si pongono troppo spesso sulle orme degli aguzzini nazifascisti, magari non più contro gli ebrei, ma contro i "nuovi ebrei": i Rom, i "clandestini", i poveri e gli esclusi. Protagonista della pièce, Roberto Camerani, sopravvissuto ai campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee, un uomo che, per uno strano (e profondo) gioco del destino, è stato mio vicino di casa per anni, a Cernusco sul Naviglio. Lo incontravo più volte al giorno ed eravamo uniti da un afflato spirituale intenso. Raramente conversavamo sul passato, ma quando, parlando per esempio del tempo, affermavamo - che fosse lui o io a parlare per primo - che "oggi è una bella giornata", sapevamo entrambi che l'argomento non era meteorologico, ma riguardava il tempo dell'anima e della Storia: le nostre "belle giornate", belle in ragione di un cielo azzurro o di un manto di neve abbagliante, di una pioggerella vivificante o di un vento piacevole erano giorni di speranza, giorni di fede. Mi commuove che il mio giovane amico Libero Stelluti, attore fra i più dotati e completi che io conosca, pur non sapendo dei miei tanti ricordi legati a una persona coraggiosa e magnifica, mi abbia mandato la breve presentazione scritta dell'evento e, soprattutto, sia fra i protagonisti della lezione di teatro. Mi commuove e fa della mia giornata una "bella giornata", perché Roberto ci ha lasciati, ma resta un'eredità che ci ha trasmesso e che solo i giovani possono raccogliere, per raccontare ai loro coetanei "cosa c’è sotto la piramide, una volta che si ha il coraggio di rovesciarla". Roberto Malini

La piramide rovesciata. Una storia d’uomo tra infinite storie di uomini

Così definisce la sua esperienza di vita Roberto Camerani, ex deportato nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. Una storia d’uomo che diventa racconto in teatro, trasportandoci negli anni del fascismo visti attraverso l’entusiasmo degli occhi di un bambino cresciuto ed istruito secondo le regole prodotte da quella cultura; regole che ben presto nel giovane Roberto si scontrano con la sua sensibilità e il suo pensiero critico, qualità che lentamente lo portano a guardare in modo diverso a quella società costruita gerarchicamente come un’alta piramide della quale, al di sopra di tutto, è necessario raggiungere il vertice. Una piramide che ricorda tanto quella che ogni giorno tutti noi costruiamo inconsapevoli nella nostra vita. Ma non c’è spazio né tempo per fermarsi e riflettere, né tanto meno per scegliere qualcos’altro. E così Roberto inizia a scivolare lungo il pendio della piramide, sempre più lontano dal vertice, e sempre più vicino alla terra, che per Roberto è casa e madre, una presenza femminea che sarà costante nella sua vita anche laddove gli occhi dei bambini vedranno cose che nessun’anima dovrebbe vedere. Ciò che la Storia può insegnarci è racchiusa qui, in una storia d’uomo tra le infinite storie di uomini, nell’esperienza umana di chi sulla sua strada ha incontrato i campi di sterminio ed ha saputo accettare quanto accaduto spinto dal desiderio di raccontare ai più giovani cosa c’è sotto la piramide una volta che si ha il coraggio di rovesciarla: una vita che è meravigliosa così com’è.

La piramide rovesciata, con: Fabrizio Rizzolo, Arianna Cavallo, Elena Redaelli, Libero Stelluti. Testo e regia: Elena Redaelli.


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16 maggio: ricordiamo l'insurrezione dei Rom e Sinti ad Auschwitz

Domani, 16 maggio, l'associazione La Voix des Rroms celebra per la prima volta in Francia il 66° anniversario dell'insurrezione dei Rom e Sinti ad Auschwitz-Birkenau. Raymond Guèreme, sopravvissuto ai campi e protagonista della Resistenza testimonierà la sua esperienza. La canzone che gli dedicarono le sue sorelle, anche loro internate nei campi, come tutti i Rom catturati dai nazisti, sarà interpretata, con la partecipazione di trenta artisti, durante la celebrazione. Ecco l'emozionante video che presenta l'evento:

http://www.youtube.com/watch?v=bRpAWRSnxgY

Qui di seguito, il testo scritto da Roberto Malini due anni fa, per ricordare la pagina tragica e gloriosa dei Rom e Sinti chiusi nello Zigeunerlager di Auschwitz e tradotta in francese dal prof. Saimir Mile per "La Voix des Rroms".

Siamo tutti Rom

Per opporre alla discriminazione dei Rom ragioni di civiltà è fondamentale celebrare ogni anno, nelle ricorrenze, la memoria delle vittime Rom dell’Olocausto. Scrissi il brano che segue il 16 maggio 2008, per ricordare una pagina di memoria del Samudaripen e dei suoi martiri, che nello stesso giorno, nel 1944, vergarono con il sangue una pagina indimenticabile di resistenza ed eroismo ad Auschwitz, la «fabbrica della morte».

Il 16 maggio 1944 4.000 Rom internati nello zigeunerlager di Auschwitz decisero di opporsi ai loro aguzzini, che secondo programma erano venuti a prelevarli, per condurli nelle camere a gas. Di fronte a un’umanità ridotta in condizioni pietose – formata da nugoli di bambini pelle e ossa, donne e capifamiglia scalzi – si trovava la più potente e organizzata macchina di oppressione morte di tutti i tempi. Non furono solo gli uomini a decidere di non piegare il capo di fronte ai carnefici in divisa; anche le manine ossute dei bimbi e delle donne raccolsero pietre, mattoni, spranghe, rudimentali lame e tutti insieme i Rom di Auschwitz dissero: «No!».
«Non vi daremo i nostri piccoli, perché li facciate uscire dai vostri camini. I vostri medici ne hanno già straziati tanti, sperimentando la loro scienza mostruosa su di loro. Le loro urla salivano fino al cielo, più in alto ancora del fumo denso che usciva dai crematori, più in alto ancora delle nostre preghiere. Non annienterete le nostre famiglie, cui avete già tolto i doni preziosi della libertà e della dignità. Non lasceremo alle vostre mani rapaci, ai vostri cuori tenebrosi, al vostro odio disumano la bellezza delle nostre vite, la santità dell’amore che unisce le nostre famiglie in un popolo povero, ma fiero». Le mamme stringevano al petto i bimbi più piccoli, mentre combattevano; i ragazzini difendevano lo zigeunerlager finché il sangue non li copriva, rendendoli simili agli spiriti della vendetta delle leggende; braccia scure brandivano armi rudimentali in un impeto instancabile, finché le SS si ritirarono, esterrefatte davanti a quell’eroismo, a quel coraggio sovrumano che affrontava le pallottole e le baionette con la carne nuda. Le SS si ritirarono, portando con sé molti cadaveri tedeschi. Solo il 2 agosto 1944 i nazisti – dopo aver ridotto in fin di vita la popolazione Rom prigioniera della «fabbrica della morte», limitando al minimo il suo sostentamento alimentare – riuscirono a liquidare lo zigeunerlager. 2.897 eroi Rom furono assassinati in una sola notte nelle camere a gas di Birkenau.
Oggi, 16 maggio 2008, siamo di fronte agli eredi dei carnefici di Hitler. I mandanti del nuovo crimine di massa sono quegli uomini e quelle donne che vediamo ogni giorno sulle pagine dei giornali e in TV, sorridenti, pieni di boria, rifatti dal lifting e dal trucco, con le bocche ghignanti piene di parole che suonano come «legalità», «giustizia», «sicurezza», ma che significano persecuzione, razzismo e morte. Li vediamo ogni giorno e non hanno più colore politico, perché sono uniti e uniformati dall’odio. Non hanno rispetto di niente: non della vita, non dei diritti umani, non delle leggi universali, non della nuova Europa che si oppone ai pregiudizi. Hanno istigato violenze e pogrom in tutta Italia, ingannando le masse con calunnie razziste e incitamenti alla violenza xenofoba. Non li fermeremo, noi che vediamo ancora la luce dei Diritti Umani, noi che adesso siamo tutti Rom, noi che vogliamo essere Rom perché vogliamo essere giusti, non li fermeremo se non decidiamo fin da adesso di ereditare l’orgoglio dei Rom di Auschwitz e non ci prepariamo a schierarci accanto alle famiglie perseguitate, sfidando le autorità che non rappresentano più nulla, le divise che non rappresentano più nulla, le più alte cariche dello Stato che hanno tradito ogni valore, che non hanno il diritto ad esprimersi a nome di un popolo, di una civiltà di un’umanità che – fra tanti orrori – ha creato anche un testo che è un impegno a costruire un futuro migliore per tutti: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Traduzione in francese su "La Voix des Rroms": http://www.blogg.org/blog-44189-offset-105.html

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Come si combattono gli abusi sui bambini?

Milano, 5 maggio 2010. Due anni fa Amnesty International intraprese la campagna "Il terrore dentro casa", per sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti del dramma che colpisce i bambini, le donne e gli individui vulnerabili. Perché "dentro casa"? Perché le ricerche condotte su basi scientifiche in tutto il mondo dimostrano che tali abusi si verificano quasi sempre all'interno della pareti domestiche, opera di genitori, fratelli, parenti e amici di famiglia. Solo il 6% dei casi denunciati è opera di estranei, quasi sempre connazionali della vittima (un dato che contraddice la leggenda, ormai politico-mediatica, dello "stupratore che viene da lontano"). Se si considera poi che, a causa della vergogna e della paura, soltanto una minima parte degli abusi domestici (dall'8 al 10%) viene confessata dalla vittima ad altra persona o denunciata alle autorità, ne deriva che la tragedia degli abusi si svolge nel 98-99% dei casi fra le pareti di casa e che gli "orchi" hanno spesso i visi rassicuranti di parenti o conoscenti assai prossimi alle famiglie degli abusati.

In data odierna Telefono Azzurro ha comunicato i dati relativi al periodo 1 luglio 2007 - 28 febbraio 2010, che confermano tale realtà: nell'89% dei casi gli abusi sessuali su bambini sono compiuti da familiari, amici di famiglia o persone di fiducia dei genitori. Anacronisticamente, proprio oggi il ministro Carfagna ha annunciato che, riguardo alla pedofilia "I pericoli maggiori vengono dalla rete", anticipando che la guerra agli abusi si svolgerà prevalentemente lì. Si tratta di disinformazione e incompetenza, unita alla presunta inopportunità politica di attuare programmi di difesa del bambino dal suo "nemico dentro casa", che suscita di certo meno allarme-sicurezza di uno "zingaro", un uomo dalla pelle scura o comunque uno straniero, nonché di un'ombra malefica - sospesa fra reale e virtuale - che si aggira in rete a caccia di bambini: "Ucci... ucci... ucci...".

Nella foto, il popolare "orco" dei cartoni 3D, di nome Shrek


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1989, doveva essere la pace...

Milano, 1 maggio 2010. Piera Tacchino ci segnala un libro interessante, che presenta una delle tante verità scomode dell'ultimo ventennio, periodo nel corso del quale si sono abbattute mura, ma se ne sono innalzate altre, reali e simboliche, ormai apparentemente indistruttibili. Dietro alle nuove, altissime pareti, le speranze in un mondo più civile, democratico e solidale si spengono - escluse dal nostro sguardo - in una silenziosa agonia. "Caro Roberto," scrive Piera, "credo che sia importante divulgare libri come questo, che a me è piaciuto moltissimo, perché invita a riflettere criticamente sugli avvenimenti successivi alla caduta del muro di Berlino e offre una rigorosa e ricca documentazione. La presentazione al pubblico dell'opera si terrà presso l'Associazione Piemonte-Grecia 'Santorre di Santarosa' in via Cibrario 30 bis, a Torino, il prossimo 11 maggio, dalle ore 20,30".

Scheda del libro

Titolo: 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio

Autore: Angelo d’Orsi

Editore: Ponte alle Grazie, Firenze

Anno: 2009

Pagine: 316

Doveva essere pace: è stata guerra, un proliferare di guerre atroci e pretestuose. Doveva sorgere la giustizia: si è accresciuto il potere politico ed economico di un’oligarchia globale, si è diffuso un individualismo feroce, sordo al dolore e alle legittime aspirazioni degli altri.Doveva espandersi il benessere: si è estesa la fame e, anche da noi, la povertà. Doveva rafforzarsi la democrazia, è stata svuotata ed affossata dalle menzogne dei politici, dal restringimento dei diritti, dal silenzio complice di intellettuali asserviti. In queste pagine Angelo d’Orsi ripercorre, con rigore ed acutezza, gli aspetti di questa molteplice disfatta, individuando nelle neo-guerre, le guerre di “esportazione democratica” degli USA e dei suoi alleati, il carattere principale del ventennio post socialista; racconta come la vittoria dell’Occidente “libero” abbia contribuito alla barbarie del ventennio successivo, spiega come le speranze nel futuro che quei berlinesi, scavalcando il Muro la notte del 9 novembre 1989, infusero in tutti noi, siano state tutte tradite a morte.

Note sull'autore

Angelo d’Orsi è professore di Storia del Pensiero Politico presso l’Università di Torino, ha dato vita alla Fondazione Salvatorelli, all’Associazione per il diritto alla storia “Historia Magistra” e all’omonima rivista. Fondatore e direttore del festivaldi Storia, dirige anche i quaderni di Storia dell’ Università di Torino e collabora con il quotidiano “La Stampa”. Tra i suoi libri: “Intellettuali nel Novecento Italiano” (2001), “I chierici alla guerra” (2005), “Guernica, 1937” (2007).


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Malati terminali di etnia Rom: morire con dignità

di Marco Squicciarini

Roma, 1 maggio 2010. Pubblichiamo la lettera che il dottor Marco Squicciarini, Responsabile Nazionale della Croce Rossa Italiana per le attività di accoglienza e assistenza Rom e senza fissa dimora, ha inviato a Roberto Malini. La lettera riassume una vicenda triste, che mette a nudo la spietatezza della nostra società - e principalmente delle nostre Istituzioni - nei confronti degli individui più deboli e sofferenti, ma anche il potere della solidarietà, che grazie al coraggio e all'umanità di singoli esseri umani, è a volte in grado di sopperire alla crudeltà e all'indifferenza della gelida burocrazia del potere. Sono i singoli, sono coloro che non perdono mai la loro umanità a regalarci un po' di speranza e alleviare le pene atroci che nell'indifferenza colpiscono i poveri gli emarginati, le cui vite valgono meno di nulla per chi ci governa, per chi ci fornisce informazione, per chi avrebbe il dovere di evitare violazioni dei Diritti Umani tanto frequenti e tanto gravi.

Ecco la lettera di Marco Squicciarini:

“Caro Roberto volevo condividere con te una storia triste ma con un finale... dignitoso.
Come sai da diverso tempo pur avendo una carica politica quale commissario della Croce Rossa Italiana per Roma e Provincia non ho mai smesso di fare il volontario nei campi Rom e di monitorare e supportare tutte quelle famiglie che vivono in uno stato decisamente disumano.
Questo mio muovermi in diversi campi mi porta ogni tanto a vedere situazioni al limite della credibilità.
Quando due mesi or sono sono venuto a conoscenza tramite la mia delegata ai Rom Annamaria Pulzetti di un Rom di circa 70 anni con metastasi allo stato terminale con dolori incredibili ma senza morfina perché non avendo i documenti non poteva accedere al medico di base.
Dopo aver allertato il collega di turno abbiamo somministrato morfina e ogni giorno abbiamo portato la terapia antidolorifica e palliativa.
Nel frattempo mi sono adoperato per farlo ricoverare in una struttura sanitaria adeguata per dare dignità agli ultimi giorni della vita di un uomo che era in balia del “nulla”.
La disperazione dei parenti che presto si era trasformata in rassegnazione mi ha colpito molto , e come al solito ho detto loro che non avevo la bacchetta magica, ma solo buona volontà.
Grazie alla Onlus Hermes ed al Signor Giuseppe ed alla Signora Ana (mediatore culturale) nonchè l’ Associazione Antea, una organizzazione non lucrativa di utilità sociale ed all’intervento del suo fondatore il Dott. Giuseppe Casale (un medico vero, specializzato in Oncologia che tanti anni or sono vedendo persone povere e malate di cancro decise di fondare una associazione che si occupasse di pagare per loro e di accoglierli) sono riuscito a farlo visitare dal medico oncologo ed a coordinare il suo ricovero.
Grazie alle amorevoli cure dei Volontari della Anteaed alle terapie del Dott. Casale il paziente Rom ha passato gli ultimi giorni della sua vita senza dolori avendo il corpo pieno di metastasi.
Dopo 28 giorni si è addormentato ma senza il viso segnato dal dolore che avevo visto il primo giorno che sono entrato nella sua baracca.
Da questa esperienza ho imparato diverse cose: che anche i Rom senza permesso e con il cancro possono essere curati in maniera dignitosa basta che incontri persone di buona volontà, che alla fine di tutto non era così difficile dare dignità agli ultimi giorni di vita di un essere umano.
Ora cercheremo di scrivere delle linee guida per fare in modo che anche altri possano usufruire di tali cure. Ringrazio tutte le persone che si sono messe a disposizione per aiutare questo uomo e la sua famiglia. Marco Squicciarini, Medico e Volontario della Croce Rossa Italiana, Sognatore di un mondo migliore".

Nella foto, il dottor Marco Squicciarini


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25 aprile, ricordo di un partigiano

di Roberto Malini

Milano, 24 aprile 2010. Mio padre si chiamava Severino ed era un uomo libero. Durante la sua vita troppo breve - è morto nel 1972, per una malattia, a soli 51 anni - effettuò scelte spesso dolorose, compiendo sacrifici e rinunce, per mantenere quello che riteneva il bene supremo: la libertà. Libertà che era stata il leit motiv della sua infanzia, quando attraversava a piedi nudi, correndo veloce come il vento, le campagne di Montalto, frazioncina di Nogara (Verona) in cui era nato e che ospitava poche decine di contadini. "Andavamo a pesca, a nidi o a scoprire il mondo," raccontava a noi figli, nati in mezzo all'asfalto di Milano, con nostalgia di quei giorni, mentre i suoi occhi brillavano ancora di quel puro e selvatico entusiasmo di bambino. Ventenne, durante l'occupazione nazifascista, fu partigiano, in una banda di giovani eroi che si battevano, correndo ben altri rischi che una sbucciatura a un ginocchio o la caduta da un ciliegio, ancora per la libertà. Verona era la base del nazifascismo in Italia e opporsi ad esso significava affrontare quotidianamente la morte. "Eravamo ragazzini sfrontati," ricordava quando parlava con noi dei suoi anni giovanili, "ma avevamo una vera allergia per i tedeschi e i fascisti. Alcuni di noi avevano il compito di raccogliere informazioni sui loro movimenti militari, altri di attuare operazioni di sabotaggio, per rallentarli e renderli meno efficienti. Evitavamo di colpire le persone, perché per ogni tedesco o fascista che perdeva la vita durante un'azione partigiana, venivano fucilati dieci italiani sospettati di aiutare la Resistenza". Un giorno mio padre e alcuni suoi giovani compagni vennero catturati dai fascisti. Ci raccontò l'episodio così: "I partigiani non erano sempre organizzati, sotto l'aspetto militare. Più che missioni, le nostre erano scorribande, per far sentire i fascisti e i nazisti sotto pressione. Danneggiare un ponte o sabotare un mezzo di trasporto poteva rallentarli e farli sentire meno sicuri. Un giorno io e gli altri ragazzi fummo ingenui e cademmo nelle mani dei fascisti. Ci sorpresero allo scoperto e decisero di fucilarci. Ci portarono sulla sponda di un torrente, presero la mira con i fucili... puntate... ma prima che potessero premere il grilletto, ci eravamo già tuffati in acqua e via! ci salvammo nuotando con tutte le nostre forze, mentre sentivamo gli spari alle nostre spalle".

Qui di seguito, un articolo di Giovanna Giannini sulla Resistenza nel Veronese ( http://www.cronologia.it/storia/a1943nn.htm ).

La resistenza a Verona

di Giovanna Giannini
Verona fu sicuramente la sede del nazifascismo in Italia, eppure proprio in queste zone prese piede la missione militare RYE, che aveva il compito di raccogliere informazioni sui movimenti delle forze tedesche e fasciste e di coordinare gli aiuti alle forze partigiane sulle montagne.
Immediatamente dopo il 25 luglio 1943 i carri armati tedeschi avevano cominciato la loro discesa dal Brennero e nel giro di poco entrarono a Verona. Che la città fosse ormai in mano nazista lo dimostravano i sempre più numerosi cartelli scritti non più in italiano ma in tedesco. Anche i migliori alberghi cittadini erano stati invasi dal nemico, era proprio in questi luoghi sfarzosi che spesso venivano pronunciate superficialmente sentenze di morte e si viveva senza nessun tipo di restrizione, come se la guerra non esistesse.

Ma nonostante un’apparente tranquillità, Verona era ormai una città svuotata. Chi poteva andava via perché conscio dei pericoli e delle precarie condizioni di vita che si celavano dietro quei silenzi. Non c’erano infatti più autobus per mancanza di pneumatici e lubrificanti. I tram erano guidati dalle donne e difficilmente riuscivano a compiere un intero percorso perché non c’era sufficiente energia elettrica. Il mercato di Piazza delle Erbe aveva ben poco da vendere. Le caserme erano piene di anziani richiamati incredibilmente alle armi, ma la notte si svuotavano perché si pernottava nelle proprie case. Chi poteva la sera si ritrovava ai tavolini dei caffè dov’era ormai di routine veder passare le ronde dell’esercito a cui, dopo la caduta di Mussolini, toccava il compito di mantenere l’ordine pubblico. Ma i tedeschi erano ormai padroni di tutto ed erano seriamente intenzionati a fissare qui la loro capitale.

Anche i fascisti si rifecero vivi riaprendo le loro sedi e rispolverando i ritratti di Mussolini. Molte ville e palazzi furono requisiti ed era diventato molto difficile trovare generi alimentari, perché i viveri tesserati erano distribuiti in quantità irrisoria. Le campagne invece erano ricolme di provviste che però venivano vendute a prezzi elevatissimi. Un sacco di farina bianca costava quanto due mesi di stipendio. La popolazione era insofferente, gli scioperi nelle grandi fabbriche erano il sintomo più evidente di questo malumore.

Posto di fronte al dilagare delle proteste, al rafforzamento del movimento partigiano, alle agitazioni operaie e alla lotta sotterranea della grande industria, Mussolini decise allora di puntare sulla carta della pacificazione e della concordia nazionale. Si illudeva di poter governare nuovamente l’Italia attraverso la creazione di un nuovo stato repubblicano e fascista. Fu così che il 14 novembre del 1943 si svolse a Verona il primo e unico congresso del Partito Fascista Repubblicano, che avrebbe dovuto dare una svolta operaia e socialista al paese.

Congresso di Verona

Si svolse dal 14 al 16 novembre del 1943 presso Castel Vecchio a Verona. Durante la seduta furono approvati i cosiddetti 18 punti, cioè il manifesto programmatico del nuovo Partito fascista repubblicano. La parola d’ordine dei congressisti era : odio per la monarchia e guerra totale alle plutocrazie occidentali e ai capitalisti italiani che ne erano complici. Si stabiliva inoltre la convocazione di un’assemblea costituente che avrebbe dovuto proclamare la nascita della Repubblica Sociale ed eleggerne il capo. Il nuovo Stato sarebbe stato una repubblica presidenziale elettiva ( con elezioni ogni 5 anni ) e garantista. A fondamento di esso era posto il lavoro. Era prevista infatti la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle aziende, e l’obbligo per tutti di iscriversi ai sindacati che dovevano confluire nella Confederazione generale del lavoro.

A Verona nel gennaio del 1944 si svolse anche il processo contro il genero del duce, Galeazzo Ciano, e i gerarchi che avevano approvato l’ordine del giorno Grandi provocando la caduta del regime. La sentenza fu di morte e coinvolse non solo Ciano ma anche Marinelli, De Bono, Gottardi, Pareschi.

Verona quindi fortemente al centro non solo però delle manifestazioni e delle vendette fasciste, ma anche della Resistenza.

Come abbiamo precedentemente detto in queste zone, nel novembre del 1943, prese corpo la missione RYE. Di questa missione facevano parte il tenente Carlo Perucci e due suoi collaboratori inviati tra le linee tedesche per raccogliere informazioni sui movimenti delle forze nemiche e su eventuali obiettivi militari da colpire. Si cercò però in ogni modo di evitare attentati alle persone, perché non avrebbero portato a nulla di nuovo sul piano militare, mentre avrebbero causato rappresaglie contro la popolazione civile.

Si scelse Verona come sede della missione perché lo stesso Perucci era nativo della zona e con molti legami e conoscenze soprattutto con l’ambiente cattolico, essendo stato prima della guerra esponente di spicco dell’Azione Cattolica. Fu quindi facile per lui e i suoi collaboratori trovare solidi appoggi in diverse canoniche, dove vennero create vere e proprie basi informative.

Fu proprio grazie ad un prete, Don Luigi Cavaliere, che la missione si svolse con successo. Era parroco di Tarmassia ed era membra attivo del Comitato di Liberazione Nazionale, alla fine del conflitto venne riconosciuto come uno dei più attivi partigiani della zona. Attraverso un cannocchiale posto sul campanile della sua chiesa, osservava i diversi campi d’aviazione della zona, la linea ferroviaria e le diverse strade interne. Con un radio trasmettitore comunicava i vari spostamenti alle forze alleate di liberazione e riceveva messaggi per missioni di sabotaggio. Nascose presso le famiglie del suo paese molti soldati inglesi, affrontò molti pericoli ma prima di accettare questi incarichi si fece dare da Perucci una rivoltella per difendersi. La canonica di Tarmassia divenne quindi la sede operativa della missione RYE.

Settimanalmente si svolgevano nella canonica dei corsi di sabotaggio. Per evitare che il suo paese fosse bruciato, don Cavaliere si fece rilasciare dai tedeschi un lasciapassare, che gli venne rilasciato prontamente anche perché egli aveva svolto opera di collaborazione nel reclutamento di civili per lo sgombero della linea Legnago- Isola bombardata. Quel lasciapassare fu utilizzato per spostarsi con maggiore libertà e trasmettere le informazioni partigiane presso le parrocchie vicine. Venne arrestato verso la fine del 1944 dai nazifascisti insieme ad altri della missione RYE, ma fu rilasciato perché non si trovò nulla a suo carico. Riuscì a disarmare e a far mettere in isolamento presso delle scuole elementari un’intera compagnia di soldati della Wehrmacht fino all’arrivo delle forze di liberazione.

Nonostante questi gesti di eroismo i pareri sulla missione RYE rimangano contrastanti. Alcuni studiosi ritengono che si agì spesso in funzione disgregante all'interno del movimento di liberazione, si trattò comunque di un valido contributo per la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista.

Nella foto, Severino Malini

Bibliografia

www.tarmassia.it
Storia Illustrata Il Congresso di Verona n.5, Maggio 1988
Gianfranco Venè Coprifuoco Mondadori 1991
Silvio Bertoldi Salò BUR 2000
Arrigo Petacco La nostra guerra Mondadori 1995
Ray Moseley Ciano l'ombra di Mussolini Mondadori 2000

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La Francia e i Rom: cresce l'onda intollerante

Parigi, 16 aprile 2010
I media francesi, seguendo l'esempio italiano, hanno iniziato da qualche tempo a censurare le notizie riguardanti razzismo e antiziganismo, specie se istituzionali. Si teme che il pubblico possa schierarsi dalla parte delle vittime e magari formarsi una cattiva idea delle Istituzioni che, seppure con meno efferatezza rispetto a quelle italiane, hanno scelto di rendere alle famiglie Rom la vita impossibile, per costringerle ad abbandonare le città francesi per tornare nei paesi d'origine e contemporaneamente creare un allarme-sicurezza utile a mantenere consensi presso le cittadinanze. Nei giorni scorsi, il 14 e 15 aprile, si è tenuto presso la Corte d'Appello di Parigi l'udienza relativa alla vertenza contro la trasmissione televisiva andata in onda su France 5 "Délinquance: la route des Roms" ("Delinquenza, la strada dei Rom"), dopo che in primo grado l'autore Yves-Marie Laulan era stato condannato a un'ammenda. L'associazione La Voix des Rroms non proseguirà la vertenza contro Laulan, perché l'uomo è anziano e Saimir Mile, presidente dell'organizzazione che tutela i diritti dei Rom in Francia, ha scelto la via della tolleranza, secondo l'etica del popolo Rom, che considera con clemenza gli errori commessi da persone avanti con gli anni.

Desta invece stupore come né i quotidiani né le televisioni o le radio francesi abbiano dedicato spazio a un processo di enorme importanza giuridica, in cui si stabilivano nuovi paletti per definire i confini fra incitazione all'odio razziale e libertà di espressione sui media, confini che in Italia - considerata la fortissima influenza della politica e dei movimenti xenofobi sulla cultura e l'informazione - sono ormai completamente spostati verso una piena compiacenza verso intolleranza e diffusione di idee razziste a fini di consenso elettorale e politico. Francia e Italia sono accomunate da una forma pericolosa di irresponsabilità da parte dei media, che non riescono a riconoscere le proprie gravi responsabilità relative alla sempre più marcata e drammatica esclusione sociale cui sono costrette le minoranze razziali. Esclusione che produce povertà, precarietà, disperazione e, di conseguenza, tragedie umanitarie e lutti. Non a caso, come in Italia, anche in Francia si verificano da qualche tempo gravi incidenti dovuti agli sgomberi di insediamenti "abusivi": i roghi causati da forme inadeguate di riscaldamento e di accensione di fuochi domestici per cucinare. Nella notte fra il 14 e il 15 aprile, in coincidenza con l'udienza di Parigi, un bambino è morto in uno di tali incendi a Gagny. L'incidente fatale segue quelli di Lione, Bobigny e Orly, in cui altre persone di etnia Rom hanno perso la vita. Grazie al professor Saimir Mile, presidente de La Voix des Rroms

Nella foto, Saimir Mile, presidente de La Voix des Rroms


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L'eredità di un'anima

da "Helas!" di Oscar Wilde, trad. di Roberto Malini

Fu forse per potermi abbandonare
alla deriva, con le mie passioni
e cambiare il mio animo in un liuto
le cui corde risuonino alle brezze,
forse per questo volli rinunciare
alla saggezza e al buon senso di ieri?
La mia esistenza è simile al programma
scritto per una festa di bambini,
pieno di filastrocche e canzoncine
stucchevoli, per cornamuse e flauti.
Sono banalità che immiseriscono
il mistero del tutto, ma io so
che un tempo ebbi virtù di sollevarmi
alle altezze del sole e ottenere
dall'amaro contrasto dell'esistere
una nota così pura che giunse
all'orecchio di Dio. Che sia finito
quel tempo? Ah, con un semplice zufolo
ho potuto soltanto avvicinarmi
a quella purità: dovrò permettere
che si perda l'eredità di un'anima?


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La Chiesa Cattolica è sotto assedio

Milano, 5 aprile 2010. Giovanni Liguori di Roma scrive a Roberto Malini: "Qual è il tuo pensiero sugli attacchi che da ogni parte colpiscono la Chiesa? A tuo avviso, sono i segni positivi di un recupero di civiltà, che ha permesso a una situazione intollerabile di emergere o è qualcosa di diverso?".

Risponde Roberto Malini. Innanzitutto è importante precisare che pedofilia ed efebofilia non sono "vizi" dei sacerdoti cattolici - come vorrebbe far intendere un certo sistema mediatico - ma fenomeni presenti da sempre nelle società umane, attestati dalle fonti storiche presso tutti i popoli e in tutte le epoche. A differenza di quanto accade oggi, un tempo la morale e le leggi distinguevano nettamente fra rapporti consensuali fra adulti e minori e violenze. Per quanto riguarda gli stupri e altre forme di abuso su minori, essi avvengono principalmente, nel nostro tempo, in àmbito familiare (le ricerche indicano oltre il 90% della casistica), ma anche presso le comunità giovanili, gli istituti educativi e rieducativi, le associazioni di ricreazione, le società sportive. Considerato il numero dei casi emersi presso ambienti religiosi e comparandolo con quelli che si verificano in ambienti laici, non si può che evidenziare come le violazioni dei diritti del fanciullo siano assai meno frequenti nelle strutture gestite dalla Chiesa cattolica - o da altre istituzioni di culto - rispetto a quelle che avvengono in ambienti laici. Nelle comunità sportive, per esempio, si registra una casistica decisamente più consistente, senza che tuttavia nessuno si sogni di estendere la responsabilità dei singoli casi, opportunamente nelle mani della magistratura, a tutto il mondo dello sport giovanile. Si diffonderebbe altrimenti un tale panico da indurre i genitori a tenere i figli minorenni fra le pareti domestiche, dove però - sempre in base alle ricerche - il rischio di pedofilia sarebbe ancora maggiore...
La Chiesa si oppone storicamente alle "tentazioni" della carne. La sua morale impone ai sacerdoti e propone a bambini e adolescenti la castità quale valore primo ed essenziale alla salute spirituale della persona. E' quindi assurdo trattare la Chiesa alla stregua di una setta edonistica o satanica. Un altro aspetto preoccupante è il tentativo da parte di chi ha messo la Chiesa sotto assedio di espandere all'intera istituzione ecclesiastica, ai suoi ministri e ai suoi fedeli la colpa delle azioni dei sacerdoti che hanno attuato gli abusi, che fra l'altro rappresentano una percentuale piccolissima del clero, che consta di quasi 500 mila sacerdoti nel mondo. E' un numero pari all'intera popolazione di uno Stato come il Lussemburgo, un numero che - in virtù delle leggi statistiche - comprende per la grande maggioranza uomini di statura morale ineccepibile, ma anche persone deboli e insicure, prive di equilibrio e, in alcuni casi, anche di scrupoli morali. Esseri umani: ecco cosa sono i sacerdoti, con le vette e gli abissi che caratterizzano tutta l'umanità. Quando iniziarono gli attacchi alla Chiesa, scrissi al papa e ai ministri a lui più vicini la seguente lettera.

Sua Santità, cari fratelli, sono convinto che sia in corso un'azione di propaganda contro la Chiesa Cattolica, orchestrata dai movimenti politici ed economici che si sono posti l'obiettivo di conseguire il potere sulle società umane attraverso il materialismo e la repressione del pensiero civile, dell'impegno a favore della vita e del benessere non materiale dell'uomo. L'educazione alla spiritualità, all'uguaglianza, alla solidarietà, al rispetto e al sostegno dei poveri, degli emarginati e dei diversi, promossa dalla Chiesa Cattolica (con qualche errore e discriminazione, ma un pensiero comunque proteso alla salvaguardia della vita e della dignità di tutti), rappresenta un ostacolo verso la piena affermazione dei poteri forti e privi di fondamenta morali. Coinvolgere la Chiesa e Lei, Santo Padre, che fra mille difficoltà la rappresenta con coraggio, in ogni genere di scandalo - per esempio, estendendo all'intera Chiesa Cattolica Apostolica Romana le responsabilità individuali di sacerdoti caduti in debolezze e contraddizioni umane - fa parte di una ben triste strategia, diretta ad affievolire la benefica influenza della parola di Cristo su una società turbata e priva di ideali nobili. E' evidente ai giusti che la Chiesa di oggi, la cui missione pastorale è quanto mai preziosa perché non si ripetano gli orrori del secolo scorso, specie contro le minoranze perseguitate - i Rom, i migranti, i profughi, i senzatetto, gli esclusi - è vittima di una terribile calunnia, che però non deve fare temere chi vede la verità. Ricordiamo, infatti, le parole di Gesù, nel Discorso della Montagna: "Beati voi, quando vi calunnieranno, e solo perché siete miei discepoli, mentendo diranno cose false contro di voi. Quel giorno rallegratevi ed esultate: perché la vostra ricompensa sarà immensa". Da parte mia, mi sento al vostro fianco in questo difficile momento, quando vi si accusa di perseguire o nascondere una grave colpa contro l'infanzia e si dimentica invece come la Chiesa abbia cura in tutto il mondo dei bambini e dei giovani, preservando la loro integrità e salvando milioni di vite in pericolo. Quando levano la loro parola a beneficio della vita e della dignità dei bambini e degli esseri umani vulnerabili come bambini, le parole dei ministri cattolici sono, nel buio attuale del valori, "raggianti come stelle": vero nutrimento di vita per l'arido mondo moderno, dominato da forze oscure e spaventose. Senza il messaggio salvifico della Chiesa e delle altre istituzioni umane che perseguono il bene, messaggio che pone il luce le molte forme di crudeltà e persecuzione contro i piccoli, i poveri e i derelitti (atrocità che rappresentano il vero male, che sembra ormai crescere a dismisura e distruggere la speranza in un mondo più buono e giusto) non vi sarebbero, davanti agli occhi di chi è buono, scintille di luce che, sole, possono essere una guida verso il progresso sociale e spirituale. Un abbraccio fraterno. Roberto Malini

Nella foto, Statua di San Giovanni Bosco (1815 - 1888) a Valdocco, Torino. Il sacerdote cattolico, incomparabile educatore e pedagogo, fu santificato da Papa Pio XI il giorno di Pasqua del 1934.


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Milano. Presidio davanti al Comune per ricordare Emil e dire basta agli sgomberi

Milano, 16 marzo 2010. Duecento cittadini che non hanno perso la strada della solidarietà si sono ritrovati ieri, verso le 18, in piazza Scala, davanti a Palazzo Marino, per mettere le autorità milanesi davanti alle loro responsabilità. "Emil Enea, un ragazzino Rom di 13 anni è morto bruciato vivo," ha detto l'attivista Roberto Malini davanti ai microfoni e alle telecamere dei giornalisti, "ed è una tragedia immane, causata dalla precarietà e dalla disperazione cui gli sgomberi conducono il popolo Rom. L'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani ha lanciato nei giorni scorsi una pesante accusa proprio riguardo agli sgomberi, definendoli come gravi violazioni degli accordi internazionali. La Commissione europea e tutte le organizzazioni per la tutela delle minoranze condannano queste operazioni incivili, eppure questi signori della morte continuano a causare lutti, drammi umanitari, emarginazione e desolazione, trasformando Milano in una città intollerante e spietata, lontanissima dalla civiltà dei Diritti Umani che l'Unione europea sta faticosamente cercando di costruire".

Una giornalista ha chiesto a Malini se almeno nell'opposizione vi siano voci di tolleranza. "Purtroppo no. Nonostante le nostre continue richieste di un incontro, finalizzato a illustrare loro le leggi internazionali sui Diritti Umani e in particolare sulla protezione dei Rom, gli uomini di una sinistra che ormai lo è solo di nome, glissano, si mostrano sfuggenti, salvo poi scriverci email private in cui cercano di mostrarsi diversi dai loro compagni di partito. Pochi minuti fa è venuto a salutarmi Pierfrancesco Maiorino, capogruppo del Pd a Milano e consigliere comunale. Era palesemente imbarazzato. Mi ha dato la mano e poi si è allontanato, prima che io potessi aprire bocca. Il suo partito non ha più l'antirazzismo nel DNA ed ha pesanti responsabilità nelle tragedie che si verificano qui. Che cosa avrebbe potuto dirmi? Mi dispiace per Emil? Se gli dispiacesse, farebbe qualcosa per fermare le persecuzione razziale, di cui invece il suo partito è complice. Milano sta per varare nuove ordinanze anti-stranieri, in via Padova, che prevedono un vero e proprio coprifuoco per le attività commerciali gestite da stranieri e una 'caccia' all'affitto in nero, volta a stanare i migranti senza documenti e le famiglie numerose costrette a vivere in spazi angusti. Il Pd di Milano è stato promotore di questa nuova azione discriminatoria e se chiedi loro come mai se la prendano con i bambini poveri, le donne incinte, gli africani emarginati, le minoranze in fuga da Paesi in crisi umanitaria e non con la mafia, visto che Milano è ormai la capitale europea della criminalità organizzata, se poni loro questa semplice domanda, si allontanano, fingendo di non aver sentito, con gli occhi che dicono: 'what?'. Certo, anche loro possono sventagliare bandiere rosse, ma... sono rosse di sangue innocente.

Oggi siamo qui per ricordare Emil, siamo qui per chiedere - e sarà purtroppo una richiesta vana - di interrompere sgomberi e repressione delle minoranze e siamo qui come testimoni della barbarie. Non si illudano questi vigliacchi, che raggiungono e mantengono il potere facendo del male ai deboli, che i loro nomi saranno dimenticati, perché continueremo a chiedere giustizia e al di là del risultato del nostro impegno, consegneremo i loro nomi alla Storia".
In piazza Scala duecento persone con il lutto al braccio, lumini accesi e fiori hanno cercato un dialogo con le autorità comunali. Nel gelo proveniente dalla classe politica, faceva eccezione il "solito" Vittorio Agnoletto, candidato alla presidenza della Regione Lombardia per la Federazione della Sinistra, visibilmente commosso per il dramma di Emil e sinceramente impegnato a portare una voce di tolleranza dove non vi è altro che odio etnico. Erano presenti i delegati delle associazioni (Cgil, Opera Nomadi, Naga, Federazione Rom e Sinti Insieme, Arci), alcuni attivisti, ma anche tanti cittadini che si sono dati appuntamento grazie al tam tam in internet. E' questo il dato più importante, perché il presidio per Emil non è stato promosso dalla politica né dall'associazionismo, ma dalla gente che è dalla parte dei Rom perché li ha incontrati per caso, magari sotto casa, accorgendosi che non sono bande di briganti - come gli abitanti di Palazzo Marino vorrebbero far credere - ma comunità di esseri umani in difficoltà, con un eroico attaccamento alla famiglia, antiche e nobili tradizioni e il sogno di integrarsi, di accedere al mondo del lavoro, mandare i figli a scuola e ottenere pari diritti rispetto gli altri cittadini.

"In piazza Scala," ha detto l'attivista Dario Picciau, "abbiamo incontrato una delle mamme che hanno ospitato famiglie Rom sgomberate, consentendo ai loro figli di andare ancora a scuola. Ci ha detto che ha dovuto portare subito i bambini dal dottore, perché il freddo, la mancanza di servizi igienici e i continui sgomberi li avevano ridotti in uno stato terribile".
Alle 18.30, alcuni delegati del mondo associazionistico venivano ricevuti dal presidente della commissione competente in consiglio comunale, Aldo Brandirali, che - secondo consuetudine - chiedeva loro di preparare e presentare un documento di proposta assicurando che "il Comune terrà in considerazione tale documento". Il momento più vero dell'intera manifestazione è stato quando una giovane Romnì, amica del povero Emil, ha accettato di parlare al megafono, chiedendo ai milanesi di non abbandonare il suo popolo, "altrimenti faremo tutti la stessa tragica fine di Emil".

Nelle foto di Steed Gamero, momenti del presidio

Link correlato:
http://dailymotion.virgilio.it/video/xclj4d_milano-dopo-la-morte-di-emil-per-di_news


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A domani, Emil

Sgomberi e persecuzione etnica dei Rom: la civiltà dei Dirittii Umani è in pericolo

Lunedì 15 marzo 2010 alle 18.00 a Palazzo Marino in consiglio comunale con il braccio listato a lutto, per dire basta agli sgomberi e chiedere un utilizzo a fini di politiche abitative e attive del lavoro dei 13 milioni stanziati per i Rom.

Milano, 13 marzo 2010: Emil Enea, ragazzino Rom di 13 anni muore nel rogo di una baracca in via Novara, a Milano. Già vittima di sgomberi senza alternative sociali, la sua famiglia viveva (e vive tuttora) nella precarietà e nell'emarginazione.

Addio, Emil

di Roberto Malini

Addio, Emil.

Leggiamo nella cenere
il tuo nome
breve e innocente,
come la tua vita.

No, non addio: a domani.

Ti ricorderemo nei vivi,
nei bambini che giocano
(la loro felicità è un miracolo)
davanti alle baracche,
nelle case cadenti,
sotto i ponti.

A domani,
perché la prossima alba
non abbia dita di ghiaccio
e il prossimo tramonto
non ci sorprenda ancora
con mani adunche di fiamma.

A domani,
perché è ancora possibile evitare
che altre stelle innocenti
cadano nella cenere.

A domani,
perché non passi giorno
senza che agli assassini
siano ricordati i loro crimini
e agli indifferenti
che anche il silenzio è una colpa
e chi non difende il debole,
l'uccide.

E adesso riposa in pace, Emil.

Proteggeremo il tuo nome
perché non sia disperso
un'altra volta
nel vento.

Nella foto, "Ragazzo Rom chiede l'elemosina", tecnica mista di Rebecca Covaciu

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Clandestini e figli di clandestini

di Alain Goussot

“Ebbene no, poiché i bambini sono stati e saranno sempre. Non ci sono caduti dal cielo di sorpresa, per rimanere con noi soltanto un po’ di tempo. Un bambino non è una conoscenza che si incontra per caso durante una passeggiata e di cui ci si può liberare velocemente con un sorriso o un semplice buongiorno. I bambini costituiscono una percentuale importante dell’umanità, delle sue genti , popoli e nazioni, in quanto abitanti, concittadini nostri, nostri compagni di sempre. Sono stati, sono, saranno”. Janus Korczak

“Siccome gli uomini sono tanto eguali quanto diversi, eguali perché a differenza degli animali , parlano, e diversi perché parlano lingue diverse, è una falsa generalizzazione tanto affermare che sono tutti eguali quanto che sono tutti diversi". Norberto Bobbio

Quando leggiamo la sentenza della Cassazione che afferma che dei cittadini immigrati ‘clandestini’ anche con figli minori residenti in Italia possano essere espulsi ci chiediamo se , oltre all’applicazione di procedure formali , i giudici abbiano riflettuto bene sulle conseguenze umani, morali e psicopedagogiche della loro decisione. L’uso ormai banalizzato della parola ‘clandestino’ fa leva su qualcosa di irreale e di puramente emozionale. Il fatto è che stiamo parlando di persone, di persone che magari lavorano, che hanno dei figli che vanno scuola e che sono anche forse nati in Italia. La parola ‘clandestino’ sembra ormai assorbire o cancellare la possibilità di una seria riflessione sul tipo di veleno ma anche di violenza diffusa che viene riversata su una parte ormai significativa della popolazione della penisola. La questione ha anche una forte implicazione pedagogica che chi si occupa di educazione non può mancare di notare poiché le leggi, le dichiarazioni degli uomini politici, l’informazione diffusa dai media formano le coscienze e condizionano fortemente la costruzione delle rappresentazioni sociali. La serie di provvedimenti anti-immigrati approvati o meno da parte delle istituzioni potrebbe essere definita come forma di ‘mobbing istituzionale’ nei confronti di una categoria particolare di cittadini cioè gli immigrati. Questi provvedimenti si accompagnano anche della costruzione di un senso comune diffuso sulla presunta pericolosità della presenza ‘straniera’ in Italia presentata come vera e propria invasione. Su questa base si forma uno sguardo sociale che accompagna il cittadino immigrato in tutti i momenti della sua vita quotidiana: lo sguardo del sospetto, della paura e anche talvolta dell’odio.
Proviamo a pensare quale deve essere il vissuto di tante famiglie immigrate che lavorano , facendo spesso mestieri che rifiutano tanti cittadini italiani, quale dev’essere il loro stato d’animo, le loro angosce, paure e anche rabbie di fronte ad un clima non proprio accogliente nei loro confronti. Proviamo anche a pensare ai figli dei migranti nati e cresciuti qui e che si trovano ad essere dilaniati tra il fatto di sentirsi italiani ma di non essere riconosciuti come tali. Essere figlio di migranti e per di più meticcio non è mai stata cosa semplice in un mondo che tende a volerti classificare, etichettare e ingabbiare dentro delle categorie sociali semplificate. Tanti sono i figli di migranti che vivono le difficoltà dei genitori ad inserirsi in una società poco accogliente, tanti sono quelli che vivono con sofferenza l’umiliazione che subiscono continuamente i genitori in tante situazioni di vita quotidiana; dagli sguardi ostili alle battute offensive nei bar o nei negozi. Poi se a questo aggiungiamo il confronto con i propri pari a scuola che ti chiamano ‘Bin Laden’ oppure ‘Negro’, o ancora ‘Rumeno di merda’ oppure ‘Marochin puzzolente’ , si capisce che il sentimento di non sentirsi accolto e inserito diventa quello dominante. Certo non si può generalizzare ma il fatto è che questo tipo di situazione è purtroppo assai diffusa dai contesti di vita sociale, lavorativa per arrivare fino alla scuola.

Eppure questo è il paese che si vanta del proprio modello d’integrazione per i bambini disabili o con difficoltà; forse ultimamente lo fa un po’ meno. E’ anche un paese che ha milioni dei propri cittadini emigrati all’estero per migliorare le proprie condizioni di vita. Allora la domanda retorica diventa: ma quello che vale per i bambini con disabilità in termini di eguaglianza delle opportunità nell’accesso all’istruzione e d’inclusione sociale non vale per i bambini che provengono da altri mondi culturali oppure che sono figli di gente che viene da altri paesi? Come cittadino, uomo ed educatore ci facciamo questa domanda costantemente, la rivolgiamo a tutte quelle e tutti quelli che si occupano di pedagogia , psicopedagogia, istruzione ed educazione: le lotte per i diritti di cittadinanza dei bambini disabili , per il rispetto del principio di eguaglianza e della dignità di ognuno nel processo d’istruzione non deve valere anche per i bambini figli di migranti? Per di più con l’arrivo di tante famiglie dall’Africa, dall’Asia o dall’est europeo sono anche arrivati tantissimi bambini con disabilità diverse; un mondo variegato tutto da scoprire e da conoscere.

Se la domanda è legittima sia sul piano etico che pedagogico allora occorre che tutti gli operatori dell’educazione iniziano a reagire sia sul piano della difesa del principio di eguaglianza che su quello degli interventi da realizzare concretamente per dare corpo e realtà a questo principio. Ma per fare ciò occorre imparare a conoscere il bambino figlio di migrante poiché solo la conoscenza ci permette la comprensione e la possibilità d’intervenire pedagogicamente in termini adeguati ai suoi bisogni. E’ Janus Korczak che affermava che “il bambino è come una pergamena fittamente ricoperta di minuti geroglifici , dei quali riuscirai a decifrare soltanto una parte”. Lui ebreo polacco aggiungeva: “Il bambino è per l’educatore un libro della natura, leggendolo egli migliora. L’importante è di non trasformare nessun bambino in qualcosa di diverso da ciò che egli é.” Poi:”Nessuna opinione dovrebbe diventare una convinzione assoluta o una convenzione valida per sempre”. Conoscere e tentare di comprendere il bambino figlio di migrante vuol dire anche modificare le proprie stereotipie e i propri pregiudizi nei confronti della sua famiglia e del mondo culturale dal quale proviene: questo è possibile solo partendo dal porsi in una posizione di ascolto e di osservazione aperta alla conoscenza. Comprendere per esempio che l’etichetta ‘clandestino’ funge ormai da schermo generico che tende a fare dell’altro un capro espiatorio di tanti disagi sociali; sapere che la maggioranza degli immigrati che sono etichettati come ‘clandestini’ lo sono spesso diventati in seguito alla perdita del lavoro e quindi come conseguenza la perdita del rinnovo del permesso di soggiorno. E’ come la storia di Mohammed , signore di 47 anni che vive e lavora in Italia da 12 anni; ha moglie e due figli, nati in Italia, a carico. Lavora in una fabbrica metalmeccanica che chiude con la crisi. Mohammed tenta di cercare lavoro , l’unica cosa che li si propone sono alcuni lavoretti in nero, dopo 6 mesi scade il suo permesso, non riesce a ritrovare un lavoro fisso e li viene dato il foglio di espulsione. Pensiamo adesso al dramma di questa famiglia che ormai vive da 12 anni in Italia con dei figli che si sentono più italiani che marocchini, i figli sono andati una volta sola in Marocco per trovare i nonni. Non si misura abbastanza la violenza psicologica di un tale provvedimento: per i genitori che avevano investito tutto nella loro nuova esistenza in Italia, per i figli che si ritroveranno in un paese che praticamente non capiscono e di cui parlano mal a pena la lingua. Ecco il tipo di situazione che si trovano a vivere molti cittadini immigrati e molti bambini figli di migranti. Proviamo a pensare ad altre situazioni altrettanto lesive del rispetto dei diritti del minore: facciamo notare che l’Italia come tanti altri paesi ha firmato tutte le convenzioni sui diritti dell’infanzia, diritti che in tanti casi vengono costantemente violati.
Pensate al bambino Rom che si vede arrivare di notte, verso le 3 , la polizia per una perquisizione nella povera baracca dove vive la sua famiglia; proviamo ad immaginare la paura, l’angoscia di quel bambino; oppure pensiamo al bambino che accompagna la madre velata e che sente i commenti poco gentili della gente intorno senza capire perché accade questo, per lui la sua mamma con l’hidjab sui capelli è la donna più bella del mondo. Non dimentichiamo poi la maggioranza dei bambini figli di migranti che frequentano le scuole italiane e che non sono bambini immigrati perché non hanno vissuto la migrazione con i genitori per il solo fatto che sono nati in Italia. Chiamare questi ultimi come ‘seconda generazione’ è improprio perché non sono immigrati; sono dei meticci nati in Italia. Pensiamo anche alla solitudine affettiva che vivono tante madri migranti e la sofferenza nonché il disagio di molte di loro nella vita quotidiana; e pensiamo a quali ripercussioni a tutto ciò sulla qualità dei rapporti con i figli. Pensiamo anche ai conflitti che vivono questi bambini nella relazione tra genitori e società italiana; conflitti che possono diventare insopportabili dal punto di vista affettivo.

Scriveva Maria Montessori: “Ora per trattare il bambino diversamente da oggi , per salvarlo dai conflitti che mettono in pericolo la sua vita psichica, è necessario prima fare un passo fondamentale, essenziale, da cui tutto dipende : ed è quello di modificare l’adulto. Vi è una parte dell’anima del bambino che è stata sempre sconosciuta e che si deve conoscere”.
Conoscere il bambino figlio di migrante vuol dire anche conoscere ed entrare in contatto con il suo universo affettivo e familiare; i discorsi che si fanno in pedagogia speciale sull’accompagnamento competente, attento ai bisogni del soggetto come persona globale e al suo sistema di relazioni deve valere anche per il bambino figlio di migranti. Proviamo allora ad immaginare cosa può succedere se un bambino figlio di genitori venuti dal Senegal si ritrova con una madre sola , disperata e un padre che ha perso il lavoro oppure che lavorava nell’economia sommersa e che all’improvviso viene espulso; proviamo ad immaginare la violenza di quella lacerazione per il futuro sviluppo del bambino e del suo equilibrio psico-affettivo. Ecco cominciare a vedere le cose da quel punto di vista significa andare al di là dell’etichetta ‘clandestino’ per andare a scoprire il mondo di affetti, di speranze, angosce ed emozioni delle famiglie migranti e dei loro figli. La scuola e gli operatori dell’educazione hanno il dovere etico di comprendere questi bambini, di conoscere le loro famiglie per costruire con loro dei percorsi di promozione della dignità delle persone in un contesto sempre più multiculturali. Facciamo anche notare che la presenza così significativa dei bambini figli di migranti potrà aiutare insegnanti ed educatori ad innovare nella loro prassi pedagogica e a rinnovare i metodi costruiti in trent’anni e più di esperienze a favore dell’integrazione scolastica e sociale. Forse aiuterà a chiarire meglio gli stessi concetti di integrazione ed inclusione; cosa che ha provato di fare il filosofo tedesco Jurgen Habermas in diversi recenti testi:”L’inclusione dell’Altro”, “Multiculturalismo” e “la condizione intersoggettiva”. In questi testi riprende la distinzione che faceva tra integrazione sociale e integrazione sistemica nel suo grande lavoro dedicato all’agire comunicativo: l’integrazione sistemica corrisponde alla modalità dell’agire strumentale dove l’altro nella relazione esiste solo come mezzo utile a me; significa assimilazione, invece nell’integrazione sociale che Habermas preferisce chiamare ‘inclusione’ in un mondo multiculturale, abbiamo un agire comunicativo dove l’altro esiste ed è riconosciuto come finalità e valore. Ma in un contesto dove tutto, dai media alle istituzioni , guarda il migrante come un ‘clandestino’, con la carica di emozioni irrazionali che veicola ormai questa parola, non v’è inclusione possibile; l’unica cosa che può esistere è l’integrazione sistemica o assimilazione: esistere solo se sono come lo sguardo maggioritario mi vede. Integrazione economica si finché si è in condizione di farlo rendendosi poi il più possibile invisibile e rinnegando il più possibile le proprie radici e parte di sé. Oppure l’esclusione e l’auto-isolamento. Questa condizione che vivono molte famiglie migranti non può che creare disagio e sofferenza nei loro figli nati in Italia: la domanda che viene costantemente posta è chi sono io e dove è il mio posto visto che gli altri mi dicono in tanti modi e tutti giorni che non sono al mio posto , anzi che non sono apposto.

E’ come il ragazzo di 16 anni figlio di eritrei, nato e cresciuto in Italia, che parla il dialetto e che viene costantemente fermato dalla polizia che li chiede il permesso di soggiorno mentre ha la cittadinanza italiana: proviamo ad immaginare lo stato d’animo di quel ragazzo e la sua oscillazione schizofrenica tra il volersi assimilare (‘lattificare” come scriveva lo psichiatra nero originario della Martinique Frantz Fanon nei suoi studi sulla psicologia dei colonizzati e degli immigrati in Francia) e il volersi affermare in opposizione radicale con una società che lo rifiuta. Come pedagogisti ed educatori non possiamo non occuparci di queste questioni che riguardano il nostro lavoro, il futuro di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi figlie e figli di migranti che nascono e crescono qui e che diventeranno, per forza di cosa, i nuovi italiani. La società italiana si sta, anche se lo era già prima , meticciando e questo processo non potrà tornare indietro: è la legge stessa della storia e della globalizzazione. In questo processo in atto i bambini che costituiscono il futuro è ormai composta da una popolazione multicolore e creolizzata: pensiamo che la pedagogia e anche la pedagogia speciale debba prendere atto di questa realtà e rivedere anche alcuni dei suoi approcci.

Basta pensare alla storia del piccolo Ndjaga , figlio di genitori senegalesi: arrivato con la madre all’età di 2 anni tramite ricongiungimento familiare , viene diagnosticato dai servizi di neuropsichiatria infantile come autistico. La madre che vive una condizione di grande solitudine; non parla l’italiano, parla un pò di francese e il wolof , ha sempre pensato , come diceva sua madra e le donne del suo villaggio, che suo figlio fosse un po’ strano rispetto agli altri e che, come si vociferava, fosse ‘lo spirito di un antenato scontento’. Arrivata in Italia li dicono che è ‘malato’ ; la donna rifiuta d’interagire con il figlio e va in depressione; intanto si viene a sapere che il marito di 35 anni che il marito non ha avuto il rinnovo del permesso di soggiorno perché ha perso il lavoro, rischia l’espulsione. Proviamo a metterci un attimo nei panni di quella madre , di quel padre e di quello che il bambino può percepire di tutto ciò? Ecco pensiamo che il mondo dell’educazione e soprattutto gli operatori che parlano costantemente, giustamente d’inclusione, non possano ignorare l’inciviltà e la disumanità di decisioni di questo tipo.

Come scriveva Korczak: “I bambini costituiscono una percentuale importante dell’umanità, delle sue genti, popoli e nazioni, in quanto abitanti , concittadini nostri , nostri compagni di sempre. Sono stati , sono, saranno”.

Questi bambini e le loro famiglie sono un universo variegato, ricco di tante storie e culture, sono un opportunità per gli ‘autoctoni’ d’imparare ad relazionarsi con l’alterità e di educarsi alla varietà culturale , di riferirsi non più al loro unico universo ma al pluriverso delle tante lingue e dei tanti sguardi che incontrandosi possono costruire, in un processo co-evolutivo, quello che Maria Montessori , lei che aveva vissuto tra India e Olanda, chiamava un ‘mondo nuovo’. La sua pedagogia ultima influenzata anche dal suo incontro con l’Oriente e il Nord Europa era diventata una pedagogia meticcia che guardava all’importanza di educare all’incontro basandosi e partendo dai punti di similitudine tra tutti i bambini del mondo e di tutte le culture. Scriveva stando in India:
“Il nostro mondo è stato lacerato ed ha ora bisogno di essere ricostruito: e in questo, un fattore di primaria importanza è l’educazione ,…Ma l’umanità non è ancora pronta per l’evoluzione a cui così ardentemente aspira, ossia la costruzione di una società pacifica e armonica in cui la guerra sia eliminata. Gli uomini non sono sufficientemente educati per controllare gli avvenimenti , e così ne divengono vittime. Le nobili idee , gli elevati sentimenti hanno sempre trovato espressione: ma le guerre non sono cessate. Se l’educazione dovesse continuare lungo le vecchie linee , coi vecchi sistemi di semplice trasmissione di nozioni, il problema sarebbe insolubile, e non vi sarebbe speranza per il mondo”.

Ecco il compito dell’educazione, degli educatori, di chi si occupa di pedagogia è , tramite la pratica, quello di ridare speranza alla possibilità di costruire un mondo in cui ci sia l’incontro, lo scambio, il riconoscimento reciproco e l’accettazione delle differenze. I bambini figli di migranti che sono ormai più di 700.000 nelle nostre scuole costituiscono una parte significativa del futuro di questo paese; comprendere i loro ‘mondi vitali’ , creare i contesti e le situazioni di apprendimento che permettono a tutti di formarsi nel contatto con l’altro e lavorare con le loro famiglie non dimenticando mai che è in quel luogo che si fondano i legami affettivi più profondi , tutto ciò può portarci alla creazione di quel ‘mondo nuovo’ di cui parlava Maria Montessori; mondo aperto, pacifico, dialogante e creolizzato. Per tutte queste ragioni che sono di ordine etico, pedagogico e politico gli operatori dell’educazione non possono rimanere indifferente a fronte di provvedimenti o di comportamenti che offendono la dignità della persona umana nella persona del bambino figlio di migrante e in quella dei suoi genitori.

Nella foto, Janusz Korczak


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Roma, Festa della Donna all'insegna della persecuzione etnica

"Nancy, la tata di mio figlio, e altre donne straniere si sono incontrate ieri sera per una festa fra amiche. Improvvisamente si è presentato alla loro porta un contingente di dieci carabinieri: è stato un vero e proprio rastrellamento della gestapo, con gli immigrati al posto degli ebrei"

Roma, 8 marzo 2010. L'amica Rosa di Roma invia la testimonianza di una retata anti-migranti verificatasi nella capitale ieri sera. Sono scene di cui non si scrive e non si parla, notizie di eventi che si ripetono tutti i giorni, da nord a sud, ma che sono rigorosamente filtrate dai quotidiani (di destra e sinistra, ormai che differenza fa, se si eccettua la corrente "berlusconista" e quella "antiberlusconista"?) e dai network.
"Cari amici, in questo giorno di festa della donna, voglio portarvi una piccola grande testimonianza, ulteriore, del clima di questo momento. Leggetela attentamente, non la sentirete riferire dai giornali. Ieri sera, dopo le nove, ad una festa privata di immigrati in un locale, un contingente di dieci carabinieri ha fatto letteralmente, irruzione (probabilmente in seguito a delazione di un "vicino", ndr) nell'abitazione. I carabinieri hanno chiesto i passaporti e i permessi di soggiorno (tra l'altro la tata di mio figlio, che partecipava alla festa, se li era dimenticati), hanno diviso le persone tra quelli che l'avevano e quelli che non l'avevano. Hanno 'scortato' le persone fuori, una per una, decidendo di credere o non credere a loro esclusivo arbitrio a chi diceva di avere i documenti e di averli dimenticati (per fortuna, a Nancy, la tata di mio figlio, hanno creduto).
Un vero e proprio rastrellamento della gestapo, con gli immigrati al posto degli ebrei. Io, a sentir questo , mi sono sentita male, ma proprio male. E non aggiungo niente altro, i fatti parlano più delle parole. Rosa".

Nella foto, banderuola con la sagoma di Mary Poppins, la tata con la valigia sempre pronta. In ben altro clima, anche da noi migliaia di governanti straniere rischiano ogni giorno la detenzione nei Cie (lager per migranti) e disumani viaggi di deportazione.


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"Le parole e l'anima" di Roberto Malini, un successo letterario a sorpresa

della redazione Watching The Sky

"Roberto Malini è uno scrittore che influisce da anni sulla cultura italiana, dedicandosi a temi delicati come il razzismo, l'omofobia, l'antisemitismo e il negazionismo. Eppure, con le sue battaglie nonviolente per i Diritti Umani, con le denunce degli abusi istituzionali contro le minoranze, con l'impegno coraggioso contro la mafia, viene regolarmente censurato dai media italiani".

Milano, 5 marzo 2010. Le novelle di Roberto Malini sono diventate un bestseller. Senza pubblicità, senza promozioni televisive, radiofoniche o presso le librerie, "Le parole e l'anima" ha raggiunto le primissime posizioni nella classifica di vendita riservate agli audiolibri acquistati su I-tunes, Audible e nei siti delle librerie online. Un successo a sorpresa, che sfugge alle regole del marketing editoriale, che vede gli autori in fila per apparire nelle pagine culturali dei quotidiani e periodici e addirittura a compiere i salti mortali pur di partecipare a trasmissioni televisive dedicate alla letteratura o - ancora meglio! - nei talk show. "Roberto Malini è uno scrittore che influisce da anni sulla cultura italiana," spiega un responsabile editoriale, "dedicandosi a temi delicati come il razzismo, l'omofobia, l'antisemitismo e il negazionismo. Ha pubblicato opere importanti sull'Olocausto, sostenute da Yad Vashem di Gerusalemme e dai più importanti centri di studio internazionali. Ha vinto oltre dieci festival di cinema internazionale con le sue sceneggiature. Ha tradotto Saffo, Emily Dickinson, i poeti della Shoah. Quando tiene una lettura di poesia, il pubblico accorre numeroso, come se si trattasse di un concerto rock. Eppure Roberto, con le sue battaglie nonviolente per i Diritti Umani, con le denunce degli abusi istituzionali contro le minoranze, con il suo impegno coraggioso contro la mafia, con la sua missione di educare i giovani alla tolleranza e alla democrazia, viene regolarmente censurato dai media italiani. L'Alto Commissario per i Diritti Umani lo riceverà a Roma il prossimo 11 marzo, Commissione e Consiglio d'Europa si avvalgono dei suoi studi per monitorare la situazione delle minoranze in Italia, i motori di ricerca registrano centinaia di migliaia di link in cui si parla della sua attività, ma le tv italiane non lo invitano da almeno due anni (ovvero da quando, sul tema della xenofobia, ammutolì su La7 il trio Mussolini-Fiore-Borghezio), perché è un attivista scomodo, oltre che uno scrittore che dà fastidio ai potenti. Roberto, però, non ha bisogno di spinte da parte di nessuno: sono in tanti a conoscere il suo valore di scrittore e di essere umano e la sua influenza positiva sulla cultura e la società continuerà a farsi sentire. Da parte nostra, siamo orgogliosi di aver contribuito a diffondere alcune delle sue opere. Oltre al successo del libro 'Le parole e l'anima', anche le sue 'Poesie dell'Olocausto' sono al primo posto nelle classifiche di vendita della poesia italiana contemporanea".

Alcuni commenti

"Il miglior augurio che posso dare a Roberto Malini è un detto di moda negli anni settanta: LUNGA VITA A ROBERTO!"
Pino Galeota, presidente della V commissione permanente culturale Comune di Roma.

"Sono molto contenta del successo del libro 'Le parole e l'anima': Roberto lo merita proprio.
Non succede sempre che il successo arrida a chi lo merita, e il suo impegno e la sua profonda umanità meritano ricompensa".
Rosa Mauro, Caffè Letterario

"Il mondo moderno, così arido e materialista, ha bisogno di riscoprire il valore del mito, che educa lo spirito all'abnegazione, alla generosità, all'eroismo. 'Le parole e l'anima' possiede la forza e la sapienza dell'antica mitologia, un modulo poetico che consente alle parole di splendere come stelle e ottenere così l'attenzione dell'anima".
Mattia Jakob, esegeta e collezionista di audiolibri


Le parole e l'anima

di Roberto Malini

Narrato dalle voci di Dario Penne, Bruno Alessandro, Gino La Monica.

Direzione: Dario Picciau, Dario Penne.

Collana Palco (32').

Edizioni LibriVivi Media (www.librivivi.eu).

"Le parole e l'anima": miti e leggende rappresentano a diversi livelli il significato dell'esistenza umana. Quando Ulisse, paradigma di tutti gli eroi, torna a Itaca e si prepara a vivere una vecchiaia serena, scopre di non poter avere pace se prima non avrà saldato il suo debito con gli déi. Allora dà ordine a un esercito di artigiani di costruire un secondo cavallo... Ma è Perseo, figlio di Zeus, che assapora l'amarezza più grande dopo aver sconfitto la sua nemesi, inseguita per tutta la vita. Intanto personaggi singolari, misteriosi predicatori e rabbini riemersi dal tempo degli "shtetl", restituiscono a un'umanità che ha perduto le risposte ai grandi enigmi dell'esistenza il conforto della fede e della sapienza antica. Interpretazione a cura di tre delle voci più belle, profonde e variegate, in ambiente teatrale .
LibriVivi: vi permettono di scoprire o riscoprire in un modo nuovo la grande letteratura. I grandi interpreti del cinema e del teatro italiano, le voci delle più grandi star di Hollywood, attori come Dario Penne (Anthony Hopkins), Marco Mete (Robin Williams), Bruno Alessandro (Horst Tappert, Isp. Derrick), Luigi La Monica (Richard Gere), Emanuela Rossi (Michelle Pfeifer), Valentina Mari (Natalie Portman), Aurora Cancian (Brenda Blethyn), Dante Biagioni (Fred Astaire), Perla Liberatori (Scarlet Johanson), Emiliano Coltorti (James Franco), interpretano per voi il meglio della letteratura, della poesia e del teatro.

In vendita su I-tunes, Audible e nelle librerie online.
Negozio LibriVivi: www.librivivi.eu

Da aprile in tutte le librerie la versione Libro+Cd

Nelle foto, la copertina del libro "Le parole e l'anima"; l'autore con la romnì Emilia al corteo antirazzista milanese dell'1 marzo 2010


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L'armadio

di Rebecca Covaciu

La mia vita è come un armadio.
Tanto tempo ho vissuto nel buio,
nel sudore,
nel freddo.
Mi sbattono,
mi muovono,
ho caldo,
sudo.
Sono ancora nel buio,
ho paura del buio,
ma sono passati tanti anni e mi sono abituata
e nel buio riesco a vedere tutto chiaro.
Ho visto una chiave d'oro luccicante
l'ho infilata nella serratura dell'armadio
e sono uscita.
Ho avuto paura della luce
ma sapevo di avere la forza
e ho cominciato a guardare il cielo
le stelle
la luna
che mi davano la forza di vivere.


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Leonardo Da Vinci era arabo. Lo dimostrano un'impronta digitale, una notizia d'epoca e un ritratto cinquecentesco appena scoperto

Milano, 28 febbraio 2010. "Leonardo Da Vinci, giudicato 'il più grande italiano di tutti i tempi' nel recente format su Raidue, era arabo". Lo rivela uno studio condotto da Alfred Breitman e Roberto Malini del Gruppo Watching The Sky, associazione impegnata nelle ricerca di opere d'arte perdute e delle tracce biografiche sconosciute dei grandi artisti del passato. "Lo affermiamo con grande convinzione," spiegano Breitman e Malini, "in base ad alcune evidenze. La più importante è costituita dal ritrovamento di un'impronta digitale di Leonardo sul dipinto 'La dama con l'ermellino'. Secondo l'antropologo Luigi Capasso la tipologia dell'impronta è caratteristica del 60% degli individui provenienti dai paesi arabi. L'ipotesi di un origine araba del maestro non è tuttavia nuova. E' risaputo che il nome della madre di Leonardo, Caterina, era attribuito con frequenza alle schiave arabe acquistate in Toscana e provenienti da Istanbul". Anche il professor Alessandro Vezzosi, celebre studioso del Rinascimento, è convinto dell'origine araba dell'autore della Gioconda: "Possediamo documenti che suggeriscono l'origine orientale di Leonardo Da Vinci".
"Anche il giovane Salai, pupillo di Leonardo," continua Watching The Sky, "sembrerebbe, dalle descrizioni che possediamo, un ragazzo arabo, con i capelli ricci, la pelle bruna e gli occhi scuri vivacissimi. Anche il soprannome con cui Leonardo lo chiamava, deriva da 'salah', che è un termine arabo". Breitman e Malini, a questo punto, estraggono da un cassetto un bel disegno a sanguigna su un foglio di carta antica. "Questo ritratto virile del primo Cinquecento è di scuola leonardesca," spiegano, "e rappresenta un viso che possiede molte similitudini con i ritratti noti del volto di Leonardo Da Vinci. La sua particolarità è che indossa un copricapo di foggia araba. Si può ipotizzare che si tratti di un ritratto del maestro eseguito da un suo allievo che conosceva le vere origini del 'più grande italiano di tutti i tempi'. La notizia, preziosa per la Storia dell'Arte, è anche un monito per coloro che difendono a spada tratta le frontiere geografiche e culturali del nostro Paese, senza capire che il progresso sociale, morale e intellettuale di un popolo può avvenire solo grazie al contributo di altre esperienze e tradizioni".

Nelle foto, da sinistra: il ritratto cinquecentesco scoperto da Watching The Sky; la "Dama con l'ermellino"; un celebre autoritratto di Leonardo da Vinci

Alcuni link interessanti:
http://www.exibart.com/notizia.asp/IDNotizia/30698/IDCategoria/204
http://www.queerblog.it/post/7349/leonardo-e-il-suo-protetto-discepolo-salai-erano-arabi
http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=b0.02.28.18.21
http://rivistanugae.blogspot.com/2010/02/leonardo-da-vinci-era-arabo.html
http://www.controluce.it/index.php?option=com
http://firenzecuriosita.blogspot.com/2010/03/leonardo-da-vinci-ha-origini-arabe.html
http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=49773&idSezione=4
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=13756
http://zh-cn.facebook.com/note.php?note_id=335627714423&comments&ref=mf
http://engrammi.blogspot.com/2010/03/leonardo-da-vinci-e-le-sue-origini.html
http://www.messinaitalia.it/2010/03/leonardo-da-vinci-era-arabo/

Ne discutono anche in Turchia:
http://www.trtitalian.com/trtinternational/

Ed è subito polemica:
http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=115&sez=120&id=33592
http://www.youreporter.it/

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Antisemitismo, un mostro sempre in agguato

Stefano Cattaneo, da molti anni attivo contro l'antisemitismo, rileva come certe calunnie che da secoli colpiscono il popolo ebraico tendano a ritornare, per avvelenare la cultura della tolleranza e diffondere ostilità contro gli ebrei. Ci ha inviato copia della sua lettera spedita a L'Unità, contestando il contenuto antiebraico e diffamatorio relativo a un articolo uscito sul quotidiano: "Perché pubblicate sul giornale fondato da Antonio Gramsci notizie basate su teorie inventate di sana pianta, in cui si accusano gli ebrei di Israele di compiere traffico d'organi di palestinesi? Perché avete rifiutato di dare spazio all'articolo di Daniela Santus, che smontava quel castello di raccapriccianti fantasie? Cosa pensate quando La Padania, il Secolo, Libero, o Il Giornale pubblicano articoli in cui si accusano gli 'zingari' di ogni nefandezza? Non pensate subito che con tali articoli si semina razzismo?". Concordiamo con Stefano e ricordiamo che il giornalista svedese autore del pezzo a cui si ispira l'articolo de L'Unità è stato smentito dalle sue stesse fonti palestinesi, che hanno negato di essere mai entrate in contatto con lui.

Purtroppo l'antisemitismo riaffiora continuamente, riportando a galla leggende e pregiudizi medievali. Qualche giornale, pochi giorni fa, ha addirittura parlato di traffico d'organi organizzato da ebrei ad Haiti. La notizia dei rapimenti, sempre per espianto di organi, di algerini da parte di ebrei israeliani è recente: folle e mirata a diffondere odio razziale, come tutte le altre, come il delirio del complotto ebraico per abbattere le Twin Towers o le continue riedizioni dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion nel mondo arabo. La stessa sorte, però, subiscono anche i Rom, che i media presentano come criminali genetici, rapitori di bambini, stupratori, violenti, ladri incalliti. Ad Auschwitz, popoli e persone innocenti soffrirono, morirono e testimoniarono insieme quali orridi frutti produca il razzismo. Altrettanto nefasta è l'amnesia che, a distanza di pochi decenni dal più grande crimine contro l'umanità, coglie ancora gli esseri umani, mantenendo in vita i germi distruttivi della Shoah, del Samudaripen, del Triangolo Rosa e di tutti gli orrori che i nazisti scatenarono contro le minoranze a loro invise.

Nelle foto, copertine dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion (1934)

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Auguriamoci di non avere mai governanti così...

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?
Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.

Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.
Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia, ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare." Elsa Morante, 1945, a proposito di Benito Mussolini.

Nella foto, Elsa Morante

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La politica, la Mafia e i Rom

di Roberto Malini

Esiste in Italia un grave fenomeno deviante, caratterizzato dalla quasi totale apertura culturale, da parte del popolo e dei media italiani, alla presenza mafiosa: si tratta di un fenomeno causato da anni di propaganda sui giornali e in televisione. Le mafie, negli ultimi 20 anni, ma soprattutto nell'ultimo lustro, si sono diffuse in tutti i comparti della società italiana, fino a toccare il "fatturato" record di circa 300 miliardi di euro (di cui 150 legati al traffico di droga) nel 2009. Con un simile potere, non deve stupire che personaggi strettamente collegati alla mafia abbiano raggiunto importantissime posizioni politiche, dando vita a nuovi tentacoli mafiosi, che ormai compenetrano l'economia, la finanza, la pubblica amministrazione. Le politiche recenti, come l'approvazione di leggi contro le intercettazioni telefoniche e lo scudo fiscale, hanno "premiato" le cosche. Ma soprattutto è la minimizzazione della realtà mafiosa (quante volte si legge sui giornali che "lo Stato ha 'quasi' sconfitto la Mafia"?) e la delegittimazione dei pentiti ad aver limitato pesantemente il lavoro dei magistrati impegnati seriamente contro il crimine organizzato.

Non meno grave è la mancanza di volontà, da parte dei partiti, di fare pulizia di tutti coloro che sono colpiti da sospetti (o, peggio, indagini) di collusioni o complicità mafiose. Questa attività di prevenzione e "purifica" era consigliata caldamente dal giudice Paolo Borsellino: possiamo considerarla la sua più importante - e ignorata - eredità civile. Oggi si può affermare che i vertici mafiosi non sono più solo in Sicilia, Campania e Calabria, ma al nord o addirittura all'estero, in Svizzera, negli Stati Uniti e in altri Paesi, da dove guidano l'impero economico malavitoso. Ovviamente, tanto ai politici corrotti che ai mafiosi, è indispensabile agire dietro una cortina di fumo, per condurre i loro affari illeciti senza disturbo, per mantenere le posizioni di potere conseguite e le alleanze "istituzionali" senza che la giustizia e le forze dell'ordine possano intralciarli, senza che gli eventuali scandali possano minarne la libertà di azione e l'impunità. Ecco perché politica e mafia, che controllano il 99% dell'informazione in Italia, hanno interesse a creare allarme sociale riguardo ad altri fenomeni, facendo leva su pregiudizi medievali e colpendo i gruppi sociali più vulnerabili: i Rom, con la loro povertà che li costringe all'accattonaggio, a rifugiarsi in case abbandonate o campi dove costruire baracche; i rifugiati, con il disagio provocato dal razzismo e dalla xenofobia (i politici riescono facilmente a presentarli come "parassiti", "barbari" e "invasori"); gli stranieri, che sono accusati di essere asociali e di "rubare il lavoro agli italiani"; gli omosessuali, che con i loro modelli di vita si pongono, secondo gli intolleranti, quale antitesi al concetto tradizionale di "famiglia", cellula del concetto tradizionale di "società". Capri espiatori di un sistema perverso e marcio, i reietti, gli esclusi, i discriminati sono "carne da macello": lo strumento più efficace del malaffare.

In questo panorama, gli attivisti e i difensori dei diritti umani sono vissuti come sovversivi, nemici del Paese, anarchici, mentre i movimenti neonazisti e razzisti divengono preziosi alleati dei partiti che vogliono apparire "moderati", ma hanno bisogno di qualcuno che faccia il "lavoro sporco". E' evidente come tali gruppi che incitano all'odio razziale dovrebbero essere messi fuori legge in una democrazia: al contrario, vengono premiati e oggi occupano ministeri, hanno deputati, senatori, sindaci, presidenti di Regione e perfino europarlamentari, mentre i media ospitano i loro deliri, presentati in forma "civilizzata". Nel contempo, le loro frange estremiste operano con violenza, al di fuori della legge. Ancora riguardo agli attivisti e agli operatori umanitari, se poi succede che abbiano l'ardire di diffondere all'estero documenti e prove delle violazioni istituzionali, ecco che vengono intimiditi, perseguitati, fatti oggetto di abusi polizieschi e giudiziari.

Nelle foto, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino; il giudice Paolo Borsellino, eroe della lotta contro la Mafia

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Ciao, Rebecca!

Dopo il successo dello spettacolo di teatro giovanile "La storia di Rebecca", tenutosi a Cassina de' Pecchi e dedicato alla vicenda umana della giovanissima artista Rom Rebecca Covaciu, si annuncia a Genova una nuova pièce teatrale, "Ciao, Rebecca!", di cui forniremo presto tutte le informazioni utili. La giovanissima artista romena di etnia Rom è stata vittima di alcuni gravi episodi di persecuzione razziale in Italia, ma è sempre stata capace di rialzarsi, insieme ai suoi genitori Stelian e Gheorghina. Aggredita a Milano da uomini in divisa, nel 2008, la famiglia Covaciu è stata costretta a fuggire a Napoli, dove si è trovata al centro dei pogrom anti-Rom di Ponticelli.

La ragazzina, però, veniva selezionata per il Premio Unicef e lo vinceva, grazie al suo talento creativo. Quindi teneva mostre d'arte in Italia, in America, in Francia, in India. Viveva per alcuni mesi vicino a Potenza, nella campagna lucana, poi tornava a Milano, dove si trova tuttora, frequentando con profitto la scuola media e abitando finalmente in una casa. Così giovane, è già diventata portavoce del suo popolo discriminato ed espulso in massa dal nostro Paese. La storia di Rebecca è apparsa su tutti i giornali del mondo. Nei prossimi giorni il periodico "Visto" pubblicherà uno speciale dedicato alla giovane pittrice, intervistata da Ferdi Berisa, il ragazzo Rom che ha vinto il Grande Fratello.

Nella foto, sul palcoscenico del Piccolo Teatro della Martesana, dopo lo spettacolo "La storia di Rebecca", Rebecca con i genitori, la sorella maggiore e Roberto Malini

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"La storia di Rebecca": a Cassina de' Pecchi (Milano) spettacolo teatrale studentesco per dire no ai pregiudizi razziali

Gli studenti di terza media di Cassina de’ Pecchi (MI) celebrano la Giornata della Memoria con una rappresentazione teatrale dedicata alla storia di Rebecca Covaciu, ragazza Rom, premio UNICEF.

Cassina de' Pecchi, 1 febbraio 2010. La commovente storia di Rebecca Covaciu viene proposta all’attenzione del pubblico in occasione della ricorrenza della Giornata della Memoria. A raccontarla saranno le classi terze della Scuola Media Giovanni Falcone, che in uno sforzo congiunto hanno inteso offrire un contributo concreto e quanto mai adeguato alla circostanza. Rievocare gli orrori della Shoah è per loro e per tutta la scuola un’occasione per ribadire che quegli eventi di un passato ancora così prossimo non debbono ripetersi mai più.

Convinti che il pregiudizio, allora come ora, costituisca una fonte di discriminazioni e di persecuzioni, con questa rappresentazione teatrale gli alunni hanno inteso valorizzare il tema cruciale del rispetto delle minoranze e della diversità. La diversità, denigrata e beffeggiata da chi la percepisce solo come mera estraneità, diviene invece un valore nel momento in cui la si conosce. Lo spunto per fare questa esperienza viene qui offerto dall’incontro con Rebecca (che sarà presente alla prima dello spettacolo) la cui vicenda condurrà lo spettatore dentro una realtà di discriminazione ma al contempo lo avvicinerà al mondo interiore della protagonista rivelandogli uno straordinario messaggio di gioia e di speranza, contro tutte le discriminazioni. L’iniziativa ha ricevuto l’incoraggiamento della Croce Rossa Italiana, che ha raggiunto gli insegnanti nella forma di una graditissima lettera firmata dal dottor Marco Squicciarini, Responsabile Nazionale per le attività accoglienza e assistenza alle popolazioni Rom.


CASSINA DE’ PECCHI
Piccolo Teatro Martesana

4 febbraio 2010 ore 11.00

5 febbraio 2010 ore 20.30

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Dalla Cei, una lezione di civiltà a chi ci governa

"Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche. La considerazione di fondo sugli immigrati resta la dignità di ogni persona umana che non può essere oggetto di pregiudizio e discriminazione, come ha ricordato il Pontefice.

A tutti quelli che fanno riferimento alla centralità della persona, a quelli che si vogliono far vedere in pubblico come bravi cattolici diciamo che tra noi e i clandestini non c’è nessuna differenza". Mariano Crociata, segretario generale della Cei, rispondendo a una domanda dei giornalisti riguardanti le recenti affermazioni di SilviomBerlusconi, secondo cui all'aumento di immigrazione corrisponderebbe un aumento della criminalità

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Human Right Watch, Italia segnalata nel Rapporto annuale per razzismo e xenofobia

Milano, 23 gennaio 2010. L'Italia non ha risolto il grave problema delle politiche lesive dei diritti dei profughi e richiedenti asilo, del popolo Rom, delle minoranze. La deriva razzista e xenofobica non si è arrestata ed è definita come un "problema scottante", così come la presenza di componenti discriminatorie nella propaganda politica sui media e nei discorsi pubblici. E' il sunto del capitolo relativo al nostro Paese nel Rapporto annuale sui Diritti Umani nel mondo curato da Human Right Watch e pubblicato il 20 gennaio 2010. L'Italia è accomunata alla Grecia per quanto riguarda il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra e dunque del diritto all'asilo e alla protezione internazionale. E' importante, in un'ottica futura, che i referenti italiani dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati moltiplichino il loro impegno, opponendo le regole del diritto internazionale che tutela chi fugge da Paesi in crisi umanitaria all'atteggiamento xenofobo del governo italiano.

Le politiche di Italia e Grecia rappresentano, secondo Human Right Watch, un ostacolo sulla via dell'unificazione delle politiche dell'Unione sui rifugiati e i richiedenti asilo. I respingimenti in Libia rappresentano gli eventi più gravi e il Rapporto ricorda l'ammonimento che le autorità deputate al rispetto dei Diritti Umani in Europa e nel mondo hanno rivolto all'Italia, a partire dal Consiglio europeo e dall'Alto Commissario. Censurata anche la collaborazione offerta in alcuni casi ai Paesi intolleranti dall'agenzia Frontex. La deportazione in Tunisia di persone sospettate di terrorismo, ponendo a rischio le loro vite, rappresenta un abuso. Il documento sullo stato dei Diritti Umani nel mondo sottolinea inoltre l'iniquità del "pacchetto sicurezza" (Legge 94/2009) e la natura persecutoria e razzista delle politiche intolleranti e violente sul popolo Rom.

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La zingara rapitrice

Uno studio che smonta lo stereotipo più pesante

L’ampia ricerca “Adozione di minori rom/sinti e sottrazione di minori gagè” commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e alla direzione del Prof. Leonardo Piasere, si articola in due studi volti a rispondere a differenti ma complementari interrogativi.
L’uno –– in corso di pubblicazione presso CISU – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai Tribunali per i Minori italiani a famiglie gagé, condotto da Carlotta Saletti Salza. L’altro – già edito dallo stesso editore col titolo “La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – sui presunti tentati rapimenti di infanti non-rom da parte di rom, condotto da Sabrina Tosi Cambini.

Continua nella sezione Arte e Cultura

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"Una storia quasi soltanto mia". Un libro per ricordare Giuseppe Pinelli

"Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…" Licia Pinelli

Il 10 febbraio 2010 dalle ore 17.30 presso il Circolo dei lettori di Torino in via Bogino 9 si terrà la presentazione del libro di Licia Pinelli e Piero Scaramucci “Una storia quasi soltanto mia”. L'incontro è organizzato a cura dell'Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti.
A 40 anni dalla strage di piazza Fontana e dalla morte di Giuseppe Pinelli, durante l’interrogatorio nella Questura di Milano, viene riproposto il racconto che Licia Pinelli fece nel 1981 a Piero Scaramucci. Con rara umanità emerge la vita di Giuseppe Pinelli e della sua famiglia. Puntuale e aggiornata la documentazione sulle indagini, i depistaggi, i processi. Il libro costituisce uno strumento di assoluta importanza per comprendere la storia del nostro Paese e riflettere sul presente. Introduce l’avvocato Bruno Segre Presidente ANPPIA Torino, intervengono Boris Bellone dell'ANPPIA Torino, Licia Pinelli e Piero Scaramucci, autori del libro. Segue dibattito e, al termine della serata, verrà consegnata la tessera ad “Honorem” dell’ANPPIA a Licia Pinelli.

Nella foto, Giuseppe Pinelli

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Ascoltare Emily Dickinson

Roma, 6 gennaio 2009. Sono uscite per i LibriVivi (www.librivivi.com) "Sillabe del mattino" e "Un fiore o un libro" , raccolte di poesie di Emily Dickinson nella versione in italiano di Roberto Malini. Per la Dickinson, la vocazione del poeta nasceva dal desiderio di migliorare l'essenza stessa dell'umano indagando oltre i confini del divino, alla ricerca di una purezza sempre più perfetta. Non a caso, paragonava la sua arte alla lotta di Giacobbe con l'angelo. Emily passò quasi tutta la sua vita nella casa natìa, che abbandonava solo per visite ai parenti. Vestiva di bianco come un angelo e coglieva l'infinito nei cicli della natura e nei piccoli istanti della vita quotidiana, nei quali si fissavano anche i macro-avvenimenti della società in cui la poetessa viveva, sconvolta dalla Guerra di Secessione. Le brevi liriche, scritte nella sua camera, rappresentavano il suo progetto di comprendere il senso della vita e della Storia attraverso lo strumento dell'immaginazione. Quando Emily morì, all'età di 56 anni, la sorella trovò in un cassetto le sua opera: 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo.

Schede dei libri

Titoli: "Sillabe del mattino" e "Un fiore o un libro"
Autrice: Emily Dickinson
Versione in italiano di: Roberto Malini
Collana: Palco
Interpretazione: in ambiente teatrale
Direzione: Dario Picciau, Roberto Malini
Interprete: Aurora Cancian

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5 gennaio: una data che ricorda le leggi antiebraiche del 1939 e ci fa riflettere sul "pacchetto sicurezza" e sui provvedimenti anti-stranieri

del Gruppo EveryOne

Milano, 5 gennaio 2010. Spesso i cittadini di uno stato non prestano particolare attenzione ad eventi che costituiscono passi in avanti o all'indietro sul camino della civiltà e della democrazia. Sembra, per esempio, che sia stata già relegata nella soffitta dei ricordi la recente conversione in legge (la Legge 94/2009) del pacchetto sicurezza, un provvedimento anti-immigrazione, scritto su basi di discriminazione etnica e razziale, irresponsabilmente approvato del Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica. La legge che trasforma i profughi in cittadini senza diritti è stata voluta dalla Lega Nord, partito anti-stranieri, anti-europeista e secessionista che tiene in scacco le Istituzioni poiché, senza i voti dei suoi deputati e senatori, la maggioranza non potrebbe governare. A causa della Legge 94/2009 i Rom in Italia sono soggetti a un regime spietato di controllo e repressione poliziesca, mentre i migranti cosiddetti "irregolari" vengono equiparati a criminali e sono costretti a vivere nascosti, per evitare l'arresto, l'imprigionamento nei Cie, carceri-lager, e la deportazione verso Paesi da cui sono fuggiti per sottrarsi a persecuzioni, carestie o altre tragedie umanitarie. I migranti extracomunitari regolari, invece, sono costretti in uno stato di totale asservimento a datori di lavoro e padroni di casa, perché senza occupazione o alloggio adeguato possono perdere in qualsiasi momento il permesso di soggiorno, divenendo "irregolari" e dunque soggetti ad arresto e deportazione. La nuova legge non tutela neppure l'integrità delle famiglie, costringendo ogni adulto extracomunitario ad avere il permesso di soggiorno - sempre in base a lavoro a tempo indeterminato e alloggio adeguato, ovvero in possesso di requisiti quasi irraggiungibili - pena l'arresto, la prigione dura in un Cie per un periodo fino a sei mesi e la deportazione. Questo significa che se in una famiglia un genitore o un figlio maggiorenne perde il permesso di soggiorno e non trova lavoro a tempo indeterminato entro sei mesi, diventa "irregolare" e viene deportato, anche se gli altri membri della famiglia sono in grado di mantenerlo finché non trova un altra occupazione, che in questi tempi di crisi non è un evento semplice. Questa "spada di damocle" è sospesa sulla testa di tutti i cittadini extracomunitari, anche quelli che vivono nel nostro paese da tanti anni e non hanno più familiari né conoscenti nei paesi d'origine.

Oggi, 5 gennaio 2010, ricorre il 71° anniversario di un evento altrettanto terribile e caduto nell'oblio: la conversione in legge di una serie di Regi decreti-legge che annullavano i diritti civili della popolazione ebraica in Italia, aprendo la strada alle persecuzioni e alla Shoah.

Ecco i decreti antisemiti trasformati in Leggi italiane:

- Legge 5 gennaio 1939, n. 26, Conversione in legge del Regio decreto-legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1539, concernente l'istituzione, presso il Ministero dell'interno, del Consiglio superiore per la demografia e la razza (GU n. 24, 30 gennaio 1939).

- Legge 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l'istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica (GU n. 31, 7 febbraio 1939).

- Legge 5 gennaio 1939, n. 98, Conversione in legge del Regio decreto-legge 15 novembre 1938-XVll, n. 1779, relativo all'integrazione e al coordinamento in unico testo delle norme emanate per la difesa della razza nella scuola italiana (GU n. 31, 7 febbraio 1939).

- Legge 5 gennaio 1939, n. 99, Conversione in legge del Regio decreto-legge 5 settembre 1938-XVl, n. 1390, contenente provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (GU n. 31, 7 febbraio 1939).

- Legge 5 gennaio 1939, n. 274, Conversione in legge del Regio decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, recante provvedimenti per la difesa della razza italiana (GU n. 48, 27 febbraio 1939).

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Gruppo EveryOne

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Noi, i sopravvissuti

di Nelly Sachs (traduzione di Roberto Malini)

Noi, i sopravvissuti,
Dalle cui cave ossa la morte ha iniziato a intagliare i suoi flauti,
Mentre sui tendini ha già strofinato l'archetto -
I nostri corpi continuano a lamentarsi
Producendo una musica straziata.

Noi, i sopravvissuti
Davanti ai quali penzolano ancora cappi a nodo scorsoio
Pronti a stringersi al collo, sullo sfondo del cielo -
Gocce del nostro sangue riempiono le clessidre.

Noi, i sopravvissuti,
Consumati anche oggi dai vermi dell'orrore.
La nostra costellazione è sepolta nella cenere

Noi, i sopravvissuti
Vi preghiamo:
Fateci rivedere il vostro sole, ma gradualmente.
Passo passo guidateci da stella a stella.
Siate gentili quando ci insegnerete a vivere di nuovo.

Se così non sarà, il canto di un uccello
O un secchio che si riempie fino all'orlo
Potrebbero causare l'esplosione della pena contenuta a stento
E farci scomparire un'altra volta -

Vi chiediamo in ginocchio:
Fate che non vediamo di nuovo un cane feroce
Altrimenti, altrimenti
Forse ci ridurremo ancora in cenere -
In cenere, davanti ai vostri occhi.

Ma quali cuciture tengono insieme le nostre pezze?
Noi, il cui respiro si è interrotto,
le cui anime sono volate a Lui, la mezzanotte di quel giorno,
assai prima che i nostri corpi si salvassero
nell'arco del momento.

Noi, i sopravvissuti
Vi stringiamo le mani
Guardandovi negli occhi -
Ma tutto quello che ci unisce è l'accomiatarci,
dirci addio nella cenere
ci tiene uniti a voi.

Nella foto, Nelly Sachs

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Silvia e Abrehet (perché occuparsi di Diritti Umani?)

di Roberto Malini

Roma, 30 dicembre 2009. Silvia e Abrehet aspettano un bambino. Silvia è bella, colta, ricca e famosa. La sua famiglia è potente, il suo futuro radioso. Ha trent'anni ed è fresca come una rosa. Anche Abrehet ha trent'anni e, come Silvia, è al quarto mese di gravidanza. I suoi occhi sono scuri e profondi come il cielo sul Corno d'Africa, la terra da cui è fuggita per non morire, ma la sua pelle d'ebano è appassita e segnata da tanti anni di stenti e di dolore. Silvia è benvoluta dagli italiani, che insieme a lei trepidano, aspettando che il suo bambino fortunato veda la luce. Sfogliano i rotocalchi, cercando foto di Silvia con il pancione, per amarla e sorridere. Abrehet non ha un posto dove andare. Ha fame. Ha freddo. Suo marito Yosef la guarda con amore e dolore. Vorrebbe nutrirla con il suo respiro; vorrebbe scaldarla con il suo sguardo. Ma Abrehet e Yosef sono clandestini. Una legge spietata, partorita dal puro male, li condanna a nascondersi. Gli sgherri li braccano ovunque. Tenaci, rabbiosi e fanatici come cacciatori, gli occhi iniettati d'odio, perlustrano i luoghi derelitti dove gli africani, insieme ad altri miserabili, si sottraggono alla vista della "brava gente", per allungare le loro vite disperate, per non subire la brutalità dell'arresto, l'orrore della prigionia nei Cie e infine la deportazione verso paesi in cui solo il dolore e il nulla attendono i profughi. Silvia è una stella ariana, Abrehet è una nuova ebrea. La prima è Eva, la seconda Anna. Ha fiducia nell'intima bontà dell'uomo, Abrehet, quando tende la sua manina senza più carne e sul suo teschio vivo si dischiude un atroce sorriso, da cui esala una sola parola, un lamento: "Aiutaci". A volte è troppo duro, troppo doloroso impegnarsi per i Diritti Umani, in questo tempo senz'anima, in questo paese dominato da mostri. Perché lo facciamo? Perché, nonostante tutto, continuiamo, se non a credere, almeno a sperare? Lo facciamo perché amiamo Abrehet, perché Abrehet è bellissima - più bella di Silvia - e il suo bambino è un fiore.

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E' uscito per i LIbriVivi "Le parole e l'anima" di Roberto Malini

E' uscita nella collana "Palco" dei LibriVivi (www.librivivi.it) la siloge di racconti "Le parole e l'anima", di Roberto Malini. I racconti sono interpretati dalle voci straordinarie di Dario Penne, Gino La Monica e Bruno Alessandro. Miti e leggende rappresentano a diversi livelli il significato dell'esistenza umana. Quando Ulisse, paradigma di tutti gli eroi, torna a Itaca e si prepara a vivere una vecchiaia serena, scopre che non potrà avere pace se prima non avrà saldato il suo debito con gli déi. Allora dà ordine a un esercito di artigiani di costruire un secondo cavallo... Ma è Perseo, figlio di Zeus, che assapora l'amarezza più grande dopo aver sconfitto la sua nemesi, inseguita per tutta la vita. Intanto personaggi singolari, misteriosi predicatori e rabbini riemersi dal tempo degli "shtetl", restituiscono a un'umanità che ha perduto le risposte ai grandi enigmi dell'esistenza il conforto della fede e della sapienza antica.

Scheda del libro

Titolo: "Le parole e l'anima"
Autore: Roberto Malini
Genere: narrativa
Collana: Palco
Interpretazione: in ambiente teatrale
Direzione: Dario Penne, Dario Picciau
Interpreti: Dario Penne (Voce Narrante), Gino La Monica (Voce Narrante), Bruno Alessandro (Voce Narrante)

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E' giusto paragonare la persecuzione dei Rom e dei migranti all'iniquità delle leggi razziali e dell'Olocausto?

di Roberto Malini

Milano, 19 dicembre 2009. Alcuni anni fa, durante il Festival del cinema di Roma, ricevetti pesanti critiche per aver effettuato, nel corso di una conferenza stampa, un parallelo fra la discriminazione degli ebrei, negli anni delle leggi razziali, e quella dei Rom in Italia. Per lo stesso motivo, venni escluso da una mailing list dedicata alla Resistenza: "Ma come si permette di fare un simile paragone?" mi scrisse la fondatrice della lista, per motivare la sua decisione, "Le sembra che i Rom vengano schedati? Le sembra che siano lasciati senza acqua, cibo o assistenza medica? Le sembra che qualcuno li sottoponga a violenze, li metta in prigione o li deporti senza un motivo? Le sembra che li caccino dai campi in cui vivono?"
Studio l'Olocausto e le dinamiche delle persecuzioni da quando avevo 16 anni. Ho conosciuto decine di testimoni, di Giusti, di storici e direttori di Musei. Ho lavorato insieme ai principali studiosi della Shoah, del Samudaripen, del genocidio dei Triangoli Rosa: da Dan Michman ad Avner Shalev, da Gerard Koskovich a Marcel Courthiade. Quando si conoscono i meccanismi patologici che conducono alla disumanizzazione di una società, non è difficile riconoscerne i segni e i sintomi, nell'attimo in cui si manifestano.

Chi studia l'Olocausto e si impegna per educare alla Memoria le giovani generazioni, lavora come un biologo e la sua ricerca si concentra sul formarsi di una degenerazione di un organismo vivo, come è ogni comunità umana. Oggi un'attivista toscana ha ricevuto la stessa critica, per aver tracciato, in un comunicato stampa, un parallelo fra l'intolleranza che colpisce i Rom nella sua città - e che ha condotto la cittadinanza a chiederne a gran voce l'espulsione - e la repressione degli ebrei al tempo di Mussolini. Una docente universitaria, studiosa della Seconda guerra mondiale, ma staccata dall'attuale realtà della persecuzione razziale, le ha scritto: "Il suo articolo termina con una concetto per me inaccettabile: non confondiamo la tragedia dei forni crematori con qualsiasi atto di intolleranza. Quella tragedia non deve essere banalizzata con paragoni davvero impropri. Ciò mi offende profondamente". Il messaggio dell'insegnante proseguiva con toni pieni di sdegno, come se l'Olocausto non fosse un'esperienza viva ed educativa, un baratro sempre aperto, in cui l'umanità può ricadere sempre, ma una finestra chiusa, la colpa irripetibile di una generazione di carnefici mostruosa ed estinta.

Abbiamo risposto alla studiosa che il paragone fra ebrei negli anni dell'Olocausto e Rom oggi in Italia è ormai fatto da testimoni della Shoah come Piero Terracina, Nedo Fiano, Ohni Ohnaus, Ruth Bondi, Tamara Deuel, Hanneli Pick-Goslar, Antonia e Goffredo Bezzecchi, Mihai Grancea. Le abbiamo presentato i dati riguardanti la speranza di vita media di un ebreo negli anni di Hitler, che era di 38 anni: la stessa speranza che hanno oggi i Rom e i Sinti in Italia. "Lo sa come si è giunti ad emulare tali atroci numeri?" le abbiamo chiesto. "Attraverso una persecuzione sistematica, capillare, spietata, che è avvenuta e avviene nell'indifferenza generale. Anche sopravvissuti all'Olocausto di etnia Rom hanno subito sgomberi e atti di persecuzione istituzionale in Italia: Mihai Grancea, gli anziani Ciuraru (i cui morti sono anche nell'archivio di Yad Vashem) e altri vecchi Rom, rifugiatisi in Italia, con i segni della loro tragedia, dai Paesi balcanici. Noi attivisti, che abbiamo visto tante morti e tanto dolore provocato da razzisti, ma anche e soprattutto dalle autorità, nei confronti di esseri umani innocenti di etnia Rom, non possiamo che essere pienamente concordi con i sopravvissuti di Auschwitz che considerano i Rom in Italia così simili agli ebrei di quegli anni bui. Il caro Piero Terracina piangeva, qualche mese fa, abbracciando i piccoli Rom di Tor di Quinto: 'Bambini miei," sussurrava loro fra le lacrime, con un filo di voce, commosso, "siete come noi, come noi ebrei, quando il mondo ci odiava e ci sterminava'. Dunque, gentile signora, non si offenda: non c'è offesa nella pietà, nel dolore, nella solidarietà. Sono i soli strumenti che l'uomo possiede per contrastare l'odio, un sentimento oscuro e profondo che è terra fertile per i germi dei nuovi olocausti".

Nelle foto, Traian Grancea, 101 anni, sopravvissuto al Samudaripen, insieme al presidente romeno Traian Basescu

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Le mani di Lex Luthor sulla Rete

di Roberto Malini

Milano, 19 dicembre 2009. La violenza desta orrore e sdegno. Il volto sanguinante di Berlusconi, ferito a Milano nel pomeriggio del giorno di santa Lucia, è simile, per una volta, alle facce martoriate dei Rom, dei profughi, dei senzatetto colpiti dalla furia razziale o dalla crudeltà istituzionale. Di fronte a questi eventi, che vedono l'uomo simile alle creature brute, ci si chiede da cosa scaturisca l'odio. Nel caso del primo ministro, in molti hanno strumentalizzato un fatto grave gettandone le responsabilità non al raptus di un uomo dal fragile equilibrio psichico, ma - in un clima inquisitoriale - a inquietanti figure di streghe e untori: Di Pietro, Travaglio, Spatuzza, le "toghe rosse". E, perché no?, internet: FaceBook... i blog... l'informazione libera. La caccia alle streghe non sembra fermarsi neanche in seguito alle dichiarazioni della segretaria del Milan, che dimostrano come l'aggressore di Silvio Berlusconi avesse da mesi un'ossessione per il presidente del consiglio e fosse convinto che questi gli dovesse un favore (lo sblocco di una carta di credito, secondo i ricordi della segretaria). Niente a che vedere, quindi, con i veleni politici, che pure sono perniciosissimi; niente a che vedere con la presunta pericolosità delle opinioni contrarie alle politiche della maggioranza; nulla a che spartire con FaceBook, i blog e la Rete, nuova "emergenza sicurezza" sollevata dal centrodestra. Questo governo - non senza precise e gravi responsabilità dell'opposizione, che su certi temi non ha mai smesso di recitare la parte del "governo-ombra" - ha già soppresso molte libertà e annichilito la dignità di tanti esseri umani, in primis migranti e Rom.

Con il famigerato "pacchetto sicurezza" ha creato un'emergenza umanitaria tragica, con migliaia di stranieri fuggiti da Paesi in crisi umanitaria costretti a nascondersi e vivere come animali per evitare i Cie e la deportazione; con migliaia di Rom che vivono e muoiono braccati e perseguitati, senza un futuro, in un clima allucinante di orrore, miseria e dolore. Finanziamenti di opere folli e costosissime, come il film di propaganda della Lega Nord "Barbarossa" (costo: 30 milioni di euro; incassi: meno di 400 mila euro) dimostrano che poca attenzione vi sia per i valori della cultura democratica e che sprezzo vi sia delle regole. E tutti i provvedimenti a favore delle mafie, dalla soppressione delle intercettazioni allo scudo fiscale, dai beni sequestrati messi all'asta alla delegittimazione di magistrati e collaboratori di giustizia, non sono un vero e proprio attentato alla libertà e alla vera sicurezza di tutti noi? Si cerca di mettere il bavaglio agli attivisti e ai "patrioti costituzionali", di ridicolizzare il lavoro dei giornalisti che hanno il coraggio di denunciare la corruzione, di far passare i magistrati (che pure spesso sbagliano) per strumenti di una "sinistra" che per il vero - escluse poche realtà - ha perso qualsiasi identità e di certo non controlla "toghe rosse", visto che non controlla neanche se stessa e va alla deriva in silenzio (Franceschini, se ci sei ancora, batti un colpo!). Si creano casi-civetta per distrarre l'opinione pubblica dai veri problemi. Si è portato un movimento anti-immigrazione e anti-minoranze razziali - le cui idee sono violente fino al sadismo, anticostituzionali, simile a quelle del Partito dei Lavoratori che incubò il nazionalsocialismo - ai vertici dello Stato, dove trasforma i propri deliri, le proprie teorie sugli stranieri e i diversi in leggi dello Stato. Ora, estremo insulto alla libertà e alla democrazia, si vuole controllare la Rete, per impedire che gli ultimi semi di verità sfuggiti al grande aspirapolvere politico-mediatico circolino e lentamente fruttifichino. Bisogna essere coraggiosi e attuare una resistenza nonviolenta, ma strenua, per evitare che un "Lex Luthor", i suoi avvocati e i suoi "robot" - che paiono usciti da un brutto fumetto (tale è l'Italia, oggi) - uccidano anche la speranza.

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Esplode a Carrara l'intolleranza contro i Rom

di Angela Ricci, da salviamocarrara.com (www.salviamocarrara.splinder.com)

Carrara, 19 dicembre 2009. Oggi pomeriggio avrà luogo
ad Avenza una manifestazione organizzata da La
Destra per chiedere la chiusura del campo Rom. Sulla stessa linea di
pensiero, La Lega, alcuni esponenti del PD e il sindaco di Carrara, Angelo
Zubbani.

Si è scatenato un clima di caccia alle streghe, il tutto in nome della
sicurezza. Un clima che ricorda i forni crematori di Hitler e gli ultimi
delitti dell'Italia fascista che eliminò i 'figli del vento'. Fino a
spingersi nella Russia di Stalin, dove nei gulag, queste minoranze etniche
andarono incontro ad un destino simile.

Invece di tentare la via della comunicazione e del confronto, lorsignori
usano le armi del populismo e della demagogia,armi sicuramente vincenti in un
clima cittadino caratterizzato da un forte senso di insicurezza. Chi compie un
reato è giusto che paghi ma senza differenza di etnia.

Oggi vogliono cacciare i Rom, domani a chi toccherà?

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A Genova l'arte di Rebecca Covaciu e una mostra fotografica raccontano il mondo dei Rom

Genova, 14 dicembre 2009. Dal 14 dicembre 2009 fino all'otto gennaio 2010 presso la Biblioteca Saffi a Molassana, nell'entroterra genovese, sarà possibile visitare la mostra "Di solitudini e di sorrisi. L'oasi di Elvis, le stelle di Rebecca". Si tratta di un allestimento itinerante che ha già fatto tappa in scuole, biblioteche, Università e Palazzo Ducale raccontando per immagini il mondo dei Rom.

La mostra raccoglie le foto di Mauro Repetto - pubblicate con la casa editrice La Lontra - e i disegni di Rebecca Covaciu, giovanissima artista Rom romena che ha contribuito a far conoscere la cultura del suo popolo proprio attraverso la creatività. Rebecca ha ricevuto il Premio UNICEF per il suo contributo alla realizzazione di una cultura di pace. Le sue opere sono accolte al Museo di Hilo (Stato delle Hawaii, Usa), all'Archivio Storico di Napoli, alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e in tante collezioni d'arte. La biblioteca è aperta al pubblico di pomeriggio.

Per informazioni: 3471150856
www.caratteridiversi.org

Nella foto di Steed Gamero, Rebecca Covaciu

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Natale di morte a Roma. Attivista originario del Bangladesh muore di freddo

il pacchetto sicurezza e l'odio razziale alla base di una nuova "strage degli innocenti"
Roma, 9 dicembre 2009. Ci avviciniamo a un Natale di disumanità e morte. Ci si chiede che fine farebbero la Madonna e Giuseppe, se vivessero ai nostri giorni, nella città del Papa, alla ricerca di un posto dove edificare una baracchina per non morire di freddo e consentire al bambinello di nascere. Mentre poche organizzazioni umanitarie si impegnano quotidianamente insieme a cittadini solidali per evitare la morte di gruppi sociali emarginati e indigenti - perseguitati da Istituzioni e autorità, che sono il funesto motore di un'atroce tragedia umanitaria che colpisce Rom, migranti e senzatetto - il freddo colpisce ancora, spietato come gli aguzzini. Il Gruppo EveryOne ha ricevuto segnalazioni di interruzioni di gravidanza che hanno colpito giovani donne di etnia Rom, causate dal rigore del clima e dalla precarietà della vita all'addiaccio.

Sono notizie di cui i media non si occupano, per non turbare gli acquisti di fine anno: oggetti futili e cibi ipercalorici per le brave famiglie bianche e italiche; ninnoli superflui per i loro bambini piagnucolosi, viziatissimi e infagottati di panni da capo a piedi, come se vivessero al Polo Nord. Stamattina il rifugiato Mohammad Muzaffar Alì, detto Sher Khan, è morto di freddo a Roma, in piazza Vittorio. Sher Khan, travolto dall'intolleranza e ridotto in miseria, era stato uno dei leader della comunità pachistana a Roma fin dagli inizi degli anni 1990. Senza tetto, senza mezzi di sopravvivenza, viveva all’ex museo della Carta sulla via Salaria, fino a quando il comune, nello scorso settembre, ha fatto sgomberare l'edificio. E' l'ennesima vittima dell'esclusione sociale e delle politiche razziali perpetrate da Istituzioni centrali e locali in Italia, politiche che si abbattono anche contro gli attivisti per i Diritti Umani. Solite frasi di circostanza da parte del sindaco Gianni Alemanno: ''Il piano freddo partirà come ogni anno e darà un ricovero a tutti coloro che non hanno un luogo dove andare a dormire per proteggersi dal freddo''. E' una menzogna, perché i "clandestini" sono costretti a vivere e morire nascosti, per evitare gli effetti della legge razziale nota come "pacchetto sicurezza", mentre nessun ricovero è stato previsto dal comune (come del resto dagli altri comuni italiani) per le famiglie Rom sgomberate da insediamenti e ripari di fortuna.

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La Corte europea dei Diritti Umani sentenzia che il matrimonio celebrato dai Rom è valido a tutti gli effetti

Milano, 9 dicembre 2009. Riceviamo da Juan de Dios Ramírez-Heredia, presidente di Union Romani, una notizia confortante, in questo periodo di crisi dei Diritti Umani. Due anni fa María Luisa Muñoz Díaz, detta "La Nena", madre di sei figli, presentò ricorso alla Corte europea dei Diritti Umani dopo che i tribunali spagnoli, nei tre gradi, le avevano negato il diritto alla pensione di vedovanza, poiché la legge non riconosceva il matrimonio gitano. María Luisa si era sposata nel 1971, all'età di 15 anni, con la tradizionale cerimonia Rom.

Il mancato riconoscimento del matrimonio ai fini pensionistici aveva ottenuto ampia eco sulla stampa e aveva gettato il popolo gitano nello sconforto, perché negava valore a una cerimonia antica, che è al centro della cultura e della vita sociale del popolo Rom. Con il supporto di Unión Romaní e della Fundación Secretariado Gitano, la donna era quindi ricorsa alla Corte di Strasburgo, che finalmente le dava ragione. "Oggi è un gran giorno non solo per i gitani di Spagna," commenta il presidente di Unión Romaní, "ma per il popolo Rom nell'Unione europea. Non festeggiamo solo la vittoria di María Luisa, cha avrà la sua pensione, ma finalmente vediamo riconosciuto per la prima volta il valore legale del nostro matrimonio".

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Lettera al sindaco di Torino Sergio Chiamparino: "Ci aiuti a proteggere l'artista africano Réné Bokoul, emarginato e indigente a Torino"

6 dicembre 2009

Illustrissimo sindaco di Torino Sergio Chiamparino,

siamo Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com).
Le segnaliamo la drammatica situazione di Réné Bokoul, artista che si è rifugiato in Italia dal Congo nel 2006, ottenendo asilo, ma nessun sostegno umanitario. Réné Bokoul è uno dei più importanti artisti africani viventi, considerato un caposcuola nel suo Paese, nonostante la giovane età. Fino allo scoppio della guerra che l'ha costretto a riparare fuori dal Congo, Bokoul aveva un ruolo assolutamente centrale nella cultura e nell'arte africana. Artista del Presidente della Repubblica, ha tenuto mostre di prima importanza. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni museali pubbliche e private. Eppure oggi, a causa di un clima di razzismo e intolleranza che è ormai diffuso ovunque, questo grande artista africano vive senza casa, senza mezzi di sostentamento, come un mendicante. Potrebbe dare lustro al Paese che l'ha accolto, con il frutto del suo genio, invece vive le conseguenza della povertà e dell'emarginazione. Il Gruppo Watching The Sky (formato da artisti che lavorano per i Diritti Umani, in perfetta sinergia con il Gruppo EveryOne) l'ha accolto fra i suoi artisti e, se Réné potrà vivere presto dignitosamente, si impegna a seguirne la carriera e a promuovere ovunque il suo lavoro.
Sindaco, Le chiediamo di non accogliere questa richiesta di aiuto con l'indifferenza che ormai congela i cuori delle Istituzioni e della gente, in Italia. Réné avrebbe diritto a un aiuto almeno per meriti artistici e umanitari e sarà presto autonomo, se non lo si lascerà in balìa degli stenti e dell'intolleranza. Bisogna agire con il cuore, con spirito solidale, subito, prima che sia tardi. Anne Frank scriveva nel suo Diario: "Non capisco perché i governi spendano tanto denaro per le armi e la sicurezza, mentre i poveri e gli artisti muoiono di fame". Il tempo di Anne era così simile al nostro! Non se ne accorgevano i cittadini del Reich e dei Paesi nell'orbita nazista, non se ne accorgono gli italiani. Ci aiuti, aiuti Réné: vedrà che non sarà difficile renderlo un uomo finalmente libero e in grado di badare a se stesso, oltre che di regalare a Torino, all'Italia e al mondo il prodigio dii un'arte che ha radici millenarie e che ispirò persino Picasso.

Continua nella sezione Arte e Cultura

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Francia. Montreuil espelle i Rom per "pulizia e disinfezione"

di Saimir Mile, La voix des Rroms

Parigi, 5 dicembre 2009. Ancora una volta le famiglie Rom che vagano da due settimane per le strade di Montreuil sono vittime del cinismo dell'autorità municipale. Ieri, venerdì 4 dicembre 2009, i Rom sono stati pregati di lasciare subito il vicolo in cui si erano rifugiati, nei pressi della Halle Marcel Dufriche, sede del recente Salone del Libro per la Gioventù. Le autorità hanno scritto nero su bianco i motivi dell'allontanamento, che avviene in pieno inverno, senza concessione di alternative di alloggio né assistenza sociale: "per disinfezione e pulizia". Demagogia, provocazione o mostruosità? Giudichi il e lettore. Ancora una volta, solo la solidarietà degli abitanti di Montreuil e dei collettivi di supporto hanno evitato un dramma ancora più grave.

La gente del posto, per fortuna, non accetta il disgusto che provocano negli animi tolleranti le decisioni della signora Dominique Voynet (sindaco di Montreuil, eletto per i Verdi, ndt). Così, grazie all'aiuto di molti, le famiglie hanno potuto trascorrere la notte all'aperto con un minimo di riparo (questa è l'unica differenza, ormai, fra il clima di intolleranza in Francia e in Italia: da noi i Rom, in genere, vengono sgomberati di fronte alla cittadinanza che applaude gli aguzzini e si compiace di fronte al tragico spettacolo della successiva "marcia verso il nulla", ndt). Oggi le famiglie Rom hanno occupato un edificio sfitto al numero 83 di Avenue de President Wilson, sempre a Montreuil. Stamattina il proprietario si è recato sul posto, dove ha constatato l'occupazione. Questo significa che il rifugio in cui vivono è ben precario e che la polizia potrà sgomberarle in qualsiasi momento. (Trad. Roberto Malini)

Nella foto, Rom romeni in Francia

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Ancora un omicidio razziale, ancora indifferenza mediatica

Milano, 5 dicembre 2009. Come ai tempi del Ku Klux Klan o dell'apartheid in Sudafrica: a Biella un datore di lavoro italiano uccide un suo dipendente africano, trasformato in uno "schiavo" dalla legge razziale 94/2009 dopo che gli era scaduto il permesso di soggiorno, e getta il suo cadavere in un canale. Poi, sperando di farla franca, riprende la vita di sempre. Un fatto di cronaca doloroso e agghiacciante nella sua spietata violenza. Fino a qualche anno fa, sarebbe stato sulle prime pagine di tutti i quotidiani e in apertura dei telegiornali. Oggi, invece, in Italia non è così. Dopo una lunga campagna politica e mediatica improntata all'odio razziale, gli italiani sono ormai insensibili, davanti alla tragedia di un uomo dalla pelle scura. Ed ecco che i principali quotidiani italiani dedicano al caso articoli brevi e senza alcun commento, ponendola dopo gli esiti del sorteggio dei mondiali di calcio, le solite inquietanti notizie legate alla "doppia vita" di Berlusconi e alcune notizie dall'estero.

A parti invertite, se uno straniero avesse ucciso a sangue freddo un italiano, a distanza i poche ore le versioni online dei quotidiani avrebbero iniziato il "circo" dell'intolleranza, presentano gli immigrati come creature selvagge e senza scrupoli, acquattate nel buio e pronte a colpire, stuprare, assassinare gli innocenti italiani, notoriamente "brava gente", come se Mafia, N'Drangheta e Camorra fossero solo circoli dopolavoristici. E' il 4 dicembre 2009 e sono le 23.39. Nei quotidiani online, la notizia del crimine razziale scende ancora nella home page, come se nulla fosse accaduto, come se fosse un peccato turbare le coscienze della maggioranza degli italiani, cui politici e media hanno insegnato a temere "l'uomo nero". Non la corruzione. Non le mafie e le loro sinergie con la politica. Non la crisi morale e civile che imperversa in Italia e fa più vittime di quella economica. Non l'intolleranza che brucia la civiltà dei Diritti Umani trasformando le nostre città in luoghi di un nuovo medioevo, in cui chi è diverso viene ancora braccato, scacciato dal mondo degli uomini come Caino, umiliato, battuto, imprigionato, messo al rogo. Sono le 23.42. Ora. come facciamo sempre in queste occasioni, invieremo questo articolo ai direttori di giornali, ai capiredattore, ai responsabili dei network. Domattina, si può esserne certi, la notizia del martirio di Ibrahim, 35 anni, tornerà a salire e otterrà ampio spazio nei telegiornali. "E' stata solo una svista," si giustificheranno i gestori dell'informazione. "Di certo, noi non siamo razzisti".

Nella e a non foto, violenza razziale a Tulsa, Oklahoma (Usa) nel 1921

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Sono uscite per i LibriVivi le "Poesie dell'Olocausto" di Roberto Malini

Roma, 4 dicembre 2009. Sono uscite per i LibriVivi (librivivi.com), nella collana Recital, le Poesie dell'Olocausto di Roberto Malini, suddivise in due raccolte. Da oltre trent'anni l'autore si dedica allo studio dell'Olocausto e a progetti di educazione alla Memoria, a stretto contato con i più importanti musei e centri di studio internazionali. Ha incontrato in Israele, Italia e altri Paesi numerosi sopravvissuti ebrei e rom allo sterminio nazista: a loro sono dedicate le sue "Poesie dell'Olocausto". Il poeta presenta inoltre le sue versioni in italiano di alcune poesie di autori scomparsi nell'Olocausto o scampati ai campi di morte: Henja e Ayala Karmel, Jankiel Wiernik, Paul Celan, anonimi del Ghetto di Kovno e dalla comunità sefardita della Grecia, Wladislaw Szlengel, Tamara Deuel. Quest'ultima, testimone della persecuzione antisemita in Lituania, scomparsa a Tel Aviv nel 2007, è stata a lungo amica del poeta e fonte di ispirazione per l'impegno che Roberto Malini dedica ai diritti umani e alla difesa delle minoranze ancora oggi perseguitate. E' proposto inoltre l'inno del popolo Rom di Jarko Jovanovic, che ricorda il Samudaripen e le innumerevoli persecuzioni subite dal popolo Rom in Europa. L'opera uscirà presto anche in libreria, nella versione libro+cd. Le poesie della raccolta sono interpretate dalla voce incomparabile di Dario Penne, che si alterna a quella dell'autore. Le Poesie dell'Olocausto di Roberto Malini saranno diffuse da un'importante stazione radiofonica nel corso della Giornata della Memoria 2010.

LibriVivi

I LibriVivi, propongono inediti, nuove versioni dei classici e casi letterari. Rappresentano un'importante novità nell'ambito dell'editoria italiana, perché le opere non sono semplicemente lette, ma interpretate dalle voci più affascinati e conosciute del cinema e del teatro. Oltre 50 titoli di LibriVivi sono già disponibili; saranno 150 entro la metà del 2010. Le tre collane in cui sono suddivisi mettono in luce le caratteristiche del progetto. La prima è "Colossal", che propone al lettore i capolavori della letteratura universale in un modo nuovo e appassionante. Grazie alle interpretazioni di prestigiosi cast con numerosi attori, i libri prendono vita e diventano veri e propri "Colossal" cinematografici, con narrazione, dialoghi, effetti sonori e musiche. La seconda è "Palco", che propone opere di media durata, con tanti interpreti, musiche, effetti d'ambiente e acustiche registrate all'interno di storici teatri italiani. Il lettore diviene spettatore e l'opera assume la profondità e le sfumature di recite indimenticabili. La terza, infine, è "Recital", che presenta il fascino della pura voce umana, attraverso letture senza musica, che interpretano poesia, monologhi teatrali, novelle: gioielli della letteratura che "parlano" a chi e cerca gli spazi dell'anima nei quali risuona, come nelle antiche sale, l'eco di pensieri immortali. Grazie a un accordo con Sony Music i LibriVivi saranno distribuiti all'inizio del 2010 nel formato libro-cd in oltre 2000 librerie.
Titolo: Poesie dell'Olocausto, voll. 1 e 2

Autore: Roberto Malini

Editore: LibriVivi (librivivi.com)

Genere: Poesia

Collana: Recital

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I minareti, simbolo delle minoranze e dei Diritti Umani

di Roberto Malini

Milano, 2 dicembre 2009. Dall'Italia l'intolleranza si diffonde in Svizzera, dove un referendum ha proibito la costruzione di nuovi minareti. E' stato facile, per il Partito Popolare Svizzero (SVP), di estrema destra, ottenere il 57% dei voti. Nel clima di diffidenza e sospetto che caratterizza oggi la Svizzera, come si poteva credere che il popolo decidesse di manifestare apertura verso la fede islamica? Perché mai avrebbe dovuto farlo, visto che i media descrivono tutti i musulmani come nemici della civiltà occidentale? A causa delle politiche contro i Diritti Umani, l'Unione europea rischia una vera e propria crisi della democrazia. La democrazia si fonda infatti sulle Costituzioni e le carte che tutelano i diritti delle minoranze, visto che le maggioranze hanno quale privilegio intangibile - nell'istituzione democratica - il diritto di governare. Nel nostro continente è in vigore la Carta dei diritti fondamentali nell'Unione europea (http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf). La "volontà popolare", spesso manipolata attraverso i media e la propaganda, non può e non deve sostituirsi ai Diritti Umani. In Italia movimenti anti-immigrazione e anti-minoranze come la Lega Nord, Forza Nuova, i partiti di estrema destra e, ormai, anche il Pdl chiedono ai cittadini: "Volete i Rom?", "Volete i rifugiati?", "Volete gli stranieri poveri?", prospettando scenari apocalittici o invasioni barbariche.

I cittadini rispondono "no, non li vogliamo" e le Istituzioni fanno leggi razziali. Con i referendum, si ottengono gli stessi risultati. Ma tutto questo è illegittimo e antidemocratico, perché viola i diritti delle minoranze, che non dovrebbero essere in discussione. Per recuperare la democrazia, è necessario impedire la propaganda e i referendum contro le minoranze. Altrimenti, sull'onda della "volontà popolare", presto i comparti sociali più vulnerabili saranno privati dei più elementari diritti della persona: "Volete le sinagoghe?", "Volete coppie omosessuali in giro per le città?", "Volete che circolino pubblicazioni che presentano altre forme di cultura, religione, civiltà?", "Volete che il denaro pubblico sia speso per dare assistenza ai poveri?", "Volete che si diffondano modi di vivere alternativi a materialismo e consumismo?". Un po' di propaganda e la risposta sarà sempre "no". No alle diversità, che spaventano il "comune buon senso". Senza l'inviolabilità dei Diritti Umani, vi sono le atrocità che si commettono da sempre in nome del popolo, quello stesso popolo che applaudiva l'Inquisitore assistendo al tragico spettacolo dei roghi; quello stesso popolo che acclamava Hitler e i suoi volenterosi carnefici; quello stesso popolo che in tante occasioni ha partecipato attivamente a pogrom e purghe etniche; quello stesso popolo che, armato di badili, picconi e bastoni, massacrava il popolo ebraico negli Stati Baltici, affiancando le sanguinose operazioni degli Einsatzgruppen. Quello stesso popolo che oggi - nonostante gli insegnamenti che la Storia recente cerca invano di trasmetterci - sorride agli sgherri e applaude il loro operato quando sgomberano un insediamento Rom o arrestano qualche immigrato scampato alle guerre o alle carestie nei Paesi poveri. Totale disumanità. Grado zero della democrazia.

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Stranieri eravate in terra d’Egitto

di Debora Peters

da "Mosaico", sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano, rubrica "Ebraismo e attualità"

Migranti, stranieri, “diversi”. E l’intolleranza che si diffonde. Ma cosa dice il pensiero ebraico in proposito? Parla Haim Baharier, maestro di Torà, biblista, consigliere di capitani d’impresa. Roberto Malini di EveryOne interviene sulla condizione dei Rom in Italia

Milano, 2 dicembre 2009. Il numero degli immigrati in Italia è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, risalenti al febbraio 2008, gli stranieri regolari sarebbero più di tre milioni oggi in Italia mentre gli irregolari si aggirerebbero intorno al milione; con una crescita annua valutata intorno al 21%, secondo il Dossier Caritas del 2007 sull’immigrazione. Il nostro Paese non era preparato a questa novità e ha provato a mettere ordine sia a livello politico che legislativo. Al di là dei problemi di ordine pubblico o dei fatti di cronaca, assistiamo tuttavia ad un diffuso sentimento di rifiuto verso lo straniero, a volte persino di repulsione, sia al livello della gente comune che istituzionale.
Se da un lato osserviamo l’esplodere dell’intemperanza, di forme di razzismo individuale che sfocia a volte in episodi xenofobi o atteggiamenti di esclusione, ci sono anche gruppi la cui violenza è ufficialmente giustificata perché contrabbandata da difesa della sicurezza pubblica. Omofobia, aggressioni, ronde, pestaggi: la sensazione è che sempre di più si stiano diffondendo fenomeni di intolleranza. Legittimati però, stavolta, da un clima politico e sociale radicalmente mutato. Un imbarbarimento generale in cui sembrano aver sempre meno valore i principi etici, quelli di rispetto dell’individuo e del prossimo, inteso appunto anche come straniero. Ma a questo proposito che cosa dice il pensiero ebraico? Qual è l’approccio della tradizione d’Israel alla condizione dell’essere straniero, proprio noi che fummo schiavi in terra d’Egitto, esuli e immigrati di tutte le epoche e in tutti i Paesi? Risponde Haim Baharier, maestro di ermeneutica biblica e pensiero ebraico, da sempre molto sensibile alla questione della diversità, della condizione di estraneità e dell’essere straniero.

“Il problema dell’accoglienza è spinoso per gli ebrei. Il primo testo che menziona l’argomento dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19,18), dove ci si azzarda ad interpretare prossimo tuo come straniero. Questa interpretazione è però erronea poiché più avanti si parla di “gher”, e in questo caso sì che la traduzione letterale è quella di straniero. In Shemot, capitolo 33 v.11, è scritto “Adonai parla a Moshé, volto a volto, come un uomo al suo prossimo vicino”. Nella profondità di questo verso è custodito un principio etico: per avere un rapporto autentico e sincero con il trascendente bisgona avere un rapporto autentico e sincero con il prossimo. Ma ancora, non è affatto chiaro che si stia parlando dello straniero. Il fatto è che nella Torà l’amore verso il prossimo non è una cosa così scontata, tant’è che differenti sono i racconti in cui fra ebrei, perfino tra fratelli, non vi è un amore vero e profondo: si ricordino Ismaele ed Isacco, Giacobbe ed Esaù.

“Amerai il prossimo tuo come te stesso”, si diceva: il suo significato è comprensibile a tutti e come tale è ripreso da alcune grandi religioni. Ma la tradizione ebraica tende a diffidare delle evidenze. Teme ciò che appare troppo in fretta compreso e condiviso da tutti. Di più, lo bolla come idolo, presunzione di farsi simili a Dio, di spacciarsi per suoi soci. L’uomo non è forse stato creato per ultimo, dice il Talmud (TB, Sanhedrìn, 38a) proprio per stroncare sul nascere questa sua tentazione di farsi dio?, la fascinosa illusione della creatura di ergersi a origine di se stessa, quella che i greci chiameranno ubris e che ciascuno di noi, una volta almeno nella vita, ha sentito pulsare nel suo animo e nei suoi nervi? E dunque anche quell’“Amerai il prossimo tuo come te stesso” va compreso oltre la lettera, va aperto all’esame di tutte le sue molteplici implicazioni. Perché lì, in quelle parole, non sta tanto l’appello alla bontà, ma il nodo, ben più intricato, della responsabilità. Noi, esseri limitati, siamo illimitatamente responsabili per il nostro prossimo.

Qual è allora la condizione necessaria per l’amore degli altri, ivi compresi i diversi e gli stranieri?
Da questo punto di vista l’ebraismo è molto innovativo. Dal momento che è pieno di gente che non ama se stessa, come si fa in tal caso ad amare l’altro? Quel come te stesso è quindi l’espressione della reciprocità. Possiamo amare il prossimo solo se il prossimo ama noi. Ma c’è anche qualcosa di più: siamo addirittura responsabili dell’amore del prossimo verso di noi: ovvero abbiamo il dovere di suscitare questo amore. Solo allora anche noi dovremo amare l’altro e ci verrà spontaneo farlo. Lo stesso Rabbi Akiva riconosceva questo come uno dei più grandi principi mediati dalla Torà.

E se non c’è questa reciprocità?
Nel Talmud troviamo tradotto questo stesso principio con altre parole: “ciò che non vuoi ti sia fatto, non farlo al tuo prossimo”. Ma in questa frase è racchiusa l’idea che ci porta ad assumere un’altra grande responsabilità: se questa reciprocità non c’è noi abbiamo il dovere di difenderci da colui che ci odia e di privarlo della possibilità di fare del male. Ciò giustifica la legittima difesa. Ma torniamo al versetto da cui siamo partiti. E prendiamola alla larga, come siamo abituati a fare noi ebrei, noi che ci abbiamo messo quarant’anni ad attraversare un deserto percorso all’epoca da qualunque carovana in meno di 15 giorni. Narra il Talmud che un goy si recò un giorno dal maestro Shamai e disse: “Se mi insegni tutta la Torà mentre sto in piedi su una sola gamba, mi convertirò”, (TB, Shabbàt, 31a). Shamai furioso lo cacciò. Il goy andò allora dal maestro Hillel, che aveva fama di pazienza infinita. Hillel gli rispose: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Il resto è commento. Va’ e studia”. Così le traduzioni correnti. Ma De‘alekh sani, lehavrékh la ta‘àvid, come suona in aramaico la risposta di Hillel, significa letteralmente “colui che ti è nemico, non lo far passare per tuo amico”. Nel decidere chi è amico e chi nemico, ciascuno di noi si assume la terrificante responsabilità delle conseguenze della sua azione, o di ciò che discenderà dalla sua mancata azione. Questo ci dice Hillel. Qui è il nocciolo dell’amore come della responsabilità.
E allora “Amerai il prossimo tuo come te stesso“, in ebraico Veahavtà le-reakhà kamòkha, significa più esattamente “Amerai per il prossimo tuo ciò che ami per te”. Non un generico appello all’amore per l’altro, cosa che nessuno ti può ordinare. No. Piuttosto il vincolo ad assumere su di te la responsabilità di agire per gli altri come agiresti per te stesso. A cominciare dalla legittima difesa, che sei tenuto a estendere agli inermi, e a chi non può difendersi da solo. Accollandosi, quando le circostanze lo impongono, anche quella parte di ingiustizia necessaria e inevitabile all’espletamento della giustizia stessa. Il Talmud poi non ci dice se il gentile si convertì o no, poco importa: non di convertiti c’è bisogno, ma di persone che assumano la responsabilità implicita nella pienezza di una vita eticamente vissuta. “Come un vostro concittadino sarà per voi lo straniero che risiede con voi e lo amerai come te stesso perché stranieri eravate in terra d’Egitto…”. Levitico, 19, 34. Come per tutti i valori, anche la responsabilità è assoluta, illimitata: si costituisce a limite e nello stesso tempo a verifica della tolleranza.

Dove allora nei testi si fa esplicita menzione dello straniero, del non ebreo?
Nei Tehillim, i Salmi, Re David dice che gli stranieri si riconoscono tra di loro. Allora il Signore dice all’uomo “Accoglili: come tu sei straniero anche io sono straniero”. Ciò mi ricorda un episodio che mi è capitato: per anni ho avuto come vicino di pianerottolo una persona con cui, per tutto il tempo in cui ho abitato in quella casa, non ho mai scambiato una parola. Anni dopo ho incontrato questa stessa persona a New York, alloggiavamo nello stesso albergo, e abbiamo stretto un’amicizia fraterna, cosa che nella mia città non sarebbe mai accaduta. Ecco, quando si è entrambi nella condizione di estraneità, questo è proprio ciò che può accadere. Invece la questione dell’accoglienza è diversa, non può essere incondizionata. Ci sono casi in cui l’accoglienza non porta a qualcosa di positivo sia per colui che accoglie sia per lo straniero accolto. Prendiamo l’ebreo. Per secoli si è sentito in tutto il mondo come a casa sua, e per secoli ha cercato di fare il bene della nazione in cui si trovava migliorandone le leggi e svolgendo professioni importanti per tutta la comunità civile. Ciò non ne ha impedito comunque la discriminazione, l’allontanamento, l’espulsione. Cosa che ha radicato nel popolo ebraico un sentimento di costante estraneità.

Diversi, la voce del Bené Berith
La globalizzazione è una delle più grandi trasformazioni nella storia dell’umanità. L’uomo è costretto a misurarsi con una realtà molto più vasta e questo è percepito come una minaccia alla propria identità e alla sicurezza personale. Ed è il desiderio di sicurezza che provoca ostilità nei confronti del diverso e dello straniero. Come popolo ebraico, dispersi in tutto il mondo per più di 2000 anni siamo il primo popolo globale del pianeta e abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, ahimè con conseguenze tragiche, la condizione di essere diversi in un mondo ostile. Per la nostra tradizione, la condizione di straniero è un elemento fondante e centrale dell’identità.
Dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto, quando Israele si appresta a diventare un popolo e a conquistare la terra promessa, è chiamato a far memoria del suo essere stato straniero. Leggiamo in Esodo 23,9: “Non opprimere il forestiero, perché voi già conoscete lo stato d’animo del forestiero, essendo stati voi stessi forestieri in Egitto”. Ve-atem yadatem et nefesh ha-ger. Questo passo ci parla dellanefesh, dello stato d’animo dello straniero e usa il verbo yadache significa la conoscenza intima. Quando incontriamo colui che si trova in condizione di disagio perché “diverso” la Torà ci chiede di conoscere il suo animo, di entrare nella sua pelle, di vedere il suo dolore e di capire le sue necessità non solo materiali, ma anche il suo bisogno di accoglienza. Ci chiede di conservare la memoria di quando siamo stati anche noi stranieri, ci chiede di assumerci la responsabilità di questa memoria e comportarci con compassione. Nella nostra tradizione lo straniero è spesso associato al povero, non solo chi viene da un altro paese, ma chiunque sia in condizioni di necessità. La solidarietà, l’aiuto al bisognoso, la difesa dell’oppresso e in generale dei diritti umani, sono dei valori cardine dell’associazione Bené Berith, che quest’anno ha deciso di dedicare le sue attività sociali e culturali al tema della diversità. Il programma di attività verrà sviluppato con altre Associazioni (il CDEC, il CEJI-Centre Européen Juif D’information), L’Onlus “Oltre Il Ponte” e LICRA (Ligue Internationale Contre le Racisme et Antisémitisme) e oltre a organizzare interventi e tavole rotonde sul tema, rivolgerà particolare attenzione ai giovani e alla loro educazione circa il valore della diversità. Il Bené Berith proporrà nei prossimi mesi un concorso tematico a premi, aperto a tutti i ragazzi di età liceale della Comunità Ebraica di Milano. ( Joseph Bali)

Caccia al Rom
Everyone Group è un’associazione apolitica che combatte per i Diritti Umani, contro la discriminazione e la persecuzione delle minoranze. Ultimamente si è occupata di immigrazione e in particolare della situazione dei Rom in Italia. Roberto Malini, uno dei fondatori, organizza regolarmente proteste di natura gandhiana, per bloccare l’esagerata violenza di azioni condotte dalla nostra polizia nei campi Rom. “Il problema – dice Malini – è che la violenza è ormai legittimata istituzionalmente. Ho assistito in prima persona a veri e propri pestaggi verso uomini, donne e bambini. Mai scorderò l’accanimento della polizia due anni fa durante lo sgombero del campo di Pesaro. Nella maggior parte dei casi la stampa tace, così come tace sulle condizioni disumane in cui vivono queste persone”. Secondo Malini c’è grande affinità fra quella che è oggi la condizione dei Rom in Italia e quella degli ebrei nel periodo nazi-fascista. Non a caso, in molte azioni in difesa dei Rom hanno preso parte anche sopravvissuti alla Shoah, come Nedo Fiano e Piero Terracina. “Non deve più succedere – aggiunge Malini – che un bambino mi dica che è stato escluso dalla partita di calcio per le sue origini Rom”. Cosa che a noi ebrei purtroppo non suonerà così lontana. Perché la verità è che la legge non li considera in quanto cittadini e da immigrati li rende criminali.

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Al Crisco Club di Firenze, mostra e happening contro l'omofobia

Firenze, 1 dicembre 2009. Arcigay Firenze, Visions e il Gruppo EveryOne organizzano per il prossimo 18 dicembre un evento culturale che si oppone alla deriva omofobica in corso in Italia, caratterizzata da intolleranze e violenze ripetute contro gay, lesbiche e transessuali: Eldorado Nuova Apertura – Un simbolo di libertà contro il pregiudizio, la mostra fotografica dello scrittore, artista e attivista milanese Roberto Malini e del fotografo peruviano Steed Gamero, noto in tutto il mondo per i suoi lavori incentrati sui Diritti Umani. Il 18 dicembre, presso lo storico Crisco Club di via Sant'Egidio, 43r, si svolgerà l'evento - ospite d'onore Eva Robin's, ritratta dagli autori in alcuni magistrali fotografie-simbolo della persecuzione - che rappresenta un segnale di coraggio e orgoglio, contro la viltà delle aggressioni omofobe. Proprio ieri, 30 novembre, si è verificato a Milano l'ennesimo episodio di aggressione da parte di violenti nei confronti di un omosessuale, nell'indifferenza di una città che vorrebbe essere moderna ed europea, ma che è malata di razzismo, xenofobia e omofobia, dominata da organizzazioni criminali, amministrata da politici intolleranti, dalle ideologie medievali.

Dal mattino di Weimar al crepuscolo della persecuzione

La Berlino di Weimar ci ha consegnato molti luoghi e volti della memoria, ma anche simboli inimitabili di libertà, contro la discriminazione e la repressione omofobica. Il progetto concettuale della mostra Eldorado Nuova Apertura propone un percorso artistico e culturale ben preciso e completo, che passa attraverso la storia omosessuale contemporanea: dal mattino dorato di Weimar al crepuscolo della persecuzione, fino alle notte nera dell’Olocausto, culmine sanguinario dell’intolleranza, il cui doloroso emblema è “il ragazzo di Pierre Seel”.

Le foto di Malini e Gamero presentano un omaggio al locale berlinese Eldorado, chiuso dai nazisti dopo la promulgazione del Paragraph 175 e dove il confine fra “maschio” e “femmina”, fra “omo” ed “etero”, era così tenue da ingannare anche la sensibilità e l’occhio più acuti.

L’Eldorado riapre dunque – seppure idealmente – le serrande, come paradigma del diritto all’omosessualità e modello simbolico dell’uguaglianza fra i sessi. Emblemi di questa nuova età dell’oro, il genio innocente e polimorfe, grande interprete di cabaret, Paul O’Montis – spesso esibitosi all’Eldorado, ispirò Marlène Dietrich e fu lui stesso vittima dell’Olocausto, costretto a suicidarsi a Sachsenhausen nel 1940 – e gli straordinari “ritratti berlinesi” di Eva Robin’s, meravigliosa creatura androgina che definisce se stessa “paladina dei comportamenti sessuali” e che il pubblico dell’Eldorado avrebbe amata perdutamente. “Eva ha un volto espressivo e bellissimo” ha detto il giovane fotografo Steed Gamero “che mostra emozioni dolci o drammatiche. Abbiamo cercato di ritrarre le luci e le ombre del suo mondo interiore”. Roberto Malini tiene a precisare: “Il simbolismo storico alla base del nostro lavoro artistico non è mai costruito con la tecnica del fotomontaggio, perché i soggetti – spesso installazioni materiche – sono posti su sfondi virtuali che riproducono immagini d’epoca”. Luoghi e volti della memoria, dunque, dalle valenze etiche e culturali universali, che invitano l’uomo del nostro tempo – attraverso luci, ombre foschie e riflessi di un mondo perduto – a superare le barriere dell’odio e del pregiudizio, della paura per dialogare con la parte “diversa” di un mondo di uguali.

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La sentenza contro Angelica, ragazzina Rom: un accanimento giudiziario che annichilisce i Diritti Umani

Milano, 27 novembre 2009. L'avvocato Cristian Valle (Soccorso Legale Napoli) ci invia gli atti concernenti la decisione del Tribunale per i Minorenni di Napoli in relazione al caso di Angelica V., la quindicenne Rom accusata di aver tentato di rapire una neonata a Ponticelli. Il legale, coadiuvato da organizzazioni per i Diritti Umani italiane e internazionali, ha opposto prove e considerazioni assolutamente ineccepibili, a difesa della ragazzina, ma fin dal primo grado si è trovato di fronte a un muro. "In quei giorni Napoli era in preda a una furia distruttiva contro di noi," confidò un giovane capofamiglia Rom, nell'estate 2008, a un attivista del Gruppo EveryOne. "I cittadini chiamavano la polizia senza motivo, accusandoci di ogni crimine possibile. E' da secoli che ci accusano di rapire i bambini. Nel Medioevo ci accusavano anche di mangiarli. Poi però si trovavano di fronte alla realtà, ovvero che nessun Rom è mai stato condannato per quel reato. Migliaia di denunce per rapimento, spesso allo scopo di mandarci via dalle città, e nessuna condanna. Questa volta è partito un ordine dall'alto. In Italia, purtroppo, il razzismo ha raggiunto il potere e qualcuno ha deciso di creare il primo caso di condanna per rapimento. Non servono le prove, non serve il buon senso. Angelica deve essere colpevole, perché solo con una sentenza si potrà creare ancora odio contro noi Rom e paura da parte degli italiani. Per il popolo Rom, che è un popolo religioso, rapire un bambino è uno dei crimini più gravi, perché l'infanzia è sacra, per noi.". Anche Rebecca Covaciu, la giovanissima artista che conseguì quell'anno il Premio Unicef per l'Arte e l'Intercultura, parla con amarezza di quei giorni a Napoli: "In quel periodo vivevamo a Napoli, dopo essere stati costretti a fuggire dalle violenze contro i Rom che si erano scatenate a Milano e che hanno colpito gravemente il mio papà. I napoletani ci minacciavano, ci insultavano e ci gridavano che ci avrebbero bruciati vivi se non ce ne fossimo andati via. Siamo stati costretti a scappare ancora". Il Tribunale dei Minori di Napoli, in sede di appello al riesame, ha respinto le motivazioni della difesa, motivando la decisione e il mantenimento del regime di detenzione per la giovanissima con considerazioni ideologiche improntate a un intollerabile pregiudizio razziale: "Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva". Ideologie medievali, che espandono gli effetti i una sentenza iniqua all'intero popolo Rom, che nelle parole del giudice (e di altri giudici, in anni foschi) avrebbe un'indole criminale e sarebbe composto da individui geneticamente asociali e dediti al rapimento di bambini. Nauseante. Eì una sentenza ed è una strategia dell'odio contro cui bisogna battersi in ogni sede. Qui di seguito, il comunicato stampa di Soccorso Legale Napoli, che ringraziamo sentitamente, e gli atti relativi alla sconcertante decisione.

Comunicato stampa

Processi brevi e processi sommari

Napoli, 20 novembre 2009. Angelica V. è la quindicenne rom accusata di aver rapito una neonata a Ponticelli (Na) nel maggio 2008, avvenimento che scatenò la feroce devastazione dei campi rom di Ponticelli. L’accusa contro A.V. fu formulata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che fornì una versione dei fatti oggettivamente poco verosimile. Secondo il racconto della madre, infatti, A. V. sarebbe riuscita ad introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a “rapire” la neonata e ad uscire dall’appartamento, il tutto in pochissimi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bambina.

L’Avv. Cristian Valle, difensore della piccola rom, ha messo in evidenza la scarsa verosimiglianza del racconto e la poca attendibilità del teste che ha un precedente di polizia per falsità ideologica.
Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni di Napoli ha condannato la minore rom a 3 e 8 mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse realmente accaduto.
La difesa della piccola rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.

Da ultimo, il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello al riesame, ha rigettato le richieste della difesa con una motivazione assolutamente sconcertante e che conferma le denunciate violazioni dei diritti fondamentali della piccola rom. Si legge infatti nel breve provvedimento: “Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva.” La decisione afferma, quindi, l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati e, ancora più insidiosamente, la tendenza a condotte recidive. Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione: “Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole. Da quanto detto ne consegue il rigetto del proposto appello.”
Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la minore aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. In modo assolutamente sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di “comune esperienza”, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica.
Questa decisione del Tribunale dei Minorenni - e le stesse parole usate, agghiaccianti quanto spudorate - è perfettamente coerente alle attuali politiche in materia di immigrazione, andandosi a delineare l’esistenza di due distinte giurisdizioni, una per i cittadini e l’altra per gli stranieri.
In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda di A.V. è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli “stranieri” che gravemente annichilisce i diritti umani, e della perdita di limiti etici e giuridici oltre i quali le pulsioni più cupe, non incontrando più filtri di alcun genere, si caricano di forza di legge.

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Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne: ricordiamo gli abusi sulle donne Rom

Roma, 24 novembre 2009. Domani, 25 novembre, si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Si tratta di una delle più vili e barbare violazioni dei Diritti Umani e colpisce milioni di donne ogni anno. L'anno scorso Amnesty International ha promosso un'importante campagna: "Il terrore dentro casa", per ricordare che i crimini di stupro e violenza sule donne avvengono quasi sempre fra le pareti domestiche. Sempre l'anno scorso il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha votato all'unanimità la risoluzione 1820, in cui lo stupro è condannato come "arma di guerra". E' importante combattere la violenza sulle donne dove essa avviene e non strumentalizzarla, come fanno spesso - soprattutto in Italia - i politici e la stampa intollerante. Come nel Medioevo, in Italia le violenze sulle donne vengono attribuite allo straniero, al Rom, al senzatetto. Servizi televisivi, locandine elettorali, articoli sui quotidiani nazionali diffondono questa pericolosa calunnia, mentre le Istituzioni distolgono risorse dai veri luoghi in cui avvengono queste odiose violenze, per illudere la popolazione di un impegno - inesistente - a favore della donna e contemporaneamente fare propaganda razzista e xenofoba. Si tratta di un ulteriore stupro: lo stupro della verità, della civiltà, della dignità della donna.

Anne's Door desidera inoltre ricordare nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne la tragedia degli abusi contro le donne di etnia Rom in seguito agli sgomberi e agli allontanamenti, che spesso le mettono in mezzo alla strada senza i loro padri e mariti, i quali vengono privati della libertà senza colpa, accusati dei soliti reati attribuiti ai Rom: occupazione di stabili fatiscenti, accattonaggio molesto, resistenza a pubblico ufficiale, schiamazzi ecc.
Le organizzazioni per i Diritti Umani hanno ricevuto negli ultimi anni numerosissime segnalazioni di abusi su donne di etnia Rom, anche giovanissime. A causa della vergogna, le vittime Rom non denunciano mai i loro aggressori. Spesso, per lo stesso motivo, non è possibile neppure condurle in ospedale. Oltre agli stupri, le donne Rom subiscono spesso aggressioni razziste e maltrattamenti da parte di intolleranti o anche di uomini in divisa. Casi emblematici sono l'assassinio da parte di un gruppo razzista delle piccole Lenuca Carolea ed Eva Clopotar, di sei e undici anni, bruciate vive nel rogo di Livorno, nell'estate del 2007; il pestaggio della sedicenne Neli Grancea, in stato di gravidanza, avvenuto a Rimini nel giugno scorso, di fronte a decine di passanti indifferenti; la tragedia di Veta ed Elena, giovani Rom in gravidanza che hanno perso i loro bambini, a causa dello shock, durante la terribile operazione di sgombero compiuta dalle autorità di Pesaro il 25 febbraio 2009. Ma l'elenco di tali atrocità, sempre impunite, comprende centinaia di casi.

Nella foto di Steed Gamero, Victor ed Elena Lacatus. Hanno perso la piccola Lenuca Carolea nel rogo di Livorno

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Roberto Malini: "Sono entrato in un quadro di Edward Hopper"

Milano, 14 novembre 2009. Sono stato alla mostra di Edward Hopper (Nyack, 1882 – New York, 1967). Di fronte a Palazzo Reale, dove si tiene l'esposizione di 160 capolavori del maestro americano, è stata installata una baracca di legno bianco, che secondo gli organizzatori dovrebbe richiamare le celebri case americane che si ammirano nei dipinti dell'artista. Quando Rom, mendicanti e senzatetto passano nei pressi della baracca, la indicano e i loro pensieri sono facili da comprendere, come se apparissero in una nuvoletta: "E' piccola, ma potrei viverci". Hopper però non era interessato all'umanità che vive ai margini e sogna di rifugiarsi nelle sue grandi case. I protagonisti delle sue opere sono donne e uomini piccolo-borghesi, isolati dal mondo a causa delle loro paure.

Nel guscio delle loro finestre, coltivano una vita senza scossoni, fatta di pranzi e cene, bambini da allevare, amici e parenti da ospitare, sesso da consumare secondo i rituali ripetitivi della quotidianità. Non percepiscono lo sguardo indiscreto dell'artista, che li spia nelle loro abitazioni da finestrini di treni sopraelevati, ma se i loro volti d'olio e pigmenti chiari si voltassero all'improvviso, ne sarebbero infastiditi e tirerebbero le tende. La gente dei quadri di Hopper non è diversa dalla gente del nord, cui le ideologie dei partiti razzisti hanno instillato sospetti, timori, idiosincrasie e fobie. Anche loro, sono prigionieri entro finestre di pregiudizio e non vedono la bellezza di un mondo fatto di impressioni, macchie, astrazioni, idee. A loro, la mostra piace non per le connotazioni di iperrealismo visionario, non per la testimonianza di una società che gli eredi del surrealismo avevano trascurato, ma per la "quiete", la "sicurezza" che ispirano le opere esposte alle pareti.

Non a caso, l'artista e regista austriaco Gustav Deutsch ha tentato - con successo - di proporre alle Istituzioni culturali di Milano la sua installazione interattiva e multimediale, che imprigiona i milanesi nel famoso quadro di Hopper "Morning Sun" (1952). Roberto Malini si è "infiltrato" in quel mondo, con la complicità del fotografo Steed Gamero, divenendo per sempre parte dell'installazione, con un ruolo di artista e attivista che si propone di costringere le "facce d'olio e pigmenti chiari" a voltarsi e a vedere che il mondo che tanto li spaventa è la sola speranza di libertà e felicità che hanno, prima che la prigione definita da stipiti di finestra si trasformi in un cubo fatto di orrore e nulla, come nei quadri di un altro maestro: Francis Bacon.

"Edward Hopper"
Sede: Palazzo Reale - Piazza del Duomo, 12 - Milano
Periodo: 14 ottobre 2009 - 31 gennaio 2010
Orari: 9.00-19.30 (tutti i giorni), 14.30-19.30 (lunedì), 9.30-22.30 (giovedì e sabato)
Ingresso: €9,00 intero - €7,50 ridotto - €19,50 famiglie
Tel: 199202202 - 0455230304

Nelle foto di Steed Gamero, Roberto Malini all'interno di "Morning Sun", installazione dedicata a Hopper di Gustav Deutsch

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Notte dei Cristalli: l'urlo di un sopravvissuto

Milano, 8 novembre 2009. Ospitiamo la testimonianza di H. A., sopravvissuto all'Olocausto, che dopo aver preso visione della nostra iniziativa in memoria della Notte dei Cristalli, ci scrive poche parole, forti e drammatiche, indirizzandole a coloro che vogliono soffocare le voci delle vittime e dei sopravvissuti, negando la Shoah o approvando i rigurgiti di neonazismo e razzismo: "Durante quel novembre el 1938, vivevo a Berlino.
Mio padre fu arrestato, la nostra sinagoga distrutta. Tutti i negozi di proprietà ebraica intorno a noi furono distrutti.
Non è ancora abbastanza?!!!"

Nella foto, sinagoga a Berlino dopo il pogrom

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Casa natale di Hitler: trasformiamola in una Pinacoteca della Shoah

Milano, 8 novembre 2009. Il Gruppo EveryOne e Anne's Door propongono al governo dello Stato di Israele di acquistare la casa in cui nacque Adolf Hitler - messa in vendita nei giorni scorsi dalla proprietà - per farne una Pinacoteca dell'Olocausto, nel luogo-simbolo in cui ebbe origine "la banalità del male" ed ebbero inizio i germi dello sterminio. "EveryOne e Anne's Door sono pronti a donare allo Stato di Israele," dichiarano Roberto Malini e gli altri responsabili del progetto-pinacoteca, "circa 200 quadri realizzati da pittori ebrei scomparsi nei lager o sopravvissuti alla Shoah, una collezione di inestimabile valore creata negli anni dai nostri esperti dell'Olocausto, dopo meticolose ricerche in tutto il mondo sulle tracce degli artisti assassinati dai nazisti o entrando in contatto con i sopravvissuti". Il costo della casa, che si trova nella cittadina austriaca di Braunau am Inn, è di circa 2 milioni di euro: un costo che potrà essere ammortizzato rapidamente attraverso biglietti di ingresso, pubblicazioni, documentari, opere audiovisive, film e sponsorizzazioni.

"Riteniamo di grande importanza che la cultura della Memoria e della tolleranza razziale," concludono gli ideatori del progetto, "possa sostituire la cultura dell'odio e del male, in un luogo che è emblematico almeno come Auschwitz, offrendo frutti di pace e uguaglianza alle generazioni future". I fondatori e leader del Gruppo EveryOne e del portale per la cultura della pace Anne's Door, molti dei quali sono artisti e uomini di cultura, oltre che attivisti per i Diritti Umani, hanno realizzato diverse opere e iniziative per la Memoria dell'Olocausto: il documentario sostenuto dal Museo Yad Vashem di Gerusalemme "In viaggio con Anne Frank", che ricostruisce la vicenda della giovane vittima dell'odio razziale; i libri "Le 100 Anne Frank", "Poesie dell'Olocausto" e "Insegnare l'Olocausto"; l'opera teatrale "Anne in the sky", con la regista israeliana Angelica Calò; i cortometraggi "Binario 21" e "Grune Rose". Alcune delle opere d'arte che i promotori intendono donare al progetto sono state esposte con grande successo di pubblico durante il Giorno della Memoria 2009 in provincia di Milano.

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Io voglio loro, i senzatetto

da "Il nuovo colosso" di Emma Lazarus, trad. Roberto Malini

 

"Tenetevi le antiche terre, i mitici fasti!" gridò lei

con labbra mute. "A me date le vostre stanche, povere,

moltitudini che chiedono aria libera,

i miseri reietti della vostra brulicante costa.

Io voglio loro, i senzatetto, mi travolgano,

alzerò la mia fiaccola presso la porta d'oro!"

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"Nevo drom - la nuova strada", un convegno a Bari per riscoprire i diritti di Rom e Sinti

Bari, 22 ottobre 2009. Si svolgerà a Bari nei giorni 29, 30 e 31 ottobre, presso il Fortino di S. Antonio, il Convegno Nazionale “Nevo Drom: la Nuova Strada”, promosso dalla Coop. Soc. Progetto Città in collaborazione con la Coop. Artezian (composta da lavoratori residenti nella comunità rom del quartiere Japigia), e dalle Associazioni “Vox Popoli” e “Cedam”.

La finalità del Convegno è contribuire a promuovere modalità positive di relazione e comprensione reciproca fra Rom, Sinti (immigrati e autoctoni) ed il resto della società civile, scalfendo il blocco di pregiudizi e stereotipi che grava su tale relazione, e stimolando le stesse comunità Rom e Sinti a superare la tendenza alla frammentazione per unire le forze a livello sia locale che nazionale e internazionale.

Il programma del Convegno prevede relazioni, interventi e approfondimenti tematici nel corso delle tre giornate da parte di esponenti delle istituzioni, intellettuali locali, nazionali ed internazionali, personalità di etnia romanì.

Partecipano, tra gli altri, l’antropologa Annamaria Rivera, il presidente delle Federazione Rom e Sinti Insieme Radames Gabrielli, il presidente dell’associazione “Them Romanò” Vladimiro Torre, la poetessa rom rumena Luminita Cioba e attraverso una videocomunicazione l’attore e regista Moni Ovadia.

A latere del Convegno, letture di poesie, la mostra “Misto Avilan – Benvenuti !” realizzata con il coinvolgimento dei ragazzi del campo rom del quartiere Japigia di Bari e il concerto di musica romanì dell’Alexian Group diretto da Santino Spinelli.

La manifestazione si concluderà sabato sera con la festa “Io sto con i Rom” nel Villaggio Rom sito nel q.re Japigia. Immagini, musica, danza, gastronomia, cultura fino a tarda notte.

L’iniziativa, è sostenuta dall’Assessorato al Mediterraneo e quello al Turismo della Regione Puglia e patrocinata anche dall’Assessorato all’Accoglienza del Comune di Bari, dall’Università di Bari (Dipartimento Scienze Pedagogiche e Didattiche) e dalla Federazione Chiese Evangeliche di Puglia e Lucania.

Info : info@progettocitta.org; www.progettocitta.org – 080/502.3090

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Barbarossa, una follia costata ai contribuenti 30 milioni di euro

"Barbarossa" di Renzo Martinelli non è un film. E' un favore (ma alla luce del risultato, meglio definirlo "autogol") alla Lega Nord, che sperava di propinare agli italiani un'opera storica che legittimasse le fantasie di una Padania che non esiste e non è mai esistita, come non è mai esistito il suo eroe, Alberto da Giussano. Al contrario, esiste nell'Unione europea l'anomalia di un movimento razzista, xenofobo, omofobo, antieuropeo, violento e secessionista. Vi è però da chiedersi chi abbia autorizzato l'esborso di 30 milioni di euro per una pellicola noiosa e insensata, stroncata dalla critica e ignorata dal pubblico. Una pellicola di cui i protagonisti - ingannati dalla produzione, che non ha spiegato loro i fini di propaganda della sceneggiatura - si vergognano profondamente. "Non avremo interpretato i nostri personaggi, se avessimo saputo..." hanno dichiarato la Smuntiak e Rutger Hauer. Solo Tremonti e Berlusconi, dopo aver assistito alla proiezione, hanno speso parole di elogio per il film, oltre naturalmente alle camicie verdi (ma non tutte, perché un certo imbarazzo non ha risparmiato neanche i sostenitori delle ideologie di Bossi, di fronte al costosissimo pasticcio. 30 milioni di euro, quasi del tutto sborsati dalla Rai, ovvero anche dai contribuenti, con il contributo finanziario e il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Dovendo commentare l'enormità del budget, il regista ha spiegato che no, che a suo parere si è speso poco per un simile "colossal", un'opera che è stato costretto a girare in Romania, visto che in Italia sarebbe costata "almeno 90 milioni". Un delirio. Come le sue giustificazioni, pubblicate sul Corriere della sera: «Sì, forse è paradossale girare qui una storia del genere, ma in Italia i costi sarebbero almeno triplicati. Qui posso permettermi una troupe di 130 persone, solo 15 gli italiani, i capisquadra. Qui ho a disposizione migliaia di comparse, cavalli e stuntman a bizzeffe. Un macchinista in Italia costa 1500 euro al giorno, qui 300. Da noi dopo nove ore scatta lo straordinario, qui non esistono limiti d'orario. Per la manovalanza si usa lo 'zingarume rumeno' a 400, 500 euro la settimana". Parole inqualificabili, come lo sperpero di denaro pubblico (quante opere di pubblica utilità si sarebbero potute realizzare, con 30 milioni?) e il patrocinio di un Ministero che dovrebbe porre la tutela della Cultura in cima alla lista delle sue priorità. Per avere un'idea dello spreco di denaro, basti pensare che un film campione di incassi come "Distretto 9" - saga di fantascienza e antirazzismo prodotta dal regista del Signore degli Anelli - ricco di set sbalorditivi, effetti speciali e animazioni tridimensionali fotorealistiche, è costato 22 milioni di euro.

Barbarossa (Italia, 2008) di Renzo Martinelli; con Rutger Hauer, Raz Degan, Kasia Smutniak, Hristo Shopov, Cécile Cassel, Antonio Cupo, Angela Molina, F. Murray Abraham, Gian Marco Tavani.

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Altri trenta rifugiati egiziani sono morti nel mare di Sicilia. Istituzioni e media completamente indifferenti

Roma, 10 ottobre 2009. A Gela (Caltanissetta), si è verificata l'ennesima tragedia dell'immigrazione. Il corpo senza vita di un profugo egiziano è stato scoperto oggi sulla spiaggia da un pescatore, che ha avvertito le autorità. E' la terza vittima del mare recuperata in questi giorni. Il conto, purtroppo salirà a trenta morti(e non a sette, come è stato divulgato in un primo momento), come hanno dichiarato i venti profughi sbarcati a Gela il 6 ottobre: ""Eravamo in cinquanta, su quel battello". Ancora più inquietante è il silenzio stampa riguardo a queste tragedie: poche righe di agenzia e minuscoli trafiletti sui quotidiani*, in ossequio alle politiche di persecuzione dei migranti che maggioranza e opposizione hanno dimostrato di condividere, complici di innumerevoli violazioni della Convenzione di Ginevra e degli accordi internazionali sui profughi e sulle minoranze razziali.

* Domenica, 11 ottobre 2009. Solo questo pomeriggio, dopo la nostra nota di protesta, qualche quotidiano, seppure in forma ridotta e senza attribuire ad alcuno le responsabilità della tragedia, comincia a divulgare la notizia.

Nella foto, profughi dall'Africa. Istituzioni e media li definiscono "clandestini", ma si tratta di esseri umani che fuggono da una catastrofe umanitaria. Quando muoiono in mare, nel tentativo disperato di raggiungere le coste italiane, politici e media di destra e sinistra ignorano volutamente il loro martirio: per loro i profughi sono nemici e le Carte che proteggono i loro diritti sono carta straccia.

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E' nata la seconda bambina di Fini: prepariamo per lei un mondo migliore

Roma, 10 ottobre. E' nata stamattina la seconda figlia di Gianfranco Fini. Le auguriamo una vita felice, in un mondo meno cupo e crudele di quello in cui viviamo. Le auguriamo di crescere - magari anche grazie all'impegno di papà, che cerca ogni giorno di essere un uomo migliore e non chiude più gli occhi davanti al dolore del prossimo - in un mondo accogliente e ricco di diversità, come un giardino, dove non sbocciano solo rose o tulipani, ma ogni genere di fiori. Le auguriamo di avere tanti amici e non solo dalle pelli bianche, non "padani", non solo italiani, ma persone buone provenienti da tutti i popoli: africani, orientali e anche rom. I rom conoscono mille giochi e mille favole (gli "sfati") tutti basati sulla fantasia e la voglia di vivere: ti divertirai molto - in un mondo più ricco e vivo di quello di oggi - a giocare con loro, piccola bambina di Gianfranco Fini. Noi, insieme al tuo papà, ci impegneremo sempre per costruire il tuo "giardino" del futuro.

Roberto Malini

Matteo Pegoraro

Dario Picciau

Glenys Robinson

Steed Gamero

Fabio Patronelli

Viktoria Mohacsi

Nico Grancea

Ionut Grancea

Ionut Ciuraru

Mariana Danila

Mauro Zavalloni

Rebecca Covaciu

e tutti gli attivisti del Gruppo EveryOne

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Perché Obama merita il Nobel per la Pace

http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/int/10/109nobel.htm

Roma, 9 ottobre 2009. Barack Hussein Obama, 44° e attuale Presidente degli Stati Uniti d'America è stato insignito con il Premio Nobel per la Pace 2009. Oltre alle congratulazioni di rito, numerose critiche hanno fatto seguito alla scelta della giuria di Oslo. I detrattori ritengono che Obama non abbia ancora conseguito risultati importanti per la pace fra i popoli. Il Gruppo EveryOne, a propria volta candidato al premio Nobel per la Pace 2010, ha perorato la candidatura di Obama, sottolineando alcune tappe della sua vita e della sua carriera poco note all'opinione pubblica. "La giuria di Oslo ha compiuto una scelta coraggiosa, ma corretta," commentano i leader dell'organizzazione per i Diritti Umani Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "perché Obama è uomo di pace da tanti anni. Nel 1992 lavorava come avvocato a Chicago, difendendo i diritti civili e da allora si è dedicato all'antirazzismo, ai diritti delle categorie sociali disagiate, a quelli dei nativi americani e delle minoranze etniche nel mondo. L'anno scorso lo storico attivista per i diritti degli aborigeni australiani Patrick Dodson, dopo aver ricevuto il Premio Sidney per la Pace, disse che l'impegno di Obama per gli 'indiani d'America' e le sue proposte presentate alla Casa Bianca rappresentano un modello efficace e responsabile, da seguire in tutto il mondo. Sempre l'anno scorso, i leader di alcune tribù native americane, fra cui i Crow del Montana, dichiararono che le politiche di Obama sui nativi sono progetti ideali per la difesa dei popoli indigeni e definirono Barack come 'un uomo che aiuta la gente nel mondo'. La missione di Obama è quella di favorire la cooperazione fra i popoli e questo suo impegno ha convinto i giurati di Oslo". Il Presidente, quando ha appreso di aver vinto il Nobel per la Pace ha dichiarato: "Non sono sicuro di meritarlo, ma sarà un incentivo a migliorare".
"Obama sta aprendo finestre di dialogo con i leader di tutto il mondo e si sta impegnando con grande energia contro il pericolo nucleare e gli abusi ecologici e climatici, ma ci sono due momenti nel suo percorso che ci paiono simboleggiare il suo lavoro per la Pace e i Diritti Umani, proseguono gli attivisti. "Il primo riguarda la visita a Buchenwald - il giorno dopo lo storico discorso rivolto all'Islam, in cui proponeva un nuovo inizio, basato sul rispetto reciproco - dove il Presidente non ha usato le solite parole di circostanza, ma in silenzio ha deposto una rosa bianca sulla lapide che ricorda le vittime. Di fronte allo sterminio di milioni di innocenti, quel gesto di memoria e vigilanza ha significato più di mille discorsi. La seconda immagine che vogliamo ricordare è quella del Presidente seduto accanto al professore di colore e al poliziotto bianco che l'aveva arrestato per uno spiacevole equivoco. Un incidente che avrebbe potuto accrescere le tensioni razziali si è risolto amichevolmente davanti a tre boccali di birra, nei giardini della Casa Bianca. Se possono farlo due persone... sì, possiamo farlo tutti".

Da Obama, un segnale di cambio di rotta

A favore di Obama vogliamo anche ricordare il fatto - poco noto ai piu' - che egli ha spezzato la sequenza di ambasciatori USA guerrafondai all'ONU voluta da Bush. John Bolton e Zalmay Khalilzad furono - con Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Libby e altri - firmatari gia' nel 1998 di una lettera a Clinton in cui sollecitavano un intervento armato in Iraq e Bolton, quando era sottosegretario di Stato con delega agli armamenti, dichiaro' che Bush non necessitava dell'avallo dell'ONU per entrare in guerra (questo anche per dire quanto fosse adatto come ambasciatore ONU).
Inoltre il 24 settembre 2009 il Consiglio di Sicurezza (presieduto per l'occasione da Obama) ha approvato all'unanimita' la risoluzione 1887 presentata dagli USA che chiede ai Paesi firmatari del "Trattato di non proliferazione nucleare" di mantenere il loro impegno a non sviluppare armi atomiche ed esorta gli Stati che non ne fanno parte ad aderire. La risoluzione invita altresi' i Paesi a consentire agli ispettori internazionali il controllo di materiale esportato che potrebbe servire a costruire una bomba. L'obiettivo finale dichiarato e' "mettere sotto chiave tutti i materiali nucleari entro quattro anni", evitare la costruzione di nuovi ordigni nucleari ed arrivare al disarmo globale.

Due fatti che sono un segnale forte di cambio di rotta rispetto a scelte di politica unilaterale che hanno portato nel mondo guerra, distruzione e violazioni dei diritti umani spesso in barba al diritto internazionale. Fatti che ribadiscono l'importanza degli organismi di cooperazione internazionale e che conquistano punti all'autorita' morale degli USA nel mondo, che per ammissione stessa degli Americani era in forte declino.

Ovviamente non sappiamo se questi fatti giustificano o no un Nobel (altri erano deputati a giudicare) ma li approviamo con energia.

Lo staff di Osservatorio sulla legalità

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G8 di Genova, incredibile sentenza-vendetta in appello contro i dieci manifestanti

Roma, 9 ottobre 2009. E' difficile non essere d'accordo con Haidi Giuliani Gaggio - madre di Carlo Giuliani, il giovane attivista assassinato durante gli scontri del G8 di Genova del 2001 - che ha commentato così la sentenza d'appello del processo a 25 manifestanti, accusati di devastazione e saccheggio: "Sono senza parole. Questa non è una sentenza è una vendetta". La condanna è stata confermata per undici dei 25 manifestanti. I giudici hanno dichiarato 15 tra prescrizioni e assoluzioni. Gli imputati accusati di devastazione e saccheggio si sono visti aumentare in misura abnorme le pene: Francesco Puglisi da 10 anni e 6 mesi a 15 anni; Vincenzo Vecchi da 10 anni e 6 mesi a 13 anni; Marina Cugnaschi da 11 anni a 12 anni e tre mesi; Alberto Funaro da 9 anni a dieci anni; Carlo Arculeo da 7 anni e 6 mesi a 8 anni; Luca Finotti da 10 anni a 10 anni e 9 mesi; Antonino Valguarnera da 7 anni e 8 mesi a 8 anni; Carlo Cuccomarino da 7 anni e 10 mesi a otto anni; Dario Ursino da 6 anni e 6 mesi a 7 anni; Ines Morasca da 6 anni a 6 anni e 6 mesi.

Confermata la condanna a cinque anni per Massimiliano Monai, conosciuto come "l'uomo della trave" dopo essere stato fotografato nel corso dell'assalto al defender dei carabinieri, cui partecipò anche Carlo Giuliani. I legali degli imputati hanno accolto la sentenza con vero sconcerto: "Una sentenza incredibile. Sono pene che non si infliggono neanche agli assassini. E se questi ragazzi hanno commesso qualche reato, è stato contro delle cose, degli oggetti. Non delle persone. Si era capito, dopo le recenti sentenze, che da queste parti tirava una brutta aria: ma qui ci sono imputati che hanno preso più di dieci anni per aver mandato in frantumi una vetrina e basta". Non solo, aggiungiamo noi, perché gli atti dei manifestanti sono stati compiuti in un clima di terrore e nell'àmbito di oscure strategie della tensione, con la partecipazione di forze "al di fuori e al di sopra delle Istituzioni". La sentenza, atroce nella sua iniquità, è un'altra pagina triste che entra a far parte del Dossier G8 di Genova, una decisione che appoggia e premia incondizionatamente una "gestione dissennata, anticostituzionale e antidemocratica dell'ordine pubblico," come Haidi Giuliani definì correttamente - qualche tempo fa l'uso della forza pubblica durante la "notte cilena" e in molti altri frangenti, quando il potere costituito si trova di fronte moti di protesta civile o situazioni di grave disagio sociale.

Nella foto, Carlo Giuliani

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Arte a Milano. "Siamo tutti Rom": quando i Diritti Umani fanno scandalo

Da: U VELTO - Istituto Italiano di Cultura Sinta: http://sucardrom.blogspot.com/2009/10/arte-milano-siamo-tutti-rom-quando-i.html

Milano, 9 ottobre 2009. Meno di un anno fa, il 18 novembre 2008, l'artista sociale Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky realizzavano una performance antirazzista a Milano, mentre in diversi quartieri della città le autorità, in preda a una vera e propria furia xenofoba, attuavano sgomberi e azioni punitive contro inermi famiglie Rom. Sfidando gli umori intolleranti della "città da bere", il gruppo creava con vernice spray un graffito nel bel mezzo di piazza Duomo, raffigurante una grande ruota rossa, simbolo del popolo Rom, per protestare contro la persecuzione dei "nomadi" in Italia. Continua nella sezione Arte e Cultura

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Cronache di ordinaria persecuzione nei Cie e nelle città d'Italia

Milano, 1 ottobre 2009. La rete di organizzazioni per i Diritti Umani, di fronte alla prosecuzione di respingimenti di profughi, operazioni di purga etnica, attuazione di procedure persecutorie nei confronti dei migranti detenuti nei Cie, negazione dello status di rifugiato a migliaia di esseri umani che ne avrebbero diritto, prosegue nel suo dialogo con le Istituzioni internazionali che rappresentano i valori fondanti della civiltà dei Diritti Umani: l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Consiglio d'Europa, la Commissione europea. I rappresentanti di tali organismi hanno più volte riconosciuto di non essere dotati di strumenti giuridici efficaci per opporsi alle derive nazionali che annientano il patto fra nazioni il cui vincolo basilare non sono gli accordi sottoscritti, ma il grado di civiltà degli Stati e dei loro governanti. "Non possiamo fare nulla nei confronti di un governo che non rispetti la Convenzione di Ginevra o gli altri accordi firmati," ci ha detto recentemente il rappresentante di un'Istituzione per la salvaguardia dei rifugiati. E' un'ammissione pericolosa, che spalanca le porte a qualsiasi forma di prevaricazione dei Diritti Umani e di fatto pone l'Unione europea nelle stesse condizioni che favorirono l'affermarsi del nazifascismo. Ecco perché stiamo sollecitando le Istituzioni sovrannazionali a fare un uso più efficace dei loro organismi giuridici ovvero delle corti internazionali. Intanto, le segnalazioni di abusi su immigrati e degli effetti nefasti della legge razziale 94/2009 proseguono senza sosta. Mentre negli Stati Uniti e in tutti i Paesi democratici (ma non solo in quelli) i governi approntano misure per vaccinare contro l'influenza A i migranti "irregolari", l'Italia prosegue senza tregua l'iniqua caccia all'uomo nei loro confronti, per applicare gli articoli xenofobi della legge. Per evitare di cadere nelle maglie della persecuzione, i "clandestini" vivono nascosti, in luoghi difficilmente accessibili e condizioni sanitarie tragiche, senza acqua, se non la poca che riescono a prelevare dalle fontane pubbliche grazie a taniche e secchi. Nessun provvedimento è stato messo in atto per garantire loro il vaccino o le cure mediche adeguate. La rete antirazzista segnala gravi tensioni nel Cie di Crotone, dove le condizioni di detenzione sono inumane, le violazioni della dignità dei detenuti quotidiane, gli effetti della legge razziale devastanti.

Martedì scorso, secondo la testimonianza di alcuni attivisti, "due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta". Dopo la denuncia dei gravi abusi sui migranti nel Cie di Gradisca, documentati da video e foto, finalmente i rappresentanti delle Istituzioni internazionali hanno stretto la vigilanza sull'operato delle autorità che si occupano della custodia dei reclusi. "Lunedì scorso," comunica la rete antirazzista, "due deputati e tre senatori del Partito Democratico hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino, senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando loro della durezza delle condizioni di detenzione e delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente. Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. I detenuti si sono sentiti traditi quando, nel Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei cinque parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza soffermarsi molto sui pestaggi del 21". Roma: atti di autolesionismo e uno sciopero della fame sono gli strumenti, disperati, che i detenuti all'interno del Cie utilizzano perché la loro condizione e le violazioni che subiscono non rimangano dietro la cortina di silenzio istituzionale. "Un detenuto ha perso i sensi," riferisce un attivista, "mentre altri si sono tagliati le carni. Un giovane si è reciso le vane ed è stato trovato in un lago di sangue. E' stato medicato in infermeria e riportato nella sua cella, dove continua a perdere coscienza ed è in condizioni penose. I detenuti si chiedono come sia possibile che il mondo democratico tolleri che esseri umani siano trattati come bestie".

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Milano 2009: sembra di essere nel Terzo Reich, durante gli anni della caccia agli ebrei

Milano, 30 settembre 2009. Sembra di essere tornati agli anni delle leggi razziali e della caccia agli ebrei. "Ci braccavano ovunque," ricordava durante una recente commemorazione in Germania il professor Walter Zvi Bacharach, sopravvissuto alla Shoah, "e quando ci trovavano, ci caricavano a bordo di furgoni con le grate ai finestrini, come animali in attesa di essere mandati al macello. Nel Kippur del 1943, durante una retata mi presero con mio fratello. Ci misero dentro uno di quegli abominevoli furgoni e poi verso la deportazione. Non potemmo neanche salutare i nostri genitori". A Milano si assiste ormai quotidianamente a scene simili. Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su autobus con grate sui vetri. “E' umiliante e terribile," racconta un ragazzo marocchino di 19 anni, sfuggito per miracolo a una retata. "Una volta i vigili di Milano erano gentili con tutti, milanesi o stranieri. Qui li chiamano 'ghisa'. Adesso è tutto cambiato. Sono organizzati come soldati e ci cercano dappertutto, come se fossimo criminali. Mio papà è stato preso. Ha cercato di scappare per tornare da noi, ma non ce l'ha fatta. Io sono più giovane e ho corso a perdifiato, più veloce dei vigili. Ma lui no. 'Vieni qui, furbacchione' gli gridava una guardia, mentre lo trascinava nell'autobus-prigione". Alcuni antirazzisti milanesi sintetizzano - in un messaggio 'clandestino' rivolto a tutte le persone che non hanno rinunciato alla civiltà dei Diritti Umani - la nuova struttura che fa capo ai vigili urbani, nucleo Trasporto pubblico, servizio Fermi e identificazioni:

"Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul 'bus-galera'. È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano 'Stranamore', 'perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù', ride un agente.
Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la 'tonnara' — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: 'Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?'. La risposta: 'Sono clandestini, signora' (...)
Dentro al bus, che alle dieci del mattino sta per ripartire con gli uomini a bordo, qualcuno prende a pugni il vetro. Altri nascondono il volto fra le ginocchia.
Delle pattuglie anti-clandestini va fiero il vicesindaco Riccardo De Corato: 'È un servizio svolto esclusivamente da questa speciale task-force — dice — non sottrae agenti al controllo della viabilità, che è di competenza di altri 2.900 vigili'.".

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C'era un ulivo al nord, a Ponteranica

di Alfred Breitman

Piantiamo l'ulivo! Lo sradicamento dell'albero cresciuto a Ponteranica (Bg) in memoria di Peppino Impastatato (Cinisi, 1948-1978), martire della lotta alla mafia, ha un significato assai grave, così come la rimozione della targa della biblioteca a lui dedicata. "Con questo governo la cultura dell’antimafia è a rischio," ha commentato Giovanni, fratello di Peppino. "Si fa capire che l’ulivo - albero mediterraneo - non deve invadere questo territorio, come dire che Peppino Impastato è un simbolo estraneo e dunque va rimosso. Quindi sbaglia chi ha parlato di un fatto isolato: è invece un’azione che si sposa in pieno con il progetto della Lega, di discriminazione di tutte le culture “altre". E' un atteggiamento strumentale. Ci sono documenti molto dettagliati che testimoniano della penetrazione della mafia nel nord Italia".

C'era un ulivo al nord, a Ponteranica.
L'hanno abbattuto.

Era un simbolo vivo,
il ricordo di un uomo, di un eroe
che immolò la sua vita
per un'Italia unita,
orgogliosa, pulita.

L'hanno abbattuto. Muore quell'idea
come l'albero a terra,
senza linfa.

Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.

Prima hanno fatto a pezzi le radici
della sua vita, hanno fatto a pezzi
la verità, il coraggio e la speranza.

Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.

Chi l'ha ucciso non appartiene a un punto
cardinale, chi l'ha ucciso è dovunque,
perché la mafia è metastasi.

Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.

Ci rimane il suo nome, come un seme
di verità, come una scintilla nel buio.

"Piantiamo l'ulivo!
L'ulivo che a gli uomini appresti
la bacca che è cibo e che è luce,
gremita".

Bergamo, 29 settembre 2009

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Scoperto un ritratto del Caravaggio
Gruppo Watching The Sky: “Ecco il suo vero volto”

Milano, 28 settembre 2009.
Il 29 settembre 1571 nasceva a Caravaggio (Bergamo) Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come “il Caravaggio”, dal nome del suo paese natìo. Il Gruppo Watching The Sky, composto da artisti, studiosi d’arte ed esperti informatici annuncia, in occasione dell’anniversario della nascita del pittore, di aver scoperto un ritratto inedito di Michelangelo Merisi.

“Si tratta, probabilmente, dell’unico ritratto a lui contemporaneo,” dichiarano Roberto Malini e Dario Picciau, fondatori dell’associazione culturale, “perché fino ad oggi la fisionomia del maestro era nota grazie al ritratto che Ottavio Leoni realizzò a memoria nel 1621, undici anni dopo la morte dell’artista. Alcuni storici dell’arte, con i quali concordiamo, ritengono che il Caravaggio eseguì alcuni autoritratti, che possiamo ammirare nel celebre ‘Bacchino malato’ e nel ‘Davide e Golia’.

In quei dipinti, tuttavia, il volto del pittore si cela dietro le fattezze del dio del vino e del gigante biblico”. Per ritrovare un ritratto attendibile del Caravaggio, Watching The Sky ha condotto un’indagine accurata nelle pieghe della Storia dell’Arte, sulle orme di un artista pieno di misteri. “E’ vero,” proseguono Malini e Picciau, “perché molte sono ancora le domande che non hanno trovato risposta certa, riguardo alla burrascosa biografia del pittore lombardo.

Alcuni affermano per esempio, in base al ritrovamento di un certificato di battesimo, che il Caravaggio sia nato a Milano. Non siamo d’accordo. Senza escludere la possibilità che abbia ricevuto il sacramento nel capoluogo Lombardo, non dobbiamo dimenticare che nel 1607 Michelangelo Merisi, che voleva trasferirsi a Malta e diventare Cavaliere dell’ordine di San Giovanni, firmò un documento in cui dichiarava di essere nato proprio a Caravaggio: ‘Carraca oppido vulgo de Caravagio in Longobardis natus’. Quale fonte più attendibile, per determinare il luogo che gli diede i natali?”.

Continua nella sezione Arte e Cultura

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A che punto siamo, con i Diritti Umani?

di Roberto Malini

Milano, 27 settembre 2009. E' importante che i politici, i responsabili dell'informazione, gli attivisti e tutti i cittadini democratici si pongano, di tanto in tanto, la seguente domanda: a che punto siamo, con i Diritti Umani? Se oggi, nell'Unione europea, ci poniamo con coscienza questo interrogativo, la riposta può essere solo una: siamo ancora nella preistoria, in un'era barbarica in cui i proclami risuonano come versi di belve all'interno di una grotta buia, perché non corrispondono al mondo che stiamo creando. L'Unione europea si è data una Carta dei diritti fondamentali che riecheggia le pagine immortali della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma non si è data strumenti per trasformare quei principi in fermenti veri e vivi. L'Unione europea nasce da un sogno, ma le sue radici affondano ancora nell'egoismo delle nazioni. Per rispondere alla domanda, allora, è opportuno raffrontare i risultati che abbiamo raggiunto, qui nel Vecchio Continente, rispetto alle risposte di civiltà che l'umanità si diede oltre sessant'anni orsono, con la Dichiarazione. Iniziamo dall'articolo 1: "Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in uno spirito di fraternità vicendevole". Non dobbiamo abbandonare la speranza, ma è opportuno e onesto riconoscere che un assunto tanto semplice, vero e giusto non è stato ancora fatto proprio dagli stati dell'Unione che, anzi, sembrano - chi più, chi meno - averne capovolto il significato e lo spirito, uno spirito che tenta, invano, di illuminarci. Non siamo liberi, perché i poteri forti, che reprimono lo sviluppo di una coscienza autonoma, il pensiero spontaneo, la ricchezza delle diversità e promuovono il terrore, le discriminazioni, i dogmi sono sempre al vertice della società europea e impediscono la metamorfosi positiva delle coscienze, l'affermarsi di sentimenti di fiducia reciproca e la ricerca della pace e del progresso della collettività. Non siamo uguali in dignità e diritti, perché razzismo, xenofobia, omofobia, intolleranza verso le minoranze sono sempre più marcati e, propagandati da potenti mezzi di informazione, raggiungono costantemente le masse con i loro messaggi improntati alla paura e all'odio verso l'altro. Ne sono una dimostrazione la persecuzione e la segregazione razziale del popolo Rom, la guerra spietata all'immigrazione, le politiche per la razza (che in Paesi com l'Italia raggiungono punte di efferatezza inquietanti e senza precedenti), il successo dei nuovi fascismi e dei movimenti xenofobi, le continue violenze contro Rom, immigrati "clandestini", senzatetto e gay. Ne sono una prova le leggi razziali che legittimano razzismo e persecuzione, negano le politiche di solidarietà verso i poveri e gli esclusi, trasformano le razze e i popoli invisi alle maggioranze - a causa dei pregiudizi alimentati dalla propaganda - in esseri senza diritti, impediscono che tutti i cittadini vedano riconosciute le proprie unioni sentimentali, riservate in molti paesi solo alla maggioranza eterosessuale. Queste differenze, quest'uso della crudeltà verso l'altro, questi sentimenti di divisione e ostilità non si fondano sulla ragione né sulla coscienza né - tantomeno - su "uno spirito di fraternità vicendevole". Siamo nella preistoria e non ne usciremo se non troveremo la forza e la volontà di superarle, per evolverci, diventare pienamente "esseri umani" e uscire finalmente dalla grotta.

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Il presidente di turno alle Nazioni Unite pronuncia discorso contro la depenalizzazione dell'omosessualità. E' una grave violazione dei principi ONU


New York, 24 settembre 2009. Ieri, mercoledì 23 settembre, il Presidente di turno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il libico Ali Abdussalam Treki, ha aperto la 64esima sessione assembleare ONU con una conferenza stampa. Nel corso di essa, alle domande di alcuni giornalisti relativamente alla sua posizione sulla dichiarazione per la decriminalizzazione universale dell'omosessualità depositata il 19 dicembre 2008, ha affermato: “E’ un problema molto delicato. Da musulmano, non sono d’accordo. Penso che non sia accettabile, non lo è per la maggior parte del mondo e non lo è assolutamente per la nostra tradizione, la nostra religione”.
“Ciò che ha dichiarato Ali Abdussalam Treki è gravissimo e non deve ammettere scusanti: il Presidente dell’Assemblea Generale ONU, così come ogni Membro, ha il dovere di rappresentare in ogni sede i principi e i fini delle Nazioni Unite, secondo lo Statuto adottato il 26 giugno 1945 a San Francisco, nel pieno rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti (art. 1)”.

Lo affermano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, Co-Presidenti dell’organizzazione internazionale per i diritti umani Gruppo EveryOne. “Con tali dichiarazioni,” proseguono gli attivisti, “il presidente dell’Assemblea Generale ha di fatto legittimato la violenza, il carcere, la tortura e la pena di morte per migliaia di persone omosessuali nel mondo, dichiarando di fatto ‘inaccettabile’ la moratoria che prevede la depenalizzazione universale dell’omosessualità (e così dello stile di vita e dei rapporti omosessuali). Chiediamo al Segretario Generale e al Consiglio di Sicurezza, che hanno il dovere di risolvere controversie interne all’Assemblea Generale su tematiche che riguardino i principi delle Nazioni Unite” continuano Malini, Pegoraro e Picciau, “di rimuovere immediatamente Abdussalam Treki dall’incarico di Presidente di Turno per la sua non conformità ai fini e ai principi ONU, se necessario riconvocando in sessione speciale l’Assemblea Generale”.
Il Gruppo EveryOne fa inoltre appello alle associazioni e organizzazioni LGBT, alla Commissione Ue, al Parlamento europeo e ai Governi dei Paesi democratici, in primis Francia e Olanda – che il 19 dicembre scorso illustrarono la suddetta moratoria –, affinché stigmatizzino pesantemente le dichiarazioni del Presidente di turno dell’Assemblea Generale ONU e ne chiedano l’immediata sostituzione.

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Pace subito!

di Alfred Breitman

La democrazia si esporta
con le carte costituzionali
e con le carte dei diritti fondamentali,
la pace con rami d'ulivo.

Chi afferma che si possano esportare con le armi
è come se dicesse che il bene si fonda sul male,
la giustizia sull'abuso,
la verità sulla menzogna.

Bugiardo! Guerrafondaio!
Fascista! Nemico della democrazia,
della pace e della tolleranza!

Pace subito!

Milano, 24 settembre 2009

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Disavventura di un afroamericano a Varese

di Alfred Breitman

Milano, 22 settembre 2009. Si chiama Andrew J., 25 anni, afroamericano. Vive a New York, dove è un rispettato arredatore d'interni. E' in vacanza in Italia e sabato scorso si è recato in visita da amici, a Varese. Un pomeriggio che nelle sue attese doveva essere simpatico e stimolante, visto che i suoi amici fanno parte di una rock band e Andrew è un patito del rock'n roll, "da Bill Haley a The Killers". La sua visita, però, si è trasformata in un incubo, fin da quando il giovane è sceso dal treno e ha attraversato la strada davanti alla stazione. "Ho provato una strana sensazione fin all'inizio, quando sono entrato in una tabaccheria per comperare le sigarette. Una donna davanti a me mi ha guardato dritto negli occhi mormorando qualcosa, ha fatto una smorfia orribile e si è portata la borsetta, che aveva al fianco, sul grembo.

Tutti mi hanno guardato come se avessi tentato di borseggiarla. Pensavo di essere diventato paranoico, perché, anche quando sono uscito dalla tabaccheria, mi sembrava di essere guardato come un extraterrestre". Andrew aveva un appuntamento lì vicino con gli amici. "Dovevo incontrarli davanti alla stazione, di fronte a McDonald, così mi sono seduto su una ringhiera che si trova davanti al fast food. Sono passati pochi minuti e mi si è avvicinato un carabiniere, di quelli che vanno in giro a piedi. Non ero l'unico a essere seduto sulla ringhiera, eppure l'agente si è diretto subito verso di me, allungando il passo e alzando la voce minacciosamente, come se fossi stato in procinto di scappare: 'Ragazzo, fammi vedere i documenti'. Ho estratto il portafoglio dalla tasca posteriore e gli ho mostrato il passaporto. 'Ragazzo, tu non te ne stai seduto, ma ti alzi in piedi, davanti a me. Alzati in piedi e mostrami i documenti!'. Il suo tono era decisamente intimidatorio, così ho deciso di assecondarlo, davanti a cinque o sei giovani italiani che mi guardavano ridendo. Il carabiniere ha controllato il documento con una lentezza esasperante, pronunciando il mio nome con un tono sprezzante. Quindi mi ha guardato negli occhi a lungo, obbligandomi ad abbassare lo sguardo e mi ha detto, in tono sarcastico: 'Adesso puoi sederti'. E' stata l'esperienza più umiliante della mia vita. Mi sembrava di essere tornato negli anni '50, a Little Rock o in una delle cittadine razziste di cui ci raccontano i nostri vecchi". Questa è l'immagine dell'Italia che Andrew porterà negli Stati Uniti. Questa è l'immagine che l'Italia di oggi - e non solo città notoriamente intolleranti come Varese - esporta nel mondo.

Nella foto, scena di razzismo a Little Rock, negli anni 1950

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Il mio amico Farah

di Silvia Lovesio

Roma, 21 settembre 2009

Cari amici, vorrei fare alcune puntualizzazioni sull'uomo trovato morto al parco della Caffarella, perché la persona o le persone che lo hanno ucciso si rendano conto di ciò che hanno fatto. Innanzitutto, era somalo e non senegalese, come erroneamente riportato dalle autorità.
Lo conobbi casualmente oltre dieci anni fa, perché tentai di salvare un cane che aveva "adottato" e che poi purtroppo morì di cimurro, nonostante l'ottima nutrizione che lui gli aveva garantito ed il sollecito intervento dei veterinari che avevo contattato.
A seguito di quell'episodio, rendendoci conto dello stato in cui verteva questo ragazzo, io, il mio ex e un nostro amico, avevamo cercato in ogni modo di alleviare i suoi disagi portandogli generi alimentari, capi di abbigliamento, coperte.
Col tempo Farah ci raccontò la sua triste vita. Diceva sempre della sua esistenza attuale: "Grande broblema". Era stato per tanti anni autista di un ambasciatore in Somalia, fino a quando scoppiata la guerra nella repubblica del Corno d'Africa, aveva perso il suo lavoro. Era sposato e aveva due bambini e, per non gravare sulla famiglia della moglie, come tanti altri disperati come lui, aveva deciso di venire in Italia, convinto di trovare una soluzione alla sua disoccupazione. Non immaginava certo che ad accoglierlo ci sarebbe stata una situazione ben peggiore di quella che aveva lasciato. In breve tempo cadde nella depressione più nera perché nel frattempo era scaduto il permesso di soggiorno e le pur flebili speranze di trovare un lavoro come autista erano naufragate. Lavava i vetri delle auto, tutto il giorno.
Teneva molto all'igiene e, nonostante le terribili condizioni in cui viveva, non lo ricordo sporco neanche una volta. Portava sempre i suoi vestiti in una lavanderia a gettoni e, quando gli capitava di imbattersi casualmente in un suo connazionale, mentiva circa il suo stato di disagio e per orgoglio raccontava che aveva un bel lavoro ed una bella casa. Nel giro di poco tempo ancora, la moglie, rimasta in patria coi suoi figli lo aveva lasciato, andando a vivere col suo nuovo compagno nel Nord Europa .
Depresso ed emarginato, Farah cominciò a bere, al punto che divenne impossibile per noi poterlo aiutare, se non rincuorandolo e cercando di indurlo ad avere ancora fiducia nella vita. Abbiamo provato a fargli avere il permesso di soggiorno come rifugiato politico in quanto proveniente da un paese in stato di guerra, ma ad ogni mio appuntamento per parlare con l'ambasciata o con la questura, non si era mai presentato. Forse un po' superficialmente, pensai che se in futuro avesse voluto il mio aiuto, me lo avrebbe chiesto e che forse in quel momento voleva non essere disturbato in questo senso. Ora penso che forse avrei dovuto impormi di più. L'avrei dovuto portare anche di peso, a chiedere asilo, anche quando annegava il "grande broblema" nell'alcol e magari la sua vita avrebbe avuto un altro corso.
Ora però lo voglio ricordare così: era una bella giornata di primavera o di autunno, tanto tempo fa. Io, il mio ex e l'amico, Farah e un suo compagno di strada, Ibrahim, che era stato chef in Sierra Leone. Qualche giorno prima Ibrahim ci propose di cucinare il cous cous e quindi io andai a fare la spesa di tutto l'occorrente che doviziosamente "lo chef" mi chiese di acquistare. Ci trovammo in tarda mattinata sotto il bell'albero di fico che sovrastava una tomba romana che all'epoca fungeva, per loro, da rifugio. Uno spazio povero ma ordinato e dignitosissimo: appeso a un ramo, uno specchio per radersi. Un tavolinetto con una tovaglia a fiori. Mangiammo tutti insieme, dentro un enorme vassoio che fungeva da piatto unico. Parlammo molto quel giorno, ridemmo, dovrei ancora avere una foto di quel momento. Non mi è più capitato di mangiare un cous cous così buono! Salutandoci e tornando a casa, ci dicemmo che se avessimo raccontato che avevamo mangiato con dei "barboni", tutti insieme, per terra, con le mani e che ci era pure piaciuto, nessuno ci avrebbe compresi: quindi lo tenemmo per noi. Vai a spiegare che quei due non erano dei barboni, ma per noi erano amici; che quello non era un pasto frugale, ma (ora che sono cuoca a mia volta, posso dirlo con cognizione di causa)... una lezione di cucina di alto livello.
Ciao Farah, che il tuo Dio ti benedica.

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Romell Broom: un altro uomo

di Roberto Malini

"Ha ucciso. Deve morire"
aveva stabilito la Legge.
E quando venne il giorno di pagare il conto,
Romell era pronto.

Aveva consumato
l'ultimo pasto.

Aveva detto addio alla mamma
e al mondo.

"Devo morire"
ripeteva in silenzio dentro di sé,
stranamente sereno,
sul lettino del boia.

Continua nella sezione Arte & Cultura

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Il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani denuncia l'illegittimità e la xenofobia del reato di clandestinità e delle leggi che criminalizzano i migranti

Ginevra, 17 settembre 2009. Il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, dopo aver preso visione dei contenuti della legge italiana n° 94, che istituisce il reato di clandestinità e la persecuzione dei migranti, ha diramato un comunicato in cui precisa la sua posizione riguardo a quest'aberrazione del diritto internazionale, equiparata dalle organizzazioni umanitarie alle leggi razziali nazifasciste: "Le infrazioni delle leggi sull'immigrazione non possono trasformare in alcun modo un essere umano in un criminale," afferma la Pillay, "e se le leggi associano l'immigrazione irregolare alla criminalità, esse promuovono una discriminazione dei migranti e incoraggiano xenofobia e ostilità etnica".

Nei prossimi giorni il Gruppo EveryOne invierà al Commissario - e a tutte le Istituzioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti dei migranti, dei Rom e delle minoranze - una disamina particolareggiata degli articoli che compongono la legge n° 94 e degli effetti di imbarbarimento civile e di crisi umanitaria che essa produce ogni giorno in Italia.

Nella foto, Navi Pillay

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Milano, cuore in mano

Milano, 16 settembre 2009. Serpeggia la paura di cadere nelle mani delle autorità, nella comunità dei migranti "irregolari", trasformati dalla legge razziale n. 94 in criminali e destinati dalla stessa a un'ammenda astronomica, una detenzione lunga e penosa all'interno di un Cie (in condizioni di prigionia disumane) e quindi la deportazione nei Paesi di provenienza, spesso travagliati da guerre, carestie, persecuzioni e crisi umanitarie. A Milano, si assiste sempre più speso al tragico "spettacolo" inscenato dalle forze dell'ordine, che danno vita a vere e proprie "cacce all'uomo", dove la "preda" è il migrante senza permesso di soggiorno: un essere umano in grave difficoltà sociale, emarginato, indigente, senza possibilità di procacciarsi mezzi di sopravvivenza, spesso con i requisiti - ignorati dalle Istituzioni - per avere protezione internazionale e asilo politico. Ieri un ragazzino magrebino si è gettato da un autobus, approfittando dell'apertura delle porte in coincidenza di una fermata, per evitare di essere denunciato alla forza pubblica dai controllori a bordo del mezzo. L'adolescente era senza biglietto.

Purtroppo, nella foga, è caduto rovinosamente a terra, ferendosi la fronte e riportando un violento trauma. Si è rialzato con il volto coperto di sangue, nell'indifferenza generale dei milanesi ed è fuggito, verso l'angolo d'inferno in cui è costretto a nascondersi. Ancora a Milano, un collaboratore di Anne's Door e attivista, dopo essere stato costretto a seguire una conversazione dai toni razzisti fra passeggeri della metropolitana, linea verde, è intervenuto di fronte all'ennesima affermazione discriminatoria. "Finalmente il vicesindaco De Corato sta facendo pulizia dei clandestini," aveva appena esclamato una donna di circa 50 anni. "Io quando un negro o uno zingaro mi guarda, mi sento già violentata, perché so cosa gli passa nella testa. De Corato ha detto che su 18 stupri, almeno 16 sono fatti da quella gentaglia". "E' vero che De Corato ha detto così," ha replicato l'attivista, "ma è un'affermazione falsa e razzista. Su 18 stupri, in realtà, 17 sono fatti da padri di famiglia italianissimi, fra le mura delle loro case".

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Rom e Sinti contro la violenza istituzionale degli sgomberi

Associazione Popica Onlus - Rom e Romnì di via Centocelle

Roma, 15 settembre 2009. Pubblichiamo qui di seguito un breve articolo scritto dagli attivisti di Popica Onlus e da rappresentanti del'insediamento Rom di via Centocelle. Venerdì scorso, nell'anniversario del crollo delle Torri Gemelle, i Rom di via Centocelle hanno protestato contro un altro attentato, quello - istituzionale - verso il loro diritto alla dignità dell'abitare. Il corteo, la cui natura pacifica era così diversa dalla brutalità delle forze del'ordine e delle ruspe quando attaccano e annientano i ripari di fortuna delle famiglie in difficoltà, ha chiesto alle autorità di non proseguire le politiche della repressione, delle purghe etniche e della propaganda razzista, che sono disumane, segno di un totale imbarbarimento civile. Sorprende che, a Roma, se si eccettua il solito Gianfranco Fini - peraltro al centro di una serie di attacchi proprio per le sue posizioni di civiltà - e un manipolo di idealisti, non siano presenti oggi, neanche fra chi si definisce democratico, personalità politiche capaci di opporsi con coraggio a un progetto disumano e persecutorio che distrugge la dignità e le speranze di vita di centinaia di famiglie innocenti. Il Gruppo EveryOne / Anne's Door

L'11 settembre 2009 si è svolta a Roma una manifestazione per il diritto alla casa e contro i recenti sgomberi di alcune costruzioni provvisorie e di emergenza in cui riparavano famiglie Rom in condizioni di grave disagio sociale. Abbiamo deciso di prendervi parte perché crediamo nel diritto ad avere una sistemazione degna e non possiamo accettare di rimanere in silenzio di fronte le incoerenti e scellerate politiche abitative delle giunte capitoline che si sono alternate negli ultimi decenni. Crediamo che in una città come Roma, dove quotidianamente sorgono interi nuovi quartieri per il profitto dei soliti pochi, non sia più accettabile che decine di migliaia di persone non abbiano un tetto sotto cui ripararsi. In questo contesto ci è sembrato anche giusto essere fortemente critici verso quella che è e sarà la politica dei “villaggi della solidarietà” per noi Rom. Non possiamo accettare che si continui sulla strada dei ghetti etnici che, negli ultimi vent’anni, è stata peculiarità della sola Italia nell’intero contesto europeo. Abbiamo diritto alla casa, non a inaccettabili container recintati. Esprimiamo qui la nostra totale solidarietà a quanti sono stati sgomberati in questi giorni e ai movimenti di lotta per la casa che oggi sono al centro di un’odiosa campagna denigratoria. Crediamo che non possano esistere sgomberi di esseri umani senza una garanzia di alternative degne. La casa è un diritto di tutti e tutte, anche di noi Rom e Romnì.
Nella foto, manifestazione dei Rom e Romnì di via Centocelle per il diritto alla dignità dell'abitare

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Una voce intollerante e violenta

Roma, 12 settembre 2009. Il 4 settembre scorso il ministro Roberto Calderoli, membro di spicco della Lega Nord, partito anti-immigrati e anti-gay, ha dichiarato in una conferenza stampa a Treviso, riguardo alla proposta del Presidente della Camera Gianfranco Fini di concedere il voto agli immigrati: “La Costituzione non fa distinzione fra elettori alle elezioni politiche e amministrative. Non vorrei mai fra cinque anni e un mese trovarmi un presidente abbronzato”. Sono conosciute da tutti, purtroppo, le ideologie sulla razza di Roberto Calderoli e della Lega Nord, ma stupisce che nessun ministro, nessun membro della maggioranza abbia censurato pubblicamente questa sua nuova affermazione razzista, che suscita odio etnico e razziale nel popolo italiano, già travagliato attualmente da innumerevoli episodi di violenza etnica, razzista e omofobica.

Le parole del ministro, purtroppo, rappresentano l'Italia di oggi, che respinge i rifugiati dall'Africa e dai paesi islamici in crisi umanitaria, che non assiste i profughi africani che muoiono in mare, che tollera una campagna senza precedenti di violenze contro i gay, che attua barbariche purghe etniche contro i Rom (sono 80 mila, ed è un dato documentato, i Rom evacuati dalle autorità dai loro ripari di fortuna: bambini, donne, uomini, malati. Senza assistenza né alternative di ospitalità. Con molti lutti e molte tragedie umanitarie). Il Gruppo EveryOne, a propria volta oggetto di minacce gravi e intimidazioni di ogni genere, si batte affinché rifioriscano in Italia movimenti per la tutela dei Diritti Umani e perché le notizie di ciò che avviene in Italia escano dai nostri confini - nonostante il controllo e la censura che il governo esercita sull'informazione - e tocchino la coscienza del mondo civile, di coloro che non hanno ancora abbandonato la via della solidarietà fra individui e popoli né la cultura dei Diritti Umani.

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Italia di sangue

New York, 11 settembre 2009. L'Italia che respinge i profughi e perseguita i migranti che fuggono da Paesi insanguinati da violenza e guerre è in realtà una grande fabbrica governativa di dolore e morte.

Un rapporto del Congresso di Washington rivela infatti che il nostro Paese è secondo al mondo nella poco edificante classifica dei mercanti d'armi, dopo gli Stati Uniti. Il governo italiano, infatti, ha venduto 3,7 miliardi di dollari di armi nel 2008.

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Anm: "Il premier delegittima chi combatte la mafia"

Roma, 9 settembre 2009 - L'Associazione nazionale magistrati Anm manifesta la propria indignazione per le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che ieri, durante l'apertura della Fiera Tessile di Milano, aveva accusato le procure di Milano e Palermo di cospirare contro di lui.
"So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano," aveva detto Berlusconi. "Si ricominciano a guardare i fatti del '92, del '93, e del '94. Follia pura. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese".
"La lotta alla mafia, che il Governo in carica dichiara spesso di voler perseguire con ogni mezzo," ha replicato in una nota ufficiale l'Associazione Nazionale Magistrati, "richiede un impegno corale di tutte le istituzioni e non può tollerare infondate operazioni di delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, che sono esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa".

Si ricorda che Paolo Borsellino espresse le proprie preoccupazioni riguardo al rafforzarsi delle mafie nel nord Italia e ai rapporti fra crimine organizzato, imprenditoria e politica nella sua ultima intervista, resa venti giorni prima di essere assassinato. E' importante non dimenticare il testimone che uno dei veri eroi della lotta alla mafia ci ha trasmesso: http://www.youtube.com/watch?v=YVQ1kmOOBrw

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Il progetto di Milano per i Rom

Milano, 6 settembre 2009. Il Comune di Milano diffonde una notizia che dovrebbe destare soddisfazione da parte delle organizzazioni per i Diritti Umani: il ministro degli Interni ha stanziato 13 milioni di euro per i Rom. Cè in effetti chi esulta e si spertica in lodi verso la giunta Moratti e un De Corato finalmente illuminato, folgorato da Dio (o da... Gianfranco Fini) sulla strada di Damasco. La realtà, purtroppo, è diversa e per saggiarne la tragica consistenza, basta chiedere ai Rom più "fortunati", ritenuti dalle autorità "degni" di abitare nei campi-ghetto, esibendo un badge sul petto e tenuti sotto controllo 24 ore su 24, pena l'espulsione dal campo alla prima violazione del Regolamento per i Rom degli Insediamenti Autorizzati. Senza contare la schedatura con fotosegnalazione e rilievo delle impronte digitali per adulti e bambini, secondo quanto ha recentemente stabilito il Consiglio di Stato. Oppure, se si vuol conoscere la condizione delle famiglie Rom nella Milano odierna, si può fare la stessa domanda ("Come state, all'ombra della Madonnina?") a quelli che la sorte non ha "baciato sulla fronte" e sopravvivono nascosti in case diroccate o in luoghi malsani, braccati dalle forze dell'ordine e sempre a rischio di evacuazione, di aggressione da parte di razzisti o di abuso poliziesco/giudiziario. Repetita juvant: come la famiglia di Anna Frank, come gli ebrei ai tempi di Hitler. Per fortuna, sono ormai poche decine, perché gli altri si sono rifugiati via da Milano e quasi sempre dall'Italia. Ma allora, se non è cambiato nulla, come verranno spesi i 13 milioni? Il Comune di Milano ne investirà 12 per sgomberi, bonifiche e messa in sicurezza di luoghi "a rischio" di ritorno dei Rom: edifici abbandonati, ponti ecc. Resta circa 1 milione, metà del quale andrà impiegato per progetti di inserimento professionale, progetti che di fatto non tengono conto della realtà sociale e delle competenze dei Rom, ma prevedono semplicemente l'apertura di un ufficio adibito alla ricerca di una collocazione per adulti di etnia Rom (richiestissimi sul mercato del lavoro, come tutti sanno!). I cinquecentomila euro, facile prevederlo, svaniranno come neve al sole. Resta ancora mezzo "testone", che il Comune vorrebbe investire in microcredito rivolto alle famiglie Rom italiane che abbiano una casa di proprietà da ristrutturare oppure non dispongano di tutto il denaro necessario all'acquisto di un appartamento. La cifra, che comprende anche tutte le spese e i costi annessi, basterebbe - se correttamente impiegata, senza sprechi - si e no per 3 o 4 famiglie, ma nonostante questo, Pdl e Lega Nord si sono opposti all'iniziativa ("Eh no, nessun canale preferenziale, per questi Rom che ormai la fanno da padroni") e si può scommettere che andrà a finire - come da Pdl e Lega richiesto - che anche tali fondi serviranno alla "messa in sicurezza". Risultato finale, come sempre: fondi investiti per la persecuzione, l'apartheid e la creazione di veri e propri ghetti, cercando di salvare la faccia con l'Ue.

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Nomadi. Roma si prepara ad allontanare gli "asociali" e a mettere in atto la politica dei ghetti

Roma, 5 settembre 2009. Nonostante le visite di delegazioni inviate dalla Commissione europea, nonostante quanto prescrivono la Direttiva 2000/43/CE e la Risoluzione del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i rom, nonostante gli ammonimenti del Commissario europeo per i Diritti Umani e del Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, Roma prosegue la politica dell'emarginazione e annuncia la creazione di un vero e proprio abominio sociale. Sveva Belviso, assessore alle politiche sociali del Comune di Roma spiega le linee fondamentali del progetto: "Ridurremo i campi nomadi da 100 a 11 e i 7100 Rom che vivono qui a 6000. I campi che andremo a chiudere sono vergogne dell'umanità. I Rom comprendono la volontà di dar loro una sistemazione migliore e le persone che verranno allontanate sono leader negativi, mele marce che potrebbero rovinare tutto: sono persone agli arresti domiciliari o che hanno commesso reati importanti. Un esempio negativo per i giovani".

Sembra di tornare al 1938 - quando la Germania nazista mise in atto misure punitive contro gli "asociali", le "mele marce" di quegli anni - e al 1939, quando si decise di costruire i ghetti. In base a un censimento sullo status giuridico delle persone, ma anche a fotosegnalazione e rilievo di impronte digitali sia per gli adulti che per i bambini (come deciso recentemente dal Consiglio di Stato) i Rom verranno suddivisi in "titolari" (la "titolarità" verrà stabilita dalla prefettura con un regolamento) e "mele marce". Le "mele marce" saranno allontanate, senza che sia previsto alcun piano di sostegno, alloggio o integrazione per loro. Il 30% dei Rom destinati al controllo amministrativo e alla schedatura se ne sono già andati dalla capitale. Entro l'autunno 5 dei 7 campi-ghetto saranno pronti ad accogliere gli internati, che saranno muniti di simboli o badge da esibire ai "controllori" (anche questa misura, nonostante richiami le stelle di Davide degli ebrei, è stata approvata dal Consiglio di Stato): Salone, Gordiani, Camping River, Candoni e Castel Romano.

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Le origini Rom di Roberto Calderoli

Milano, 4 settembre 2009. Riceviamo una mail da Chiara di Verona. "Cari amici di Anne's Door ed EveryOne, complimenti per le vostre campagne a tutela dei rom. Qui a Verona, e non solo per colpa di Flavio Tosi, i cosiddetti nomadi sono trattati come gli ebrei ai tempi di Mussolini o anche peggio. L'altro ieri sono rimasta stupita negativamente sentendo mio figlio, che ha 10 anni, e un suo amichetto che bisticciavano dandosi del 'rom', come se si trattasse del peggiore insulto. Qualche tempo fa ho letto di un vostro intervento a difesa dei calciatori di origini rom che giocano, o giocavano fino alla scorsa stagione, in Italia: Ibrahimovic, Stankovic, Pirlo, Quaresma, Vucinic... Avrei una domanda da farvi: ci sono anche politici di origini rom, che magari potrebbero aiutarci a combattere il razzismo?".

Rispondono Anne's Door ed EveryOne. Grazie delle belle parole. Conosciamo la situazione dei Rom e dei Sinti di Verona. Da molti anni subiscono una drammatica emarginazione, ripetuti atti discriminatori, violenze, intimidazioni, abusi polizieschi e giudiziari. Hai ragione: vivono come gli ebrei ai tempi del duce. Recentemente, durante la trasmissione "Cominciamo bene" su Rai3, il sindaco di Verona ha affermato che i Rom e i Sinti di Verona sono tutti criminali e che le loro fedine penali parlano per loro. In realtà, quelle fedine parlano di una tragica persecuzione, di un'assurda violazione e negazione di ogni fondamentale diritto umano. Abbiamo protestato con gli autori e i responsabili del programma, per quelle dichiarazioni ispirate da odio razziale, dichiarazioni che non hanno avuto replica e hanno fomentato irresponsabilmente il tasso di razzismo già fuori controllo nella città veneta. Ci è stato risposto che "è per la par condicio. Se dedichiamo una trasmissione ai Rom, siamo obbligati a invitare in studio anche chi non è antirazzista". Abbiamo fatto notare loro che secondo la Costituzione diffondere ideologie razziste è un reato, altro che par condicio! Ci hanno replicato che "sì, lo sappiamo, ma le disposizioni sono queste. Se parliamo di Rom o persone di colore, dobbiamo dare voce anche a chi non li accetta". E non hanno saputo rispondere quando ho chiesto loro se in una trasmissione sull'Olocausto verrebbero invitati neonazisti e negazionisti. Riguardo ai politici Rom e Sinti, va citato in primis Yuri Del Bar, Sinto emiliano, eletto nel Consiglio Comunale di Mantova nel 2005. Yuri Del Bar è stato il primo candidato appartenente alla minoranza Sinta e Rom eletto in un organismo politico, in sessanta anni di Repubblica Italiana. Ti ricordiamo poi che il Sinto Nazzareno Guarnieri è stato candidato al Consiglio Comunale di Pescara nelle elezioni amministrative 2008, mentre Dijana Pavlovic, Romnì 33enne di origine serba, è stata candidata al Consiglio comunale di Milano nel 2006 e alle recenti elezioni europee. Troppo poco, per un Paese democratico. Vi sono poi uomini politici i cui cognomi rivelano probabili origini "zingare": i primi due esempi che ci vengono in mente sono Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma e Alessio Spinelli, assessore di Fucecchio (Firenze). Ma ti sorprenderanno i prossimi nomi: il deputato della Lega Nord Renato Valter Togni e - udite, udite! - il ministro alla semplificazione sociale, sempre della Lega Nord, Roberto Calderoli, il cui cognome ha un'inequivocabile e antica origine Rom, derivando da "caldera" (pentola), che è all'origine del nome della tribù "nomade" dei Kalderasha e del cognome tipico Rom Caldaras/Caldarar (Calderar)/Caldararu. Dubito però che gli ultimi politici che abbiamo citato possano aiutarci a combattere il razzismo!

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Incontro con Art Spiegelman

Milano, 3 settembre 2009. Oggi pomeriggio Art Spiegelman - figlio di un sopravvissuto all'Olocausto, autore di "Maus, capolavoro del fumetto di tutti i tempi, premio Pulitzer 1992 - ha incontrato i suoi estimatori durante la vernice della mostra "Da Raw Books a Toon Books", presso la Galleria Nuages di Milano. Per Roberto Malini è stata l'attesissima occasione di stringere la mano al suo autore di fumetti preferito: "Art, sono davvero onorato di conoscerti.

Maus, insieme al Diario di Anna Frank, è la prima lettura che suggerisco ai ragazzi quando mi chiedono un consiglio su come avvicinarsi all'Olocausto". "Grazie, quello della Memoria è l'aspetto più importante del mio lavoro," gli ha risposto Spiegelman, commosso per il calore con cui è stato accolto. "Anche questa città è piena di gatti," gli ha detto sottovoce Roberto. "E i topolini che finiscono sotto i loro artigli sono i Rom e i migranti". L'artista si è rabbuiato per un istante: la sua utopia è un mondo in cui nessuno sia perseguitato per il colore della sua pelle, la sua razza e la sua condizione sociale. Poi ha impugnato un pennarello nero e con la sua mano rapida e virtuosa ha disegnato il proprio autoritratto: un regalo e un simbolo "per Roberto", per Milano, per un mondo che ha un disperato bisogno di allontanarsi dalle molte strade che non si orientano verso la Memoria e tornano ad Auschwitz.

Nelle immagini, Art Spiegelman con Roberto Malini (foto Steed Gamero); l'autoritratto donato a Roberto dall'artista.

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Tortura

di Roberto Malini

 

Tortura

eucaristia di mostri

parole strappate

come denti all'anima.

 

Tramonto della speranza, trionfo della bestia.

 

Tortura

sorriso di sangue

buco nero

sole accecato dal ferro rovente.

 

Dio

liberaci dal male

ma se non lo farai

che sia l'Uomo a fermare

le grida acuminate

i lamenti attutiti da bende

l'offesa, il latrato dei cani

l'auto da fé che si rifrange

sul cemento.

 

Tortura

la vita è in ginocchio

e sussurra perdute verità:

"Eerf nrobera sgnieb namuhlla...

Utirips serepu api taeb..."

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La storia di Michaj

di Rosa Mauro

Ho camminato a lungo per trovare questa storia.
Il passo ed il respiro di un uomo morente, sono sottili e per trovarli bisogna cercare nelle pieghe della vita, nel silenzio o in una musica.
Così, alla fine, ti ho trovato, Michaj, nelle note di una canzone di De Andrè

“Dio di misericordia, il tuo bel paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso”

E così ti ho trovato, tu che hai vissuto senza sorriso.
Eppure dovevi possederlo, quel sorriso, prima che ti fosse strappato via da una vita ingiusta, da uomini ingiusti, se pure chi si comporta così ha diritto a quella parola.
Ed ora riesco anche a vederti, Michaj, prepararti per il tuo ultimo viaggio.
Fragilissimo, il corpo piegato, le gambe che a stento quasi sollevate da un nipote, si muovono lungo l’asfalto.
Il dolore di continuare a respirare, a camminare, quando vuoi solo lasciarti andare.
E’ giunta l’ora, e lo sai, ma qui non puoi restare.
Il sole ingannevole, perché porta alla memoria un calore umano che, nella realtà, nessuno possiede , ti accompagna, il calore di una Estate in cui altri si divertono, altri si godono il mare, in questa dolorosa tua ultima fatica.
Grosse gocce di sudore sulla fronte dei tuoi nipoti, mentre tu neanche sudi più, la normale sofferenza è oltre le frontiere.
Ecco la fermata degli autobus.
Il tuo gruppetto, corpi giovani a circondarti, a difenderti, quasi nessuno lo guarda.
E’ il momento in cui il sudore si trasforma in dolore, negli occhi degli accompagnatori, sanno che non ti vedranno mai più.
La morte è il vero motivo del tuo viaggio, la morte in terra di Romania, la tua patria.
Avresti voluto chiamare l’Italia, questa città come tua patria.
Ma hai vissuto troppo, Michaj.
Hai vissuto abbastanza per vedere i tuoi sogni, onesti, semplici, un lavoro per te e i tuoi figli, una casa, il rispetto dei tuoi vicini, trasformarsi in cenere.
E pensare, che tu sei un figlio della speranza.
I tuoi genitori, sopravvissuti all’olocausto, te lo hanno ripetuto fino alla nausea, tu vedrai un mondo migliore dal nostro, il male è stato sconfitto, è morto per sempre.
Le labbra di Michaj nascondono un lieve sorriso, i genitori sono stati fortunati, sono morti convinti che, davvero, il male fosse morto.
Ma lui, invece lo ha visto tornare, quel male, negli occhi di coloro che voleva poter chiamare amici.
Lo ha visto negli occhi di quegli italiani che lui avrebbe voluto avere come colleghi di lavoro, genitori degli amici dei suoi figli.
Tutta la vita a lottare per una libertà dal lager invisibile che lo aveva accolto, guardando con occhi sempre più disperati, altri rom , altri fratelli, pestati e bruciati, presi in giro, insultati anche da coloro che avrebbero dovuto proteggerli.
I nipoti aiutano a salire quei pochi scalini, le gambe di pietra di Michaj lasciano il suolo italiano, per poggiarsi nella terra di nessuno dell’autobus, che si riempie di altri sogni infranti, e di parole in una lingua familiare, anche se da tempo non usata.
Nessuno si siede a fianco di Michaj, tutti intuiscono la verità del viaggio di quel vecchio, dietro le sue gambe, il suo corpo scheletrico.
Addio alle poche cose che in Italia ha conosciuto ed amato, al dottore che lo ha curato fino all’ultimo, al suo sguardo triste quando aveva detto a lui ed ai suoi che non c’era niente da fare.
Addio alla terra che aveva comunque ospitato i suoi pensieri, i sogni, le attese per le nascite dei suoi figli, il sudore del suo lavoro , che non aveva mai mancato di svolgere, finché gli era riuscito.
Gli occhi dei nipoti, dei figli, i loro corpi desolati, piegati, oppressi dal dolore del distacco, dalla sofferenza senza fine di una schiavitù immeritata.
Dietro ad un finestrino, li vede farsi piccoli, prima ancora che quell’autobus parta davvero.
E si, c’è qualcuno seduto a fianco del vecchio Michaj, anche se nessuno se ne accorge, invisibile per tutti.
Michaj le sorride, come una vecchia amica che si è fatta attendere a lungo, e davanti ai suoi occhi pieni di compassione, depone i dolori della sua vita errante, depone le sue paure, e le si affida completamente.
E mentre l’autobus viaggia, la grande consolatrice, quelli che a torto imprecano, quella che solo i poveri e i malati conoscono davvero, scioglie ad una ad una le catene terrene, Michaj si sente sempre più leggero, è davvero l’uomo libero che è nato per essere.
L’autobus macina strada, intorno le persone si lamentano del caldo, sono impazienti, nervose.
Ma Michaj non se ne accorge, c’è un grande campo intorno a lui, ora, un campo di terra e di stelle, un fuoco e della musica.
Musica romanì, musica di libertà.
Egli comincia a cantare e la sua voce è forte e libera.
Gli altri potranno solo vedere quella labbra vecchie muoversi, nessun suono uscire, alcuni scuoteranno la testa per la pietà, tutti pensano di sapere, ma nessuno , realmente, sa.
Michaj canta, e la voce dei suoi cari esclama gioiosa, dentro di lui “te l’avevamo detto, figlio della speranza, la speranza vince ogni cosa, vince sempre!”
E finalmente, sulle labbra senza sorriso, Dio ne stampa uno, per l’eternità.

2 settembre 2009

Grazie a Roberto Malini, e al Gruppo EveryOne per avermi raccontato questa storia. Grazie a tutti loro che portano avanti la fiaccola dell'umanità, in questo nostro mondo distratto e disumano. Rosa Mauro

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Manifestazione anti-Rom a Torino

Napoli, 31 agosto 2009. Stamattina alle 11.30 si è tenuta a Torino davanti a Palazzo Civico una
manifestazione organizzata da La Destra "contro la riqualificazione e
ricostruzione del campo nomadi di Strada dell'Aeroporto. “Oltre alla
considerevole cifra che c’è in ballo," ha commentato il segretario regionale
de La Destra Giuseppe Lonero, "denuncio le modalità di assegnazione della
gestione dei campi ad associazioni vicine all’Amministrazione. La somma che
il Comune sosterrà per la gestione dei campi nomadi è di 280mila euro,
mentre il finanziamento richiesto per ricostruire il campo di Strada
dell’Aeroporto oscilla tra i 2,5 e i 3 milioni di euro. Ma come avrebbero
potuto essere spesi a vantaggio della collettività e dei cittadini italiani
che pagano regolarmente le tasse tutti questi soldi? Semplice: costruire un
asilo nido, una residenza per anziani, ridurre il costo dei servizi sociali
e delle tariffe che i torinesi devono pagare, migliorare la manutenzione
delle strade, fornire i buoni taxi ai disabili. Come sarebbero stati spesi
meglio tutti quei soldi!. Il Comune di Torino, invece preferisce aiutare chi
viene in Italia per delinquere, non manda i figli a scuola, sporca la città,
senza pagare le tasse". Sono esternazioni improntate a sentimenti di
intolleranza, perché il Comune di Torino sta semplicemente mettendo in atto
quanto previsto dalla Direttiva 2000/43/CE e soprattutto dalla Risoluzione
del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i
Rom, documento che riassume le linee guida per attuare piani efficaci di
integrazione rivolte ai Rom nell'Unione europea.

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Le dichiarazioni di Gheddafi contro Israele sono gravi e diffondono ideologie antisemite

di Roberto Malini

Roma, 31 agosto 2009. Le dichiarazioni del dittatore libico Muammar Gheddafi contro Israele rappresentano un fatto grave ed è sbagliato sottovalutarle. Durante l'apertura del vertice dell'Unione Africana a Tripoli, il leader della Libia ha dichiarato che "lo stato di Israele è dietro a tutti i conflitti in Africa: alimenta le crisi in Darfur, Sud Sudan, Ciad, per sfruttare le ricchezze di quelle aree; per questo chiediamo che siano chiuse tutte le ambasciate di Israele in Africa". Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Yigal Palmor ha definito "show tragicomico" le esternazioni di Gheddafi, bollando il suo regime come un "circo equestre itinerante" e dicendosi certo che nessuno al mondo prenderà seriamente questo nuovo attacco contro Israele.

In realtà il colonnello ha consapevolmente e astutamente recuperato e diffuso una teoria pericolosa: quella del "complotto ebraico", che fu alla base delle più feroci persecuzioni antisemite, dai pogrom nella regione del Reno a quelli, terribili, nella Russia zarista. La diceria secondo cui gli ebrei tramassero per dominare il mondo venne diffusa in Occidente attraverso i famigerati Protocolli dei Savi di Sion ed ossessionò Hitler ponendosi fra le cause che innescarono le leggi razziali e l'Olocausto. Successivamente la teoria del "complotto ebraico" attecchì nei paesi arabi, fu ripresa dai gruppi neonazisti ed è ancora una delle cause scatenanti dei fenomeni di antisemitismo.

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L'Unione europea chiede spiegazioni all'Italia riguardo al respingimento dei 75 profughi somali

Roma, 31 agosto 2009. Dopo le proteste dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, del Gruppo EveryOne (che ha inviato lettere dettagliate alle Istituzioni europee e internazionali) e di una rete di Ong, l'Unione Europea ha inviato una richiesta formale di informazioni ai paesi interessati, Italia e Malta, riguardo al respingimento del gommone con a bordo 75 persone. La richiesta prelude a posizioni che assumerà l'Ue nei confronti di Italia e Malta, come ha riferito oggi a Bruxelles Dennis Abbott , portavoce dell'Esecutivo dell'Unione europea. "Valuteremo attentamente le risposte dei due paesi, " ha detto Abbott, "ma già da ora la Commissione sottolinea che qualunque essere umano ha diritto di sottoporre una domanda che gli riconosca lo statuto di rifugiato o la protezione internazionale, come ha scritto a suo tempo al governo italiano il Commissario alla Giustizia, libertà e sicurezza, Jacques Barrot, spiegando che il principio di non-refoulement, del non respingimento, così come è interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, significa essenzialmente che gli Stati devono astenersi dal respingere una persona, direttamente o indirettamente, quando essa potrebbe correre un rischio reale di essere sottoposta a tortura o a pene o trattamenti inumani o degradanti". Intanto il gommone carico di rifugiati si trova a 5 miglia dalla costa libica, che non riesce a raggiungere a causa del mare mosso.

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Preghiera di un "clandestino"

di Roberto Malini

 

Morrò giovane,
lontano da mia moglie,
fra pareti ammuffite, cattivi odori
e lacrime.

Morrò a Milano, con la mano
di mio fratello sulla fronte,
tremando per la febbre
e pregando così:

"Oh Dio onnipotente,
non distogliere il tuo sguardo
da questo figlio tuo,
ricordati che è un uomo,
anche se muore come un cane.

Oh Dio generoso,
non giudicare il suo corpo
vestito di stracci
e sfinito dai tormenti,
ma giudica il suo cuore,
un cuore ardente come l'Africa
che non ha mai odiato,
ma dopo aver sofferto
ogni pena del mondo,
ama ancora.

Oh Dio misericordioso,
non distogliere il tuo sguardo
da questo figlio tuo
e accoglilo in un angolo del tuo Giardino
perché - guardalo! - è un uomo,
anche se muore come un clandestino".

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Continuano i respingimenti in Libia. Grande preoccupazione dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Le Ong denunciano le violazioni della Convenzione di Ginevra alla Corte penale internazionale

Roma, 30 agosto 2009. 75 profughi provenienti da Somalia ed Eritrea (e quindi con i requisiti per ottenere asilo politico) sono stati respinti in Libia dalle autorità italiane in data odierna. A nessuno di loro è stata concessa la possibilità di chiedere protezione internazionale. I profughi, a bordo di un gommone, sono stati fermati 20 miglia a sud di Capo Passero. Prima del respingimento, erano stati assistiti da una motovedetta maltese e scortati fino alle acque territoriali italiane, come da loro richiesta. I migranti, fra i quali vi erano alcuni malati, donne e bambini, avevano comunicato alle autorità maltesi di aver intenzione di chiedere asilo in Italia. Il gruppo EveryOne allertava immediatamente l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati affinché vigilasse sul rispetto della Convenzione di Ginevra da parte del governo italiano e sulla concessione ai profughi, nel rispetto degli accordi internazionali, profughi dell'opportunità di presentare domanda di asilo. L'Alto Commissario si attivava immediatamente, ma le Istituzioni italiane prendevano una decisione repentina, che non consentiva alcun intervento.

Intanto dalla Libia, dove si trova per i festeggiamenti in occasione del primo anniversario della firma del Trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Liba, il primo ministro italiano Silvio Berlusconi chiedeva al regime di Gheddafi un rigore ancora maggiore contro l'emigrazione dall'Africa verso l'Italia. In seguito al respingimento, l'Alto Commissariato diffondeva una nota, esprimendo grande preoccupazione. Secondo Laura Boldrini, portavoce in Italia dell'Unhcr, la politica dei respingimenti si traduce "in una forma di penalizzazione nei confronti dei richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che hanno diritto ad ottenere protezione umanitaria e asilo. E' il caso dei 75 migranti riportati oggi a Tripoli che, secondo le prima informazioni, sarebbero somali, un paese che da circa vent'anni vive in condizioni di completa anarchia, una situazione che colpisce sopratutto la popolazione civile". Il Gruppo EveryOne ha annunciato che presenterà, insieme a una rete di Ong, una denuncia alla Corte penale internazionale de L'Aja. "I giudici della Corte penale internazionale stanno già valutando le politiche xenofobe contro i Rom," dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell'organizzazione, "ed è auspicabile che si pronuncino con urgenza anche contro questi aberranti crimini umanitari. Lasciar passare nell'indifferenza queste violazioni degli accordi internazionali che sono alla base della civiltà e della democrazia significa stracciare in un solo momento la Carta dei Diritti Fondamentali nell'Unione europea, la Convenzione di Ginevra, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani".

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Dacci oggi il nostro pane quotidiano

"Sembra quasi che Dio ci abbia abbandonati, ma è questo il momento di avere fede e di pregare". Mihai Ciuraru (Costanza, Romania 1945 - Bucarest 2009), vittima della persecuzione contro il popolo Rom in Italia.

"E' sempre peggio, per noi africani, in Italia. Sono andato via dalla Somalia perché morivo di fame. Ho cercato un posto in cui avere qualche speranza di sopravvivere, ho affrontato un viaggio spaventoso, a piedi, un viaggio in cui tanti miei fratelli sono morti. Poi ho affrontato il mare. Ho lavorato duramente, mi sono spezzato la schiena e non sono stato neanche pagato.

Quando sento che Berlusconi, Bossi e Maroni gridano che ce ne dobbiamo tornare a casa nostra, vorrei rispondere loro che una casa non ce l'abbiamo e che quella legge che hanno fatto per mandarci via non è una legge giusta, perché siamo venuti in Italia solo quando non avevamo più scelta". Sulemain, immigrato "clandestino" somalo.

"Andremo in Vaticano per ricordare alla Chiesa le nostre radici cristiane. Ci andiamo per ricordare che la nostra matrice è cristiana e cattolica. La Lega è l'unico partito che veramente ha radici cristiane". Umberto Bossi, leader della Lega Nord, 29 agosto 2009

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Persecuzione politica e dignità dei migranti

"La dignita' dell'uomo e' inviolabile sempre e comunque, a maggiore ragione quando la sua vita è piu' debole e indifesa: concepita, malata, terminale, senza casa, lavoro, patria. Quando i morsi dell'insicurezza, dell'oppressione politica e culturale, della persecuzione religiosa, dell'assoluta incertezza del futuro, si fanno più laceranti e insopportabili. Non è forse questo ciò che normalmente spinge tanti nostri fratelli e sorelle a tentare imprese impossibili pur di trovare speranza? Imprese che, come spesso è avvenuto, sono segnate da tragedie che interpellano la coscienza di tutti''.

Mons. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, omelia pronunciata il 29 agosto 2009 alla Madonna della Guardia sul monte Figogna.

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"La rivolta degli zingari", un libro per ricordare l'eroismo dei Rom ad Auschwitz

di Roberto Malini e Dario Picciau

Milano, 27 agosto 2009. La rivolta degli zingari, novella storica di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano è un libro che racconta il Pharraimos (o Porrajmos), l'Olocausto del popolo Rom. Abbiamo letto alcuni brani dell'opera nel corso di un incontro con i bambini e ragazzi Rom che vivono in un insediamento milanese, per avvicinarli alla Storia del loro popolo, che da secoli vede le famiglie "zingare" conservare la propria identità e le proprie tradizioni, nonostante le innumerevoli persecuzioni, i roghi della Santa Inquisizione, la lunga schiavitù nei Principati Romeni, le purghe etniche. Attraverso i racconti degli anziani, i giovani Rom conservano la memoria del "Divoramento" che nell'era nazista causò lo sterminio di oltre 500 mila nomadi. E' stato emozionante, per loro, ascoltare la vicenda del vecchio Tarì e della sua tribù, travolti dal buio della Storia insieme agli ebrei, agli "asociali", ai gay e ai disabili. I ragazzi più grandi sanno già cosa fu Auschwitz, la "fabbrica della morte" e rivivono con angoscia mista a orgoglio una pagina tragica, ma anche gloriosa della loro storia: quando quattromila Rom si opposero con tutte le loro forze alla più potente macchina di morte mai costruita dall'umanità, fra metà maggio e l'inizio di agosto del 1944. Uomini, donne e bambini combatterono gli uni a fianco degli altri, a mani nude o con armi rudimentali, in uno scontro eroico, senza speranza, contro le SS. Gli aguzzini furono colti di sorpresa e molti di loro persero la vita, finché il 2 agosto dello stesso anno, gli eroi dello "zigeunerlager" vennero assassinati nelle camere a gas. La rivolta degli zingari restituisce la memoria dell'epica battaglia di Auschwitz, ma anche di tanti episodi di altruismo e coraggio, virtù che non sono mai mancate al popolo Rom e che ancora oggi gli consentono di sopravvivere e mantenersi unito nonostante l'odio razziale, la violenza e la persecuzione istituzionale lo colpiscano con una ferocia che non accenna a placarsi.

"Un uomo in prima fila si tolse il berretto e sputò due volte per terra. L'ufficiale che presiedeva la punizione gli si avvicinò con le mascelle serrate, e lo colpì con il frustino. Provò a colpirlo ancora, ma l'uomo afferrò il frustino con la mano, svelto come un serpente, e lo tenne così stretto che l'ufficiale non riusciva più a riprenderselo. Allora il tedesco si arrabbiò. Diede degli strattoni. Ma fu inutile. Lo zingaro, uno di quegli zingari che cavalcano senza sella, che fanno innamorare le donne col violino, che fanno girare il coltello così velocemente che non puoi vederlo, gli rise in faccia. L'ufficiale sbarrò gli occhi. Emise una specie di grugnito, fece due passi indietro e tirò fuori la pistola. Poi gli sparò. Si alzò un mormorio dalle file, come un alito di vento. Lo zingaro cadde. Ma l'ufficiale aveva perso un'altra volta, perché lo zingaro rideva ancora, anche da morto". Da La rivolta degli zingari di Alessandro Cechi Paone e Flavio Pagano

Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano, La rivolta degli zingari, Mursia, Euro 17, pp. 240

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Il Consiglio di Stato approva la politica delle impronte digitali ai bambini Rom e delle Stelle di Davide

del Gruppo EveryOne

Roma, 27 agosto 2009. Il Consiglio di Stato, contrapponendosi alla sentenza emessa lo scorso 1 luglio dal TAR del Lazio, ha ammesso l'identificazione dei minori - oltre che degli adulti - che vivono nei campi Rom autorizzati, anche attraverso rilievo delle impronte digitali e fotosegnalazione. Il Tribunale amministrativo del Lazio aveva parzialmente accolto (sentenza n. 06352/2009) il ricorso presentato dall'European Roma Rights Center contro il D.P.C.M. del 21.05.2008 e le relative ordinanze in materia di dichiarazione dello stato di emergenza riguardo agli insediamenti di comunità nomadi in diverse regioni italiane, nonché in relazione ai regolamenti adottati dai Prefetti di Roma e Milano per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio e nel territorio del Comune di Milano. Il Consiglio di Stato è organo di governo, il cui presidente è nominato dal primo ministro e questa sua decisione era scontata, almeno secondo gli attivisti. Essa tuttavia servirà alle Istituzioni intolleranti per attuare l'aspetto più odioso delle già disumane politiche discriminatorie, un aspetto a lungo perseguito, nonostante la stigmatizzazione del Consiglio d'Europa, dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e di tutte le principali organizzazioni umanitarie. Ricordiamo che il 5 agosto scorso lo stesso Consiglio di Stato aveva ritenuta ammissibile l'identificazione dei Rom che vivono nei campi con un "badge" specifico, equivalente alla Stella di Davide che connotava gli ebrei nei ghetti e nei campi di concentramento nazisti.

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Come api impazzite

di Roberto Malini

 

Come api impazzite
si trafiggono
con pungiglioni acuminati,
volano verso il fuoco,
producono veleno
e hanno dimenticato
il profumo dei fiori.

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Che rischi corrono i migranti deportati in Libia?

Milano, 25 agosto 2009. Le notizie che giungono dal carcere libico di Ganfuda, a dieci chilometri da Bengasi, seconda città della Libia, capoluogo della Cirenaica, sono tragiche. La prigione viene definita "lager" dagli stessi internati, in riferimento alle terribili condizioni di detenzione e alle atrocità commesse sui prigionieri dagli aguzzini di Gheddafi. Attualmente 537 persone sono detenute nel campo: somali, eritrei, etiopi, nigeriani, profughi dal Mali e dal Burkina Faso. Tutti loro sono fuggiti da crisi umanitarie e sono stati arrestati per il "reato di clandestinità", che è previsto solo dai regimi dittatoriali e... dall'Italia, a differenza di quanto affermi la propaganda diffusa delle Istituzioni del nostro paese, che vorrebbero rendere "accettabile" la legge razziale n° 94. Le condizioni dei migranti detenuti in Libia, compresi quelli deportati dall'Italia, sono inumane. A Ganfuda come nelle carceri di Zlitan, Misratah e Sebha, i Diritti Umani non esistono né è possibile chiedere protezione internazionale, poiché la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra né gli altri accordi che tutelano i rifugiati.

Nonostante ciò e nonostante i rapporti dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e delle principali organizzazioni per i Diritti Umani, il governo Italiano ha firmato un patto anti- immigrazione con il regime libico e finanzia i suoi lager. I detenuti di Ganfuda sono stati arrestati nella regione di Bengasi. Anche in Libia, come in Italia, profughi innocenti possono essere detenuti anche per diversi mesi e, come avviene nei Cie, molti tentano il suicidio o compiono atti di autolesionismo. Tbc, scabbia e infezioni di ogni genere falcidiano la popolazione carceraria. Nelle strette celle sono stipati i detenuti, senza spazio per muoversi, nutriti con cibo insufficiente, sottoposti a continue umiliazioni e punizioni corporali, comprese torture, mutilazioni e stupri. Sfiniti da una condizione raccapricciante, il 9 agosto 2009 circa trecento detenuti hanno scelto la ribellione, ritenendo la morte preferibile alla vita nel carcere. Al segnale convenuto, hanno cominciato a correre verso i cancelli, forzando il cordone di polizia, incuranti dei colpi di manganello e baionetta. Mentre alcuni difendevano le retrovie, gli altri scavalcavano i cancelli. Venti di loro restavano sul campo, distesi senza vita in letti di sangue. Altri venivano pestati selvaggiamente, ammanettati e ricondotti nelle celle. Un centinaio riuscivano a evadere e si dirigevano verso Tripoli, braccati dalle forze dell'ordine. Manifestazioni di disperazione, dovute alle drammatiche condizioni di detenzione, sono segnalate anche nelle altre carceri libiche, sovraffollate e trasformate dal sadismo dei secondini in veri e propri gironi infernali.

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Altri 57 eritrei a Lampedusa: hanno diritto a status di rifugiati

Lampedusa, 25 Agosto 2009

57 eritrei a bordo di un gommone sono stati trasbordati sul pattugliatore d'altura G100 "Lippi" della Guardia di Finanza e sulla motovedetta CP40 della Guardia Costiera, da dove saranno trasferiti a Porto Empedocle. Uno dei migranti, che presentava evidenze di malattia, è stato tradotto presso l'ospedale di Lampedusa. Un'unità maltese ha seguito le operazioni, filmandole, dopo che le stesse autorità di Malta avevano fornito giubbotti salvagente, viveri, acqua e carburante ai profughi. In queste ore, mentre Italia e Malta si palleggiano le responsabilità della strage dei 75 eritrei recentemente morti di stenti in una condizione analoga, è importante vigilare affinché i 57 eritrei soccorsi oggi, che provengono da un Paese in crisi umanitaria, si vedano riconosciuto il diritto di presentare domanda di asilo, domanda che le Istituzioni italiane dovranno necessariamente accogliere, in rispetto degli accordi internazionali riguardanti i profughi dall'Eritrea. Nel frattempo, in via non ancora ufficiale, ma da fonte attendibile, il Gruppo EveryOne apprende che la domanda di asilo dei cinque eritrei sopravvissuti alla recente tragedia nel tratto di mare fra Libia e Italia - e indagati per il "reato di clandestinità" - risulta conforme a quanto prevedono gli accordi internazionali e che, di conseguenza, i cinque otterranno lo status di rifugiati e protezione umanitaria nel nostro Paese.

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Scuola di razzismo

Milano, 23 agosto 2009. Due episodi inquietanti di razzismo, che hanno avuto giovanissimi quali protagonisti negativi. A Castiglione della Pescaia (Grosseto) un calciatore brasiliano 16enne, in prova con la squadra locale della Castiglionese, è stato pestato venerdì sera da tra coetanei italiani nel centro della cittadina maremmana. I tre l'hanno fermato al termine dell'allenamento e hanno cominciato a infierire su di lui gridandogli: "Tornatene al tuo paese, torna in Brasile". Medicato al pronto soccorso, il ragazzo ha chiesto di tornare a casa, in Brasile. Sempre venerdì, nel pomeriggio, nei pressi di piazza San Babila, nel centro di Milano, un ragazzo marocchino di 14 anni è stato insultato e picchiato da un gruppo di giovani italiani poco più grandi di lui, che oltre a una serie di insulti razzisti, gli hanno detto in tono minaccioso: "Facciamo parte di una ronda padana e non vogliamo clandestini a Milano". Dopo la raccapricciante performance del figlio di Umberto Bossi, "creatore" del gioco razzista "Rimbalza il clandestino", ecco nuove spregevoli azioni della generazione che tanti cattivi maestri stanno allevando per trasmettere la loro eredità di razzismo e vigliaccheria all'Italia e all'Europa di domani, sempre più "padane", sempre meno umane.

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I veri eroi della Padania

del Gruppo EveryOne

Milano, 22 agosto 2009. Mirko ha 11 anni. Nel dicembre del 2006 subì un'aggressione razziale da parte di una ronda padana a Opera (Milano). Sua madre fu spinta a terra e umiliata. Il suo fratellino, più piccolo di due anni, da quel giorno ha problemi con il linguaggio. Lui non ha mai dimenticato. "Quando sarò grande," dice con il viso rosso dall'agitazione, "voglio essere forte, per proteggere la mia famiglia dalla Lega Nord". I nemici di Mirko, i persecutori dei bambini, delle donne e del popolo Rom non sono cambiati. Sono solo diventati più potenti, hanno raggiunto posizioni da cui possono scrivere e far applicare leggi terribili contro i Rom e i migranti, da cui possono organizzare - protetti dalla loro legge - la più spietata e disumana caccia all'uomo che si sia mai vista in Italia. Perché neanche i fascisti di Mussolini avevano il cuore di mettere in mezzo alla strada e cacciare via da paesi, città, regioni famiglie innocenti e vulnerabili, con bambini, donne incinte e malati. Anche in Ungheria esiste un movimento che diffonde odio contro Rom e migranti, esattamente come la Lega Nord in Italia. Si chiama Magyar Gárda e ha ottenuto un importante successo alle ultime elezioni europee. La Corte d'Appello di Budapest, però, dopo aver esaminato le ideologie della Guardia Ungherese diffuse a mezzo stampa e nei comizi, ha messo il partito fuori legge.

In questi giorni, mentre decine di profughi eritrei morivano di fame, sete e sfinimento nel tratto di mare che separa la Libia dall'Italia e le autorità cercavano di insabbiare la tragedia, in internet impazzava presso i razzisti italiani il gioco "Rimbalza il clandestino", sviluppato da Renzo Bossi, figlio del leader leghista, riservato agli utenti di Facebook e ospitato nel sito della Lega Nord. Il meccanismo raccapricciante del gioco chiede agli utenti di respingere, cliccando con il mouse, i battelli della speranza, ricacciando in mare i "clandestini". Mentre il piccolo Mirko corre a piedi nudi, solleva tronchetti di legno e si allena per essere pronto di fronte alle ronde padane del futuro, la nazionale italiana di cricket under 15, composta da ragazzini con cittadinanza italiana, ma figli di immigrati dello Sri Lanka, ha vinto il titolo europeo". "È il primo titolo europeo nella storia del cricket italiano", esclama l'allenatore Simone Gambino dopo il successo in finale contro l'isola di Man per 163 a 59. "I ragazzi e io abbiamo deciso di dedicare il titolo a Umberto Bossi perché questa vittoria dimostra che gli extracomunitari danno anche lustro all'Italia. E questi ragazzi conoscono l'inno di Mameli". Il miglior giocatore della nazionale e del torneo è un sikh indiano di Mondovì (Cn) che gioca a Varese. "Questi ragazzini hanno lottato per l'Italia," dice un tifoso, "e molti di loro vivono in quella 'terra che non c'è' che i leghisti chiamano Padania. Studiano e si allenano a Milano, Bologna, Venezia, Trento. A volte subiscono insulti, perché le ideologie razziste sono sempre più forti, al Nord. Ma secondo me, il futuro del nostro Paese sono loro e non certo i Maroni, i Calderoli, i Tosi, i Bossi né la loro discendenza".

Nella foto, Abdul Salam Guibre, 19 anni, il ragazzo originario del Bourkina Faso con cittadinanza italiana ucciso a sprangate a Milano poco meno di un anno fa.

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Così i Rom muoiono a Roma

Roma, 22 Agosto 2009. Ennesima vittima della discriminazione e del razzismo a Roma dove un Rom romeno 45enne è stato trovato senza vita in un cassonetto dei rifiuti, dove stava rovistando in cerca di avanzi ancora commestibili. Il Gruppo EveryOne riceve sempre più di frequente segnalazioni di Rom in condizioni umanitarie tragiche, malati, deperiti, affamati, costretti a dormire in luoghi malsani e lontani dagli sguardi della gente. E' proprio "la gente" il mandante di queste morti, perché ai cittadini di Roma - e non solo di Roma - basta la vista di un Rom o di una famiglia di "nomadi" perché chiamino il pronto intervento, pretendendo l'allontanamento di quegli esseri umani che sono ormai considerati alla stregua di animali molesti. L'elemosina, che è il cardine delle principali religioni e che è tollerata persino nei regimi più repressivi e disumani, è considerata nelle grandi città italiane come un'attività illecita, che minaccia la "sicurezza".

Se i bambini e i ragazzini Rom vengono sorpresi dalle forze dell'ordine o da un delatore mentre aiutano le loro famiglie, per le quali non esiste alcuna forma di assistenza sociale, a sopravvivere questuando - come farebbe qualsiasi bambino o ragazzino italiano, di fronte alla tragica povertà della propria famiglia - le autorità privano i loro genitori della patria potestà, affidandoli a comunità di accoglienza (dove spesso subiscono gravi abusi) e quindi a famiglie italiane. Se invece si lasciano morire insieme ai loro cari, le Istituzioni, il popolo, i media approvano, perché è questa la loro idea di "legalità": l'unico Rom legale e tollerato è un Rom morto. E siccome gli orrori prodotti dal razzismo non hanno mai fondo, in genere quando un Rom è vicino alla morte (in Italia la sua speranza di vita è di soli 35 anni, a causa della persecuzione), i familiari, grazie a una colletta fra concittadini sventurati, gli acquistano un biglietto di sola andata per il Paese di provenienza (in genere, la Romania), perché esali là l'ultimo respiro, visto che il denaro per rimpatriare la salma non lo posseggono e visto che le Istituzioni italiane non provvedono neppure a tale estrema necessità di un popolo senza diritti.

Nella foto di Roberto Malini, la tragedia di un senzatetto a Roma

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Corriere della Sera > Cronache > Il giallo del maestro «anarchico» morto durante il ricovero coatto

Il giallo del maestro «anarchico» morto durante il ricovero coatto
Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, sarebbe stato legato al letto per giorni. Indagati sette medici dell'ospedale

SALERNO - Legato a un letto, polsi e caviglie. Così sarebbe morto Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento. Aveva 58 anni. Il 31 luglio era entrato nell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania: sul suo capo pendeva un'ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio. Quattro giorni dopo, la mattina del 4 agosto, gli infermieri l'hanno trovato morto. Per edema polmonare, secondo il medico legale che ha effettuato l'autopsia. Forse Francesco Mastrogiovanni era legato su quel letto da troppe ore, forse addirittura da giorni. «Nella cartella clinica non viene menzionata la contenzione fisica, ma dall'autopsia è risultato che aveva segni su polsi e caviglie compatibili con lacci di un materiale rigido» spiega Vincenzo Serra, cognato della vittima. Il Tso è un atto medico e giuridico regolamentato da una legge: viene deciso dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico. Della procedura deve essere informato anche il Giudice Tutelare di competenza. Insomma, uno strumento su cui esistono vari livelli di controllo e soprattutto, come impone la legge, «esclusivamente finalizzato alla tutela della salute».

SETTE INDAGATI - La storia del maestro che, come dicono parenti e mici, «non passava inosservato» (anche per i quasi 2 metri di altezza), ha molti punti oscuri. Troppi. Tanto che la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un'inchiesta, affidata al pm Francesco Rotondo, e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. La famiglia ha istituito il comitato «Giustizia per Franco» (è il diminutivo con cui veniva chiamato usualmente), che ha una pagina online per il momento in costruzione (www.giustiziaperfranco.it). Anche l'associazione EveryOne (che si occupa anche di lotta agli abusi psichiatrici) ha preso a cuore il caso. «Abbiamo depositato un'interrogazione parlamentare, insieme ai deputati radicali, rivolta ai ministro degli Interni e della Salute proprio sulla morte di Mastrogiovanni e abbiamo presentato una denuncia in sede europea perché sia finalmente approvata una regolamentazione internazionale contro gli abusi psichiatrici» spiega il co-presidente Roberto Malini. «Il trattamento riservato al signor Mastrogiovanni è altamente lesivo dei suoi diritti e della sua dignità di essere umano - si legge nell'interrogazione messa a punto dai tre co-presidenti di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau -. Il Tso rappresenta un uso consolidato in molte città italiane e il suo fine coercitivo è dimostrato da molti casi».

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Profughi in Italia. Rischio di deportazione per i cinque sopravvissuti eritrei

Lampedusa. 22 agosto 2009. Fonti attendibili, dall'interno della Procura di Agrigento, rivelano che il governo italiano ha intenzione di deportare i cinque sopravvissuti alla tragedia del mare in cui circa 75 rifugiati eritrei, fra cui donne e bambini, hanno perso la vita, nell'indifferenza degli equipaggi di diversi natanti che li hanno avvistati durante la drammatica traversata. Perché tanta fretta? Che cosa temono, le Istituzioni italiane? Forse che i testimoni possano rivelare particolari raccapriccianti riguardo alla tragedia, evidenze che potrebbero costituire di fronte alla Corte Penale Internazionale prove di crimini contro l'umanità. Ricordiamo che due dei sopravvissuti sono minorenni e che dunque la loro deportazione non sarebbe consentita dagli accordi internazionali in alcun caso. Il Gruppo EveryOne ha chiesto con una lettera urgente all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e alle Istituzioni internazionali di non consentire questa gravissima violazione dei diritti dei profughi.

Gli attivisti hanno inoltre scritto e motivato una richiesta di protezione umanitaria, rivolgendola al Presidente della Camera e ad altre cariche istituzionali. Purtroppo, al di là di messaggi di generica solidarietà, nessuno ha offerto una risposta confortante, neanche sul piano dell'impegno personale. "La nostra sensazione è che Gianfranco Fini si farà carico di questa istanza," afferma EveryOne, "ma che, anche nella sua posizione, sia ormai difficile aprire significativi spiragli nel muro di xenofobia e odio razziale che l'Italia ha posto fra sé e le etnie che non gradisce". Leggendo le dichiarazioni di solidarietà verso i migranti che Silvio Berlusconi rilasciò ai quotidiani nel 2003, ponendo in rilievo la necessità di accogliere e proteggere coloro che fuggono da crisi umanitarie, è sempre più evidente come ormai il primo ministro sia in ostaggio della Lega Nord, che facendo cadere il governo gli toglierebbe lo scudo del lodo Alfano, esponendolo a processi e a un effetto-domino che distruggerebbe in breve il suo impero. Quindi, Berlusconi e il suo seguito ingoiano ormai qualsiasi boccone velenoso e obbediscono al movimento xenofobo che fa dell'odio razziale e della crudeltà verso le minoranze la propria bandiera.

Nella foto, profughi eritrei in attesa del "viaggio della speranza", che sempre più spesso diviene "viaggio della morte"

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75 profughi eritrei muoiono in mare, solo 5 raggiungono Lampedusa: hanno diritto all'asilo, impediamo la loro deportazione

Lampedusa, 20 agosto 2009. Erano in 80 e fuggivano da una crisi umanitaria spaventosa, in Eritrea. 75 di loro sono morti in mare, a causa di un viaggio che è lungo e pericoloso, un viaggio che è reso ancora più difficile dalle politiche xenofobe italiane, che riservano ai rifugiati, comunque, una probabile - quasi certa- deportazione. Cinque di loro sono sopravvissuti, soccorsi su un gommone al largo di Lampedusa.

Una motovedetta li ha trovati in pessime condizioni di salute e in preda a una disperazione senza fine, a circa 12 miglia a Sud dell'isolaa, al limite delle acque territoriali. Evitiamo che anche loro siano mandati verso un destino tragico: il Paese da cui provengono (si vedano le relazioni delle organizzazioni internazionali per i Diritti Umani) e i rischi che hanno affrontato per fuggire li rendono soggetti deboli, vulnerabili, bisognosi di protezione e asilo.

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Addio Nanda, amica dei poeti

di Roberto Malini

Milano, 18 agosto 2009. E' morta all'età di 92 anni Fernanda Pivano, dopo una lunga malattia. Era ricoverata da tempo in una clinica privata di Milano. Nata a Genova nel 1917 si trasferì presto a Torino con la famiglia. A lei si deve la conoscenza in Italia dei grandi autori della letteratura americana, da Edgar Lee Masters a Hemingway, da William Burroughs a Richard Wright, da Jack Kerouac ad Allen Ginsberg, fino a Laurence Ferlinghetti e alla generazione che succedette quella "beat", la generazione di Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace. Nanda era una donna di valore; la sua vita, sospinta dal vento della curiosità, è stata un'avventura appassionante e irripetibile: eterna bambina sempre alla ricerca della novità e non della convinzione. Le parole del suo grande amico Ernest Hemingway, tratte da "Addio alle armi", sono il suo miglior epitaffio: "No. È il grande inganno, la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano attenti". Conobbi Nanda a Milano, nel 1984, al festival "Milano Poesia". Mi presentò in quell'occasione il poeta americano Gregory Corso, ma mi confidò di preferire Allen Ginsberg e di avere una predilezone per i poeti omosessuali. "Hanno due anime, soffrono di più e spesso posseggono il dono di superare con un solo balzo tutte le convenzioni".

Negli anni 1980 avevo creato un gruppo internazionale di poeti impegnati in tematiche civili, che tenne letture in tutta Italia. Ne facevano parte Christopher White, raffinato lirico gallese, e Paola Astuni, poetessa transessuale e straordinaria interprete dei propri versi. A volte partecipava alle nostre serate anche Dario Bellezza. Paola e io davamo vita a duetti intensi, elettrici, pieni di creatività e improvvisazione. Nanda è venuta a vederci in diverse occasioni ed era affascinata dalle nostre esibizioni. "Un gruppo così avrebbe un successo enorme negli Stati Uniti," mi disse dopo una performance all'Entropia di Milano. "La vostra poesia parla di bellezza. I diritti umani sono belli. Le razze, quando si mescolano, sono belle. Il sesso e gli amori omosessuali sono belli. Anche il dolore è bello, se è condiviso con il mondo". Ci perdemmo perché la vita - se pur bella - non sempre è facile per i poeti. Però abbiamo conservato un'affinità e in questo momento dedico a Nanda una lacrima e un sorriso, perché se è vero che la morte porta dolore ai vivi, è anche vero che è piena di bellezza, se giunge alla fine di una vita vissuta bene.

"Avere un cuore da bambino non è una vergogna". Ernest Hemingway, da "Vero all'alba".

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Le bugie della Lega Nord

"Noi italiani andavamo all'estero a lavorare non a uccidere la gente". Umberto Bossi, leader della Lega Nord, 9 agosto 2009 (Corriere della Sera e altri quotidiani)

Milano, 18 agosto 2009. L'emigrazione porta con sé fenomeni positivi (lavoro, diversità culturali, idee) e negativi (competizione nel mondo del lavoro, disagio, criminalità). A differenza di quanto affermi la propaganda razziale, gli italiani non sono diversi dagli altri popoli. Il crimine organizzato di origine italiana (i cui membri non appartengono solo al Sud, ma in alta percentuale anche al Nord Italia) conta oggi 25 mila membri e 250 mila affiliati nel mondo, per un giro d'affari di oltre un miliardo di dollari annui.

Gli omicidi legati alle mafie italiane sono da 10 a 15 mila ogni anno, a cui vanno aggiunti i morti per sfruttamento nel mercato del lavoro nero e della prostituzione, i morti per droga, le vittime di sostanze inquinante smaltite illegalmente, le vittime del mercato nero delle armi. Riguardo ai legami fra mafia e politica, soprattutto nel Nord Italia, lo stesso Umberto Bossi denunciò questo grave e diffuso fenomeno (cerca su google "Umberto Bossi Mafia").

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Razzismo a Roma. Famiglia Rom italiana si vede negato accesso a parco acquatico

Roma, 17 agosto 2009. Intervista a Sabrina Iacobucci, presidente dell'associazione Afroitaliani (http://afroitaliani.splinder.com), sull'episodio di discriminazione di una famiglia rom italiana a cui è stato negato l'accesso al parco acquatico di Casal Lombroso (Roma):

http://www.radioradicale.it/scheda/285465/intervista-a-sabrina-iacobucci-presidente-dellassociazione-afroitaliani-sullepisodio-di-discriminazione-di

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Le Istituzioni italiane riportano l'Unione europea ai tempi dei ghetti, della discriminazione razziale e delle purghe etniche

Roma, 16 agosto 2009. Il razzismo istituzionale in Italia raggiunge livelli indegni dello spirito e dei principi che hanno formato e ispirano ancora l'Unione europea. Mentre l'Europa cerca di allontanarsi dai fantasmi dell'Olocausto e delle persecuzioni etniche, in Italia si verificano quotidianamente violazioni della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue e della Convenzione di Ginevra. In poco tempo sono state cancellate le conquiste civili del continente e si assiste a ogni genere di abuso etnico: respingimenti di profughi verso Paesi in cui non esiste rispetto dei Diritti Umani, accordi anti-immigrazione con regimi spietati, approvazione di leggi razziali, organizzazione e attuazione di purghe etniche contro i Rom, creazione di ghetti, abusi polizieschi e giudiziari, istituzione di ronde xenofobe con il beneplacito delle Istituzioni. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno sintetizza nella sua dichiarazione di ieri, 15 agosto 2009, la deriva razzista italiana: "I nomadi a Roma potranno essere al massimo seimila, divisi in 12 campi, due dei quali saranno costruiti nei prossimi mesi, che verranno recintati e controllati da posti di polizia che impediscano il proliferare di crimini". Rinasce, in seno all'Unione europea che vuole essere civile e moderna, il Ghetto di Roma.

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Lotta contro il Male

Milano, 15 agosto 2009. Il programma di "lotta contro le forze del male" annunciato oggi da Berlusconi, Maroni e Alfano presenta aspetti contraddittori e inquietanti. L'enfasi stessa delle loro dichiarazioni ricorda i proclami degli ayatollah e dei leader dei regimi integralisti: "Combatteremo il male, combatteremo Satana". Lo stesso Adolf Hitler affermò che la sua Germania stava "combattendo le forze del male, chiedendo a Dio onnipotente di concedere la sua grazia e benedire il progetto". Di fatto l'attuale maggioranza, che per non morire ha fatte proprie le ideologie xenofobe della Lega Nord, non combatte il male, ma perseguita le minoranze sociali, etniche e razziali. "Combatteremo anche la mafia," assicura Berlusconi. Ma per combattere il crimine organizzato bisogna potenziare gli strumenti in mano alle forze dell'ordine e alla magistratura: strumenti investigativi e risorse umane adeguate agli obiettivi, intercettazioni, lotta al riciclaggio, uso dei collaboratori di giustizia, lotta alle connivenze mafia-politica o meglio - come suggerì Paolo Borsellino - al semplice sospetto di tali connivenze. Antonio Di Pietro ha commentato così l'annuncio del piano anti-criminalità: "Ha ragione Berlusconi quando dice che bisogna liberarsi delle forze del male, ma per farlo c'è un solo modo: liberarsi prima di tutto di lui. Il presidente del Consiglio ci sta infatti proponendo una politica di disuguaglianza sociale e economica e leggi che vanno contro la sicurezza e il bene dei cittadini. E quando dice di voler combattere le mafie non è credibile, visto che ha portato in Parlamento i suoi sodali, condannati e con pendenza penali". Berlusconi, Maroni e Alfano hanno ribadito per l'ennesima volta un dato che non è corretto. Secondo il Ministero dell'Interno "tutti i reati sono diminuiti quasi del 14% rispetto ai 14 mesi precedenti". Le statistiche Istat e i dati in possesso delle prefetture, però, sono diversi. Se il trend di furti e rapine in banca è in calo a partire dagli anni 1990, si rileva infatti che la mancanza di politiche sulla famiglia ha causato un aumento dei crimini all'interno dei nuclei familiari: stupri, maltrattamenti e violenze. Il dato è ancora più grave se si considera che raramente questo genere di reati viene denunciato. L'assenza di politiche sociali e di integrazione ha causato un aumento dei borseggi e dei reati contro il patrimonio commessi dalle minoranze disagiate. Nel clima di conflitto sociale e di propaganda mediatica che istiga all'odio, anche il numero di aggressioni e degli omicidi è in crescita. Allora, quali reati sarebbero diminuiti? In primo luogo, quelli generalmente ascritti ai Rom: accattonaggio molesto, occupazione di suolo pubblico e privato, piccoli furti, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Sono reati di piccolissima entità, spesso attribuiti ai Rom a causa di politiche xenofobe ("Se viene commesso un crimine," si dice nella comunità Rom, "la polizia cerca prima di tutto uno 'zingaro' nei paraggi. Nel caso non ci sia, si cerca il colpevole"). Sono diminuiti perché negli ultimi 14 mesi migliaia di Rom hanno lasciato l'Italia in seguito alla persecuzione e si sono rifugiati in altri Paesi dell'Unione europea. Un altro elemento, inoltre, è intervenuto a falsificare le statistiche. Pur essendo aumentati a dismisura i reati violenti contro stranieri, senzatetto e carcerati, ben di rado le vittime sporgono denuncia, temendo ripercussioni da parte delle Istituzioni e delle autorità xenofobe. La legge 94 peggiorerà questo aspetto, rendendo ancora meno attendibili i dati in possesso del Viminale. Per rendersi conto dell'andamento reale della fenomenologia criminale in Italia, meglio riferirsi alla cronaca riportata dai quotidiani nazionali e locali, che mette in luce una realtà ben più grave e inquietante di quanto non possano far credere le parole ottimistiche di Berlusconi, Maroni e Alfano, una realtà che si può fronteggiare solo partendo da politiche sociali efficaci e in linea con gli accordi e le norme internazionali, costantemente violati dalle nostre Istituzioni.

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150 parlamentari nelle carceri, iniziativa dei Radicali contro il sovraffollamento e le condizioni inumane

Roma, 14 agosto 2009. Il Gruppo EveryOne è particolarmente vicino all'iniziativa dei Radicali e in settembre presenterà un dossier sulle violazioni dei Diritti Umani negli Istituti penitenziari italiani. Oggi, il primo dei tre giorni del 'Ferragosto in carcere', l'iniziativa che coinvolge 150 deputati e senatori, organizzata dai Radicali Italiani in 175 dei 221 istituti di pena, ha consentito di verificare le condizioni di vita nei penitenziari italiani e di aprire il dibattito politico su come affrontare un'emergenza che è prioritaria nell'àmbito dei diritti civili e vede 63 mila detenuti costretti a vivere in strutture che hanno una capienza massima di 43.327 posti. Sovraffollamento fuori controllo, prigionieri che vivono senza diritti, sicurezza, dignità umana, in luoghi dimenticati dalla civiltà, dove il tempo scorre nell'inquieturdine e nell'angoscia. Non vi sono, in porigione, attività di recupero miurate al reinserimento, le strutture sono cadenti, il personale di sorveglianza carente e addestrato a umiliare e reprimere gl iternati, piuttosto che assisterli nelle necessità derivanti da una condizione tragica. La realtà, dietro le sbarre, è quella presentata a tanti film, dove il condannato diventa un numero e viene gettato in una lotta per la vita atroce e disperata. I parlamentari, di tutte le forze politiche, hanno visto con i loro occhi il prodotto della psicosi della "sicurezza" e di una giustizia che è ormai scollata dalla realtà sociale e non presenta differenze rispetto a concetti come vendetta e crudeltà.

"E' un'iniziativa importante," commenta il Gruppo EveryOne, "che non deve produrre solo nuovi dati, ma procedimenti che tolgano migliaia di detenuti da una situazione invivibile. Il carcere non è una condanna a morte, eppure molti prigionieri si tolgono la vita, si ammalano di AIDS ed epatite C, subiscono violenze e traumi che li conducono a forme di depressione irreversibili. Vi è poi una tragedia che sembra diventata tabù, ma che i detenuti e il personale di sicurezza conoscono benissimo: la realtà degli stupri nei penitenziari, che colpiscono la quasi totalità dei carcerati giovani, si ripetono a un ritmo che a volte è quotidiano e sono alla base di un'altissima percentuale di suicidi e atti di autolesionismo. La vergogna impedisce quasi sempre alle vittime di denunciare tali abusi o anche solo di parlarne e il fenomeno viene tollerato dalle guardie penitenziarie, che lo ritengono ormai parte integrante di una pena. UN altra evidenza grave è la sproporzione fra i detenuti di etnia Rom, nelle carceri maschili e soprattutto femminili, rispetto alla loro presenza sul territorio italiano, una sproporzione che dimostra una vera e propria persecuzione razziale". Rita Bernardini, la deputata radicale che ha promosso l' iniziativa della collega Antonella Casu, ha visitato il carcere romano di Regina Coeli. "Far stare, come accade qui, detenuti in cella 22 ore al giorno senza da loro la possibilità di lavorare per poter guadagnare e costruirsi una opportunità quando escono - ha detto - non corrisponde a criteri di giustizia, legalità e umanità". La parlamentare qualche giorno fa aveva osservato che quasi tutti i detenuti italiani potrebbero ricorrere alla Corte Europea e ottenere il risarcimento per le condizioni in cui vivono, come è avvenuto nei giorni scorsi per un detenuto bosniaco costretto a vivere 18 ore al giorno in una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone, avendo a disposizione uno spazio di 2,7 metri quadri quando gli standard ne impongono sette.

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L'Italia deve concedere protezione internazionale ai 22 profughi tunisini sbarcati a Lampedusa

Roma, 14 agosto 2009. Un gruppo di 22 profughi tunisini ha raggiunto, nel primo mattino del 9 agosto, le coste di Lampedusa, sbarcando sulla spiaggia di Cala Madonna. Appena scesi dal battello, proveniente dalla Tunisia (come hanno confermato le autorità libiche, cui le autorità si erano rivolte in previsione di una deportazione-lampo), i migranti sono stati fermati dai Carabinieri e trasferiti a Porto Empedocle su un traghetto di linea. Segnalazioni pervenute agli attivisti riferiscono che nel gruppo vi è un paziente cardiopatico, ma a quanto risulta finora, le autorità non hanno provveduto a sottoporre i rifugiati a esami medici. Si ricorda che le Istituzioni tunisine si distinguono per violazioni regolari e impunite dei Diritti Umani. Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International ha affermato recentemente che "la Tunisia promette a parole di onorare i suoi obblighi internazionali in materia di Diritti Umani, ma queste affermazioni sono lontane dalla realtà ed è ormai necessario che riconoscano i gravi abusi denunciati nel Rapporto di Amnesty International, aprano indagini e portino i responsabili davanti alla giustizia". Con il pretesto della sicurezza, le autorità tunisine si rendono responsabili di arresti e detenzioni di natura arbitraria, di sparizioni forzate di detenuti, torture e altri maltrattamenti, condanne emesse al termine di procedimenti iniqui. Prigionieri civili hanno denunciato recentemente di essere stati picchiati, legati e presi a calci solo per aver protestato contro le condizioni di detenzione della prigione di Mornaguia. Altri internati, come il giovane Ramzi El Aifi, di essere stati legati, picchiati e sodomizzati con bastoni.
"Nonostante questo scenario di violazioni dei diritti umani," spiega Hassiba Hadj Sahraoui, "governi arabi ed europei hanno effettuato espulsioni verso la Tunisia, deportando persone che poi hanno subito detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti. Invece di rimpatriare i cittadini tunisini, che vanno così incontro a situazioni drammatiche, i governi dovrebbero chiedere a quello di Tunisi di adottare provvedimenti concreti per introdurre riforme sui diritti umani". Va rilevato che le politiche di deportazione attuate dall'Italia sono ancora più riprovevoli e rappresentano le più gravi violazioni degli accordi internazionali, perché se gli altri Paesi hanno effettuato espulsioni di cittadini tunisini sospettati di attività terroristiche, il nostro li deporta solo in quanto "clandestini", non consentendo loro neppure la richiesta formale di asilo politico o protezione sussidiaria.

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Rubare per non morire

Roma, 14 agosto 2009. A Roma due minorenni di etnia Rom, un ragazzo di 14 anni e una giovane di 15, sono stati denunciati dai Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia Parioli per tentato furto in una casa privata. I ragazzi sono stati sorpresi mentre tentavano di forzare un portone con arnesi da scasso. Fermati dai militari, sono stati portati in caserma per l'identificazione e la denuncia, quindi condotti in un centro di prima accoglienza per minori. Pochi giorni fa abbiamo parlato a lungo con gli adolescenti di un campo-ghetto della capitale. "Ci controllano e perquisiscono ogni giorno," ci ha detto uno di loro. "La gente ci odia e i nostri genitori non riescono più a fare nessun lavoro, neanche quelli pesanti. Qualche anno fa, papà lavorava nei traslochi, ma adesso la gente non vuole vedere uno 'zingaro' a casa propria, perché ha paura che poi torni a rubare. Un mio amico è morto tossendo e sputando sangue, perché all'ospedale gli hanno detto che non aveva niente e l'hanno mandato via. Se chiediamo l'elemosina, arrivano subito poliziotti, carabinieri o vigili. Se una delle nostre donne tiene con sé un bambino e cammina per la strada, gli viene subito tolto dai servizi sociali e viene affidato a una famiglia italiana. Sapete quante famiglie hanno rubato i nostri bambini, negli ultimi anni? Tante. Eppure i loro genitori avrebbero dato la vita per loro. Vogliono che ci lasciamo morire, perché senza lavoro, senza assistenza, senza neanche l'elemosina non possiamo sopravvivere. I ragazzi che non si arrendono, rubano. Rubano perché vedono le loro mamme piangere e i bambini piccoli deperire, senza latte, senza pannolini, senza medicine. A cosa serve andare a scuola, se siamo condannati a vivere come bestie? E poi, dovreste vedere i pochi Rom che non vengono cacciati via e riescono a frequentare la scuola, come sono trattati da insegnanti e compagni. Ci dicono che puzziamo e che dobbiamo andarcene via dall'Italia. Ci picchiano e gli insegnanti dicono sempre che è colpa nostra, che siamo come l'erba cattiva".

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Un crescendo di tensione e abusi nei Cie italiani. Giungono notizie tragiche sulla sorte dell'algerino che ha avuto una crisi cardiaca al Cie di Ponte Galeria

Milano, 13 agosto 2009. Nel Cie di via Corelli cresce la tensione. Nel centro romano di Ponte Galeria i detenuti sono sotto shock per il destino del giovane algerino cardiopatico, trasferito a Roma da Bari Palese lunedì 3 agosto. "Era malato di cuore," ricorda un attivista, "e si è lamentato perché la polizia non aveva portato con sé dal centro pugliese i farmaci necessari alla sua sopravvivenza. Gli agenti pensavano che facesse la scena e l'hanno portato in una cella di sicurezza, dove l'hanno pestato. Pieno di lividi, perdendo sangue dal naso, ha avuto una crisi cardiaca in sezione, davanti ad altri detenuti, in piena notte. I compagni hanno dato l'allarme e il giovane è stato portato all'ospedale in ambulanza". Da quel momento non l'ha visto più nessuno. Oltre agli internati - allertati dal Gruppo EveryOne e da altre associazioni - parlamentari, rappresentanti del Consiglio d'Europa e dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati hanno chiesto notizie sulla sua salute. La direzione del Cie si è trincerata dietro una cortina di silenzio e non ha voluto fornire le generalità del ragazzo né informazioni sulla sua condizione sanitaria.

Sono passati alcuni giorni e notizie ancora meno confortanti sono pervenute alle organizzazioni per i Diritti Umani. "I testimoni che hanno visto il giovane pesto e sanguinante, in preda a una crisi cardiaca, sono stati deportati in fretta e furia," ha rivelato un solidale il 9 agosto, dopo aver parlato con alcuni internati. Il giorno dopo, una notizia che non ha ancora trovato conferma ufficiale viene diramata da radio Onda Rossa: "Purtroppo abbiamo avuto una notizia tragica. Fonti attendibili ci hanno comunicato che il ragazzo algerino non ce l'ha fatta ed è morto in ospedale". I detenuti del Cie di Ponte Galeria hanno manifestato in modo pacifico, ma pieni di sdegno e dolore, chiedendo la verità sul loro compagno e giustizia nei confronti dei suoi torturatori. La protesta si è estesa a tutti gli altri centri italiani, dove le autorità sono intervenute, a volte con le maniere forti. Alla drammatica voce ha fatto seguito, nel Cie di via Corelli, a Milano, la comunicazione da parte delle autorità che ai detenuti sarà prolungata la detenzione di altri 60 giorni, in linea con la legge 94. La protesta conseguente è stata sedata da polizia e carabinieri in assetto antisommossa, con manganellate e getti di idrante. Secondo i solidali, uomini e donne hanno subito pestaggi. Alcuni detenuti hanno ingoiato oggetti, si sono prodotti ferite sul corpo e hanno sfogato la loro disperazione dando fuoco ad oggetti e compiendo atti di autolesionismo. Anche a Torino, al Cie di corso Brunelleschi, proseguono le manifestazioni di protesta da parte dei detenuti, davanti ad agenti in tenuta antisommossa. La rete antirazzista, intanto, comunica che la Prefettura di Gorizia ha annunciato deportazioni rapide per i manifestanti di Gradisca, che sabato scorso hanno espresso solidarietà all'algerino picchiato a Roma e protestato contro la legge 94 e le condizioni invivibili presso il centro.

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Migranti e Rom: è importante che i politici democratici supportino urgentemente il difficile impegno degli attivisti

Nel Cie di via Corelli, a Milano, prosegue lo sciopero della fame, che è giunto al sesto giorno, mentre alcuni migranti hanno iniziato uno sciopero della sete. La protesta nonviolenta cerca di sensibilizzare la società civile e la parte delle Istituzioni non ancora preda di razzismo e xenofobia sulle drammatiche condizioni di vita degli internati e sulle sistematiche violazioni dei loro Diritti Umani. Associazioni antirazziste sostengono come possono i detenuti. Le loro richieste di incontrare alcuni scioperanti, però, non sono state accolte dalla direzione del Centro. I migranti in attesa di espulsione sono allo stremo delle forze e fra di loro serpeggia la disperazione. "Vogliamo che si sappia come viviamo," si lamenta un loro portavoce, "e desideriamo incontrare gli attivisti che si interessano di noi. Non ce la facciamo più, perché neanche nei regimi totalitari i diritti dei profughi vengono violati così". Di fronte a un ennesimo diniego in risposta alla richiesta di vedere alcuni solidali, i detenuti hanno iniziato a picchiare la testa e i pugni contro il muro, a gridare la loro angoscia, giungendo a levare dai cardini alcune porte. La sezione femminile ha seguito a ruota quella maschile: "Giustizia, umanità, rispetto," hanno chiesto le donne. "Noi ci battiamo per i Diritti di tutti i profughi che sono e che verranno incarcerati e perseguitati nei Centri italiani, che sono luoghi di sofferenza senza fine, come senza fine è il sadismo dei nostri carcerieri e l'angoscia in queste anticamere della deportazione e dell'inferno. Chiediamo perciò ai politici, ai giornalisti, oltre che ai nostri fratelli attivisti, di non ignorare il nostro grido di libertà. Venite a trovarci e ascoltate le nostre testimonianze. Non lasciateci soli o questa terribile ingiustizia, che è alla base di dolore e morte, non avrà mai fine".
Da oggi, 12 agosto 2009, anche i migranti detenuti presso il Cie di corso Brunelleschi, a Torino, hanno iniziato una sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei Diritti Umani perpetrate nei loro confronti. Le autorità di pubblica sicurezza non accettano questa forma di contestazione nonviolenta e invitano i manifestanti con fare minaccioso, brandendo i manganelli, a desistere. Lo sciopero però viene effettuato in ogni sezione, anche quella femminile. Mentre gli attivisti si preparano a un presidio sotto le mura del Centro, anche a Torino i detenuti chiedono ad eurodeputati, parlamentari italiani ed assessori regionali di recarsi - insieme alle organizzazioni per i Diritti Umani - presso l'istituto di via Brunelleschi, per esercitare il loro diritto a visitare gli internati e i locali della struttura, ascoltando testimoni a campione (e non scelti dalla direzione del Centro) e garantendo loro riservatezza, per evitare ritorsioni da parte delle autorità. In tutti i Centri di identificazione ed espulsione i detenuti attuano forme di protesta nonviolenta, sfidando ritorsioni spaventose, per levare voci di contestazione contro la legge razziale n° 94, le politiche di persecuzione etnica contro i migranti e l'orrore dei Cie.
Contemporaneamente, negli ultimi insediamenti "nomadi", dove la crudeltà e la violenza istituzionale sono parimenti atroci, alcuni attivisti Rom si impegnano ogni giorno per aiutare i loro simili, subendo violenze e intimidazioni di ogni genere da parte delle autorità e dei gruppi di pulizia etnica. Si distingue in questa attività sempre più difficile il Rom romeno Nico Grancea, sempre pronto a soccorrere famiglie in difficoltà, ad aiutare i suoi simili quando cadono nelle mani degli aguzzini o quando si trovano in gravi situazioni di malattia o indigenza. Nico fa parte del Gruppo EveryOne e il suo lavoro per i Diritti Umani è prezioso. Ma è assolutamente necessario che i politici che manifestano vicinanza e amicizia verso EveryOne si impegnino accanto agli attivisti del gruppo sia presso le Istituzioni italiane che presso quelle internazionali per supportarne le denunce e le istanze di giustizia, perché la condizione della comunità Rom in Italia, come quella dei migranti "irregolari", è sempre più tragica, mentre i drammi umanitari e gli abusi nei confronti delle etnie invise alle Istituzioni sono sempre più numerosi, in un'escalation d'intolleranza e repressione ormai fuori controllo.

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Deportati da Ancona in Grecia altri 40 migranti. Negati i loro diritti alla protezione internazionale

Ancona, 11 agosto 2009 - Trentotto migranti rifugiatisi in Italia sono stati fermati ieri dalla Guardia di Finanza di Ancona. Erano nascosti in uno spazio angusto ricavato all'interno del semirimorchio di un tir che trasportava caschi di banane. Il camion era appena sbarcato dalla motonave Superfast, proveniente dalla Grecia.
Dopo essere stati scoperti, gli stranieri sono stati identificati e respinti immediatamente, affidati al comandante della Superfast. Dalla Grecia, saranno deportati in Turchia e quindi nei loro Paesi di origine, dove sono in corso tragedie umanitarie. Il gruppo di profughi respinto era composto da 20 iracheni, 14 afghani, due palestinesi, un iraniano e un pakistano. Le autorità hanno effettuato il respingimento senza aver dato ai profughi alcuna possibilità di chiedere asilo politico. Si ricorda che respingimento di rifugiati o richiedenti asilo è tassativamente vietato dagli obblighi internazionali previsti dalla Convenzione sui Rifugiati del 1951 e dal protocollo del 1967, dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, dalla Convenzione Onu contro la Tortura e dalla Convenzione Europea sulla Protezione dei Diritti Umani. Si ricorda inoltre che la Grecia non rispetta tali Convenzioni, nonostante le abbia sottoscritte e, come giustamente asserisce l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, "arresta e deporta i migranti, molti dei quali minori, ai quali viene negato qualsiasi accesso alla procedura di asilo, sottoponendoli invece ad internamento ed espulsione in Turchia e quindi nei Paesi di provenienza, dove sono in corso gravi crisi umanitarie".

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Non dimentichiamo Zarema Sadulayeva e Alik Dzhabrailov, attivisti, eroi e martiri in Cecenia

Milano, 11 agosto 2009. Avremmo dovuto conoscerli a Dublino l'anno prossimo, nel corso della Piattaforma organizzata sotto il patrocinio dell'Alto Commissario per i Diritti Umani e riservata agli attivisti che, in tutto il mondo, sono in pericolo di vita a causa del loro impegno civile e umanitario. A un mese dall'assassinio di Nataliya Estemirova, erede di Anna Politkovskaja, gli attivisti per i diritti umani Zarema Sadulayeva e il marito Alik Dzhabrailov, che dirigevano l'organizzazione Save the Generation - impegnata nell'inserimento nella società dei giovani ceceni, affinché non finissero arruolati nei gruppi armati - sono stati assassinati. I coniugi, di nazionalità russa, avevano 33 anni ed erano stati rapiti lunedì scorso a Grozny. I loro corpi, crivellati di colpi d'arma da fuoco, sono stati ritrovati nel bagagliaio della loro auto, nella periferia di Grozny. Non dimentichiamo il loro coraggio, la loro visione di un mondo più giusto, la loro incrollabile fede nei Diritti Umani. Conserviamo il loro ricordo nei nostri cuori, che ci infonda forza per le campagne a tutela delle minoranze e degli esseri umani più vulnerabili, che sono sempre più numerose, sempre più ardue, sempre più necessarie.

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Visite dei parlamentari e delle organizzazioni per i Diritti Umani nei Cie

Roma, 11 agosto 2009. Serve coraggio. Visitare i Centri di detenzione è un diritto degli eurodeputati, dei parlamentari italiani, degli assessori regionali. In compagnia di uno di loro, anche le orgnizzazioni per i Diritti Umani possono accedervi. E allora perché in Italia come in Libia, in Algeria, in Tunisia, nell'Iran di Ahmadinejad non si riesce a far luce sugli innumerevoli abusi, sulle condizioni igieniche, sul vitto, sul rispetto dei diritti fondamentali? E procedendo a ritroso nel tempo, perché, ai tempi di Hitler, le ispezioni a Theresienstadt ed Auschwitz non riuscirono a rilevare l'orrore della persecuzione e del genocidio? La risposta è semplice: le Istituzioni che violano i Diritti Umani proteggono le loro nefandezze gestendo con cura visite e ispezioni. Per controllare un Centro di detenzione la procedura dovrebbe essere la seguente: l'eurodeputato, il parlamentare, l'assessore regionale, l'ispettore (e il loro seguito) hanno porte aperte e una piantina da consultare per spostarsi all'interno della struttura. Un incaricato del centro soddisfa le richieste dei visitatori, i quali scelgono come procedere, quali sezioni visitare (celle, cucine, bagni ecc.) e come garantire riservatezza ai testimoni. In tal modo sarebbe facile appurare il funzionamento dei centri, gli eventuali maltrattamenti, la qualità del cibo e dell'acqua, le condizioni igieniche, il rispetto dei Diritti Umani. Le cose però funzionano diversamente, come dimostrano le visite che alcuni parlamentari, dietro segnalazione del Gruppo EveryOne, stanno effettuando presso il Cie di Ponte Galeria, a Roma. Nonostante le loro intenzioni siano sincere, i visitatori non riescono a superare le barriere organizzative dietro cui si svolgono le violazioni. Entrano in punta di piedi, vanno nella stanza del direttore, il quale sorride loro e mostra un volto umano, li rassicura, minimizza i problemi: "Sì, vi è un po' di sovraffollamento, ma i detenuti stanno bene. Se ascoltiamo gli attivisti, allora dovremo trattarli a caviale e aragosta. Ma no, qui abusi non ce ne sono, le guardie fanno il loro dovere e a volte anche di più". Ed ecco che il direttore consente agli ospiti di incontrare qualche detenuto. "Sono i suoi pupilli," spiega un attivista, "che confermano le parole del direttore in ogni particolare e rispondono sempre che stanno bene, che il vitto è ottimo e abbondante, i secondini umani e disponibili. I visitatori prendono appunti, si sentono rassicurati e la visita finisce. Ci si dimentica di visitare bagni, cucine e celle. Di incontrare a campione i detenuti, approcciandoli nelle gabbie. I sorrisi del direttore e delle guardie hanno il potere di far dimenticare ai visitatori il motivo stesso della loro visita e non è raro che dopo battute di spirito e pacche sulle spalle le piccole delegazioni, rasserenate nello spirito, passino dal centro a una pizzeria, pronte per il comunicato stampa: 'Nei Cie la situazione è sotto controllo e i diritti dei detenuti vengono rispettati. Forse vi è un po' di sovraffollamento, ma la direzione fa del suo meglio per garantire una permanenza decorosa agli ospiti'". E' necessario modificare radicalmente il sistema delle visite e delle ispezioni, evitare le "visite guidate" e coinvolgere all'interno delle delegazioni gli attivisti che conoscono nei particolari la realtà dei Centri di detenzione e di espulsione in Italia.

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Diritti Umani nei Cie, ultime notizie da Gorizia e Roma

Roma, 10 agosto 2009. Notizie dal Centro di identificazione e di espulsione di Gradisca (Gorizia). Sabato scorso vi è stata una manifestazione di protesta da parte dei detenuti. Alcuni immigrati sono saliti sul tetto, chiedendo giustizia, rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra, sospensione dei trattamenti inumani e degradanti. La polizia ha operato con durezza estrema e alcuni detenuti hanno impugnato bottiglie, un po' minacciando atti autolesionistici, un po' brandendole in direzione degli agenti armati. La forza pubblica ha reagito con violenza, usando i manganelli. Sedati i moti di contestazione, la polizia ha chiuso i migranti nelle camerate, togliendo loro, in ritorsione contro il loro atteggiamento di "ribellione", i viveri e l'acqua e sottoponendoli a continue, umilianti perquisizioni.

Intanto a Roma, nel Cie di Ponte Galeria, nella sezione femminile, situazione ancora più drammatica, con sovraffollamento, trattamenti inumani e degradanti, condizioni igieniche spaventose. Le latrine del carcere sono perennemente intasate, richiamano migliaia di mosche ed emanano un fetore insopportabile. Le lenzuola non vengono mai lavate e sono sporche e piene di parassiti. Nel cibo si trovano spesso larve e vermi. Ieri alcune detenute si sono lamentate per l'infestazione di topi di grandi dimensioni. "E vi lagnate?" rispondeva un aguzzino. "Perché mai? Vi abbiamo trovato compagnia!".
L'acqua è razionata in modo insufficiente e spesso ha un colore torbido. In questi giorni, le donne parlano con angoscia del giovane algerino malato di cuore, pestato e misteriosamente scomparso, probabilmente deportato insieme ai testimoni delle torture.

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I profughi tunisini che tentarono il suicidio a Lampedusa sono stati deportati, quindi sono scomparsi nel nulla

Tunisi, 9 agosto 2009. Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, lanciò l'allarme, l'anno scorso, riguardo ai Diritti Umani in Tunisia: "In nome della sicurezza, in Tunisia le violazioni sono la regola e riguardano sparizioni di detenuti, torture, trattamenti inumani e degradanti, condanne emesse al termine di procedimenti iniqui". Nonostante questo, in violazione della Convenzione di Ginevra, l'Italia continua a deportare i profughi che, fra mille rischi e difficoltà, fuggono dalla Tunisia e raggiungono il nostro Paese, non consentendo loro neppure di chiedere asilo politico. Nello scorso febbraio dieci profughi tunisini tentarono il suicidio presso il Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa, dopo aver appreso della decisione del governo italiano di rimpatriarli.

Alcuni ingoiarono lamette di rasoi, viti e bulloni. Altri tentarono di impiccarsi con i propri stracci. "Se ci rimandano in Tunisia, ci uccideranno in modo terribile. Meglio morire subito". Il sindaco di Lampedusa, Dino De Rubeis, nonostante il clima di intimidazione intorno a lui, si rivolse al Commissario europeo alla Giustizia Sicurezza e Libertà Jacques Barrot, denunciando gravi violazioni dei diritti dei profughi: "L'accanimento del governo sta portando questi disperati alla morte. Noi vogliamo invece che all’interno della struttura via siano pace e serenità e soprattutto che vengano garantiti i diritti dell’uomo'’. Ieri, 8 agosto 2009, un attivista EveryOne ha appreso la sorte di alcuni dei tunisini che tentarono di uccidersi e chiesero protezione umanitaria. Furono deportati durante i mesi di febbraio e marzo, imprigionati in carceri sovraffollate, sottoposti a trattamenti inumani e degradanti e privati di ogni diritto fondamentale. "Di alcuni di loro non si sa nulla dal momento del loro arrivo in Tunisia," spiega Mohamed P., un loro compatriota e amico. "Sono scomparsi, nonostante i loro familiari abbiano chiesto insistentemente notizie presso la prigione riguardo alla loro sorte".

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Un'estate di razzismo, prevaricazione e violenza etnica

Milano, 8 agosto 2009. L'Italia dell'odio razziale approfitta del mese di agosto, quando le Istituzioni internazionali funzionano a ranghi ridotti, per condurre azioni di forza contro le minoranze. Sgomberi brutali di insediamenti Rom si susseguono da nord a sud. Arrivano gli agenti, denunciano i rifugiati negli insediamenti di fortuna per occupazione abusiva di suolo pubblico o privato, a volte sottraggono i minori alle famiglie, quindi abbattono i ripari e "bonificano" l'area. Ormai, però, le operazioni etniche non riguardano più solo i Rom, ma anche i migranti senza permesso di soggiorno e i senzatetto. Nei Cie si respira un'atmosfera di terrore. Intimidazioni e violenze sono frequenti e chi, fra gli internati, tenta di denunciare gli abusi, viene deportato in patria, spesso verso la persecuzione, in tempi lampo. Con la legge 94/2009 sulla sicurezza, in vigore da oggi, la detenzione potrà durare fino a sei mesi: una pena lunga, in condizioni atroci, che si abbatterà su esseri umani vulnerabili, colpevoli solo di fuggire fame, malattie e violenze. Al Cie di via Corelli di Milano alcuni detenuti sono appena entrati in sciopero della fame e della sete. "Siamo disposti a lasciarci morire, piuttosto che tornare là da dove siamo fuggiti. La nostra protesta nonviolenta non ci sarà di aiuto, lo sappiamo, ma forse servirà a quelli che verranno dopo di noi. Ci siamo accorti che i media italiani non danno spazio alla nostra voce, neanche quelli che una volta si occupavano di diritti civili. Siamo soli all'inferno". Gli ultimi giorni antecedenti l'entrata in vigore della legge razziale 94 sono stati drammatici, per i Rom e i migranti, caratterizzati non solo dalla caccia all'uomo e dalle purghe etniche, ma anche da atti di grave autolesionismo compiuti dalle vittime dell'intolleranza, atti culminati con il suicidio di una giovane marocchina terrorizzata dalle conseguenze, per lei, del "reato di clandestinità". Ieri sera, infine, la giovanissima artista Rom Rebecca Covaciu, premio Unicef e già vittima di gravi atti di razzismo, è stata aggredita in pieno centro Milano da un intollerante italiano. Il fratello di lei, Samuel, 18 anni, si è messo fra la ragazzina e l'aggressore, tentando di difenderla, ma soccombendo in pochi minuti, dopo aver ricevuto pugni e calci, nell'indifferenza dei molti passanti. Per terminare l'azione brutale, l'energumeno ha infine afferrato Samuel per il collo, stringendo con tutta la forza. Solo l'intervento di altri Rom ha evitato il peggio. Il ragazzo è stato medicato in ospedale, mentre un attivista del Gruppo EveryOne ha effettuato le prime indagini finalizzate a identificare l'aggressore, che sarà denunciato.

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Da Milano a Gorizia i migranti detenuti nei Cie levano un grido di giustizia contro la legge razziale n° 94

Gorizia, 9 agosto 2009. Nonostante le intimidazioni, cento immigrati detenuti presso il Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) hanno iniziato, poche ore dopo la protesta degli internati al Cie di via Corelli (Milano), una manifestazione nonviolenta contro la legge 94, che introduce in Italia il reato di clandestinità e dilata i tempi di permanenza degli immigrati all'interno dei Centri d'identificazione da 60 fino a un massimo di 180 giorni. I cento detenuti sono saliti sul tetto e chiedono l'annullamento della nuova legge contro i migranti. "Ci puniranno e ci deporteranno verso un destino terribile," ha detto uno dei manifestanti, "ma vogliamo levare una voce pacifica contro queste leggi razziali e contro le torture e i trattamenti umilianti che riceviamo nei Cie. Lo facciamo per chi verrà dopo di noi". Anche nei centri di Bari, Roma e Torino si preparano manfestazioni di resistenza passiva contro le atrocità razziali che si verificano nei Cie.

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Roma, dopo sgombero giovane Rom tenta suicidio

Roma, 7 agosto 2009. Un giovane Rom, padre di famiglia, ha compiuto un gesto disperato tentando di gettarsi sotto un'auto, a Roma. Con prontezza è riuscito a trattenerlo, afferrandolo d'istinto per la maglietta, il fratello di lui. Dal 27 luglio scorso, il giovane e i suoi congiunti sono senzatetto e senza mezzi di sopravvivenza. Quel giorno, infatti, il campo di via Dameta e via Neida, in zona Rustica, è stato sgomberato e le abitazioni, in cui 140 Rom vivevano da oltre 20 anni, sono state distrutte dalle ruspe. "Serviva lo spazio per realizzare le strade complanari alla A24 e inoltre l'insediamento era abusivo e di certo non possiamo tollerare l'illegalità," hanno spiegato le autorità. "Ci avevano avvisati, ma non credevamo che l'avrebbero fatto," commenta una delle vittime dell'evacuazione. "Sono venuti circa 200 agenti per mandarci via, come se fossimo una banda di delinquenti. Non ci danno alcuna alternativa, se non una breve permanenza al dormitorio della ex Fiera. Eppure, quel terreno lo avevamo pagato profumatamente ad alcuni italiani, che però, secondo quanto dice il Comune, non erano proprietari del lotto. Ma se è così, perché ce lo dicono solo ora? Possibile che non abbiamo maturato diritti, in tutti questi anni di sofferenze ed emarginazione, magari dietro pagamento di un affitto? Alcuni di noi andranno al campo di Salone, che è un ghetto. Perderemo tutti i contatti che ci consentivano di svolgere piccoli lavori. Che speranze abbiamo di sopravvivere, se vogliamo restare onesti?"

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Giovane marocchina si suicida perché condannata alla "clandestinità"

Bergamo, 7 agosto 2009. Nel Bergamasco la condizione degli immigrati "irregolari" è assolutamente disperata. Attivisti del Gruppo EveryOne hanno avuto modo di incontrare, nei giorni scorsi, numerosi "clandestini" provenienti soprattutto dall'Africa, constatando una vera e propria tragedia umanitaria. Donne incinte che non si recano in ospedale e malati gravi che non accedono più alle cure sanitarie, per timore di essere denunciati e deportati. Genitori che nascondono i bambini, per timore di perderli, in quanto impossibilitati a registrarli e ad offrire loro condizioni di vita sufficienti a evitare che le autorità li sottraggano loro. Sospetti casi di Tbc e altre malattie contagiose, fra cui l'influenza A/H1N1: malattie che si diffondono fuori controllo, perché i migranti non si recano presso le strutture sanitarie. Sui bimbi, inoltre, non possono essere eseguite la vaccinazioni obbligatorie dell'età evolutiva: antidifterite, antitetanica, antipolio e antiepatite B né quelle raccomandate dalle Istituzioni sanitarie: antimorbillo, antirosolia, antiparotite e antipertosse. In questo clima di persecuzione, che vede tanti nuclei familiari vivere nascosti come la famiglia di Anna Frank durante l'Olocausto, si registrano già diverse vittime. Bambini nati in condizioni igieniche terribili. Malati gravi che si spengono fra atroci sofferenze, privati di ogni terapia. Persone fragili che scelgono di togliersi la vita, le cui morti sono spesso imputate a "incidenti" dagli inquirenti che non vogliono sentir parlare di persecuzione etnica. La giovane marocchina F.A., 27 anni, si è uccisa ieri gettandosi nelle acque del fiume Brembo, a Ponte San Pietro (Bergamo). Si è suicidata perché era clandestina, non riusciva a regolarizzarsi ed era consapevole che con la legge n. 94/2009 sulla sicurezza, la sua presenza in italia sarebbe diventata un reato, che l'avrebbe condannata a vivere senza diritti, in attesa della deportazione. Il corpo della giovane è stato notato da alcuni passanti ieri sera, sotto il ponte del centro storico. Il fratello della ragazza, Mohammed, che ha un regolare permesso di soggiorno e vive a Ponte San Pietro, ha raccontato il dramma della sorella, dramma che l'ha condotta a una depressione senza uscita. "Era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato," ha detto fra le lacrime, incapace di accettare l'ennesima tragedia causata dal razzismo istituzionale.

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Milano, un inferno razziale per i Rom

Milano, 6 agosto 2009. Le Istituzioni milanesi sono ormai accecate dal razzismo e dall'odio etnico nei confronti dei Rom. Lo sgombero avvenuto oggi, riguardante l'insediamento di Rom romeni che vivevano in condizioni di grave esclusione sociale presso la Cascina Bareggiate, è una delle più gravi violazioni dei Diritti Umani che si siano verificate nell'Unione europea. Circa quaranta famiglie, con tanti bambini, donne incinte e malati gravi sono state cacciate dal riparo di fortuna e messe senza pietà in mezzo alla strada, senza un'alternativa di alloggio, senza assistenza, senza alcuna speranza di un futuro che non sia tragico. Alcune delle famiglie sgomberate dallo storico insediamento avevano già subito la terribile violenza poliziesca durante lo sgombero di via Adda, il 2 aprile 2004, nonché nel corso dell'operazione di pulizia etnica nel quartiere milanese Isola - poco più di un mese dopo - e gli abusi del 20 giugno dello stesso anno, quando le forze dell'ordine provocarono la morte di un ragazzino Rom. Ma gli eventi persecutori che hanno colpito quella comunità negli ultimi 5 anni sono tanto numerosi quanto atroci.

La persecuzione etnica delle famiglie rifugiate in via Adda e quindi presso la Cascina Bareggiate è stata recentemente portata all'attenzione del Consiglio d'Europa, della Commissione europea e della Corte Internazionale dei Diritti Umani, grazie al coraggio di alcune delle vittime, che hanno testimoniato gli abusi subiti dalla loro sfortunata comunità. Le famiglie sgomberate si trovano oggi in una situazione di grave emergenza umanitaria ed è difficile per gli attivisti, al momento attuale, rintracciarle. Contemporaneamente, prosegue la purga etnica nel campo di via Triboniano, il più vecchio insediamento milanese, con 800 internati (non chiamiamoli ospiti, viste le condizioni disumane e la totale mancanza di diritti in cui vivono). Le ingiunzioni di sgombero e le ordinanze di allontanamento, nonostante l'opposizione legale che ha dimostrato la loro illegittimità, produrranno presto, secondo le autorità, i loro effetti disumani, che condurranno alla liquidazione del campo entro il 2010. Sempre riguardo ai Rom, sono stati segnalati, ancora a Milano, episodi di intolleranza nei giorni scorsi. Presso la Stazione Centrale un ragazzino è stato picchiato e insultato da razzisti, mentre a una famiglia che si era recata a pregare nel Duomo è stato negato l'accesso alla cattedrale da parte degli agenti che la presidiano.

Nella foto, alcuni Rom romeni colpiti dallo sgombero di via Adda nel 2004 e rifugiatisi a Pesaro, dove la persecuzione razziale li ha raggiunti ancora

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A Cremona, multate due donne di etnia Rom perché elemosinavano davanti al cimitero

Cremona, 3 agosto 2009. Solo in Italia esiste il "reato di questua", secondo alcuni regolamenti comunali. Mai, nella Storia delle civiltà, si era toccato un simile fondo di crudeltà e ingiustizia sociale. Neanche il nazionalsocialismo concepì una simile forma di repressione rivolta agli esseri umani più vulnerabili: i poveri, i portatori di handicap, i senzatetto. Solo in occasione delle Olimpiadi di Berlino, Hitler proibì la questua nel centro cittadino, ma solo durante i giochi.

Nei regimi integralisti, il mendicante gode di protezione e rispetto. Ricordiamo inoltre che il Vangelo riconosce ai questuanti un'identità con Gesù Cristo e riserva loro un posto nel Regno dei Cieli. A Cremona, in base a una norma del regolamento comunale che vieta l'elemosina in alcuni luoghi cittadini, voluta dall'assessore leghista Claudio Demicheli, due donne romene di etnia Rom hanno ricevuto multe da cento euro per essere state sorprese a fare la questua davanti al cimitero.

Nella foto, la Madonna dell'Elemosina a Biancavilla (Catania), cui fu devoto Papa Giovanni Paolo II

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Combattere le mafie

Milano, 2 agosto 2009. L'attuale classe politica, al di là dei proclami, non ha né la volontà né la capacità di combattere le mafie, che si stanno affermando ovunque, in un crescendo fuori controllo. La demagogia e quattro arresti mirati di pesci piccoli o piccoli boss in disgrazia, con sequestri ridicoli di beni, non serve di certo ad opporsi al fenomeno ed è grave il fatto che diversi senatori e deputati abbiano a che vedere - di fronte alla magistratura - con gravi fatti legati al crimine organizzato, mantengano le loro posizioni senza destare scandalo, protetti dai colleghi e dai media che, riguardo alle mafie, non informano o disinformano, anziché fornire notizie corrette e dare voce a chi tale piaga la combatte davvero. Le mafie sono più forti che mai, più tutelate che mai, più introdotte che mai. Notevole ed esatto l'articolo di Luigi De Magistris apparso oggi su La Repubblica:

Antimafia a parole

di Luigi De Magistris

Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.
La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.
L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate. E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea.
La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.
Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.
È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.
Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.
E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.
Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.
P.s. Consiglio di leggere - a proposito di mafia e magistratura - l’intervento di Paolo Borsellino al convegno organizzato da Micromega a Palermo dopo la strage di Capaci.

02 agosto 2009

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E' morto Mihai, figlio dell'Olocausto e vittima del razzismo italiano

Milano, 2 agosto 2009. Mihai Ciuraru, Rom romeno, 65 anni, è morto. E' l'ennesima vittima di un mostro che si chiama razzismo. Figlio di sopravvissuti al Pharraimos, l'Olocausto dei Rom, Mihai nacque a Costanza, sul Mar Nero. Costretto da povertà ed emarginazione a migrare, negli anni 1990 Mihai si trasferì a Torino, dove svolse lavori umilissimi per la municipalità, poi si ammalò e fu costretto all'accattonaggio. La vita all'addiaccio nei campi "nomadi" annientò, anno dopo anno, il suo organismo. Dopo uno sgombero nel nord Italia, Mihai e la sua famiglia hanno cercato rifugio a Pesaro. Le politiche persecutorie attuate dalla municipalità del capoluogo marchigiano hanno minato ulteriormente la già precaria salute dell'anziano. Evacuati da case abbandonate, scacciati dai parchi pubblici, braccati fin sotto i ponti, Mihai e i suoi cari hanno infine trovato riparo in un edificio abbandonato di via Solferino, più volte al centro di proteste della cittadinanza, che ne chiedeva a gran voce lo sgombero. Grazie alla presenza di alcuni membri del Gruppo EveryOne a Pesaro, la famiglia di Mihai ha potuto restare per diversi mesi nell'edificio e curarsi preso il locale ospedale San Salvatore, che - dopo una serie di scontri con gli attivisti riguardanti il diritto alla salute dei Rom - assumeva l'impegno formale di consentire anche ai "nomadi" l'accesso alle cure sanitarie, in controtendenza rispetto alla maggior parte degli ospedali italiani, che in genere forniscono ai pazienti Rom solo prestazioni di emergenza. A Pesaro Mihai ha lamentato più volte trattamenti inumani e degradanti da parte delle forze dell'ordine, nonché atti di razzismo da parte della cittadinanza. "Carabinieri e polizia mi mandano via in malo modo da qualsiasi angolo in cui mi fermo a mendicare," ha confidato un giorno a un attivista, "ma quello che mi fa più male è quando i sacerdoti mi scacciano dal sagrato delle chiese oppure chiamano la forza pubblica. Il Vangelo che studiamo noi Rom dice che Cristo e la sua chiesa dovrebbero amare e aiutare i poveri e i malati come me".

Il Gruppo EveryOne ha chiesto più volte alle Istituzioni di Pesaro e delle Marche, con lettere formali e nel corso di incontri, l'attuazione di un programma di assistenza e integrazione per Mihai e la sua famiglia, ricevendo risposte risposte e promesse tanto confortanti quanto regolarmente disattese. Anche la Scavolini Spar, gloriosa società di basket locale che si era impegnata a sostenere i diritti della comunità Rom di Pesaro (ricevendo ampio spazio sulla stampa), girava le spalle a Mihai e ai suoi cari: dopo avere invitato una delegazione di Rom ad assistere a una partita, impegnandosi a recarsi con alcuni atleti e dirigenti presso gli edifici fatiscenti in cui le sfortunate famiglie avevano trovato rifugio, evitava poi di "esporsi", abbandonando - per non inimicarsi le Istituzioni locali - i Rom a un destino fatto ancora di emarginazione, razzismo, violenze, malattie e morte. Il caso di Mihai e della comunità Rom di Pesaro è stato portato all'attenzione del Parlamento europeo, del Consiglio d'Europa, del Comitato ONU contro le discriminazioni e della Corte internazionale dei Diritti Umani. Al di là di risoluzioni inefficaci e messaggi di critica rivolti al governo italiano, in relazione alle sue politiche razziste e xenofobe, nessuna azione a salvaguardia delle famiglie veniva tuttavia messa in atto. A causa della repressione, culminata in un tragico sgombero, due Rom sono morti, due donne incinte hanno subito aborti spontanei, mentre alcuni pazienti oncologici sono stati costretti a interrompere le cure, fatto equivalente a una condanna a morte. Gli altri, quando non si sono perse le loro tracce, si sono dispersi in Italia e all'estero, in Romania, Francia, Spagna, Grecia. Il 15 luglio, quando i medici del San Salvatore hanno acclarato la fase terminale della malattia di Mihai, cui restavano pochi giorni di vita, la famiglia è stata costretta a farlo salire su un pullman per Bucarest, non possedendo il denaro sufficiente al rimpatrio della salma, qualora l'uomo fosse morto in Italia. Ricordiamo che le autorità italiane non prevedono alcun sostegno né per i Rom che decidano di rientrare nel Paese dell'Unione da cui provengono, né per il trasferimento in patria dei loro defunti. Così Mihai è "andato a morire in Romania". La sua agonia è durata il tempo di raggiungere la capitale romena, dove - ancora a bordo del pullman - esalava l'ultimo respiro.

Nella foto, funerale Rom

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Rom, continuano le operazioni di purga etnica a Roma

Roma, 31 luglio 2009. Nonostante le raccomandazioni delle istituzioni Ue, nonostante le Direttive e le Risoluzioni che tutelano i diritti del popolo Rom negli Stati membri dell'Unione, gli sgomberi senza alternative di alloggio né piani assistenziali o di integrazione proseguono in Italia. Le rassicurazioni e le promesse che il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano hanno fatto ai rappresentanti del Gruppo EveryOne sono rimaste nel limbo delle buone intenzioni, perché le politiche disumane, paragonabili in tutto e per tutto al programma di purga etnica attuato dai nazifascisti negli anni delle leggi razziali, non si sono mai interrotte. Uomini, donne anche incinte, bambini, disabili, malati: a nessun essere umano di etnia Rom è riservato un trattamento civile. Le forze dell'ordine, trasformate ormai in squadre di aguzzini, puliscono gli insediamenti Rom, distruggono i ricoveri di fortuna e mettono le famiglie in mezzo alla strada, costringendole a incamminarsi in dolorose marce verso il nulla. L'indifferenza delle autorità Ue e delle Nazioni Unite, che si limitano a stigmatizzare l'orrore, le rende complici degli autori delle purghe etniche. Oggi, a Roma, si verifica l'ennesima violazione dei diritti umani. Quindici agenti della Polizia Municipale dell'VIII Gruppo e del Gruppo Sicurezza Sociale ed Urbana di Roma, sotto la direzione del comandante Antonio Di Maggio, in collaborazione con la Polizia del Commissariato Casilino Nuovo stanno sgomberando con le consuete, disumane procedure tre insediamenti "abusivi" in zona VIII Municipio. Il concetto di "abusivismo" serve da giustificazione per le operazioni di pulizia etnica, nonostante il Gruppo EveryOne abbia più volte illustrato alle autorità romane oltre che alle Istituzioni centrali - come gli insediamenti di fortuna accolgano in realtà comunità di famiglie indigenti ed emarginate, con individui fragili, malati e vulnerabili, spesso in età infantile. Come di consueto, le autorità sono intervenute in seguito alle proteste di uno dei tanti comitati di quartiere. Vale la pena i ricordare come anche il famigerato "Ufficio Centrale contro la piaga zingara" agisse, negli anni dell'Olocausto, dietro reclamo di comitati di cittadini. Le operazioni di evacuazione sono iniziate nella zona recintata di via Biancavilla, dove sono rifugiati alcuni Rom romeni, fra cui due malati di cancro. Quindi le attività poliziesche sono proseguite in via Acqua Vergine, dove trentadue Rom romeni della tribù Pletosh sopravvivevano in dodici baracche. Infine, gli agenti hanno schedato ed evacuato alcune decine di Rom, sempre romeni, insediatisi nei pressi del Policlinico di Tor Vergata.

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All'Alto Commissario ONU per i Rifugiati. Contro i respingimenti illegittimi, un grido di giustizia

Lampedusa, 29 luglio 2009. Dopo gli 89 profughi respinti in Libia mercoledì 1 luglio 2009 e i 47 respinti ancora verso i centri-lager di Gheddafi il 5 luglio, ieri, 29 luglio, altri 14 migranti, fra cui due donne e un bambino, sono stati raccolti in mare, nel Canale di Sicilia, e deportati verso il porto da cui erano partiti. Il motopeschereccio che li ha raggiunti, 35 miglia a sud di Lampedusa, ha chiesto alle autorità della Marina italiana come comportarsi. La risposta è stata: respingimento. In seguito a questa nuova violazione della Convenzione di Ginevra, il Gruppo EveryOne ha scritto una lettera allarmata all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati:

Milano, 29 luglio 2009

All'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati,

il Gruppo EveryOne sta preparando un dossier sulla sorte dei migranti respinti in Libia in violazione delle norme internazionali sulla protezione sussidiaria e il diritto di asilo: emergono dati di una realtà tragica che nasce dalla volontà delle Istituzioni italiane di accanirsi contro i profughi, nell'àmbito di politiche razziste e xenofobe. Le Istituzioni, attuando tali decisioni, sono consapevoli di perpetrare gravi crimini contro l'umanità, ma sono altrettanto consapevoli che tali azioni resteranno impunite, a causa della mancanza di sanzioni e pene efficaci per i governi che si macchino oggi di tali colpe. Dopo gli 89 respinti (1 luglio 2009), come Lei sa, ne sono stati respinti ufficialmente altri 47 (5 luglio) e ora 14, senza dar loro la possibilità di chiedere protezione né asilo. Ci sono inoltre stati segnalati altri respingimenti, che non sono stati divulgati sulla stampa. Inoltre, abbiamo avuto notizia di maltrattamenti e abusi in Libia, riservati dalle autorità locali ai profughi deportati nelle precedenti occasioni. Si è verificata l'ennesima violazione della Convenzione di Ginevra e delle carte internazionali che proteggono gli esseri umani che fuggono da guerre, carestie e persecuzioni. Noi denunceremo questi gravi abusi in ogni sede italiana e internazionale, ma abbiamo bisogno di un atteggiamento deciso da parte dell'Alto Commissario. Non abituiamoci all'orrore: le norme esistono, anche se il Paese in cui viviamo e di cui siamo attualmente ben poco orgogliosi le infrange senza alcun timore di incorrere in sanzioni o decisioni efficaci da parte delle Istituzioni internazionali, con la svergognatezza che ormai caratterizza le autorità politiche italiane, facendone un pessimo esempio nel mondo. Il Gruppo Everyone

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Eto'o, fuoriclasse e Ambasciatore contro il razzismo, giocherà in Italia

Milano, 29 luglio 2009. Il fuoriclasse camerunense Samuel Eto'o è passato da Barcelona all'Inter. L'attaccante è consapevole dell'escalation razzista che caratterizza l'Italia e dichiara: "Sono partito dal Camerun come cittadino del mondo e voglio continuare ad esserlo. So che qui in Italia esiste qualche problema, ma l'affronteremo quando si verificherà.

Sono fiero di essere di colore, è la mia forza". Samuel Eto'o è Ambasciatore per la Nazioni Unite contro il razzismo e collabora, anche tramite la sua Fondazione, alla lotta contro la xenofobia, il razzismo e l'apartheid nel mondo. Giocherà a fianco di Mario Balotelli, premiato dal gruppo EveryOne con il Premio Eddie Hamel 2009, riservato agli atleti che si distinguono per l'impegno antirazzista.

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Milano combatte l'arte sociale dei writer

Milano, 25 luglio 2009. I writer sono artisti sociali, che incarnano il dissenso verso una società repressiva. Si può non apprezzare le loro performance, ma non mancano alle Istituzioni le strutture e il personale per ripulire i muri dalle opere sgradite. Criminalizzare gli autori di graffiti, testimoni di un'epoca buia, di una deriva della civiltà del libero pensiero e dei diritti umani, è segno di barbarie culturale. I nazisti attribuirono un'indole asociale, violenta e sediziosa agli "artisti degenerati". Lo stesso accade oggi nei confronti dei writer. Stamattina all'alba numerosi carabinieri hanno inseguito attraverso le gallerie della metropolitana quattro artisti sociali di nazionalità spagnola, sorpresi in una performance di arte urbana nei depositi della metropolitana.

Sono stati arrestati, ammanettati e accusati non solo dell'azione creativa, ma anche sottoposti ad indagine per reati violenti accaduti nei giorni scorsi nei sotterranei della metropolitana milanese. Al di là dell'opportunità di multare gli autori di graffiti, è indubbiamente sbagliato perseguitarli. Nelle scorse settimane sono stati segnalati atti di violenza contro ragazzini intenti a creare graffiti. Le autorità milanesi, che hanno commentato in modo blando i dati pubblicati dal Prevo.lab relativi alla crescita fuori controllo del consumo di droga (e quindi della presenza delle mafie) a Milano e in Lombardia, annunciano adesso "tolleranza zero" nei confronti dei ragazzini con le bombolette, colpevoli di essere... giovani, creativi e un po' ribelli.

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Ma chi sono io, Babbo Natale?

Roberto Maroni è seccato dalle critiche che gli piovono addosso da parte dell'ONU, dell'UE e del Vaticano, riguardo alle politiche xenofobe del governo. E' stufo di essere paragonato ai carnefici del passato e afferma che l'Italia è oggi all'avanguardia in materia di immigrazione e (udite, udite!) di integrazione.

Proviamo a ipotizzare come spiegherebbe le sue affermazioni, di fronte alle evidenze delle innumerevoli violazioni dei diritti umani di migranti e Rom:

"Mi paragonano a Hitler, ma io ci rido sopra. Con gli sgomberi, ho restituito i Rom al tradizionale nomadismo, collocando i loro bambini presso amorevoli famiglie italiane. Per evitare ai profughi complicate pratiche di asilo e dolorose permanenze nei Cie, li mando subito in Libia, dal mio amico Gheddafi, dove li attende il confort dei 'Centri di Soggiorno Carta Verde'. Grazie a me, i clandestini se la cavano con una multa, sei mesi in un Cie e l'espulsione. In Vaticano, li chiuderebbero nelle segrete. E poi dicono che non ho a cuore i negri, gli zingari e i barboni: ma se ho fatto la Legge 733 solo per loro!"

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Lettere del Gruppo EveryOne ad Antonio Di Pietro e Debora Serracchiani

Milano, 24 luglio 2009

Caro Antonio Di Pietro,

il Gruppo EveryOne si sente completamente affine alle Sue posizioni, che spesso Le attraggono pesanti critiche e attacchi mediatici, anche da parte di personalità politiche di "sinistra". E' ormai assodato come le Istituzioni siano malate, dalla base al vertice e stiano intaccando le fondamenta stesse del diritto, della democrazia, della civiltà. Recentemente Rita Borsellino ci ha scritto parole commoventi, che ci hanno fatto sentire meno soli, nel nostro impegno per i Diritti Umani. Però ci fanno anche sentire - ed è un sentimento amaro - la mancanza di uomini coraggiosi come Paolo Borsellino. Pare proprio che, a fasi alterne, a volte come "uomini-ombra" a volte con la loro tiepidità opportunistica, con la loro ignavia, anche le persone in cui ci pare di poter confidare, in virtù di episodiche dichiarazioni a mezzo stampa, non sappiano in realtà quello che fanno. Di certo, non paiono così "eroici" da scendere dal "trenino dei privilegi" su cui - sgomitando - sono saliti, chi prima, chi dopo. E a destra è tutto parimenti desolante. Da un lodo a un decreto legge, da un provvedimento (centrale o locale) a un'esternazione, da una dichiarazione pubblica alla risposta a una critica proveniente dall'estero: ormai è chiaro che la malattia del nostro Paese non è incarnata dal solo Berlusconi, con le sue amicizie pericolose, i suoi conflitti di ogni genere, la sua lussuria sadomasochistica. No. L'orgia del potere - in cui su altari osceni si bruciano le conquiste della civiltà, i valori morali e le pagine della Costituzione - vede partecipare ai vari "trenini" quasi tutta la classe politica che possiede ruoli decisionali e conduce lo "stivale" verso il baratro dell'inciviltà, della perversione, dela crudeltà verso i deboli e gli indifesi, dell'apartheid, della dittatura. E' "satanismo di Stato" e il Presidente della Repubblica regala un beneplacito - che in apparenza sembra provenire da un pulpito di saggezza e autorevolezza - all'abominio. Presidenti..! sembra che la collettività non impari mai la lezione della Storia, che ha visto così spesso in cima alla piramide del potere uomini senza grandezza morale, senza coraggio civile, senza una grande anima. Se fossimo privi anche della la Sua "scimitarra", carissimo Antonio Di Pietro, non ci sarebbero solo "piume" e indifferenza, ma armi e strumenti di tortura ben più atroci: quelli che già dilaniano le carni scure di rifugiati e Rom, che colpiscono chi ha il coraggio di ribellarsi e fanno a pezzi gli innocenti. Noi abbiamo fede in un futuro diverso. Non accettiamo la fine dei valori civili e umanitari né la metamorfosi kafkiana del diritto e dei principi morali. Viviamo in un Paese dove show televisivi e politici sostituiscono la crescita culturale e civile, dove i ragazzi imparano solo a essere ligi e disciplinati, ad aver paura di un mondo che vive (perché i movimenti migratori non sono che questo), mentre all'Italia di oggi occorrono ribelli e idealisti. I nostri attivisti resistono e resisteranno, fino a vedere quell'alba di un nuovo giorno in cui neanche Lei ha rinunciato a credere, con le armi della ragione, della nonviolenza, della tradizione democratica e di testi illuminati come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione di Ginevra, il Vangelo, le parole sagge di Gandhi, quelle sognanti di Martin Luther King, quelle piene di innocente speranza del Diario di Anne Frank. Queste parole, questi ideali brandiremo anche noi, come "scimitarre", caro Di Pietro, contro i fantasmi di una regressione civile che prendono corpo e si moltiplicano ogni giorno. Con solidarietà, ammirazione e fiducia. Il Gruppo EveryOne

Milano, 24 luglio 2009

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Politici e Mafia

di Paolo Borsellino

L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso.

Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati.

Dalla lezione del 26 gennaio 1989 agli studenti dell'Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa. Lo pubblichiamo oggi, 19 luglio 2009, nel 17° anniversario della "strage di Stato" in cui persero la vita il magistrato palermitano e i cinque agenti della sua scorta.

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Nel silenzio mediatico, proseguono in Italia e Libia le politiche xenofobe

Milano, 18 luglio 2009. Anche se una cortina di silenzio è calata su respingimenti di migranti e sgomberi di insediamenti Rom, gli uni e gli altri proseguono. Da nord a sud, le amministrazioni comunali in simbiosi con le forze dell'ordine attuano operazioni di allontanamento nei confronti delle famiglie Rom che si rifugiano all'interno di edifici abbandonati o di baracche costruite con materiali di fortuna in luoghi fuori mano. Particolarmente rapide e sbrigative le evacuazioni da località turistiche.

A Sesto San Giovani (Milano) ben quattro insediamenti "abusivi" sorti preso aree dismesse, in cui vivevano famiglie Rom di nazionalità romena, sono stati sgomberati con metodi brutali, come sempre senza concessione di alternative di accoglienza né assistenza a malati, donne incinte, bambini. Intanto, i respingimenti di profughi provenienti da Paesi in crisi umanitaria proseguono, nonostante il silenzio mediatico e le autorità libiche, in ottemperanza al "patto scellerato" stretto con il governo italiano, fermano, internano in luoghi simili a lager e infine deportano centinaia di migranti, senza concedere loro alcuna opportunità di chiedere asilo politico.

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Abbiamo bisogno di giovani

di Roberto Malini

Milano, 17 luglio 2009. L'Italia razzista, immorale, materialista, indifferente di oggi ha bisogno di disobbedienza. Mi commuovono i 9.500 ragazzi non ammessi agli esami di maturità a causa del loro comportamento: punto su di loro, per il futuro della nostra società. Ribelli, abbiamo bisogno di ribelli.

I ragazzi che dipingono meravigliosi graffiti sui muri delle città: ecco i semi dell'arte, di un'arte così pura e idealista e nobile da suscitare l'odio dei nuovi iconoclasti, che i muri vogliono incolori, grigi come le loro vite, freddi come i loro cuori. Eroi, abbiamo bisogno di eroi. I ragazzi che protestano contro gli aguzzini, che hanno amici Rom e "clandestini", che cambiano il mondo opponendo l'ebrezza della vita alla sobrietà della morte, la creatività delle idee all'aridità delle leggi e degli schemi. Giovani, abbiamo bisogno di giovani.

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A Foggia, parroco denuncia carovana di famiglie Rom alle forze dell'ordine, che la costringono ad allontanarsi

Foggia, 17 luglio 2009. Il seme dell'odio è stato gettato e non ne sono immuni gli uomini di chiesa. Se alcune parrocchie di Pesaro hanno iniziato a conciliare Cristianesimo e intolleranza già dalla scorsa estate, da qualche settimana, parroci e sacerdoti di tutta Italia hanno preso l'abitudine di segnalare alle forze dell'ordine la presenza davanti alle chiese di Rom e questuanti.

Il caso più recente si è verificato a Borgo Incoronata di Foggia, dove una carovana composta da 45 roulotte abitate da nomadi è stata costretta ad allontanarsi da uomini della Polizia di Stato e della Polizia Municipale. Le forze dell'ordine sono intervenute dietro reclamo del parroco del Santuario della Madonna dell'Incoronata. Le famiglie, in tragiche condizioni di indigenza, con bambini, donne e malati, si sono subito avviate verso una destinazione indefinita. E pensare che il santuario, la cui fondazione risale all'Alto Medioevo, è stato per secoli luogo di asilo per forestieri, poveri e perseguitati. Ai fedeli che vi accedevano era chiesto di "ungere l'anima con l'olio della fede e della carità cristiana".

Nella foto, Borgo Incoronata, dipinto raffigurante la Madonna del santuario

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Lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente della Camera Gianfranco Fini a proposito della Legge 733 B sulla "sicurezza"

Esiste un pensiero politico virtuoso, che sostiene l'attivismo dall'interno delle Istituzioni. E' un fenomeno che cresce, si evolve e trasforma la società italiana, nonostante la Costituzione sia stata e sia violata ripetutamente, nonostante l'anima antirazzista, tollerante e umanitaria del nostro Paese sia stata rapita ed è tenuta in catene insieme alla Democrazia. L'approvazione, la ratifica e la firma apposta dal Presidente della Repubblica in calce alla Legge 733 B, che rappresenta il ritorno delle leggi razziali in Italia, ha soffocato nell'orrore tanti anni di conquiste civili, riportandoci all'odio etnico, alla discriminazione e alla persecuzione razziale. E' una sconfitta per civiltà e democrazia europee. "Non ci arrenderemo," ci scrive Antonio Di Pietro, con cui intratteniamo una fitta corrispondenza che affronta temi cruciali per il futuro della democrazia e della società italiana. "Ci adopereremo attraverso tutti gli strumenti politici a nostra disposizione, perché il dissenso popolare a cui abbiamo dato voce non resti inascoltato". Il leader dell'Italia dei Valori è animato da uno spirito realmente patriottico, che sottolinea la necessità di scelte precise, da parte dei democratici, per i quali non è più tempo di ignavia.

Continua nella sezione Watching The Sky

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Lucio, fuoriclasse antirazzista, giocherà nell'Inter

Milano, 16 luglio 2009. Abbiamo ancora nelle orecchie le parole che ha pronunciato il 25 giugno scorso, durante i preamboli dell'incontro Sudafrica-Brasile, semifinale della Confederation Cup, alternandosi al microfono con il capitano della nazionale sudafricana Aaron Mokoena: "Il razzismo deve scomparire dallo sport e dalla società". Ora, è ufficiale, Lucimar Ferreira da Silva detto Lucio, capitano del Brasile, considerato da molti il più forte difensore del mondo, giocherà in Italia. Il fuoriclasse 31enne ha firmato un contratto triennale per l'Internazionale Milano e difenderà i colori nerazzurri (e gli ideali di tolleranza e uguaglianza razziale) nella squadra campione d'Italia

Nella foto, Lucio solleva la Confederation Cup

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Dopo la denuncia da parte del Gruppo EveryOne e il biasimo di Fini, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati condanna in una lettera al governo italiano il respingimento di 89 rifugiati eritrei con bambini

In data 1 luglio 2009 il Gruppo EveryOne, denunciava alle Istituzioni internazionali preposte al rispetto della Convenzione di Ginevra e in particolare all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati il respingimento di 89 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone nel canale di Sicilia. Soccorsi a 50 km dalla costa di Lampedusa, i migranti, provenienti dall'Eritrea, Paese in cui è in corso una tragedia umanitaria, sono stati trasferiti con metodi brutali e senza alcuna assistenza - nonostante fossero affamati e sfiniti - su una motovedetta libica e quindi deportati verso i centri di raccolta di Gheddafi, simili a lager. "Cara Laura Boldrini, rappresentante in Italia dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati," scrivevano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "l'ultima volta che il nostro gruppo ha comunicato con l'Alto Commissario, sembravate determinati a non farvi zittire dalle Istituzioni italiane cadute nel baratro xenofobico. Noi di EveryOne stiamo lavorando senza sosta per evitare che le nuove politiche che violano il principio internazionale del 'non-refoulement' e il decreto razzista possano davvero rendere legali le persecuzione e il razzismo. Ci saranno novità importanti, presto, ci creda e abbia fiducia in noi. Lei e i Suoi collaboratori, per piacere, non dovete smettere di levare le vostre voci contro questi crimini, che toccano profughi e bambini. Se vi attaccheranno, saremo con voi, ma non fatevi persuadere a tacere". Lo sdegno nostro e di una rete di organizzazioni per i Diritti Umani veniva condiviso anche dal Presidente della Camera Gianfranco Fini, che definiva "immorali" i respingimenti, spiegando che "i rifugiati non possono essere automaticamente equiparati al clandestino".

Oggi l'Alto Commissario per i Rifugiati condanna senza mezzi termini, in una lettera inviata al governo italiano, il respingimento degli 89 rifugiati e la brutalità dei militari che li hanno trasferiti sulla motovedetta libica. "Non risulta che le autorità italiane a bordo della nave abbiano cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte," denuncia l'Alto Commissario, "né tanto meno le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri Paesi". Secondo le valutazioni dell'agenzia Onu, i migranti dall'Eritrea hanno diritto a protezione internazionale, ma le autorità italiane hanno ignorato questa realtà e hanno effettuato il respingimento agendo con disumanità, senza neanche assicurare cure mediche, sostegno alimentare e accertamenti sulla condizione sociale dei profughi. "Negli anni passati l'Italia ha salvato migliaia di persone in difficoltà nel Mediterraneo," è scritto nella lettera inviata al governo italiano, "fornendo assistenza e protezione a chi ne aveva bisogno. Dall'inizio di maggio è stata introdotta la nuova politica dei respingimenti e almeno 900 persone sono state respinte verso altri paesi, principalmente la Libia. Si tratta di una politica che desta seria preoccupazione, poiché rischia di impedire l'accesso all'asilo e mina il principio internazionale del non-respingimento".

Nella foto, rifugiati eritrei.

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Lettera aperta alla sezione romana e alla sede nazionale del Partito Democratico

Stupri Roma. Luca Bianchini potrebbe essere innocente, ma in ogni caso ha diritto a tutte le garanzie

Roma, 11 luglio 2009

Cari compagni, abbiamo seguito attentamente la vicenda dell'arresto di Luca Bianchini, coordinatore del Circolo del Pd di Torrino. Le evidenze sembrerebbero inchiodarlo, ma vi ricordiamo che con l'esame del DNA le autorità romane avevano incastrato i Rom romeni Racz e Loyos, dopo lo stupro della Caffarella, poi risultati innocenti. Anche nel caso Giovanna Reggiani, riguardo a Romulus Mailat, restano dubbi relativi agli esiti degli esami del DNA. Mailat si è beccato l'ergastolo, ma gli esami del DNA rilevato dai campioni di sangue sotto le unghie della Reggiani e sul viso di lui sono misteriosamente scomparsi durante le indagini. "La pioggia ha diluito il sangue rendendo gli esiti inattendibili," si è detto durante il processo. Ma il DNA è presente anche in una diluizione di 1 a un milione. Vi sono stati molti scandali, in tutto il mondo, legati alla manipolazione del DNA da parte di autorità e inquirenti. Prima di crocifiggere Bianchini (e secondo noi è stato un errore espellerlo dal partito prima di avere le prove di una sua implicazione negli stupri), sarebbe bene che un rappresentante del Pd - meglio se un deputato - lo andasse a trovare in carcere, evitando di "prendere le distanze" da lui, ma cercando la verità. Racz e Loyos, durante gli interrogatori, hanno subito ogni genere di abuso, tanto che il "biondino" aveva confessato particolari raccapriccianti, risultati poi indotti ed estorti dalla polizia. E' importante ascoltare la versione di Bianchini e appurare se ha alibi che possano scagionarlo. Gli esami del DNA in Italia, repetita juvant, sono effettuati con approssimazione e si sono rivelati inattendibili in un numero altissimo di casi. Se abbandonate Luca Bianchini adesso (così come tutti i politici, salvo i Radicali e Giulietto Chiesa, hanno abbandonato i Rom accusati di ogni nefandezza negli ultimi anni), il giovane sarà ritenuto colpevole e non avrà speranza di giustizia, al di là di come si sono svolti gli eventi.
E' possiblie che le autorità e il sindaco abbiano ragione e che il caso dello "stupratore mascherato" sia risolto. Ma... se fosse l'ennesimo tentativo di "costruire" un colpevole su misura? Non sottovalutiamo alcuna ipotesi, nell'Italia d'oggi. Neanche quella di un "mostro" di sinistra creato ad hoc, così utile per allontanare i riflettori dai tanti "mostri" che stanno dall'altra parte. Non ci sarebbe niente di male, se dopo aver esaminato obiettivamente i fatti e le prove, dovessimo riconoscere che le autorità si sono comportate bene, questa volta. Almeno, avremo concesso a un uomo tutte le garanzie e i molti dubbi svanirebbero, insieme ad alcune domande, come le seguenti:

1) se Bianchini era davvero informato sulla casistica degli stupri seriali (le autorità hanno dichiarato di aver trovato, a casa sua, materiale documentale e film sull'argomento), perché, dopo aver pianificato logisticamente i suoi delitti ed essersi munito di passamontagna al fine di essere irriconoscibile, è stato così malaccorto da lasciare tracce biologiche in tutti e tre gli stupri di cui è sospettato?

2) Perché, dopo tanta cura dei dettagli, avrebbe conservato a casa propria il nastro adesivo e il coltello usati durante suoi crimini, visto che di certo sapeva di aver lasciato prove biologiche di colpevolezza sui luoghi degli stupri?

3) Perché la fidanzata non ha mai notato alcunché di strano nell'appartamento di Bianchini, mentre le autorità hanno affermato che un libro sui crimini seriali e alcuni appunti si trovavano sul suo comodino?

Inoltre, fatto ancora più importante, vogliate notare le differenze abissali fra l'identikit fornito dalle vittime degli stupri e le caratteristiche dell'arrestato:

- identikit: le tre vittime hanno descritto così il criminale: romano (dall'’accento spiccato), fra i 30 e 40 anni, alto 170-175, corporatura media;

- caratteristiche di Luca Bianchini: 33 anni, alto circa 1 metro e 65, robusto.

Se osservate il filmato divulgato dalla questura di Roma, noterete che lo stupratore è di corporatura normale, alto circa 1 metro e 75 (si ottiene l'altezza comparando la sagoma con il ciclomotore vicino ad essa): osservando una foto di Bianchini, si nota come sia molto più corpulento.

Grati dell'attenzione e in attesa di un contatto (siamo disponibili ad accompagnare il deputato durante l'incontro con Luca Bianchini) vi salutiamo con amicizia. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne

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La Legge 733 e il Vangelo

Milano, 12 luglio 2009. Marta, che appartiene a un gruppo parrocchiale, ha ricevuto il messaggio del Gruppo EveryOne in cui viene chiesto alle Istituzioni cattoliche, alla Caritas e ai cristiani come si comporteranno di fronte alla Legge 733, che pone i migranti "irregolari" in una condizione di cittadini senza diritti, colpevoli di essere poveri e di aver cercato rifugio in Italia dopo aver abbandonato nazioni in guerra o in preda a carestie, drammi umanitari e persecuzioni. Ecco la sua risposta:

"Cari fratelli, io mi auguro vivamente che anche la Chiesa, la Caritas, i sacerdoti, i religiosi, in qualche modo disobbediscano. Nella mia parrocchia, con il mio gruppo, abbiamo avviato da un paio d'anni un'ospitalità per una famiglia Rom numerosa... è un pò lunga da raccontare, ma fatto sta che dopo due anni la gente è riuscita a farli andare via, mentre il parrocco ha speso in quel progetto non si sa quanti soldi, per sostenerli e consentire loro di integrarsi. Ma la gente della
"comunità" si è addirittura presa la briga di andare al catasto per dimostrare che quel posto non era abitabile, per poi minacciare una denuncia penale al parroco... il quale è stato costretto dalla polizia a farli andare via. Spesso ci saranno relgiosi ed organizzazioni che non accoglieranno gli stranieri considerati clandestini.
Ma molto spesso ci sarà (e gia c'è) gente come il mio parroco e vi assicuro che è una una rete fitta di credenti che vedono nel prossimo il riflesso di Gesù e che disobbedirà, o meglio continuerà ad obbedire all'unica Legge che per loro esiste, quella del Vangelo".

Nella foto, "Gesù guarisce i lebbrosi", particolare del mosaico della Cattedrale di Monreale a Palermo (XII secolo)

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Come deve comportarsi un cristiano di fronte alle nuove leggi razziali? Alcune domande alle Istituzioni cattoliche, alla Caritas, ai cristiani

Milano, 11 luglio 2009. Cari fratelli, con la Legge 733 gli italiani saranno obbligati alla delazione nei confronti dei migranti senza permesso di soggiorno. Abbiamo notizia di diversi ricoveri notturni, mense dei poveri e centri distribuzione abiti che allontanano i senzatetto senza documenti in regola. Questo fenomeno condurrà a una tragedia umanitaria di proporzioni spaventose, perché gli stranieri poveri, che adesso dormono in prati lontani dall'abitato, lungo i binari o in case abbandonate, il prossimo inverno non avranno speranze di sopravvivenza.

Stamattina un marocchino è morto risucchiato da un treno, a Milano: era costretto a dormire in quelle condizioni dallo spaventoso razzismo che si abbatte sugli stranieri invisi alle Istituzioni (e a gran parte del popolo italiano, cristiani compresi). Altro sangue sarà versato per colpa della Legge 733, altro dolore provocato. La Chiesa cosa farà? La Caritas cosa farà? I sacerdoti cosa faranno? I ricoveri gestiti da religiosi, come si comporteranno? E nelle prediche, i poveri e i forestieri saranno ancora considerati immagine di Cristo? Attendo una risposta con la stessa ansia che prende alla gola i nostri fratelli migranti. Roberto Malini

Nella foto, "Cristo senzatetto" di Deb Hoefner

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G8, una vetrina delle vanità e progetti inconsistenti

I risultati del G8 a L'Aquila sono, purtroppo, facili da commentare. Il Summit si è risolto in una vetrina delle vanità, in cui i leader - Obama in primis - si sono riflessi nello specchio mediatico mostrando al mondo ipotesi di progresso, ma idee annebbiate in ogni campo. Riguardo al clima e all'emergenza inquinamento, si sono spese parole e promesse, tuttavia mancano programmi coordinati, progetti di evoluzione tecnologica delle industrie (per ridurre le emissioni), con coinvolgimento delle multinazionali, che sono i principali attori del disastro ambientale globale.

Anche la lotta alla fame, al di là dei proclami reboanti e dei 20 miliardi sventolati sotto il naso delle popolazioni colpite dalle più gravi carestie, ha la consistenza del fumo propagandistico. I leader hanno omesso di specificare un particolare non di poco conto: dei 20 miliardi, infatti, 15 sono quelli già promessi cinque anni fa e mai erogati. "E' molto deludente, perché significa che non è stato previsto alcun nuovo stanziamento reale," ha commentato Kumi Naidoo, co-presidente della Coalizione globale contro la povertà. Per il resto, non si può che concordare con le conclusioni tratte dalle Ong presenti al Summit: "Sono sempre in grave ritardo rispetto agli impegni; sono inaffidabili; troppo spesso irresponsabili e inadeguati; non sono neanche in grado di individuare le vere priorità da affrontare”.

Nella foto, Kumi Naidoo

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Sicurezza, legge 733: allarme epidemia e mutazione virus influenza suina in Italia

Roma, 10 luglio 2009. Il Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale per i Diritti Umani, rende noto che alcuni brasiliani clandestini a Milano potrebbero, secondo i sintomi, essere affetti da influenza suina. Uno di loro proviene dalla Grecia, dove è in corso pandemia. “A causa della legge 733 B, in materia di pubblica sicurezza, che istituisce in Italia il ‘reato di clandestinità’ e obbliga i funzionari pubblici e i pubblici ufficiali a denunciare i migranti senza permesso di soggiorno” dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, “il virus è destinato a diffondersi a macchia d'olio fra le comunità straniere ‘irregolari’. Nei prossimi 12 mesi la situazione sarà fuori controllo e in Italia, unico Paese al mondo dove non si potrà fare prevenzione né prestare cure sanitarie ai malati – proprio perché ‘clandestini’, i migranti sono infatti obbligati a vivere nascosti e sono terrorizzati dall’idea di recarsi nelle aziende sanitarie –, il virus, diffondendosi senza barriere, darà luogo a un'epidemia atipica, senza presidio sanitario, come nel Medioevo. Vi sono migranti” proseguono Malini, Pegoraro e Picciau “che lavorano di nascosto presso allevamenti suini o che vivono presso fattorie e piccole aziende agricole. Il contatto fra pazienti e animali – e sottolineiamo che non vi è prevenzione in atto, né procedure antiepidemiologiche – può causare, come spiegato nell'articolo pubblicato da Thomas Vahlenkamp del Friedrich-Loeffler-Institut (Greifswald-Insel Riems, Germania) nell’ultimo numero del Journal of General Virology, un'ulteriore evoluzione del virus e una maggiore pericolosità. Sempre a causa del decreto,” concludono gli attivisti “in Italia vi è un grave rischio di epidemia di lebbra – abbiamo recentemente segnalato casi sospetti fra clandestini che non si recano in ospedale sempre a Milano – e si prospetterebbe nel prossimo futuro una catastrofe umanitaria se dovesse diffondersi una malattia infettiva grave, come l'Ebola”.
Il Gruppo EveryOne ha chiesto oggi, con una lettera urgente indirizzata agli uffici di Ginevra dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, di intervenire presso il Governo Italiano, in particolare intercedendo con il Ministro della Salute, Maurizio Sacconi, per attuare nell’immediato un programma di tutela della salute pubblica, facendo sì che sia indiscriminatamente garantita, senza deroga alcuna e senza l’applicazione della Legge 733 B, l’assistenza sanitaria agli immigrati non regolari. L'organizzazione internazionale per i Diritti Umani sottolinea inoltre nella missiva come l'istituzione del "reato di clandestinità" e l'obbligo per i cittadini alla delazione rendano di fatto impossibile l'attuazione di qualsiasi piano di prevenzione, quarantena o cura efficace in caso di epidemia.

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Appello di Antonio Di Pietro alla comunità internazionale per salvare la democrazia in Italia

Milano, 10 luglio 2009. Antonio Di Pietro ha acquistato una pagina sull'International Herald Tribune per denunciare il rischio di una dittatura in Italia. Si può non condividere le idee politiche del leader dell'Idv; si può restare sconcertati dalle sue strategie e tattiche di stampo "militare". Di certo, in questo frangente u democratici dovrebbero riconoscere che agisce come un patriota, perché si batte con gli strumenti democratici per difendere democrazia e Costituzione. Abbiamo un buon rapporto, oggi, con Antonio e forse gli abbiamo ispirato questo tipo di iniziative: far uscire dai confini italiani l'impegno politico e l'attivismo, denunciare fuori dai confini italiani gli abusi e le iniquità istituzionali. Il cambiamento non può avvenire in un territorio dove tutto è controllato e represso. Affrontare il "mostro" è pericoloso non solo per Di Pietro, ma anche per una escort che ha il coraggio di parlare, per un giornalista obiettivo, per un politico coscienzioso, per un attivista che svolge il suo compito (in nessun Paese civile gli attivisti vengono perseguitati e intimiditi coma da noi: è un dato emerso della Piattaforma di Dublino 2009). Ma tale coraggio è la sola speranza che abbiamo, perché l'alternativa è un regime ancora più arrogante, immorale, irresponsabile (sta per avvelenarci con l'energia nucleare), xenofobo e colluso di quello che esiste già in Italia.

Di Pietro sull'Herald Tribune: "La Democrazia in Italia è in pericolo"

"Appello alla comunità internazionale. La democrazia in Italia è in pericolo": è il titolo che campeggia a caratteri cubitali sulla pagina di pubblicità sull'International Herald Tribune acquistata dal leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro. A lato una grande foto di Di Pietro, che sovrasta il simbolo dell'Idv. Il testo è tutto puntato sul lodo Alfano, il cui meccanismo viene brevemente spiegato in inglese nei contenuti. Dopo le denunce di incostituzionalità sul testo da parte di "più di 100 costituzionalisti", viene ricordato che il 6 ottobre la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sullo scudo per le alte cariche, e racconta la cena nella casa del giudice della Consulta Mazzella cui presero parte anche Berlusconi e il ministro della Giustizia Alfano. "Faccio appello - si conclude il messaggio di Di Pietro - alla comunità internazionale perché faccia circolare queste informazioni ed eserciti la pressione necessaria per assicurare i principi di libertà democratica e di indipendenza della Consulta, così da scongiurare che la nostra democrazia in Italia venga trasformata in una dittatura di fatto". Da La Repubblica

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L'Italia torna al nucleare. Una scelta pericolosa, inquinante, antieconomica

Roma, 9 luglio 2009. Fermiamoli. Fermiamoli con gli strumenti democratici e costituzionali, perché sono fascisti, razzisti, antidemocratici, immorali. Fermiamoli perché hanno ricondotto l'Europa ai tempi delle leggi e delle violenze razziali contro neri e Rom, delle deportazioni, della schiavitù, della cultura xenofoba e omofoba. Hanno promosso pogrom e purghe etniche. Hanno tirato fuori dai cassetti dell'intolleranza i registri riservati agli "asociali" (i senzatetto). Fermiamoli perché hanno deciso di avvelenare il nostro Paese con l'energia nucleare. Con il via libera del senato al ddl sviluppo, l'Italia, infatti, è tornata oggi al nucleare, proprio mentre al G8 si parla di clima, fonti di energia rinnovabili, economia verde.

E' una tendenza che si pone in contrasto con le scelte nell'Unione Europea e negli Stati Uniti, dove nessuno punta più sul nucleare, che è pericoloso, inquinante, tecnologicamente superato e antieconomico. I siti nucleari saranno scelti dalle imprese che li costruiranno e militarizzati: né i cittadini né le Regioni avranno voce in capitolo, in tali scelte. Di certo - invitiamo tutti a monitorare questa facile previsione - le centrali non sorgeranno nelle vicinanze delle ville dei fautori dell'energia atomica. I primi quattro impianti, che nei progetti del governo dovrebbero essere attivi fra 20 anni (ma che verosimilmente governi più responsabili fermeranno), costeranno circa 25 miliardi di euro e forniranno all'Italia meno del 5 per cento dell'energia elettrica necessaria al Paese. Fermiamoli perché non si fermeranno.

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La vita umana e i wafer

Napoli, 8 luglio 2009. Che cos'è la giustizia? Se ispirata a nobili valori, è forse l'invenzione più alta e importante mai raggiunta dall'uomo. Giustizia è il nome dei più importanti testi sacri, retaggio di un'umanità che nella Storia non ha accettato la legge del più forte o del più cinico. Giustizia è la sostanza con cui uomini illuminati hanno scritto e approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione di Ginevra.
Quando, al contrario, perde la sua stella polare, che coincide con la via della civiltà e dell'evoluzione spirituale, la giustizia diviene follia. Alcuni giorni fa il Tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi di detenzione i quattro poliziotti che hanno umiliato, torturato, seviziato e massacrato un ragazzino, Federico Aldrovandi.

E vi è da scommettere che quei mostri, quegli aguzzini, quei criminali non sconteranno che una minima parte della pena, ammesso che nei gradi di giudizio successivi non vengano addirittura assolti. Oggi il giudice monocratico di Marano, sezione distaccata del Tribunale di Napoli, ha condannato a tre anni di detenzione (il minimo della pena, per effetto della legge Cirielli che colpisce i recidivi) il 40enne napoletano Salvatore Scognamiglio, indigente e tossicodipendente, per aver rubato in un discount un pacchetto di Wafer da 1 euro e 29 centesimi. "Mi vergogno, ma avevo fame," si è giustificato l'uomo, che ha rinunciato al patteggiamento, che gli avrebbe concesso una pena più mite. Salvatore, probabilmente, i tre anni li sconterà tutti e il suo carcere non avrà sbarre dorate come quello che - forse - accoglierà gli agenti assassini. La vita di Federico, secondo una giustizia che non ha più occhi per vedere la "stella polare" della virtù, valeva come un pacchetto di wafer.

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Laura, che vive vicino al Casilino 900, manda a Roberto Malini il suo sfogo: "La notte prima che mi sono sposata, hanno bruciato ancora. Nonostante ci sia la vigilanza, bruciano e si sente la puzza di gomme bruciate..."

Risponde Roberto Malini: "Basterebbe chiedere a gran voce al Comune casa e lavoro per i capifamiglia, con impegno da parte loro a pagare l'affitto (o meglio ancora, rate-mutuo) dopo il collocamento avvenuto. Il Comune sarebbe obbligato ad accettare la richiesta, in base alle Direttive europee e alle leggi italiane. Ma mi sembra che l'odio per i Rom sia più forte anche del vostro desiderio di aria pulita. L'unico modo civile per chiudere il campo è un progetto casa-lavoro, perché Auschwitz non è più attivo e di certo non si possono mettere le famiglie sulla strada. I Rom del Casilino, vittime di esclusione sociale e persecuzione istituzionale, non hanno possibilità di inserirsi da soli. Noi abbiamo chiesto ripetutamente un incontro alle Istituzioni, per formulare un piano preciso, sia a vostra tutela che a tutela dei Rom. Hanno preferito spendere milioni e milioni di euro in sgomberi, messe in sicurezza ecc. Con un decimo di quel denaro sprecato, si poteva risolvere il problema dei campi a Roma. Il futuro è ancora più fosco, perché nell'emarginazione e senza piani sociali, i giovani Rom cadranno nelle reti della 'ndrangheta, che a Roma è sempre più forte, e i problemi aumenteranno. Aumenteranno criminalità e corruzione. Il Comune sa tutto questo, ma sollevare puntualmente "emergenze-Rom" consente di nascondere sprechi, immoralità e fallimenti, mantenendo consenso. Chi ne fa le spese sono i poveri, ma anche i cittadini. Se solo i cittadini esercitassero i loro veri diritti e non si facessero prendere all'amo da chi amministra le loro vite e il loro denaro..!"

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G8 a L'Aquila. Vi sono gravi pericoli sismici e non vi sono condizioni di serenità e sicurezza per i leader mondiali. Chiediamo che il Summit sia spostato in altra sede. Lettera aperta agli Ambasciatori in Italia dei Paesi del G8

Milano, 7 luglio 2009

Illustrissimo Ambasciatore,

il Gruppo EveryOne continua ad essere preoccupato per la sicurezza dei leader del G8 durante il Summit a L'Aquila. Non ci preoccupano di certo le manifestazioni di legittimo dissenso (anche noi dissentiamo riguardo a molte politiche dei leader del G8), ma il fatto che gli otto grandi, accettando di riunirsi in una città in preda a eventi sismici, mettano in rilievo come siano fragili le basi dei Paesi che rappresentano. Stiamo monitorando l'attività sismica nella zona de L'Aquila, che ci preoccupa molto. Non capiamo come mai i servizi di sicurezza e le personalità che dovrebbero proteggere i leader dei Paesi democratici e di assicurarsi condizioni serene per loro durante gli impegni ufficiali accettino questa incertezza, questa precarietà, questa tensione, questi pericoli. Che immagine darebbero nel mondo le grandi democrazie se ci si trovasse di fronte a una grottesca (o drammatica) evacuazione durante il meeting? E se vi fosse una scossa superiore a 4.5 di magnitudo, come reggerebbero le strutture nella cittadella di Coppito, vista l'approssimazione e la disorganizzazione dimostrate dall'Italia? La verità è che i Vigili del fuoco dovranno approvarla, ma non vi è stato tempo per effettuare test di sicurezza.

In Italia i giornali hanno cominciato a censurare le notizie delle scosse, per compiacere il governo e gli organizzatori. Rimediamo noi:

ieri, 6 luglio 2009, vi sono state ben 8 scosse di terremoto, che hanno gettato nel panico la cittadinanza de L'Aquila;

oggi, 7 luglio 2009, si sono verificate 4 scosse, rilevate dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. La più forte, di magnitudo 2.9, si è verificata all'1.09 del mattino. Un'altra scossa di terremoto di magnitudo 2.8 si è verificata alle 01.51. Altre due scosse, alle 2.48 e alle 5.13.

I sismologi hanno affermato che "a L' Aquila esistono diverse faglie attive che creano terremoti. Vi è un pericolo grave che riguarda una faglia di massimo rischio (tenuta sotto osservazione dal 6 aprile) che è detta "la Faglia di Pizzoli"; se si dovesse attivare, potrebbe accadere una catastrofe". Le scosse sui Monti Reatini non sono lontane da Pizzoli, dunque i leader corrono pericolo di vita. A conferma di questa situazione di rischio, in data odierna l'Istituto Nazionale di Geofisica, sezione di Milano e Pavia, ha dichiarato che la Faglia di Pizzoli è attiva

Il Gruppo EveryOne si chiede perché nessuno ne parli e perché i Paesi del G8 abbiano deciso di gettare i loro leader allo sbaraglio in una "roulette sismica"...

Il Gruppo EveryOne chiede ancora una volta a tutti coloro che sono coinvolti nell'organizzazione o nella partecipazione al Summit di dedicare maggiore attenzione e rispetto per i leader dei Paesi democratici, che lavorano per il benessere della civiltà e devono farlo in condizioni di sicurezza e serenità: è necessario che, con un atto di responsabilità, si sposti il G8 in altra sede. Cordiali saluti, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Glenys Robinson - Gruppo EveryOne

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Leader induista ed ebreo chiedono alle star di Hollywood di sostenere i Rom perseguitati in Europa. Il Gruppo EveryOne e una rete di ONG appoggiano il progetto

Hollywood e Milano, 7 luglio 2009. Due eminenti figure del mondo religioso americano, il leader induista Rajan Zed e il rabbino Jonathan B. Freirich, figura di grande prestigio in Nevada e California, hanno promosso un'azione di informazione presso l'elite di Hollywood, finalizzata a combattere le gravi situazioni di esclusione sociale e persecuzione che colpiscono il popolo Rom in Italia e in altri Paesi d'Europa. Le due personalità religiose sollecitano le star a impegnarsi perché i Paesi in cui si verifica il fenomeno della ziganofobia inizino a combatterla efficacemente e diano l'avvio a seri progetti di integrazione. Il Gruppo EveryOne - alcuni dei cui attivisti lavorano nel mondo del cinema e dello spettacolo - e il Coordinamento antirazzista Sa Phrala hanno aderito all'iniziativa. "Nei prossimi giorni comunicheremo il progetto alle più importanti personalità di Hollywood," dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau e Glenys Robinson, "chiedendo loro di aderire al progetto di Rajan e Jonathan e di aiutarci a rompere il muro di silenzio dietro cui ha luogo un nuovo Olocausto. In Italia le famiglie Rom subiscono ogni genere di abuso da parte delle autorità e dei movimenti razzisti. Sono famiglie poverissime, con tanti bambini, malati e donne incinte, che si rifugiano, per non morire, in case abbandonate, sotto i ponti o in luoghi nascosti, dove costruiscono baracche. "Il governo italiano e le autorità locali, però, non li trattano come esseri umani, ma come topi" commentano gli attivisti.

"E' in corso in Italia una propaganda feroce contro i Rom," continuano, "basata sull'odio razziale. Il movimento anti-etnico Lega Nord ha ottenuto, con la demagogia xenofoba, l'ideologia contro l'immigrazione e le azioni persecutorie, consensi elettorali tali che oggi, insieme al Pdl (che ha abbracciato l'intolleranza) governa l'Italia, un Paese dove, nonostante le leggi, il razzismo non è combattuto in alcun modo dalle Istituzioni. Le famiglie Rom vengono scacciate anche dai loro poveri rifugi, mentre le forze dell'ordine distruggono le loro baracche e le mettono in mezzo alla strada, senza assistenza sociale né sanitaria. Dopo tali sgomberi, da noi denunciati come crimini contro l'umanità, le famiglie Rom intraprendono tragiche 'marce della morte' verso un destino senza speranza. L'elemosina, estremo mezzo di sopravvivenza, è combattuta con durezza, mentre gli abusi polizieschi e giudiziari, gli attentati e i trattamenti inumani contro i Rom sono innumerevoli. Altri Paesi europei attuano politiche discriminatorie, mentre i progetti di integrazione restano sulla carta. A causa di questa persecuzione, la speranza di vita media dei Rom è scesa sotto i 40 anni e la mortalità infantile è 15 volte superiore a quella degli altri cittadini. Ci auguriamo che le Star di Hollywood diano il buon esempio e ci aiutino a combattere il fenomeno del razzismo in Italia e in altri Paesi europei, perché il popolo Rom è allo stremo delle forze".

 

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In memoria di Federico
(Ferrara 17 luglio 1987 - 25 settembre 2005)

di Roberto Malini

Nessun giudizio
ridarà luce
a una stella
demolita.
Ma sia giustizia
perché si chiuda
nella carne del cielo
una ferita.

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Mario Mauro non sarà Presidente del Parlamento europeo

Lo annuncia il presidente del Gruppo PPE al Parlamento Europeo, Joseph Daul: "Ringraziamo Mauro e Berlusconi di aver accettato il nostro invito a ritirare la candidatura"

Bruxelles, 6 luglio 2009. Mario Mauro ha rinunciato alla propria candidatura a presidente del parlamento europeo. La notizia è arrivata in serata, quando mancano due giorni al voto che, in mancanza di un accordo, avrebbe sancito una grave spaccatura all’interno del gruppo popolare europeo chiamato ad esprimere un candidato alla presidenza dell’europarlamento. Il 14 luglio prossimo verrà quindi eletto l’ex Primo Ministro polacco Jerzy Buzek, che fin dall’inizio ha rappresentato la candidatura alternativa a quella di Mauro. Buzek ha avuto il sostegno di Germania e Francia, oltre che naturalmente di tutti i paesi dell’Est. La rinuncia di Mario Mauro è arrivata dopo che il presidente del Gruppo PPE al Parlamento Europeo, Joseph Daul, ha parlato con Silvio Berlusconi e chiesto a Mauro di ritirare la sua candidatura, ringraziandolo naturalmente «di aver accettato di ritirare la sua candidatura nello spirito di compromesso e di solidarietà europea». Vedi anche articolo sul sito EveryOne

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TAR del Lazio e campi nomadi: dov'è la vittoria?

del Gruppo EveryOne

Budapest/Roma, 6 luglio 2009. E' un risultato incoraggiante, che premia, anche se in misura minima, il lavoro della rete di organizzazioni per i Diritti Umani che hanno lavorato insieme all'European Roma Rights Center e all'Open Society Institute per denunciare procedure illegittime e discriminatorie nei confronti del Rom in Italia. In particolare va sottolineato l'impegno di Viktoria Mohacsi, fondamentale nelle istanze a tutela dei Rom sul territorio italiano. Va tuttavia rilevato che, di importante, il TAR Lazio ha accolto solo i rilievi contro le procedure di identificazione di individui di etnia Rom attraverso rilievi segnaletici e dattiloscopici, che contrastano con le normative a tutela dei minori, con quelle sulla privacy e sui Diritti Umani. Di fatto, tali procedure erano già state dichiarate anticostituzionale e non in linea con la carta europea dei diritti fondamentali della persona, come riconosciuto ufficialmente - dietro pressione delle organizzazioni per i Diritti Umani e, conseguentemente, delle Istituzioni Ue - dal ministero dell'Interno con le "Linee guida" emanate il 27 luglio 2008. Parzialmente soddisfacenti, invece, le decisioni da parte del TAR di annullare alcuni provvedimenti contenuti nei "regolamenti per i campi nomadi": la sottoscrizione di "patti di legalità" e l'ottemperanza ad essi quale condizione per permanere negli insediamenti, le restrizioni riguardanti l'accesso e la permanenza di ospiti e visitatori nei campi, l'obbligo di esibire una tessera/Stella di David. Il TAR, tuttavia, contro ogni evidenza, ha respinto i rilievi che dimostrano la non sussistenza di uno stato di emergenza riguardante la presenza di Rom e Sinti in Italia, ma - al contrario - di una condizione di discriminazione e persecuzione istituzionale. Conseguentemente, i giudici hanno giudicato legittimi gli interventi istituzionali (repressione, limitazione delle libertà personali, mancata assistenza, sgomberi iniqui, trattamenti inumani e degradanti, ghettizzazione dei campi "regolari"), asserendo che tali azioni rispondono alle finalità di integrazione sociale delle comunità nomadi e agli obiettivi di garantire standard adeguati sotto i profili sanitario, sociale, assistenziale e soprattutto di sicurezza. Di fatto, dunque, la decisione del TAR de Lazio si risolve in una piena assoluzione delle Istituzioni, cui vengono chieste impalpabili modifiche dei regolamenti, che tuttavia restano in ogni parte vere e proprie norme razziste, simili in tutto e per tutto a quelle che vigevano bei ghetti polacchi ai tempi di Hitler.

Continua nella sezione Watching The Sky

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Lettera al Commissario Hammarberg sulla situazione attuale dei Rom in Italia

Milano, 6 luglio 2009

Egregio Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg,

abbiamo ascoltato l'intervista che Lei ha rilasciato a Klaus Davi per “KlausCondicio” in cui si augura che le Istituzioni italiane abbiano seguito i Suoi consigli riguardo alla politiche sui Rom. Alle Sue speranze in relazione ai Rom in Italia, dobbiamo rispondere che purtroppo da gennaio a oggi gli sgomberi sono proceduti nel solito modo: famiglie messe in mezzo alla strada, minori spesso sottratti illegittimamente ai genitori, baracche e beni personali distrutti, nessuna assistenza sociale né sanitaria. Dopo ogni sgombero, bambini (quelli lasciati alle madri), donne anche incinte, malati hanno dovuto incamminarsi verso il nulla, alla ricerca di un altro riparo: un ponte, una casa abbandonata, una baracca. Luoghi senza acqua né servizi, malsani, pericolosi. Spesso gli agenti conducono in questura gli uomini, per "controlli" (non di rado durante tali "controlli" si verificano abusi e brutalità) e le donne restano con i bambini, esposte a ogni genere di abusi. Dopo gli ultimi, terribili sgomberi, la maggior parte della famiglie è tornata in Romania o fuggita in Spagna, Grecia, Francia. Malati di cancro, portatori di handicap, pazienti cardiopatici hanno dovuto rinunciare alle cure, per tornare a morire in patria. Si sono verificati aborti spontanei, in seguito agli sgomberi senza alternative. Da parte nostra, abbiamo investito ogni energia fisica, morale ed economica (anche vendendo beni personali mobili e immobili) per aiutare numerose famiglie ad acquistare farmaci e beni di sopravvivenza o ad affrontare il rinnovo dei documenti e il viaggio in Romania (le Istituzioni ci avevano garantito almeno di provvedere al costo dei rimpatri, ma non hanno mantenuto le promesse). Quando le autorità hanno sottratto i bambini alle madri, spesso queste hanno commesso atti violenti contro se stesse. Durante l'azione poliziesca di Pesaro (simile a tante altre) abbiamo percorso la città e caricato a bordo di furgoni donne semiassiderate, fuggite con i loro bambini per evitare la sottrazione. Si è sfiorata la tragedia, perché padri e madri Rom avevano minacciato di darsi fuoco se avessero perso i figli. Per concludere, le politiche delle Istituzioni centrali e locali sono ormai di feroce persecuzione, senza alcuno scrupolo, nei confronti delle ultime famiglie Rom. Come possono testimoniare gli ultimi Rom romeni rimasti in Italia - perché in possesso di documenti scaduti e privi del denaro necessario al viaggio in Romania - sono ormai negati loro anche i minimi diritti della persona. I Rom vengono maltrattati, accusati di reati che non hanno commesso, braccati e scacciati da tutte le città, picchiati e insultati dagli intolleranti. La invitiamo a visitare il nostro sito per aggiornamenti e a prendere contatto con alcune vittime della persecuzione (siamo in grado di fornirLe recapiti telefonici), che potranno riferirle vicende di razzismo e abuso raccapriccianti, che purtroppo sono ormai la quotidianità, in Italia, per il popolo Rom. Le Sue parole e il Suo invito rivolto alle autorità italiane sono lodevoli, Commissario, ma il nostro Paese è ormai in preda a un razzismo e una xenofobia fuori controllo e di certo non bastano ammonimenti, Risoluzioni, consigli da parte delle Istituzioni internazionali (che sono strumenti inefficaci) per cambiare le cose. Da parte nostra, continueremo a impegnarci per limitare la terribile tragedia umanitaria che avviene nell'indifferenza del mondo. Cordiali saluti.

Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Glenys Robinson, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Katalin Barsony, Nico Grancea, Ionut Ciuraru, Mariana Danila, Danciu Caldarar, Mauro Zavalloni - Gruppo EveryOne

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Decreto sicurezza: iniziamo a regolarizzare, come suggerisce Giovanardi, le 500 mila badanti "fuori legge", ma pensiamo anche agli altri danni che causerà

Milano, 5 luglio 2009. Fin dal momento in cui il decreto sulla sicurezza stato approvato, il Gruppo EveryOne - che si appresta a sottoporre agli organi giudiziari internazionali il testo del provvedimento, chiedendo che ne sia riconosciuta l'illegittimità di fronte alle norme internazionali che combattono la discriminazione sociale e il razzismo - ha sottoposto al governo due emergenze, da affrontare e risolvere immediatamente. La prima riguarda le 500 mila badanti e i lavoratori "clandestini" senza permesso di soggiorno: per evitare di mettere fuori legge sia loro che i loro datori di lavoro, è importante regolarizzarli senza eccezioni. Oggi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia Carlo Giovanardi ha riconosciuto la gravità del problema, sollecitando un provvedimento d'urgenza simile alla regolarizzazione attuata nel 2002 (prima dell'entrata in vigore della legge Bossi-Fini). Di fatto, è l'ammissione che il testo del decreto, a partire dall'introduzione del "reato di clandestinità", approvato per compiacere la Lega Nord e le correnti xenofobe, non solo è una legge razziale, ma fa acqua da tutte le parti, sia sotto il profilo del diritto che sotto quello dell'opportunità sociale. La seconda richiesta posta dal Gruppo EveryOne al governo è una disposizione che ponga rimedio al diffondersi del panico fra i migranti, costringendoli a vivere la condizione di clandestinità nascondendosi per timore di essere denunciati, internati ed espulsi. Attualmente, migliaia di stranieri, gruppi familiari e individui singoli, vivono in tali condizioni, senza accedere a cure sanitarie in caso di malattia, senza segnalare alle autorità i nuovi nati, senza denunciare violenze e abusi subiti. Chi lavora "in nero" è spesso costretto a subire ricatti e soprusi, mancati pagamenti per le prestazioni e, nel caso delle donne, richieste di prestazioni sessuali da parte dei "datori di lavoro". E' una nuova forma di schiavitù cui hanno portato negli ultimi anni le politiche xenofobe e razziali delle Istituzioni, una schiavitù di Stato che è divenuta ancora più odiosa, incivile e inaccettabile dopo l'approvazione del decreto sicurezza, che raccoglia un vergognoso insieme di leggi razziali. Un altro problema, verso il quale abbiamo protestato con altrettanta fermezza, è il rischio di epidemie cui il provvedimento sottopone sia i migranti che i cittadini dell'Unione europea e del resto del mondo. La condizione di totale esclusione sociale cui sono costretti, in seguito al "reato di clandestinità", gli stranieri "irregolari", costretti a vivere nascosti, in condizioni igieniche tragiche, renderebbe impossibile, nel caso insorgesse un'epidemia, qualsiasi azione di prevenzione, quarantena o azione sanitaria. Senza cure mediche, senza vaccinazioni e trattamenti adeguati, basterebbe un'influenza atipica per mietere molte vittime e dare luogo a possibili gravi mutazioni. Per non parlare del pericolo-lebbra, una malattia che recentemente è stata segnalata a Milano e Genova. Le pronte cure, le procedure antiepidemiche e la quarantena hanno evitato il diffondersi del morbo, cosa che da oggi non sarà più possibile. Due casi di sospetta lebbra non curata a causa della paura di una denuncia sono già stati segnalati, ancora a Milano. Il pericolo emidemie, un'emergenza del mondo globalizzato di oggi, richiede necessariamente la fiducia nelle Istituzioni sanitarie da parte di tutte le categorie sociali. In caso contrario, si torna nel Medioevo, con i pericoli che ne conseguono. E' l'ulteriore dimostrazione di quanto sia irresponsabile il provvedimento e non osiamo pensare a cosa accadrebbe in presenza di un virus terribile come l'Ebola, evento tutt'altro che improbabile, considerato che perseguitati e profughi provengono spesso da Paesi in cui tale virus rappresenta un grave problema sanitario. Il Gruppo EveryOne, insieme a una rete di organizzazioni per i Diritti Umani e alle personalità politiche che continuano a rispettare la Costituzione chiede che il governo ponga immediatamente fine a questa barbarie razzista, che rappresenta una vergogna nell'Unione europea, la cui Carta dei Diritti Fondamentali e le cui Direttive indicano una direzione opposta: la realizzazione di una civiltà continentale fondata su tolleranza, accoglienza e Diritti Umani.

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Roma. Una ronda razzista pesta un rifugiato politico del Congo: "Facciamo la volontà del governo!"

Roma, 5 luglio 2009. Tre giorni fa, in via di Donna Olimpia, nel quartiere Monteverde, una "ronda" razzista composta da tre italiani ha pestato selvaggiamente un cittadino del Congo, rifugiato politico nel nostro Paese. L'uomo stava distribuendo volantini pubblicitari, quando dalle finestre di una palazzina alcune persone hanno cominciato a ingiuriarlo per il colore della pelle. Quindi una "ronda" formata da tre uomini robusti, fra i 30 e i 50 anni, è uscita dallo stesso edificio, lo ha rincorso e picchiato con furia barbara, rivolgendogli i peggiori insulti razzisti e rapinandolo del passaporto e del denaro che aveva con sé. Dopo aver chiamato la polizia, l'uomo è stato condotto al pronto soccorso, dove è stato medicato per un trauma cranico, una ferita lacero-contusa allo zigomo sinistro e diverse contusioni.
La vittima dell'ennesimo pestaggio razzista vive in Italia dal 2004, è sposato e ha una bimba piccola. Gli aggressori, che se vi sarà volontà di farlo, potranno essere facilmente identificati svolgendo semplici indagini preso la palazzina, mentre lo picchiavano, gli hanno gridato: "Facciamo la volontà del governo, dovete tornare a casa vostra!". I pestaggi nei confronti di immigrati sono ormai fenomeni assai frequenti. Non passa giorno senza che episodi di intolleranza violenta abbiano luogo, dal nord al sud. Va rilevato, tuttavia, che le violenze vengono denunciate solo in rari casi: quando le vittime sono in possesso di documenti di soggiorno. I "clandestini", al contrario, incassano botte, sevizie e insulti senza ricorrere più al pronto soccorso né denunciare i loro aguzzini.

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Roma. E se lo "stupratore mascherato" agisse per creare allarme sociale?

Roma, 4 luglio. Ancora un tentato stupro, nella capitale, da parte del misterioso aggressore dal passamontagna nero, stavolta ai danni di una poliziotta in abiti civili, nel quartiere romano di Tor Carbone, a poche centinaia di metri di distanza dal luogo in cui il 3 luglio scorso è avvenuto lo stupro della studentessa universitaria di 21 anni. La dinamica delle due aggressioni è simile anche a quella avvenuta il 6 giugno scorso alla Buffalotta, vittima una giornalista. Abbiamo pochi dettagli riguardanti l'episodio di oggi, mentre negli altri due casi il criminale ha minacciato le vittime con un coltello. Sembra assai sospetta l'apparizione di questo spaventoso "eroe del male", che pare uscito da un thriller di serie B, ancora una volta in concomitanza con la discussione e l'approvazione del decreto sicurezza e con le polemiche relative all'istituzione delle ronde.

Invitiamo le autorità a svolgere accurate indagini anche presso i gruppi di giustizieri, neonazisti e intolleranti e laddove possa essere strumentale sollevare allarme sociale e ricorrere a misure repressive sull'onda dell'isteria collettiva. A differenza dell'assassino seriale, che in alcuni casi sfida la società, magari con il desiderio inconscio di essere fermato, lo stupratore seriale è un insicuro e un vigliacco: difficilmente colpisce a distanza ravvicinata nel tempo e nello spazio, soprattutto quando media e autorità concentrano una particolare attenzione sulle aggressioni. In quest'ottica, per bloccare la serie di aggressioni, può essere importante non trascurare l'ipotesi che qualcuno agisca all'interno di un'organizzazione e convinto di farla franca potendo contare su protezioni efficaci.

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L'Aquila: trema la terra, trema la civiltà

L'Aquila, 4 luglio 2009. Mentre giornalisti del Financial Times e del Guardian eludono con facilità irrisoria la sicurezza predisposta nella sede del prossimo G8, a L'Aquila e riescono ad osservare i lavori per ultimare il campetto di basket che sarà riservato al Presidente Obama, la terra, a L'Aquila, continua a tremare: dopo le scosse di ieri, che hanno raggiunto una magnitudo di 4.1, nuove scosse importanti sono state avvertite e rilevate oggi dai sismografi. La sede che le Istituzioni italiane hanno scelto per il Summit si rivela sempre più infelice, come il Gruppo EveryOne sostiene da tempo. E' impossibile approntare qualsiasi piano logistico e di sicurezza, in una città semidistrutta da un terribile terremoto, una città che dovrebbe confrontarsi solo con la ricostruzione e non con l'imminenza di uno show politico-mediatico o, nel caso più infausto, di un dramma apocalittico e grottesco con i più importanti leader politici e le loro rappresentanze in preda al panico ed evacuati come in un film "catastrofico". Scene di monumentale angoscia che metterebbero in pericolo sia i leader e il loro entourage, sia i manifestanti contro il Summit, sia la cittadinanza locale, già fin troppo provata da un un evento distruttivo e da progetti incorporei di ripresa. Oggi abbiamo sollecitato una volta di più le autorità dei Paesi che parteciperanno al G8, aggiornandole sulla situazione sismica a L'Aquila e soprattutto sul parere degli esperti, secondo cui l'attività tellurica è imprevedibile e potrebbero verificarsi nuovi picchi.

A nostro giudizio è una follia esporre i leader mondiali a un simile rischio e mettere a repentaglio la sicurezza delle loro vite, trasmettendo una sensazione di fragilità delle democrazie e dei loro capi al modo intero. "Di questo passo, si organizzeranno i prossimi Summit in zone a rischio Tsunami, epidemia, guerra?" abbiamo chiesto agli ambasciatori dei Paesi del G8. Non sarebbero prove di coraggio, ma di incoscienza, di instabilità. Si può non credere più nelle democrazie, ma se non si difendono i leader delle nazioni, se li si manda allo sbaraglio, è la civiltà stessa a mostrare piedi d'argilla e testa vuota. La scelta del G8 a L'Aquila è stata un errore fin dall'inizio, sciagurata verso le personalità politiche e tutti coloro che, anche per manifestare dissenso, parteciperanno all'evento. La vitalità sismica della zona prospetta eventi tellurici assolutamente imprevedibili e nessuno, oggi, può definire "sicura" la sede del Summit. Come potranno essere sereni e lucidi, i capi delle democrazie, quando discuteranno temi che riguardano la salute economica, sociale e fisica dal pianeta? E' necessaria una riflessione da parte di tutti, non solo per l'appuntamento del 10 luglio a L'Aquila, ma per restituire importanza al vero concetto di "sicurezza", che presuppone la tutela della vita e il rispetto di tutti, dal Presidente Obama a Mariana, la mendicante Rom, madre di famiglia, cui ieri, a Campobasso, le forze dell'ordine hanno distrutto la tenda sotto cui viveva con i familiari e che aveva subito da poco una delicata operazione ai reni. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Piciau - Gruppo EveryOne

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G8 a L'Aquila mentre la terra trema: una scelta sbagliata e pericolosa

Milano, 3 luglio 2009

Il Gruppo EveryOne ha scritto il mese scorso agli Ambasciatori di Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Russia Giappone e Canada ponendo in risalto una serie di ragioni per le quali la sede scelta per il G8, L'Aquila, si presenta inadeguata a un Summit così importante. In particolar modo, ci sembrava un azzardo irresponsabile mettere in pericolo la sicurezza dei leader politici degli Stati partecipanti, considerata l'attività sismica ancora in corso nella città abruzzese. Purtroppo i nostri timori si rivelano sempre più fondati e oggi L'Aquila è stata colpita da scosse di terremoto di magnitudo 4.1, mentre i sismologi non escludono altri eventi sismici anche gravi. In data odierna, abbiamo nuovamente fatto presente agli ambasciatori i rischi a cui si sottoporranno i leader partecipando all'evento. Ecco il messaggio a David Thorne, ambasciatore degli U.S.A.

Il Gruppo EveryOne

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Egregio Ambasciatore David Thorne,

a L'Aquila il rischio di terremoto è ancora alto e Il Gruppo EveryOne ritiene che il Presidente Obama e gli altri Leader dovrebbero essere tutelati in relazione alla loro incolumità e serenità durante l'evento: riteniamo assurdo che la scelta palesemente sbagliata di una sede, nella quale non è mai cessata l'attività sismica, dopo la catastrofe, debba mettere a repentaglio la loro sicurezza. Forse non accadrà nulla, durante il Summit, ma ci pare che non sia stata tenuta in conto l'importanza dei partecipanti e la necessità di garantire loro assoluta sicurezza. Gli organizzatori di un Summit che coinvolge tante persone, fra cui alcune delle personalità politiche più importanti del mondo, dovrebbero porre la sicurezza in cima alla lista delle priorità, ma purtroppo, in Italia, non è così: altre motivazioni dettano certe scelte. Siamo consapevoli che ormai sarebbe difficile rimandare il meeting e realizzarlo in una località più sicura, ma è per noi inevitabile sentirci preoccupati per il Presidente Obama e gli altri partecipanti al Summit. Le inviamo articoli di quotidiani italiani che riportano informazioni sulle scosse di terremoto che preoccupano e spaventano, giustamente, i cittadini de L'Aquila. Anche per il loro futuro e il loro bene, sarebbe stato meglio continuare a lavorare alla ricostruzione e alla prevenzione sul posto, senza appesantire la città, in una situazione tanto precaria, con un avvenimento che per forza di cose rallenterà le operazioni umanitarie. Un caro saluto, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne

Seguono articoli sugli eventi sismici in corso.

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Padre nostro che sei nei Cieli

Milano, 3 luglio 2009. Che cos'è il Male? Il male è il buio morale, la tenebra che cade sul cuore degli uomini, togliendo loro la capacità di provare sentimenti di amore e altruismo. E una trasformazione progressiva, capace di condurre l'umanità, quasi impercettibilmente (ed è questo il suo potere grande e nefasto) dalla civiltà alla barbarie, dall'amore all'odio. "Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto," scrisse nel suo Diario Anne Frank, mentre si nascondeva con i suoi cari in una soffitta di Amsterdam per evitare la deportazione e la morte. Il Male ha una voce suadente, spesso convincente. Pone le basi dell'orrore, ma all'orrore attribuisce il nome rassicurante di "bene". Come hanno rilevato uomini di chiesa, fra cui Monsignor Marchetto, presidente della pastorale per i migranti del Vaticano, il decreto legge n° 733 sulla sicurezza rappresenta senza dubbio il Male sulla Terra e "porterà molto dolore".

E' un testo raccapricciante, come le leggi razziali varate alla fine degli anni 1930. Uno dopo l'altro, gli articoli del decreto (il cui numero, per una singolare coincidenza, richiama un passo del Vangelo di Giovanni - capitolo 7, versetto 33 - in cui Gesù annuncia ai discepoli il proprio destino di morte) predicano, sgranando un rosario di crudeltà e sadismo, la negazione dei valori dell'umanità, della fratellanza, della solidarietà, della speranza. Il Gruppo EveryOne, insieme a tutte le organizzazioni per i Diritti Umani, che in questi giorni hanno alzato voci sdegnate contro la persecuzione dei profughi, dei migranti e dei poveri, è vicino ai religiosi che hanno il coraggio di non tacere, di chiedere giustizia per coloro che soffrono, senza abbassare gli occhi di fronte ai potenti. Il Vangelo è chiaro. La strada indicata da Gesù (un Gesù che è oggi assoluto valore della parola e trascende le confessioni, incarnando l'universalità del puro amore) è chiara riguardo a quello che tutti noi abbiamo il dovere di fare per i poveri, i viandanti, gli ignudi, gli affamati, i forestieri. Tutti gli uomini sono uguali e il Figlio dell'Uomo è la loro immagine dolente, mentre il suo messaggio ci costringe ad ancorarci alle radici del Bene, a riconoscerci quali esseri umani, cui il dono di brevi esistenze assegna il compito di togliere al mondo quanto più dolore possibile. Ecco perché ci sentiamo parte della Chiesa, quando è chiesa della Croce, dei perseguitati, degli umili, dei reietti, di coloro che non hanno casa né terra. Quando diventa un tempio senza pareti, che si identifica nell'universale e accoglie preghiere che suonano come canti di pace o grida di libertà. Roberto Malini

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Disumanità!

di Alain Goussot

“Io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato , privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria , gli altri i miei stranieri” (Don Lorenzo Milani)

Sappiamo che di questi tempi la vita delle persone non vale molto; soprattutto se si tratta di poveri, senza fissa dimora o immigrati senza documenti o con documenti scaduti; la vita è ormai solo valore di scambio sul mercato della politica mediatica e sul mercato delle merci che servono al sistema dei consumi e a chi lo gestisce. La vita della donna somala fuggita dalla guerra e dalle violenze vale solo come oggetto di aggressione degli urlatori del mercato politico che devono stare al potere per rendere la massa gregaria e incapace di esprimere la propria coscienza critica e anche la propria umanità . La sicurezza? La sicurezza di chi? Di chi è privilegiato nei quartieri alti, di chi ha accumulato profitti , di chi fa parte della casta che governa sfregiando continuamente i precetti costituzionali e repubblicani? Ma chi si occupa della sicurezza del cittadino immigrato che lavora, magari senza misure di sicurezza sul lavoro, della donna immigrata che fa la badante e che magari viene anche molestata dalle persone per bene che la sottopagano, del giovane precario che non ha prospettiva, del lavoratore di 50 anni che perde il lavoro, del cassintegrato che deve vivere con 800 euro al mese’. Di quale sicurezza stiamo parlando ? Dei corrotti e dei mafiosi che gestiscono flussi di denaro e controllano banche, società finanziarie, aziende e anche uomini politici corrotti fino al midollo? Di quale sicurezza stiamo parlando? Dei ceti che si sono arricchiti sulla pelle dei lavoratori e che devono difendere le loro proprietà dalle ‘classi pericolose’: barboni, immigrati clandestini, malati psichiatrici , vagabondi di ogni tipo, giovani arrabbiati, lavoratori disperati. Urlano con il megafono dei media! Sicurezza!! La sicurezza di alcuni diventa l’insicurezza, la paura, l’angoscia dei tanti che si sentono come braccati e stigmatizzati: abbiamo già conosciuto questo tipo di clima sociale e di sentimenti negli anni trenta nella caccia all’ebreo; oggi assistiamo alla caccia all’immigrato ‘clandestino’ di cui spesso si sa quasi tutto mentre i potenti pretendono per loro l’assoluta riservatezza e opacità rispetto alla loro vita. La vera insicurezza è quella sociale che sta calpestando la vita e la dignità umana di tante donne e uomini di questo paese (ma anche di tanti altri paesi) che non sanno più come andare avanti. Ovviamente i media in mano alla casta dei potenti e dell’aristocrazia del denaro alimenta la paura del povero di colore diverso; la costruzione del capro espiatorio sul quale scagliare tutte le frustrazioni sociali che prova tanta gente di fronte ad una crisi che tuttavia non viene dal cielo in quanto è il prodotto di decisioni a livello economico, finanziario e politico. Inoltre la cultura dell’indifferenza verso l’altro, dell’egoismo individualistico e consumistico rende la società sempre più aggressiva nei confronti di chi è più debole; la perdita totale di senso morale e di ethos dell’accoglienza nonché della responsabilità degli uni verso gli altri sta lacerando il tessuto sociale. La democrazia è ormai soltanto un farsa perché la sicurezza riguarda alcuni ceti e alcune zone territoriali a scapito di tutto e di tutti. I demagoghi hanno acceso la miccia dell’odio verso l’altro e sta passando già nei comportamenti e nel linguaggio la tecnica del linciaggio che aggrega le folle permettendo così alla valvola di sfogo di tutte le frustrazioni di funzionare in modo non pericoloso per chi domina. Anzi tutto ciò diventa funzionale all’organizzazione di un nuovo senso comune fatto d’intolleranza, aggressività, volgarità e individualismo sfrenato; nuovo senso comune che è anche alla base dell’organizzazione del consenso perché fa leva , non sulla ragione critica, ma sulle pulsioni più arcaiche e le emozioni eccitabili e non controllate dalla riflessione. Continua nella sezione Arte & Cultura

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2 luglio: una ricorrenza che ci chiede di impegnarci per la giustizia sociale, la libertà e la pace

E' la data in cui è stato approvato il decreto razzista, lo stesso giorno in cui, 65 anni fa, i nazifascisti trucidarono 26 giovani partigiani. Il loro martirio ci darà la forza di difendere i nuovi perseguitati

Milano, 3 luglio 2009. Il 2 luglio 2009 i fascisti del nostro tempo hanno approvato il decreto n° 733 sulla sicurezza, una legge razziale che intende trasformare i migranti, i Rom e i senzatetto che vivono in Italia, già vittime di un razzismo fuori controllo, in esseri senza diritti e i cittadini italiani in delatori e complici di un'efferata persecuzione. La società civile, la Chiesa, i cittadini democratici giudicano tale misura come un'aberrazione che porterà solo dolore, disumanità e ingiustizia. Le donne e gli uomini che conservano i valori delle conquiste civili, conquiste che hanno portato alla creazione di documenti fondamentali per la civiltà, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non accetteranno ciò che una legge che non trova fondamento nel diritto, ma solo nel retaggio di secoli di incivili discriminazioni, chiede loro. Non abbandoneranno le donne, i bambini, gli uomini, le famiglie che sono innocenti, ma vengono adesso condannate dai carnefici a causa della loro disperazione, della loro povertà e del colore della loro pelle.

E' tempo, per ognuno, di scegliere se appartenere ai giusti o agli aguzzini, a chi difende i valori della vita e della civiltà o si pone dalla parte della barbarie e della morte. Le 157 persone che hanno votato la legge razziale e dato il via alle retate, ai provvedimenti repressivi, alle deportazioni, alla tragedia umanitaria di migliaia di esseri umani sono eredi diretti dei nazifascisti che nella stessa data del 2 luglio, 65 anni fa, sul Colle del Lys, in provincia di Torino, rastrellarono 26 giovani partigiani - che caddero nelle loro mani a causa delle delazione di cittadini senza scrupoli - e li trucidarono orrendamente. Ricordarli darà ai democratici di oggi la forza di fronteggiare i tempi oscuri che ci attendono. "Questi ragazzi, prima di essere fucilati, sono stati torturati e quasi non oso dire cosa è stato fatto ad alcuni di loro," ricorda il partigiano Guido Carbi. "Gli hanno tolto il cuore e al suo posto hanno messo una camicia rossa. Noi eravamo qui in zona e io sono stato uno di quelli che hanno recuperato i corpi". Anche in quel maledetto 2 luglio, vinse la spietatezza, il lato beluino che dorme nell'uomo per svegliarsi ciclicamente e produrre olocausti. I patrioti che persero la vita in quella data nefasta "lottarono per costruire un futuro di libertà e pace" ricorda una lapide a imperitura memoria. L'esempio del loro coraggio e del loro martirio ci darà la forza di difendere i nuovi perseguitati.

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Ddl sicurezza: provvedimento criminogeno e criminale. Le prove in due
storie drammatiche

Intervento della senatrice Donatella Poretti, parlamentare Radicali - Pd,
segretaria della commissione Igiene e Sanita'

Il ddl sulla sicurezza appena votato dal Senato ha gia' prodotto, anche
senza essere ancora in vigore, i suoi effetti devastanti e crudeli. La
norma che introduce il reato di clandestinita' obblighera' i pubblici
ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio a denunciare gli immigrati
irregolari quando nell'esercizio delle loro funzioni vi si troveranno di
fronte (scuola, sanita', anagrafe...). L'omessa denuncia, ex art. 361 e
362 codice penale, si configurerebbe come reato punibile a sua volta con
una multa o la reclusione fino ad un anno.
Una badante ucraina. Vira, di 39 anni e' morta pochi giorni fa dissanguata
per un aborto spontaneo in un appartamento dove lavorava, a Torre a
Mare-Bari. Era irregolare, ha raccolto il sangue in una bacinella, ma non
ha chiamato aiuto per paura di essere denunciata.
Samira, algerina di 24 anni, ha avuto anch'essa una grave emorragia per un
aborto spontaneo, non e' ricoverata, anche se le sue condizioni sono
gravi, sempre per paura di essere denunciata. Ora e' assistita da
volontari del gruppo EveryOne.
Secondo uno studio compiuto nelle ultime tre settimane dall'organizzazione
per i diritti umani Gruppo EveryOne nei principali ospedali di Roma (San
Gallicano, Policlinico Umberto I, San Camillo Forlanini, Policlinico Tor
Vergata, Ospedale Grassi di Ostia) e Milano (Niguarda, ospedale Maggiore
Policlinico, San Paolo, San Carlo Borromeo), e' stata riscontrata una
diminuzione di quasi il 35% dei migranti che ricorrono alle cure di pronto
soccorso, conseguentemente alla notizia dell’imminente approvazione del
provvedimento che prevede, tra le altre cose, l’introduzione in Italia del
reato di clandestinita'.
I picchi si registrano in particolare all’ospedale San Paolo di Milano,
dove la diminuzione degli accessi alla struttura ospedaliera da parte dei
migranti irregolari ha raggiunto quasi il 75%.
Da settembre dello scorso anno avevamo lanciato l'allarme, anche con una
interrogazione parlamentare sul caso di una giovane ghanese che dopo un
intervento abortivo in un ospedale pubblico era stata denunciata in quanto
irregolare, e arrestata
.
A quella interrogazione il ministero non ha mai dato risposta. Oggi, a suo
modo, la risposya l'ha data il Senato. L'esempio che citavamo in
quell'atto era quello degli Stati Uniti, dove e' vietato l'accesso per
legge ai funzionari dell'immigrazione negli ospedali. Questa, dopo
l'entrata il vigore del ddl sicurezza, potrebbe essere oggi la soluzione
per evitare che si crei una sanita' parallela al Ssn, invisibile e gestita
dalla criminalita', e perche' si eviti il diffondersi di malattie ed
epidemie debellate nel nostro Paese, ma non in quelli da cui provengono
gli immigrati irregolari.

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Emergenza sicurezza? Esiste, ma riguarda mafia e droghe pesanti

Milano, 30 giugno 2009. La politica della "caccia allo 'zingaro' e al senzatetto", ordita dalle Istituzioni centrali e locali, dalla propaganda razzista di destra e di sinistra, ha prodotto risultati devastanti per la sicurezza in Italia. Mentre le forze dell'ordine erano sguinzagliate contro le famiglie Rom, i migranti e i poveri, rifugiati in luoghi di fortuna, costretti a vagabondare da una città all'altra, braccati per crimini inesistenti (le attività estreme per sopravvivere: accattonaggio, lavaggio vetri, vendita di fiori e collanine), 'ndrangheta, camorra e cosa nostra si sono impossessate del territorio italiano, dove, indisturbate e addirittura protette, hanno seminato morte e disperazione. Secondo molti criminologi, il consumo di droga è il parametro per valutare l'espansione del crimine organizzato. In quest'ottica, l'Italia ha toccato a fine 2008 un record mondiale senza precedenti. La Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia offre, infatti, dati incredibili e sconfortanti. Non è un errore di battitura, ma la realtà: la percentuale di tossicodipendenti nel nostro Paese è aumentata in dodici mesi di oltre Il 16%. Non l'1,6, che già sarebbe una percentuale allarmante, ma dieci volte di più! A fine 2007 il numero di tossicodipendenti gravi in Italia era di 320 mila; un anno dopo sono 385 mila. Il Rapporto sottolinea aumenti fuori controllo sia nel consumo di cocaina che in quello, sorprendente, di eroina. Un altro dato iperbolico, ma purtroppo reale, riguarda l'aumento del numero dei minori in carcere per reati legati allo spaccio: sono cresciuti del 38%!

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Pd: Sergio Chiamparino non si candida alla segreteria
Torino, 30 giugno 2009. Sergio Chiamparino ha annunciato, attraverso il portavoce Riccardo Caldara, che non correrà per la segreteria del Partito democratico.

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Gianfranco Fini, una voce che parla di uguaglianza e Diritti Umani. Diamo forza a quella voce...

del Gruppo EveryOne

Madrid e Milano, 30 giugno 2009. "Quando l'odio razziale divampa, la civiltà è affidata alle poche voci capaci di parlare ancora di uguaglianza e diritti umani". Sono parole che ci disse alcuni anni fa Tamara Deuel, ebrea lituana sopravvissuta all'Olocausto, poetessa e pittrice nota in tutto il mondo, ispiratrice del Gruppo EveryOne fin dagli inizi. Oggi, in Italia più che in ogni altro Paese dell'Unione europea, siamo di nuovo nel baratro della persecuzione razziale. Chi minimizza, lo fa contro i numeri delle deportazioni, dei lutti, delle aggressioni, dei pogrom: numeri e percentuali che ricalcano quelli che caratterizzarono gli anni del fascismo, con la sola differenza che ci sono meno eroi. Il nostro gruppo, insieme a una rete internazionale di Ong, sta cercando disperatamente di evitare l'approvazione del decreto 733, un'orrida legge razziale che, se varata al Senato, aumenterebbe in una misura fuori controllo il dramma dei Rom, dei migranti e dei poveri e trasformerebbe l'Italia in un regno dell'intolleranza, della discriminazione, della violenza razziale e della delazione. Un impegno che pone gli attivisti EveryOne in una condizione di pericolo, come dimostrano i pestaggi, le minacce di morte e le intimidazioni subite dai nostri membri Rom, le convocazioni pretestuose presso sedi poliziesche, gli "avvertimenti". Non a caso, i co-presidenti del Gruppo EveryOne sono fra le 100 persone (pochissime delle quali appartenenti all'Unione europea) invitate alla quinta Piattaforma di Dublino per i Difensori dei Diritti Umani, sostenuta dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e riservata agli attivisti soggetti a pericolo di persecuzione e di vita nella loro opera a difesa delle minoranze.

Nostro punto di riferimento istituzionale per questa istanza fondamentale è il Presidente della camera Gianfranco Fini, sicuramente una delle "voci capaci di parlare ancora di uguaglianza e diritti umani". Oggi a Madrid, in un forum a El Mundo, Fini ha dichiarato che, riguardo al fenomeno dei migranti "è assolutamente indispensabile distinguere chi chiede asilo politico. I rifugiati non possono essere automaticamente equiparati al clandestino. La equiparazione automatica farebbe venir meno la dignità della persona umana. Sarebbe immorale dire subito al migrante 'sei clandestino, ti rimando al tuo Paese'. Sarebbe in alcuni casi come condannare quella persona a morte". Il Presidente della Camera ha quindi definito una regola base della civiltà: "vale un principio della nostra cultura occidentale: sono prima uomini e poi immigrati. Nelle nostre case in Italia è impensabile trovare un'italiana che assista gli anziani o che lavori come cameriera. Questo fatto oggettivo rende indispensabile una politica di immigrazione che si basi si due pilastri: aiutare i Paesi di partenza a progredire da una parte, e dall'altra cercare di assorbire con parità di diritti e doveri tutti quegli stranieri disponibili o costretti a lasciare le proprie patrie e di cui abbiamo drammaticamente bisogno. E' anche nel nostro interesse". Riguardo al decreto sicurezza, che Fini sa perfettamente essere lo spartiacque fra civiltà e barbarie fascista, ha puntato il dito contro uno degli articoli, quello che penalizzerà i migranti bisognosi di cure mediche o sociali (e che dunque in base al ddl dovrebbero essere denunciati da medici, infermieri, funzionari e assistenti sociali): "Non è accettabile che venga messa in secondo piano la dignità della persona rispetto alla condizione di legalità o meno del proprio status. Investire oggi sulle politiche per l'immigrazione significa avere un vantaggio domani rispetto a quella che si annuncia come una invasione biblica".

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Roma, torna sui media la "mafia Rom". Realtà o informazione distorta?

di Roberto Malini
Roma, 30 giugno 2009. Una notizia di cronaca, due modi diversi di presentarla. Ecco uno dei quotidiani italiani, che sono tutti sullo stesso tenore: "Un'organizzazione di trafficanti di cocaina composta da intere famiglie di etnia rom di nazionalità croata e bosniaca, ma anche di italiani, è stata scoperta dai Carabinieri di Roma che stanno eseguendo, dalla scorsa notte, 54 ordinanze di custodia cautelare. L'organizzazione usava come corrieri anche minorenni". E' un'informazione parziale, che presenta al pubblico una realtà falsata, inducendo - ovviamente - il lettore a pensare che i Rom, a Roma, siano capaci di dare vita a una forma di criminalità organizzata autonoma, venendo così a costituire un nuovo pericolo per la sicurezza. Per comprendere correttamente la notizia bisogna proseguire nella lettura del pezzo e interpretare, fra le righe, la verità: "Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip di Roma su richiesta della direzione distrettuale anti-mafia della capitale". Et voila, ecco che si presenta una versione diversa del fatto di cronaca: non si tratta di "emergenza Rom", ma di mafia, di italianissima mafia, nella fattispecie 'ndrangheta, che gestisce integralmente il traffico di stupefacenti a Roma e utilizza le fasce sociali più vulnerabili, emarginate e indigenti per i suoi traffici, fra cui i Rom. Vincenzo Macrì, sostituto procuratore della Direzione nazionale Antimafia, ha recentemente sottolineato l'inadeguatezza dei media, di fronte alla mafia: “L’errore dei mezzi di informazione è quello di dare al fenomeno della criminalità organizzata una visione minimalista e regionale. Il fenomeno della 'ndrangheta riguarda la democrazia e l’economia dell’intero sistema-Paese”.

Macrì ha sottolineato come la drangheta (cui i Rom arrestati a Roma sono asserviti) abbia il pieno controllo dello spaccio, nelle città che controlla, per un giro di affari totale che raggiunge i 44 miliardi di euro (pari al 2,9% del prodotto interno lordo italiano). Mentre giornali e telegiornali presentano i Rom come boss mafiosi, fomentando odio razziale e distorcendo la verità, le 'ndrine controllano il mercato illecito e i loro tentacoli afferrano e muovono tutto, dall'economia alla politica. Il giornalista de La Repubblica e i suoi colleghi avrebbero dovuto presentare in maniera differente la notizia. Per esempio così: "Un altro colpo alla 'ndrangheta: 54 arresti. La criminalità usava Rom, disperati e minori per il traffico". Vi è da augurarsi che l'informazione arrivi presto ad adottare modelli di obiettività, con una visione a 360 gradi dei fatti, soprattutto quando riguardano le mafie. Seguendo tale codice, il giornalista avrebbe posto in rilevo come la mafia italiana recluti le sue manovalanze dove esistono emarginazione, persecuzione e degrado sociale. Quindi avrebbe sottolineato come repressione e "cattivismo" abbiano esteso a dismisura tali risorse a cui 'ndrangheta, camorra e cosa nostra possono attingere. Ed ecco allora che, evitando di raccontare la solita storiella degli "zingari boss", il cronista avrebbe collegato questa operazione a quella del 26 giugno scorso, quando il G.I.C.O. di Catanzaro, insieme alle unità investigative di altri capoluoghi di provincia, ha colpito un cartello di narcotrafficanti in cui agivano in sintonia, a Roma e nel Lazio, 'ndrangheta e camorra. Il cartello si avvaleva, come è tipico della criminalità organizzata (che è una vera e propria multinazionale), di contatti e collaborazioni in Colombia, Spagna, Nordafrica. Al vertice, elementi appartenenti ai clan della 'ndrangheta reggina dei Commisso-Mazzaferro di Marina di Gioiosa Jonica e Cataldo di Locri, al clan camorristico Bianco-Baratto di Napoli Fuorigrotta, alle cosche calabresi trasferitesi a Roma. Di questo "carro" criminale che percorre quasi indisturbato "tutte le strade che portano a Roma", i Rom che si dedicano allo spaccio sono davvero l'ultima ruota...

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Imma Battaglia e Di' Gay Project a fianco di EveryOne nell'azione per la vita di Vahid e al Gay Pride con lo slogan "Iran libero"

Genova, 29 giugno 2009. Imma Battaglia e Di Gay Project sono stati particolarmente attivi, durante la campagna per salvare Vahid, gay iraniano, dalla deportazione nella Repubblica Islamica. Durante la detenzione in Francia e nelle ore in cui Vahid è stato sottoposto alle procedure di rito, in Italia, fino al momento della sospirata liberazione, una rete di organizzazioni per i diritti GLBT ha svolto un'importante azione di comunicazione, finalizzata all'ottenimento di protezione umanitaria per il giovane iraniano, presso le Istituzioni francesi e Italiane, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e il Parlamento europeo.

“Non si può che sostenere la richiesta di immediata concessione di asilo politico come giustamente fa il gruppo EveryOne," ha dichiarato Imma Battaglia in quelle ore frenetiche di attesa, timore e speranza. "Tutti noi dobbiamo dedicare la massima attenzione a quanto accade in Iran nei confronti degli omosessuali ma anche alla gravità della violenza espressa in questi giorni drammatici che vedono aumentare il numero delle vittime. Per questo al Gay Pride di Genova sabato 27 siamo stati presenti con lo slogan 'Per non dimenticare. Iran Libero', insieme con l’associazione Dì Gay Project. Abbiamo indossato magliette e cartelli che ricordavano quanto sta accadendo in Iran in questi giorni, a partire dalla tragica uccisione della giovane Neda".

Nella foto, Imma Battaglia

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G8 a L'Aquila: un appello per la sicurezza del Presidente Obama

Gruppo EveryOne: "In Italia vi è una grave emergenza razzismo e il Presidente degli Stati Uniti è un simbolo di tolleranza e fratellanza fra i popoli"

29 giugno 2009. Nell'imminenza della visita di Barack Obama in Italia, in occasione del G8 a L'Aquila, il Gruppo EveryOne manifesta preoccupazione riguardo alla sicurezza del Presidente sul territorio italiano. Non è un mistero che l'Italia è in preda a un'ondata senza precedenti di razzismo e xenofobia. Malauguratamente i più importanti gruppi politici italiani - dunque non solo le "famigerate" Lega Nord, Forza Nuova e Fiamma tricolore - fanno leva proprio sui pregiudizi razziali per conquistare consensi elettorali e mantenere il potere. Negli ultimi anni in Italia si sono verificati innumerevoli episodi di aggressione razziale, soprattutto nei confronti di migranti neri, minimizzati da politici e media e spesso neppure denunciati dalle vittime a causa delle leggi che reprimono rifugiati ed etnie vulnerabili. Contemporaneamente, sempre a causa ella xenofobia istituzionale, si sono verificate centinaia di operazioni ufficiali contro popoli e razze "sgraditi": migliaia i operazioni di purga etnica contro famiglie Rom ed espulsioni di profughi che avrebbero avuto diritto all'asilo, come nel caso dei respingimenti in Libia (dove avvengono gravi violazioni dei diritti dei rifugiati) del 6 e del 10 maggio 2009, in violazione della Convenzione di Ginevra. Le misure contro gli stranieri sono sempre più lesive della libertà e della dignità dell'essere umano, sorrette da normative razziste (come il decreto sulla "sicurezza" 733 che presto entrerà in vigore, istituendo addirittura il "reato di clandestinità", la formazione di "milizie" destinate alla pulizia etnica e l'obbligo per i cittadini alla delazione). E' una cultura che ci riporta all'Olocausto, all'Apartheid, agli anni del Ku Klux Klan o a quelli dell'Immigration Restriction League. Già nel 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che espressioni come "sporco negro" non costituiscono reato, in Italia, esprimendo solo una "generica antipatia verso altre razze". I movimenti razzisti crescono e terrorizzano le etnie sgradite, organizzando pestaggi, roghi e omicidi che restano impuniti. Nei primi mesi del 2009 si sono verificati centinaia di episodi di aggressione motivati dall'odio razziale e negli ultimi anni due vittime di omicidio su tre risultano straniere. La parola "abbronzato" usata dal primo ministro per definire Barack Obama era già stata usata con fini ingiuriosi dal Ministro della semplificazione legislativa Roberto Calderoli (Lega Nord) e viene ripresa dai gruppi razzisti. Nel linguaggio di Umberto Bossi, leader della Lega Nord, e dei suoi seguaci, i neri sono definiti spesso con un termine dispregiativo e umiliante: "Bingo-bongos". Anche il Presidente degli Stati Uniti è spesso preso di mira da razzisti e neonazisti, nei gruppi di Facebook e nei blog, spesso con messaggi ambigui e inquietanti, senza che alle segnalazioni corrisponda la chiusura di tali siti incivili e antidemocratici. La Lega Nord, cui fa parte anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni, basa la sua politica sull'istigazione all'odio etnico, come dimostrano le esternazioni dei suoi membri. Il sentimento di intolleranza razziale è così diffuso e violento, in Italia, che è giunto più volte a colpire - con minacce, insulti, cori razzisti e anche lancio di banane - persino il giovane calciatore italiano di origine africana Mario Balotelli, attaccante dell'Internazionale Milano e della Nazionale Under 21. Il Presidente Obama è un simbolo in tutto il mondo della tolleranza, dell'uguaglianza fra individui e popoli, della giustizia sociale e dei valori democratici. Per queste ragioni, i razzisti lo odiano. Ecco perché il Gruppo EveryOne si chiede se la sicurezza predisposta dalle autorità italiane per il leader americano possa essere sufficiente. Ribadiamo inoltre come sia stata inopportuna la decisone di tenere il G8 a L'Aquila, sia per l'attività sismica ancora in corso nella zona, sia perché il summit - con lo show politico/mediatico che lo circonderà - interferirà inevitabilmente con le attività di ricostruzione, che invece dovrebbero procedere solerti, per evitare il prossimo inverno un nuovo dramma umanitario.

Alcuni link riguardanti l'argomento trattato:

Aggressioni: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_19/magazine_sporco_negro_3ce607d4-b634-11dd-909d-00144f02aabc.shtml

Cassazione: http://www.haisentito.it/articolo/sporco-negro-no-razzista/95/

Razzismo della Lega: http://digilander.libero.it/antilega/il%20razzismo%20della%20lega.htm

Lega, esternazioni razziste: http://www.youtube.com/watch?v=LupAGYZSH5Q

Razzismo e Obama (Italia): http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Barack_Hussein_Obama

http://www.nntp.it/economia-borsa/1537211-il-negro-obama-la-pi-tremenda-delle-umiliazioni.html

http://forum.giovani.it/politica/100743-david-duke-verita-sulla-politica-americana-3.html

Messaggi ambigui su Obama in forum di estrema destra: http://www.nntp.it/fan-tv/1823272-obama-contro-house-spoiler.html
http://www.google.it/cse?cx=partner-pub-7921472015306727%3A7qmn5m-ezgw&q=obama&sa=Cerca

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Il colore della libertà

di Vincenzo Andraous

29 giugno 2009.

Ho lasciato passare i giorni per poterne parlare con pacatezza, di Roma città aperta, di Mario Balotelli campione del pallone e dell’età tutta ancora da giocare. Di una giornata trascorsa a passeggiare prima della partita, per fare onore alla propria bandiera, naturalmente quella italiana. Un italiano come tanti altri, con il carattere e le passioni che non fanno male ad alcuno, con il proprio diritto a esultare avendo raggiunto una meta importante, un ragazzo tranquillo e speciale, come la speranza che riveste il suo presente che è già diventato futuro, e che appartiene non solo al tifoso, ma a chiunque ne capisca di calcio. E’ un italiano nero, ma non per l’arrabbiatura, per la pelle fintamente imbronciata, dove il colore si tuffa nelle multiformità dell’ospitalità, che diviene valore nelle realizzazioni possibili, radici profonde di una umanità destinata a raccontarci ancora tanto. Violenza da curva, cultura degli estremi, senza attracco, sembrano queste le scintille che hanno messo il nostro giocatore nazionale sulla graticola dei significati svuotati di forme, di qualità, di estensioni, come se mandare a gambe all’aria la dignità delle parole, dei contenuti, delle esemplarità da mettere in gioco con cuore, fosse diventata la nuova frontiera. I ragazzotti s’avvicinano, da copione non sono mai scesi dal carro dei simboli illeggibili, dei codici impossibili, il nostro centravanti è all’angolo senza centrocampo a proteggerlo, qualche sostantivo imbevuto di brutti aggettivi, una tirata di orecchi, una mal definita frase fatta: "Sei un negro di merda".

Il tentativo di sfigurare deliberatamente una realtà bella come lo è questo giocatore, può configurarsi in una rappresentazione di razzismo, di intolleranza? Può un adolescente colpire nel modo meno comprensibile, senza una ideologia d’accatto, una menzogna raccontata malamente, tanto per fare qualcosa di diverso? E’ una manifestazione razzista, un atteggiamento che è diventato stile di vita, quel che è accaduto al nostro campione? Ci si dannerà l’anima a sminuire, a ridimensionare, a ricercare altre puntualizzazioni, affinché risulti una semplice divagazione di qualche stupido in preda ai fumi dell’alcol o di qualche canna, robaccia da stadio, anzi da curva, peggio da estremisti frustrati dall’impopolarità e insuccesso. Chissà se è davvero così, se non è invece un brodo inculturale che deriva dal fallimento educativo, per cui non si ha il coraggio di risvegliare l’importanza di una alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità non solo sportive, per non consentire di mortificare la libertà altrui. Perché in questa ennesima aggressione al colore della pelle, c’è un tentativo di contraffazione della libertà, che dovrebbe obbligare a mettere mano alla propria pancia, alla propria testa, al proprio cuore, per individuare le lentezze, le illegalità mai bene percepite come tali. Non è stato fatto un buon servizio al nostro campione, neppure a tanti altri giovanissimi che hanno sentito e osservato, ma anche da questo episodio eufemisticamente licenziato come imbecille, c’è da trarre un avviso importante, ogni storia serve a questo, occorre avere il coraggio della coerenza e la generosità dell’amore perché “le persone che amano, ricordano, non dimenticano, perdonano”.

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Chi fa le tute di Valentino Rossi confeziona anche le divise delle ronde contro gli stranieri...

Milano, 28 giugno 2009,

il Gruppo EveryOne chiede a Valentino Rossi, che non è solo uno straordinario campione, ma anche un esempio in quanto a umanità e valori civili, di cambiare il fornitore delle sue tute, fornitore che contemporaneamente confeziona le divise dei Blue Berets, milizia che fomenta intolleranza contro migranti, Rom e stranieri a Milano.

Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - co-presidenti del Gruppo EveryOne

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A Milano, disagio per i cittadini di colore di fronte alle ronde dei Blue Berets

"Aiutiamo i milanesi contro gli stranieri," afferma un miliziano. Le divise sono realizzate dalla ditta che confeziona le tute di Valentino Rossi. Gruppo EveryOne: "Abbiamo chiesto al campione di cambiare fornitore, per dare un segnale contro l'intolleranza"

Milano, 28 giugno 2009. Giovedì scorso sono entrati in servizio i Blue Berets, vere e proprie ronde che attualmente contano una decina di miliziani, che presto diventeranno 30. "Aiutiamo i milanesi," afferma uno di loro, "quando vedono degli stranieri e non si sentono sicuri".
"Siete disarmati, ma dovrebbero darvi almeno un manganello, per spaccare qualche testa," commenta al loro passaggio un intollerante, come riferisce un giornalista del Corriere. "Presto, con il nuovo decreto sicurezza," dice un altro con un ghigno prepotente, "avremo spray al peperoncino". Le divise della ronda che pattuglia la metropolitana, lanciando sguardi truci ai passeggeri di colore, e i baschi blu (che ricordano le famigerate Camicie Azzurre, che diventeranno nere, della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) sono confezionate da una delle ditte che vestono Valentino Rossi (foto). "Non dovete venite a quest'ora, è tardi, meglio alle 19 e 30," chiedono alcune signore milanesi, secondo quanto riferisce ancora il Corriere, "tra Abbiategrasso e la Cascina Burrona, quando gli zingari tornano a casa".
I Blue Berets, composti da ventidue uomini e otto donne, costeranno ben 200 mila euro ogni anno all'ATM e tutte le notti, dalle 22.30 a mezzanotte e mezza, gireranno nei treni e lungo i mezzanini, muniti di geolocalizzatori che consentono di localizzarli in caso di allarme.
"E' qualcosa di spaventoso," commenta una giovane peruviana che si è imbattuta in loro. "Ti fissano come per spogliarti, facendoti sentire a disagio davanti agli italiani. Ma se si comportano così con noi sudamericani, dovreste vederli con gli arabi e i neri: li squadrano da capo a piedi come se si trattasse di appestati".
Il Gruppo EveryOne ha chiesto a Valentino Rossi, noto per le sue posizioni antirazziste, di compiere un minimo gesto contro l'intolleranza e cambiare fornitore per le sue tute e i suoi accessori.

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Contro la candidatura di Sergio Chiamparino alla segreteria del Pd

del Gruppo EveryOne

Esprimiamo alla dirigenza del PD la nostra più allarmata
preoccupazione di fronte all'ipotesi di una candidatura di Sergio
Chiamparino alla segreteria del Partito. Negli ultimi tre anni il
Gruppo EveryOne e le organizzazioni per i Diritti Umani che attuano un
monitoraggio sulla città di Torino hanno ricevuto numerose
segnalazioni di abusi nei confronti di famiglie di etnia Rom,
perseguitate, messe sulla strada o costrette a riparare all'estero
dopo azioni di sgombero senza alcuna alternativa umanitaria.
Nonostante qualche buona iniziativa di integrazione, anche a Torino si
è verificato un numero impressionante di violazioni dei diritti dei
Rom, come denunciavano con coraggio alcuni attivisti torinesi già nel
2007 (http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2007/un19/
art4779.html
). Come le autorità sanno perfettamente, la persecuzione
di Rom viene messa in atto, in Italia, colpendo le uniche fonti di
sostentamenbto di un popolo perseguitato, a partire dalla questua e
dai servizi agli automobilisti, come quello dei lavavetri. Continua nella sezione Watching The Sky

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Emergenza democratica ed etica

di Alain Goussot

“Noi deporremo ogni pregiudizio nazionale, e diremo ai sommi scrittori di tutti i popoli e di tutte le età: venite! Noi vi saluteremo fratelli: noi vi daremo riconoscenza ed amore, perché voi avete sentito per tutti: il vostro cuore ha battuto per le sciagure degli uomini meridionali, come di quelli del nord(…),voi diveniste del globo.”

“Dio decretò che la voce straniero, come abitatore di terra diversa , passerebbe dalla favella degli uomini , e solo straniero sarebbe il malvagio. Pensiamo alla nascita d’un nuovo mondo dove l’uomo saluterà l’uomo da qualunque parte gli si moverà incontro col dolce nome di fratello”.

Queste parole sono di Giuseppe Mazzini e furono scritte nel lontano 1859, alla vigilia dell’unità d’Italia. Proviamo a pensare cosa direbbe il rivoluzionario genovese vedendo quello succede in questa terra italiana: caccia all’immigrato clandestino, insulti verso chi è diverso, impronte umilianti per i bambini Rom, schedatura per gli alunni stranieri nelle scuole, stato di guerra contro i poveri del mondo che sperano trovare qui una accoglienza per lo meno umana, carcere per chi ha solo i documenti scaduti e non in regola! Le classi dirigenti svolgono sempre una funzione pedagogica e l’ideologia dominante in una società è , purtroppo, sempre l’ideologia delle classi dominanti. Cosa propongono le classi dominanti in Italia come modello di società e di relazioni umani? Basta leggere i giornali e guardare la televisione, basta sentire i discorsi degli uomini politici e lo spettacolo indecoroso di chi dovrebbe avere senso di responsabilità e consapevolezza del proprio ruolo pubblico: superficialità, volgarità, prepotenza, narcisismo, difesa ad oltranza dei propri privilegi , difesa immorale dei propri interessi personali a scapito di quelli collettivi, presa in giro del cittadino e trasformazione di questo ultimo in suddito. Come avrebbe scriveva Victor Hugo in un famoso dramma storico del 1832 “Il Re si diverte mentre il popolo si rottola nel fango della miseria materiale e morale”. L’azione educativa , o meglio diseducativa dei media , propone la prepotenza, la violenza, la negazione della dignità umana come comportamenti normali; la ricchezza viene esibita con sfregio in faccia alla miseria di chi arriva con i soli abiti a dosso. Continua nella sezione Arte e Cultura

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Milano e i Rom: le bugie e gli orrori di una città razzista

Milano, 27 giugno 2009. Proseguono le politiche di esclusione, repressione, intimidazione e sgombero delle famiglie Rom, a Milano. Mentre le organizzazioni per i Diritti Umani che attuano un monitoraggio costante e realistico - fra le quali il Gruppo EveryOne - affermano senza ombra di dubbio che gli adulti validi di etnia Rom, che vivono attualmente in tragiche condizioni di precarietà e persecuzione, hanno quale assoluta priorità quella di lavorare e vivere in un'abitazione dignitosa (per la quale, una volta ammessi al mondo del lavoro, pagherebbero volentieri il dovuto canone di affitto o la rata di un mutuo), le Istituzioni meneghine ricorrono alla menzogna e alla calunnia razziale per dare una giustificazione alle operazioni di purga etnica. Le recenti dichiarazioni del consigliere del Pdl Carmine Abbagnale sintetizzano l'ideologia e la propaganda discriminatoria su cui si basano le politiche antizigane di Milano, che causano ogni anno lutti, malattie, emarginazione, miseria e orrore: "Le famiglie che vogliono integrarsi vanno aiutate, ma il problema è che la maggior parte invece vuole rimanere in quelle condizioni e dedicarsi ad attività illecite”.

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Vahid è libero!

del Gruppo EveryOne

Il rifugiato gay iraniano è giunto in Italia, dove ha potuto riabbracciare il suo compagno.
Rassicurazioni sulla protezione umanitaria da Fini e dalla Farnesina.
Gruppo EveryOne: "Un caso che si conclude positivamente grazie all'intercessione
del Presidente della Camera con la Farnesina e il ministero degli Interni".

Roma, 26 giugno 2009. Vahid Kiani Motlagh, il gay iraniano 32enne che era stato fermato in
Francia lo scorso 25 maggio e rinchiuso nel centro di detenzione
all’aeroporto di Saint-Exupery a Lione, si trova ora di nuovo a Roma,
finalmente libero. “Vahid, come era stato anticipato ieri dal nostro
Gruppo,” dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau,
co-presidenti del Gruppo EveryOne “è partito da Lione alle 8,40 ed è
arrivato all’aeroporto romano di Fiumicino alle 10,15, dove è stato
poi trattenuto, fino a poco fa, per le procedure di trattazione alla
polizia di frontiera in aeroporto, quindi in Questura di Roma.
Provato, ma felice, Vahid è ora libero, a fianco del suo compagno."
"Ieri avevamo inviato un appello urgente al Presidente della Camera
dei Deputati, Gianfranco Fini, per sollecitare una sua azione di
sensibilizzazione con la Farnesina e il ministro Frattini, e già in
serata avevamo ricevuto le prime rassicurazioni. Questa mattina"
continuano i leader di EveryOne "abbiamo avuto la conferma dal
presidente Fini della sua intercessione con la Farnesina e il ministro
Frattini affinché venisse accordata immediata protezione umanitaria al
ragazzo. La Farnesina ha fatto sapere di stare seguendo con attenzione
l'intero caso, nell'interesse di preservare al massimo i diritti
fondamentali di Vahid, escludendo da subito una sua futura
deportazione in Iran".

"E’ stata una campagna faticosa," continua il Gruppo EveryOne "ma siamo
riusciti a seguire passo dopo passo Vahid attraverso un'azione di
diplomazia internazionale con le autorità francesi, l'Alto Commissario
ONU per i Rifugiati, il Parlamento Europeo - grazie all'intercessione
di Ottavio Marzocchi dell'Associazione Radicale Certi Diritti - e le
istituzioni italiane. Ringraziamo Gianfranco Fini e il consigliere
diplomatico Alessandro Cortese, che non solo si sono dimostrati
disponibili e interessati alla positiva risoluzione del caso, ma hanno
permesso che già dall'arrivo di Vahid in Italia venisse attivata una
procedura che ne escludesse a priori la deportazione nel Paese
d'origine".
EveryOne ringrazia infine tutte le associazioni che si sono attivate
per supportare l'azione per la vita di Vahid, in particolare Certi
Diritti e la Fondazione Massimo Consoli, che hanno promosso
iniziative a sostegno della nostra campagna; Arcigay Roma, che d'ora
in poi seguirà Vahid passo dopo passo nelle istanze di protezione
umanitaria; Arcilesbica Roma, GayNet, Azione Trans e una rete
internazionale di organizzazioni per i Diritti Umani. Un grazie infine
agli on. Concia e Della Vedova; agli eurodeputati Lambert, Romeva,
Cashman, In´t Veld, Lunacek, Gröner; a Dirk De Meirleir, direttore di
ILGA-Europe; al PRI e ai giovani ebrei d'Italia, che hanno sollecitato
il Governo a interessarsi del caso e attivare canali diplomatici per
fornire protezione umanitaria immediata a Vahid.

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Black or White

di Michael Jakson

Vedi, non si tratta di razze,
solo di luoghi, facce
da dove viene il tuo sangue,
dove esiste il tuo spazio.
Ho visto i migliori diventare mediocri:
non passerò la vita a essere un colore.

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Rifugiato gay iraniano Vahid sarà trasferito domattina dalla Francia in Italia

Lione, 25 giugno 2009. "Abbiamo ricevuto poco fa la conferma che domani mattina Vahid Kiani Motlagh, 32enne iraniano omosessuale - la cui storia è stata recentemente raccontata sulle pagine de La Repubblica -, verrà trasferito (come prevede la Convenzione di Dublino) dal centro di detenzione dell'aeroporto francese Saint-Exupery presso Lione verso l'Italia, primo Paese in cui, nel 2007, si era rifugiato fuggendo dalla persecuzione in Iran, nazione che prevede il carcere, la tortura e la pena di morte per i cittadini ritenuti 'colpevoli' di essere omosessuali in base alla legge islamica". Lo affermano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale per i Diritti Umani che insieme all'Associazione Radicale Certi Diritti e alla Fondazione Luciano Massimo Consoli si sta occupando del caso.
"Il tribunale amministrativo lionense ha infatti stabilito che, secondo la Convenzione di Dublino e il Regolamento “Dublino II” (CE n. 343/2003) spetterà all'Italia conferire o meno l'asilo come rifugiato al giovane omosessuale" proseguono gli attivisti. "Vahid vive nell'angoscia e in una recente telefonata lo abbiamo sentito fragile, depresso e in uno stato psico-fisico debolissimo. E' pertanto necessario" continua EveryOne "fornire al giovane la massima protezione umanitaria e far sì che possa regolarizzare la sua posizione in un contesto di serenità e sicurezza, riabbracciando il compagno belga che vive a Roma e che non lo vede da oltre un mese".
Il Gruppo EveryOne, che ha inviato poco fa un appello urgente al Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini affinché interceda con le massime autorità dello Stato per fornire protezione a Vahid, chiede al Governo Italiano che l'omosessuale iraniano venga immediatamente liberato, non appena raggiungerà il suolo italiano, e non sia assolutamente condotto in un centro di detenzione. "L'Italia non può permettere che un innocente che fugge da morte e persecuzione nel proprio Paese venga detenuto per la sua condizione di clandestinità. Il caso di Vahid è stato da noi portato, inoltre, all'attenzione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e della Commissione Ue, mentre organizzazioni e forze politiche italiane si stanno già impegnando al nostro fianco per evitare che il giovane possa essere internato, anche temporaneamente, nell'inferno di un Centro di identificazione ed espulsione, evento che deve essere evitato, in ossequio alla Convenzione di Ginevra e delle carte che tutelano i diritti dei profughi" concludono gli attivisti del Gruppo EveryOne.

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Razzismo istituzionale: togliere un tetto ai migranti è un grave e illegittimo atto di crudeltà

Milano, 25 Giugno 2009. Le Istituzioni italiane, che hanno a tempo sostituito i criteri di accoglienza e integrazione con quelli di odio e persecuzione, attuano in tutta Italia operazioni persecutorie che pongono famiglie e persone appartenenti ad etnie vulnerabili in situazioni pericolose ed umilianti. "Vi inseguiamo dappertutto, per lasciarvi senza un rifugio, senza mezzi di sostentamento, senza alcuna protezione. Dovete restare in mezzo alla strada, come cani randagi, così sarete riconoscibili e in balìa delle nostre retate, pronti per l'inferno dei Cie e per la deportazione nei Paesi da cui siete fuggiti. Tolleranza zero! Cattivismo assoluto! E se qualcuno vi aiuta, colpiamo anche lui: i bravi italiani devono denunciarvi e darvi la caccia: non per niente ci apprestiamo a formare le milizie anti-straniero! Non devono darvi un lavoro: sarebbe in nero e si metterebbero nei guai.

Se poi vi affittano un appartamento, consentendovi di riparare sotto un tetto, noi glielo sequestriamo. Ce l'abbiamo duro, ma soprattutto ce l'abbiamo bianco!"
A Milano è in corso il sequestro di 22 appartamenti, affittati a immigrati "clandestini": molti di loro provengono da gravi crisi umanitarie in Africa, ma il diritto d'asilo e la protezione sussidiaria, in Italia, sono solo "teorie". L'indagine che ha portato all'operazione "Staniamo il migrante" (nome di fantasia) è durata 7 mesi e ha condotto le "autorità" all'arresto di 17 persone e alla denuncia di altre 117. Ma la caccia all'uomo continua. Ricordiamo che la Corte di Cassazione (prima sezione penale, 7 maggio 2009, n. 19171) ha stabilito che è lecito affittare un appartamento a un cittadino extracomunitario, privo del permesso di soggiorno, a patto che il canone di affitto sia equo. Secondo la Corte si prospetta dolo specifico solo se vi sia ingiusto profitto. E in quel caso, il proprietario dovrebbe semplicemente restituire il denaro ricevuto in eccesso.

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Franceschini si candida alla guida del Partito Democratico

del Gruppo EveryOne

Roma, Dario Franceschini è candidato - insieme a Pierluigi Bersani - alla leadership del PD. "Pensavo di passare il testimone alle giovani generazioni," afferma, "ma ho visto riemergere protagonismi e litigi. Non mi sento di tradire i giovani, ecco perché mi candido: per il futuro, per non tornare indietro... a quelli che c'erano prima, molto prima di me''. Dario Franceschini è in buona fede: vede un Pd lontano da patti scellerati e intrighi di palazzo. "Non farò alcun accordo di palazzo," spiega, "nessuno scambio di incarichi tra big nazionali, nessun patto e non ci saranno garanzie per nessuno". Franceschini conta di essere sostenuto dalla base degli elettori e dei tesserati: "La mia proposta programmatica e organizzativa sarà offerta direttamente alla base, agli iscritti ed elettori, a chi vorrà venire a scegliere il segretario nazionale direttamente alle primarie di ottobre".

Pur mancando a Dario (almeno per ora) la personalità del leader, pur essendo confuse le sue idee riguardo ai valori civili e ai diritti umani - come dimostrano alcune sue dichiarazioni relative ai bambini Rom, "sfruttati dai genitori" e non vittime della discriminazione, a suo dire - non si può evitare di riconoscergli rettitudine, onestà politica e un costante lavoro su se stesso, finalizzato a riscoprire l'importanza della verità che sta dietro la propaganda e i valori civili senza i quali la politica non può contribuire al progresso della civiltà. "E se dovessi essere eletto," conclude Dario, "ascolterò chi ha avuto incarichi di governo ma investirò su una nuova squadra di donne e uomini, cresciuti nella militanza e nel buon governo del territorio, sindaci, amministratori, segretari locali, associazionismo, fuori da ogni vecchio schema, da ogni superata appartenenza". Tutto lodevole, purché i sindaci e gli amministratori cui si riferisce non siano i paladini dell'ostilità etnica: i Cofferati, i Domenici, i Penati, i Ceriscioli e in generale gli amministratori locali che, nelle giunte "rosse", si sono distinti per azioni di purga etnica contro i Rom, persecuzione dei migranti e dei senzatetto, propaganda contro gli stranieri più vulnerabili. In caso contrario, la tanto agognata "svolta" condurrà a tutta velocità la speranza di un risveglio della democrazia a infrangersi contro una muraglia.

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La Spagna è "Cosa Nostra"

di Miguel Mora

Traduzione di Irene Campari

E' un articolo apparso su El Pais edizione cartacea di domenica 21 giugno: come la Spagna sia diventata terra di esportazione delle tre mafie e come sia il luogo in cui hanno trovato residenza i capi di Mafia, Camorra e 'Ndrangheta.

Camorra, Mafia e 'Ndrangheta hanno concluso un'alleanza strategica per gestire insieme dalla Spagna il traffico di stupefacenti.

Le tre mafie più pericolose e potenti hanno sottoscritto un'alleanza economica in Spagna. I capi delle tre organizzazioni criminali vivono come onesti cittadini o fuggitivi d'oro sulla costa del mediterraneo, da Barcellona a Estepona. Da qui governano il traffico europeo di stupefacenti. Vivono in case di lusso, viaggiano su macchine da 16 mila euro, fanno investimenti immobiliari milionari per riciclare il denaro sporco e gestire i traffici per loro vitali: i capi comperano droga dai sudamericani contrattando il prezzo e intanto cercano di ridurre il rischio della cattura. L'arresto dello Spagnolo a Malaga ha permesso altri 200 arresti in Italia. Questo si trova scritto nella relazione che ha fatto Luigi Cannavale, magistrato antimafia a Napoli dal 2001 e corresponsabile dell'operazione Tiro Grosso, che nel 2007 arrivò ad arrestare 114 persone e la confisca di 1.500 chili di cocaina e 3.000 di hascisc. Lavora coordinandosi con i Carabinieri, sotto il comando del generale Gaetano Maruccia e con Unità Centrale Operativa della Guardia Civil spagnola. [...] Negli ultimi dodici mesi hanno catturato mezza dozzina di capi della camorra e alcuni luogotenenti spagnoli. In questo momento la giustizia italiana ha nella sua lista almeno 249 capi e gregari. Il generale Mauccia e il Giudice Cannavale calcolano che almeno il 70% sia in Spagna. Il penultimo ad essere catturato è stato Raffaele Amato, alias Lo Spagnolo. Fu arrestato a Marbella dopo un inseguimento iniziato da Malaga e grazie ad una intercettazione telefonica della Guardia Civil. Amato, 44 anni, era il capo del potente clan degli Spagnoli, un gruppo secessionista del clan dei Lauro, che controlla i quartieri di Scampia e Secondigliano, i maggiori supermercati della droga all'aperto d'Europa. Amato controlla 39 delle 40 zone del traffico in questa area. Nel maggio 2005, Amato è stato arrestato a Barcellona insieme ad altri cinque membri della Camorra all'uscita da un casinò. Ora pesano sulla loro testa accuse di omicidio, ordinati o commessi durante quella che è stata chiamata la guerra di Scampia. E' stato un anno in prigione e poi, scadendo i termini della carcerazione preventiva, fu rilasciato; invece di ritornare in Italia si sistemò in Spagna a gestire i suoi affari: il traffico di stupefacenti tra l’America latina e l’Europa. Contina nella sezione Watching The Sky

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Situazione dei Rom di via Centocelle a Roma: incontro con il prefetto

Riceviamo con un certo sollievo il messaggio da parte degli amici di Popica onlus, dei Blocchi Precari Metropolitani e dei Rom e Romnì di via Centocelle. L'incontro con il prefetto pare segnare una svolta da parte della città di Roma nelle politiche sui Rom, come preannunciato al Gruppo EveryOne dal Presidente della Camera Gianfranco Fini. Continueremo a monitorare la realtà degli insediamenti e dei rifugi di fortuna nella capitale, augurandoci di riscontrare sempre l'intenzione da parte delle autorità di proteggere e integrare - non più di perseguitare - le famiglie di etnia Rom.

Roma, 22 Giugno 2009. Come precedentemente annunciato, si è svolto oggi l’incontro in Prefettura per avviare un ragionamento generale sull’accoglienza e sulle richieste sollevate dopo l’occupazione di via dei Gordiani. Oltre al Prefetto e due sue collaboratrici, era presente una delegazione di rappresentanti dei Rom e delle Romnì di Via di Centocelle, dei Blocchi Precari Metropolitani e dell’Associazione Popica onlus. Il Prefetto ha dato garanzia che ogni operazione di sgombero dell’insediamento di Via di Centocelle è sospesa fino a che non emerga una soluzione abitativa alternativa. Nel frattempo si è fatto carico di procedere alla richiesta di generatori elettrici e di inoltrare la domanda per la riapertura della fontanella del Parco di Centocelle attualmente chiusa, oltre a confermare gli impegni già precedentemente assunti per rendere sostenibile la momentanea collocazione (WC chimici, cisterna d’acqua potabile, derattizzazione, bonifica del territorio e installazione dei cassonetti dell’immondizia). Il Prefetto ha inoltre dichiarato di non essere stato direttamente responsabile di interventi dei militari negli insediamenti Rom della Capitale. Nell’apprezzare la volontà della Prefettura di ricercare una soluzione condivisa alla condizione della comunità Rom di Via Centocelle, ribadiamo la nostra assoluta contrarietà alla politica dei campi nomadi che anziché garantire il diritto alla casa, rimangono inaccettabili strumenti di ghettizzazione sociale. Per questo continueremo a discutere, lavorare e lottare per il diritto ad un’esistenza degna di questa comunità. Rom e Romnì di via di Centocelle - Blocchi Precari Metropolitani - Popica onlus

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I Rom di via Centocelle: richiesta urgente all'Onorevole Gianfranco Fini

Roma, 20 giugno 20099

Ill.mo Presidente Fini, la città di Roma ha attuato più di trenta sgomberi di famiglie Rom solo nel 2009, oltre a un centinaio di azioni di allontanamento nei confronti di microinsediamenti presso parchi, ponti o edifici abbandonati. Dopo tali azioni di pulizia senza alternativa di alloggio né assistenza, si sono verificate situazioni umanitarie terribili: donne incinte hanno perduto i loro bambini, malati hanno visto aggravarsi le loro condizioni, mentre famiglie indigenti con bambini si sono disperse per Roma o sono tornate in Romania. Non è una vittoria della legalità, ma della disumanità. E' una vittoria dell'orrore che si approfitta del clima di odio razziale e della debolezza delle istituzioni europee, che sono affette da ignavia e non hanno strumenti per far rispettare le Risoluzioni. Quando possiamo, cerchiamo di aiutare le famiglie scacciate e perseguitate, ma ormai ben poche hanno il cellulare o la possibilità di chiamarci. E' questa pulizia etnica che avviene nell'indifferenza il vero scandalo italiano, non certo le quattro donnine allegre di Berlusconi: uno scandalo in cui destra e sinistra si danno la mano, una mano adunca e mostruosa, mano di chi non è più umano, se lo è mai stato. Continua nella sezione Club

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Condizione dei Rom a Milano e ruolo della sinistra. Scambio di messaggi fra il capogruppo del Pd presso il consiglio comunale milanese, Pierfrancesco Majorino, e Roberto Malini (Gruppo EveryOne)

Milano, 19 giugno 2009

Ecco lo scambio di comunicazioni fra il Gruppo EveryOne e Pierfrancesco Majorino (capogruppo del Pd presso il consiglio comunale milanese). La speranza della nostra organizzazione è che questa apertura al confronto (preceduta da un breve scambio di email con il consigliere del Pd Carmela Rozza) possa rappresentare una volontà del Pd milanese e speriamo nazionale a comprendere la realtà della persecuzione che da anni colpisce le famiglie Rom a Milano e in Italia. L'Unione europea ha indicato più volte la strada da percorrere, con Risoluzioni e ammonimenti, ma finora destra e sinistra hanno fatto orecchie da mercante, proseguendo con politiche inique. In particolare, Veltroni, Rutelli, Cofferati, Domenici, Penati e diversi "sindaci rossi" come Ceriscioli a Pesaro sono stati portabandiera di un movimento di intolleranza rossa che ha fatto cattiva scuola e che ha creato "compagni antizigani", "compagni xenofobi", "compagni-bruciamoli-tutti", "compagni-camerati" che davvero non rappresentano le ideologie progressiste e democratiche. Ricordo che nel 1976 o '77, quando ero ragazzo, conobbi Enrico Berlinguer (nella foto) a Bologna, che definì i Rom e i senzatetto (lui li chiamava, senza alcuna mancanza di rispetto, "zingari" e "barboni") come "i veri proletari" ovvero coloro che la sinistra italiana doveva innanzitutto rappresentare. Continua nella sezione Club

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Vietata l'infanzia

Stradella (PV), 20 giugno 2009. Mentre crescono i casi di bambini sottoposti a cure con psicofarmaci dagli effetti devastanti, come il famigerato Ritalin, perché "sofferenti" di una "sindrome da iperattività e deficit di attenzione" - i cui sintomi sono... la voglia di giocare e sbadigli di fronte a insegnati barbosi -, l'Italia è divenuta terra di divieti per i più piccoli. A Stradella, in provincia di Pavia, un giudice di pace ha imposto ai bambini di una scuola materna di giocare... senza far rumore, per non disturbare gli inquilini di un vicino condominio, intimando agli insegnanti di imporre ai piccoli di non frignare, ridere troppo forte, emettere gridolini o produrre chiasso durante le attività ludiche.

Ai piccoli che frequentano le spiagge della Versilia è vietato costruire castelli di sabbia e raccogliere conchiglie. In altre località è proibito giocare a palla, scherzare con un tono di voce "molesto", correre sullo skateboard, far merenda sulle panchine. Nessun provvedimento, invece, contro gli adulti che devastano l'ambiente naturale, aprono cantieri dappertutto, inquinano aria e acqua con i veleni industriali, producono inquinamento chimico e acustico con automobili, distruggono una dopo l'altra le aree riservate al gioco e allo sport. Ai bambini e ai ragazzi italiani resta solo la televisione, che li tiene lontani dai "pericoli" del vivere e li condanna a ingrassare, imbolsire e condurre una patetica non-esistenza sospesa in un mondo virtuale senza valori, cultura e stimoli intellettuali.

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Giorgio Napolitano e la Giornata Internazionale dei Rifugiati

Milano, 19 giugno 2009. Il Gruppo EveryOne ha scritto più volte al Presidente della Repubblica, chiedendo un intervento deciso e coraggioso riguardo alle politiche razziali attuate dalle Istituzioni centrali e locali italiane contro migranti e Rom, rifugiati, richiedenti asilo e stranieri con diritto a protezione internazionale. Oggi Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio alla conferenza per la Giornata Internazionale del Rifugiato: "Le emergenze politiche e la crisi economica non possono lasciarci indifferenti verso chi tenta di sfuggire alla guerra e alle persecuzioni politiche. Serve un'Europa dell'accoglienza, che garantisca convivenza fra i popoli e tutela dei diritti dei singoli. Abbiamo il dovere di puntare alla costruzione di un ordine internazionale improntato a giustizia e solidarietà, secondo gli accordi sottoscritti con le Nazioni unite e l'Unione europea. Bisogna attuare quelle norme, a partire dal patto sull'immigrazione e l'asilo approvato dal Consiglio europeo nel dicembre 2008.

E' necessario assicurare alle persone che vi hanno diritto un adeguato livello di protezione, mantenendo un intenso dialogo con l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati''. E' un passo importante, ma contemporaneamente il governo italiano si appresta a varare l'osceno ddl 733 sulla sicurezza, che viola integralmente l'intero corpus delle norme che tutelano migranti, rifugiati ed etnie vulnerabili. Il Gruppo EveryOne chiede a Napolitano e Fini, che sembrano fra le poche personalità politiche a riconoscere la deriva razzista in cui l'Italia si trova e a tentare di evitarne un'ulteriore escalation, di far seguire alle lodevoli, ma generiche dichiarazioni una posizione chiara in merito proprio all'imminente approvazione di leggi razziali. Altrimenti - più per ignavia che per una reale complicità con i movimenti razziali ormai al potere nel nostro Paese - non potranno sottrarsi a responsabilità gravi in una persecuzione etnica di proporzioni sempre più gravi e fuori controllo.

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Le "ronde" incarnano le ideologie deliranti delle SS o del Ku Klux Klan: non ci inganni la propaganda degli ispiratori

Milano, 14 giugno 2009. Il Comune di Milano ha autorizzato le Camicie Azzurre, ma altre milizie razziste sono già state organizzate e pronte a pattugliare strade e mezzi pubblici non appena sarà approvato il Decreto 733 (noi continuiamo a protestare contro tale legge razziale, ma è importante che centinaia di lettere, email e fax raggiungano Napolitano, Fini, Franceschini, il Consiglio d'Europa, il Santo Padre, l'Alto Commissario per i Rifugiati: bisogna tentare di fermare, anche in extremis, quella legge razziale). Di fatto le ronde sono già sul territorio italiano, reclutate dai gruppi facebook e dai circoli di estrema destra, tollerate dalle autorità.

Camicie Verdi, Guardia Nazionale Italiana, Compagnia della Morte, Blue Berets, ma anche gruppi che fanno capo a Forza Nuova, Fiamma Tricolore, White Pride ecc. Chi ha la possibilità di ascoltare i progetti dei miliziani, può rendersi conto di come siano possedute da un autentico, violentissimo delirio razziale. Basta recarsi nei luoghi frequentati da Rom o senzatetto, per incontrare le prime pattuglie e sperimentare l'arroganza e l'impossibilità di ricondurre alla ragione questi gruppi criminali dediti alla violazione sistematica dei Diritti Umani e alla persecuzione etnica, in nome della "sicurezza". Non è questo il momento di stare alla finestra. Non è questo il momento di "lavare i panni sporchi in famiglia".

Nella foto, le "ronde nere" del MSI. Sono solo una delle milizie xenofobe che si apprestano a pattugliare le strade, seminando terrore fra Rom, migranti e senzatetto

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Una copia del Diario di Anne Frank

Se l’uomo ha una speranza di redenzione
è perché nella biblioteca del suo spirito
accanto a una copia del Mein Kampf
ce n’è una del Diario di Anne Frank.

Roberto Malini, da "Regolare mandato"

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Diritti gay. Petizione internazionale per salvare i rifugiati omosessuali iraniani Roodabeh e Ali

Petizione: il Gruppo EveryOne, IRQR e una rete di organizzazioni per i Diritti Umani chiedono all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e al governo della Turchia protezione internazionale e asilo per gli omosessuali iraniani Roodabeh e Ali

Milano, 10 giugno 2009. Roodabeh è una 30enne lesbica che ha lasciato
l'Iran nel febbraio 2008, per sfuggire alla persecuzione che il regime
del presidente Ahmadinejad attua contro gli omosessuali, persecuzione
che prevede in molti casi - secondo un'interpretazione spietata della
legge islamica - condanne alla carcerazione, alla tortura e alla
morte. Ali è un ragazzo gay di 29 anni, anche lui costretto ad
abandonare l'Iran per evitare la repressione, nel mese di gennaio del
2008. Roodabeh e Ali hanno chiesto asilo in Turchia, sula base del
loro orientamento sessuale, presentando domanda presso l'Alto
Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sezione di Ankara.
Ricordiamo che il diritto di asilo, esposto nella Dichiarazione
universale dei diritti umani (art. 14) e definito dalla Convenzione di
Ginevra, è uno dei diritti fondamentali dell'essere umano ed è
riconosciuto dai Paesi civili a chi fugge da violenza e persecuzioni.

Continua nella sezione Eventi

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Berlusconi-Gheddafi: un vertice surreale, un grave pericolo per i diritti dei profughi

Roma, 10 giugno 2009. Incontro fra Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Il dittatore libico, dopo aver espresso opinioni infondate e propagandistiche sui profughi, che secondo lui "escono dalle foreste e dai deserti in cerca di ricchezza", a un certo punto afferma che "bisogna capire le ragioni del terrorismo". Nessuna, fra le autorità politiche presenti, ha commentato né ha mostrato sbigottimento, ma si sono limitate a sorridere, in segno di approvazione. Silvio Berlusconi ha commentato così l'incontro: "Abbiamo chiuso una pagina dolorosa. In Gheddafi ho visto grande saggezza". L'accordo fra Italia e Libia sui profughi prevede, secondo le affermazioni dei due, che sia una sede delle Nazioni Unite in Libia (un Paese che non ha aderito alla Convenzione di Ginevra e considerato da tutte le organizzazioni umanitarie uno di quelli che attuano violazioni gravissime e sistematiche dei Diritti Umani), a decidere chi, fra coloro che fuggono da Paesi in crisi umanitaria, abbia diritto all'asilo e chi invece vada respinto. C'è da augurarsi che le Nazioni Unite non accettino tale compito, poiché nessuna tutela dei diritti fondamentali della persona sarà offerta ai migranti in territorio libico. Va ricordato che nel Rapporto di Freedom House, in cui il grado di rispetto dei diritti umani e civili è valutato secondo una scala che va da 1 (massimo rispetto) a 7 (nessun rispetto), alla Libia è assegnato il 7.

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Il Gruppo EveryOne è al fianco di Alberto Pizango e dei nativi dell'Amazzonia Peruviana

Milano/Lima, 10 giugno 2009. Il Gruppo EveryOne sta conducendo, a fianco delle organizzazioni sudamericane per la tutela dei diritti dei popoli, azioni di informazione e comunicazione a sostegno delle istanze dei nativi dell'Amazzonia Peruviana, perseguitati dalle Istituzioni governative e vittime di aggressioni poliziesche durante le loro legittime manifestazioni contro lo sfruttamento distruttivo del territorio su cui vivono da sempre, sfruttamento che viola la Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sui popoli Indigeni e Tribali e la dichiarazione dell'Onu sui popoli indigeni, entrambe sottoscritte dal Perù.

Contemporaneamente, i nostri attivisti hanno sollecitato presso le Nazioni Unite e il governo del Nicaragua l'urgente concessione di protezione internazionale e asilo politico ad Alberto Pizango (nella foto), leader dell'Aidesep, l'associazione che si batte per evitare la distruzione delle selve amazzoniche del Perù, la cui integrità è necessaria alla sopravvivenza dei nativi e della loro cultura. L'impegno di Pizango è stato ed è fondamentale perché i crimini contro il suo popolo non avvengano dietro una cortina di omertà che copre interessi politici e privati, cercando di giustificare un genocidio etnico e un crimine contro l'ambiente.

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Gheddafi a Roma: una pagina nera nella politica e nella Storia d'Italia

Roma, 9 giugno 2009. Da domani al 12 giugno Muammar Gheddafi sarà a Roma e incontrerà le massime cariche dello Stato. Soggiornerà a Villa Pamphili, dove è stata allestita per lui una grande tenda in stile beduino. "L'incontro fa seguito al consolidamento delle relazioni tra i due Paesi," dichiara il portavoce della Farnesina Maurizio Massari, "dopo la firma del Trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Libia, il 30 agosto dello scorso anno a Bengasi, da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi". La visita di Gheddafi ha sollevato manifestazioni di protesta da parte di personalità della politica e della cultura, attivisti, politici, collettivi, organizzazioni studentesche. Il leader libico incontrerà al Quirinale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quindi Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, dove saranno sottoscritti alcuni accordi. Successivamente incontrerà Renato Schifani e Gianfranco Fini. L'università La Sapienza ha previsto di conferirgli la laurea honoris causa in giurisprudenza. La visita di Gheddafi è una delle pagine più tristi della politica e della Storia d'Italia, un incontro in cui un dittatore senza scrupoli e i rappresentanti delle Istituzioni italiane cercheranno di formalizzare sotto una forma presentabile la prosecuzione di politiche che violano i diritti fondamentali dei profughi. I media italiani hanno già iniziato l'operazione "deportazioni pulite", descrivendo nei loro articoli i migranti come invasori o criminali e coloro che li aiutano (per fini umanitari o per interesse) a fuggire dai Paesi in cui sono perseguitati verso l'Europa come "aguzzini" o "mercanti di carne umana". La realtà è diversa, perché i profughi hanno ben poche possibilità di sfuggire condizioni di vita insopportabili e i pericolosi "viaggi della speranza" a bordo di battelli, gommoni e camion sono loro necessari per avere una chance di entrare nella "fortezza Europa". Ma la xenofobia, per giustificare i propri crimini, usa da sempre la propaganda. Gheddafi e il suo regime del terrore reprimono da anni nel sangue ogni forma di dissenso politico, il libero pensiero e la libertà di stampa, l'attività delle associazioni umanitarie non riconosciute dal regime. Nelle carceri libiche avvengono obbrobriose e sistematiche violazioni dei Diritti Umani, mentre chi si oppone al potere costituito spesso scompare nel nulla e nei tribunali segreti la sola legge è quella del più forte, che non esita a praticare tortura e pena di morte. Nei luoghi di raccolta dei profughi - dove la vita umana non vale nulla - avvengono abusi aberranti. I crimini contro l'umanità comessi dal regime libico fanno sì che il Paese sia classificato come “paese non libero”, secondo il "Rapporto annuale di Freedom House sulla situazione dei diritti politici e delle libertà civili". La classificazione di Freedom House assegna alla Libia un voto pari a 7, il più basso nella scala impiegata per valutare il grado di libertà garantito in una nazione

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Ecco i 72 europarlamentari eletti in Italia: qualcuno ha fatto fuori i protagonisti delle più importanti conquiste civili...

Bruxelles, 9 giugno 2009. Ecco l'elenco dei nuovi europarlamentari eletti in Italia. Xenofobi e nostalgici confermati in blocco e raggiunti da altri loro simili. Per il resto, volti che in aula non si vedranno mai, "maggiordomi" e politici per la maggior parte senza alcuna storia né cultura europea. Quasi tutti i protagonisti delle principali campagne per i diritti umani e civili, invece, sono stati fatti fuori: da Pannella a Cappato, da Agnoletto a Fava, da Catania a Chiesa. Un patrimonio di democrazia e progresso sacrificato a logiche incomprensibili. Tanto lavoro, alla base di Direttive, Risoluzioni e politiche, gettato al vento. E' il frutto di una logica politica perversa, mirata a collocare presso le Istituzioni europee personaggi facilmente controllabili e incapaci di contribuire alle istanze di civiltà. Continua nella sezione Watching The Sky

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Violenza rossa, violenza nera a Roma

Roma, 8 giugno 2009. Le autorità romane si preparano a una guerra senza quartiere contro i centri sociali, con l'obiettivo di smantellarli. Nell'immediatezza delle operazioni, mirate a sgomberare gli antifascisti dai loro luoghi di incontro, una scritta in vernice spray è apparsa sulla facciata di via della Garbatella, dove vive il ministro delle Politiche Giovanili Giorgia Meloni: "A piazzale Loreto c'è ancora posto". E' un messaggio difficilmente riferibile all'area dei centri sociali, che usano un linguaggio assai più diretto e "aggressivo". Sembra piuttosto un gesto mirato ad esasperare i rapporti fra antifascisti e Istituzioni, ponendo in cattiva luce i centri di aggregazione giovanili. "Un atto ignobile e vile, opera di qualche delinquente che vorrebbe rigettare l'Italia nel clima di odio degli anni più bui della nostra storia," ha commentato Gianni Alemanno. "Frasi ignobili", "vile intimidazione", "gesto inqualificabile," commentano esponenti della destra. Ma è Fabio Sabbatani Schiuma, coordinatore regionale del Movimento per l'Italia a mettere il dito sulla piaga: "A Roma ci sono troppi ambienti di estrema sinistra, dove si annidano questi teppisti che conoscono solo il linguaggio della violenza e dell'intolleranza. Il sindaco Alemanno proceda allo sgombero di queste fabbriche di odio politico, come peraltro promesso in campagna elettorale". Sono politiche sbagliate. La violenza va condannata in ogni caso, al di là del suo presunto "colore". Attualmente Roma è sconvolta da un numero senza precedenti di aggressioni da parte di intolleranti italiani nei confronti di etnie e razze di minoranza. E' un'ondata brutale e impunita di odio razziale, che produce disagio, emarginazione, lutti e devianza. I media concedono molto spazio a episodi - peraltro tutti da verificare - di "violenza rossa", ma spesso sono distratti di fronte alle aggressioni da parte di neofascisti e ronde nei confronti di antifascisti e attivisti. Si è imboccata una via pericolosa, che nutre ideologie autoritarie, discriminatorie, neofasciste. E' molto importante che le forze progressiste e legate ai Diritti Umani vigilino su questi fenomeni e contribuiscano a risolverli senza fomentare odio politico. A.B.

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Brucia il campo Rom di via del Flauto, già colpito da intolleranza e malattie

Roma, 8 giugno 2009. Un violento incendio - di cui si sospetta l'origine dolosa - è scoppiato la notte scorsa, fra le 2.30 e le 3, nel campo nomadi di via del Flauto, in zona Collatina Vecchia. Il rogo ha distrutto più di 20 baracche e causato ustioni ad alcune persone, per fortuna lievi. Un ragazzo di 25 anni è stato ricoverato all'ospedale Pertini con un'ustione di media entità a una mano. Le famiglie Rom di via del Flauto sono da tempo al centro di episodi di intolleranza e di repressione e le loro condizioni igieniche sanitarie sono andate via via deteriorandosi. Lo scorso aprile un'epidemia di tubercolosi è stata segnalata all'interno dell'insediamento: un'emergenza umanitaria che non è bastata perché le Istituzioni assegnassero alloggi o prevedessero piani di inserimento sociale.

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Elezioni europee 2009: le destre avanzano, ma tiene la linea dei Diritti Umani

del Gruppo EveryOne

Bruxelles, 8 giugno 2009. Come previsto, la crisi economica internazionale e la mancanza di una precisa identità del socialismo europeo sono alla base di un'affermazione delle forze di destra. La mancata applicazione delle disposizioni internazionali che vietano la propaganda xenofoba (fenomeno reso possibile proprio dalla debolezza delle sinistre europee) ha sicuramente contribuito al verificarsi di tale spostamento dell'asse politico continentale e soprattutto alla vittoria dei partiti xenofobi, antieuropeisti e neonazisti. Con la nuova legislatura, gli eurodeputati passeranno da 785 a 736. Come hanno rilevato gli analisti internazionali, il dato più preoccupante è la scarsa affluenza alle urne: un minimo storico dettato senza dubbio dalla scarsa conoscenza, da parte della società europea, del significato dell'Unione europea e dei suoi obiettivi. La maggior parte dei partiti, nei 27 Stati membri, utilizza l'appuntamento europeo per saggiare la propria forza e aumentare la propria area di influenza e i media seguono questa linea, evitando di informare le cittadinanze sulla Storia, le conquiste, gli orizzonti dell'Ue. Un dato importante è sicuramente la tenuta del movimento transnazionale per i diritti umani, civili e dell'ambiente. I Verdi, che hanno fatte proprie le istanze relative alla tutela dei popoli e delle minoranze, oltre che dell'ambiente, passano da 43 a 51 seggi. L'Alleanza liberaldemocratica (Alde), che ha fatto dei Diritti Umani il suo "cavallo di battaglia" aveva 100 eurodeputati e, nonostante la sconfitta del Modem di Bayrou e il mancato apporto del Pd, mantiene 81 seggi, cui si aggiungeranno i Fianna Fail irlandesi. La sinistra radicale GUE/NGL mantiene 33 seggi su 41. Il Pse, che non è stato sempre attivo nell'àmbito dei Diritti Umani, scende da 194 a 159 seggi, mentre i "non iscritti" hanno una maggioranza orientata a valori progressisti. I numeri parlano chiaro: il Movimento per i diritti umani, civili e dell'ambiente (composto da socialisti, verdi, liberaldemocratici, sinistra radicale e "non iscritti" progressisti) conta 380 seggi su 736. E' già una maggioranza, accanto alla quale, nelle istanze contro la persecuzione e discriminazione dei popoli, nelle campagne per l'ambiente e le libertà fondamentali, si affiancherò spesso la componente realmente cristiana del Partito popolare, componente con cui noi stessi del Gruppo EveryOne abbiamo un dialogo costruttivo, finalizzato a combattere i moti xenofobi, razzisti, negazionisti e neonazisti. Passate le temute elezioni 2009, possiamo dunque guardare al futuro dell'Europa con fiducia, perché i 27 Stati che fanno parte di un grande progetto di civiltà, nonostante la propaganda sempre più spudorata degli intolleranti, sotto l'aspetto dei Diritti Umani parlano ancora la stessa lingua.
Si farà sentire, nel Parlamento europeo, la mancanza dei Radicali, che hanno condotto una strenua battaglia per la civiltà ma non sono riusciti a superare la soglia del 4%. Questo, però, non significa che si interromperà il loro lavoro per la nuova Unione europea, magari in sinergia con i Verdi e, ancora una volta, a fianco del Gruppo EveryOne, per condurre fondamentali battaglie nonviolente per i diritti umani, civili e dell'ambiente.

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Nuovi insulti razzisti contro Balotelli a Roma, minacce in Rete contro i campioni di etnia Rom. Gruppo EveryOne: "Siamo preoccupati, perché gli episodi di intolleranza e violenza razzista si susseguono a un ritmo fuori controllo"

Roma, 7 giugno 2009. Ancora insulti razzisti contro il giovane fuoriclasse dell'Inter Mario Balotelli, ieri sera a Roma, in zona Ponte Milvio. Il campione era in compagnia di alcuni compagni nella Under 21, fra cui Criscito e Giovinco, quando un gruppo di intolleranti gli si è avvicinato rivolgendogli insulti razzisti e gettandogli addosso, in segno di disprezzo, alcune banane. "Il caso Balotelli dimostra che in Italia i fenomeni del razzismo e della xenofobia sono fuori controllo," commentano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "E' irresponsabile minimizzare gli eventi discriminatori che colpiscono Mario a un ritmo frenetico. Alle parole ha fatto seguito il lancio di banane e sicuramente il ragazzo teme che i suoi persecutori possano spingersi ancora oltre. A chi afferma che 'non è razzismo, altrimenti i tifosi insulterebbero anche Muntari, Vieira o Sissoko' è facile rispondere. Il razzismo colpisce chi mostra orgoglio di fronte agli intolleranti. Non a caso, in Romania il calciatore di etnia Rom Banel Nikolita, ambasciatore per le Nazioni Unite contro il razzismo, è costantemente oggetto di cori razzisti, mentre altri campioni Rom non sono bersagliati dai tifosi. Il pugile afroamericano Muhammad Alì fu più volte aggredito dagli intolleranti, in un caso con armi da fuoco, mentre George Foreman, che non si interessava di diritti civili, veniva lasciato in pace". Al termine dell'odioso episodio, Mario Balotelli ha deciso di non sporgere denuncia contro gli intolleranti. "Vi è una diffusa paura, da parte degli stranieri," prosegue EveryOne, "di mettersi contro i razzisti. La nostra organizzazione ha ricevuto negli ultimi mesi decine di segnalazioni di aggressioni da parte di intolleranti, ma solo in un caso la vittima ha sporto denuncia, pentendosene presto, dopo aver ricevuto gravi minacce. Per rendersi conto del clima che circonda Balotelli, basta dare un'occhiata agli insulti e alle minacce che lo riguardano sui gruppi di Facebook e nei forum che predicano la discriminazione. Un calciatore di origine africana, vicino al Gruppo EveryOne, ci ha confidato qualche giorno fa che avere la pelle scura provoca uno stato perenne di angoscia e preoccupazione, in Italia. Soprattutto se non si può evitare di mettersi in mostra". I leader del Gruppo EveryOne parleranno della gravità del fenomeno discriminatorio nel nostro Paese durante i Mondiali Antirazzisti 2009, che si terranno a Casalecchio di Reno dall'8 al 12 luglio prossimi. "Lo sport può avere un ruolo educativo sulle nuove generazioni," conclude EveryOne, "purché si faccia latore di messaggi di tolleranza reciproca e fratellanza universale. Attualmente, in Italia, assistiamo al fenomeno contrario, che allarma le Istituzioni internazionali e induce campioni appartenenti ad etnie sgradite in Italia a non venire a giocare nelle nostre squadre. E' cosa nota che lo stesso Ibrahimovic ha vissuto con grande ansia l'escalation della xenofobia in Italia. E' facile trovare in rete video raccapriccianti in cui centinaia di tifosi insultano l'asso svedese di etnia Rom, chiamandolo 'zingaro' in modo dispregiativo. Nei forum e nei gruppi di Facebook i razzisti usano termini ancora più pesanti: 'Zingaro muori'; 'Zingaro brucia'; 'Zingaro ti odio' e così via. Una situazione che ha influito senza dubbio sulla decisione di Ibra di lasciare l'Italia per la più civile Spagna. Pur rispettando le scelte di Lippi, va rilevato che una convocazione del giovane fuoriclasse nella nazionale maggiore, come è avvenuto per il suo coetaneo Santon, avrebbe dato un segnale forte e civile alla società italiana e soprattutto ai giovani. Un segnale indispensabile, se riteniamo che lo sport si debba basare su valori morali e non solo su prestazioni tecniche".

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Roma, Casilino 900: perché gli ingenti fondi destinati ai Rom vengono sprecati?

del Gruppo EveryOne

Casilino 900: le autorità romane, a tutti i livelli, non mutano il loro atteggiamento, sollevando continue emergenze riguardo a degrado, condizioni igieniche, ricorso a mezzi estremi di sopravvivenza. "I Rom bruciano copertoni e cavi per recuperare il rame," si lamentano i cittadini che vivono nei pressi dell'insediamento, "sprigionando diossina e altri veleni che danneggiano la nostra salute". Ma cosa pretendono, i comitati di cittadini "intossicati", dalle famiglie Rom, visto che le Istituzioni non hanno alcuna intenzione di attuare progetti efficaci di inclusione? Probabilmente di... volatilizzarsi, proprio come la plastica che circonda il rame di recupero. Le proposte che i rappresentanti dei Rom del Casilino 900 hanno presentato (e continuano a presentare) alle Istituzioni sono assolutamente ragionevoli: un'alternativa dignitosa al campo e un programma di inserimento al lavoro per le persone abili. E' ciò che prevedono, fra l'altro, le Direttive europee, cui dovrebbero attenersi le istituzioni centrali e locali dei Paesi membri Ue. Le famiglie Rom del Casilino 900 subiscono ogni sorta di atto persecutorio da tanti anni: una repressione divenuta incivile durante il mandato di Veltroni e ancora più iniqua durante quello, in corso, di Alemanno. Le famiglie del Casilino 900 sono colpite da una discriminazione razziale fuori controllo, che impedisce loro qualsiasi forma di inclusione nella società. Le condizioni in cui è tenuto l'insediamento sono indegne di un Paese democratico: nessun diritto umano, nessuna assistenza all'inserimento, una situazione igienico/sanitaria spaventosa, che ha abbassato a poco più di 35 anni la speranza di vita media ed acuito il dramma di patologie gravi, che riguarda molti "internati". Al Casilino, il razzismo uccide. La Corte Penale dell'Aja ha iniziato una causa contro le Istituzioni romane e italiane per crimini contro l'umanità, proprio in relazione alla persecuzione dei Rom del Casilino 900. Il degrado, gli espedienti per vivere, la pressione su alcuni individui da parte del crimine organizzato romano sono conseguenze della persecuzione razziale. Tutto si risolverebbe positivamente e in via definitiva con un progetto serio di casa/lavoro, progetto che però interromperebbe il flusso di denari destinato alla "sicurezza" - che fa comodo a molti - e toglierebbe ai politici intolleranti uno specchietto per le allodole (il "pericolo Rom") che regala consenso e potere. Ecco la grande vergogna: Roma dispone già di oltre 15 milioni di euro (che saranno presto raddoppiati) "destinati ai Rom", che basterebbero ad assicurare alloggi e programmi seri di integrazione a moltissime famiglie. Invece vengono utilizzati per brutali sgomberi senza alternative abitative, cacce all'uomo e messa in sicurezza dei campi. E' la politica delle purghe e dei ghetti, di cui Roma, quando l'orrore delle attuali politiche razziste sarà passato, si vergognerà a lungo. Roma che perseguita anziché integrare, Roma che insegue un orgoglio di razza che la porta lontano dai valori della civiltà, Roma che bracca le famiglie Rom (presentandole ai cittadini come il pericolo pubblico numero uno) e intanto consente alla criminalità organizzata di crescere come un cancro. Roma "ariana", ammorbata da un veleno ben peggiore dei fumi del rame. Roma che brancola nel buio dell'intolleranza, rimestando la materia più ignobile della propria storia e restituendo vita ai suoi più mostruosi spettri. Coraggio, diciamo ai fratelli del Casilino 900: quello che subite è ingiusto, è mostruoso, ma crediamo che l'esempio di eroismo e fede che le vostre famiglie, capaci di restare unite e di conservare antiche e nobili tradizioni, nonostante la spietatezza e l'odio che le circonda, riuscirà a farvi ottenere giustizia. Casa e lavoro: è compito dello Stato provvedervi, rimuovendo l'ostacolo che la discriminazione razziale pone sulle vostre strade. Sono istanze chiare, passi di civiltà facili da realizzare e assai meno costosi delle azioni persecutorie. Casa e lavoro, ecco tutto. Qualsiasi altra risposta non ha senso, è fatta in cattiva fede e mira a obiettivi oscuri e lontani dalla civiltà.

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Perù. Con la tragica repressione dei nativi, il governo si rende colpevole di crimini contro l'umanità

di Roberto Malini

Roma, 6 giugno 2009. Il Gruppo EveryOne esprime presso le Nazioni Unite e le sedi internazionali destinate alla tutela dei diritti dei popoli la massima indignazione per la brutale repressione e lo sterminio dei nativi dell'Amazzonia peruviana, a causa della loro legittima protesta contro il governo. La contestazione effettuata dall'Associazione Interetnica di Sviluppo della Selva si opponeva con piena ragione ai decreti governativi e ai progetti di sfruttamento ambientale che negano ai popoli autoctoni un diritto fondamentale: quello di essere consultati in materia di utilizzo delle selve. Le foreste sono l'ambiente in cui i nativi vivono da sempre e lo sfruttamento irresponsabile delle risorse petrolifere, la deforestazione, l'inquinamento dell'aria e delle acque volute dalle Istituzioni rappresentano un grave attentato ai diritti dei popoli dell'Amazzonia peruviana.

Ai moti di protesta, le autorità hanno risposto con la violenza, assassinando decine di nativi, colpevoli di opporsi a un crimine ambientale e contro l'umanità, che è causa di un abbassamento dell'età media dei nativi, di malattie, povertà e degenerazione delle condizioni di vita, oltre che della distruzione di luoghi sacri, storici e tradizionali. Con le sue politiche, "giustificate" solo dal trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, il governo ha violato la Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sui popoli Indigeni e Tribali e la dichiarazione dell'Onu sui popoli indigeni, entrambe sottoscritte dal Perù. Anziché ascoltare la voce dei nativi, il governo ha risposto con un'azione criminale, accusando i popoli della selva di "danneggiare il Perù, fermando il suo cammino verso lo sviluppo". Il Gruppo EveryOne chiede alle Nazioni Unite di fermare lo sfruttamento indiscriminato della selva, la repressione delle tribù che vivono in simbiosi con essa, la distruzione di un ambiente antico. IN particolare, è prioritario evitare che il Congresso approvi le nuove leggi forestali, che renderebbero insopportabile la condizione dei nativi e causerebbero la distruzione definitiva del loro ambiente.

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Il presidente Obama è stato a Buchenwald

di Alfred Breitman

Il presidente Obama è stato a Buchenwald,
dove morirono gli ebrei,
i rom, i sinti, i gay,
gli studenti biblici, i prigionieri di guerra,
gli spiriti liberi.

Il presidente Obama è stato a Buchenwald
e in quel luogo sacro ha detto:
"Coloro che negano il genocidio
dovrebbero venire qui. Non ho pazienza con loro".

Poi Obama è rimasto in silenzio, commosso,
e ha deposto una rosa bianca
sulla lapide in memoria delle vittime.

Da lontano venivano rintocchi di campane.

Nello stesso momento a Milano,
sotto un cielo d'inchiostro, altri aguzzini,
con divise diverse da quelle delle guardie
dei Konzentrationslager,
ma con gli stessi sguardi senza luce,
distruggevano a calci la baracca
del vecchio rom Cosmin,
che a Buchenwald e ai suoi orrori,
alle esecuzioni e alle epidemie,
agli esperimenti del dottor Gerhard Rose
era sopravvissuto.

"Va' via, sporco zingaro", gli gridavano
con voci di cani rabbiosi, cariche d'odio,
simili a quelle delle guardie di Buch.

Il vecchio li ha fissati negli occhi
e ha sputato davanti ai loro stivali:
un altro fiore si posava a terra,
due rose bianche chiedevano vendetta.

Milano, 6 giugno 2009

Nella foto, Buchenwald: Memoriale ai Martiri Sinti e Rom

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Xenofobia. Il comune di Milano e l'Atm dislocano milizie in divisa nelle linee del metrò: tornano le famigerate "Camicie Azzurre"

Milano, 6 giugno 2009. "Faremo sentire il fiato di Milano su tanti colli neri," commenta un ragazzotto a bordo di un vagone del metrò, prima di scendere alla fermata di Piazza Duomo, a Milano. Il suo amico, palestrato dallo sguardo ebete, si produce in una risata volgare. Hanno appena letto sul Corriere la più recente iniziativa per la "sicurezza" dell'amministrazione di destra del comune di Milano, sponsorizzata anche dalla sinistra milanese, una sinistra che, nei confronti delle etnie e delle razze di minoranza si mostra da tempo particolarmente "sinistra". Entro fine giugno, dalle 22.30 a mezzanotte e mezza, le banchine e i treni del metrò saranno pattugliati da una ronda di 26 "vigilantes" in divisa: i Blue Berets, già impiegati in zona Stazione Centrale e già definiti da alcuni anziani milanesi, che hanno assistito ad azioni particolarmente ostili nei confronti di Rom e migranti, come "l'equivalente della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale durante il fascismo".

Le divise e i berretti azzurri delle ronde ci riportano alle famigerate Camicie Azzurre, squadre paramilitari che all'inizio del 900 rappresentavano l'Associazione Nazionalista Italiana e presidiavano le città per difendere, in nome della patria e del Re, il "sangue italico" dalla "barbarie straniera". Tuttavia, ben presto, avrebbero cambiato il colore delle loro camicie. E non solo!!Ancora più inquietanti sono i proclami del vicesindaco De Corato, che pone le milizie a difesa dei cittadini milanesi, nella città che vanta un numero impressionante di episodi di aggressione e atti di razzismo da parte di italiani nei confronti di cittadini stranieri. "Il progetto," afferma il vicesindaco, "è anche una risposta alla richiesta della Lega di carrozze separate per donne ed extracomunitari. Non adotteremo mai un simile provvedimento, ma è indubbio che tra i cittadini è forte, nelle ore serali, la percezione di insicurezza in metropolitana". Gli obiettivi xenofobi dell'iniziativa sono confermati dall'assessore alla Mobilità, Edoardo Croci, che puntualizza: "I nuovi interventi sono rivolti soprattutto alle signore Brambilla e ai loro figli".

Nella foto, Luigi Federzoni, fondatore (nel 1910) e leader dell'Associazione Nazionalista Italiana, ideologo delle Camicie Azzurre

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Chi vuole l'Italia di un solo colore?

«C'è chi vuole una società multicolore e multietnica, noi non siamo di questa opinione. Non è accettabile che talvolta in alcune parti di Milano ci sia un numero di presenze non italiane per cui non sembra di essere in una città italiana o europea, ma in una città africana. Questo non lo accettiamo». Silvio Berlusconi, 4 giugno 2009, discorso al Palaghiaccio di Milano

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Roma e il "Lager degli Zingari"

Roma, 3 giugno 2009. Mihai e la sua famiglia sono romeni di etnia Rom: papà, mamma e due ragazzi. Vivevano a Roma, fino a qualche giorno fa, nel parco comunale di via Antonio de Curtis. Come tante altre famiglie, sono fuggiti dalla capitale e si trovano a Milano, in attesa di rientrare in Romania. "A Roma la vita per le famiglie Rom è diventata impossibile," dice Mihai, "perché ogni giorno la polizia viene a controllare le nostre baracche e le distrugge. Le scuole non accettano i nostri ragazzi, perché non hanno una residenza e ci mandano via persino delle mense per i poveri o dai centri dove i volontari distribuiscono vestiti usati. A Roma sono rimaste pochissime famiglie Rom romene e potete chiedere in giro se esiste qualcuno che non abbia ricevuto almeno una denuncia: accattonaggio molesto, resistenza od oltraggio a pubblico ufficiale, disturbo della quiete pubblica, abbandono o sfruttamento di minori. Si parla tanto di ronde, ma a Roma ce ne sono già tante e quando un Rom cade nelle loro mani, non importa se sia un bambino, una donna o un uomo, viene insultato e picchiato. Tanti malati sono morti, anche perché gli ospedali non li curano. Tanti Rom sono scomparsi improvvisamente e nessuno li ha più visti (in questi giorni le forze dell'ordine sono alle prese con diversi cadaveri non identificati, rinvenuti a Roma: auguriamoci che i dati delle indagini vengano correttamente divulgati, a scanso di equivoci... ndr). Le associazioni non fanno niente. Quando le chiamiamo ci rispondono: ci dispiace, ma non forniamo servizio legale; ci dispiace, ma non abbiamo medici; ci dispiace, ma non facciamo assistenza; ci dispiace, ma non abbiamo ricoveri; ci dispiace, ma non possiamo metterci contro la polizia. Mi chiedo allora perché su internet dicano di occuparsi dei diritti dei Rom..."
Le parole di Mihai riassumono in una sintesi amara la condizione dei Rom nelle città italiane. Si deve solo aggiungere che la maggior parte delle famiglie provenienti dalla Romania manifesta l'intenzione di rimpatriare, ma non è in grado di provvedere al costo del rinnovo documenti (da 80 a 100 euro a persona) e a quello del viaggio (minimo 80 euro a persona). Le Istituzioni italiane hanno ricevuto da parte del Gruppo EveryOne una richiesta formale affinché fosse stanziato un budget in relazione proprio ai rimpatri volontari. Nonostante le rassicurazioni da parte del presidente della camera Gianfranco Fini e del sottosegretario agli interni Alfredo Mantovano, però, lo stanziamento non è mai stato effettuato. Per i circa 1000/1500 Rom senza documenti, sarebbe bastata una somma fra i 150 e i 200 mila euro. Al contrario, il governo ha già stanziato circa 50 milioni di euro per le operazioni di sgombero e di "messa in sicurezza" degli insediamenti sul territorio italiano, di cui 15 milioni (che presto saranno raddoppiati) solo per la città di Roma. Evidentemente, lo "spauracchio" della cosiddetta "emergenza Rom" fa molto comodo, agli intolleranti, per raccogliere consensi in tempo di elezioni e lo "Zigeunerlager" in cui vengono tenute - di fatto imprigionate - poche decine di famiglie Rom in condizioni animalesche è la miglior vetrina da esibire per convincere gli italiani del pericolo - ancora vivo - della "piaga zingara". R.M.

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Persecuzione dei Rom a Milano. La consigliera del Pd Carmela Rozza scrive a Roberto Malini (che risponde rinnovando l'invito a tenere una conferenza sui Rom a beneficio della sezione milanese del Pd)

Gentile Sig. Roberto Malini,

ho letto con sincero interesse la sua mail (vedi sito www.everyonegroup.com)

e ci tengo a precisare, che qui non è in discussione la storia ma il presente e il futuro della cultura antirazzista, e per questo ritengo doveroso precisare quanto segue:

• I cittadini nomadi ROM o Sinti che siano vanno prima di tutto difesi dalle condizioni in cui vivono non credo che lasciarli tra immondizie e topi nelle favelas cittadine sia il modo giusto per occuparsi di loro; ma ogni qual volta il Partito Democratico si muove per rimuovere questi vergognosi accampamenti viene accusato di razzismo invece se lasciamo la gente in questi schifosi posti siamo democratici. Il mio pensiero e quello del Partito Democratico è semplice eliminare le favelas e trasferire le persone in campi attrezzati e organizzati come prima fase.

• E' importate per difendere le persone per bene denunciare i delinquenti che si annidano all'interno di queste favelas e che si rendono colpevoli, di furti sfruttamento di donne e bambini.

• Faccio fatica a inquadrare i proprietari delle mercedes nuove fiammanti dal valore minimo di €60.000, che ho visto davanti il Marchiondi quando sono andata, certo questi signori si sono comprati queste automobili facendo lavori umili e risparmiando per l'alloggio.

• Quando sono stata al Marchiondi non mi è sfuggito il fatto che eravamo seguiti da un ragazzo per controllare cosa ci veniva detto dalle persone che erano li, ed è stato più chiaro il discorso di una signora che ci chiedeva di dividerla dai delinquenti.

• I difensori della storia dei Rom e dei nomadi in generale se invece di adagiarsi sulla storia aiutassero a liberare la tanta gente per bene che vive in queste favelas dai delinquenti, e facessero loro la battaglia della legalità forse faremmo giustizia dei tanti pregiudizi che sempre più investono i Rom nel loro e nostro paese.

Distinti Saluti, Carmela Rozza. Milano, 3 giugno 2009

Continua nella sezione Club

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Pregiudizi sui Rom, dopo le affermazioni del consigliere Carmela Rozza, il Gruppo EveryOne offre lezioni di cultura storica, etnica e sociale alla sezione milanese del Partito democratico

Milano, 28 maggio 2009. Il comune di Milano ha attuato, come promesso, l'azione di pulizia etnica presso l'ex istituto professionale Marchiondi, zona Baggio. Circa 25 famiglie romene di etnia Rom sono state messe in mezzo alla strada, secondo la consueta liturgia dell'orrore: nessuna assistenza, nessuna alternativa di alloggio, nessun sostegno. Eppure, secondo le norme internazionali che tutelano le minoranze, quell'umanità povera ed emarginata che piangeva di fonte alle forze dell'ordine, lamentando la presenza di bambini, donne incinte e malati gravi, avrebbe avuto ben altri diritti, perché è compito delle Istituzioni rimuovere gli ostacoli all'integrazione di un gruppo sociale, erogando servizi di sostegno, attuando piani di protezione umanitaria, impegnandosi per assicurare l'integrità delle famiglie e il benessere degli individui. Non stupisce il proclama del vicesindaco De Corato, di fronte alla tragedia di oltre cento esseri umani in condizioni disperate: "Questo è un segnale forte da parte delle Istituzioni". E' l'ideologia del suo partito ad ispirarle. Sorprendono invece le dichiarazioni, di una gravità inaudita, rilasciate dal consigliere del Pd Carmela Rozza: "Mi chiedo perché gli sgomberi vengono preannunciati. In questo modo i capi che organizzano lo sfruttamento di minori e donne non possono essere fermati". Con simili ideologie, Milano ripropone gli stessi pregiudizi che la propaganda nazionalsocialista promosse negli anni 1930 in Germania, per criminalizzare i Rom e giustificare la persecuzione razziale. Secondo la concezione del partito di Hitler, i Rom si distinguevano dagli altri cittadini perché dediti a vagabondaggio, renitenza al lavoro, sfruttamento di donne e minori nell'accattonaggio. Già nel 1926 le leggi bavaresi associavano Rom e Sinti ai "vagabondi" e "renitenti al lavoro", sottoponendoli a controllo da parte della pubblica sicurezza, a "patti di legalità", all'arresto dei capifamiglia e all'espulsione dagli insediamenti in caso di manifesta a e insanabile "devianza". Da qualche tempo la sezione milanese del Partito democratico conduce una forma particolarmente odiosa di propaganda razziale, finalizzata a "competere" in quanto a intolleranza con il Pdl, le cui politiche sono stigmatizzate da Parlamento e Consiglio d'Europa, Comitato contro la discriminazione presso le nazioni Unite (Cerd), Alto Commissario delle Nazioni Unite per i profughi, Alto Commissario per i Diritti Umani nonché dalle principali organizzazioni internazionali per i Diritti Umani. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che l'accattonaggio è l'estremo mezzo di sopravvivenza con cui i Rom tentano disperatamente di sopravvivere in una società spietata nel suo razzismo. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che le donne e i minori che mendicano appartengono a nuclei familiari perseguitati dalle istituzioni e dalle autorità della città di Milano, che anziché attuare politiche di integrazione conducono brutali operazioni di pulizia etnica. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che i "capi" cui si riferisce sono mariti e padri disperati, costretti all'attività umiliante della questua come le loro compagne, come i loro figli, pena lasciarsi morire di stenti. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che le ultime famiglie Rom romene rimaste in città sono oggetto di violenza e abusi di ogni genere, istituzionali e privati. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia di cosa sta parlando, ma siamo disposti a concederle il beneficio del dubbio. Se le ideologie del consigliere, speculari a quelle portate avanti dalla propaganda nazifascista negli anni delle leggi razziali, derivassero da ignoranza riguardo alla realtà dei Rom nell'Unione europea, il Gruppo EveryOne si rende disponibile a tenere - gratuitamente - lezioni di cultura storica, etnica e sociale, in relazione al popolo Rom, a beneficio dei rappresentanti della sezione milanese del Pd, poiché siamo persuasi che informazione e cultura siano i soli deterrenti efficaci contro gli effetti devastanti delle calunnie e degli stereotipi utilizzati dai movimenti xenofobi (e meccanicamente ripetuti dagli ignoranti) per criminalizzare e perseguitare i Rom.

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Dario Franceschini e i pregiudizi contro i Rom

Milano, 1 giugno 2009. Anche Dario Franceschini ha diffuso ideologie improntate alla calunnia razziale e alla discriminazione dei Rom, quand'era vicesegretario del Pd, in occasione del progetto della destra di rilevare loro le impronte digitali. "Combattere la criminalità prendendo le impronte ai bambini è un atto simbolico," affermò l'attuale leader del Pd, "e altamente pericoloso. Questi bambini spesso sono già vittime in famiglia, sfruttati dai genitori. Il Pd sta lavorando a una proposta per la scolarizzazione obbligatoria dei bambini rom, con dei provvedimenti contro i genitori che non rispetteranno quest’obbligo. Sarebbe tutto un altro modo di affrontare il problema”. Franceschini, con le sue infelici dichiarazioni, attribuiva la responsabilità della miseria e dell'esclusione sociale cui sono costretti i Rom in Italia non all'ondata di razzismo e alle condizioni di esclusione sociale cui sono costretti i "nomadi" nel nostro Paese, non alle azioni persecutorie nei confronti di famiglie calate in una tragedia umanitaria senza fine, una tragedia che costringe tutti i componenti dei nuclei familiari - uomini, donne, bambini, malati e portatori di handicap - a mendicare per sopravvivere, raccogliendo attraverso l'estrema umiliazione pochi spiccioli quotidiani, ma all'immoralità, all'asocialità di genitori-sfruttatori. Oggi Franceschini sembra cambiato ed è più prudente nelle dichiarazioni. Prima di dimenticare le sue esternazioni ispirate a pregiudizi medievali, gli stessi che i nazisti utilizzarono nella propaganda antizigana che preparò l'Olocausto, dovrà dimostrare con parole e fatti la metamorfosi umana e civile avvenuta in lui.

Si veda: http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=1964054

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Commissari straordinari (il ghigno dei mostri)

di Roberto Malini

Milano, 30 maggio 2009. Davanti alla mamma sofferente di un tumore maligno al pancreas, già in metastasi, condannata a una fine atroce da uno degli innumerevoli sgomberi che hanno trasformato l'Italia in un luogo di persecuzione e genocidio, ieri ascoltavo un ragazzino Rom di dodici o tredici anni lamentarsi così: "Mamma, non morire. Maledetta polizia, maledetto governo italiano, voglio che Dio vi faccia stare male tutti, come la mamma". Ho pianto a lungo insieme a lui e alla sua famiglia disperata. Non so cosa provino gli altri "attivisti", di fronte alla tragedia che ogni giorno annienta bambini, donne e uomini, togliendo loro dignità e speranza, salute e vita. E' così atroce, l'interminabile spettacolo di razzismo, violenza e orrore; sembra così inutile l'impegno che profondiamo ogni giorno per salvare vite umane, mettere al sicuro famiglie braccate, evitare abusi polizieschi e giudiziari e soprattutto documentare quello che accade e trasmetterlo alle Istituzioni internazionali e ai posteri. Loro, gli aguzzini, si fanno ormai beffe di tutto: risoluzioni europee, documenti di condanna da parte delle Nazioni Unite e delle organizzazioni che tutelano i Diritti Umani, riprovazione da parte dei media di tutto il mondo. La mia cara amica Tamara Deuel, sopravvissuta all'Olocausto, mi disse un giorno di aver visto, durante quegli anni terribili, qualcosa di peggio della violenza, della malvagità e dell'indifferenza. Aveva visto il ghigno dei mostri. Esseri umani senza più coscienza, soddisfatti di condurre la "loro guerra" contro i Diritti Umani. Ieri a Milano è stato sgomberato con la solita procedura spietata l'insediamento di Rom italiani di via Cusago, costretti ad abbandonare il campo con le loro roulotte, verso un futuro senza possibilità. A bordo delle roulotte, bambini che frequentavano le scuole locali, malati, una donna incinta. Se questi, che commettono simili crimini contro l'umanità, sono uomini! Il ministro dell'Interno ha prorogato fino ala fine del 2009 le ordinanze che avevano nominato i commissari straordinari per la cosiddetta "emergenza Rom": i prefetti di Milano, Roma e Napoli. A loro si aggiungeranno i commissari per Venezia e Torino. Riuscite a immaginare (percepire) il ghigno dei carnefici? Si ripete l'operazione Theresienstadt, quando i nazisti ingannarono il mondo raccontando che il ghetto boemo "era un villaggio attrezzato e sorvegliato, in condizioni igienico-sanitarie degne di esseri umani". "Facciamo tutto questo per il loro bene," potrebbe continuare, ghignando, uno dei seguaci italiani di Himmler, "per risolvere una questione tragica, con decine di campi abusivi, situazioni di degrado, asocialità e minori abbandonati a se stessi". Lotta alla criminalità e al degrado: con gli stessi proclami l'umanità si spinse, al tempo di Hitler, fino a compiere il "Samudaripen", lo sterminio del popolo Rom.

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Napoli. La tragedia, la calunnia, l'indifferenza

Petru Birladeanu, cittadino rom di nazionalità rumena, era un suonatore di organetto nella ferrovia Cumana che parte dal quartiere Montesanto di Napoli. Tutti i viaggiatori lo conoscevano: un musicista, una persona gentile che proponeva la sua arte per pochi spiccioli, sempre accompagnato da sua moglie.
Martedì sera un commando di 8 persone su quattro motociclette attraversa via Pignasecca fino alla stazione della Cumana. Sparano in aria, all'impazzata. E' l'ennesimo scontro per il territorio che vedrebbe gli affiliati del clan Sarno di Pontcelli cercare di terrorizzare chi pensa di sostenere il ritorno su piazza del vecchio boss Mariano, appena scarcerato.
Petru forse neanche la conosce questa storia. Ma alla stazione della Cumana diversi colpi sono sparati ad altezza uomo, tra la folla che scappa. Forse hanno avvistato qualcuno del clan avversario, forse sparano contro i vetri della casa di qualche rivale, forse un errore... chissà. Un ragazzo di 14 anni viene colpito alla spalla e per poco non ci rimette la pelle. Petru è meno fortunato: le videocamere della Cumana lo riprendono mentre scappa e cerca rifugio come tanti altri dentro la stazione. Il braccio intorno al collo della sua compagna, un istintivo gesto di protezione. Ma una volta dentro si accascia: un proiettile gli è entrato sotto l'ascella bucando cuore e polmoni. Gli lascia sul corpo uno strano segno come di arma da taglio che inizialmente confonderà anche i medici. Ma Petru muore "sparato", come si dice a Napoli, sparato per niente! Muore dopo mezzora di agonia e i ritardi dei soccorsi che probabilmente hanno scontato anche il caos e la paura che si era creata in tutta la strada. Malgrado l'Ospedale Pellegrini fosse a 500 metri... La compagna piange disperata. Petru aveva 33 anni...
La sua fine terribile ricorda quelle di altri, come Silvia Ruotolo, uccisa anch'essa da un proiettile vagante al Vomero dodici anni fà. Ma la città non condivide la stessa commozione. Forse siamo più cinici in generale, forse Petru è "soltanto" un rom... sta di fatto che al momento in cui scriviamo non sono previste fiaccolate, esequie ufficiali, interventi istituzionali in sostegno della sua compagna... Nessun politico di professione o amministratore ha pensato di prendre parola su una sparatoria così insensata nel centro della città che dicono di voler rappresentare... Forse c'è un motivo a tutto questo.
Petru non ha avuto "l'onore" di essere veramente raccontato nei servizi di testa dei tg, se non dentro la più complessiva e impigrita retorica sul consueto far west napoletano. Un rom in cronaca senza essere accusato di stupro o di omicidio, un rom vittima innocente non da dividendi politici, non serve alla macchina della paura e della propaganda.
Anzi, alcuni quotidiani hanno inizialmente accreditato la tesi che fosse lui l'obiettivo dei sicari..! Per qualunque "indigeno" in poche ore la polizia è in grado di fornire un profilo attendibile su una possibilità del genere. Inutile dire che Petru, quotidiano suonatore di organetto sulla cumana, ben difficilmente (!) rientrava in questo schema. Ma intorno allo straniero, per lo più rom, si concede sempre un margine ulteriore all'incertezza, al sospetto, anche se questo sospetto non ha nessun punto d'appoggio razionale.
Per la verità in questi giorni c'è stato un altro caso in cui l'informazione napoletana non ha dato grande prova di sè: l'episodio che ha visto infine l'arresto di cinque persone di nazionalità nigeriana a vico Vertecoeli. Con l'eccezione di alcuni quotidiani, la gran parte, qualcuno perfino con imbarazzo, ha accreditato la più inverosimile delle ricostruzioni: il rapimento premeditato di una bambina di undici anni da parte di un gruppo di immigrati che abitavano nel suo stesso cortile, per soddisfare le voglie di un boss pedofilo...!! A Forcella...!
Probabilmente la più straordinaria panzana dell'ultimo anno per quella che, da qualche racconto che è arrivato a noi, potrebbe benissimo essere una banale rissa tra vicini. Non abbiamo certezze e non vogliamo distribuirne, nè dipingere sistematicamente il migrante come vittima innocente, ma digerire in maniera così acritica la più improbabile delle storie, solo per la sua "notiziabilità", non fa certo onore all'informazione.
Il tg1 ha fatto di meglio: oltre a riportare questa versione senza scomodare nemmeno un condizionale, l'ha poi fatta seguire da un servizio sulla scomparsa 13 anni fà della piccola Angela Celentano! Così lo psicodramma collettivo sull'uomo nero in agguato dietro la porta di casa è finalmente servito a oltre dieci milioni di persone.
Eppure il pogrom feroce contro i rom, che a Ponticelli segui il presunto (assai presunto..!) tentativo di rapimento di una neonata da parte di una giovanissima rom, imporrebbe ben altra prudenza e attenzione. Ci sarebbe inoltre la presunzione d'innocenza...
Sarebbe magari utile cercare gli avvocati dei nigeriani arrestati e raccogliere almeno la loro versione... Qualche giornale sembra volerci provare senza rimuovere la notizia. Se così è siamo pronti a dargli una mano.

Collettivo Napoli Internescional

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Manifestazione di intolleranza a Roma contro il Casilino 900

Roma, 28 maggio 2009. Ha avuto luogo oggi una manifestazione all'insegna dell'odio razziale contro la presenza a Roma dell'insediamento Rom del Casilino 900. Una cinquantina di intolleranti ha manifestato, in un clima di palpabile, violenta ostilità, contro la comunità Rom, lanciando proclami antizigani e accusando gli abitanti del campo di accendere fuochi per recuperare il rame da vecchi cavi, sprigionando vapori di diossina. Najo Adzovic, portavoce del campo ha smentito le accuse, sottolineando l'angoscia in cui vive la sua comunità, nell'indifferenza istituzionale: "Abbiamo paura, non accendiamo più fuochi, come promesso al sindaco, ma temiamo possano aggredirci''.

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Io addirittura scioglierei l'antimafia

“Io addirittura scioglierei l’antimafia, nel senso che mi piacerebbe che non ci fosse nemmeno lo specifico della mafia. Mi spiego. C’è l’antimafia perché c’è la mafia. La mafia è una tipologia di criminalità, come dire, specifica, deviante e che avrebbe bisogno, che ha bisogno, di regole speciali. A me non piacciono le regole speciali. Chi fa un crimine deve essere colpito. Non amo gli anti, preferisco le regole e il far rispettare le regole. Se in Italia si rispettassero le regole, non ci sarebbe bisogno dell’anti-mafia, perché la mafia è una forma di criminalità e dovrebbe essere perseguita come tutte le altre. La mafia deve essere affrontata in modo laico e non ideologico. Per cui se la Sicilia, una regione a caso, ha un fenomeno di criminalità organizzata deve essere dotata di tutti gli strumenti per combatterla. Se della mafia facciamo un simbolo ideologico, con la sua cultura, la sua storia e così via, rischiamo di farne un’ideologia e come tale, alla fine, produce professionisti di quella ideologia proprio nei termini in cui ne parlava Sciascia, professionisti dell’anti-mafia”.
Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, in un’intervista a Klaus Davi per il programma web Klauscondicio, 28 maggio 2009.

"L'antimafia esiste per combattere la mafia. Lo ha fatto, pagando un prezzo altissimo, e lo continua a fare. Abolirla non avrebbe senso. Quindi, invito il ministro Brunetta a ricordare il sacrificio di quanti hanno dato la vita per permettere di raggiungere oggi risultati importanti sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Penso a tutti quei magistrati e in particolare alle forze dell'ordine che sono morti sulle strade svolgendo il loro servizio e che ogni giorno lavorano per la nostra sicurezza e per liberarci dal cancro della mafia e non solo. A loro va riconosciuto un ruolo determinante che non si può sminuire con parole superficiali".
Rita Borsellino, sorella del magistrato Paolo Borsellino, testimone e attivista contro la criminalità organizzata, capolista Pd alle europee, commento alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta, 28 maggio 2009.

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Intolleranza etnica nel Pd: una realtà preoccupante

Milano, 28 maggio 2009. Abbiamo segnalato numerosi casi di intolleranza e persecuzione etnica di cui si sono resi responsabili esponenti del Pd e del centrosinistra, da Firenze a Bologna, da Pesaro a Milano. Particolarmente gravi, proprio a Milano, le esternazioni di Filippo Penati, presidente della Provincia. In diverse occasioni, Penati ha ribadito pubblicamente i suoi pregiudizi riguardo ai Rom: "Sono un problema", "Molti di loro sono delinquenti, che fuggono quando viene annunciato uno sgombero", "Occupano abusivamente aree e stabili", "Costruiscono ville abusive da decenni". Penati giunge persino a definire "buoniste" le politiche intolleranti di De Corato e "deboli" le purghe etniche ordinate dalla giunta comunale, azioni che hanno causato la scomparsa dell'etnia Rom romena dal capoluogo meneghino. All'inizio del 2007 i Rom romeni a Milano erano circa 7.000: uno dei numeri più bassi di tutte le grandi città europee. Le azioni persecutorie condotte dal comune di Milano hanno ridotto i Rom romeni a circa 2.000 unità, che per la maggior parte vorrebbero abbandonare l'Italia per rientrare in Romania, ma che non possono farlo perché non hanno il denaro necessario al rinnovo dei documenti e all'acquisto del titolo di viaggio. Il Gruppo EveryOne ha chiesto al governo italiano, incontrando il presidente della Camera Gianfranco Fini e il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, di stanziare una somma di 150/200.000 euro, sufficiente a consentire i rimpatri volontari dalla città di Milano. La risposta è stata negativa: nessuno stanziamento per i ritorni volontari, ma un budget di 12 milioni di euro per le politiche degli sgomberi, delle "bonifiche" e della messa in sicurezza dei luoghi in cui i Rom potrebbero rifugiarsi: discariche, edifici e fabbriche abbandonate, ponti. Le dichiarazioni di Filippo Penati equivalgono a quelle che consentirono alla propaganda tedesca negli anni 1930 e 1940, di bollare i Rom come "asociali", criminali inveterati da perseguitare su tutto il territorio del Reich. "Sono un problema," tuonava Himmler. "Occupano abusivamente edifici e terreni," recitava una circolare dell'Ufficio Centrale del Reich per combattere la piaga zingara. Continua nella sezione Watching The Sky

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Rapporto 2009 di Amnesty International: "L'Italia disprezza i Diritti Umani"

Milano, 28 maggio 2009. L'80 per cento delle condanne a morte eseguite nel mondo avviene nei Paesi del G20, così come il 79 per cento dei casi di tortura. 963 milioni di esseri umani soffrono la fame, un miliardo vivono in insediamenti precari, 1,3 miliardi non hanno accesso all'assistenza sanitaria. Ogni giorno muoiono 20 mila bambini a causa delle cattive condizioni igieniche in cui sono costretti a vivere, mentre ogni minuto muore una donna per complicazioni legate alla gravidanza. Questi, in sintesi, i dati che emergono dal rapporto annuale sui Diritti Umani pubblicato da Amnesty International. L'Italia è uno dei Paesi che preoccupano maggiormente l'organizzazione. "La politica dell'immigrazione italiana e i respingimenti dei rifugiati che arrivano con le barche in alto mare," commenta Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, "è espressione di un disprezzo dei diritti umani e delle persone veramente disperate che qui cercano aiuto.

L'Italia sarà ritenuta responsabile di quanto accadrà ai migranti e richiedenti asilo riportati in Libia, dove non esiste una procedura d'asilo e si verificano gravi episodi di tortura e trattamento inumano". La Weise, illustrando i contenuti del rapporto che accusano l'Italia, sottolinea quindi "il clima di razzismo crescente e la totale disumanità delle procedure di sgombero dei campi Rom, un popolo al centro del disprezzo e di una spirale di violazioni dei Diritti Umani". Particolare condanna verso il decreto n° 733 sulla sicurezza, che Amnesty International - insieme al Gruppo EveryOne, al Coordinamento Sa Phrala e ad altre organizzazioni che combattono la xenofobia - si prepara a portare di fronte alle corti internazionali per i Diritti Umani, affinché ne sia dichiarata l'illegittimità e il contenuto ispirato a razzismo, odio etnico e criminalizzazione dei gruppi minoritari. Anche le relazioni - finalizzate a risolvere il "problema dei profughi" - fra il governo italiano e il colonnello Gheddafi, protagonista di gravi abusi dei Diritti Umani e leader di un Paese in cui si praticano la tortura e altre forme di maltrattamento di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, un Paese che ha perpetrato espulsioni di massa di profughi provenienti da nazioni in crisi umanitaria, preoccupano Amnesty International.

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La persecuzione dei Rom è ormai una realtà anche in Francia

da La Voix des Rroms

Parigi, 24 maggio 2009. Diego, un bambino Rom romeno, è morto ieri nell'incendio della baracca in cui vivevano i suoi genitori. Ce lo comunica "La Voix des Rroms" di Parigi, una delle più attive organizzazioni per la tutela dei diritti del popolo Rom nell'Unione europea. "Il destino tragico del bambino," scrive Saimir Mile (nella foto), presidente dell'associazione, "è la fotografia della condizione in cui sono costretti a vivere i circa seimila Rom romeni che si trovano in Francia. L'incendio è stato spento dai vigili del fuoco che, purtroppo, non sono riusciti a salvare il piccolo Diego. La questione però resta drammaticamente aperta: non bisogna aspettare i pompieri per occuparsi dei Rom, ma è lo Stato che deve intervenire per consentire a queste persone di vivere con dignità, consentendo loro di lavorare. La Francia ha accettato l'adesione di Romania e Bulgaria nell'Ue, che dall'1 gennaio 2007 ne fanno parte a pieno diritto. I Rom provenienti dai due Paesi, tuttavia, non sono aumentati: erano seimila nel 2002 e restano seimila oggi. Nonostante siano cittadini dell'Unione, però, non hanno diritti e possono lavorare solo con un permesso speciale rilasciato dalle prefetture, documento impossibile da ottenere. Così sono costretta a vivere in baraccopoli, lavorando in nero, vendendo giornali e fiori o mendicando. Diego andava a scuola, nonostante la sua famiglia fosse allontanata da un luogo all'altro dalle forze dell'ordine. Per i suoi sogni di bambino, è ormai tardi, ma non lo è per i suoi fratelli e sorelle, i cugini e gli altri. Come potranno, tuttavia, realizzarli, se le famiglie sono braccate e cacciate da un luogo all'altro o espulse al Paese? La Voix des Rroms chiede l'interruzione delle misure restrittive che lo Stato francese prevede per i Rom romeni e bulgari, misure che impediscono loro di inserirsi nel mercato del lavoro e di prendere residenza in una località. E' la base senza la quale nessuno sforzo diretto all'integrazione dei Rom provenienti da tali Paesi andrà a buon fine, ma resterà nel novero delle buone intenzioni o elle promesse ipocrite". Continua nella sezione Watching The Sky

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E' ora che l'Unione Europea e le Nazioni Unite contrastino efficacemente le politiche razziali attuate dalle Istituzioni italiane

Milano, 27 maggio 2009. Le istituzioni italiane commettono da alcuni anni evidenti e gravissime violazioni dei Diritti Umani, stigmatizzate dalla Commissione e dal Consiglio d'Europa, dall'Unhcr, dal Cerd e dalle più importanti organizzazioni per la tutela delle minoranze. I respingimenti dei profughi in Libia, le deportazioni di esseri umani che fuggono da Paesi in cui sono in corso tragedie umanitarie, gli sgomberi di famiglie Rom da ricoveri di fortuna, senza alternative di alloggio né assistenza sono abusi impuniti che stanno trasformando in carta straccia la Convenzione di Ginevra, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Carta dei diritti fondamentali nell'Ue e le più importanti Direttive dell'Unione europea che si oppongono a razzismo e xenofobia. L'Italia, con le sue politiche persecutorie, condotte da partiti xenofobi che hanno raggiunto le più importanti posizioni di potere e si insinuano anche nel Parlamento europeo, mette a nudo la debolezza delle Istituzioni dell'Unione europea e delle Nazioni Unite, che non sembrano disporre di strumenti atti a contrastare gli abusi nel campo dei Diritti Umani. E' tempo di identificare strumenti che rendano efficaci le Direttive europee, altrimenti è inutile approvarne di nuove. E' ora di contrastare e di rendere illegali - come avviene negli Stati Uniti - i movimenti xenofobi e razzisti, che in tempo di crisi riescono ancora ad affermarsi nei Paesi membri dell'Ue, facendo leva sulle paure irrazionali della cittadinanza. E' tempo di combattere l'affermarsi di leggi razziali, altrimenti l'Unione europea non avrà compiuto progressi dopo l'esperienza dell'Olocausto. Non basta "ricordare": bisogna mettere in atto provvedimenti che cambino la civiltà europea, mettendola al sicuro dal crollo dei valori umani, civili e morali. Continua nella sezione Watching The Sky

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Lo scandalo Berlusconi. Lettera di Roberto Malini a La Repubblica

Milano, 27 maggio 2009

Cara Repubblica,

spesso il Vostro giornale - come gran parte della stampa italiana - ha censurato le notizie diramate dal Gruppo EveryOne, notizie che, divulgate correttamente, avrebbero probabilmente limitato i danni della deriva razzista che ha caratterizzato l'Italia negli ultimi due anni. Poliziotti che pestano Rom e migranti, bambini che muoiono dopo sgomberi, esseri umani gravemente malati costretti a incamminarsi in allucinanti "marce della morte", violazioni atroci dei Diritti Umani che si susseguono nel colpevole silenzio mediatico. Orrori di cui non resterebbe traccia se le relazioni, le testimonianze, le evidenze di una persecuzione non avessero ricevuto attenzione da parte delle Istituzioni europee, del Cerd, dell'Unhcr, che le hanno invece poste alla base di Risoluzioni e documenti ufficiali che stigmatizzano le politiche italiane contro Rom, migranti e poveri. La nostra posizione critica nei confronti delle Istituzioni, fra l'altro, senza il sostegno mediatico nazionale, ci ha esposto e ci espone a intimidazioni di ogni genere, anche perché, grazie al nostro impegno, riusciamo spesso a evitare che le le forze politiche xenofobe collochino i loro rappresentanti in posizioni chiave europee e internazionali. Il caso più recente, contro cui abbiamo già iniziato a batterci è la candidatura di Mario Mauro alla presidenza del Parlamento europeo. A volte chiudete le porte alla verità: è una critica che ci sentiamo di rivolgerVi, dopo tante constatazioni. Nel frangente attuale, tuttavia, in cui pretendete sincerità e trasparenza da parte del presidente del Consiglio, non possiamo che provare ammirazione per il coraggio che mostrate nel sostenere i diritti dell'informazione nei confronti dei potenti. E' evidente - come ha scritto Livia Pomodoro, ricevendo scarso spazio nonostante il suo intervento fosse estremamente importante nell'ambito del caso Mills - che nella sentenza che condanna l'avvocato inglese vi siano state "imparzialità e correttezza da parte del Tribunale di Milano". Ed è evidente che un leader politico dovrebbe dire la verità, anche di fronte a un evento imbarazzante come quello che riguarda la sua vita privata, anche perché il governo Berlusconi fa della moralità una bandiera. Il caso Noemi - con il suo corollario di capodanni in Sardegna caratterizzati da festini di giovani ragazze, nella residenza del presidente del Consiglio - avrebbe distrutto l'immagine di qualsiasi altro leader politico. E' meschino, invece, da parte del centro destra, non cercare di spiegare i fatti - magari giustificando Berlusconi, che è un uomo e che come molti uomini subisce il fascino della bellezza giovane, come dimostrato dal precedente "scandalo" di palazzo Grazioli - ma nascondendoli dietro l'ipotesi di un complotto politico. Secondo noi, il più grave scandalo Berlusconi, però, non è quello legato alla corruzione né all'ultima intervista al giudice Borsellino né alle minorenni e veline e neppure al suo potere di farsi confezionare leggi su misura, per evitare di subire giudizio. Secondo noi, il vero scandalo Berlusconi risiede nelle sue politiche irresponsabili, che hanno condotto ai vertici dello Stato intolleranza, razzismo e persecuzione delle minoranze. Il vero scandalo Berlusconi consiste nella fine, da lui voluta, di qualsiasi progetto di inclusione dei Rom e dei migranti in Italia, di qualsiasi programma di educazione all'antirazzismo riservato alle nuove generazioni, dei valori contenuti nei più importanti documenti mai scritti dall'umanità: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Carta dei diritti fondamentali nell'Ue, la Convenzione di Ginevra, la Costituzione. Non so se il Vostro coraggio basterà, contro un potere che ha pochi limiti e nessuno scrupolo. Comunque, grazie di provarci. Roberto Malini, Gruppo EveryOne

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Unión Romaní contesta davanti alla Corte europea dei Diritti Umani la decisione della Corte costituzionale spagnola, che non ha riconosciuto l'istituzione millenaria del matrimonio gitano

Strasburgo, 26 maggio 2009. L'organizzazione Unión Romaní è comparsa stamattina alle nove davanti ala Corte dei Diritti Umani di Strasburgo, per l'udienza relativa al ricorso contro il governo spagnolo che non ha riconosciuto la pensione di reversibilità alla signora María Luisa Muñoz Díaz, di etnia gitana. Unión Romaní si è costituita accanto alla signora Muñoz Díaz, per dimostrare che la Previdenza sociale e la Corte costituzionale di Spagna hanno recato un grave danno al popolo gitano negando la validità del matrimonio gitano, che esiste da secoli presso la comunità gitana. Il presidente della Unión Romaní, Juan de Dios Ramírez-Heredia, ha rappresentato la signora Muñoz Díaz e il popolo gitano di fronte alla Corte europea.

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Interculturalismo

L'interculturalismo è scambio, arricchimento, condivisione di un territorio e dei valori e istituzioni che fanno l'unità di quel territorio che non è un'unità geografica ma storica e culturale, la quale deve essere contesto e orizzonte in cui le varie culture possono integrarsi attorno a quella che è la cultura non dominante, ma che plasma il tessuto artistico e sociale di comune appartenenza. Chi arriva in un Paese non è invitato a negare la propria identità, ma a viverla nel rapporto con gli altri. Monsignor Mariano Crociata, segretario della Conferenza episcopale italiana

Nella foto, "Abba", il viso di Abdul William Guibre detto Abba, ritratto a pastello. Abba è il ragazzo originario del Burkina Faso assassinato da razzisti a Milano il 14 settembre 2008, simbolo della necessità di tornare a guardare verso l'interculturalismo, in alternativa alla xenofobia imperante

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L'importanza dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati

25 maggio 2009. Viviamo una crisi della cultura dei Diritti Umani che attraversa l'intera Unione europea, ma che è particolarmente grave in Italia, dove politiche xenofobe e razziste minano le basi stesse della democrazia. Il Gruppo EveryOne pone in essere campagne nonviolente per opporre le ragioni della civiltà alle azioni illegittime di purga etnica o respingimento. La nostra sinergia con l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees) è sempre più intensa. E' una cooperazione che da anni vede l'Alto Commissario e il Gruppo EveryOne condividere "gli stessi ideali e le stesse finalità," come ci ha scritto recentemente Laura Boldrini, portavoce della sezione italiana dell'Unhcr. Il lavoro dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati è fondamentale per l'intera civiltà umana. Quando figure istituzionali non riconoscono il suo ruolo, è il caso di preoccuparsi seriamente, perché l'Alto Commissario ha aiutato dal 1950 a oggi 50 milioni di esseri umani, ricevendo due Premi Nobel per la Pace e divenendo il più efficace baluardo contro il riaffermarsi della xenofobia, a difesa dei valori immortali della fratellanza e della solidarietà contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nella Convenzione di Ginevra e in tutte le Leggi che tutelano i diritti di chi fugge da guerre, persecuzioni e tragedie umanitarie.

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Un altro "tentato rapimento" a Napoli

Napoli, 25 maggio 2009. Vi è chi crede che il Gruppo EveryOne conduca una difesa acritica dei migranti in Italia, cercando di smascherare messinscene e montature attuate ai loro danni. E' riconosciuto da tutti, però, che le controinchieste effettuate dell'organizzazione per i Diritti Umani hanno evitato la condanna di stranieri innocenti, accusati di reati particolarmente odiosi (come nel caso eclatante, ma non certo unico, dei Rom Racz e Loyos) e dimostrato l'innocenza di altre persone appartenenti ad etnie discriminate, pur senza riuscire a modificare verdetti preconfezionati da parte della magistratura, come nei casi di Angelica, la giovanissima Rom condannata per il tentato rapimento di Ponticelli, o Romulus Mailat, condannato per l'omicidio della signora Giovanna Reggiani. Suggeriamo a coloro che possono accedere per legge alle carceri - parlamentari e assessori regionali in primis - di verificare personalmente il caso del "tentato rapimento" di una bambina napoletana di 11 anni, di cui sono accusati cinque nigeriani, tre uomini e due donne: Osayande Osas, 21 anni, John Biter (27 anni), Eghagbon Osas, 21 anni, Sunday Obasohan, 24 anni e Fia Rachael, 25 anni. Chi conosce Vico Santa Maria Vertecoeli, nel quartiere Vicaria, sa perfettamente che si tratta di un budello dove nulla passa inosservato e che un'azione delittuosa come quella descritta dai testimoni non avrebbe avuto alcuna possibilità di riuscita, tantomeno da parte di migranti senza permesso di soggiorno. La zona in cui si è verificato il fatto e i migranti africani di Napoli sono sotto il controllo assoluto della camorra casalese ed è forse nei disegni della criminalità organizzata locale che dovrebbero essere cercati i moventi alla base dell'episodio.

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Ragazzo marocchino muore in piscina, mentre i bagnanti continuano a nuotare, indifferenti

Reggio Emilia, 24 maggio 2009. Nel pomeriggio di oggi, un ragazzo di 15 anni è morto sul bordo della piscina pubblica "L'Azzurra", a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. Si era tuffato in acqua ed è stato colpito da un malore, forse una congestione. Il bagnino gli ha prestato i primi soccorsi, poi è intervenuta un'ambulanza. Gli amici del ragazzino hanno vissuto la lotta per la vita del coetaneo con angoscia, mentre gli altri i bagnanti se ne stavano in disparte, indifferenti. Molti, nonostante l'avvertimento del bagnino, non sono neppure usciti dall'acqua. L'adolescente, che viveva ad Arceto, era marocchino. La vicenda ci riporta al luglio 2008, quando Violetta e Cristina Ebrehmovich, bamine Rom di dodici e undici anni, morirono annegate a Napoli, presso il litorale di Torregaveta. Di fronte ai loro corpi senza vita, la gente sulla spiaggia continuava a sorseggiare bibite e gustare gelati, senza manifestare alcun turbamento di fronte alla tragedia.

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Lo Stato ha sconfitto la mafia?

Palermo, 23 maggio. "Oggi i mafiosi più noti, i killer, i boss sono tutti al carcere duro e al carcere duro resteranno. Anzi con le ultime norme abbiamo reso durissimo il carcere duro". lo ha detto il ministro alla Giustizia Angelino Alfano nel corso del suo intervento a Palermo alla commemorazione della strage di Capaci in corso nell'aula bunker del carcere Ucciardone.

Il trionfalismo di Alfano sembra voler celebrare la vittoria dello Stato contro la criminalità organizzata, ma la realtà è purtroppo diversa: n'drangheta, mafia e camorra non sono mai state tanto forti, organizzate e attive in campo italiano e internazionale come oggi. Lo dimostrano i numeri del loro "fatturato": 130 miliardi di euro nel 2008, un ricavo che ne fa la prima azienda italiana e una delle prime nel mondo, se si considera che il giro d'affari internazionale della criminalità organizzata "made in Italy" supera ormai i 500 miliardi di euro annui.

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Uno studio di assoluto valore scientifico dimostra che indulto e misure alternative al carcere hanno ridotto drasticamente i crimini in Italia

di Roberto Malini

La ricerca rivela che nel caso di detenuti per la prima volta, spesso giovanissimi, la recidiva è scesa del 90 per cento. E' importante, inoltre, rilevare che se il governo Prodi aveva condotto l'Italia a uno dei più bassi indici di criminalità nell'Ue, oggi assistiamo a un'escalation fuori controllo che riguarda tutti i reati: omicidi, stupri, violenze e reati contro il patrimonio

Milano, 24 maggio 2009. La carcerazione produce criminalità, mentre le misure alternative e provvedimenti come l'indulto sono rimedi efficaci per combatterla. Il Gruppo EveryOne promuove da tempo soluzioni diverse dal carcere, mirate non a punizioni sproporzionate per chi commetta reati, ma al reinserimento sociale. Quando un cittadino si trova catapultato nell'inferno carcerario, dove la sua individualità e i suoi diritti umani sono annientati e solo la legge del più forte consente di mantenere la propria dignità e la propria volontà di riscatto, pericolose trasformazioni avvengono nella sua psiche, che inizia ad assorbire odio, frustrazione e sentimenti di rivalsa. E' una metamorfosi inevitabile, che blocca qualsiasi processo di redenzione, annulla i sentimenti positivi del detenuto e innesca in lui una vera e propria inimicizia nei confronti della società. Questo fenomeno è acuito dalle violenze quotidiane subite dagli internati, sia da parte di altri detenuti, sia da parte delle autorità che dovrebbero vegliare sul quieto vivere all'interno degli istituti di pena. La privazione della libertà, inoltre, è all'origine di una pratica assai diffusa, che oltre il 50% dei giovani detenuti subisce, senza denunciarla a causa della vergogna: lo stupro e la costrizione a umilianti pratiche sessuali. Un ragazzo oggetto di stupro e di torture che distruggono la sua personalità e la sua dignità umana diviene psichicamente instabile e non è raro che a propria volta, per un distorto istinto di rivalsa, divenga uno stupratore e un violento*. Ma in generale, la personalità di detenuti di sesso maschile e femminile, giovani e meno giovani, subisce - nelle condizioni sempre inumane cui costringe la vita carceraria - traumi che ne alterano irreversibilmente la capacità di relazionarsi con la società. Sia nei Paesi in cui vigono regimi che nelle democrazie, si deve rilevare che la giustizia si trova ancora in una fase medievale e non è mai riuscita ad evolversi in funzione delle ricerche e degli studi statistici. Di fatto, funziona come una religione integralista e si propone ai cittadini come un'alternativa infernale al "paradiso" della libertà, paventando orrori e incubi a chi trasgredisca la legge, come nei dipinti di Hieronymus Bosch. Questa giustizia inquisitoria, che accetta ancora, più o meno subliminalmente, la tortura, la castrazione, la mutilazione, l'annientamento della personalità, la violenza sessuale ignora - proprio per la sua natura sadicamente "cultuale" - l'uso della clemenza quale "deterrente positivo" al reiterarsi di infrazioni della legge.

Siamo convinti che il carcere sarà abolito, quando la comunità umana avrà superato la propria "età del ferro", già prefigurata da Esiodo nell'VIII secolo a.C. e caratterizzata dal capovolgimento dei valori umani, civili e culturali, in nome di un Ordine rappresentato in realtà dalla più feroce espressione della legge del più forte, senza alcuno spazio al valore socialmente taumaturgico della compassione. In Italia questo fenomeno irrazionale, disumano e perverso è particolarmente grave e diffuso endemicamente su tutto il territorio nazionale. Con questa premessa introduciamo i risultati emersi al convegno di studi sulle politiche di prevenzione svoltosi al carcere "Due Palazzi" di Padova. Risultati che contrastano con la propaganda politica, praticamente in ogni aspetto riguardante le misure carcerarie e quelle alternative. In relazione al provvedimento dell'indulto attuato dal governo Prodi, i dati sono chiari, come ha ricordato il sociologo del diritto Giovanni Torrente: "L'opinione pubblica si è convinta che l'indulto sia stato un fallimento, ma lo studio dei tassi di recidiva dei detenuti rimessi in libertà ci dice l'esatto contrario: sono scesi al 27 per cento, contro il 68 per cento riferibile al periodo di sette anni precedente l'indulto. Si tratta di un calo superiore al 50%". I dati forniti dal professor Torrente provengono dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), che rappresentano la fonte più completa di informazioni relative ai 44.944 detenuti che hanno beneficiato dell'indulto. Se li si legge correttamente, risulta evidente che senza tale misura, il numero di reati commessi da carcerati giunti al termine della pena senza sconti sarebbe stato decisamente superiore e che dunque l'indulto ha scongiurato un numero considerevole di omicidi, stupri, violenze e crimini contro il patrimonio. Un altro dato che contraddice la propaganda è quello relativo ai beneficiari di misure alternative alla detenzione, come la semilibertà o l'affidamento ai servizi sociali: in tali casi la recidiva scende in misura ancora più netta, raggiungendo appena il 18 per cento. Un dato inattaccabile, poiché verificato su un campione di 7.615 beneficiari di misure alternative, su un totale di 17.387 individui. La recidiva peggiora drammaticamente con la carcerazione. Riguardo ai detenuti per la prima volta, spesso giovani o giovanissimi, l'indulto ha fatto diminuire il tasso di recidiva all'11,8 per cento: un dato che dovrebbe essere tenuto presente da chi ha scelto demagogicamente e irresponsabilmente di abbandonare la via delle misure alternative alla prigione. "Nove su dieci detenuti novelli," riferisce Torrente, "non hanno fatto in tempo ad assimilare gli effetti negativi della detenzione, che li avrebbero incastrati in quelle dinamiche tipiche del carcere che in genere portano a introiettare comportamenti devianti e a perdere il contatto con le logiche del mondo libero". Vi è un altro dato che suona come una condanna per i giustizialisti e i fautori - per incompetenza e pregiudizi - di recidive criminali: sul totale del 27 per cento di recidive, gli stranieri hanno un tasso inferiore rispetto agli italiani: il 19,8 per cento. "E' un dato che ci dice molto sulla nostra tendenza a identificare lo straniero con il delinquente," spiega Torrente, "un dato che non deve sorprendere, perché vi è stata quella che in sociologia si chiama 'costruzione del panico morale'. Infatti, prima i media, poi i singoli politici e successivamente il mondo politico nel suo complesso, fino a includere molti degli stessi che l'avevano votato, hanno continuamente gettato discredito sul provvedimento di indulto, fino al punto che è entrato nel senso comune l'idea che l'indulto sia stato un fallimento". Sorprende, ovviamente, che la "sinistra" non abbia smentito i rivali politici riguardo a tale propaganda e anzi abbia improvvisamente mutato rotta, abbandonando le politiche moderne ed efficaci che avevano portato l'Italia, durante il governo Prodi, a uno dei più bassi indici di criminalità nell'Unione europea, seconda solo - e di poco - alla Norvegia. Stravolgere l'organizzazione delle forze dell'ordine, seminare panico sociale, emanare continui ed insensati decreti sulla sicurezza, introdurre misure di repressione delle minoranze e delle libertà individuali ha portato a una nuova escalation dei fenomeni di devianza sociale, riconducendo l'Italia in una giungla di conflitti e paure, in cui gli eventi criminosi toccano ogni mese record negativi sempre nuovi, senza che alcuna voce politica o civile - se si eccettua il Gruppo EveryOne, i Radicali e poche organizzazioni per i Diritti Umani - lo denunci.

* Julia M. Whealin, Ph.D., Men and Sexual Trauma, PTSD Information Center

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Roma. Mentre le ronde attendono il "timbro" dello Stato, l'ennesimo raid razzista manda all'ospedale cinque bengalesi

Roma, 23 maggio 2009. Mentre progetti di milizie armate raggiungono a un ritmo quotidiano le Istituzioni centrali e locali, le ronde fanno le prove generali in vista del decreto che le legalizzerà. La Guardia Nazionale Italiana è una delle organizzazioni più "attrezzate", formata da "veri italiani nazionalisti e patrioti, gente che sa portare degnamente e con orgoglio l’uniforme, per servire la nostra terra ed il popolo italiano, con regolare mandato e in piena legalità" come recita il suo manifesto, utilizzato per l'arruolamento. Ma su Facebook sono presenti da tempo gruppi di sostegno alle ronde che fanno capo a Forza Nuova, Lega Nord, Italia Nera, Gioventù Italiana. Intanto, i primi gruppi, già dotati di spray al peperoncino (legalizzato dallo stesso ddl 733), si aggirano intorno agli insediamenti Rom e ai ricoveri in cui si rifugiano migranti poveri e senzatetto. La notte scorsa, in questo clima che annuncia una tempesta di violenza imprevedibile, si è verificato a Roma un raid razzista contro alcuni membri della comunità bengalese, che allestivano lo stand in previsione dei festeggiamenti di oggi, in occasione del loro capodanno. E' accaduto a Villa Gordiani, dove cinque bengalesi sono stati aggrediti, riportando contusioni e ferite.

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