| |
|
E' morta Tullia Zevi, una voce contro le persecuzioni
di Tullia Zevi
Roma, 23 gennaio 2011. E' morta ieri a Roma Tullia Zevi, una voce che da tanti anni chiede all'Italia e al mondo - circondata da buio e silenzio - di interrompere la persecuzionedegli ebrei, dei Rom, degli omosessuali. Addio, cara amica. Ti ricorderemo e ameremo per sempre. Anne's Door
"Qual è il più grande servizio che la conoscenza della storia ci può fornire? Quello di metterci sull'avviso. I nazisti hanno voluto uccidere gli ebrei semplicemente perché essi erano ebrei, gli zingari perché erano zingari e gli omosessuali perché erano omosessuali: venivano tutti visti come dei devianti che dovevano essere eliminati. In ciò consisté la soluzione finale".
"Bisogna ricordare che insieme ai sei milioni di ebrei, sono morti anche centinaia di migliaia di zingari, di omosessuali, di intellettuali e anche di oppositori politici del regime nazista, sia religiosi, sia laici. Ci si deve rendere conto di cosa rappresenta la presa di potere di un regime dittatoriale e si deve amare e conservare questa democrazia che con tanta fatica abbiamo riconquistato".
"Dovremmo cercare di trarre delle conclusioni da un'esperienza che ha travolto milioni di esseri umani e capire perché si debba conoscere questa storia, nonché quale lezione potremmo avere da questo passato".
Tullia Zevi

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Profughi nel Sinai: dopo l'illusione, continua l'orrore
Milano, 22 gennaio 2011. Non migliora la condizione dei rifugiati africani che sono ancora detenuti dai trafficanti nel Sinai. Fonti locali e giornalisti che si trovano attualmente a Rafah ed El Gorah, dove sono stati identificati i covi dei trafficanti e i container di detenzione, dopo aver dato notizia della costituzione da parte del governo egiziano di una task force di sicurezza pronta ad entrare in azione per liberare i prigionieri, comunicano ora che le autorità hanno fatto dietro-front e il corpo speciale non verrà impiegato nelle annunciate operazioni contro i predoni, nonostante il sacerdote eritreo don Mussiè Zerai abbia lanciato l'allarme riguardo ad alcuni giovani prigionieri in fin di vita a causa della torture e delle percosse e di una giovane donna incinta a rischio di aborto spontaneo dopo aver subito violenti stupri di gruppo. "Le ultime notizie sono desolanti," dicono Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne. "Abbiamo appreso dalle autorità di Al Arish, capitale del Governatorato del nord del Sinai, che l'intervento da parte delle forze di sicurezza è stato annullato. La scusa sono gli accordi di Camp David, che non consentono all'Egitto di usare mezzi blindati e armamenti pesanti lungo il confine con Israele. In realtà, però, il patto Israele-Egitto prevede una deroga nel caso di gravi problemi di sicurezza, purché l'intervento egiziano sia concordato con la Multinational Force & Observers, di stanza a El Gorah. Non risulta, da parte di tale forza, alcun impedimento verso un intervento delle forze di polizia o militari, essendo chiara la gravità della crisi. La verità è che l'Egitto non vuole fermare il traffico di esseri umani". Intanto si susseguono gli arresti di eritrei e altri migranti africani da parte della polizia di frontiera egiziana. "Negli ultimi mesi, gli agenti hanno arrestato centinaia di profughi africani, uccidendone due e ferendone molti altri a colpi di arma da fuoco. Il 17 e il 20 gennaio sono state effettuate le retate più recenti, con sei arresti vicino a Rafah e altri dieci non lontano da El Gorah, sempre nel Sinai del nord.

E' ormai certo che i migranti seguiti da don Mussiè Zerai che mancano all'appello in Israele, si trovano per la maggior parte nelle carceri di Nakhl, Al Arish - nel nord del Sinai - e Al-Qanater. Un giovane profugo eritreo ci ha raccontato che in quelle terribili carceri avvengono abusi simili a quelli perpetrati dai trafficanti nei container". Secondo le organizzazioni internazionali per i diritti umani, in primis Amnesty International, le politiche dell'Egitto sui rifugiati non rispettano in alcuna parte la Convenzione di Ginevra sottoscritta dalla Repubblica Araba nel 1951. "Dopo l'arresto, i profughi, anche quando hanno lo status di rifugiati politici, vengono sottoposti a durissimi interrogatori e incarcerati," prosegue EveryOne. "Le corti militari li condannano regolarmente a un anno di carcere e a una multa, per immigrazione illegale. In nessun momento è concesso loro di incontrare il rappresentante locale dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati, mentre le ambasciate dei regimi da cui sono fuggiti li identificano e forniscono loro i documenti, in previsione della deportazione". Ma il calvario dei profughi, fuggiti da terribili persecuzioni nella speranza di raggiungere Israele, vista la chiusura delle frontiere europee, non è ancora finito. "Una volta rimpatriati, tutti coloro che sono fuggiti dall'Eritrea o da altre nazioni caratterizzate da regimi sanguinari per motivi di fede religiosa o di ideologie politiche," conclude EveryOne, "finiscono in carceri-lager che sembrano il parto di una mente sadica e malata. In quei luoghi di sofferenza, i prigionieri subiscono violenze quotidiane e atroci torture da parte dei carcerieri, che in molti casi li conducono a una morte atroce, come è accaduto all'inizio di gennaio alla giovane Sebe Hagos Mebrahtu, incarcerata perché trovata a leggere la Bibbia nella sua camera da letto. I profughi deportati in patria vanno incontro a una sorte analoga. I ragazzi sospettati di aver lasciato l'Eritrea per evitare il servizio militare obbligatorio sono condannati al carcere senza processo, alla tortura e a pene corporali quotidiane. Pochi sopravvivono a lungo, in quelle condizioni e nessuno mantiene il proprio equilibrio mentale. Purtroppo anche lo Stato di Israele negli ultimi mesi ha iniziato a deportare in Egitto i rifugiati africani, che nella Repubblica Araba ricevono la solita condanna a un anno di carcere duro, al pagamento di una sanzione e quindi alla deportazione. In questi casi, neanche Israele concede all'Alto Commissario Onu per i Rifugiati di incontrare i profughi e valutare il loro diritto alla protezione internazionale".
Aggiornamenti su www.everyonegroup.com
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Arte: il sindaco di Pioltello raccoglie l'appello del Gruppo Watching The Sky per salvare i "gorilla", monumento dedicato alla natura
Pioltello (Milano), 31 dicembre 2010. Il Gruppo Watching The Sky ha promosso oggi un appello presso i Comuni di Pioltello e Milano per salvare un'opera d'arte sottovalutata e destinata alla demolizione. Si tratta del gruppo monumentale "La Forza della Vita", realizzata in gesso (in un primo momento, dietro errata indicazione, abbiamo indicato il cemento come materia dell'opera) da uno scultore locale e abbandonata dallo stesso nel cantiere recintato in via della Stazione, poco distante dall'entrata della stazione ferroviaria. "Quando siamo passati davanti al cantiere e abbiamo visto il gruppo monumentale," raccontano Alfred Breitman e Steed Gamero, artisti e attivisti del Gruppo Watching The Sky, "siamo rimasti colpiti dalla potenza e dalla forza simbolica della scultura. L'opera rappresenta due gigantesche scimmie antropomorfe della specie 'Gorilla', in uno degli atteggiamenti caratteristici di queste grandi scimmie all'interno del branco. L'artista ha riprodotto gli animali definendo i particolari anatomici, fra i quali il tipico cimiero, ma esprimendo la potenza primordiale dei gorilla attraverso l'impiego di materia grezza. Questa scelta rende le due poderose figure un simbolo stesso della natura e della sua energia vitale, in continua metamorfosi ed evoluzione.

I due giganti devono essere collocati non uno di fianco all'altro, ma di tre quarti, separati da una distanza di circa tre metri, come avviene nel mondo animale. Il gruppo simboleggia con efficacia la forza vitale dell'ambiente naturale che ci circonda, il cui potere nasce da equilibri delicati che inquinamento e abusi ambientali compromettono in modo sempre più grave. Sia pure maestosa e apparentemente invincibile, la Vita è in realtà assai vulnerabile e i due mansueti gorilla sono lì a ricordarcelo". Breitman e Gamero hanno chiesto a un operaio del cantiere quale sarà il destino del gruppo monumentale. "L'operaio ci ha risposto che le due grandi scimmie sono state abbandonate da un artista di Pioltello che si è trasferito in altra sede," spiegano i responsabili del Gruppo Watching The Sky, "e che probabilmente saranno demolite". Il Gruppo Watching The Sky ha inviato una lettera urgente al sindaco di Pioltello Antonio Concas, chiedendo di salvare questa splendida e significativa opera d'arte, posizionandola nella cornice ideale di una piazza cittadina: "Pioltello, come tutto l'hinterland milanese, è soggetta a un'urbanizzazione che cancella progressivamente il paesaggio naturale," spiegano Malini e Gamero, "mentre aria e acqua sono minacciate da reflui aziendali ed esalazioni tossiche. L'opera 'La Forza della Vita', specie se circondata da aiuole sarebbe contemporaneamente un messaggio e un monito rivolto a tutti, affinché l'importanza dell'ambiente naturale non sia sacrificata totalmente al mondo industrializzato. Se il Comune di Pioltello ritenesse di non avere spazio per le due grandi scimmie, abbiamo già allertato l'assessore alla cultura di Milano, Massimiliano Finazzer Flory, con cui il nostro gruppo ha un ottimo rapporto, affinché - in accordo con il Comune di Pioltello - il gruppo monumentale sia trasferito nel capoluogo lombardo. A nostro avviso, come abbiamo scritto all'assessore milanese, un sito ideale per l'opera potrebbero essere i giardini pubblici di Porta Venezia".

Aggiornamento. 31 dicembre ore 17. Il sindaco di Pioltello Antonio Concas ha contattato Alfred Breitman, manifestando la disponibilità del comune a effettuare un investimento importante (il cui massimale è stato comunicato allo stesso Breitman) per salvare l'opera "La Forza della Vita" e collocarla nel centro di Pioltello. Il Gruppo Watching The Sky si è già attivato per identificare la soluzione tecnica e logistica migliore affinché i grandi primati siano consegnati alla cittadinanza pioltellese - e italiana - in forma definitiva e imperneabile al degrado prodotto dagli agenti atmosferici. Nel mese di gennaio 2011 il progetto "La Forza della Vita" sarà presentato da Watching The Sky al sindaco e alla giunta comunale di Pioltello, in modo che diventi in breve, per la felicità degli amanti dell'arte e anche dell'ambiente naturale, una magnifica e orgogliosa realtà
Nelle foto di Steed Gamero, l'opera "La Forza della Vita"
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
“Se non pagate morirete qui”: i nuovi ricatti dei trafficanti dopo gli accordi Italia-Libia
di Erica Balduzzi
Roma, 27 novembre 2010. Segregati nel deserto del Sinai, legati con le catene ai piedi, costantemente minacciati e ricattati: la loro libertà costa 8mila euro. E’ questa la condizione in cui si trovano attualmente moltissimi profughi, bloccati al confine tra Egitto ed Israele. I dati parlano di circa seicento persone, tra etiopi, eritrei, somali e sudanesi, e tra di essi anche molte donne: tutti in mano ai trafficanti di esseri umani.
A lanciare l’appello è Mussie Zerai, sacerdote eritreo fondatore della ong Habeshia, che da tempo segue il dramma dei profughi in fuga dal Corno d’Africa verso l’Europa, sempre più spesso fermati in condizioni disumane dalla polizia libica o dai trafficanti.
E se i recenti e contestati accordi di amicizia tra Italia e Libia hanno apparentemente permesso di ‘chiudere il rubinetto’ dell’immigrazione – regolare o meno – dalle coste libiche verso quelle italiane, in verità il dramma umano dei profughi in fuga da guerre e povertà non ha minimamente accennato a diminuire dopo tali provvedimenti. Anzi, continua a crescere e ad assumere forme sempre più disperate, come la ricerca di nuove rotte e di nuovi e spregiudicati ‘mediatori’ per il viaggio verso un’agognata libertà.
«La chiusura delle frontiere dell’Europa con accordi bilaterali – spiega Zerai – non offre alternative ai richiedenti asilo del Corno d’Africa se non quella di affidarsi a sensali di carne umana, trafficanti di persone innocenti e disperate». Poiché molti respingimenti ora avvengono anche nel deserto libico verso il Sudan e il Ciad, i profughi sono costretti a cercare altre vie: verso Israele (che per contrastare il fenomeno sta costruendo il muro al confine con l’Egitto), ma ancheverso lo Yemen (in questo caso, si parla soprattutto di somali).
Il grido d’aiuto dei profughi, bloccati nella periferia di una città del Sinai, è arrivato solo nella tarda serata del 23 novembre. Con la scusa di chiamare i familiari per ottenere i soldi del riscatto chiesto dai carcerieri, alcuni di loro sono riusciti a mettersi in contatto con l’associazione Habeshia e a raccontare la situazione in cui si trovano da più di un mese: incatenati come un tempo si faceva nel commercio degli schiavi, senza la possibilità di lavarsi, fortemente debilitati dalleviolazioni ai fondamentali diritti della persona a cui sono sottoposti e dalle cattive condizioni igienico-sanitarie. Secondo le ultime informazioni infatti, ottenute da Zerai nella serata del 26 novembre, hanno a disposizione pochissimo cibo e solo acqua salata da bere, che quindi provoca ulteriori problemi di salute. Le donne sono le più debilitate dalle condizioni di fame, sete e terrore in cui sono tenuti da più di un mese a questa parte.
Partiti da Tripoli, in Libia, avevano già pagato ai trafficanti la somma pattuita di 2mila dollari per essere trasportati in Israele. Una volta raggiunto il confine, nel deserto del Sinai, i trafficanti hanno però tradito gli accordi e hanno alzato il prezzo per i loro ‘servigi’: per lasciarli proseguire, hanno chiesto altri 8mila dollari. Chi non paga, è tenuto costantemente sotto minaccia di morte: “se non pagate, morirete qui”. «Questa modalità di ricatto – racconta Zerai – è diventata redditizia per i trafficanti, che sfruttano la disperazione dei profughi. La politica di respingimenti e di chiusura – prosegue ancora – sta favorendo l’arricchimento di trafficanti e criminali, che raggirano i disperati in fuga da guerre, persecuzioni e fame».
Ad accogliere l’appello lanciato da Habeshia sono stati finora diversi gruppi e associazioni in prima linea per la promozione dei diritti umani, come il Gruppo Everyone, il gruppo Watching the Sky, il Circolo Generazione Italia di Milano- sezione Diritti Umani e le associazioni Ruota Rossa e Anne’s Door.
Habeshia si auspica un intervento in tempi brevi sulla questione da parte dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, del Parlamento Europeo, della Commissione Europea e soprattutto del Governo Egiziano, per liberare queste persone senza mettere ulteriormente in pericolo le loro vite e la loro dignità. «Ma – aggiunge Zerai – c’è il rischio che una volta liberati i profughi vengano deportati. Il Governo Egiziano non è nuovo a episodi di questo tipo: bisogna chiedere la garanzia che queste persone non vengano riportate nel paese d’origine dopo la liberazione, e che venga loro riconosciuto il diritto d’asilo. Il rischio di deportazione – conclude – è da scongiurare a tutti i costi».
Link correlato
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Fuggire per ritrovare l’anima
Milano, 14 novembre 2010. Riceviamo una toccante riflessione scritta da Alain Goussot riguardo agli ultimi giorni di vita del grande romanziere russo Lev Tolstoi. La società del nostro tempo si rivela disumana, ipocrita, arida e spietata come quella in cui visse lui, regalando al mondo capolavori come “Guerra e Pace” o “Anna Karenina”. Ecco perché noi stessi siamo tentati, a volte, di fuggire da questa gigantesca trappola in cui siamo caduti, dovendo confrontarci ogni giorno con il capovolgimento dei valori primari e dove la vita umana conta solo se ammantata di ricchezza e potere. Ci viene voglia di abbandonare questo campo di battaglia indifferente, dove gli emarginati e i poveri sono vittime di una guerra mondiale che dura da sempre, ma di cui i libri di Storia non parleranno mai. Ci viene voglia di unirci a una “kumpania” di Rom, per condividere (e se possibile alleviare) non solo il loro martirio quotidiano, ma anche la purezza di una vita giusta e pacifica, semplice come i sentimenti che provavamo da bambini. Ci viene voglia di fuggire per continuare a cercare l’anima. Roberto Malini

La fuga di Tolstoi
di Alain Goussot
"Gli uomini non conoscono bene ciò che sono, ciò che è il loro io, o meglio lo dimenticano"
"La vita non è una gioia, non è una sofferenza"
"Nel mondo in cui ognuno vive per sé non possibile cominciare a vivere per gli altri"
(Lev Tolstoj)
Guardate quella foto; fu scattata a Tolstoi nel suo ultimo viaggio a fine ottobre 1910. Sta fuggendo da casa sua, non sopporta più vita di famiglia, la falsita dei discorsi e l'incoerenza dei comportamenti, è alla ricerca del vero e del giusto, la sua fuga ne è una manifestazione spasmodica e appassionata. I giornalisti, già allora, gli stanno alle costole: il grande scrittore dalle idee rivoluzionarie decide di diventare povero tra i poveri, una occasione da non perdere e lo inseguono. Nel suo atto di fuga vi è insieme un grido di dolore e di estrema disperazione ma anche la volontà di essere coerente fino in fondo; questa fuga non è una fuga da se stesso, ma una affermazione di fede verso la ricerca del vero che egli vedeva nell'amore, l'amicizia e la giustizia. Tolstoi sorpreso dalla macchinetta fotografica; qualche giorno dopo morirà in un piccolo villaggio, Astapavo, nel Sud della Russia. E' il suo ultimo viaggio: assomiglia ai tanti poveri e senza tetto che incontriamo oggi in tante città della nostra falsa ricchezza: Tolstoi fuggiva quello che considerava una grande menzogna. La sua opera immensa; la sua notorietà aveva attraversato tutti i confini, i suoi testi erano tradotti in tutte le lingue; verrà ammirato da uno scrittore come il francese Romain Rolland e da una figura come Gandhi; eppure Tolstoi provava disagio; soffriva di una crisi esistenziale, vedeva la miseria degli uomini; non solo quella materiale, ma soprattutto quella morale e spirituale. Si rendeva conto che l'amore e il sentimento di fratellanza che aveva tentato d’infondere nelle sue opere non aveva scalfito il comportamento umano; amava ma piangeva, il suo grande cuore sanguinava all’immagine del Cristo che venerava (questa sua venerazione personale, poco ortodossa gli costerà la scomunica da parte della Chiesa Ortodossa). Tolstoj si sentiva molto solo nella sua lotta per il vero, il bene e il giusto; amava il popolo e la gente semplice; invidiava dentro di sé la condizione del povero contadino analfabeta, della gente semplice che sa vedere le cose che contano. Combatteva questo mondo ingiusto e lo combatteva dentro di sé. La notte del 28 ottobre lasciò Jasnaja Poljana, il luogo dove era nato e cresciuto, dove aveva scritto, dove aveva costruito una famiglia e dove viveva con la moglie da più di 45 anni un rapporto molto travagliato; ma vedeva ormai tutte le contraddizioni e le ipocrisie di un mondo che non vuole donare se stesso all'altro, di un mondo che non riesce ad amare perché continua a disprezzare l'umanità che ha dentro. Solitario Tolstoi partì di notte, viaggiando in treno, la ferrovia, questo simbolo del viaggio e del dramma che troviamo spesso nei suoi romanzi. Esausto si fermò in una piccola stazione, il capostazione lo riconobe e gli prestò la sua stanza. Aveva la febbre e stava morendo; non voleva altro, morire dopo un ultimo atto di libertà che sorprendesse tutti. Avrebbe potuto morire tranquillamente nel suo letto, a casa sua, con tutti i conforti. Tolstoi si sentiva povero tra i poveri e morì come un povero. Ecco l’ultimo suo messaggio nei suoi ultimi momenti di lucidità; giornalisti, curiosi accorsero quando seppero che il grande scrittore si trovava in quella stazione. Lui, stupito e infastidito dichiarò: ”Perché tutta quella gente per un solo uomo mentre lì fuori vi sono milioni di uomini che soffrono”. In quella frase si riassume la vita di Lev Tolstoi.
Alain Goussot
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
L'audiolibro "Intervista con il mago" diventa un caso letterario
di Gruppo Watching The Sky
Roma, 12 novembre 2010. Grazie agli "audiolibri" si sviluppa un interessante caso letterario: "Intervista con il mago" di Alfred Breitman e Gino Fanciullacci, da due settimane è saldamente in testa alle classifiche di vendita su iTunes nella categoria "Fiction" e nei primi dieci best-seller di tutte le categorie, raggiungendo anche il terzo posto, unico libro inedito, la cui prima edizione è proprio la versione audio. Ecco come viene presentato il libro di Breitman nel sito iTunes: "Esiste la vita oltre la vita? Di che sostanza è fatta l'anima? Siamo soli, di fronte ai misteri della vita e della morte o si muovono accanto a noi, invisibili, entità soprannaturali che a volte ci guidano, altre ci ingannano? Lo scrittore e studioso Alfred Breitman, che si occupa da oltre trent'anni di religioni antiche, introduce discipline che restano affascinanti anche oggi. Breitman compie un viaggio nel tempo ideale fino a incontrare uno dei più importanti spiritisti del XIX secolo: Gino Fanciullacci, discepolo del grande Alain Kardec". L'editore dell'opera è LibriVivi, noto agli appassionati di audiolibri per le versioni molto curate dei capolavori letterari, con suoni, musiche, effetti d'ambiente e le più belle voci del cinema e del teatro italiani. "Intervista con il mago" è interpretato da Dario Penne (recentemente insignito a Roma del prestigioso Gran Premio del Doppiaggio 2010) ed Emiliano Coltorti, anche lui vincitore di prestigiosi riconoscimenti. Il libro di Alffred Breitman, scrittore e artista italiano che a natale leggerà in un teatro di Parigi le sue "Riflessioni sulla Kabbalah", propone al pubblico moderno la filosofia dello spiritismo e delle discipline esoteriche, che affascinano sempre il pubblico di tutte le età grazie a opere come "Harry Potter" o "L'apprendista stregone", ma che Breitman spiega in un'accezione colta, introducendo nella vicenda affascinante di un'intervista allo spiritista Fanciullacci, che visse e operò nella seconda metà dell'Ottocento, i temi delle scienze esoteriche e della filosofia naturale. Il libro "Intervista con il mago" offre un ascolto emozionante e interessante e propone più volte l'interrogativo se esista una dimensione magica, in cui aleggiano gli spiriti dei defunti, immersi in forze arcane capaci di vincere le leggi della fisica. A un certo punto, a bocca aperta, il pubblico riceve - e in quel momento fantasia e realtà si fondono in un momento miracoloso - una risposta poetica e sorprendente.

Intervista con il mago
Autori: Alfred Breitman, Gino Fanciullacci
Interpreti: Dario Penne, Emiliano Coltorti
Lingua: Italiano
Editore: Librivivi 2010
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Arte, tecnologia e diritti umani. Tanta fantasy per Apple
di Claudio Berini - Panorama Economy
Roma, 5 novembre 2010. La novella digitale Sulphur & Dana , creata da Roberto Malini e Dario Picciau, è stata inserita tra le cinque applicazioni più consigliate sull'iPad. E con il prossimo aggiornamento diventerà in 3D. E' un fumetto che prende vita sull'iPad. Formato da 27 immagini, è stato creato con il sistema Living Cosmic System dell'italiana White Mouse. La trama rappresenta uno dei miracoli che solo l'amore può compiere: vincere il pregiudizio, la discriminazione, la diffidenza e l'avversione verso l'altro.
Roberto Malini e Dario Picciau . Due nomi che a molti non dicono granché. Eppure sono anche loro esponenti vincenti di quel made in Italy tanto apprezzato e ricercato all'estero. Specie quando si tratta di creatività. Apple, infatti, li ha consacrati ufficialmente, inserendo la loro graphic novel Sulphur & Dana tra le cinque applicazioni iPad più consigliate per gli utenti. La sezione si basa sull'eccellenza tecnologica, le soluzioni grafiche e la qualità artistica. Sulphur & Dana utilizza il format Living Comic System® brevettato dalla casa di produzione italiana White Mouse, un progetto nato nel 2009 e il cui lavoro è basato sutecnologie innovative e metodologie avanzate messe in opera da un gruppo internazionale pluripremiato di artisti, scrittori e ricercatori conosciuti in tutto il mondo. «Lavoriamo su tutto quello che è cinema» dice Malini «e puntiamo molto su prodotti innovativi. A breve realizzeremo un lungometraggio per il grande schermo, mentre è già pronta una serie tv dal titolo Le favole di Esopo , varie puntate che metteranno in mostra animazione e tecnologia davvero di grande impatto, visivo e sensoriale. A breve ci sarà anche il primo aggiornamento di Sulphur & Dana con la tecnologica 3D del cinema, con impiego di occhialini stereoscopici, effetti sonori e musica». Da un punto di vista tecnico Sulphur & Dana è un fumetto che prende davvero vita nelle mani di chi opera sull'iPad, con 27 immagini, create in digitale e animate col sistema Living Comic System®. Il prodotto è attualmente disponibile in inglese e italiano, ma a breve lo sarà anche in francese, tedesco, spagnolo e russo. La trama, invece, rappresenta uno dei miracoli che solo l'amore può compiere: vincere il pregiudizio, la discriminazione, la diffidenza e l'avversione verso l'altro. Il fumetto in nove tavole mostra come le diversità siano quasi sempre alla base delle incomprensioni e dei conflitti e con Living Comics System® regala al lettore una strabiliante profondità, un senso della materia di movimento, elementi atmosferici e luci che valorizzano come non è mai stato fatto prima il lavoro del disegnatore e del colorista, offrendo un'esperienza di lettura completamente nuova e sorprendente Anche per questo motivo il successo internazionale di Sulphur & Dana ha già riscosso l'interesse dei più importanti editori americani di fumetti di genere «supereroico», che vedono nel nuovo format l'evoluzione spettacolare degli universi legati ormai da 70 anni agli avventurieri in costume. Del resto la Apple lo ha giudicato con un punteggio di 9+ per la presenza «rara/moderata di violenza in cartoni animati o fantasy».
Nella foto, una pagina di Sulphur & Dana, acquistabile su iTunes Store

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Le magie del trasformista Arturo Brachetti e della giovanissima pittrice Rom Rebecca Covaciu in scena a Milano
Gratis a Milano il 20 settembre, Teatro Smeraldo, in collaborazione con il Comune di Milano, Assessorato alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali, il Gruppo EveryOne e il Circolo Generazione Italia Milano, sezione Diritti Umani.
 
MILANO - Lunedì 20 settembre, al Teatro Smeraldo, andrà in scena alle 20 la fiaba musicale “Pierino e il Lupo”, uno spettacolo dedicato alle famiglie, promosso dal Comune in collaborazione con l’attore Arturo Brachetti.
L’opera di Serghej Prokofiev sarà interpretata dal celebre trasformista accompagnato dall’Orchestra Sinfonica Accademia delle Opere, diretta dal Maestro Diego Montrone davanti a un pubblico di oltre 2.000 persone. Gli artisti e difensori dei diritti umani Dario Picciau e Roberto Malini (Gruppo EveryOne e Circolo Generazione Italia Milano, sezione Diritti Umani) hanno realizzato le scene animate proiettate su schermo, da disegni originali della giovane artista Rom romena Rebecca Covaciu, che nonostante la giovanissima età è impegnata da alcuni anni, con le armi della pittura e della poesia, per combattere il pregiudizio razziale che colpisce il suo popolo. Rebecca sarà presente sul palco, dialogherà con Arturo Brachetti ed eseguirà in diretta - sempre su schermo - disegni ispirati alla celebre fiaba.
Per prenotare i biglietti si può inviare una mail all’indirizzo FSP.famiglia@comune.milano.it o un fax allo 02.884.63193. Per informazioni: tel. 02.02.02 oppure www.comune.milano.it.
Il ritiro dei biglietti avverrà presso l’Infopoint dell’Assessorato alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali, in largo Treves 1, a partire da martedì 14 settembre.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Tecnologia e creatività made in Italy conquistano iPad e fumetti "supereroici"
da "Il Tempo" - http://www.iltempo.it/2010/08/31/1195256-tecnologia_creativita_made_italy.shtml
La Apple di Cupertino indica al primo posto nella speciale graduatoria delle applicazioni per iPad dedicate all'intrattenimento la graphic novel italiana "Sulphur & Dana".
Cupertino, California, 31 agosto 2010. Tecnologia e creatività made in Italy ottengono una prestigiosa affermazione negli Usa. La Apple di Cupertino (California) indica al primo posto nella speciale graduatoria delle applicazioni per iPad dedicate all'intrattenimento la graphic novel "Sulphur & Dana". La sezione delle applicazioni consigliate, stilata settimanalmente dalla Apple nell'AppStore, si basa sull'eccellenza tecnologica, le soluzioni grafiche e la qualità artistica. "Dana & Sulphur" utilizza il format "Living Comic System" brevettato dalla casa di produzione italiana White Mouse. Il format "Living Comic System" consente la visualizzazione di libri e fumetti su dispositivi touch screen, rispettando la tradizione del fumetto e valorizzandone le caratteristiche principali, con tavole e illustrazioni statiche arricchite di effetti visivi simili a quelli che si vedono nel cinema attuale.

"Prima di essere un fumetto che parla di diversità e di amore," spiega lo sviluppatore Paolo Godino, "è una straordinaria opera d'arte. In quanto tale si presta a vari livelli di lettura. Si possono ammirare le pagine ed essere rapiti dal mondo che rappresentano, soffermarsi sulle singole illustrazioni e subire il fascino della loro bellezza, leggere i testi e farsi coinvolgere da questa delicata storia contro il pregiudizio indotto dalla diversità". Le tavole in alta definizione sono state create dagli artisti Jon Foster e Dario Picciau, per tradurre in immagini la breve novella contro il pregiudizio e la discriminazione “Sulphur & Dana. L'acqua, il fuoco e l'amore” di Roberto Malini e Steed Gamero. "Dana & Sulphur" ha già riscosso l'interesse dei più importanti editori americani di fumetti di genere "supereroico", che vedono nel nuovo format l'evoluzione spettacolare degli universi legati ormai da 70 anni agli avventurieri in costume.
Link all'Appstore sul web: http://itunes.apple.com/it/app/sulphur-and-dana/id386524031?mt=8
Link all'iTunes Store: itms://itunes.apple.com/us/app/sulphur-and-dana/id386524031?mt=8
Link al mini-sito dell'applicazione: publishing.whitemouse.eu
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Chiesta onorificenza in memoria di Filippo de Pisis, artista e difensore dei diritti umani
L'Associazione Watching The Sky, il Gruppo EveryOne e il Circolo Generazione Italia di Milano, sezione Diritti Umani, sottopongono la richiesta alla città natale del pittore, Ferrara; al Comune di Milano, dove visse e al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nella lettera alle Istituzioni, le organizzazioni espongono le motivazioni alla base della mozione
Milano, 28 agosto 2010. "Filippo de Pisis non fu solo uno dei massimi artisti italiani del Novecento, ma anche e soprattutto un uomo libero da pregiudizi, capace di manifestare per i diritti umani durante gli anni oscuri del regime fascista e delle leggi razziali". Lo affermano in una nota inviata al comune di Ferrara (città natale del pittore), al comune di Milano (dove de Pisis visse dal 1939 al 1943) e alla Presidenza della Repubblica l'Associazione Watching The Sky, il Gruppo EveryOne e il Circolo Generazione Italia di Milano, sezione Diritti Umani. "Ecco perché," spiegano i presidenti delle tre organizzazioni, "chiediamo un riconoscimento alla memoria di Filippo de Pisis per il suo impegno e il suo coraggio nell'àmbito dei diritti delle minoranze e contro le persecuzioni razziali". Le organizzazioni per la cultura dei diritti umani portano alcune prove a sostegno della loro richiesta: "Innanzitutto l'artista, come riferisce anche il suo biografo Nico Baldini, fu attivista ante litteram per i diritti Lgbt, manifestando apertamente la propria indole omosessuale e sostenendo il diritto a vivere la propria identità di genere senza nascondersi.

A causa di questo suo spirito libero e orgoglioso, divenne inviso all'autorità fascista e rischiò il confino". Ma il pittore ferrarese difese apertamente anche altre comunità di minoranza perseguitate dai fascisti. "Nel 1938, a causa delle leggi razziali, il poeta di origine ebraica Umberto Saba fu costretto a rifugiarsi a Parigi," riferiscono i presidenti delle tre associazioni, "dove fu aiutato da Filippo de Pisis. Ma non è ancora finita. Nel 1940, poco dopo l'approvazione delle disposizioni governative che prevedevano l'internamento dei Rom e dei Sinti presenti in Italia in campi di concentramento, Filippo de Pisis dipinse alcuni insediamenti di Rom a Milano, nei quali si premurò di mostrare l'unione di quel popolo, le sue tradizioni e il suo amore per la vita libera. Proprio a Milano, dove attualmente le autorità danno la caccia alle famiglie Rom per sgomberarle dai loro ripari di fortuna, si trova, presso la Galleria Civica d'Arte Moderna di via Palestro, uno dei capolavori dell'artista, che si intitola 'Zingari' e rappresenta un piccolo gruppo di Rom, accampati sulle sponde di un corso d'acqua, intenti a conversare, mentre un cavallo di loro proprietà pascola nell'erba. I Rom, nel dipinto, sono indefiniti e oscuri come ombre; sembra che un presagio di dolore gravi sopra il luogo in cui sono rifugiati".
Nella foto, Filippo de Pisis, "Zingari", olio su tela, 1940, Milano, Galleria d'Arte Moderna
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Cinema. Riscopriamo "L'uovo", piccolo capolavoro contro le discriminazioni
di Andrea Mancaniello - Arte e Arti Magazine
Nota di Watching The Sky: "L'uovo" di Dario Picciau, primo lungometraggio 3D realizzato in Italia, basato su una novella in versi di Roberto Malini, ha subito le perverse leggi del mercato cinematografico e televisivo del nostro paese. Il messaggio del film, che promuove il valore assoluto della vita umana, contro ogni forma di discriminazione, ha indotto i responsabili dei network italiani a non mandarlo mai in onda, nonostante il film abbia trionfato ai festival internazionali. Anche nel mercato dell'Home Video il suo destino è stato decisamente strano: esaurito dopo un anno, non ha mai avuto ristampe, caso unico in Italia. Eppure chi ha avuto la fortuna di vederlo, lo considera uno dei migliori prodotti del cinema indipendente europeo. Pubblichiamo volentieri la recensione di Andrea Mancaniello, pubblicata il 12 agosto 2010 su Arte e Arti Magazine.
Milano, 13 agosto 2010. Oggetto unico e irripetibile nel panorama del cinema indipendente italiano, L’uovo di Dario Picciau è stato il primo cartone animato interamente digitale di produzione italiana, nato dal lavoro di un piccolissimo gruppo di sole sei persone che animate dalla passione hanno partecipato alla sua realizzazione. Presentato nella selezione ufficiale di diversi festival del cinema d’animazione in giro per tutta Europa, da Annecy a Bruxelles, da Amburgo a Lisbona, questo piccolo film ha vinto già al suo esordio il Gran Premio di Platino al Future Film Festival di Bologna nel 2003.
La storia nasce da una novella in versi del poeta Roberto Malini, una voce narrante racconta gli eventi proprio utilizzando i versi originali e interrompendosi sovente per dare spazio alle voci dirette dei personaggi.
In un piccolo casolare perso nella campagna italiana a metà del 1800 abita una coppia di giovani sposi, Maria e Fabio, la vita scorre serena scandita dai ritmi delle piccole cose quotidiane e dal susseguirsi delle stagioni, finché un giorno la giovane sposa ha uno svenimento e il dottore chiamato a indagarne le cause annuncia che è in arrivo una nuova vita.
I mesi si susseguono velocemente e al termine della gestazione le due levatrici del villaggio, Dina e Lavinia, giunte a dare assistenza per il parto, sono testimoni di un evento singolare. Il piccolo esserino generato dalla giovane coppia non è un bambino come gli altri, ha l’aspetto e la morbidezza di un uovo di carne rosato, perfetto nella sua rotondità ma privo di braccia, gambe e di un volto.
Le reazioni davanti all’inatteso, come spesso succede, sono diverse e contrastanti. Maria sembra non avvertire alcuna stranezza nell’aspetto del bambino e amorevolmente se ne prende cura, lo stringe a sé raccontandogli la bellezza del mondo e descrivendogli la natura, intimamente convinta d’aver instaurato un canale di comunicazione attraverso cui il piccolo Valerio, questo il nome che ha dato all’uovo, percepisce il suo affetto materno.
Fabio dal canto suo maledice il mondo, domandandosi perché così “velenoso” s’è rivelato il suo seme che ha generato una creatura così immonda, un ammasso di carne senz’anima? Quale castigo divino deve lui scontare con la sua sposa? Straziato da una realtà che non riesce ad affrontare, lo sposo rientra a casa a notte fatta e sempre più spesso ebbro di vino.
Nonostante la diversità con cui affrontano l’imprevedibile situazione, entrambi i genitori comprendono che il piccolo uovo comunica con loro attraverso la pelle, increspandosi o cambiando colore, quando vibra di felicità per le tenerezze della madre o quando trema di paura per i propositi bellicosi del padre.
Metafora della diversità, L’uovo racconta l’incapacità dell’uomo a comprendere il miracoloso quando si trova al cospetto dei suoi segni, la difficoltà ad accettare che le cose siano diverse da come le avevamo immaginate, o da come le convenzioni in cui viviamo ci hanno insegnato a immaginarle, in contrapposizione alla tenerezza di una donna che attraverso l’amore può superare ogni ostacolo e vivere comunque la sua maternità.
Realizzato completamente in ambiente digitale, questo piccolo gioiello ha l’impostazione visiva d’un quadro impressionista, con le immagini che sembrano dipinte ad acquarello e gli sfondi che spesso cambiano nel volgere della narrazione regalando alle inquadrature una consistenza quasi liquida. Impossibile non percepire poi, evocata nella scena del malore con cui Maria scopre la sua attesa, una citazione visiva del capolavoro pittorico Ophelia del preraffaellita John Ewerett Millais, per l’indiscutibile assonanza di cromatismi e per la posizione del personaggio adagiato dolcemente sul prato.
L’aspetto grafico dei personaggi, creati dagli artisti Mauro Gandini ed Eloisa Scichilone, hanno uno stile geometrico, molto plastici e lontani dai modelli disneyani dell’estetica dominante nel cinema d’animazione contemporaneo, con originale coraggio tenta l’esplorazione di nuovi canoni più essenziali, senza nulla togliere alla loro forza espressiva.
Il film non è stato mai distribuito nei circuiti cinematografici ma è uscito direttamente sul mercato in una pregevole edizione dvd, corredata dal libretto della novella in versi originale e purtroppo già fuori catalogo dopo appena un anno dalla pubblicazione.
La dura legge del mercato consumistico che non sa valorizzare una perla come questo piccolo capolavoro, condanna inevitabilmente L’uovo di Dario Picciau all’invisibilità, ma se per caso doveste imbattervi in una copia ancora invenduta dimenticata su qualche scaffale di periferia, non tentate oltre la fortuna e senza esitazione fatela vostra. Rimarrete affascinati dalla delicata poesia di questo cartone animato digitale bello e con l’anima.
Link correlato: http://www.artearti.net/magazine/articolo/luovo/
Sito del film: www.luovo.com

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Non è una buona Estate
di Rosa Mauro - http://www.caffeletterario.ilbello.com/
Cari amici, mentre scrivo è una bella, calda ma non troppo, mattina di Agosto, come probabilmente sapete.
Sono nella mia casa di Roma, mio figlio sta giocando a scovare dove è finito il gatto e mio marito è al lavoro.
Le mie vacanze se così si può dire, sono andate bene e non avrei alcun motivo di parlare di una cattiva estate.
Ma voi lo sapete, non parlo di me, e probabilmente nemmeno di voi.
Lasciate dunque che, come mio solito, vi racconti una storia, di quelle che non vi raccontano in televisione.
Perché lì vi parlano del mare dei vip, al limite delle calamità naturali, ma non certo di questo, se non forse in un filmato di pochi secondi.
C’era una volta un bambino, sua madre e suo padre.
Non vivevano in una reggia ma in una casa dal tetto di lamiera, o in una roulotte, a scelta.
Non importa, dopotutto, perché era casa loro, ed al bambino, sei anni o al massimo sette, piaceva.
Vivevano in Francia, a Parigi, e le giornate di una estate calda passavano lente ma piacevoli.
Presto il bambino avrebbe avuto un fratellino o una sorellina, la pancia della mamma cresceva e lui si divertiva a sentirla, la sera , quando tutti e tre, anzi quattro insieme, ascoltando la Senna mormorare.
Attorno a lei vivevano altre persone come loro, alcuni il bambino li conosceva, altri no, perché i genitori, come tutti i genitori di questo mondo, dicevano loro di stargli alla larga.
Poi, una mattina presto, così presto che tutti compreso il bambino , erano immersi nei sogni, arrivò una serie di sirene, la polizia, e rumori spaventosi.
Enormi ruspe, come quelle con cui il bambino giocava o vedeva nei cantieri della città, avanzavano e distruggevano le case di tutti, anche dei compagni di gioco e separavano le famiglie.
Il bambino non capiva, era confuso le urla, gente che scappava, polvere dappertutto.
Il sole stava appena sorgendo, e si accorse di un rumore che sentiva molto vicino, era lui stesso e stava piangendo.
Si sentì strappare da un lato, un braccio estraneo , si sentì urlare
“no!”
Ma aveva solo sei anni e non poteva fare nulla, la donna , perché era una donna, in uniforme, era forte.
Vide la mamma separata da lui, si sentiva la pancia, ed urlava forte.
Il padre era poco lontano, anche lui lo tenevano separato, e parlavano di andare via, che non avevano diritto di stare lì.
Il bambino non capiva, era la loro casa, dove mai sarebbero potuti andare?
La poliziotta cercava di spiegargli, gentilmente, che sarebbe stato accompagnato ad un centro di accoglienza e la mamma in ospedale, perché non sembrava stare bene.
La madre era pallida, e si teneva la pancia, guardava il padre, che veniva portato via, e il bambino anche guardava il padre, che piangeva silenziosamente, davanti alla casa ormai distrutta, tranquillo accanto a due omoni che avrebbero dovuto sorvegliarlo.
La poliziotta ora sembrava gentile, con i suoi occhi castano dorati, i capelli castani corti, il berretto, e la voce calma, ma lui vedeva solo fumo, polvere e macerie.
E la sua famiglia che non c’era più.
Questa storia è avvenuta veramente.
La ricostruzione è basata su racconti che ho letto grazie ai volontari di EveryOne e delle altre organizzazioni che di questi abusi si occupano da anni.
In Francia decine, anzi centinaia di famiglie rom e di clandestini hanno subito un destino simile.
Questa , per l’Umanità, non è una buona estate.

Nella foto di Steed Gamero, "Romnì ferita"
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Giudici e giudicatori
di Roberto Malini
Milano, 1 agosto 2010. In Italia si respira un clima di giustizialismo e caccia alle streghe che ogni tanto emana uno strano odore, che ricorda quello che si diffondeva in tutta Italia ai tempi di Tangentopoli, tempi che qualcuno identifica come una "guerra santa" del bene contro il male, ma che in realtà segnarono solo la fine di una cattiva repubblica e l'inizio di una nuova, che in uno specchio oscuro e deformante rifletteva di fatto quella appena annientata. In questi giorni stiamo discutendo su questo tema con parlamentari e attivisti politici italiani, alcuni dei quali ritengono che il cambiamento politico di cui l'Italia necessita debba passare attraverso una nuova "battaglia per la legalità". Da parte nostra, stiamo cercando di sottolineare come sia pericoloso il ritorno al giustizialismo e abbiamo portato ad esempi i casi di parlamentari indagati attualmente o nel passato, che fanno parte di tutte le correnti politiche e a volte vengono messi all'indice nei blog "giustizialisti". L'Italia ha purtroppo dei trascorsi nei quali bastava un avviso di garanzia per provocare un terremoto. Avvisi e indagini hanno rovinato carriere politiche e carriere di imprenditori, molti dei quali poi sono risultati innocenti o comunque perseguitati con accanimento esagerato. Bisogna poi sottolineare come per avviare un'indagine basti un esposto, una querela o un procedimento d'ufficio e non sempre i pm sono capaci né - come ogni essere umano - esenti da pregiudizi. A volte (vedi il famoso caso Racz/Loyos) il nostro Gruppo è riuscito a dimostrare l'innocenza degli imputati evitando condanne inique, dettate da momenti di furore popolare e da pregiudizi. In molti casi, purtroppo, abbiamo invece visto giudici condannare persone senza colpa, nonostante avessimo fornito prove della loro innocenza (uno dei tanti casi, il rogo di Livorno). La scarsa fiducia nella giustizia da parte dei più e un sistema che pone il magistrato nella posizione di chi ha facoltà di sbagliare senza pagare mai rendono atipico il sistema giudiziario italiano. Anche gli istituti del patteggiamento e del decreto penale, di fatto, inducono in Italia migliaia di imputati (spesso dietro consiglio dei loro stessi avvocati) ad accettare un verdetto ingiusto per evitare il carcere. Navigando nel sito del Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com) si possono trovare molti casi di palesi errori giudiziari, che attendono il giudizio della Corte europea dei Diritti Umani (cui solo dietro pressione di Ong gli avvocati d'ufficio ricorrono). Sarebbe inoltre assai utile ai fautori di un nuova e non auspicabile "caccia alle streghe" confrontarsi con un "Judecator" del popolo Rom. I giuristi britannici definiscono il sistema di giudizio dei Rom come il più evoluto e perfetto.

I "Judecator" sono conosciuti e accettati da tutto il popolo Rom, perché probi, attenti, onesti, preparati, saggi e umili. Quando un "Judecator" tradisce la sua missione e compie un abuso o un errore grave, perde il consenso del popolo Rom e non viene più chiamato nella "Judecata". La nostra giustizia, che manda in carcere persone spesso troppo vulnerabili per difendersi: in carcere dove contrarranno nell'83% dei casi una malattia e non di rado l'Aids, dove subiranno abusi, dove penseranno al suicidio o lo attueranno, dove non avranno protezione se non appartengono a cosche o bande, la nostra giustizia è medievale. Ecco perché non ci piace quando si getta la croce addosso all'indagato e neanche al condannato, quando esistono troppi dubbi sulla sentenza. Gli stranieri, in Italia, firmano dichiarazioni di colpevolezza senza neanche averle comprese. Gli avvocati pensano quasi sempre al lucro e non vivono i casi umani come una missione. I giudici... non hanno la tradizione né la profondità morale e umana dei "Judecator". Ci si conceda una divagazione storico/religiosa e si pensi alla posizione giuridica che avrebbe Gesù Cristo (unanimemente considerato uno dei migliori fra gli uomini della Storia), se vivesse ai nostri giorni. Sarebbe indagato e condannato per abuso della credulità popolare, accattonaggio molesto, creazione di banda armata (Pietro e gli apostoli avevano una spada, secondo le scritture), distruzione di beni pubblici (fuori dalla sinagoga), occupazione di suolo pubblico, diffamazione (degli scribi e dei potenti), calunnia ecc. ecc. Probabilmente, prima del carcere sarebbe sottoposto a un Trattamento Sanitario Obbligatorio. E' chiaro che a chiunque, nel sistema attuale, possono essere attribuiti elementi atti a far scattare un'indagine e forse una condanna. In questa realtà, come condurre una battaglia per la legalità? Chi sa cosa sia, ormai, la legalità? E la giustizia? Concetti la cui essenza primaria e vera sembra dimenticata, come in altre epoche in cui si usavano con troppa frequenza certe parole che sono delicate, antiche e sacre.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Arte. Alfred Breitman: "Il San Lorenzo appena scoperto e attribuito al Caravaggio è in realtà opera di Giovanni Baglione"
Roma, 19 luglio 2010. Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky intervengono sulla scoperta di una presunta opera del Caravaggio appena ritrovata fra le proprietà della Compagnia del Gesù e pubblicata ieri in prima pagina sull'Osservatore Romano. Il dipinto raffigura San Lorenzo martire sulla graticola. Il santo è rappresentato come un giovane prono sul terribile strumento di tortura, con le labbra aperte in un lamento e una mano tesa nel gesto estremo di aggrapparsi alla fede. L'Osservatore ipotizza una possibile attribuzione dell'opera al Caravaggio e definisce il dipinto come "stilisticamente impeccabile, bellissimo," affermando che "non si può fare a meno di riandare col pensiero a opere come la Conversione di San Paolo, il Martirio di san Matteo o Giuditta e Oloferne". Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky, che si dedicano da anni al recupero di opere d'arte perdute o dimenticate, dopo un'attenta analisi iconografica e stilistica dell'opera, non concordano con quanto espresso sul giornale vaticano.
"L'opera segue senza dubbio la visione gesuitica dell'arte," spiega l'artista e studioso, "che prevede la rappresentazione di scene realistiche, capaci di infervorare lo spirito del credente, immedesimandolo nel quadro. La crudezza del martirio e la fede del giovane Lorenzo, che si avvale della forza della fede per sopportare la sofferenza, sono elementi esemplari ed educativi, nell'ottica religiosa, specie per i giovani missionari dell'epoca, soggetti a gravi pericoli di persecuzione. Secondo Roberto Bellarmino," continua Breitman, "santo teologo vissuto fra il XVI e il XVII secolo, chi osserva un'opera d'arte e riconosce in essa l'oggetto venerato, si infiamma di passione e più la guarda, più si accende. Il San Lorenzo appena scoperto possiede queste caratteristiche e in esso è evidente l'influsso caravaggesco". Alfred Breitman nota però alcuni aspetti stilistici e iconografici che distinguono l'immagine del martire rispetto alla produzione nota del Caravaggio. "L'opera, nonostante stia ricevendo da ogni parte lodi sublimi, è evidentemente di buona, ma non eccelsa qualità. La pittura del Caravaggio non è solo 'realistica', ma anche venata di un sottile e sensuale narcisismo, caratteristica che la allontanava dai dettami iconografici stabiliti dalla Compagnia del Gesù. Il genio lombardo prestava un'attenzione assoluta ai particolari della figura umana e in particolar modo a quella dei giovani uomini. La sua arte li mostrava in una vivente, vibrante carnalità, da cui trasudava come un insaziabile anelito lo spirito. Il San Lorenzo, al contrario, è greve, molle e scomposto. In lui non si agitano né la violenza della pena né quella della fede: è già più intenso e viene da più lontano il grido del caravaggesco Ragazzo morso da un ramarro! E' strano come nessuno si sia accorto di quanto siano sgraziati i rapporti fra le membra del giovane, sottolineati da una luce impietosa, e delle sue orecchie brutte ed enormi, quando le orecchie dipinte nelle opere certe del maestro sono armoniose e belle come conchiglie di mare". Fra le voci fuori dal coro che inneggia al capolavoro ritrovato, oltre a Breitman vi è il critico d'arte Rossella Vodret, che ha detto: "Mi sembra un quadro bello e interessante, ma l'attribuzione al Merisi è da approfondire".
Se l'autore non è il Caravaggio, quale firma potrebbe celarsi dietro al San Lorenzo? "Un artista vicino alla Compagnia del Gesù," spiega Breitman, "caravaggista della prima ora e dotato di buona maestria tecnica, ma non del dono del genio. Dovrei analizzare l'opera da vicino, ma a prima vista, direi che potrebbe essere un lavoro di Giovanni Baglione, il 'nemico' giurato del Caravaggio, che paradossalmente era anche il suo biografo. Il Baglione era affascinato dai modi caravaggeschi, tanto che fu definito 'plagiatore' dal maestro e, per difendere il proprio buon nome, e lo citò in giudizio per diffamazione. Giovanni Baglione realizzò diverse opere per i gesuiti e in particolare una grande Resurrezione per la Chiesa del Gesù. Il Caravaggio espresse questo giudizio, sull'arte del rivale: 'Quella pittura a me non piace, perché è goffa'. Le stesse imprecisioni anatomiche riscontrabili nel San Lorenzo, sono presenti in opere del Baglione come L'amore divino e l'amore profano o il San Sebastiano curato da un angelo".

Nella foto dall'Osservatore Romano, particolare del San Lorenzo
Link correlati
Analisi del critico e storico dell'arte Tommaso Evangelista: http://engrammi.blogspot.com/2010/07/lennesimo
http://www.bergamonews.it/cultura_spettacolo/articolo.php?id=28958
http://www.informarezzo.com/cultura/3562-San-Lorenzo-appena-scoperto
http://www.informazione.it/a/CABC6850-1F1B-4B72-9464-C4C9
http://caravaggio400.blogspot.com/2010/07/alfred-breitman
http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=53627&idsezione=4
http://www.tafter.it/2010/07/19/arte-alfred-breitman-il-san-lorenzo-appena
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=32375&IDCategoria=204
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Diritti umani
di Roberto Malini
Diritti umani,
pane del mondo,
leggi sepolte,
codici di giustizia
dimenticati.
Chi li protegge
è tenuto sotto controllo
dai guardiani delle razze,
delle frontiere,
dell'ordine
e dai loro cani.
Chi li difende
è in prima linea,
dove vendetta
celebra processi,
popola carceri,
insanguina patiboli.
(Ogni giorno
si muore, in prima linea:
ieri è toccato
a Salvator Muhindo,
un difensore dei diritti umani,
in Congo).
Diritti umani:
Si diffondono
nell'aria ammorbata dall'odio
come ossigeno
che porta la vita,
come polline di libertà.
Diritti umani,
noi vi libereremo
un po' per giorno,
perché il mondo
non vi perda
e diventi un inferno
senza accorgersene.
Roberto Malini è poeta, scrittore e attivista. Insieme a Matteo Pegoraro e Dario Picciau, è al centro di una campagna FrontLine che si oppone alla persecuzione dei difensori dei Diritti Umani.
L'autore leggerà "Diritti Umani" e altre poesie, accompagnato da una chitarra gitana, il 27 agosto 2010, a Benicassin, in Spagna, durante il festival Rototom Sunsplash 2010, nella serata dedicata al Manifesto antirazzista "Vivere nella diversità". Il Rototom Sunsplash è il più importante evento europeo dedicato alla musica reggae, alla tolleranza e al rispetto dei Diritti Umani. Dopo 16 anni in Italia, il festival si trasferisce in Spagna, a Benicassin, sulla costa mediterranea di Castellon, 88 km da Valencia. Ogni anno il Rototon Sunsplash attrae una media di 130 mila persone da 120 Paesi. L'intolleranza e la deriva razzista in corso in Italia hanno indotto gli organizzatori e gli artisti a spostare l'evento, per la 17a edizione, in Spagna, un Paese più democratico e aperto alle culture altre, ambiente ideale per un festival che fa dei Diritti Umani la sua bandiera.
L'autore promuove in Italia e nel mondo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Difensori dei diritti umani.
( http://www2.ohchr.org/english/issues/defenders/translation.htm )
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Arte. E' di Filippo Rusuti il Cristo scoperto in Campidoglio
Secondo Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky fu commissionato dal cardinale Pietro Colonna fra il 1288 e il 1297
Roma, 15 giugno 2010. E’ stato appena scoperto a Roma, in una torre del Palazzo Senatoriale in Campidoglio, un trittico medievale dipinto ad affresco. L’opera, più volte danneggiata nel corso dei secoli, mostra un Cristo trionfante, i santi Pietro e Paolo e tracce di un’aureola che apparteneva a una Vergine Maria. Secondo Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei capitolini, “Gli affreschi sono da datarsi forse agli anni Venti-Trenta del Trecento”. Alcuni storici dell’arte ritengono che l’opera possa essere attribuita alla bottega dal grande Pietro Cavallini. E’ di opinione diversa Alfred Breitman, artista e studioso del Gruppo Watching The Sky: “Si tratta di un dipinto di notevole qualità,” commenta, “che suscita ammirazione nonostante le lacune, l’ultima delle quali opera di un muratore addetto a lavori di ristrutturazione, che nel primo Novecento cancellò la parte superiore del volto di Gesù. Si è parlato del Cavallini, ma il trittico presenta ancora gli stilemi del bizantino, da cui il maestro si allontanò, optando per una pittura naturalista. Lo stile e il soggetto, invece, sono tipici di Filippo Rusuti, autore di un Cristo trionfante molto simile a questo, che si trova nella basilica romana di Santa Maria Maggiore ed è firmato, dunque di attribuzione certa”. A questo punto Breitman si concentra su un altro particolare del trittico: lo stemma nobiliare che si trova accanto al ritratto di San Pietro: “E’ una colonna,” spiega, “ovvero lo stemma della famiglia Colonna. Il fatto che sia accostato a san Pietro non è casuale, ma indica il mecenate che commissionò l’opera. Si tratta del cardinale Pietro Colonna. Questa deduzione ci consente di datare l’opera con precisione: non il Trecento, ma un po’ prima, fra il 1288 e il 1297, periodo in cui Pietro fu cardinale a Roma. Nel 1297 venne deposto da papa Bonifacio VIII, mentre nel 1306 fu ancora cardinale, ma ad Avignone. E' importante evidenziare come anche il Cristo trionfante di Santa Maria Maggiore avesse quale committente Pietro Colonna”. Breitman descrive il trittico con l’entusiasmo di chi ama profondamente l’arte. Non a caso il suo gruppo si è distinto in passato per il recupero di opere perdute o dimenticate. “Il trittico del Campidoglio,” conclude, “arricchisce il patrimonio artistico della città di Roma e restituisce alla Storia dell’Arte una pagina importante, perché sono pochissimi i dipinti conosciuti di Filippo Rusuti, uno dei più grandi maestri della Scuola Romana e di tutta l’arte del Medioevo”.
 
Nelle foto, il Cristo trionfante del Campidoglio e il mosaico di Filippo Rusuti in Santa Maria Maggiore
Link correlati:
http://www.vip.it/campidoglio-scoperto-affresco-medievale/
http://www.romanotizie.it/arte-e-di-filippo-rusuti-il-cristo-scoperto
http://www.notizieitalia.com/news_locali/roma/347978-arte
http://www.corriereromano.it/roma-notizie/8060/Palazzo
http://www.asca.it/regioni-ROMA_CULTURA__RITROVATO
http://medievale.splinder.com/post/22879757/spilamberto
http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=71742
http://www.wakeupnews.eu/2010/06/18/campidoglio-riemerge
Contatti:
Gruppo Watching The Sky
www.watchingthesky.org :: www.whitemouse.eu
info@watchingthesky.org
tel. 331 3585406
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La legge sulle intercettazioni
Milano, 13 giugno 2010. E' evidente che si fanno troppe intercettazioni in Italia, con violazione del diritto alla privacy e sprechi immani. Una buona legge avrebbe dovuto circoscriverne l'uso ad alcuni campi di indagine, fra cui quello legato al crimine organizzato. Lo stesso discorso vale per i pentiti. Quelli attendibili come Spatuzza dovrebbero costituire la via maestra per arrivare al cuore del problema e cominciare ad estirparlo. Invece sono costantemente delegittimati. Il risultato della legge sulle intercettazioni è solo quello di creare una cortina protettiva intorno all'impero dei boss.

E' innegabile, inoltre, che sarebbe necessaria una riforma della magistratura, ma non per legare le mani ai magistrati e creare una casta di intoccabili. Bisognerebbe far sì che i giudici che sbagliano, mettendo in galera innocenti e continuando a far carriera, fossero messi di fronte - come i medici, per esempio - ai loro errori e alle loro responsabilità, pagando a propria volta la superficialità, l'inadeguatezza (o peggio) nei verdetti. Avremo così meno abusi giudiziari e meno paura, da parte degli italiani e soprattutto delle classi deboli, dei giudici. Roberto Malini
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
A Milano, poesia contro il razzismo e l'omofobia
Emozione e commozione durante il reading del poeta-attivista Roberto Malini. Sdegno per l'intervento ispirato al più velenoso pregiudizio contro i gay da parte del poeta Ahmed S.: "l'omosessualità è disgustosa, ha portato nel mondo l'Aids e merita di essere punita". Malini e il pubblico presente gli impartiscono con civiltà una lezione di diritti umani. La giovane artista Rom Rebecca Covaciu ha portato la sua testimonianza.
di Alfred Breitman
Milano, 11 giugno 2010. Roberto Malini, poeta e attivista, ha tenuto ieri sera un reading di poesia presso il Circolo Arci di via Rovetta 14. L'autore ha interpretato un ciclo di poesie su temi quanto mai attuali e condivisi dagli organizzatori dei "Giovedì di Turro": la Shoah e il Samudaripen (l'Olocausto dei Rom), l'orrore della guerra e delle persecuzioni, le violazioni dei diritti dell'uomo che si perpetuano anche ai nostri giorni, senza che la civiltà riesca a curarne le cause, profondamente legate a una cultura incapace di diventare universale e tollerante. "Ho riunito sotto il titolo Fragile. Memoria, poesia e Diritti Umani," scrive Malini nell'introduzione del libro editato appositamente per la serata, "una serie di poesie e due videopoemi incentrati sulla mia trentennale ricerca nell’àmbito della memoria dell’Olocausto e sulla mia esperienza di difensore dei Diritti Umani. La prima parte della lettura è dedicata ai testimoni dell'Olocausto che ho conosciuto nel corso degli anni e ai poeti assassinati nei lager o superstiti allo sterminio. Il 12 giugno, fra l’altro, ricorre l’81° anniversario della nascita di Anne Frank, giovane vittima dell’odio razziale e simbolo universale del genocidio di milioni di innocenti. Come ripetono da sessantacinque anni i sopravvissuti, i germi dell’Olocausto sono ancora attivi ed è nostro compito riconoscerli nel tessuto vivo della società moderna, che si proclama civile esattamente come quella in cui si formarono fascismo e nazionalsocialismo. Successivamente, la lettura presenta il mondo di chi, ogni giorno, è costretto a un difficile e doloroso impegno per sopravvivere, mantenere unita le famiglia, evitare di farsi annientare dentro il tritacarne dell’intolleranza, nel cui perverso meccanismo giocano un ruolo decisivo politica e media.

Rom, migranti 'illegali', senzatetto, omosessuali hanno cucite addosso stelle di Davide invisibili ed è intorno a loro che fermentano ancora i germi del pregiudizio e della violenza. È 'fragile' la memoria se non diventa ammonimento e messaggio all’umanità. I videopoemi Addio, Pesaro e Makwan, lettera dal Paradiso, sono nati dal lavoro che il regista e attivista Dario Picciau e io compiamo insieme, da più di 15 anni, sia nel campo artistico che nelle campagne per i Diritti Umani". Roberto ha interpretato le poesie con passione e commozione, alternando toni di speranza alle voci laceranti del dolore che colpisce le vittime delle persecuzioni e che la poesia ha il compito di restituire in forma di testimonianza. Anche i videopoemi che l'autore ha realizzato insieme al suo amico regista Dario Picciau hanno emozionato gli ascoltatori. "Tutto quello che Roberto racconta nelle sue poesie," ha commentato al termine del reading la giovane artista Rebecca Covaciu, presente in sala, "è vero. Noi Rom, spesso costretti a sopravvivere nelle baracche, esposti alla violenza dei razzisti e agli sgomberi effettuati dalla polizia, conosciamo bene cosa voglia dire essere rifiutati, insultati, percossi e gettati in mezzo alla strada. Le nostre mamme e i nostri papà, i bambini piccoli che non hanno diritto a un posto caldo e tranquillo sono nelle poesie di Roberto e nel mio cuore". Il dibattito che ha coinvolto il pubblico ha toccato argomenti tanto attuali quanto urgenti e ognuno ha ribadito la necessità di dedicare energie sempre più importanti alla difesa dei Diritti Umani, che è contemporaneamente difesa della civiltà. Unica nota stonata, alcuni interventi del poeta egiziano Ahmed S., che di fronte alle poesie incentrate sul martirio dei gay e delle lesbiche nei regimi integralisti e sull'omofobia in Occidente, ha dichiarato che, in base ai dettami del Corano, "l'omosessualità è disgustosa, ha portato nel mondo l'Aids e merita di essere punita, magari non con la morte, ma con il carcere, perché va contro Dio e non è capace di generare nessuna forma di vita, né bambini né scarafaggi". Rami Lavitzky, figlio dell'Olocausto di seconda generazione e studioso delle persecuzioni nella Storia, ha ripreso l'egiziano con fermezza, opponendo le ragioni della tolleranza e del rispetto ai veleni di una pericolosa cultura della discriminazione, del fanatismo religioso e dell'odio. "E' anche per evitare il diffondersi di questi germi," ha commentato il musicista Enrico Zanier, "che dobbiamo ringraziare Roberto per la sua poesia e il suo impegno nel difendere i Diritti Umani".
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Roberto Malini a KlausCondicio: "Nelle carceri il 40% dei suicidi è dovuto a stupri"
Roma, 10 giugno 2010. Gli stupri e la schiavitù sessuale di cui sono vittime i detenuti più giovani è concausa almeno nel 40% dei casi di suicidio in carcere. È la denuncia di Roberto Malini, co-presidente per l'Italia di EveryOne, associazione che si occupa di diritti umani. «Lo abbiamo riscontrato attraverso le nostre consulenze psicologiche - ha spiegato Malini nel corso di KlausCondicio, il programma condotto da Klaus Davi su YouTube - che tra l'altro attestano che lo stupro colpisce la popolazione giovanile carceraria. Oltre allo stupro anale, il giovane viene costretto a praticare la fellatio e altre forme di sesso coatto. Queste ricerche attestano anche la forte tendenza all'autolesionismo, visto che molti ragazzi si tagliano braccia, gambe e petto pur di sottrarsi a tali pratiche». EveryOne, consulente dell'Alta Corte dei Diritti Umani dell'Onu, ha denunciato lo Stato italiano per le condizioni inumane in cui versano i detenuti nelle carceri e per la condizione di schiavitù sessuale dei più giovani. «La denuncia ha sortito un primo effetto visto che - ha rivelato Malini nel corso dell'intervista a Klaus Davi - il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha rivolto il 9 febbraio scorso all'Italia ben 92 “raccomandazioni”: si va dalla denuncia della tratta di esseri umani ai ritardi di Roma nel recepire il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura, passando per il “Pacchetto sicurezza” e la situazione delle carceri. Purtroppo il 4 giugno l'Italia ha detto no alle raccomandazioni riguardanti la tortura, mentre ha accettato quelle rivolte al sovraffollamento e alle condizioni di detenzione; tuttavia si tratta di raccomandazioni generiche che difficilmente condurranno a provvedimenti concreti».

«I casi di stupri e di schiavitù sessuale stimati nelle carceri italiane - spiega Malini - sono oltre tremila ogni anno, una cifra che corrisponde a ben il 40% di tutti gli stupri che vengono perpetrati in Italia anche grazie alla connivenza delle guardie carcerarie. I casi non vengono denunciati - continua - esiste una omertà che coinvolge tutti: guardie carcerarie e carcerati stessi, oltre che strutture mediche che non sono adibite al controllo dei sintomi come abrasioni anali o rettali. Non vengono fatte visite specifiche. I direttori, le guardie e gli educatori tollerano questo stato di cose, ritenendolo parte della pena da scontare, perchè per molti di loro la prigione deve essere un inferno. Vi sono anche guardiani ed educatori - continua Malini - che provano eccitazione di fronte allo spietato sadomasochismo. Oltre a questo, esiste una omertà culturale tipicamente italiana per la quale lo stupro di una donna viene considerato gravissimo e quello di un uomo passa sotto silenzio». «L'ultimo caso è avvenuto a San Vittore - denuncia Malini - un giovane rom di 19 anni, detenuto per un piccolo furto, è stato fin dall'inizio del soggiorno in carcere vittima di una serie di stupri, culminati con una violenza di gruppo. Per sottrarsi a questa situazione ha lottato con tutte le sue forze, fino a farsi una ventina di tagli sul corpo. Solo allora, completamente ricoperto di sangue, le guardie l'hanno spostato in un altro settore. Siamo in grado di documentare oltre 100 casi di stupro avvenuti nelle carceri italiane, che colpiscono soprattutto i giovani detenuti stranieri, molti dei quali sentiti nel corso della nostra indagine. I nostri riscontri sono stati evidenti, con nomi e cognomi. Grazie alla nostra denuncia, l'Alto Commissariato dell'Onu ha fatto alcune raccomandazioni all'Italia sullo stato di degrado delle carceri». (AGI)
www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=316379
http://video.aol.ca/video-detail/klauscondicio-malini-carceri
http://www.youtube.com/watch?v=r4z9w7Wza9E
http://avvertenze.aduc.it/notizia/disumanita+carceri
Nella foto, Klaus Davi (realizzatore e intervistatore di KlausCondicio)
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Terror Flotilla. Affrontare con equilibrio l'insidia del "pacifismo violento"
di Roberto Malini
Milano, 6 giugno 2010. Al di là di qualsiasi considerazione politica e al di là di una manifesta impreparazione da parte dei militari israeliani di fronte a un'imbarcazione-trappola con alcuni terroristi a bordo, "pronti al martirio" come le bombe umane palestinesi, le foto dei soldati israeliani feriti mostrano la differenza fra pacifismo e quell'integralismo violento e manifestamente anti-ebraico promosso dai Fratelli Musulmani (di cui fanno parte Hamas e il suo organo di raccolta fondi "Union of Good") e da una rete antisionista che di fatto opera per colpire (e annientare, secondo i proclami nel sito di Hamas e le dichiarazioni del presidente dell'Iran) lo Stato di Israele, dopo una propaganda diretta a delegittimarlo agli occhi dell'opinione pubblica mondiale e sorretta da alcuni media. Le foto diffuse da una nota agenzia dopo aver tagliato la mano di un terrorista che impugna un coltello sono emblematiche. Tutti sanno, ma alcuni ignorano deliberatamente quando esprimono opinioni, che la nave passeggeri Mavi Marmara era organizzata a cura dell'IHH, organizzazione legata ad Hamas - attraverso l'Union of Good - che non nasconde i collegamenti con la Jihad globale e Al Qaeda. E' evidente che vi è una strategia collegata alla "Flotilla" e agli eventi luttuosi che hanno caratterizzato la sua azione; è chiaro che il network della "guerra santa", la Repubblica Islamica dell'Iran e una certa area della Turchia non sono rimasti sorpresi da quanto accaduto ed è palese che chi parte per il "martirio" ha una missione di provocazione violenta. Una visione realistica dei fatti dovrebbe evitare di deformarli e piegarli alla solita visone che si vuole avere delle politiche belliche e di sicurezza israeliane. Pacifismo e terrorismo sono agli antipodi, anche quando il lupo veste le pelli dell'agnello. Quello che è accaduto è tragico, terribile, ma ha radici in un piano premeditato in ambienti integralisti e non nelle politiche di Israele. Questo assunto non deve tuttavia togliere spazio a una legittima critica verso la strategia di contenimento delle azioni (umanitarie e non) di sostegno al popolo palestinese, che deve cambiare sia per restituire un'immagine civile di Israele presso l'opinione pubblica internazionale, sia perché vanno evitati a qualunque costo inutili spargimenti di sangue. Esistono, per situazioni di inaspettata violenza in cui i militari si trovano di fronte aggressori muniti di armi bianche o improprie, pistole e fucili a choc elettrico, proiettili di gomma, cortine di fumo e gas, sistemi d'arma paralizzanti, pallottole soporifere: metodi efficaci e contemporaneamente rispettosi della vita umana.
Vedi foto: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2010/06/07/pop_soldati.shtml
Link correlati:
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=90&id=35046
http://www.lideale.info/ReadArticolo.aspx?id=3074&par=c
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Giovedì 10 giugno a Milano, poesia e Diritti Umani con Roberto Malini
Milano, 6 giugno 2010. Giovedì 10 giugno dalle 21.15 presso il circolo Circolo Arci Martiri di Turro in via Rovetta n° 14, a Milano, si terrà la performance di lettura e video "Fragile - Memoria, poesia e diritti umani", poesie e videopoemi di e con Roberto Malini. E' il secondo appuntamento del ciclo degli incontri/serate di giugno 2010 della rassegna "I giovedì di Turro", organizzata dall'Associazione La Conta in collaborazione con il Circolo Arci Martiri di Turro. Roberto Malini presenterà una serie di poesie e videopoemi incentrati sulla sua trentennale ricerca nell'ambito della Memoria e sulla lunga esperienza di difensore dei Diritti Umani. La prima parte sarà dedicata ai testimoni che ha conosciuto nel corso degli anni e ai poeti assassinati nei lager nazisti o superstiti allo sterminio.

La seconda sarà dedicata a chi ogni giorno è costretto a un difficile e doloroso impegno per sopravvivere, mantenere unita la famiglia, evitare di farsi annientare dentro il tritacarne dell'intolleranza, nel cui perverso meccanismo giocano un ruolo decisivo la politica e i media. Rom, profughi, migranti "illegali", senzatetto, omosessuali: intorno a loro fermentano ancora i germi del pregiudizio e della violenza. Con lo spettro dell'antisemitismo sempre in agguato. E' "fragile" la memoria se non diventa ammonimento e messaggio all'umanità. I videopoemi Addio, Pesaro e Makwan, lettera dal Paradiso sono nati dal lavoro svolto insieme al regista Dario Picciau, in una collaborazione che continua da più di 15 anni sia in ambito artistico che nelle campagne per i Diritti Umani.
Nella foto, copertina del libretto realizzato per la serata.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
E' morto il poeta Peter Orlovsky, un uomo di pace
di Roberto Malini
Los Angeles, 1 giugno 2010. E' morto all'età di 76 anni, per un tumore ai polmoni, il poeta statunitense Peter Orlovsky, che fu compagno di Allen Ginsberg. Era da tempo ricoverato presso il Karme Choling Meditation Center di Barnet, nel Vermont. Orlovsky e Ginsberg furono la coppia omosessuale più celebre e fotografata d'America. Conobbi Peter a Milano, negli anni 1980. Me lo presentò Fernanda Pivano, che l'aveva condotto ad assistere a una lettura di poesia del gruppo che avevo fondato in quel periodo, presso il locale milanese "Entropia". Peter si disse entusiasta della nostra performance, che si avvaleva dello strumento poetico per trasmettere al pubblico i valori della pace e dei diritti fondamentali dell'uomo.

Ricordo che abbracciò a lungo me e Paola Astuni, una straordinaria poetessa transessuale, e ci disse di credere solo nella poesia capace di avvicinare gli esseri umani e i popoli. Lo ricordo come un poeta originale e un uomo profondamente buono. "Mi unisco alla tristezza per la sua perdita," mi ha scritto il giornalista Emanuele Giordana, "personaggi come Orlovsky appartengono a una stagione di cui avremmo ancora bisogno".
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Incontro a Milano con Paul Polansky, poeta dei Rom
Milano, 28 maggio 2010. Ieri sera il poeta e attivista americano Paul Polansky, che da oltre dieci anni vive in Kosovo, impegnandosi in una difficile campagna per i diritti delle popolazioni Rom locali, ha tenuto una lettura di poesia presso il Circolo ARCI Martiri di Turro, in via Rovetta 14, a Milano, nell'àmbito della rassegna di poesia "I giovedì di Turro". Organizza la rassegna l'Associazione “La Conta” O.N.L.U.S. Prima della cena e del "reading", Polansky ha conversato a lungo con Fabrizio Casavola - uno degli organizzatori, che ha un'esperienza ventennale nella cultura e nelle tradizioni Rom - e con Roberto Malini, Dario Picciau, Steed Gamero, Fabio Patronelli di EveryOne. Malini, a propria volta poeta e difensore dei Diritti Umani, sta scrivendo insieme a Paul una silloge di poesie dedicate al mondo Rom, che sarà patrocinata dall'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani e vedrà i due poeti accomunati in futuri "reading" di poesia e Diritti Umani. La serata ha riscossoso notevole interesse da parte del pubblico accorso, che al termine della lettura e della proiezione di un videodocumento - girato da Polansky - sui Rom del Kosovo, ha posto all'autore una serie di domande utili a capire un dramma del nostro tempo. I Rom del Kosovo, dopo il conflitto e le durissime repressioni, si sono trovati in condizioni di grave esclusione sociale, costretti a vivere in campi-profughi edificati in aree malsane. Paul Polansky si batte in particolar modo per i Rom di Mitrovica, che vivono presso insediamenti situati vicino a miniere di piombo abbandonate, avvelenati da residui tossici del minerale e vedono i loro bambini ammalarsi di gravi patologie neurovegetative, ritardo mentale e tumori. Hanno pesanti responsabilità riguardo a questa situazione allucinante di morte lenta, lesiva di ogni diritto fondamentale della persona, le Nazioni Unite.
I Rom di Mitrovica, fra piombo, violenza e indifferenza (http://www.sivola.net/dblog/cerca.asp?cosa=paul)
di Paul Polansky - trad. di Jessica Meyers
Mitrovica, Kosovo. Saffet Ramic ha imparato dai tempi della guerra a viaggiare con un cacciavite. In una polverosa strada di Mitrovica, tira il suo carro a lato della strada. Poi tira fuori il cacciavite dalla sua tasca destra. Svita le targhe con la registrazione del Kosovo e le pone all'interno. "Così i Serbi non ci uccidono" dice semplicemente. E' concesso girare senza targhe in questa parte della città, visto che le targhe del Kosovo qui non sono accettate. Dopo diversi posti di blocchi, quando il carro torna in territorio albanese, riavvita le targhe. "Così gli Albanesi non ci uccidono" dice Ramic, 30 anni, rivelando con la sua pelle color bronzo di non essere Serbo od Albanese, ma uno dei circa 30.000 Rom che sono parte dei 2 milioni di popolazione del Kosovo.. In una regione dove ad otto anni dal conflitto tra le forze serbe e gli Albanesi del Kosovo le tensioni etniche rimangono alte, Ramic naviga tra due mondi chiaramente definiti, anche se non appartiene a nessuno dei due. Come le targhe del furgone, Ramic svita ed avvita la sua identità secondo la necessità e convenienza. Molti dei 150.000 Rom finirono in mezzo al conflitto del 1998-1999, quando erano considerati dagli Albanesi collaborazionisti dei Serbi, mentre l'armata serba li sgomberava dai villaggi dei kosovari albanesi. A migliaia finirono nei campi temporanei, dove sono tuttora. Oltre 120.000 lasciarono il paese prima dell'intervento NATO e della sconfitta dei Serbi, con il successivo protettorato ONU in Kosovo. Come risultato del conflitto, molti Rom -termine a cui vanno aggiunti gli Askali di lingua albanesi e quelli che si chiamano Egizi - hanno adattato la loro identità per sopravvivere. Anche se Ramic si considera Rom, in qualche caso è più sicuro per lui dichiararsi Askali. Rimane incerto quando la regione riguadagnerà abbastanza stabilità perché Ramic possa dichiararsi senza problemi e i Rom facciano ritorno alle loro case. Si attende quest'anno un accordo finale, secondo il quale il Kosovo diventerebbe uno stato indipendente, un trionfo per gli Albanesi, ma una perdita devastante per i Serbi. In una terra dove tutti rincorrono una loro identità, i Rom - senza nazione e coesione - vivono sul punto di rottura. Molti chiedono soltanto di tornare a casa.
Storia rivissuta
Con l'indipendenza e possibili ulteriori violenze. i Rom sono impauriti, disillusi e stanchi di essere in mezzo ad una guerra che non gli appartiene. Per questa minoranza, lo status del Kosovo è solo un'altra occasione per vuote promesse ed ulteriori dispersioni. Ramic annuisce ad un uomo in uniforme blu. Rallenta il furgone e si prepara a parlare albanese. Se il poliziotto è un Albanese, oggi Ramic sarà Askali. Il poliziotto guarda i documenti e riconoscendo la pronuncia di Ramic, gli si rivolge in serbo. Il Rom risponde con un sospiro trattenuto. Diversi kilometri più tardi, il carro si ferma di fronte al ponte che connette la Mitrovica settentrionale alla sua controparte albanese del sud. "Non voglio andare da quella parte," dice Ramic guardando la simbolica divisione sulfiume Ibar. Parcheggia a diversi metri dal ponte ed aspetta. Situata nella parte più settentrionale del Kosovo, il confine con la parte serba di Mitrovica è considerato una delle aree più a rischio violenza. In una città dove una divisione tangibile separa un'etnia dall'altra, tanti i Serbi a nord che gli Albanesi a sud, sono particolarmente sensibili sulle conseguenze della possibile indipendenza del Kosovo.
Presi in mezzo
"Noi siamo il ponte ed ognuno ci passa sopra," dice un altro Rom, Dzafer Micini, 38 anni, seduto sul pavimento della sua casa di tre stanze a Kosovo Polje. Ricorda le rovine fumanti delle case dei suoi vicini, quando cinque anni fa gli Albanesi attaccarono la città. Il villaggio è un obiettivo sensibile a causa della grande battaglia che nel Medio Evo vide l'esercito ottomano sconfiggere i Serbi, un evento che tuttora genera passioni nazionaliste tra i Serbi. I musulmani Albanesi sono visti come discendenti dell'oppressore Turco. L'enclave serba conta circa 15 famiglie Serbe e cinque case Rom. Micini teme che gli Albanesi vogliano bruciare il villaggio a predominanza serba e sta disperatamente cercando di vendere casa. Come molti Rom, d'altronde, non ha i documenti giusti per farlo. "Non possiamo essere agnelli tra i lupi," dice, gettando uno sguardo al suo figlio più giovane che gioca con le decorazioni festive in un angolo. La nera stufa a legna riscalda la stanza vuota, illuminata dalla luce elettrica. Dice che si preoccupa di mandare i suoi figli al mercato. "Albanesi e Serbi sono falsi. Quando hanno bisogno di noi per combattere ci dicono fratelli. Se no, dicono 'Zingari, andatevene.'" Micini è stato fortunato. Scappato in Serbia durante la guerra, la sua casa era una delle poche ancora in piedi quando ritornò al villaggio un anno dopo. Quando ci furono i disordini nel marzo 2004, Micini non era a casa. Era a Pristina con diversi altri parenti maschi. Non poteva tornare da sua moglie e dai figli a Kosovo Polje, distante 12 kilometri e non vuole rivivere quel senso di impotenza per la terza volta. Se i Serbi che popolano il villaggio saranno forzati ad andare, dice, ai Rom non rimarrà altra scelta che partire pure loro. Molti Rom ora vivono nelle enclave serbe, piccoli villaggi persi nel Kosovo dove il cirillico prende il posto dell'alfabeto latino usato dagli Albanesi. Durante il brutale decennio di Slobodan Milosevic che restrinse la libertà dei Kosovari albanesi, persino i Rom avevano diritti non concessi all'etnia albanese, che costituiva circa il 90% della popolazione. Quando la Missione ONU in Kosovo (UNMIK) prese il controllo della provincia e stabilì un governo provvisorio guidato dai Kosovari albanesi dopo la guerra, i Rom si ritrovarono dispersi e disprezzati, incapaci di costituirsi come gruppo che rivendicava i propri diritti. Divenne soltanto marginalmente più sicuro identificarsi come Askali di lingua albanese. In una regione popolata da Rom che si dichiarano Askali, la guerra e le continue violenze hanno creato una variazione nell'auto-definizione. Ora ne i Rom ne gli Askali sono realmente al sicuro. Tutti subiscono le conseguenze della guerra. "Molti sono diventati Askali durante la guerra" dice Akif Mustafa, 48 anni, un Rom dell'enclave serba di Plemetina. Disegna un cerchio nell'aria. "Questo è il circolo del pane. Il pane si sta rompendo in pezzi," dice, simbolizzando la creazione dei Rom, Askali ed Egizi. "Ma, vedi, è solo del pane spezzato. Siamo tutti Rom e siamo sempre i più poveri."
Intossicazione e rilocazione
I Rom sono il gruppo di minoranza più povero del Kosovo, agli ultimi posti nella scolarizzazione e col più alto tasso di disoccupazione. Oltre un terzo vive in estrema povertà, paragonato al 4% dei Serbi e al 13% degli Albanesi, secondo un rapporto del Programma di Sviluppo ONU. Con pochi soldi e nessun posto dove andare, molti non hanno potuto lasciare la regione dove le loro case sono state date alle fiamme nel 1999. Quanti non hanno potuto andare in Germania o scappare in Serbia sono finiti nei campi ONU. Otto anni dopo, la maggior parte è ancora lì. "Per gli Zingari è peggio adesso che durante l'Olocausto" dice Paul Polansky, fondatore della Fondazione dei Rifugiati Rom del Kosovo e studioso amatoriale dei Rom. Polansky recentemente ha condotto 100 interviste orali a Rom sopravissuti all'Olocausto e dice che l'attuale situazione per i Rom del Kosovo è una pari atrocità. In nessun altro posto la sofferenza dei Rom in Kosovo è più evidente che nel campo per rifugiati inquinato dal piombonella parte nord di Mitrovica. Uno di loro, Cesmin Lug, si trova al limite della parte serba di Mitrovica. Cumuli di metallo, da cui ha origine il piombo, percorrono il campo di baracche di latta. La casa di Sebiha Bajrami è dipinta di rosa e giallo. All'interno, due donne lavorano una pasta e la pongono sulla stufa che riscalda le due stanze. La loro è una delle 40 famiglie che hanno scelto di vivere nel campo contaminato, invece che nel nuovo campo dall'altra parte della strada. Chiamato Osterode, è la soluzione ONU alla contaminazione da piombo nei tre campi per i dispersi interni (IDP). "A Cesmin Lug c'è inquinamento da piombo e a pochi metri c'è Osterode, ma è lo stesso" dice Bajrami, 35 anni, che non crede alle assicurazioni delle autorità che il campo di Osterode sarebbe più salubre. "Al limite a Cesmin Lug abbiamo l'acqua ed è più pulito, perché c'è meno gente e vengono fatte le pulizie." Nel campo ci sono attualmente 166 persone, comparate ai 43 di Osterode. Lo scetticismo di Bajrami nasce anche dal fallimento dell'UNMIK nel recepire le preoccupazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) sui livelli dell'inquinamento nel 2000. La WHO ha ripetuto che l'esposizione all'aria, all'acqua e al cibo, porta a danni irreversibili al cervello. Le conseguenze sono più profonde per i bambini. Bajrami, che è anche una giornalista rom per la locale stazione radio serba, ha contribuito alla creazione di un'organizzazione femminile che produce tovaglie e tessuti. [...] Ma la situazione interna non varia. "Questo sarebbe il nostro quarto campo e siamo stanchi di tutti i campi," dice. "Vogliamo tornare alle nostre case, non Osterode." Qui non è più salubre e sicuro. Quando Bajrami deve avventurarsi nella parte sud di Mitrovica, prende determinate precauzioni. Non si riferisce mai a se stessa come Rom e parla solo albanese. Una volta, ricorda, fu accostata da un Albanese che aveva riconosciuto il suo nome. Era lei la ragazza che leggeva le notizie in serbo, le domandò. "Sì," rispose. "Sono la schiava che legge le notizie di altre persone. Trovami un altro lavoro da fare." Bajrami spera un giorno di aprire una stazione radio rom, una che suoni musica rom tradizionale e si occupi di politica dei Balcani. Ma prima, come tutti nel campo, vuol fare ritorno a casa.
Il ciclo della dimenticanza
Una barriera con un pesante cancello, separa Bajrami e il resto di Mitrovica da Osterode, il nuovo campo dichiarato dall'UNMIK "libero da inquinamenti". Una guardia albanese osserva dal suo piccolo chiosco. Riconoscendo il camion bianco della Norwegian Church Aid, apre il cancello senza le solite procedure e domande. La OnG norvegese ha preso in carico la gestione del campo, una serie di baracche bianche e un edificio più alto. Nonostante i colori vivaci dei vestiti e delle tovaglie, il campo ha l'influsso austero di una base militare francese. L'asfalto sostituisce il fango dall'altra parte del cancello. I genitori accompagnano i bambini verso il presidio sanitario, un edificio di due stanze. Qui è iniziato il trattamento per quanti hanno sintomi di avvelenamento da piombo. La porta seguente, su una lavagna sono scritti "cane" e "gatto", qui c'è la scuola. Poi una scala conduce al centro femminile, dove si insegna igiene. Nonostante questi servizi, gli abitanti ripetono che quella non è casa loro. "Non è cambiato niente," dice Skender Gusani, leader dei campi di Osterode, Cesmin Lug e Leposavic. "Quando la gente si è spostata a Osterode, ci furono promesse tante cose e niente è cambiato. Ci hanno promesso acqua corrente ed elettricità per tutte le 24 ore, e riscaldamento. Qui l'inquinamento è migliore, ma i bambini sono ammalati per le condizioni di vita." Hasan Kelmendi, manager del campo per la Norwegian Church Aid conferma che la pressione dell'acqua è inconsistente e lo stesso vale per l'elettricità, ma questa è la situazione che vige in tutta Mitrovica. "Posso dire che la situazione a Osterode è migliore degli altri campi," aggiunge indicando i servizi igienici e la lavanderia. Ad ogni famiglia è assegnato una piccola stufa elettrica, che serve a poco quando manca la corrente, dice Gusani, che poi descrive le situazioni in cui si accende un piccolo fuoco sul pavimento per scaldarsi. Sono stanchi di vagare tra campi, regolamenti e cancelli. "Viviamo come animali," dice Gusani. "La sorveglianza controlla ogni nostra cosa. E' come vivere in un campo di concentramento." Neville Fouche, coordinatore della Roma Task Force dell'UNMIK, dice che i cancelli sono più per la sicurezza che per ostruzione. Permettono all'agenzia di controllare che entra nel campo. Poi Fouche ritiene che bruciare le batterie, da cui estrarre il piombo, peggiora il problema dell'inquinamento dei campi. Poi sottolinea che il nuovo campo di Osterode, che riunisce tre campi in uno, è una soluzione temporanea. "Non abbiamo intenzione di renderlo permanente," dice. "Questo è soltanto un centro di transito per condizioni mediche". Aggiunge che la meta ultima è il ritorno degli abitanti alle loro case.
In mezzo, da qualche parte
Il suono gutturale delle sillabe tedesche collide con il tono lirico del romanes mentre Feruz Jahirovic apre la porta e saluta la sua famiglia, una delle nuove nel campo. A differenza di Jahirovic, che ha passato otto anni nei campi, nove membri della sua famiglia hanno vissuto gli ultimi 15 anni a Munster, Germania. Si dividono due stanze in un edificio di mattoni rossi. Quella di Jahirovic è una del crescente numero di famiglie che hanno perso lo status di rifugiati all'estero e sono state forzate al ritorno. Il Consiglio d'Europa stima che oltre 1.000 Rom siano stati rimandati in Kosovo. Centomila, la maggior parte dalla Germania, sono a rischio di ritorno forzato. E' difficile per quei bambini interagire con i loro coetanei, dato che questi nuovi arrivi sono cresciuti in Germania e parlano tedesco. Arrivati ad Osterode un anno e mezzo fa, anche loro hanno lasciato una casa. "Avevano una vita come altri ragazzi in Europa," dice Jahirovic, scuotendo la testa e guardando i nipoti, che parlano l'inglese meglio del serbo. "Ora che faranno? Cosa faremo?" Il ritorno dei rifugiati ha aumentato la pressione sulle autorità internazionali per trovare un posto dove i Rom possano vivere. A Mitrovica, si stanno costruendo nuove case, al posto delle rovine. Sono per quanti una volta vivevano nel quartiere rom. Dal suo punto di vista Jahirovic guarda le nuove case che sorgeranno accanto al fiume Ibar a Mitrovica sud. Si ricorda di quando suo fratello aveva stanze spaziose, prima che una delle più ricche e vasta comunità rom fosse distrutta. 99 famiglie hanno fatto richiesta per 48 appartamenti, ma Jahirovic non è nella lista. Ha nove bambini, più di ogni altro ad Osterode. Il 70% degli occupanti di Osterode proviene dal quartiere rom dall'altra parte della città. Jahirovic invece viveva in un villaggio vicino che è stato dato alle fiamme. "Dove andremo, a vivere per strada?" chiede riferendosi al 30% degli abitanti del campo che non sono originari del quartiere che una volta aveva 8.000 abitanti. Il Consiglio dei Rifugiati Danese si èimpegnato a ricostruire le case di quanti siano in possesso della documentazione adeguata che certifichi che vivevano nel quartiere di Mitrovica sud. Norwegian Church Aid intende costruire le case anche per quanti non hanno documentazione, ma questa iniziativa appare più incerta. "In quanto minoranza, non mi importa chi comanderà in Kosovo. Mi interessano la libertà di lavorare, la sicurezza ed i miei bambini," dice Jahirovic guardando la recinzione del campo.
Il prospetto del ritorno
Sino all'anno scorso, l'unica evidenza di quel quartiere erano resti di pareti di mattoni e muri sbriciolati. [...] La ricostruzione della Fabricka Mahala - mahala è un termine turco per "quartiere" che ha lo stesso significato tanto in serbo che albanese - è il più grande progetto di ritorno dei Rom mai intrapreso nei Balcani, dice Fouche. Per quanti faranno ritorno alla mahala, la sua posizione a Mitrovica sud significa un cambio di servizi e linguaggi. Quanti vivono nei campi ricevono i servizi sociali dal governo serbo ed anche i bambini frequentano le scuole serbe. Quanti faranno ritorno alla mahala dovranno andare nelle scuole albanesi e non riceveranno più aiuti dalla Serbia. Con queste incertezze alcuni Rom, come il loro leader Gusani, rifiutano di tornare nel loro vecchio quartiere. "Mio figlio sarà in grado di continuare la scuola?" chiede Gusani esprimendo una preoccupazione di molti nei campi. "Avrò libertà di movimento da casa mia?" aggiunge, riflettendo sul fatto che la sicurezza dei residenti nelle enclavi serbe come Mitrovica nord non è garantita in territorio albanese. Come Gusani, molti Rom hanno timore di ritornare nel quartiere da cui sono stati espulsi. Dice Fouche che la forza internazionale di pace controllerà ogni due ore l'area, ma Gusani nega che nessun gliel'abbia mai comunicato. "Nessuno garantisce che i miei figli avranno un futuro sicuro," spiega così perché ha scelto di non fare ritorno alla mahala. Attraversa il confine sud in caso di riunioni, solo sotto scorta dell'UNMIK. Se deve andarci da solo, dice di provenire dal quartiere Askali. "Se torneranno Rom ed Askali, ci saranno violenze," dice risolutamente.
Le paure
Tina Gidzic, una donna rom di 20 anni, prova crampi allo stomaco quando guida verso il suo ex-villaggio, Dobrevo. La città ora è un cumulo di macerie osservabile dall'autostrada Pristina–Mitrovica. Lei nn ha speranze di ritorno. La sua famiglia continua a vivere in Kosovo, ma la casa ora è quella con suo marito a Niš la città serba più vicino al protettorato. Memorie di guerra: la sua casa, come molte altre, fu distrutta nel 1999 quando aveva 13 anni e non è stata ricostruita. Gidzic ricorda di essere cresciuta col suono delle bombe e sua madre che le diceva di non uscire da casa. Suo fratello più giovane è nato a Preoce, una piccola enclave serba a 10 km. da Pristina dove sono fuggiti i suoi genitori e dove vivono tuttora. "Sto diventando nervosa," dice, non riferendosi soltanto al suo villaggio, ma anche all'incerta situazione dello status del Kosovo. "Qui i Rom sono musulmani come gli Albanesi, ma non vogliamo entrare in urto con i Serbi," che sono ortodossi, ci spiega. "Viviamo tutto il tempo con i Serbi, ma loro dicono che stiamo aiutando gli Albanesi." Anche se non sempre sono un bersaglio, ma si trovano sulla linea di fuoco, pensa Gidzic. "Quando gli Albanesi attaccano i Serbi, non sanno se una casa è serba o rom, così bruciano l'intero villaggio. E' così che la violenza ci colpisce." Tina scende dalla macchina e rinchiude il cancello della nuova casa della sua famiglia, una struttura che apparteneva a suo nonno. Raggiunge sua madre, riscaldandosi in una stanza dove funziona la stufa. Sua madre, Miradija, piange ancora quando vede la foto della vecchia casa di Dobrevo. [...] Mentre la guarda dice una delle poche parole inglesi che conosce: "home".
Tentativi di mobilitazione
I Rom non sono tutti silenti sull'argomento indipendenza, neanche Gidzic lo è. "Dovrebbe essere così," dice accompagnando la seconda tazza di caffé turco in una stanza che è cucina, camera da letto e salotto. "I Serbi dovrebbero tornare in Serbia, gli Albanesi in Albania e così i Rom potrebbero stare in Kosovo." Dopo otto anni di identità fluttuanti e in una terra che potrebbe mai essere la loro, alcuni Rom stanno reagendo. Gli attivisti criticano apertamente la missione ONU. Recentemente hanno prodotto un documento dove indicano i loro desideri rispetto al Kosovo indipendente. Tra le loro richieste la partecipazione alle decisioni sullo status del Kosovo, come pure la strategia di ritorno per i rifugiati. "Se non siamo chiari su cosa vogliono le minoranze in Kosovo, ci porteremo dietro un monte di problemi," dice Bashkim Ibishi, uno degli autori del documento. Ibishi è Rom, ma è anche un ufficiale ONU per gli affari delle minoranze in Kosovo. "Non ci sono programmi di assistenza, perché nessuno vuole avere a che fare con noi," dice. A quindici km. di distanza, Saffet Ramic non ha intenzione di rinunciare al suo cacciavite. Continua a spostare le sue targhe e parla di una discussione avuta con un abitante di Kosovo Polje. Stanno considerando di iniziare un affare importando scarpe dall'Albania e rivendendole a buon mercato nel Kosovo. "E' un piano," dice salendo sul furgone. Poi si ferma, gli appare un sorriso sul volto e conclude "Se esisteremo ancora."
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Zingare spericolate
A Roma, presentazione del libro di Vania Mancini, che narra le vicende delle Cheja Celen, principesse che danzano a piedi nudi e non hanno alcun principe che corra a salvarle. Edito da Sensibili alle foglie, foto di Tano D'Amico.
Cenerentole del 2000... sono le Cheja Celen, ragazze che ballano, che accudiscono le baracche e i fratellini, chiedono l'elemosina, girano per "cassonetti", che si trasformano da bambine in principesse di un popolo senza terra. Splendide ballerine acclamate dal pubblico, come Cenerentola perdono le scarpe durante le loro danze perché a loro piace ballare a piedi nudi quando si scaldano sul palco... alla fine dello spettacolo tornano nel loro campo "ognuna a rincorrere i suoi guai" senza neanche la speranza di un principe nella vita che le vada a salvare...

Questo libro racconta le loro storie, al ritmo delle canzoni di Vasco Rossi, ed illustra, attraverso lo sguardo di Tano D'amico (il più sensibile dei fotografi), momenti delle loro esperienze. Con le parole dell' autrice: "Il mondo che vorrei è un mondo dove non esistono persone costrette a vivere in un campo Rom senza documenti e senza diritti. Vorrei un mondo dove non si possa solo perdere... e alla fine non si perde neanche più". Ha scitto il libro "Zingare Spericolate" Vania Mancini, mediatrice culturale, coordinatrice del progetto di scolarizzazione dei minori Rom e già autrice del libro "Chejà Celen, ragazze che ballano".
Presentazione del Libro Zingare Spericolate
alla Provincia di Roma
sala della Pace
Palazzo Valentini via IV novembre (ang. p.za Venezia)
25 maggio dalle ore 17 alle ore 19
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
A Merate, la storia di Roberto Camerani, sopravvissuto ai lager
di Roberto Malini e Associazione Variazioni sul tema
Milano, 17 maggio 2010. Una lezione-teatro cui tutti dovrebbero assistere, gli adulti che hanno dimenticato e i giovani che hanno il diritto di sapere, le minoranze che affrontano nuove forme di persecuzione e i potenti che si pongono troppo spesso sulle orme degli aguzzini nazifascisti, magari non più contro gli ebrei, ma contro i "nuovi ebrei": i Rom, i "clandestini", i poveri e gli esclusi. Protagonista della pièce, Roberto Camerani, sopravvissuto ai campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee, un uomo che, per uno strano (e profondo) gioco del destino, è stato mio vicino di casa per anni, a Cernusco sul Naviglio. Lo incontravo più volte al giorno ed eravamo uniti da un afflato spirituale intenso. Raramente conversavamo sul passato, ma quando, parlando per esempio del tempo, affermavamo - che fosse lui o io a parlare per primo - che "oggi è una bella giornata", sapevamo entrambi che l'argomento non era meteorologico, ma riguardava il tempo dell'anima e della Storia: le nostre "belle giornate", belle in ragione di un cielo azzurro o di un manto di neve abbagliante, di una pioggerella vivificante o di un vento piacevole erano giorni di speranza, giorni di fede. Mi commuove che il mio giovane amico Libero Stelluti, attore fra i più dotati e completi che io conosca, pur non sapendo dei miei tanti ricordi legati a una persona coraggiosa e magnifica, mi abbia mandato la breve presentazione scritta dell'evento e, soprattutto, sia fra i protagonisti della lezione di teatro. Mi commuove e fa della mia giornata una "bella giornata", perché Roberto ci ha lasciati, ma resta un'eredità che ci ha trasmesso e che solo i giovani possono raccogliere, per raccontare ai loro coetanei "cosa c’è sotto la piramide, una volta che si ha il coraggio di rovesciarla". Roberto Malini

La piramide rovesciata. Una storia d’uomo tra infinite storie di uomini
Così definisce la sua esperienza di vita Roberto Camerani, ex deportato nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. Una storia d’uomo che diventa racconto in teatro, trasportandoci negli anni del fascismo visti attraverso l’entusiasmo degli occhi di un bambino cresciuto ed istruito secondo le regole prodotte da quella cultura; regole che ben presto nel giovane Roberto si scontrano con la sua sensibilità e il suo pensiero critico, qualità che lentamente lo portano a guardare in modo diverso a quella società costruita gerarchicamente come un’alta piramide della quale, al di sopra di tutto, è necessario raggiungere il vertice. Una piramide che ricorda tanto quella che ogni giorno tutti noi costruiamo inconsapevoli nella nostra vita. Ma non c’è spazio né tempo per fermarsi e riflettere, né tanto meno per scegliere qualcos’altro. E così Roberto inizia a scivolare lungo il pendio della piramide, sempre più lontano dal vertice, e sempre più vicino alla terra, che per Roberto è casa e madre, una presenza femminea che sarà costante nella sua vita anche laddove gli occhi dei bambini vedranno cose che nessun’anima dovrebbe vedere. Ciò che la Storia può insegnarci è racchiusa qui, in una storia d’uomo tra le infinite storie di uomini, nell’esperienza umana di chi sulla sua strada ha incontrato i campi di sterminio ed ha saputo accettare quanto accaduto spinto dal desiderio di raccontare ai più giovani cosa c’è sotto la piramide una volta che si ha il coraggio di rovesciarla: una vita che è meravigliosa così com’è.
La piramide rovesciata, con: Fabrizio Rizzolo, Arianna Cavallo, Elena Redaelli, Libero Stelluti. Testo e regia: Elena Redaelli.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
16 maggio: ricordiamo l'insurrezione dei Rom e Sinti ad Auschwitz
Domani, 16 maggio, l'associazione La Voix des Rroms celebra per la prima volta in Francia il 66° anniversario dell'insurrezione dei Rom e Sinti ad Auschwitz-Birkenau. Raymond Guèreme, sopravvissuto ai campi e protagonista della Resistenza testimonierà la sua esperienza. La canzone che gli dedicarono le sue sorelle, anche loro internate nei campi, come tutti i Rom catturati dai nazisti, sarà interpretata, con la partecipazione di trenta artisti, durante la celebrazione. Ecco l'emozionante video che presenta l'evento:
http://www.youtube.com/watch?v=bRpAWRSnxgY
Qui di seguito, il testo scritto da Roberto Malini due anni fa, per ricordare la pagina tragica e gloriosa dei Rom e Sinti chiusi nello Zigeunerlager di Auschwitz e tradotta in francese dal prof. Saimir Mile per "La Voix des Rroms".
Siamo tutti Rom
Per opporre alla discriminazione dei Rom ragioni di civiltà è fondamentale celebrare ogni anno, nelle ricorrenze, la memoria delle vittime Rom dell’Olocausto. Scrissi il brano che segue il 16 maggio 2008, per ricordare una pagina di memoria del Samudaripen e dei suoi martiri, che nello stesso giorno, nel 1944, vergarono con il sangue una pagina indimenticabile di resistenza ed eroismo ad Auschwitz, la «fabbrica della morte».
Il 16 maggio 1944 4.000 Rom internati nello zigeunerlager di Auschwitz decisero di opporsi ai loro aguzzini, che secondo programma erano venuti a prelevarli, per condurli nelle camere a gas. Di fronte a un’umanità ridotta in condizioni pietose – formata da nugoli di bambini pelle e ossa, donne e capifamiglia scalzi – si trovava la più potente e organizzata macchina di oppressione morte di tutti i tempi. Non furono solo gli uomini a decidere di non piegare il capo di fronte ai carnefici in divisa; anche le manine ossute dei bimbi e delle donne raccolsero pietre, mattoni, spranghe, rudimentali lame e tutti insieme i Rom di Auschwitz dissero: «No!».
«Non vi daremo i nostri piccoli, perché li facciate uscire dai vostri camini. I vostri medici ne hanno già straziati tanti, sperimentando la loro scienza mostruosa su di loro. Le loro urla salivano fino al cielo, più in alto ancora del fumo denso che usciva dai crematori, più in alto ancora delle nostre preghiere. Non annienterete le nostre famiglie, cui avete già tolto i doni preziosi della libertà e della dignità. Non lasceremo alle vostre mani rapaci, ai vostri cuori tenebrosi, al vostro odio disumano la bellezza delle nostre vite, la santità dell’amore che unisce le nostre famiglie in un popolo povero, ma fiero». Le mamme stringevano al petto i bimbi più piccoli, mentre combattevano; i ragazzini difendevano lo zigeunerlager finché il sangue non li copriva, rendendoli simili agli spiriti della vendetta delle leggende; braccia scure brandivano armi rudimentali in un impeto instancabile, finché le SS si ritirarono, esterrefatte davanti a quell’eroismo, a quel coraggio sovrumano che affrontava le pallottole e le baionette con la carne nuda. Le SS si ritirarono, portando con sé molti cadaveri tedeschi. Solo il 2 agosto 1944 i nazisti – dopo aver ridotto in fin di vita la popolazione Rom prigioniera della «fabbrica della morte», limitando al minimo il suo sostentamento alimentare – riuscirono a liquidare lo zigeunerlager. 2.897 eroi Rom furono assassinati in una sola notte nelle camere a gas di Birkenau.
Oggi, 16 maggio 2008, siamo di fronte agli eredi dei carnefici di Hitler. I mandanti del nuovo crimine di massa sono quegli uomini e quelle donne che vediamo ogni giorno sulle pagine dei giornali e in TV, sorridenti, pieni di boria, rifatti dal lifting e dal trucco, con le bocche ghignanti piene di parole che suonano come «legalità», «giustizia», «sicurezza», ma che significano persecuzione, razzismo e morte. Li vediamo ogni giorno e non hanno più colore politico, perché sono uniti e uniformati dall’odio. Non hanno rispetto di niente: non della vita, non dei diritti umani, non delle leggi universali, non della nuova Europa che si oppone ai pregiudizi. Hanno istigato violenze e pogrom in tutta Italia, ingannando le masse con calunnie razziste e incitamenti alla violenza xenofoba. Non li fermeremo, noi che vediamo ancora la luce dei Diritti Umani, noi che adesso siamo tutti Rom, noi che vogliamo essere Rom perché vogliamo essere giusti, non li fermeremo se non decidiamo fin da adesso di ereditare l’orgoglio dei Rom di Auschwitz e non ci prepariamo a schierarci accanto alle famiglie perseguitate, sfidando le autorità che non rappresentano più nulla, le divise che non rappresentano più nulla, le più alte cariche dello Stato che hanno tradito ogni valore, che non hanno il diritto ad esprimersi a nome di un popolo, di una civiltà di un’umanità che – fra tanti orrori – ha creato anche un testo che è un impegno a costruire un futuro migliore per tutti: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Traduzione in francese su "La Voix des Rroms": http://www.blogg.org/blog-44189-offset-105.html
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Come si combattono gli abusi sui bambini?
Milano, 5 maggio 2010. Due anni fa Amnesty International intraprese la campagna "Il terrore dentro casa", per sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti del dramma che colpisce i bambini, le donne e gli individui vulnerabili. Perché "dentro casa"? Perché le ricerche condotte su basi scientifiche in tutto il mondo dimostrano che tali abusi si verificano quasi sempre all'interno della pareti domestiche, opera di genitori, fratelli, parenti e amici di famiglia. Solo il 6% dei casi denunciati è opera di estranei, quasi sempre connazionali della vittima (un dato che contraddice la leggenda, ormai politico-mediatica, dello "stupratore che viene da lontano"). Se si considera poi che, a causa della vergogna e della paura, soltanto una minima parte degli abusi domestici (dall'8 al 10%) viene confessata dalla vittima ad altra persona o denunciata alle autorità, ne deriva che la tragedia degli abusi si svolge nel 98-99% dei casi fra le pareti di casa e che gli "orchi" hanno spesso i visi rassicuranti di parenti o conoscenti assai prossimi alle famiglie degli abusati.

In data odierna Telefono Azzurro ha comunicato i dati relativi al periodo 1 luglio 2007 - 28 febbraio 2010, che confermano tale realtà: nell'89% dei casi gli abusi sessuali su bambini sono compiuti da familiari, amici di famiglia o persone di fiducia dei genitori. Anacronisticamente, proprio oggi il ministro Carfagna ha annunciato che, riguardo alla pedofilia "I pericoli maggiori vengono dalla rete", anticipando che la guerra agli abusi si svolgerà prevalentemente lì. Si tratta di disinformazione e incompetenza, unita alla presunta inopportunità politica di attuare programmi di difesa del bambino dal suo "nemico dentro casa", che suscita di certo meno allarme-sicurezza di uno "zingaro", un uomo dalla pelle scura o comunque uno straniero, nonché di un'ombra malefica - sospesa fra reale e virtuale - che si aggira in rete a caccia di bambini: "Ucci... ucci... ucci...".
Nella foto, il popolare "orco" dei cartoni 3D, di nome Shrek
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
1989, doveva essere la pace...
Milano, 1 maggio 2010. Piera Tacchino ci segnala un libro interessante, che presenta una delle tante verità scomode dell'ultimo ventennio, periodo nel corso del quale si sono abbattute mura, ma se ne sono innalzate altre, reali e simboliche, ormai apparentemente indistruttibili. Dietro alle nuove, altissime pareti, le speranze in un mondo più civile, democratico e solidale si spengono - escluse dal nostro sguardo - in una silenziosa agonia. "Caro Roberto," scrive Piera, "credo che sia importante divulgare libri come questo, che a me è piaciuto moltissimo, perché invita a riflettere criticamente sugli avvenimenti successivi alla caduta del muro di Berlino e offre una rigorosa e ricca documentazione. La presentazione al pubblico dell'opera si terrà presso l'Associazione Piemonte-Grecia 'Santorre di Santarosa' in via Cibrario 30 bis, a Torino, il prossimo 11 maggio, dalle ore 20,30".

Scheda del libro
Titolo: 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio
Autore: Angelo d’Orsi
Editore: Ponte alle Grazie, Firenze
Anno: 2009
Pagine: 316
Doveva essere pace: è stata guerra, un proliferare di guerre atroci e pretestuose. Doveva sorgere la giustizia: si è accresciuto il potere politico ed economico di un’oligarchia globale, si è diffuso un individualismo feroce, sordo al dolore e alle legittime aspirazioni degli altri.Doveva espandersi il benessere: si è estesa la fame e, anche da noi, la povertà. Doveva rafforzarsi la democrazia, è stata svuotata ed affossata dalle menzogne dei politici, dal restringimento dei diritti, dal silenzio complice di intellettuali asserviti. In queste pagine Angelo d’Orsi ripercorre, con rigore ed acutezza, gli aspetti di questa molteplice disfatta, individuando nelle neo-guerre, le guerre di “esportazione democratica” degli USA e dei suoi alleati, il carattere principale del ventennio post socialista; racconta come la vittoria dell’Occidente “libero” abbia contribuito alla barbarie del ventennio successivo, spiega come le speranze nel futuro che quei berlinesi, scavalcando il Muro la notte del 9 novembre 1989, infusero in tutti noi, siano state tutte tradite a morte.
Note sull'autore
Angelo d’Orsi è professore di Storia del Pensiero Politico presso l’Università di Torino, ha dato vita alla Fondazione Salvatorelli, all’Associazione per il diritto alla storia “Historia Magistra” e all’omonima rivista. Fondatore e direttore del festivaldi Storia, dirige anche i quaderni di Storia dell’ Università di Torino e collabora con il quotidiano “La Stampa”. Tra i suoi libri: “Intellettuali nel Novecento Italiano” (2001), “I chierici alla guerra” (2005), “Guernica, 1937” (2007).
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Malati terminali di etnia Rom: morire con dignità
di Marco Squicciarini
Roma, 1 maggio 2010. Pubblichiamo la lettera che il dottor Marco Squicciarini, Responsabile Nazionale della Croce Rossa Italiana per le attività di accoglienza e assistenza Rom e senza fissa dimora, ha inviato a Roberto Malini. La lettera riassume una vicenda triste, che mette a nudo la spietatezza della nostra società - e principalmente delle nostre Istituzioni - nei confronti degli individui più deboli e sofferenti, ma anche il potere della solidarietà, che grazie al coraggio e all'umanità di singoli esseri umani, è a volte in grado di sopperire alla crudeltà e all'indifferenza della gelida burocrazia del potere. Sono i singoli, sono coloro che non perdono mai la loro umanità a regalarci un po' di speranza e alleviare le pene atroci che nell'indifferenza colpiscono i poveri gli emarginati, le cui vite valgono meno di nulla per chi ci governa, per chi ci fornisce informazione, per chi avrebbe il dovere di evitare violazioni dei Diritti Umani tanto frequenti e tanto gravi.

Ecco la lettera di Marco Squicciarini:
“Caro Roberto volevo condividere con te una storia triste ma con un finale... dignitoso.
Come sai da diverso tempo pur avendo una carica politica quale commissario della Croce Rossa Italiana per Roma e Provincia non ho mai smesso di fare il volontario nei campi Rom e di monitorare e supportare tutte quelle famiglie che vivono in uno stato decisamente disumano.
Questo mio muovermi in diversi campi mi porta ogni tanto a vedere situazioni al limite della credibilità.
Quando due mesi or sono sono venuto a conoscenza tramite la mia delegata ai Rom Annamaria Pulzetti di un Rom di circa 70 anni con metastasi allo stato terminale con dolori incredibili ma senza morfina perché non avendo i documenti non poteva accedere al medico di base.
Dopo aver allertato il collega di turno abbiamo somministrato morfina e ogni giorno abbiamo portato la terapia antidolorifica e palliativa.
Nel frattempo mi sono adoperato per farlo ricoverare in una struttura sanitaria adeguata per dare dignità agli ultimi giorni della vita di un uomo che era in balia del “nulla”.
La disperazione dei parenti che presto si era trasformata in rassegnazione mi ha colpito molto , e come al solito ho detto loro che non avevo la bacchetta magica, ma solo buona volontà.
Grazie alla Onlus Hermes ed al Signor Giuseppe ed alla Signora Ana (mediatore culturale) nonchè l’ Associazione Antea, una organizzazione non lucrativa di utilità sociale ed all’intervento del suo fondatore il Dott. Giuseppe Casale (un medico vero, specializzato in Oncologia che tanti anni or sono vedendo persone povere e malate di cancro decise di fondare una associazione che si occupasse di pagare per loro e di accoglierli) sono riuscito a farlo visitare dal medico oncologo ed a coordinare il suo ricovero.
Grazie alle amorevoli cure dei Volontari della Anteaed alle terapie del Dott. Casale il paziente Rom ha passato gli ultimi giorni della sua vita senza dolori avendo il corpo pieno di metastasi.
Dopo 28 giorni si è addormentato ma senza il viso segnato dal dolore che avevo visto il primo giorno che sono entrato nella sua baracca.
Da questa esperienza ho imparato diverse cose: che anche i Rom senza permesso e con il cancro possono essere curati in maniera dignitosa basta che incontri persone di buona volontà, che alla fine di tutto non era così difficile dare dignità agli ultimi giorni di vita di un essere umano.
Ora cercheremo di scrivere delle linee guida per fare in modo che anche altri possano usufruire di tali cure. Ringrazio tutte le persone che si sono messe a disposizione per aiutare questo uomo e la sua famiglia. Marco Squicciarini, Medico e Volontario della Croce Rossa Italiana, Sognatore di un mondo migliore".
Nella foto, il dottor Marco Squicciarini
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
25 aprile, ricordo di un partigiano
di Roberto Malini
Milano, 24 aprile 2010. Mio padre si chiamava Severino ed era un uomo libero. Durante la sua vita troppo breve - è morto nel 1972, per una malattia, a soli 51 anni - effettuò scelte spesso dolorose, compiendo sacrifici e rinunce, per mantenere quello che riteneva il bene supremo: la libertà. Libertà che era stata il leit motiv della sua infanzia, quando attraversava a piedi nudi, correndo veloce come il vento, le campagne di Montalto, frazioncina di Nogara (Verona) in cui era nato e che ospitava poche decine di contadini. "Andavamo a pesca, a nidi o a scoprire il mondo," raccontava a noi figli, nati in mezzo all'asfalto di Milano, con nostalgia di quei giorni, mentre i suoi occhi brillavano ancora di quel puro e selvatico entusiasmo di bambino. Ventenne, durante l'occupazione nazifascista, fu partigiano, in una banda di giovani eroi che si battevano, correndo ben altri rischi che una sbucciatura a un ginocchio o la caduta da un ciliegio, ancora per la libertà. Verona era la base del nazifascismo in Italia e opporsi ad esso significava affrontare quotidianamente la morte. "Eravamo ragazzini sfrontati," ricordava quando parlava con noi dei suoi anni giovanili, "ma avevamo una vera allergia per i tedeschi e i fascisti. Alcuni di noi avevano il compito di raccogliere informazioni sui loro movimenti militari, altri di attuare operazioni di sabotaggio, per rallentarli e renderli meno efficienti. Evitavamo di colpire le persone, perché per ogni tedesco o fascista che perdeva la vita durante un'azione partigiana, venivano fucilati dieci italiani sospettati di aiutare la Resistenza". Un giorno mio padre e alcuni suoi giovani compagni vennero catturati dai fascisti. Ci raccontò l'episodio così: "I partigiani non erano sempre organizzati, sotto l'aspetto militare. Più che missioni, le nostre erano scorribande, per far sentire i fascisti e i nazisti sotto pressione. Danneggiare un ponte o sabotare un mezzo di trasporto poteva rallentarli e farli sentire meno sicuri. Un giorno io e gli altri ragazzi fummo ingenui e cademmo nelle mani dei fascisti. Ci sorpresero allo scoperto e decisero di fucilarci. Ci portarono sulla sponda di un torrente, presero la mira con i fucili... puntate... ma prima che potessero premere il grilletto, ci eravamo già tuffati in acqua e via! ci salvammo nuotando con tutte le nostre forze, mentre sentivamo gli spari alle nostre spalle".
Qui di seguito, un articolo di Giovanna Giannini sulla Resistenza nel Veronese ( http://www.cronologia.it/storia/a1943nn.htm ).

La resistenza a Verona
di Giovanna Giannini
Verona fu sicuramente la sede del nazifascismo in Italia, eppure proprio in queste zone prese piede la missione militare RYE, che aveva il compito di raccogliere informazioni sui movimenti delle forze tedesche e fasciste e di coordinare gli aiuti alle forze partigiane sulle montagne.
Immediatamente dopo il 25 luglio 1943 i carri armati tedeschi avevano cominciato la loro discesa dal Brennero e nel giro di poco entrarono a Verona. Che la città fosse ormai in mano nazista lo dimostravano i sempre più numerosi cartelli scritti non più in italiano ma in tedesco. Anche i migliori alberghi cittadini erano stati invasi dal nemico, era proprio in questi luoghi sfarzosi che spesso venivano pronunciate superficialmente sentenze di morte e si viveva senza nessun tipo di restrizione, come se la guerra non esistesse.
Ma nonostante un’apparente tranquillità, Verona era ormai una città svuotata. Chi poteva andava via perché conscio dei pericoli e delle precarie condizioni di vita che si celavano dietro quei silenzi. Non c’erano infatti più autobus per mancanza di pneumatici e lubrificanti. I tram erano guidati dalle donne e difficilmente riuscivano a compiere un intero percorso perché non c’era sufficiente energia elettrica. Il mercato di Piazza delle Erbe aveva ben poco da vendere. Le caserme erano piene di anziani richiamati incredibilmente alle armi, ma la notte si svuotavano perché si pernottava nelle proprie case. Chi poteva la sera si ritrovava ai tavolini dei caffè dov’era ormai di routine veder passare le ronde dell’esercito a cui, dopo la caduta di Mussolini, toccava il compito di mantenere l’ordine pubblico. Ma i tedeschi erano ormai padroni di tutto ed erano seriamente intenzionati a fissare qui la loro capitale.
Anche i fascisti si rifecero vivi riaprendo le loro sedi e rispolverando i ritratti di Mussolini. Molte ville e palazzi furono requisiti ed era diventato molto difficile trovare generi alimentari, perché i viveri tesserati erano distribuiti in quantità irrisoria. Le campagne invece erano ricolme di provviste che però venivano vendute a prezzi elevatissimi. Un sacco di farina bianca costava quanto due mesi di stipendio. La popolazione era insofferente, gli scioperi nelle grandi fabbriche erano il sintomo più evidente di questo malumore.
Posto di fronte al dilagare delle proteste, al rafforzamento del movimento partigiano, alle agitazioni operaie e alla lotta sotterranea della grande industria, Mussolini decise allora di puntare sulla carta della pacificazione e della concordia nazionale. Si illudeva di poter governare nuovamente l’Italia attraverso la creazione di un nuovo stato repubblicano e fascista. Fu così che il 14 novembre del 1943 si svolse a Verona il primo e unico congresso del Partito Fascista Repubblicano, che avrebbe dovuto dare una svolta operaia e socialista al paese.
Congresso di Verona
Si svolse dal 14 al 16 novembre del 1943 presso Castel Vecchio a Verona. Durante la seduta furono approvati i cosiddetti 18 punti, cioè il manifesto programmatico del nuovo Partito fascista repubblicano. La parola d’ordine dei congressisti era : odio per la monarchia e guerra totale alle plutocrazie occidentali e ai capitalisti italiani che ne erano complici. Si stabiliva inoltre la convocazione di un’assemblea costituente che avrebbe dovuto proclamare la nascita della Repubblica Sociale ed eleggerne il capo. Il nuovo Stato sarebbe stato una repubblica presidenziale elettiva ( con elezioni ogni 5 anni ) e garantista. A fondamento di esso era posto il lavoro. Era prevista infatti la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle aziende, e l’obbligo per tutti di iscriversi ai sindacati che dovevano confluire nella Confederazione generale del lavoro.
A Verona nel gennaio del 1944 si svolse anche il processo contro il genero del duce, Galeazzo Ciano, e i gerarchi che avevano approvato l’ordine del giorno Grandi provocando la caduta del regime. La sentenza fu di morte e coinvolse non solo Ciano ma anche Marinelli, De Bono, Gottardi, Pareschi.
Verona quindi fortemente al centro non solo però delle manifestazioni e delle vendette fasciste, ma anche della Resistenza.
Come abbiamo precedentemente detto in queste zone, nel novembre del 1943, prese corpo la missione RYE. Di questa missione facevano parte il tenente Carlo Perucci e due suoi collaboratori inviati tra le linee tedesche per raccogliere informazioni sui movimenti delle forze nemiche e su eventuali obiettivi militari da colpire. Si cercò però in ogni modo di evitare attentati alle persone, perché non avrebbero portato a nulla di nuovo sul piano militare, mentre avrebbero causato rappresaglie contro la popolazione civile.
Si scelse Verona come sede della missione perché lo stesso Perucci era nativo della zona e con molti legami e conoscenze soprattutto con l’ambiente cattolico, essendo stato prima della guerra esponente di spicco dell’Azione Cattolica. Fu quindi facile per lui e i suoi collaboratori trovare solidi appoggi in diverse canoniche, dove vennero create vere e proprie basi informative.
Fu proprio grazie ad un prete, Don Luigi Cavaliere, che la missione si svolse con successo. Era parroco di Tarmassia ed era membra attivo del Comitato di Liberazione Nazionale, alla fine del conflitto venne riconosciuto come uno dei più attivi partigiani della zona. Attraverso un cannocchiale posto sul campanile della sua chiesa, osservava i diversi campi d’aviazione della zona, la linea ferroviaria e le diverse strade interne. Con un radio trasmettitore comunicava i vari spostamenti alle forze alleate di liberazione e riceveva messaggi per missioni di sabotaggio. Nascose presso le famiglie del suo paese molti soldati inglesi, affrontò molti pericoli ma prima di accettare questi incarichi si fece dare da Perucci una rivoltella per difendersi. La canonica di Tarmassia divenne quindi la sede operativa della missione RYE.
Settimanalmente si svolgevano nella canonica dei corsi di sabotaggio. Per evitare che il suo paese fosse bruciato, don Cavaliere si fece rilasciare dai tedeschi un lasciapassare, che gli venne rilasciato prontamente anche perché egli aveva svolto opera di collaborazione nel reclutamento di civili per lo sgombero della linea Legnago- Isola bombardata. Quel lasciapassare fu utilizzato per spostarsi con maggiore libertà e trasmettere le informazioni partigiane presso le parrocchie vicine. Venne arrestato verso la fine del 1944 dai nazifascisti insieme ad altri della missione RYE, ma fu rilasciato perché non si trovò nulla a suo carico. Riuscì a disarmare e a far mettere in isolamento presso delle scuole elementari un’intera compagnia di soldati della Wehrmacht fino all’arrivo delle forze di liberazione.
Nonostante questi gesti di eroismo i pareri sulla missione RYE rimangano contrastanti. Alcuni studiosi ritengono che si agì spesso in funzione disgregante all'interno del movimento di liberazione, si trattò comunque di un valido contributo per la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista.
Nella foto, Severino Malini
Bibliografia
www.tarmassia.it
Storia Illustrata Il Congresso di Verona n.5, Maggio 1988
Gianfranco Venè Coprifuoco Mondadori 1991
Silvio Bertoldi Salò BUR 2000
Arrigo Petacco La nostra guerra Mondadori 1995
Ray Moseley Ciano l'ombra di Mussolini Mondadori 2000
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La Francia e i Rom: cresce l'onda intollerante
Parigi, 16 aprile 2010
I media francesi, seguendo l'esempio italiano, hanno iniziato da qualche tempo a censurare le notizie riguardanti razzismo e antiziganismo, specie se istituzionali. Si teme che il pubblico possa schierarsi dalla parte delle vittime e magari formarsi una cattiva idea delle Istituzioni che, seppure con meno efferatezza rispetto a quelle italiane, hanno scelto di rendere alle famiglie Rom la vita impossibile, per costringerle ad abbandonare le città francesi per tornare nei paesi d'origine e contemporaneamente creare un allarme-sicurezza utile a mantenere consensi presso le cittadinanze. Nei giorni scorsi, il 14 e 15 aprile, si è tenuto presso la Corte d'Appello di Parigi l'udienza relativa alla vertenza contro la trasmissione televisiva andata in onda su France 5 "Délinquance: la route des Roms" ("Delinquenza, la strada dei Rom"), dopo che in primo grado l'autore Yves-Marie Laulan era stato condannato a un'ammenda. L'associazione La Voix des Rroms non proseguirà la vertenza contro Laulan, perché l'uomo è anziano e Saimir Mile, presidente dell'organizzazione che tutela i diritti dei Rom in Francia, ha scelto la via della tolleranza, secondo l'etica del popolo Rom, che considera con clemenza gli errori commessi da persone avanti con gli anni.

Desta invece stupore come né i quotidiani né le televisioni o le radio francesi abbiano dedicato spazio a un processo di enorme importanza giuridica, in cui si stabilivano nuovi paletti per definire i confini fra incitazione all'odio razziale e libertà di espressione sui media, confini che in Italia - considerata la fortissima influenza della politica e dei movimenti xenofobi sulla cultura e l'informazione - sono ormai completamente spostati verso una piena compiacenza verso intolleranza e diffusione di idee razziste a fini di consenso elettorale e politico. Francia e Italia sono accomunate da una forma pericolosa di irresponsabilità da parte dei media, che non riescono a riconoscere le proprie gravi responsabilità relative alla sempre più marcata e drammatica esclusione sociale cui sono costrette le minoranze razziali. Esclusione che produce povertà, precarietà, disperazione e, di conseguenza, tragedie umanitarie e lutti. Non a caso, come in Italia, anche in Francia si verificano da qualche tempo gravi incidenti dovuti agli sgomberi di insediamenti "abusivi": i roghi causati da forme inadeguate di riscaldamento e di accensione di fuochi domestici per cucinare. Nella notte fra il 14 e il 15 aprile, in coincidenza con l'udienza di Parigi, un bambino è morto in uno di tali incendi a Gagny. L'incidente fatale segue quelli di Lione, Bobigny e Orly, in cui altre persone di etnia Rom hanno perso la vita. Grazie al professor Saimir Mile, presidente de La Voix des Rroms
Nella foto, Saimir Mile, presidente de La Voix des Rroms
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
L'eredità di un'anima
da "Helas!" di Oscar Wilde, trad. di Roberto Malini
Fu forse per potermi abbandonare
alla deriva, con le mie passioni
e cambiare il mio animo in un liuto
le cui corde risuonino alle brezze,
forse per questo volli rinunciare
alla saggezza e al buon senso di ieri?
La mia esistenza è simile al programma
scritto per una festa di bambini,
pieno di filastrocche e canzoncine
stucchevoli, per cornamuse e flauti.
Sono banalità che immiseriscono
il mistero del tutto, ma io so
che un tempo ebbi virtù di sollevarmi
alle altezze del sole e ottenere
dall'amaro contrasto dell'esistere
una nota così pura che giunse
all'orecchio di Dio. Che sia finito
quel tempo? Ah, con un semplice zufolo
ho potuto soltanto avvicinarmi
a quella purità: dovrò permettere
che si perda l'eredità di un'anima?

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La Chiesa Cattolica è sotto assedio
Milano, 5 aprile 2010. Giovanni Liguori di Roma scrive a Roberto Malini: "Qual è il tuo pensiero sugli attacchi che da ogni parte colpiscono la Chiesa? A tuo avviso, sono i segni positivi di un recupero di civiltà, che ha permesso a una situazione intollerabile di emergere o è qualcosa di diverso?".
Risponde Roberto Malini. Innanzitutto è importante precisare che pedofilia ed efebofilia non sono "vizi" dei sacerdoti cattolici - come vorrebbe far intendere un certo sistema mediatico - ma fenomeni presenti da sempre nelle società umane, attestati dalle fonti storiche presso tutti i popoli e in tutte le epoche. A differenza di quanto accade oggi, un tempo la morale e le leggi distinguevano nettamente fra rapporti consensuali fra adulti e minori e violenze. Per quanto riguarda gli stupri e altre forme di abuso su minori, essi avvengono principalmente, nel nostro tempo, in àmbito familiare (le ricerche indicano oltre il 90% della casistica), ma anche presso le comunità giovanili, gli istituti educativi e rieducativi, le associazioni di ricreazione, le società sportive. Considerato il numero dei casi emersi presso ambienti religiosi e comparandolo con quelli che si verificano in ambienti laici, non si può che evidenziare come le violazioni dei diritti del fanciullo siano assai meno frequenti nelle strutture gestite dalla Chiesa cattolica - o da altre istituzioni di culto - rispetto a quelle che avvengono in ambienti laici. Nelle comunità sportive, per esempio, si registra una casistica decisamente più consistente, senza che tuttavia nessuno si sogni di estendere la responsabilità dei singoli casi, opportunamente nelle mani della magistratura, a tutto il mondo dello sport giovanile. Si diffonderebbe altrimenti un tale panico da indurre i genitori a tenere i figli minorenni fra le pareti domestiche, dove però - sempre in base alle ricerche - il rischio di pedofilia sarebbe ancora maggiore...
La Chiesa si oppone storicamente alle "tentazioni" della carne. La sua morale impone ai sacerdoti e propone a bambini e adolescenti la castità quale valore primo ed essenziale alla salute spirituale della persona. E' quindi assurdo trattare la Chiesa alla stregua di una setta edonistica o satanica. Un altro aspetto preoccupante è il tentativo da parte di chi ha messo la Chiesa sotto assedio di espandere all'intera istituzione ecclesiastica, ai suoi ministri e ai suoi fedeli la colpa delle azioni dei sacerdoti che hanno attuato gli abusi, che fra l'altro rappresentano una percentuale piccolissima del clero, che consta di quasi 500 mila sacerdoti nel mondo. E' un numero pari all'intera popolazione di uno Stato come il Lussemburgo, un numero che - in virtù delle leggi statistiche - comprende per la grande maggioranza uomini di statura morale ineccepibile, ma anche persone deboli e insicure, prive di equilibrio e, in alcuni casi, anche di scrupoli morali. Esseri umani: ecco cosa sono i sacerdoti, con le vette e gli abissi che caratterizzano tutta l'umanità. Quando iniziarono gli attacchi alla Chiesa, scrissi al papa e ai ministri a lui più vicini la seguente lettera.

Sua Santità, cari fratelli, sono convinto che sia in corso un'azione di propaganda contro la Chiesa Cattolica, orchestrata dai movimenti politici ed economici che si sono posti l'obiettivo di conseguire il potere sulle società umane attraverso il materialismo e la repressione del pensiero civile, dell'impegno a favore della vita e del benessere non materiale dell'uomo. L'educazione alla spiritualità, all'uguaglianza, alla solidarietà, al rispetto e al sostegno dei poveri, degli emarginati e dei diversi, promossa dalla Chiesa Cattolica (con qualche errore e discriminazione, ma un pensiero comunque proteso alla salvaguardia della vita e della dignità di tutti), rappresenta un ostacolo verso la piena affermazione dei poteri forti e privi di fondamenta morali. Coinvolgere la Chiesa e Lei, Santo Padre, che fra mille difficoltà la rappresenta con coraggio, in ogni genere di scandalo - per esempio, estendendo all'intera Chiesa Cattolica Apostolica Romana le responsabilità individuali di sacerdoti caduti in debolezze e contraddizioni umane - fa parte di una ben triste strategia, diretta ad affievolire la benefica influenza della parola di Cristo su una società turbata e priva di ideali nobili. E' evidente ai giusti che la Chiesa di oggi, la cui missione pastorale è quanto mai preziosa perché non si ripetano gli orrori del secolo scorso, specie contro le minoranze perseguitate - i Rom, i migranti, i profughi, i senzatetto, gli esclusi - è vittima di una terribile calunnia, che però non deve fare temere chi vede la verità. Ricordiamo, infatti, le parole di Gesù, nel Discorso della Montagna: "Beati voi, quando vi calunnieranno, e solo perché siete miei discepoli, mentendo diranno cose false contro di voi. Quel giorno rallegratevi ed esultate: perché la vostra ricompensa sarà immensa". Da parte mia, mi sento al vostro fianco in questo difficile momento, quando vi si accusa di perseguire o nascondere una grave colpa contro l'infanzia e si dimentica invece come la Chiesa abbia cura in tutto il mondo dei bambini e dei giovani, preservando la loro integrità e salvando milioni di vite in pericolo. Quando levano la loro parola a beneficio della vita e della dignità dei bambini e degli esseri umani vulnerabili come bambini, le parole dei ministri cattolici sono, nel buio attuale del valori, "raggianti come stelle": vero nutrimento di vita per l'arido mondo moderno, dominato da forze oscure e spaventose. Senza il messaggio salvifico della Chiesa e delle altre istituzioni umane che perseguono il bene, messaggio che pone il luce le molte forme di crudeltà e persecuzione contro i piccoli, i poveri e i derelitti (atrocità che rappresentano il vero male, che sembra ormai crescere a dismisura e distruggere la speranza in un mondo più buono e giusto) non vi sarebbero, davanti agli occhi di chi è buono, scintille di luce che, sole, possono essere una guida verso il progresso sociale e spirituale. Un abbraccio fraterno. Roberto Malini
Nella foto, Statua di San Giovanni Bosco (1815 - 1888) a Valdocco, Torino. Il sacerdote cattolico, incomparabile educatore e pedagogo, fu santificato da Papa Pio XI il giorno di Pasqua del 1934.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Milano. Presidio davanti al Comune per ricordare Emil e dire basta agli sgomberi
Milano, 16 marzo 2010. Duecento cittadini che non hanno perso la strada della solidarietà si sono ritrovati ieri, verso le 18, in piazza Scala, davanti a Palazzo Marino, per mettere le autorità milanesi davanti alle loro responsabilità. "Emil Enea, un ragazzino Rom di 13 anni è morto bruciato vivo," ha detto l'attivista Roberto Malini davanti ai microfoni e alle telecamere dei giornalisti, "ed è una tragedia immane, causata dalla precarietà e dalla disperazione cui gli sgomberi conducono il popolo Rom. L'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani ha lanciato nei giorni scorsi una pesante accusa proprio riguardo agli sgomberi, definendoli come gravi violazioni degli accordi internazionali. La Commissione europea e tutte le organizzazioni per la tutela delle minoranze condannano queste operazioni incivili, eppure questi signori della morte continuano a causare lutti, drammi umanitari, emarginazione e desolazione, trasformando Milano in una città intollerante e spietata, lontanissima dalla civiltà dei Diritti Umani che l'Unione europea sta faticosamente cercando di costruire".

Una giornalista ha chiesto a Malini se almeno nell'opposizione vi siano voci di tolleranza. "Purtroppo no. Nonostante le nostre continue richieste di un incontro, finalizzato a illustrare loro le leggi internazionali sui Diritti Umani e in particolare sulla protezione dei Rom, gli uomini di una sinistra che ormai lo è solo di nome, glissano, si mostrano sfuggenti, salvo poi scriverci email private in cui cercano di mostrarsi diversi dai loro compagni di partito. Pochi minuti fa è venuto a salutarmi Pierfrancesco Maiorino, capogruppo del Pd a Milano e consigliere comunale. Era palesemente imbarazzato. Mi ha dato la mano e poi si è allontanato, prima che io potessi aprire bocca. Il suo partito non ha più l'antirazzismo nel DNA ed ha pesanti responsabilità nelle tragedie che si verificano qui. Che cosa avrebbe potuto dirmi? Mi dispiace per Emil? Se gli dispiacesse, farebbe qualcosa per fermare le persecuzione razziale, di cui invece il suo partito è complice. Milano sta per varare nuove ordinanze anti-stranieri, in via Padova, che prevedono un vero e proprio coprifuoco per le attività commerciali gestite da stranieri e una 'caccia' all'affitto in nero, volta a stanare i migranti senza documenti e le famiglie numerose costrette a vivere in spazi angusti. Il Pd di Milano è stato promotore di questa nuova azione discriminatoria e se chiedi loro come mai se la prendano con i bambini poveri, le donne incinte, gli africani emarginati, le minoranze in fuga da Paesi in crisi umanitaria e non con la mafia, visto che Milano è ormai la capitale europea della criminalità organizzata, se poni loro questa semplice domanda, si allontanano, fingendo di non aver sentito, con gli occhi che dicono: 'what?'. Certo, anche loro possono sventagliare bandiere rosse, ma... sono rosse di sangue innocente.

Oggi siamo qui per ricordare Emil, siamo qui per chiedere - e sarà purtroppo una richiesta vana - di interrompere sgomberi e repressione delle minoranze e siamo qui come testimoni della barbarie. Non si illudano questi vigliacchi, che raggiungono e mantengono il potere facendo del male ai deboli, che i loro nomi saranno dimenticati, perché continueremo a chiedere giustizia e al di là del risultato del nostro impegno, consegneremo i loro nomi alla Storia".
In piazza Scala duecento persone con il lutto al braccio, lumini accesi e fiori hanno cercato un dialogo con le autorità comunali. Nel gelo proveniente dalla classe politica, faceva eccezione il "solito" Vittorio Agnoletto, candidato alla presidenza della Regione Lombardia per la Federazione della Sinistra, visibilmente commosso per il dramma di Emil e sinceramente impegnato a portare una voce di tolleranza dove non vi è altro che odio etnico. Erano presenti i delegati delle associazioni (Cgil, Opera Nomadi, Naga, Federazione Rom e Sinti Insieme, Arci), alcuni attivisti, ma anche tanti cittadini che si sono dati appuntamento grazie al tam tam in internet. E' questo il dato più importante, perché il presidio per Emil non è stato promosso dalla politica né dall'associazionismo, ma dalla gente che è dalla parte dei Rom perché li ha incontrati per caso, magari sotto casa, accorgendosi che non sono bande di briganti - come gli abitanti di Palazzo Marino vorrebbero far credere - ma comunità di esseri umani in difficoltà, con un eroico attaccamento alla famiglia, antiche e nobili tradizioni e il sogno di integrarsi, di accedere al mondo del lavoro, mandare i figli a scuola e ottenere pari diritti rispetto gli altri cittadini.

"In piazza Scala," ha detto l'attivista Dario Picciau, "abbiamo incontrato una delle mamme che hanno ospitato famiglie Rom sgomberate, consentendo ai loro figli di andare ancora a scuola. Ci ha detto che ha dovuto portare subito i bambini dal dottore, perché il freddo, la mancanza di servizi igienici e i continui sgomberi li avevano ridotti in uno stato terribile".
Alle 18.30, alcuni delegati del mondo associazionistico venivano ricevuti dal presidente della commissione competente in consiglio comunale, Aldo Brandirali, che - secondo consuetudine - chiedeva loro di preparare e presentare un documento di proposta assicurando che "il Comune terrà in considerazione tale documento". Il momento più vero dell'intera manifestazione è stato quando una giovane Romnì, amica del povero Emil, ha accettato di parlare al megafono, chiedendo ai milanesi di non abbandonare il suo popolo, "altrimenti faremo tutti la stessa tragica fine di Emil".
Nelle foto di Steed Gamero, momenti del presidio
Link correlato:
http://dailymotion.virgilio.it/video/xclj4d_milano-dopo-la-morte-di-emil-per-di_news
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
A domani, Emil
Sgomberi e persecuzione etnica dei Rom: la civiltà dei Dirittii Umani è in pericolo
Lunedì 15 marzo 2010 alle 18.00 a Palazzo Marino in consiglio comunale con il braccio listato a lutto, per dire basta agli sgomberi e chiedere un utilizzo a fini di politiche abitative e attive del lavoro dei 13 milioni stanziati per i Rom.
Milano, 13 marzo 2010: Emil Enea, ragazzino Rom di 13 anni muore nel rogo di una baracca in via Novara, a Milano. Già vittima di sgomberi senza alternative sociali, la sua famiglia viveva (e vive tuttora) nella precarietà e nell'emarginazione.
Addio, Emil
di Roberto Malini
Addio, Emil.
Leggiamo nella cenere
il tuo nome
breve e innocente,
come la tua vita.
No, non addio: a domani.
Ti ricorderemo nei vivi,
nei bambini che giocano
(la loro felicità è un miracolo)
davanti alle baracche,
nelle case cadenti,
sotto i ponti.
A domani,
perché la prossima alba
non abbia dita di ghiaccio
e il prossimo tramonto
non ci sorprenda ancora
con mani adunche di fiamma.
A domani,
perché è ancora possibile evitare
che altre stelle innocenti
cadano nella cenere.
A domani,
perché non passi giorno
senza che agli assassini
siano ricordati i loro crimini
e agli indifferenti
che anche il silenzio è una colpa
e chi non difende il debole,
l'uccide.
E adesso riposa in pace, Emil.
Proteggeremo il tuo nome
perché non sia disperso
un'altra volta
nel vento.

Nella foto, "Ragazzo Rom chiede l'elemosina", tecnica mista di Rebecca Covaciu
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Clandestini e figli di clandestini
di Alain Goussot
“Ebbene no, poiché i bambini sono stati e saranno sempre. Non ci sono caduti dal cielo di sorpresa, per rimanere con noi soltanto un po’ di tempo. Un bambino non è una conoscenza che si incontra per caso durante una passeggiata e di cui ci si può liberare velocemente con un sorriso o un semplice buongiorno. I bambini costituiscono una percentuale importante dell’umanità, delle sue genti , popoli e nazioni, in quanto abitanti, concittadini nostri, nostri compagni di sempre. Sono stati, sono, saranno”. Janus Korczak
“Siccome gli uomini sono tanto eguali quanto diversi, eguali perché a differenza degli animali , parlano, e diversi perché parlano lingue diverse, è una falsa generalizzazione tanto affermare che sono tutti eguali quanto che sono tutti diversi". Norberto Bobbio
Quando leggiamo la sentenza della Cassazione che afferma che dei cittadini immigrati ‘clandestini’ anche con figli minori residenti in Italia possano essere espulsi ci chiediamo se , oltre all’applicazione di procedure formali , i giudici abbiano riflettuto bene sulle conseguenze umani, morali e psicopedagogiche della loro decisione. L’uso ormai banalizzato della parola ‘clandestino’ fa leva su qualcosa di irreale e di puramente emozionale. Il fatto è che stiamo parlando di persone, di persone che magari lavorano, che hanno dei figli che vanno scuola e che sono anche forse nati in Italia. La parola ‘clandestino’ sembra ormai assorbire o cancellare la possibilità di una seria riflessione sul tipo di veleno ma anche di violenza diffusa che viene riversata su una parte ormai significativa della popolazione della penisola. La questione ha anche una forte implicazione pedagogica che chi si occupa di educazione non può mancare di notare poiché le leggi, le dichiarazioni degli uomini politici, l’informazione diffusa dai media formano le coscienze e condizionano fortemente la costruzione delle rappresentazioni sociali. La serie di provvedimenti anti-immigrati approvati o meno da parte delle istituzioni potrebbe essere definita come forma di ‘mobbing istituzionale’ nei confronti di una categoria particolare di cittadini cioè gli immigrati. Questi provvedimenti si accompagnano anche della costruzione di un senso comune diffuso sulla presunta pericolosità della presenza ‘straniera’ in Italia presentata come vera e propria invasione. Su questa base si forma uno sguardo sociale che accompagna il cittadino immigrato in tutti i momenti della sua vita quotidiana: lo sguardo del sospetto, della paura e anche talvolta dell’odio.
Proviamo a pensare quale deve essere il vissuto di tante famiglie immigrate che lavorano , facendo spesso mestieri che rifiutano tanti cittadini italiani, quale dev’essere il loro stato d’animo, le loro angosce, paure e anche rabbie di fronte ad un clima non proprio accogliente nei loro confronti. Proviamo anche a pensare ai figli dei migranti nati e cresciuti qui e che si trovano ad essere dilaniati tra il fatto di sentirsi italiani ma di non essere riconosciuti come tali. Essere figlio di migranti e per di più meticcio non è mai stata cosa semplice in un mondo che tende a volerti classificare, etichettare e ingabbiare dentro delle categorie sociali semplificate. Tanti sono i figli di migranti che vivono le difficoltà dei genitori ad inserirsi in una società poco accogliente, tanti sono quelli che vivono con sofferenza l’umiliazione che subiscono continuamente i genitori in tante situazioni di vita quotidiana; dagli sguardi ostili alle battute offensive nei bar o nei negozi. Poi se a questo aggiungiamo il confronto con i propri pari a scuola che ti chiamano ‘Bin Laden’ oppure ‘Negro’, o ancora ‘Rumeno di merda’ oppure ‘Marochin puzzolente’ , si capisce che il sentimento di non sentirsi accolto e inserito diventa quello dominante. Certo non si può generalizzare ma il fatto è che questo tipo di situazione è purtroppo assai diffusa dai contesti di vita sociale, lavorativa per arrivare fino alla scuola.

Eppure questo è il paese che si vanta del proprio modello d’integrazione per i bambini disabili o con difficoltà; forse ultimamente lo fa un po’ meno. E’ anche un paese che ha milioni dei propri cittadini emigrati all’estero per migliorare le proprie condizioni di vita. Allora la domanda retorica diventa: ma quello che vale per i bambini con disabilità in termini di eguaglianza delle opportunità nell’accesso all’istruzione e d’inclusione sociale non vale per i bambini che provengono da altri mondi culturali oppure che sono figli di gente che viene da altri paesi? Come cittadino, uomo ed educatore ci facciamo questa domanda costantemente, la rivolgiamo a tutte quelle e tutti quelli che si occupano di pedagogia , psicopedagogia, istruzione ed educazione: le lotte per i diritti di cittadinanza dei bambini disabili , per il rispetto del principio di eguaglianza e della dignità di ognuno nel processo d’istruzione non deve valere anche per i bambini figli di migranti? Per di più con l’arrivo di tante famiglie dall’Africa, dall’Asia o dall’est europeo sono anche arrivati tantissimi bambini con disabilità diverse; un mondo variegato tutto da scoprire e da conoscere.
Se la domanda è legittima sia sul piano etico che pedagogico allora occorre che tutti gli operatori dell’educazione iniziano a reagire sia sul piano della difesa del principio di eguaglianza che su quello degli interventi da realizzare concretamente per dare corpo e realtà a questo principio. Ma per fare ciò occorre imparare a conoscere il bambino figlio di migrante poiché solo la conoscenza ci permette la comprensione e la possibilità d’intervenire pedagogicamente in termini adeguati ai suoi bisogni. E’ Janus Korczak che affermava che “il bambino è come una pergamena fittamente ricoperta di minuti geroglifici , dei quali riuscirai a decifrare soltanto una parte”. Lui ebreo polacco aggiungeva: “Il bambino è per l’educatore un libro della natura, leggendolo egli migliora. L’importante è di non trasformare nessun bambino in qualcosa di diverso da ciò che egli é.” Poi:”Nessuna opinione dovrebbe diventare una convinzione assoluta o una convenzione valida per sempre”. Conoscere e tentare di comprendere il bambino figlio di migrante vuol dire anche modificare le proprie stereotipie e i propri pregiudizi nei confronti della sua famiglia e del mondo culturale dal quale proviene: questo è possibile solo partendo dal porsi in una posizione di ascolto e di osservazione aperta alla conoscenza. Comprendere per esempio che l’etichetta ‘clandestino’ funge ormai da schermo generico che tende a fare dell’altro un capro espiatorio di tanti disagi sociali; sapere che la maggioranza degli immigrati che sono etichettati come ‘clandestini’ lo sono spesso diventati in seguito alla perdita del lavoro e quindi come conseguenza la perdita del rinnovo del permesso di soggiorno. E’ come la storia di Mohammed , signore di 47 anni che vive e lavora in Italia da 12 anni; ha moglie e due figli, nati in Italia, a carico. Lavora in una fabbrica metalmeccanica che chiude con la crisi. Mohammed tenta di cercare lavoro , l’unica cosa che li si propone sono alcuni lavoretti in nero, dopo 6 mesi scade il suo permesso, non riesce a ritrovare un lavoro fisso e li viene dato il foglio di espulsione. Pensiamo adesso al dramma di questa famiglia che ormai vive da 12 anni in Italia con dei figli che si sentono più italiani che marocchini, i figli sono andati una volta sola in Marocco per trovare i nonni. Non si misura abbastanza la violenza psicologica di un tale provvedimento: per i genitori che avevano investito tutto nella loro nuova esistenza in Italia, per i figli che si ritroveranno in un paese che praticamente non capiscono e di cui parlano mal a pena la lingua. Ecco il tipo di situazione che si trovano a vivere molti cittadini immigrati e molti bambini figli di migranti. Proviamo a pensare ad altre situazioni altrettanto lesive del rispetto dei diritti del minore: facciamo notare che l’Italia come tanti altri paesi ha firmato tutte le convenzioni sui diritti dell’infanzia, diritti che in tanti casi vengono costantemente violati.
Pensate al bambino Rom che si vede arrivare di notte, verso le 3 , la polizia per una perquisizione nella povera baracca dove vive la sua famiglia; proviamo ad immaginare la paura, l’angoscia di quel bambino; oppure pensiamo al bambino che accompagna la madre velata e che sente i commenti poco gentili della gente intorno senza capire perché accade questo, per lui la sua mamma con l’hidjab sui capelli è la donna più bella del mondo. Non dimentichiamo poi la maggioranza dei bambini figli di migranti che frequentano le scuole italiane e che non sono bambini immigrati perché non hanno vissuto la migrazione con i genitori per il solo fatto che sono nati in Italia. Chiamare questi ultimi come ‘seconda generazione’ è improprio perché non sono immigrati; sono dei meticci nati in Italia. Pensiamo anche alla solitudine affettiva che vivono tante madri migranti e la sofferenza nonché il disagio di molte di loro nella vita quotidiana; e pensiamo a quali ripercussioni a tutto ciò sulla qualità dei rapporti con i figli. Pensiamo anche ai conflitti che vivono questi bambini nella relazione tra genitori e società italiana; conflitti che possono diventare insopportabili dal punto di vista affettivo.
Scriveva Maria Montessori: “Ora per trattare il bambino diversamente da oggi , per salvarlo dai conflitti che mettono in pericolo la sua vita psichica, è necessario prima fare un passo fondamentale, essenziale, da cui tutto dipende : ed è quello di modificare l’adulto. Vi è una parte dell’anima del bambino che è stata sempre sconosciuta e che si deve conoscere”.
Conoscere il bambino figlio di migrante vuol dire anche conoscere ed entrare in contatto con il suo universo affettivo e familiare; i discorsi che si fanno in pedagogia speciale sull’accompagnamento competente, attento ai bisogni del soggetto come persona globale e al suo sistema di relazioni deve valere anche per il bambino figlio di migranti. Proviamo allora ad immaginare cosa può succedere se un bambino figlio di genitori venuti dal Senegal si ritrova con una madre sola , disperata e un padre che ha perso il lavoro oppure che lavorava nell’economia sommersa e che all’improvviso viene espulso; proviamo ad immaginare la violenza di quella lacerazione per il futuro sviluppo del bambino e del suo equilibrio psico-affettivo. Ecco cominciare a vedere le cose da quel punto di vista significa andare al di là dell’etichetta ‘clandestino’ per andare a scoprire il mondo di affetti, di speranze, angosce ed emozioni delle famiglie migranti e dei loro figli. La scuola e gli operatori dell’educazione hanno il dovere etico di comprendere questi bambini, di conoscere le loro famiglie per costruire con loro dei percorsi di promozione della dignità delle persone in un contesto sempre più multiculturali. Facciamo anche notare che la presenza così significativa dei bambini figli di migranti potrà aiutare insegnanti ed educatori ad innovare nella loro prassi pedagogica e a rinnovare i metodi costruiti in trent’anni e più di esperienze a favore dell’integrazione scolastica e sociale. Forse aiuterà a chiarire meglio gli stessi concetti di integrazione ed inclusione; cosa che ha provato di fare il filosofo tedesco Jurgen Habermas in diversi recenti testi:”L’inclusione dell’Altro”, “Multiculturalismo” e “la condizione intersoggettiva”. In questi testi riprende la distinzione che faceva tra integrazione sociale e integrazione sistemica nel suo grande lavoro dedicato all’agire comunicativo: l’integrazione sistemica corrisponde alla modalità dell’agire strumentale dove l’altro nella relazione esiste solo come mezzo utile a me; significa assimilazione, invece nell’integrazione sociale che Habermas preferisce chiamare ‘inclusione’ in un mondo multiculturale, abbiamo un agire comunicativo dove l’altro esiste ed è riconosciuto come finalità e valore. Ma in un contesto dove tutto, dai media alle istituzioni , guarda il migrante come un ‘clandestino’, con la carica di emozioni irrazionali che veicola ormai questa parola, non v’è inclusione possibile; l’unica cosa che può esistere è l’integrazione sistemica o assimilazione: esistere solo se sono come lo sguardo maggioritario mi vede. Integrazione economica si finché si è in condizione di farlo rendendosi poi il più possibile invisibile e rinnegando il più possibile le proprie radici e parte di sé. Oppure l’esclusione e l’auto-isolamento. Questa condizione che vivono molte famiglie migranti non può che creare disagio e sofferenza nei loro figli nati in Italia: la domanda che viene costantemente posta è chi sono io e dove è il mio posto visto che gli altri mi dicono in tanti modi e tutti giorni che non sono al mio posto , anzi che non sono apposto.
E’ come il ragazzo di 16 anni figlio di eritrei, nato e cresciuto in Italia, che parla il dialetto e che viene costantemente fermato dalla polizia che li chiede il permesso di soggiorno mentre ha la cittadinanza italiana: proviamo ad immaginare lo stato d’animo di quel ragazzo e la sua oscillazione schizofrenica tra il volersi assimilare (‘lattificare” come scriveva lo psichiatra nero originario della Martinique Frantz Fanon nei suoi studi sulla psicologia dei colonizzati e degli immigrati in Francia) e il volersi affermare in opposizione radicale con una società che lo rifiuta. Come pedagogisti ed educatori non possiamo non occuparci di queste questioni che riguardano il nostro lavoro, il futuro di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi figlie e figli di migranti che nascono e crescono qui e che diventeranno, per forza di cosa, i nuovi italiani. La società italiana si sta, anche se lo era già prima , meticciando e questo processo non potrà tornare indietro: è la legge stessa della storia e della globalizzazione. In questo processo in atto i bambini che costituiscono il futuro è ormai composta da una popolazione multicolore e creolizzata: pensiamo che la pedagogia e anche la pedagogia speciale debba prendere atto di questa realtà e rivedere anche alcuni dei suoi approcci.
Basta pensare alla storia del piccolo Ndjaga , figlio di genitori senegalesi: arrivato con la madre all’età di 2 anni tramite ricongiungimento familiare , viene diagnosticato dai servizi di neuropsichiatria infantile come autistico. La madre che vive una condizione di grande solitudine; non parla l’italiano, parla un pò di francese e il wolof , ha sempre pensato , come diceva sua madra e le donne del suo villaggio, che suo figlio fosse un po’ strano rispetto agli altri e che, come si vociferava, fosse ‘lo spirito di un antenato scontento’. Arrivata in Italia li dicono che è ‘malato’ ; la donna rifiuta d’interagire con il figlio e va in depressione; intanto si viene a sapere che il marito di 35 anni che il marito non ha avuto il rinnovo del permesso di soggiorno perché ha perso il lavoro, rischia l’espulsione. Proviamo a metterci un attimo nei panni di quella madre , di quel padre e di quello che il bambino può percepire di tutto ciò? Ecco pensiamo che il mondo dell’educazione e soprattutto gli operatori che parlano costantemente, giustamente d’inclusione, non possano ignorare l’inciviltà e la disumanità di decisioni di questo tipo.
Come scriveva Korczak: “I bambini costituiscono una percentuale importante dell’umanità, delle sue genti, popoli e nazioni, in quanto abitanti , concittadini nostri , nostri compagni di sempre. Sono stati , sono, saranno”.
Questi bambini e le loro famiglie sono un universo variegato, ricco di tante storie e culture, sono un opportunità per gli ‘autoctoni’ d’imparare ad relazionarsi con l’alterità e di educarsi alla varietà culturale , di riferirsi non più al loro unico universo ma al pluriverso delle tante lingue e dei tanti sguardi che incontrandosi possono costruire, in un processo co-evolutivo, quello che Maria Montessori , lei che aveva vissuto tra India e Olanda, chiamava un ‘mondo nuovo’. La sua pedagogia ultima influenzata anche dal suo incontro con l’Oriente e il Nord Europa era diventata una pedagogia meticcia che guardava all’importanza di educare all’incontro basandosi e partendo dai punti di similitudine tra tutti i bambini del mondo e di tutte le culture. Scriveva stando in India:
“Il nostro mondo è stato lacerato ed ha ora bisogno di essere ricostruito: e in questo, un fattore di primaria importanza è l’educazione ,…Ma l’umanità non è ancora pronta per l’evoluzione a cui così ardentemente aspira, ossia la costruzione di una società pacifica e armonica in cui la guerra sia eliminata. Gli uomini non sono sufficientemente educati per controllare gli avvenimenti , e così ne divengono vittime. Le nobili idee , gli elevati sentimenti hanno sempre trovato espressione: ma le guerre non sono cessate. Se l’educazione dovesse continuare lungo le vecchie linee , coi vecchi sistemi di semplice trasmissione di nozioni, il problema sarebbe insolubile, e non vi sarebbe speranza per il mondo”.
Ecco il compito dell’educazione, degli educatori, di chi si occupa di pedagogia è , tramite la pratica, quello di ridare speranza alla possibilità di costruire un mondo in cui ci sia l’incontro, lo scambio, il riconoscimento reciproco e l’accettazione delle differenze. I bambini figli di migranti che sono ormai più di 700.000 nelle nostre scuole costituiscono una parte significativa del futuro di questo paese; comprendere i loro ‘mondi vitali’ , creare i contesti e le situazioni di apprendimento che permettono a tutti di formarsi nel contatto con l’altro e lavorare con le loro famiglie non dimenticando mai che è in quel luogo che si fondano i legami affettivi più profondi , tutto ciò può portarci alla creazione di quel ‘mondo nuovo’ di cui parlava Maria Montessori; mondo aperto, pacifico, dialogante e creolizzato. Per tutte queste ragioni che sono di ordine etico, pedagogico e politico gli operatori dell’educazione non possono rimanere indifferente a fronte di provvedimenti o di comportamenti che offendono la dignità della persona umana nella persona del bambino figlio di migrante e in quella dei suoi genitori.
Nella foto, Janusz Korczak
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Roma, Festa della Donna all'insegna della persecuzione etnica
"Nancy, la tata di mio figlio, e altre donne straniere si sono incontrate ieri sera per una festa fra amiche. Improvvisamente si è presentato alla loro porta un contingente di dieci carabinieri: è stato un vero e proprio rastrellamento della gestapo, con gli immigrati al posto degli ebrei"
Roma, 8 marzo 2010. L'amica Rosa di Roma invia la testimonianza di una retata anti-migranti verificatasi nella capitale ieri sera. Sono scene di cui non si scrive e non si parla, notizie di eventi che si ripetono tutti i giorni, da nord a sud, ma che sono rigorosamente filtrate dai quotidiani (di destra e sinistra, ormai che differenza fa, se si eccettua la corrente "berlusconista" e quella "antiberlusconista"?) e dai network.
"Cari amici, in questo giorno di festa della donna, voglio portarvi una piccola grande testimonianza, ulteriore, del clima di questo momento. Leggetela attentamente, non la sentirete riferire dai giornali. Ieri sera, dopo le nove, ad una festa privata di immigrati in un locale, un contingente di dieci carabinieri ha fatto letteralmente, irruzione (probabilmente in seguito a delazione di un "vicino", ndr) nell'abitazione. I carabinieri hanno chiesto i passaporti e i permessi di soggiorno (tra l'altro la tata di mio figlio, che partecipava alla festa, se li era dimenticati), hanno diviso le persone tra quelli che l'avevano e quelli che non l'avevano. Hanno 'scortato' le persone fuori, una per una, decidendo di credere o non credere a loro esclusivo arbitrio a chi diceva di avere i documenti e di averli dimenticati (per fortuna, a Nancy, la tata di mio figlio, hanno creduto).
Un vero e proprio rastrellamento della gestapo, con gli immigrati al posto degli ebrei. Io, a sentir questo , mi sono sentita male, ma proprio male. E non aggiungo niente altro, i fatti parlano più delle parole. Rosa".

Nella foto, banderuola con la sagoma di Mary Poppins, la tata con la valigia sempre pronta. In ben altro clima, anche da noi migliaia di governanti straniere rischiano ogni giorno la detenzione nei Cie (lager per migranti) e disumani viaggi di deportazione.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
"Le parole e l'anima" di Roberto Malini, un successo letterario a sorpresa
della redazione Watching The Sky
"Roberto Malini è uno scrittore che influisce da anni sulla cultura italiana, dedicandosi a temi delicati come il razzismo, l'omofobia, l'antisemitismo e il negazionismo. Eppure, con le sue battaglie nonviolente per i Diritti Umani, con le denunce degli abusi istituzionali contro le minoranze, con l'impegno coraggioso contro la mafia, viene regolarmente censurato dai media italiani".
Milano, 5 marzo 2010. Le novelle di Roberto Malini sono diventate un bestseller. Senza pubblicità, senza promozioni televisive, radiofoniche o presso le librerie, "Le parole e l'anima" ha raggiunto le primissime posizioni nella classifica di vendita riservate agli audiolibri acquistati su I-tunes, Audible e nei siti delle librerie online. Un successo a sorpresa, che sfugge alle regole del marketing editoriale, che vede gli autori in fila per apparire nelle pagine culturali dei quotidiani e periodici e addirittura a compiere i salti mortali pur di partecipare a trasmissioni televisive dedicate alla letteratura o - ancora meglio! - nei talk show. "Roberto Malini è uno scrittore che influisce da anni sulla cultura italiana," spiega un responsabile editoriale, "dedicandosi a temi delicati come il razzismo, l'omofobia, l'antisemitismo e il negazionismo. Ha pubblicato opere importanti sull'Olocausto, sostenute da Yad Vashem di Gerusalemme e dai più importanti centri di studio internazionali. Ha vinto oltre dieci festival di cinema internazionale con le sue sceneggiature. Ha tradotto Saffo, Emily Dickinson, i poeti della Shoah. Quando tiene una lettura di poesia, il pubblico accorre numeroso, come se si trattasse di un concerto rock. Eppure Roberto, con le sue battaglie nonviolente per i Diritti Umani, con le denunce degli abusi istituzionali contro le minoranze, con il suo impegno coraggioso contro la mafia, con la sua missione di educare i giovani alla tolleranza e alla democrazia, viene regolarmente censurato dai media italiani. L'Alto Commissario per i Diritti Umani lo riceverà a Roma il prossimo 11 marzo, Commissione e Consiglio d'Europa si avvalgono dei suoi studi per monitorare la situazione delle minoranze in Italia, i motori di ricerca registrano centinaia di migliaia di link in cui si parla della sua attività, ma le tv italiane non lo invitano da almeno due anni (ovvero da quando, sul tema della xenofobia, ammutolì su La7 il trio Mussolini-Fiore-Borghezio), perché è un attivista scomodo, oltre che uno scrittore che dà fastidio ai potenti. Roberto, però, non ha bisogno di spinte da parte di nessuno: sono in tanti a conoscere il suo valore di scrittore e di essere umano e la sua influenza positiva sulla cultura e la società continuerà a farsi sentire. Da parte nostra, siamo orgogliosi di aver contribuito a diffondere alcune delle sue opere. Oltre al successo del libro 'Le parole e l'anima', anche le sue 'Poesie dell'Olocausto' sono al primo posto nelle classifiche di vendita della poesia italiana contemporanea".

Alcuni commenti
"Il miglior augurio che posso dare a Roberto Malini è un detto di moda negli anni settanta: LUNGA VITA A ROBERTO!"
Pino Galeota, presidente della V commissione permanente culturale Comune di Roma.
"Sono molto contenta del successo del libro 'Le parole e l'anima': Roberto lo merita proprio.
Non succede sempre che il successo arrida a chi lo merita, e il suo impegno e la sua profonda umanità meritano ricompensa".
Rosa Mauro, Caffè Letterario
"Il mondo moderno, così arido e materialista, ha bisogno di riscoprire il valore del mito, che educa lo spirito all'abnegazione, alla generosità, all'eroismo. 'Le parole e l'anima' possiede la forza e la sapienza dell'antica mitologia, un modulo poetico che consente alle parole di splendere come stelle e ottenere così l'attenzione dell'anima".
Mattia Jakob, esegeta e collezionista di audiolibri

Le parole e l'anima
di Roberto Malini
Narrato dalle voci di Dario Penne, Bruno Alessandro, Gino La Monica.
Direzione: Dario Picciau, Dario Penne.
Collana Palco (32').
Edizioni LibriVivi Media (www.librivivi.eu).
"Le parole e l'anima": miti e leggende rappresentano a diversi livelli il significato dell'esistenza umana. Quando Ulisse, paradigma di tutti gli eroi, torna a Itaca e si prepara a vivere una vecchiaia serena, scopre di non poter avere pace se prima non avrà saldato il suo debito con gli déi. Allora dà ordine a un esercito di artigiani di costruire un secondo cavallo... Ma è Perseo, figlio di Zeus, che assapora l'amarezza più grande dopo aver sconfitto la sua nemesi, inseguita per tutta la vita. Intanto personaggi singolari, misteriosi predicatori e rabbini riemersi dal tempo degli "shtetl", restituiscono a un'umanità che ha perduto le risposte ai grandi enigmi dell'esistenza il conforto della fede e della sapienza antica. Interpretazione a cura di tre delle voci più belle, profonde e variegate, in ambiente teatrale .
LibriVivi: vi permettono di scoprire o riscoprire in un modo nuovo la grande letteratura. I grandi interpreti del cinema e del teatro italiano, le voci delle più grandi star di Hollywood, attori come Dario Penne (Anthony Hopkins), Marco Mete (Robin Williams), Bruno Alessandro (Horst Tappert, Isp. Derrick), Luigi La Monica (Richard Gere), Emanuela Rossi (Michelle Pfeifer), Valentina Mari (Natalie Portman), Aurora Cancian (Brenda Blethyn), Dante Biagioni (Fred Astaire), Perla Liberatori (Scarlet Johanson), Emiliano Coltorti (James Franco), interpretano per voi il meglio della letteratura, della poesia e del teatro.
In vendita su I-tunes, Audible e nelle librerie online.
Negozio LibriVivi: www.librivivi.eu
Da aprile in tutte le librerie la versione Libro+Cd
Nelle foto, la copertina del libro "Le parole e l'anima"; l'autore con la romnì Emilia al corteo antirazzista milanese dell'1 marzo 2010
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
L'armadio
di Rebecca Covaciu
La mia vita è come un armadio.
Tanto tempo ho vissuto nel buio,
nel sudore,
nel freddo.
Mi sbattono,
mi muovono,
ho caldo,
sudo.
Sono ancora nel buio,
ho paura del buio,
ma sono passati tanti anni e mi sono abituata
e nel buio riesco a vedere tutto chiaro.
Ho visto una chiave d'oro luccicante
l'ho infilata nella serratura dell'armadio
e sono uscita.
Ho avuto paura della luce
ma sapevo di avere la forza
e ho cominciato a guardare il cielo
le stelle
la luna
che mi davano la forza di vivere.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Leonardo Da Vinci era arabo. Lo dimostrano un'impronta digitale, una notizia d'epoca e un ritratto cinquecentesco appena scoperto
Milano, 28 febbraio 2010. "Leonardo Da Vinci, giudicato 'il più grande italiano di tutti i tempi' nel recente format su Raidue, era arabo". Lo rivela uno studio condotto da Alfred Breitman e Roberto Malini del Gruppo Watching The Sky, associazione impegnata nelle ricerca di opere d'arte perdute e delle tracce biografiche sconosciute dei grandi artisti del passato. "Lo affermiamo con grande convinzione," spiegano Breitman e Malini, "in base ad alcune evidenze. La più importante è costituita dal ritrovamento di un'impronta digitale di Leonardo sul dipinto 'La dama con l'ermellino'. Secondo l'antropologo Luigi Capasso la tipologia dell'impronta è caratteristica del 60% degli individui provenienti dai paesi arabi. L'ipotesi di un origine araba del maestro non è tuttavia nuova. E' risaputo che il nome della madre di Leonardo, Caterina, era attribuito con frequenza alle schiave arabe acquistate in Toscana e provenienti da Istanbul". Anche il professor Alessandro Vezzosi, celebre studioso del Rinascimento, è convinto dell'origine araba dell'autore della Gioconda: "Possediamo documenti che suggeriscono l'origine orientale di Leonardo Da Vinci".
"Anche il giovane Salai, pupillo di Leonardo," continua Watching The Sky, "sembrerebbe, dalle descrizioni che possediamo, un ragazzo arabo, con i capelli ricci, la pelle bruna e gli occhi scuri vivacissimi. Anche il soprannome con cui Leonardo lo chiamava, deriva da 'salah', che è un termine arabo". Breitman e Malini, a questo punto, estraggono da un cassetto un bel disegno a sanguigna su un foglio di carta antica. "Questo ritratto virile del primo Cinquecento è di scuola leonardesca," spiegano, "e rappresenta un viso che possiede molte similitudini con i ritratti noti del volto di Leonardo Da Vinci. La sua particolarità è che indossa un copricapo di foggia araba. Si può ipotizzare che si tratti di un ritratto del maestro eseguito da un suo allievo che conosceva le vere origini del 'più grande italiano di tutti i tempi'. La notizia, preziosa per la Storia dell'Arte, è anche un monito per coloro che difendono a spada tratta le frontiere geografiche e culturali del nostro Paese, senza capire che il progresso sociale, morale e intellettuale di un popolo può avvenire solo grazie al contributo di altre esperienze e tradizioni".

Nelle foto, da sinistra: il ritratto cinquecentesco scoperto da Watching The Sky; la "Dama con l'ermellino"; un celebre autoritratto di Leonardo da Vinci
Alcuni link interessanti:
http://www.exibart.com/notizia.asp/IDNotizia/30698/IDCategoria/204
http://www.queerblog.it/post/7349/leonardo-e-il-suo-protetto-discepolo-salai-erano-arabi
http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=b0.02.28.18.21
http://rivistanugae.blogspot.com/2010/02/leonardo-da-vinci-era-arabo.html
http://www.controluce.it/index.php?option=com
http://firenzecuriosita.blogspot.com/2010/03/leonardo-da-vinci-ha-origini-arabe.html
http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=49773&idSezione=4
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=13756
http://zh-cn.facebook.com/note.php?note_id=335627714423&comments&ref=mf
http://engrammi.blogspot.com/2010/03/leonardo-da-vinci-e-le-sue-origini.html
http://www.messinaitalia.it/2010/03/leonardo-da-vinci-era-arabo/
Ne discutono anche in Turchia:
http://www.trtitalian.com/trtinternational/
Ed è subito polemica:
http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=115&sez=120&id=33592
http://www.youreporter.it/
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Antisemitismo, un mostro sempre in agguato
Stefano Cattaneo, da molti anni attivo contro l'antisemitismo, rileva come certe calunnie che da secoli colpiscono il popolo ebraico tendano a ritornare, per avvelenare la cultura della tolleranza e diffondere ostilità contro gli ebrei. Ci ha inviato copia della sua lettera spedita a L'Unità, contestando il contenuto antiebraico e diffamatorio relativo a un articolo uscito sul quotidiano: "Perché pubblicate sul giornale fondato da Antonio Gramsci notizie basate su teorie inventate di sana pianta, in cui si accusano gli ebrei di Israele di compiere traffico d'organi di palestinesi? Perché avete rifiutato di dare spazio all'articolo di Daniela Santus, che smontava quel castello di raccapriccianti fantasie? Cosa pensate quando La Padania, il Secolo, Libero, o Il Giornale pubblicano articoli in cui si accusano gli 'zingari' di ogni nefandezza? Non pensate subito che con tali articoli si semina razzismo?". Concordiamo con Stefano e ricordiamo che il giornalista svedese autore del pezzo a cui si ispira l'articolo de L'Unità è stato smentito dalle sue stesse fonti palestinesi, che hanno negato di essere mai entrate in contatto con lui.

Purtroppo l'antisemitismo riaffiora continuamente, riportando a galla leggende e pregiudizi medievali. Qualche giornale, pochi giorni fa, ha addirittura parlato di traffico d'organi organizzato da ebrei ad Haiti. La notizia dei rapimenti, sempre per espianto di organi, di algerini da parte di ebrei israeliani è recente: folle e mirata a diffondere odio razziale, come tutte le altre, come il delirio del complotto ebraico per abbattere le Twin Towers o le continue riedizioni dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion nel mondo arabo. La stessa sorte, però, subiscono anche i Rom, che i media presentano come criminali genetici, rapitori di bambini, stupratori, violenti, ladri incalliti. Ad Auschwitz, popoli e persone innocenti soffrirono, morirono e testimoniarono insieme quali orridi frutti produca il razzismo. Altrettanto nefasta è l'amnesia che, a distanza di pochi decenni dal più grande crimine contro l'umanità, coglie ancora gli esseri umani, mantenendo in vita i germi distruttivi della Shoah, del Samudaripen, del Triangolo Rosa e di tutti gli orrori che i nazisti scatenarono contro le minoranze a loro invise.
Nelle foto, copertine dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion (1934)
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Auguriamoci di non avere mai governanti così...
"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?
Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.

Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.
Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia, ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare." Elsa Morante, 1945, a proposito di Benito Mussolini.
Nella foto, Elsa Morante
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La politica, la Mafia e i Rom
di Roberto Malini
Esiste in Italia un grave fenomeno deviante, caratterizzato dalla quasi totale apertura culturale, da parte del popolo e dei media italiani, alla presenza mafiosa: si tratta di un fenomeno causato da anni di propaganda sui giornali e in televisione. Le mafie, negli ultimi 20 anni, ma soprattutto nell'ultimo lustro, si sono diffuse in tutti i comparti della società italiana, fino a toccare il "fatturato" record di circa 300 miliardi di euro (di cui 150 legati al traffico di droga) nel 2009. Con un simile potere, non deve stupire che personaggi strettamente collegati alla mafia abbiano raggiunto importantissime posizioni politiche, dando vita a nuovi tentacoli mafiosi, che ormai compenetrano l'economia, la finanza, la pubblica amministrazione. Le politiche recenti, come l'approvazione di leggi contro le intercettazioni telefoniche e lo scudo fiscale, hanno "premiato" le cosche. Ma soprattutto è la minimizzazione della realtà mafiosa (quante volte si legge sui giornali che "lo Stato ha 'quasi' sconfitto la Mafia"?) e la delegittimazione dei pentiti ad aver limitato pesantemente il lavoro dei magistrati impegnati seriamente contro il crimine organizzato.

Non meno grave è la mancanza di volontà, da parte dei partiti, di fare pulizia di tutti coloro che sono colpiti da sospetti (o, peggio, indagini) di collusioni o complicità mafiose. Questa attività di prevenzione e "purifica" era consigliata caldamente dal giudice Paolo Borsellino: possiamo considerarla la sua più importante - e ignorata - eredità civile. Oggi si può affermare che i vertici mafiosi non sono più solo in Sicilia, Campania e Calabria, ma al nord o addirittura all'estero, in Svizzera, negli Stati Uniti e in altri Paesi, da dove guidano l'impero economico malavitoso. Ovviamente, tanto ai politici corrotti che ai mafiosi, è indispensabile agire dietro una cortina di fumo, per condurre i loro affari illeciti senza disturbo, per mantenere le posizioni di potere conseguite e le alleanze "istituzionali" senza che la giustizia e le forze dell'ordine possano intralciarli, senza che gli eventuali scandali possano minarne la libertà di azione e l'impunità. Ecco perché politica e mafia, che controllano il 99% dell'informazione in Italia, hanno interesse a creare allarme sociale riguardo ad altri fenomeni, facendo leva su pregiudizi medievali e colpendo i gruppi sociali più vulnerabili: i Rom, con la loro povertà che li costringe all'accattonaggio, a rifugiarsi in case abbandonate o campi dove costruire baracche; i rifugiati, con il disagio provocato dal razzismo e dalla xenofobia (i politici riescono facilmente a presentarli come "parassiti", "barbari" e "invasori"); gli stranieri, che sono accusati di essere asociali e di "rubare il lavoro agli italiani"; gli omosessuali, che con i loro modelli di vita si pongono, secondo gli intolleranti, quale antitesi al concetto tradizionale di "famiglia", cellula del concetto tradizionale di "società". Capri espiatori di un sistema perverso e marcio, i reietti, gli esclusi, i discriminati sono "carne da macello": lo strumento più efficace del malaffare.

In questo panorama, gli attivisti e i difensori dei diritti umani sono vissuti come sovversivi, nemici del Paese, anarchici, mentre i movimenti neonazisti e razzisti divengono preziosi alleati dei partiti che vogliono apparire "moderati", ma hanno bisogno di qualcuno che faccia il "lavoro sporco". E' evidente come tali gruppi che incitano all'odio razziale dovrebbero essere messi fuori legge in una democrazia: al contrario, vengono premiati e oggi occupano ministeri, hanno deputati, senatori, sindaci, presidenti di Regione e perfino europarlamentari, mentre i media ospitano i loro deliri, presentati in forma "civilizzata". Nel contempo, le loro frange estremiste operano con violenza, al di fuori della legge. Ancora riguardo agli attivisti e agli operatori umanitari, se poi succede che abbiano l'ardire di diffondere all'estero documenti e prove delle violazioni istituzionali, ecco che vengono intimiditi, perseguitati, fatti oggetto di abusi polizieschi e giudiziari.
Nelle foto, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino; il giudice Paolo Borsellino, eroe della lotta contro la Mafia
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Ciao, Rebecca!
Dopo il successo dello spettacolo di teatro giovanile "La storia di Rebecca", tenutosi a Cassina de' Pecchi e dedicato alla vicenda umana della giovanissima artista Rom Rebecca Covaciu, si annuncia a Genova una nuova pièce teatrale, "Ciao, Rebecca!", di cui forniremo presto tutte le informazioni utili. La giovanissima artista romena di etnia Rom è stata vittima di alcuni gravi episodi di persecuzione razziale in Italia, ma è sempre stata capace di rialzarsi, insieme ai suoi genitori Stelian e Gheorghina. Aggredita a Milano da uomini in divisa, nel 2008, la famiglia Covaciu è stata costretta a fuggire a Napoli, dove si è trovata al centro dei pogrom anti-Rom di Ponticelli.

La ragazzina, però, veniva selezionata per il Premio Unicef e lo vinceva, grazie al suo talento creativo. Quindi teneva mostre d'arte in Italia, in America, in Francia, in India. Viveva per alcuni mesi vicino a Potenza, nella campagna lucana, poi tornava a Milano, dove si trova tuttora, frequentando con profitto la scuola media e abitando finalmente in una casa. Così giovane, è già diventata portavoce del suo popolo discriminato ed espulso in massa dal nostro Paese. La storia di Rebecca è apparsa su tutti i giornali del mondo. Nei prossimi giorni il periodico "Visto" pubblicherà uno speciale dedicato alla giovane pittrice, intervistata da Ferdi Berisa, il ragazzo Rom che ha vinto il Grande Fratello.
Nella foto, sul palcoscenico del Piccolo Teatro della Martesana, dopo lo spettacolo "La storia di Rebecca", Rebecca con i genitori, la sorella maggiore e Roberto Malini
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
"La storia di Rebecca": a Cassina de' Pecchi (Milano) spettacolo teatrale studentesco per dire no ai pregiudizi razziali
Gli studenti di terza media di Cassina de’ Pecchi (MI) celebrano la Giornata della Memoria con una rappresentazione teatrale dedicata alla storia di Rebecca Covaciu, ragazza Rom, premio UNICEF.
Cassina de' Pecchi, 1 febbraio 2010. La commovente storia di Rebecca Covaciu viene proposta all’attenzione del pubblico in occasione della ricorrenza della Giornata della Memoria. A raccontarla saranno le classi terze della Scuola Media Giovanni Falcone, che in uno sforzo congiunto hanno inteso offrire un contributo concreto e quanto mai adeguato alla circostanza. Rievocare gli orrori della Shoah è per loro e per tutta la scuola un’occasione per ribadire che quegli eventi di un passato ancora così prossimo non debbono ripetersi mai più.

Convinti che il pregiudizio, allora come ora, costituisca una fonte di discriminazioni e di persecuzioni, con questa rappresentazione teatrale gli alunni hanno inteso valorizzare il tema cruciale del rispetto delle minoranze e della diversità. La diversità, denigrata e beffeggiata da chi la percepisce solo come mera estraneità, diviene invece un valore nel momento in cui la si conosce. Lo spunto per fare questa esperienza viene qui offerto dall’incontro con Rebecca (che sarà presente alla prima dello spettacolo) la cui vicenda condurrà lo spettatore dentro una realtà di discriminazione ma al contempo lo avvicinerà al mondo interiore della protagonista rivelandogli uno straordinario messaggio di gioia e di speranza, contro tutte le discriminazioni. L’iniziativa ha ricevuto l’incoraggiamento della Croce Rossa Italiana, che ha raggiunto gli insegnanti nella forma di una graditissima lettera firmata dal dottor Marco Squicciarini, Responsabile Nazionale per le attività accoglienza e assistenza alle popolazioni Rom.
CASSINA DE’ PECCHI
Piccolo Teatro Martesana
4 febbraio 2010 ore 11.00
5 febbraio 2010 ore 20.30
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Dalla Cei, una lezione di civiltà a chi ci governa
"Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche. La considerazione di fondo sugli immigrati resta la dignità di ogni persona umana che non può essere oggetto di pregiudizio e discriminazione, come ha ricordato il Pontefice.

A tutti quelli che fanno riferimento alla centralità della persona, a quelli che si vogliono far vedere in pubblico come bravi cattolici diciamo che tra noi e i clandestini non c’è nessuna differenza". Mariano Crociata, segretario generale della Cei, rispondendo a una domanda dei giornalisti riguardanti le recenti affermazioni di SilviomBerlusconi, secondo cui all'aumento di immigrazione corrisponderebbe un aumento della criminalità
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Human Right Watch, Italia segnalata nel Rapporto annuale per razzismo e xenofobia
Milano, 23 gennaio 2010. L'Italia non ha risolto il grave problema delle politiche lesive dei diritti dei profughi e richiedenti asilo, del popolo Rom, delle minoranze. La deriva razzista e xenofobica non si è arrestata ed è definita come un "problema scottante", così come la presenza di componenti discriminatorie nella propaganda politica sui media e nei discorsi pubblici. E' il sunto del capitolo relativo al nostro Paese nel Rapporto annuale sui Diritti Umani nel mondo curato da Human Right Watch e pubblicato il 20 gennaio 2010. L'Italia è accomunata alla Grecia per quanto riguarda il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra e dunque del diritto all'asilo e alla protezione internazionale. E' importante, in un'ottica futura, che i referenti italiani dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati moltiplichino il loro impegno, opponendo le regole del diritto internazionale che tutela chi fugge da Paesi in crisi umanitaria all'atteggiamento xenofobo del governo italiano.

Le politiche di Italia e Grecia rappresentano, secondo Human Right Watch, un ostacolo sulla via dell'unificazione delle politiche dell'Unione sui rifugiati e i richiedenti asilo. I respingimenti in Libia rappresentano gli eventi più gravi e il Rapporto ricorda l'ammonimento che le autorità deputate al rispetto dei Diritti Umani in Europa e nel mondo hanno rivolto all'Italia, a partire dal Consiglio europeo e dall'Alto Commissario. Censurata anche la collaborazione offerta in alcuni casi ai Paesi intolleranti dall'agenzia Frontex. La deportazione in Tunisia di persone sospettate di terrorismo, ponendo a rischio le loro vite, rappresenta un abuso. Il documento sullo stato dei Diritti Umani nel mondo sottolinea inoltre l'iniquità del "pacchetto sicurezza" (Legge 94/2009) e la natura persecutoria e razzista delle politiche intolleranti e violente sul popolo Rom.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La zingara rapitrice
Uno studio che smonta lo stereotipo più pesante
L’ampia ricerca “Adozione di minori rom/sinti e sottrazione di minori gagè” commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e alla direzione del Prof. Leonardo Piasere, si articola in due studi volti a rispondere a differenti ma complementari interrogativi.
L’uno –– in corso di pubblicazione presso CISU – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai Tribunali per i Minori italiani a famiglie gagé, condotto da Carlotta Saletti Salza. L’altro – già edito dallo stesso editore col titolo “La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – sui presunti tentati rapimenti di infanti non-rom da parte di rom, condotto da Sabrina Tosi Cambini.
Continua nella sezione Arte e Cultura
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
"Una storia quasi soltanto mia". Un libro per ricordare Giuseppe Pinelli
"Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…" Licia Pinelli
Il 10 febbraio 2010 dalle ore 17.30 presso il Circolo dei lettori di Torino in via Bogino 9 si terrà la presentazione del libro di Licia Pinelli e Piero Scaramucci “Una storia quasi soltanto mia”. L'incontro è organizzato a cura dell'Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti.
A 40 anni dalla strage di piazza Fontana e dalla morte di Giuseppe Pinelli, durante l’interrogatorio nella Questura di Milano, viene riproposto il racconto che Licia Pinelli fece nel 1981 a Piero Scaramucci. Con rara umanità emerge la vita di Giuseppe Pinelli e della sua famiglia. Puntuale e aggiornata la documentazione sulle indagini, i depistaggi, i processi. Il libro costituisce uno strumento di assoluta importanza per comprendere la storia del nostro Paese e riflettere sul presente. Introduce l’avvocato Bruno Segre Presidente ANPPIA Torino, intervengono Boris Bellone dell'ANPPIA Torino, Licia Pinelli e Piero Scaramucci, autori del libro. Segue dibattito e, al termine della serata, verrà consegnata la tessera ad “Honorem” dell’ANPPIA a Licia Pinelli.

Nella foto, Giuseppe Pinelli
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Ascoltare Emily Dickinson
Roma, 6 gennaio 2009. Sono uscite per i LibriVivi (www.librivivi.com) "Sillabe del mattino" e "Un fiore o un libro" , raccolte di poesie di Emily Dickinson nella versione in italiano di Roberto Malini. Per la Dickinson, la vocazione del poeta nasceva dal desiderio di migliorare l'essenza stessa dell'umano indagando oltre i confini del divino, alla ricerca di una purezza sempre più perfetta. Non a caso, paragonava la sua arte alla lotta di Giacobbe con l'angelo. Emily passò quasi tutta la sua vita nella casa natìa, che abbandonava solo per visite ai parenti. Vestiva di bianco come un angelo e coglieva l'infinito nei cicli della natura e nei piccoli istanti della vita quotidiana, nei quali si fissavano anche i macro-avvenimenti della società in cui la poetessa viveva, sconvolta dalla Guerra di Secessione. Le brevi liriche, scritte nella sua camera, rappresentavano il suo progetto di comprendere il senso della vita e della Storia attraverso lo strumento dell'immaginazione. Quando Emily morì, all'età di 56 anni, la sorella trovò in un cassetto le sua opera: 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo.
 
Schede dei libri
Titoli: "Sillabe del mattino" e "Un fiore o un libro"
Autrice: Emily Dickinson
Versione in italiano di: Roberto Malini
Collana: Palco
Interpretazione: in ambiente teatrale
Direzione: Dario Picciau, Roberto Malini
Interprete: Aurora Cancian
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
5 gennaio: una data che ricorda le leggi antiebraiche del 1939 e ci fa riflettere sul "pacchetto sicurezza" e sui provvedimenti anti-stranieri
del Gruppo EveryOne
Milano, 5 gennaio 2010. Spesso i cittadini di uno stato non prestano particolare attenzione ad eventi che costituiscono passi in avanti o all'indietro sul camino della civiltà e della democrazia. Sembra, per esempio, che sia stata già relegata nella soffitta dei ricordi la recente conversione in legge (la Legge 94/2009) del pacchetto sicurezza, un provvedimento anti-immigrazione, scritto su basi di discriminazione etnica e razziale, irresponsabilmente approvato del Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica. La legge che trasforma i profughi in cittadini senza diritti è stata voluta dalla Lega Nord, partito anti-stranieri, anti-europeista e secessionista che tiene in scacco le Istituzioni poiché, senza i voti dei suoi deputati e senatori, la maggioranza non potrebbe governare. A causa della Legge 94/2009 i Rom in Italia sono soggetti a un regime spietato di controllo e repressione poliziesca, mentre i migranti cosiddetti "irregolari" vengono equiparati a criminali e sono costretti a vivere nascosti, per evitare l'arresto, l'imprigionamento nei Cie, carceri-lager, e la deportazione verso Paesi da cui sono fuggiti per sottrarsi a persecuzioni, carestie o altre tragedie umanitarie. I migranti extracomunitari regolari, invece, sono costretti in uno stato di totale asservimento a datori di lavoro e padroni di casa, perché senza occupazione o alloggio adeguato possono perdere in qualsiasi momento il permesso di soggiorno, divenendo "irregolari" e dunque soggetti ad arresto e deportazione. La nuova legge non tutela neppure l'integrità delle famiglie, costringendo ogni adulto extracomunitario ad avere il permesso di soggiorno - sempre in base a lavoro a tempo indeterminato e alloggio adeguato, ovvero in possesso di requisiti quasi irraggiungibili - pena l'arresto, la prigione dura in un Cie per un periodo fino a sei mesi e la deportazione. Questo significa che se in una famiglia un genitore o un figlio maggiorenne perde il permesso di soggiorno e non trova lavoro a tempo indeterminato entro sei mesi, diventa "irregolare" e viene deportato, anche se gli altri membri della famiglia sono in grado di mantenerlo finché non trova un altra occupazione, che in questi tempi di crisi non è un evento semplice. Questa "spada di damocle" è sospesa sulla testa di tutti i cittadini extracomunitari, anche quelli che vivono nel nostro paese da tanti anni e non hanno più familiari né conoscenti nei paesi d'origine.
Oggi, 5 gennaio 2010, ricorre il 71° anniversario di un evento altrettanto terribile e caduto nell'oblio: la conversione in legge di una serie di Regi decreti-legge che annullavano i diritti civili della popolazione ebraica in Italia, aprendo la strada alle persecuzioni e alla Shoah.
Ecco i decreti antisemiti trasformati in Leggi italiane:
- Legge 5 gennaio 1939, n. 26, Conversione in legge del Regio decreto-legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1539, concernente l'istituzione, presso il Ministero dell'interno, del Consiglio superiore per la demografia e la razza (GU n. 24, 30 gennaio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l'istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica (GU n. 31, 7 febbraio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 98, Conversione in legge del Regio decreto-legge 15 novembre 1938-XVll, n. 1779, relativo all'integrazione e al coordinamento in unico testo delle norme emanate per la difesa della razza nella scuola italiana (GU n. 31, 7 febbraio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 99, Conversione in legge del Regio decreto-legge 5 settembre 1938-XVl, n. 1390, contenente provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (GU n. 31, 7 febbraio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 274, Conversione in legge del Regio decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, recante provvedimenti per la difesa della razza italiana (GU n. 48, 27 febbraio 1939).
Contatto:
Gruppo EveryOne
+39 340 8135204 :: +39 331 3585406
info@everyonegroup.com :: www.everyonegroup.com
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Noi, i sopravvissuti
di Nelly Sachs (traduzione di Roberto Malini)
Noi, i sopravvissuti,
Dalle cui cave ossa la morte ha iniziato a intagliare i suoi flauti,
Mentre sui tendini ha già strofinato l'archetto -
I nostri corpi continuano a lamentarsi
Producendo una musica straziata.
Noi, i sopravvissuti
Davanti ai quali penzolano ancora cappi a nodo scorsoio
Pronti a stringersi al collo, sullo sfondo del cielo -
Gocce del nostro sangue riempiono le clessidre.
Noi, i sopravvissuti,
Consumati anche oggi dai vermi dell'orrore.
La nostra costellazione è sepolta nella cenere
Noi, i sopravvissuti
Vi preghiamo:
Fateci rivedere il vostro sole, ma gradualmente.
Passo passo guidateci da stella a stella.
Siate gentili quando ci insegnerete a vivere di nuovo.
Se così non sarà, il canto di un uccello
O un secchio che si riempie fino all'orlo
Potrebbero causare l'esplosione della pena contenuta a stento
E farci scomparire un'altra volta -
Vi chiediamo in ginocchio:
Fate che non vediamo di nuovo un cane feroce
Altrimenti, altrimenti
Forse ci ridurremo ancora in cenere -
In cenere, davanti ai vostri occhi.
Ma quali cuciture tengono insieme le nostre pezze?
Noi, il cui respiro si è interrotto,
le cui anime sono volate a Lui, la mezzanotte di quel giorno,
assai prima che i nostri corpi si salvassero
nell'arco del momento.
Noi, i sopravvissuti
Vi stringiamo le mani
Guardandovi negli occhi -
Ma tutto quello che ci unisce è l'accomiatarci,
dirci addio nella cenere
ci tiene uniti a voi.

Nella foto, Nelly Sachs
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Silvia e Abrehet (perché occuparsi di Diritti Umani?)
di Roberto Malini
Roma, 30 dicembre 2009. Silvia e Abrehet aspettano un bambino. Silvia è bella, colta, ricca e famosa. La sua famiglia è potente, il suo futuro radioso. Ha trent'anni ed è fresca come una rosa. Anche Abrehet ha trent'anni e, come Silvia, è al quarto mese di gravidanza. I suoi occhi sono scuri e profondi come il cielo sul Corno d'Africa, la terra da cui è fuggita per non morire, ma la sua pelle d'ebano è appassita e segnata da tanti anni di stenti e di dolore. Silvia è benvoluta dagli italiani, che insieme a lei trepidano, aspettando che il suo bambino fortunato veda la luce. Sfogliano i rotocalchi, cercando foto di Silvia con il pancione, per amarla e sorridere. Abrehet non ha un posto dove andare. Ha fame. Ha freddo. Suo marito Yosef la guarda con amore e dolore. Vorrebbe nutrirla con il suo respiro; vorrebbe scaldarla con il suo sguardo. Ma Abrehet e Yosef sono clandestini. Una legge spietata, partorita dal puro male, li condanna a nascondersi. Gli sgherri li braccano ovunque. Tenaci, rabbiosi e fanatici come cacciatori, gli occhi iniettati d'odio, perlustrano i luoghi derelitti dove gli africani, insieme ad altri miserabili, si sottraggono alla vista della "brava gente", per allungare le loro vite disperate, per non subire la brutalità dell'arresto, l'orrore della prigionia nei Cie e infine la deportazione verso paesi in cui solo il dolore e il nulla attendono i profughi. Silvia è una stella ariana, Abrehet è una nuova ebrea. La prima è Eva, la seconda Anna. Ha fiducia nell'intima bontà dell'uomo, Abrehet, quando tende la sua manina senza più carne e sul suo teschio vivo si dischiude un atroce sorriso, da cui esala una sola parola, un lamento: "Aiutaci". A volte è troppo duro, troppo doloroso impegnarsi per i Diritti Umani, in questo tempo senz'anima, in questo paese dominato da mostri. Perché lo facciamo? Perché, nonostante tutto, continuiamo, se non a credere, almeno a sperare? Lo facciamo perché amiamo Abrehet, perché Abrehet è bellissima - più bella di Silvia - e il suo bambino è un fiore.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
E' uscito per i LIbriVivi "Le parole e l'anima" di Roberto Malini

E' uscita nella collana "Palco" dei LibriVivi (www.librivivi.it) la siloge di racconti "Le parole e l'anima", di Roberto Malini. I racconti sono interpretati dalle voci straordinarie di Dario Penne, Gino La Monica e Bruno Alessandro. Miti e leggende rappresentano a diversi livelli il significato dell'esistenza umana. Quando Ulisse, paradigma di tutti gli eroi, torna a Itaca e si prepara a vivere una vecchiaia serena, scopre che non potrà avere pace se prima non avrà saldato il suo debito con gli déi. Allora dà ordine a un esercito di artigiani di costruire un secondo cavallo... Ma è Perseo, figlio di Zeus, che assapora l'amarezza più grande dopo aver sconfitto la sua nemesi, inseguita per tutta la vita. Intanto personaggi singolari, misteriosi predicatori e rabbini riemersi dal tempo degli "shtetl", restituiscono a un'umanità che ha perduto le risposte ai grandi enigmi dell'esistenza il conforto della fede e della sapienza antica.
Scheda del libro
Titolo: "Le parole e l'anima"
Autore: Roberto Malini
Genere: narrativa
Collana: Palco
Interpretazione: in ambiente teatrale
Direzione: Dario Penne, Dario Picciau
Interpreti: Dario Penne (Voce Narrante), Gino La Monica (Voce Narrante), Bruno Alessandro (Voce Narrante)
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
E' giusto paragonare la persecuzione dei Rom e dei migranti all'iniquità delle leggi razziali e dell'Olocausto?
di Roberto Malini
Milano, 19 dicembre 2009. Alcuni anni fa, durante il Festival del cinema di Roma, ricevetti pesanti critiche per aver effettuato, nel corso di una conferenza stampa, un parallelo fra la discriminazione degli ebrei, negli anni delle leggi razziali, e quella dei Rom in Italia. Per lo stesso motivo, venni escluso da una mailing list dedicata alla Resistenza: "Ma come si permette di fare un simile paragone?" mi scrisse la fondatrice della lista, per motivare la sua decisione, "Le sembra che i Rom vengano schedati? Le sembra che siano lasciati senza acqua, cibo o assistenza medica? Le sembra che qualcuno li sottoponga a violenze, li metta in prigione o li deporti senza un motivo? Le sembra che li caccino dai campi in cui vivono?"
Studio l'Olocausto e le dinamiche delle persecuzioni da quando avevo 16 anni. Ho conosciuto decine di testimoni, di Giusti, di storici e direttori di Musei. Ho lavorato insieme ai principali studiosi della Shoah, del Samudaripen, del genocidio dei Triangoli Rosa: da Dan Michman ad Avner Shalev, da Gerard Koskovich a Marcel Courthiade. Quando si conoscono i meccanismi patologici che conducono alla disumanizzazione di una società, non è difficile riconoscerne i segni e i sintomi, nell'attimo in cui si manifestano.

Chi studia l'Olocausto e si impegna per educare alla Memoria le giovani generazioni, lavora come un biologo e la sua ricerca si concentra sul formarsi di una degenerazione di un organismo vivo, come è ogni comunità umana. Oggi un'attivista toscana ha ricevuto la stessa critica, per aver tracciato, in un comunicato stampa, un parallelo fra l'intolleranza che colpisce i Rom nella sua città - e che ha condotto la cittadinanza a chiederne a gran voce l'espulsione - e la repressione degli ebrei al tempo di Mussolini. Una docente universitaria, studiosa della Seconda guerra mondiale, ma staccata dall'attuale realtà della persecuzione razziale, le ha scritto: "Il suo articolo termina con una concetto per me inaccettabile: non confondiamo la tragedia dei forni crematori con qualsiasi atto di intolleranza. Quella tragedia non deve essere banalizzata con paragoni davvero impropri. Ciò mi offende profondamente". Il messaggio dell'insegnante proseguiva con toni pieni di sdegno, come se l'Olocausto non fosse un'esperienza viva ed educativa, un baratro sempre aperto, in cui l'umanità può ricadere sempre, ma una finestra chiusa, la colpa irripetibile di una generazione di carnefici mostruosa ed estinta.

Abbiamo risposto alla studiosa che il paragone fra ebrei negli anni dell'Olocausto e Rom oggi in Italia è ormai fatto da testimoni della Shoah come Piero Terracina, Nedo Fiano, Ohni Ohnaus, Ruth Bondi, Tamara Deuel, Hanneli Pick-Goslar, Antonia e Goffredo Bezzecchi, Mihai Grancea. Le abbiamo presentato i dati riguardanti la speranza di vita media di un ebreo negli anni di Hitler, che era di 38 anni: la stessa speranza che hanno oggi i Rom e i Sinti in Italia. "Lo sa come si è giunti ad emulare tali atroci numeri?" le abbiamo chiesto. "Attraverso una persecuzione sistematica, capillare, spietata, che è avvenuta e avviene nell'indifferenza generale. Anche sopravvissuti all'Olocausto di etnia Rom hanno subito sgomberi e atti di persecuzione istituzionale in Italia: Mihai Grancea, gli anziani Ciuraru (i cui morti sono anche nell'archivio di Yad Vashem) e altri vecchi Rom, rifugiatisi in Italia, con i segni della loro tragedia, dai Paesi balcanici. Noi attivisti, che abbiamo visto tante morti e tanto dolore provocato da razzisti, ma anche e soprattutto dalle autorità, nei confronti di esseri umani innocenti di etnia Rom, non possiamo che essere pienamente concordi con i sopravvissuti di Auschwitz che considerano i Rom in Italia così simili agli ebrei di quegli anni bui. Il caro Piero Terracina piangeva, qualche mese fa, abbracciando i piccoli Rom di Tor di Quinto: 'Bambini miei," sussurrava loro fra le lacrime, con un filo di voce, commosso, "siete come noi, come noi ebrei, quando il mondo ci odiava e ci sterminava'. Dunque, gentile signora, non si offenda: non c'è offesa nella pietà, nel dolore, nella solidarietà. Sono i soli strumenti che l'uomo possiede per contrastare l'odio, un sentimento oscuro e profondo che è terra fertile per i germi dei nuovi olocausti".
Nelle foto, Traian Grancea, 101 anni, sopravvissuto al Samudaripen, insieme al presidente romeno Traian Basescu
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Le mani di Lex Luthor sulla Rete
di Roberto Malini
Milano, 19 dicembre 2009. La violenza desta orrore e sdegno. Il volto sanguinante di Berlusconi, ferito a Milano nel pomeriggio del giorno di santa Lucia, è simile, per una volta, alle facce martoriate dei Rom, dei profughi, dei senzatetto colpiti dalla furia razziale o dalla crudeltà istituzionale. Di fronte a questi eventi, che vedono l'uomo simile alle creature brute, ci si chiede da cosa scaturisca l'odio. Nel caso del primo ministro, in molti hanno strumentalizzato un fatto grave gettandone le responsabilità non al raptus di un uomo dal fragile equilibrio psichico, ma - in un clima inquisitoriale - a inquietanti figure di streghe e untori: Di Pietro, Travaglio, Spatuzza, le "toghe rosse". E, perché no?, internet: FaceBook... i blog... l'informazione libera. La caccia alle streghe non sembra fermarsi neanche in seguito alle dichiarazioni della segretaria del Milan, che dimostrano come l'aggressore di Silvio Berlusconi avesse da mesi un'ossessione per il presidente del consiglio e fosse convinto che questi gli dovesse un favore (lo sblocco di una carta di credito, secondo i ricordi della segretaria). Niente a che vedere, quindi, con i veleni politici, che pure sono perniciosissimi; niente a che vedere con la presunta pericolosità delle opinioni contrarie alle politiche della maggioranza; nulla a che spartire con FaceBook, i blog e la Rete, nuova "emergenza sicurezza" sollevata dal centrodestra. Questo governo - non senza precise e gravi responsabilità dell'opposizione, che su certi temi non ha mai smesso di recitare la parte del "governo-ombra" - ha già soppresso molte libertà e annichilito la dignità di tanti esseri umani, in primis migranti e Rom.

Con il famigerato "pacchetto sicurezza" ha creato un'emergenza umanitaria tragica, con migliaia di stranieri fuggiti da Paesi in crisi umanitaria costretti a nascondersi e vivere come animali per evitare i Cie e la deportazione; con migliaia di Rom che vivono e muoiono braccati e perseguitati, senza un futuro, in un clima allucinante di orrore, miseria e dolore. Finanziamenti di opere folli e costosissime, come il film di propaganda della Lega Nord "Barbarossa" (costo: 30 milioni di euro; incassi: meno di 400 mila euro) dimostrano che poca attenzione vi sia per i valori della cultura democratica e che sprezzo vi sia delle regole. E tutti i provvedimenti a favore delle mafie, dalla soppressione delle intercettazioni allo scudo fiscale, dai beni sequestrati messi all'asta alla delegittimazione di magistrati e collaboratori di giustizia, non sono un vero e proprio attentato alla libertà e alla vera sicurezza di tutti noi? Si cerca di mettere il bavaglio agli attivisti e ai "patrioti costituzionali", di ridicolizzare il lavoro dei giornalisti che hanno il coraggio di denunciare la corruzione, di far passare i magistrati (che pure spesso sbagliano) per strumenti di una "sinistra" che per il vero - escluse poche realtà - ha perso qualsiasi identità e di certo non controlla "toghe rosse", visto che non controlla neanche se stessa e va alla deriva in silenzio (Franceschini, se ci sei ancora, batti un colpo!). Si creano casi-civetta per distrarre l'opinione pubblica dai veri problemi. Si è portato un movimento anti-immigrazione e anti-minoranze razziali - le cui idee sono violente fino al sadismo, anticostituzionali, simile a quelle del Partito dei Lavoratori che incubò il nazionalsocialismo - ai vertici dello Stato, dove trasforma i propri deliri, le proprie teorie sugli stranieri e i diversi in leggi dello Stato. Ora, estremo insulto alla libertà e alla democrazia, si vuole controllare la Rete, per impedire che gli ultimi semi di verità sfuggiti al grande aspirapolvere politico-mediatico circolino e lentamente fruttifichino. Bisogna essere coraggiosi e attuare una resistenza nonviolenta, ma strenua, per evitare che un "Lex Luthor", i suoi avvocati e i suoi "robot" - che paiono usciti da un brutto fumetto (tale è l'Italia, oggi) - uccidano anche la speranza.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Esplode a Carrara l'intolleranza contro i Rom
di Angela Ricci, da salviamocarrara.com (www.salviamocarrara.splinder.com)
Carrara, 19 dicembre 2009. Oggi pomeriggio avrà luogo
ad Avenza una manifestazione organizzata da La
Destra per chiedere la chiusura del campo Rom. Sulla stessa linea di
pensiero, La Lega, alcuni esponenti del PD e il sindaco di Carrara, Angelo
Zubbani.

Si è scatenato un clima di caccia alle streghe, il tutto in nome della
sicurezza. Un clima che ricorda i forni crematori di Hitler e gli ultimi
delitti dell'Italia fascista che eliminò i 'figli del vento'. Fino a
spingersi nella Russia di Stalin, dove nei gulag, queste minoranze etniche
andarono incontro ad un destino simile.
Invece di tentare la via della comunicazione e del confronto, lorsignori
usano le armi del populismo e della demagogia,armi sicuramente vincenti in un
clima cittadino caratterizzato da un forte senso di insicurezza. Chi compie un
reato è giusto che paghi ma senza differenza di etnia.
Oggi vogliono cacciare i Rom, domani a chi toccherà?
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
A Genova l'arte di Rebecca Covaciu e una mostra fotografica raccontano il mondo dei Rom
Genova, 14 dicembre 2009. Dal 14 dicembre 2009 fino all'otto gennaio 2010 presso la Biblioteca Saffi a Molassana, nell'entroterra genovese, sarà possibile visitare la mostra "Di solitudini e di sorrisi. L'oasi di Elvis, le stelle di Rebecca". Si tratta di un allestimento itinerante che ha già fatto tappa in scuole, biblioteche, Università e Palazzo Ducale raccontando per immagini il mondo dei Rom.

La mostra raccoglie le foto di Mauro Repetto - pubblicate con la casa editrice La Lontra - e i disegni di Rebecca Covaciu, giovanissima artista Rom romena che ha contribuito a far conoscere la cultura del suo popolo proprio attraverso la creatività. Rebecca ha ricevuto il Premio UNICEF per il suo contributo alla realizzazione di una cultura di pace. Le sue opere sono accolte al Museo di Hilo (Stato delle Hawaii, Usa), all'Archivio Storico di Napoli, alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e in tante collezioni d'arte. La biblioteca è aperta al pubblico di pomeriggio.
Per informazioni: 3471150856
www.caratteridiversi.org
Nella foto di Steed Gamero, Rebecca Covaciu
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Natale di morte a Roma. Attivista originario del Bangladesh muore di freddo
il pacchetto sicurezza e l'odio razziale alla base di una nuova "strage degli innocenti"
Roma, 9 dicembre 2009. Ci avviciniamo a un Natale di disumanità e morte. Ci si chiede che fine farebbero la Madonna e Giuseppe, se vivessero ai nostri giorni, nella città del Papa, alla ricerca di un posto dove edificare una baracchina per non morire di freddo e consentire al bambinello di nascere. Mentre poche organizzazioni umanitarie si impegnano quotidianamente insieme a cittadini solidali per evitare la morte di gruppi sociali emarginati e indigenti - perseguitati da Istituzioni e autorità, che sono il funesto motore di un'atroce tragedia umanitaria che colpisce Rom, migranti e senzatetto - il freddo colpisce ancora, spietato come gli aguzzini. Il Gruppo EveryOne ha ricevuto segnalazioni di interruzioni di gravidanza che hanno colpito giovani donne di etnia Rom, causate dal rigore del clima e dalla precarietà della vita all'addiaccio.

Sono notizie di cui i media non si occupano, per non turbare gli acquisti di fine anno: oggetti futili e cibi ipercalorici per le brave famiglie bianche e italiche; ninnoli superflui per i loro bambini piagnucolosi, viziatissimi e infagottati di panni da capo a piedi, come se vivessero al Polo Nord. Stamattina il rifugiato Mohammad Muzaffar Alì, detto Sher Khan, è morto di freddo a Roma, in piazza Vittorio. Sher Khan, travolto dall'intolleranza e ridotto in miseria, era stato uno dei leader della comunità pachistana a Roma fin dagli inizi degli anni 1990. Senza tetto, senza mezzi di sopravvivenza, viveva all’ex museo della Carta sulla via Salaria, fino a quando il comune, nello scorso settembre, ha fatto sgomberare l'edificio. E' l'ennesima vittima dell'esclusione sociale e delle politiche razziali perpetrate da Istituzioni centrali e locali in Italia, politiche che si abbattono anche contro gli attivisti per i Diritti Umani. Solite frasi di circostanza da parte del sindaco Gianni Alemanno: ''Il piano freddo partirà come ogni anno e darà un ricovero a tutti coloro che non hanno un luogo dove andare a dormire per proteggersi dal freddo''. E' una menzogna, perché i "clandestini" sono costretti a vivere e morire nascosti, per evitare gli effetti della legge razziale nota come "pacchetto sicurezza", mentre nessun ricovero è stato previsto dal comune (come del resto dagli altri comuni italiani) per le famiglie Rom sgomberate da insediamenti e ripari di fortuna.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La Corte europea dei Diritti Umani sentenzia che il matrimonio celebrato dai Rom è valido a tutti gli effetti
Milano, 9 dicembre 2009. Riceviamo da Juan de Dios Ramírez-Heredia, presidente di Union Romani, una notizia confortante, in questo periodo di crisi dei Diritti Umani. Due anni fa María Luisa Muñoz Díaz, detta "La Nena", madre di sei figli, presentò ricorso alla Corte europea dei Diritti Umani dopo che i tribunali spagnoli, nei tre gradi, le avevano negato il diritto alla pensione di vedovanza, poiché la legge non riconosceva il matrimonio gitano. María Luisa si era sposata nel 1971, all'età di 15 anni, con la tradizionale cerimonia Rom.

Il mancato riconoscimento del matrimonio ai fini pensionistici aveva ottenuto ampia eco sulla stampa e aveva gettato il popolo gitano nello sconforto, perché negava valore a una cerimonia antica, che è al centro della cultura e della vita sociale del popolo Rom. Con il supporto di Unión Romaní e della Fundación Secretariado Gitano, la donna era quindi ricorsa alla Corte di Strasburgo, che finalmente le dava ragione. "Oggi è un gran giorno non solo per i gitani di Spagna," commenta il presidente di Unión Romaní, "ma per il popolo Rom nell'Unione europea. Non festeggiamo solo la vittoria di María Luisa, cha avrà la sua pensione, ma finalmente vediamo riconosciuto per la prima volta il valore legale del nostro matrimonio".
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Lettera al sindaco di Torino Sergio Chiamparino: "Ci aiuti a proteggere l'artista africano Réné Bokoul, emarginato e indigente a Torino"
6 dicembre 2009
Illustrissimo sindaco di Torino Sergio Chiamparino,
siamo Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com).
Le segnaliamo la drammatica situazione di Réné Bokoul, artista che si è rifugiato in Italia dal Congo nel 2006, ottenendo asilo, ma nessun sostegno umanitario. Réné Bokoul è uno dei più importanti artisti africani viventi, considerato un caposcuola nel suo Paese, nonostante la giovane età. Fino allo scoppio della guerra che l'ha costretto a riparare fuori dal Congo, Bokoul aveva un ruolo assolutamente centrale nella cultura e nell'arte africana. Artista del Presidente della Repubblica, ha tenuto mostre di prima importanza. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni museali pubbliche e private. Eppure oggi, a causa di un clima di razzismo e intolleranza che è ormai diffuso ovunque, questo grande artista africano vive senza casa, senza mezzi di sostentamento, come un mendicante. Potrebbe dare lustro al Paese che l'ha accolto, con il frutto del suo genio, invece vive le conseguenza della povertà e dell'emarginazione. Il Gruppo Watching The Sky (formato da artisti che lavorano per i Diritti Umani, in perfetta sinergia con il Gruppo EveryOne) l'ha accolto fra i suoi artisti e, se Réné potrà vivere presto dignitosamente, si impegna a seguirne la carriera e a promuovere ovunque il suo lavoro.
Sindaco, Le chiediamo di non accogliere questa richiesta di aiuto con l'indifferenza che ormai congela i cuori delle Istituzioni e della gente, in Italia. Réné avrebbe diritto a un aiuto almeno per meriti artistici e umanitari e sarà presto autonomo, se non lo si lascerà in balìa degli stenti e dell'intolleranza. Bisogna agire con il cuore, con spirito solidale, subito, prima che sia tardi. Anne Frank scriveva nel suo Diario: "Non capisco perché i governi spendano tanto denaro per le armi e la sicurezza, mentre i poveri e gli artisti muoiono di fame". Il tempo di Anne era così simile al nostro! Non se ne accorgevano i cittadini del Reich e dei Paesi nell'orbita nazista, non se ne accorgono gli italiani. Ci aiuti, aiuti Réné: vedrà che non sarà difficile renderlo un uomo finalmente libero e in grado di badare a se stesso, oltre che di regalare a Torino, all'Italia e al mondo il prodigio dii un'arte che ha radici millenarie e che ispirò persino Picasso.
Continua nella sezione Arte e Cultura
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Francia. Montreuil espelle i Rom per "pulizia e disinfezione"
di Saimir Mile, La voix des Rroms
Parigi, 5 dicembre 2009. Ancora una volta le famiglie Rom che vagano da due settimane per le strade di Montreuil sono vittime del cinismo dell'autorità municipale. Ieri, venerdì 4 dicembre 2009, i Rom sono stati pregati di lasciare subito il vicolo in cui si erano rifugiati, nei pressi della Halle Marcel Dufriche, sede del recente Salone del Libro per la Gioventù. Le autorità hanno scritto nero su bianco i motivi dell'allontanamento, che avviene in pieno inverno, senza concessione di alternative di alloggio né assistenza sociale: "per disinfezione e pulizia". Demagogia, provocazione o mostruosità? Giudichi il e lettore. Ancora una volta, solo la solidarietà degli abitanti di Montreuil e dei collettivi di supporto hanno evitato un dramma ancora più grave.

La gente del posto, per fortuna, non accetta il disgusto che provocano negli animi tolleranti le decisioni della signora Dominique Voynet (sindaco di Montreuil, eletto per i Verdi, ndt). Così, grazie all'aiuto di molti, le famiglie hanno potuto trascorrere la notte all'aperto con un minimo di riparo (questa è l'unica differenza, ormai, fra il clima di intolleranza in Francia e in Italia: da noi i Rom, in genere, vengono sgomberati di fronte alla cittadinanza che applaude gli aguzzini e si compiace di fronte al tragico spettacolo della successiva "marcia verso il nulla", ndt). Oggi le famiglie Rom hanno occupato un edificio sfitto al numero 83 di Avenue de President Wilson, sempre a Montreuil. Stamattina il proprietario si è recato sul posto, dove ha constatato l'occupazione. Questo significa che il rifugio in cui vivono è ben precario e che la polizia potrà sgomberarle in qualsiasi momento. (Trad. Roberto Malini)
Nella foto, Rom romeni in Francia
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Ancora un omicidio razziale, ancora indifferenza mediatica
Milano, 5 dicembre 2009. Come ai tempi del Ku Klux Klan o dell'apartheid in Sudafrica: a Biella un datore di lavoro italiano uccide un suo dipendente africano, trasformato in uno "schiavo" dalla legge razziale 94/2009 dopo che gli era scaduto il permesso di soggiorno, e getta il suo cadavere in un canale. Poi, sperando di farla franca, riprende la vita di sempre. Un fatto di cronaca doloroso e agghiacciante nella sua spietata violenza. Fino a qualche anno fa, sarebbe stato sulle prime pagine di tutti i quotidiani e in apertura dei telegiornali. Oggi, invece, in Italia non è così. Dopo una lunga campagna politica e mediatica improntata all'odio razziale, gli italiani sono ormai insensibili, davanti alla tragedia di un uomo dalla pelle scura. Ed ecco che i principali quotidiani italiani dedicano al caso articoli brevi e senza alcun commento, ponendola dopo gli esiti del sorteggio dei mondiali di calcio, le solite inquietanti notizie legate alla "doppia vita" di Berlusconi e alcune notizie dall'estero.

A parti invertite, se uno straniero avesse ucciso a sangue freddo un italiano, a distanza i poche ore le versioni online dei quotidiani avrebbero iniziato il "circo" dell'intolleranza, presentano gli immigrati come creature selvagge e senza scrupoli, acquattate nel buio e pronte a colpire, stuprare, assassinare gli innocenti italiani, notoriamente "brava gente", come se Mafia, N'Drangheta e Camorra fossero solo circoli dopolavoristici. E' il 4 dicembre 2009 e sono le 23.39. Nei quotidiani online, la notizia del crimine razziale scende ancora nella home page, come se nulla fosse accaduto, come se fosse un peccato turbare le coscienze della maggioranza degli italiani, cui politici e media hanno insegnato a temere "l'uomo nero". Non la corruzione. Non le mafie e le loro sinergie con la politica. Non la crisi morale e civile che imperversa in Italia e fa più vittime di quella economica. Non l'intolleranza che brucia la civiltà dei Diritti Umani trasformando le nostre città in luoghi di un nuovo medioevo, in cui chi è diverso viene ancora braccato, scacciato dal mondo degli uomini come Caino, umiliato, battuto, imprigionato, messo al rogo. Sono le 23.42. Ora. come facciamo sempre in queste occasioni, invieremo questo articolo ai direttori di giornali, ai capiredattore, ai responsabili dei network. Domattina, si può esserne certi, la notizia del martirio di Ibrahim, 35 anni, tornerà a salire e otterrà ampio spazio nei telegiornali. "E' stata solo una svista," si giustificheranno i gestori dell'informazione. "Di certo, noi non siamo razzisti".
Nella e a non foto, violenza razziale a Tulsa, Oklahoma (Usa) nel 1921
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Sono uscite per i LibriVivi le "Poesie dell'Olocausto" di Roberto Malini
Roma, 4 dicembre 2009. Sono uscite per i LibriVivi (librivivi.com), nella collana Recital, le Poesie dell'Olocausto di Roberto Malini, suddivise in due raccolte. Da oltre trent'anni l'autore si dedica allo studio dell'Olocausto e a progetti di educazione alla Memoria, a stretto contato con i più importanti musei e centri di studio internazionali. Ha incontrato in Israele, Italia e altri Paesi numerosi sopravvissuti ebrei e rom allo sterminio nazista: a loro sono dedicate le sue "Poesie dell'Olocausto". Il poeta presenta inoltre le sue versioni in italiano di alcune poesie di autori scomparsi nell'Olocausto o scampati ai campi di morte: Henja e Ayala Karmel, Jankiel Wiernik, Paul Celan, anonimi del Ghetto di Kovno e dalla comunità sefardita della Grecia, Wladislaw Szlengel, Tamara Deuel. Quest'ultima, testimone della persecuzione antisemita in Lituania, scomparsa a Tel Aviv nel 2007, è stata a lungo amica del poeta e fonte di ispirazione per l'impegno che Roberto Malini dedica ai diritti umani e alla difesa delle minoranze ancora oggi perseguitate. E' proposto inoltre l'inno del popolo Rom di Jarko Jovanovic, che ricorda il Samudaripen e le innumerevoli persecuzioni subite dal popolo Rom in Europa. L'opera uscirà presto anche in libreria, nella versione libro+cd. Le poesie della raccolta sono interpretate dalla voce incomparabile di Dario Penne, che si alterna a quella dell'autore. Le Poesie dell'Olocausto di Roberto Malini saranno diffuse da un'importante stazione radiofonica nel corso della Giornata della Memoria 2010.
 
LibriVivi
I LibriVivi, propongono inediti, nuove versioni dei classici e casi letterari. Rappresentano un'importante novità nell'ambito dell'editoria italiana, perché le opere non sono semplicemente lette, ma interpretate dalle voci più affascinati e conosciute del cinema e del teatro. Oltre 50 titoli di LibriVivi sono già disponibili; saranno 150 entro la metà del 2010. Le tre collane in cui sono suddivisi mettono in luce le caratteristiche del progetto. La prima è "Colossal", che propone al lettore i capolavori della letteratura universale in un modo nuovo e appassionante. Grazie alle interpretazioni di prestigiosi cast con numerosi attori, i libri prendono vita e diventano veri e propri "Colossal" cinematografici, con narrazione, dialoghi, effetti sonori e musiche. La seconda è "Palco", che propone opere di media durata, con tanti interpreti, musiche, effetti d'ambiente e acustiche registrate all'interno di storici teatri italiani. Il lettore diviene spettatore e l'opera assume la profondità e le sfumature di recite indimenticabili. La terza, infine, è "Recital", che presenta il fascino della pura voce umana, attraverso letture senza musica, che interpretano poesia, monologhi teatrali, novelle: gioielli della letteratura che "parlano" a chi e cerca gli spazi dell'anima nei quali risuona, come nelle antiche sale, l'eco di pensieri immortali. Grazie a un accordo con Sony Music i LibriVivi saranno distribuiti all'inizio del 2010 nel formato libro-cd in oltre 2000 librerie.
Titolo: Poesie dell'Olocausto, voll. 1 e 2
Autore: Roberto Malini
Editore: LibriVivi (librivivi.com)
Genere: Poesia
Collana: Recital
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
I minareti, simbolo delle minoranze e dei Diritti Umani
di Roberto Malini
Milano, 2 dicembre 2009. Dall'Italia l'intolleranza si diffonde in Svizzera, dove un referendum ha proibito la costruzione di nuovi minareti. E' stato facile, per il Partito Popolare Svizzero (SVP), di estrema destra, ottenere il 57% dei voti. Nel clima di diffidenza e sospetto che caratterizza oggi la Svizzera, come si poteva credere che il popolo decidesse di manifestare apertura verso la fede islamica? Perché mai avrebbe dovuto farlo, visto che i media descrivono tutti i musulmani come nemici della civiltà occidentale? A causa delle politiche contro i Diritti Umani, l'Unione europea rischia una vera e propria crisi della democrazia. La democrazia si fonda infatti sulle Costituzioni e le carte che tutelano i diritti delle minoranze, visto che le maggioranze hanno quale privilegio intangibile - nell'istituzione democratica - il diritto di governare. Nel nostro continente è in vigore la Carta dei diritti fondamentali nell'Unione europea (http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf). La "volontà popolare", spesso manipolata attraverso i media e la propaganda, non può e non deve sostituirsi ai Diritti Umani. In Italia movimenti anti-immigrazione e anti-minoranze come la Lega Nord, Forza Nuova, i partiti di estrema destra e, ormai, anche il Pdl chiedono ai cittadini: "Volete i Rom?", "Volete i rifugiati?", "Volete gli stranieri poveri?", prospettando scenari apocalittici o invasioni barbariche.

I cittadini rispondono "no, non li vogliamo" e le Istituzioni fanno leggi razziali. Con i referendum, si ottengono gli stessi risultati. Ma tutto questo è illegittimo e antidemocratico, perché viola i diritti delle minoranze, che non dovrebbero essere in discussione. Per recuperare la democrazia, è necessario impedire la propaganda e i referendum contro le minoranze. Altrimenti, sull'onda della "volontà popolare", presto i comparti sociali più vulnerabili saranno privati dei più elementari diritti della persona: "Volete le sinagoghe?", "Volete coppie omosessuali in giro per le città?", "Volete che circolino pubblicazioni che presentano altre forme di cultura, religione, civiltà?", "Volete che il denaro pubblico sia speso per dare assistenza ai poveri?", "Volete che si diffondano modi di vivere alternativi a materialismo e consumismo?". Un po' di propaganda e la risposta sarà sempre "no". No alle diversità, che spaventano il "comune buon senso". Senza l'inviolabilità dei Diritti Umani, vi sono le atrocità che si commettono da sempre in nome del popolo, quello stesso popolo che applaudiva l'Inquisitore assistendo al tragico spettacolo dei roghi; quello stesso popolo che acclamava Hitler e i suoi volenterosi carnefici; quello stesso popolo che in tante occasioni ha partecipato attivamente a pogrom e purghe etniche; quello stesso popolo che, armato di badili, picconi e bastoni, massacrava il popolo ebraico negli Stati Baltici, affiancando le sanguinose operazioni degli Einsatzgruppen. Quello stesso popolo che oggi - nonostante gli insegnamenti che la Storia recente cerca invano di trasmetterci - sorride agli sgherri e applaude il loro operato quando sgomberano un insediamento Rom o arrestano qualche immigrato scampato alle guerre o alle carestie nei Paesi poveri. Totale disumanità. Grado zero della democrazia.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Stranieri eravate in terra d’Egitto
di Debora Peters
da "Mosaico", sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano, rubrica "Ebraismo e attualità"
Migranti, stranieri, “diversi”. E l’intolleranza che si diffonde. Ma cosa dice il pensiero ebraico in proposito? Parla Haim Baharier, maestro di Torà, biblista, consigliere di capitani d’impresa. Roberto Malini di EveryOne interviene sulla condizione dei Rom in Italia
Milano, 2 dicembre 2009. Il numero degli immigrati in Italia è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, risalenti al febbraio 2008, gli stranieri regolari sarebbero più di tre milioni oggi in Italia mentre gli irregolari si aggirerebbero intorno al milione; con una crescita annua valutata intorno al 21%, secondo il Dossier Caritas del 2007 sull’immigrazione. Il nostro Paese non era preparato a questa novità e ha provato a mettere ordine sia a livello politico che legislativo. Al di là dei problemi di ordine pubblico o dei fatti di cronaca, assistiamo tuttavia ad un diffuso sentimento di rifiuto verso lo straniero, a volte persino di repulsione, sia al livello della gente comune che istituzionale.
Se da un lato osserviamo l’esplodere dell’intemperanza, di forme di razzismo individuale che sfocia a volte in episodi xenofobi o atteggiamenti di esclusione, ci sono anche gruppi la cui violenza è ufficialmente giustificata perché contrabbandata da difesa della sicurezza pubblica. Omofobia, aggressioni, ronde, pestaggi: la sensazione è che sempre di più si stiano diffondendo fenomeni di intolleranza. Legittimati però, stavolta, da un clima politico e sociale radicalmente mutato. Un imbarbarimento generale in cui sembrano aver sempre meno valore i principi etici, quelli di rispetto dell’individuo e del prossimo, inteso appunto anche come straniero. Ma a questo proposito che cosa dice il pensiero ebraico? Qual è l’approccio della tradizione d’Israel alla condizione dell’essere straniero, proprio noi che fummo schiavi in terra d’Egitto, esuli e immigrati di tutte le epoche e in tutti i Paesi? Risponde Haim Baharier, maestro di ermeneutica biblica e pensiero ebraico, da sempre molto sensibile alla questione della diversità, della condizione di estraneità e dell’essere straniero.
“Il problema dell’accoglienza è spinoso per gli ebrei. Il primo testo che menziona l’argomento dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19,18), dove ci si azzarda ad interpretare prossimo tuo come straniero. Questa interpretazione è però erronea poiché più avanti si parla di “gher”, e in questo caso sì che la traduzione letterale è quella di straniero. In Shemot, capitolo 33 v.11, è scritto “Adonai parla a Moshé, volto a volto, come un uomo al suo prossimo vicino”. Nella profondità di questo verso è custodito un principio etico: per avere un rapporto autentico e sincero con il trascendente bisgona avere un rapporto autentico e sincero con il prossimo. Ma ancora, non è affatto chiaro che si stia parlando dello straniero. Il fatto è che nella Torà l’amore verso il prossimo non è una cosa così scontata, tant’è che differenti sono i racconti in cui fra ebrei, perfino tra fratelli, non vi è un amore vero e profondo: si ricordino Ismaele ed Isacco, Giacobbe ed Esaù.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso”, si diceva: il suo significato è comprensibile a tutti e come tale è ripreso da alcune grandi religioni. Ma la tradizione ebraica tende a diffidare delle evidenze. Teme ciò che appare troppo in fretta compreso e condiviso da tutti. Di più, lo bolla come idolo, presunzione di farsi simili a Dio, di spacciarsi per suoi soci. L’uomo non è forse stato creato per ultimo, dice il Talmud (TB, Sanhedrìn, 38a) proprio per stroncare sul nascere questa sua tentazione di farsi dio?, la fascinosa illusione della creatura di ergersi a origine di se stessa, quella che i greci chiameranno ubris e che ciascuno di noi, una volta almeno nella vita, ha sentito pulsare nel suo animo e nei suoi nervi? E dunque anche quell’“Amerai il prossimo tuo come te stesso” va compreso oltre la lettera, va aperto all’esame di tutte le sue molteplici implicazioni. Perché lì, in quelle parole, non sta tanto l’appello alla bontà, ma il nodo, ben più intricato, della responsabilità. Noi, esseri limitati, siamo illimitatamente responsabili per il nostro prossimo.
Qual è allora la condizione necessaria per l’amore degli altri, ivi compresi i diversi e gli stranieri?
Da questo punto di vista l’ebraismo è molto innovativo. Dal momento che è pieno di gente che non ama se stessa, come si fa in tal caso ad amare l’altro? Quel come te stesso è quindi l’espressione della reciprocità. Possiamo amare il prossimo solo se il prossimo ama noi. Ma c’è anche qualcosa di più: siamo addirittura responsabili dell’amore del prossimo verso di noi: ovvero abbiamo il dovere di suscitare questo amore. Solo allora anche noi dovremo amare l’altro e ci verrà spontaneo farlo. Lo stesso Rabbi Akiva riconosceva questo come uno dei più grandi principi mediati dalla Torà.
E se non c’è questa reciprocità?
Nel Talmud troviamo tradotto questo stesso principio con altre parole: “ciò che non vuoi ti sia fatto, non farlo al tuo prossimo”. Ma in questa frase è racchiusa l’idea che ci porta ad assumere un’altra grande responsabilità: se questa reciprocità non c’è noi abbiamo il dovere di difenderci da colui che ci odia e di privarlo della possibilità di fare del male. Ciò giustifica la legittima difesa. Ma torniamo al versetto da cui siamo partiti. E prendiamola alla larga, come siamo abituati a fare noi ebrei, noi che ci abbiamo messo quarant’anni ad attraversare un deserto percorso all’epoca da qualunque carovana in meno di 15 giorni. Narra il Talmud che un goy si recò un giorno dal maestro Shamai e disse: “Se mi insegni tutta la Torà mentre sto in piedi su una sola gamba, mi convertirò”, (TB, Shabbàt, 31a). Shamai furioso lo cacciò. Il goy andò allora dal maestro Hillel, che aveva fama di pazienza infinita. Hillel gli rispose: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Il resto è commento. Va’ e studia”. Così le traduzioni correnti. Ma De‘alekh sani, lehavrékh la ta‘àvid, come suona in aramaico la risposta di Hillel, significa letteralmente “colui che ti è nemico, non lo far passare per tuo amico”. Nel decidere chi è amico e chi nemico, ciascuno di noi si assume la terrificante responsabilità delle conseguenze della sua azione, o di ciò che discenderà dalla sua mancata azione. Questo ci dice Hillel. Qui è il nocciolo dell’amore come della responsabilità.
E allora “Amerai il prossimo tuo come te stesso“, in ebraico Veahavtà le-reakhà kamòkha, significa più esattamente “Amerai per il prossimo tuo ciò che ami per te”. Non un generico appello all’amore per l’altro, cosa che nessuno ti può ordinare. No. Piuttosto il vincolo ad assumere su di te la responsabilità di agire per gli altri come agiresti per te stesso. A cominciare dalla legittima difesa, che sei tenuto a estendere agli inermi, e a chi non può difendersi da solo. Accollandosi, quando le circostanze lo impongono, anche quella parte di ingiustizia necessaria e inevitabile all’espletamento della giustizia stessa. Il Talmud poi non ci dice se il gentile si convertì o no, poco importa: non di convertiti c’è bisogno, ma di persone che assumano la responsabilità implicita nella pienezza di una vita eticamente vissuta. “Come un vostro concittadino sarà per voi lo straniero che risiede con voi e lo amerai come te stesso perché stranieri eravate in terra d’Egitto…”. Levitico, 19, 34. Come per tutti i valori, anche la responsabilità è assoluta, illimitata: si costituisce a limite e nello stesso tempo a verifica della tolleranza.
Dove allora nei testi si fa esplicita menzione dello straniero, del non ebreo?
Nei Tehillim, i Salmi, Re David dice che gli stranieri si riconoscono tra di loro. Allora il Signore dice all’uomo “Accoglili: come tu sei straniero anche io sono straniero”. Ciò mi ricorda un episodio che mi è capitato: per anni ho avuto come vicino di pianerottolo una persona con cui, per tutto il tempo in cui ho abitato in quella casa, non ho mai scambiato una parola. Anni dopo ho incontrato questa stessa persona a New York, alloggiavamo nello stesso albergo, e abbiamo stretto un’amicizia fraterna, cosa che nella mia città non sarebbe mai accaduta. Ecco, quando si è entrambi nella condizione di estraneità, questo è proprio ciò che può accadere. Invece la questione dell’accoglienza è diversa, non può essere incondizionata. Ci sono casi in cui l’accoglienza non porta a qualcosa di positivo sia per colui che accoglie sia per lo straniero accolto. Prendiamo l’ebreo. Per secoli si è sentito in tutto il mondo come a casa sua, e per secoli ha cercato di fare il bene della nazione in cui si trovava migliorandone le leggi e svolgendo professioni importanti per tutta la comunità civile. Ciò non ne ha impedito comunque la discriminazione, l’allontanamento, l’espulsione. Cosa che ha radicato nel popolo ebraico un sentimento di costante estraneità.
Diversi, la voce del Bené Berith
La globalizzazione è una delle più grandi trasformazioni nella storia dell’umanità. L’uomo è costretto a misurarsi con una realtà molto più vasta e questo è percepito come una minaccia alla propria identità e alla sicurezza personale. Ed è il desiderio di sicurezza che provoca ostilità nei confronti del diverso e dello straniero. Come popolo ebraico, dispersi in tutto il mondo per più di 2000 anni siamo il primo popolo globale del pianeta e abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, ahimè con conseguenze tragiche, la condizione di essere diversi in un mondo ostile. Per la nostra tradizione, la condizione di straniero è un elemento fondante e centrale dell’identità.
Dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto, quando Israele si appresta a diventare un popolo e a conquistare la terra promessa, è chiamato a far memoria del suo essere stato straniero. Leggiamo in Esodo 23,9: “Non opprimere il forestiero, perché voi già conoscete lo stato d’animo del forestiero, essendo stati voi stessi forestieri in Egitto”. Ve-atem yadatem et nefesh ha-ger. Questo passo ci parla dellanefesh, dello stato d’animo dello straniero e usa il verbo yadache significa la conoscenza intima. Quando incontriamo colui che si trova in condizione di disagio perché “diverso” la Torà ci chiede di conoscere il suo animo, di entrare nella sua pelle, di vedere il suo dolore e di capire le sue necessità non solo materiali, ma anche il suo bisogno di accoglienza. Ci chiede di conservare la memoria di quando siamo stati anche noi stranieri, ci chiede di assumerci la responsabilità di questa memoria e comportarci con compassione. Nella nostra tradizione lo straniero è spesso associato al povero, non solo chi viene da un altro paese, ma chiunque sia in condizioni di necessità. La solidarietà, l’aiuto al bisognoso, la difesa dell’oppresso e in generale dei diritti umani, sono dei valori cardine dell’associazione Bené Berith, che quest’anno ha deciso di dedicare le sue attività sociali e culturali al tema della diversità. Il programma di attività verrà sviluppato con altre Associazioni (il CDEC, il CEJI-Centre Européen Juif D’information), L’Onlus “Oltre Il Ponte” e LICRA (Ligue Internationale Contre le Racisme et Antisémitisme) e oltre a organizzare interventi e tavole rotonde sul tema, rivolgerà particolare attenzione ai giovani e alla loro educazione circa il valore della diversità. Il Bené Berith proporrà nei prossimi mesi un concorso tematico a premi, aperto a tutti i ragazzi di età liceale della Comunità Ebraica di Milano. ( Joseph Bali)
Caccia al Rom
Everyone Group è un’associazione apolitica che combatte per i Diritti Umani, contro la discriminazione e la persecuzione delle minoranze. Ultimamente si è occupata di immigrazione e in particolare della situazione dei Rom in Italia. Roberto Malini, uno dei fondatori, organizza regolarmente proteste di natura gandhiana, per bloccare l’esagerata violenza di azioni condotte dalla nostra polizia nei campi Rom. “Il problema – dice Malini – è che la violenza è ormai legittimata istituzionalmente. Ho assistito in prima persona a veri e propri pestaggi verso uomini, donne e bambini. Mai scorderò l’accanimento della polizia due anni fa durante lo sgombero del campo di Pesaro. Nella maggior parte dei casi la stampa tace, così come tace sulle condizioni disumane in cui vivono queste persone”. Secondo Malini c’è grande affinità fra quella che è oggi la condizione dei Rom in Italia e quella degli ebrei nel periodo nazi-fascista. Non a caso, in molte azioni in difesa dei Rom hanno preso parte anche sopravvissuti alla Shoah, come Nedo Fiano e Piero Terracina. “Non deve più succedere – aggiunge Malini – che un bambino mi dica che è stato escluso dalla partita di calcio per le sue origini Rom”. Cosa che a noi ebrei purtroppo non suonerà così lontana. Perché la verità è che la legge non li considera in quanto cittadini e da immigrati li rende criminali.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Al Crisco Club di Firenze, mostra e happening contro l'omofobia
Firenze, 1 dicembre 2009. Arcigay Firenze, Visions e il Gruppo EveryOne organizzano per il prossimo 18 dicembre un evento culturale che si oppone alla deriva omofobica in corso in Italia, caratterizzata da intolleranze e violenze ripetute contro gay, lesbiche e transessuali: Eldorado Nuova Apertura – Un simbolo di libertà contro il pregiudizio, la mostra fotografica dello scrittore, artista e attivista milanese Roberto Malini e del fotografo peruviano Steed Gamero, noto in tutto il mondo per i suoi lavori incentrati sui Diritti Umani. Il 18 dicembre, presso lo storico Crisco Club di via Sant'Egidio, 43r, si svolgerà l'evento - ospite d'onore Eva Robin's, ritratta dagli autori in alcuni magistrali fotografie-simbolo della persecuzione - che rappresenta un segnale di coraggio e orgoglio, contro la viltà delle aggressioni omofobe. Proprio ieri, 30 novembre, si è verificato a Milano l'ennesimo episodio di aggressione da parte di violenti nei confronti di un omosessuale, nell'indifferenza di una città che vorrebbe essere moderna ed europea, ma che è malata di razzismo, xenofobia e omofobia, dominata da organizzazioni criminali, amministrata da politici intolleranti, dalle ideologie medievali.

Dal mattino di Weimar al crepuscolo della persecuzione
La Berlino di Weimar ci ha consegnato molti luoghi e volti della memoria, ma anche simboli inimitabili di libertà, contro la discriminazione e la repressione omofobica. Il progetto concettuale della mostra Eldorado Nuova Apertura propone un percorso artistico e culturale ben preciso e completo, che passa attraverso la storia omosessuale contemporanea: dal mattino dorato di Weimar al crepuscolo della persecuzione, fino alle notte nera dell’Olocausto, culmine sanguinario dell’intolleranza, il cui doloroso emblema è “il ragazzo di Pierre Seel”.
Le foto di Malini e Gamero presentano un omaggio al locale berlinese Eldorado, chiuso dai nazisti dopo la promulgazione del Paragraph 175 e dove il confine fra “maschio” e “femmina”, fra “omo” ed “etero”, era così tenue da ingannare anche la sensibilità e l’occhio più acuti.
L’Eldorado riapre dunque – seppure idealmente – le serrande, come paradigma del diritto all’omosessualità e modello simbolico dell’uguaglianza fra i sessi. Emblemi di questa nuova età dell’oro, il genio innocente e polimorfe, grande interprete di cabaret, Paul O’Montis – spesso esibitosi all’Eldorado, ispirò Marlène Dietrich e fu lui stesso vittima dell’Olocausto, costretto a suicidarsi a Sachsenhausen nel 1940 – e gli straordinari “ritratti berlinesi” di Eva Robin’s, meravigliosa creatura androgina che definisce se stessa “paladina dei comportamenti sessuali” e che il pubblico dell’Eldorado avrebbe amata perdutamente. “Eva ha un volto espressivo e bellissimo” ha detto il giovane fotografo Steed Gamero “che mostra emozioni dolci o drammatiche. Abbiamo cercato di ritrarre le luci e le ombre del suo mondo interiore”. Roberto Malini tiene a precisare: “Il simbolismo storico alla base del nostro lavoro artistico non è mai costruito con la tecnica del fotomontaggio, perché i soggetti – spesso installazioni materiche – sono posti su sfondi virtuali che riproducono immagini d’epoca”. Luoghi e volti della memoria, dunque, dalle valenze etiche e culturali universali, che invitano l’uomo del nostro tempo – attraverso luci, ombre foschie e riflessi di un mondo perduto – a superare le barriere dell’odio e del pregiudizio, della paura per dialogare con la parte “diversa” di un mondo di uguali.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La sentenza contro Angelica, ragazzina Rom: un accanimento giudiziario che annichilisce i Diritti Umani
Milano, 27 novembre 2009. L'avvocato Cristian Valle (Soccorso Legale Napoli) ci invia gli atti concernenti la decisione del Tribunale per i Minorenni di Napoli in relazione al caso di Angelica V., la quindicenne Rom accusata di aver tentato di rapire una neonata a Ponticelli. Il legale, coadiuvato da organizzazioni per i Diritti Umani italiane e internazionali, ha opposto prove e considerazioni assolutamente ineccepibili, a difesa della ragazzina, ma fin dal primo grado si è trovato di fronte a un muro. "In quei giorni Napoli era in preda a una furia distruttiva contro di noi," confidò un giovane capofamiglia Rom, nell'estate 2008, a un attivista del Gruppo EveryOne. "I cittadini chiamavano la polizia senza motivo, accusandoci di ogni crimine possibile. E' da secoli che ci accusano di rapire i bambini. Nel Medioevo ci accusavano anche di mangiarli. Poi però si trovavano di fronte alla realtà, ovvero che nessun Rom è mai stato condannato per quel reato. Migliaia di denunce per rapimento, spesso allo scopo di mandarci via dalle città, e nessuna condanna. Questa volta è partito un ordine dall'alto. In Italia, purtroppo, il razzismo ha raggiunto il potere e qualcuno ha deciso di creare il primo caso di condanna per rapimento. Non servono le prove, non serve il buon senso. Angelica deve essere colpevole, perché solo con una sentenza si potrà creare ancora odio contro noi Rom e paura da parte degli italiani. Per il popolo Rom, che è un popolo religioso, rapire un bambino è uno dei crimini più gravi, perché l'infanzia è sacra, per noi.". Anche Rebecca Covaciu, la giovanissima artista che conseguì quell'anno il Premio Unicef per l'Arte e l'Intercultura, parla con amarezza di quei giorni a Napoli: "In quel periodo vivevamo a Napoli, dopo essere stati costretti a fuggire dalle violenze contro i Rom che si erano scatenate a Milano e che hanno colpito gravemente il mio papà. I napoletani ci minacciavano, ci insultavano e ci gridavano che ci avrebbero bruciati vivi se non ce ne fossimo andati via. Siamo stati costretti a scappare ancora". Il Tribunale dei Minori di Napoli, in sede di appello al riesame, ha respinto le motivazioni della difesa, motivando la decisione e il mantenimento del regime di detenzione per la giovanissima con considerazioni ideologiche improntate a un intollerabile pregiudizio razziale: "Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva". Ideologie medievali, che espandono gli effetti i una sentenza iniqua all'intero popolo Rom, che nelle parole del giudice (e di altri giudici, in anni foschi) avrebbe un'indole criminale e sarebbe composto da individui geneticamente asociali e dediti al rapimento di bambini. Nauseante. Eì una sentenza ed è una strategia dell'odio contro cui bisogna battersi in ogni sede. Qui di seguito, il comunicato stampa di Soccorso Legale Napoli, che ringraziamo sentitamente, e gli atti relativi alla sconcertante decisione.
Comunicato stampa
Processi brevi e processi sommari
Napoli, 20 novembre 2009. Angelica V. è la quindicenne rom accusata di aver rapito una neonata a Ponticelli (Na) nel maggio 2008, avvenimento che scatenò la feroce devastazione dei campi rom di Ponticelli. L’accusa contro A.V. fu formulata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che fornì una versione dei fatti oggettivamente poco verosimile. Secondo il racconto della madre, infatti, A. V. sarebbe riuscita ad introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a “rapire” la neonata e ad uscire dall’appartamento, il tutto in pochissimi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bambina.
L’Avv. Cristian Valle, difensore della piccola rom, ha messo in evidenza la scarsa verosimiglianza del racconto e la poca attendibilità del teste che ha un precedente di polizia per falsità ideologica.
Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni di Napoli ha condannato la minore rom a 3 e 8 mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse realmente accaduto.
La difesa della piccola rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.
Da ultimo, il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello al riesame, ha rigettato le richieste della difesa con una motivazione assolutamente sconcertante e che conferma le denunciate violazioni dei diritti fondamentali della piccola rom. Si legge infatti nel breve provvedimento: “Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva.” La decisione afferma, quindi, l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati e, ancora più insidiosamente, la tendenza a condotte recidive. Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione: “Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole. Da quanto detto ne consegue il rigetto del proposto appello.”
Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la minore aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. In modo assolutamente sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di “comune esperienza”, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica.
Questa decisione del Tribunale dei Minorenni - e le stesse parole usate, agghiaccianti quanto spudorate - è perfettamente coerente alle attuali politiche in materia di immigrazione, andandosi a delineare l’esistenza di due distinte giurisdizioni, una per i cittadini e l’altra per gli stranieri.
In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda di A.V. è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli “stranieri” che gravemente annichilisce i diritti umani, e della perdita di limiti etici e giuridici oltre i quali le pulsioni più cupe, non incontrando più filtri di alcun genere, si caricano di forza di legge.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne: ricordiamo gli abusi sulle donne Rom
Roma, 24 novembre 2009. Domani, 25 novembre, si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Si tratta di una delle più vili e barbare violazioni dei Diritti Umani e colpisce milioni di donne ogni anno. L'anno scorso Amnesty International ha promosso un'importante campagna: "Il terrore dentro casa", per ricordare che i crimini di stupro e violenza sule donne avvengono quasi sempre fra le pareti domestiche. Sempre l'anno scorso il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha votato all'unanimità la risoluzione 1820, in cui lo stupro è condannato come "arma di guerra". E' importante combattere la violenza sulle donne dove essa avviene e non strumentalizzarla, come fanno spesso - soprattutto in Italia - i politici e la stampa intollerante. Come nel Medioevo, in Italia le violenze sulle donne vengono attribuite allo straniero, al Rom, al senzatetto. Servizi televisivi, locandine elettorali, articoli sui quotidiani nazionali diffondono questa pericolosa calunnia, mentre le Istituzioni distolgono risorse dai veri luoghi in cui avvengono queste odiose violenze, per illudere la popolazione di un impegno - inesistente - a favore della donna e contemporaneamente fare propaganda razzista e xenofoba. Si tratta di un ulteriore stupro: lo stupro della verità, della civiltà, della dignità della donna.

Anne's Door desidera inoltre ricordare nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne la tragedia degli abusi contro le donne di etnia Rom in seguito agli sgomberi e agli allontanamenti, che spesso le mettono in mezzo alla strada senza i loro padri e mariti, i quali vengono privati della libertà senza colpa, accusati dei soliti reati attribuiti ai Rom: occupazione di stabili fatiscenti, accattonaggio molesto, resistenza a pubblico ufficiale, schiamazzi ecc.
Le organizzazioni per i Diritti Umani hanno ricevuto negli ultimi anni numerosissime segnalazioni di abusi su donne di etnia Rom, anche giovanissime. A causa della vergogna, le vittime Rom non denunciano mai i loro aggressori. Spesso, per lo stesso motivo, non è possibile neppure condurle in ospedale. Oltre agli stupri, le donne Rom subiscono spesso aggressioni razziste e maltrattamenti da parte di intolleranti o anche di uomini in divisa. Casi emblematici sono l'assassinio da parte di un gruppo razzista delle piccole Lenuca Carolea ed Eva Clopotar, di sei e undici anni, bruciate vive nel rogo di Livorno, nell'estate del 2007; il pestaggio della sedicenne Neli Grancea, in stato di gravidanza, avvenuto a Rimini nel giugno scorso, di fronte a decine di passanti indifferenti; la tragedia di Veta ed Elena, giovani Rom in gravidanza che hanno perso i loro bambini, a causa dello shock, durante la terribile operazione di sgombero compiuta dalle autorità di Pesaro il 25 febbraio 2009. Ma l'elenco di tali atrocità, sempre impunite, comprende centinaia di casi.
Nella foto di Steed Gamero, Victor ed Elena Lacatus. Hanno perso la piccola Lenuca Carolea nel rogo di Livorno
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Roberto Malini: "Sono entrato in un quadro di Edward Hopper"
Milano, 14 novembre 2009. Sono stato alla mostra di Edward Hopper (Nyack, 1882 – New York, 1967). Di fronte a Palazzo Reale, dove si tiene l'esposizione di 160 capolavori del maestro americano, è stata installata una baracca di legno bianco, che secondo gli organizzatori dovrebbe richiamare le celebri case americane che si ammirano nei dipinti dell'artista. Quando Rom, mendicanti e senzatetto passano nei pressi della baracca, la indicano e i loro pensieri sono facili da comprendere, come se apparissero in una nuvoletta: "E' piccola, ma potrei viverci". Hopper però non era interessato all'umanità che vive ai margini e sogna di rifugiarsi nelle sue grandi case. I protagonisti delle sue opere sono donne e uomini piccolo-borghesi, isolati dal mondo a causa delle loro paure.

Nel guscio delle loro finestre, coltivano una vita senza scossoni, fatta di pranzi e cene, bambini da allevare, amici e parenti da ospitare, sesso da consumare secondo i rituali ripetitivi della quotidianità. Non percepiscono lo sguardo indiscreto dell'artista, che li spia nelle loro abitazioni da finestrini di treni sopraelevati, ma se i loro volti d'olio e pigmenti chiari si voltassero all'improvviso, ne sarebbero infastiditi e tirerebbero le tende. La gente dei quadri di Hopper non è diversa dalla gente del nord, cui le ideologie dei partiti razzisti hanno instillato sospetti, timori, idiosincrasie e fobie. Anche loro, sono prigionieri entro finestre di pregiudizio e non vedono la bellezza di un mondo fatto di impressioni, macchie, astrazioni, idee. A loro, la mostra piace non per le connotazioni di iperrealismo visionario, non per la testimonianza di una società che gli eredi del surrealismo avevano trascurato, ma per la "quiete", la "sicurezza" che ispirano le opere esposte alle pareti.

Non a caso, l'artista e regista austriaco Gustav Deutsch ha tentato - con successo - di proporre alle Istituzioni culturali di Milano la sua installazione interattiva e multimediale, che imprigiona i milanesi nel famoso quadro di Hopper "Morning Sun" (1952). Roberto Malini si è "infiltrato" in quel mondo, con la complicità del fotografo Steed Gamero, divenendo per sempre parte dell'installazione, con un ruolo di artista e attivista che si propone di costringere le "facce d'olio e pigmenti chiari" a voltarsi e a vedere che il mondo che tanto li spaventa è la sola speranza di libertà e felicità che hanno, prima che la prigione definita da stipiti di finestra si trasformi in un cubo fatto di orrore e nulla, come nei quadri di un altro maestro: Francis Bacon.
"Edward Hopper"
Sede: Palazzo Reale - Piazza del Duomo, 12 - Milano
Periodo: 14 ottobre 2009 - 31 gennaio 2010
Orari: 9.00-19.30 (tutti i giorni), 14.30-19.30 (lunedì), 9.30-22.30 (giovedì e sabato)
Ingresso: €9,00 intero - €7,50 ridotto - €19,50 famiglie
Tel: 199202202 - 0455230304
Nelle foto di Steed Gamero, Roberto Malini all'interno di "Morning Sun", installazione dedicata a Hopper di Gustav Deutsch
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Notte dei Cristalli: l'urlo di un sopravvissuto
Milano, 8 novembre 2009. Ospitiamo la testimonianza di H. A., sopravvissuto all'Olocausto, che dopo aver preso visione della nostra iniziativa in memoria della Notte dei Cristalli, ci scrive poche parole, forti e drammatiche, indirizzandole a coloro che vogliono soffocare le voci delle vittime e dei sopravvissuti, negando la Shoah o approvando i rigurgiti di neonazismo e razzismo: "Durante quel novembre el 1938, vivevo a Berlino.
Mio padre fu arrestato, la nostra sinagoga distrutta. Tutti i negozi di proprietà ebraica intorno a noi furono distrutti.
Non è ancora abbastanza?!!!"

Nella foto, sinagoga a Berlino dopo il pogrom
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Casa natale di Hitler: trasformiamola in una Pinacoteca della Shoah
Milano, 8 novembre 2009. Il Gruppo EveryOne e Anne's Door propongono al governo dello Stato di Israele di acquistare la casa in cui nacque Adolf Hitler - messa in vendita nei giorni scorsi dalla proprietà - per farne una Pinacoteca dell'Olocausto, nel luogo-simbolo in cui ebbe origine "la banalità del male" ed ebbero inizio i germi dello sterminio. "EveryOne e Anne's Door sono pronti a donare allo Stato di Israele," dichiarano Roberto Malini e gli altri responsabili del progetto-pinacoteca, "circa 200 quadri realizzati da pittori ebrei scomparsi nei lager o sopravvissuti alla Shoah, una collezione di inestimabile valore creata negli anni dai nostri esperti dell'Olocausto, dopo meticolose ricerche in tutto il mondo sulle tracce degli artisti assassinati dai nazisti o entrando in contatto con i sopravvissuti". Il costo della casa, che si trova nella cittadina austriaca di Braunau am Inn, è di circa 2 milioni di euro: un costo che potrà essere ammortizzato rapidamente attraverso biglietti di ingresso, pubblicazioni, documentari, opere audiovisive, film e sponsorizzazioni.

"Riteniamo di grande importanza che la cultura della Memoria e della tolleranza razziale," concludono gli ideatori del progetto, "possa sostituire la cultura dell'odio e del male, in un luogo che è emblematico almeno come Auschwitz, offrendo frutti di pace e uguaglianza alle generazioni future". I fondatori e leader del Gruppo EveryOne e del portale per la cultura della pace Anne's Door, molti dei quali sono artisti e uomini di cultura, oltre che attivisti per i Diritti Umani, hanno realizzato diverse opere e iniziative per la Memoria dell'Olocausto: il documentario sostenuto dal Museo Yad Vashem di Gerusalemme "In viaggio con Anne Frank", che ricostruisce la vicenda della giovane vittima dell'odio razziale; i libri "Le 100 Anne Frank", "Poesie dell'Olocausto" e "Insegnare l'Olocausto"; l'opera teatrale "Anne in the sky", con la regista israeliana Angelica Calò; i cortometraggi "Binario 21" e "Grune Rose". Alcune delle opere d'arte che i promotori intendono donare al progetto sono state esposte con grande successo di pubblico durante il Giorno della Memoria 2009 in provincia di Milano.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Io voglio loro, i senzatetto
da "Il nuovo colosso" di Emma Lazarus, trad. Roberto Malini
"Tenetevi le antiche terre, i mitici fasti!" gridò lei
con labbra mute. "A me date le vostre stanche, povere,
moltitudini che chiedono aria libera,
i miseri reietti della vostra brulicante costa.
Io voglio loro, i senzatetto, mi travolgano,
alzerò la mia fiaccola presso la porta d'oro!"

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
"Nevo drom - la nuova strada", un convegno a Bari per riscoprire i diritti di Rom e Sinti
Bari, 22 ottobre 2009. Si svolgerà a Bari nei giorni 29, 30 e 31 ottobre, presso il Fortino di S. Antonio, il Convegno Nazionale “Nevo Drom: la Nuova Strada”, promosso dalla Coop. Soc. Progetto Città in collaborazione con la Coop. Artezian (composta da lavoratori residenti nella comunità rom del quartiere Japigia), e dalle Associazioni “Vox Popoli” e “Cedam”.
La finalità del Convegno è contribuire a promuovere modalità positive di relazione e comprensione reciproca fra Rom, Sinti (immigrati e autoctoni) ed il resto della società civile, scalfendo il blocco di pregiudizi e stereotipi che grava su tale relazione, e stimolando le stesse comunità Rom e Sinti a superare la tendenza alla frammentazione per unire le forze a livello sia locale che nazionale e internazionale.
Il programma del Convegno prevede relazioni, interventi e approfondimenti tematici nel corso delle tre giornate da parte di esponenti delle istituzioni, intellettuali locali, nazionali ed internazionali, personalità di etnia romanì.
Partecipano, tra gli altri, l’antropologa Annamaria Rivera, il presidente delle Federazione Rom e Sinti Insieme Radames Gabrielli, il presidente dell’associazione “Them Romanò” Vladimiro Torre, la poetessa rom rumena Luminita Cioba e attraverso una videocomunicazione l’attore e regista Moni Ovadia.
A latere del Convegno, letture di poesie, la mostra “Misto Avilan – Benvenuti !” realizzata con il coinvolgimento dei ragazzi del campo rom del quartiere Japigia di Bari e il concerto di musica romanì dell’Alexian Group diretto da Santino Spinelli.
La manifestazione si concluderà sabato sera con la festa “Io sto con i Rom” nel Villaggio Rom sito nel q.re Japigia. Immagini, musica, danza, gastronomia, cultura fino a tarda notte.
L’iniziativa, è sostenuta dall’Assessorato al Mediterraneo e quello al Turismo della Regione Puglia e patrocinata anche dall’Assessorato all’Accoglienza del Comune di Bari, dall’Università di Bari (Dipartimento Scienze Pedagogiche e Didattiche) e dalla Federazione Chiese Evangeliche di Puglia e Lucania.
Info : info@progettocitta.org; www.progettocitta.org – 080/502.3090
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Barbarossa, una follia costata ai contribuenti 30 milioni di euro
"Barbarossa" di Renzo Martinelli non è un film. E' un favore (ma alla luce del risultato, meglio definirlo "autogol") alla Lega Nord, che sperava di propinare agli italiani un'opera storica che legittimasse le fantasie di una Padania che non esiste e non è mai esistita, come non è mai esistito il suo eroe, Alberto da Giussano. Al contrario, esiste nell'Unione europea l'anomalia di un movimento razzista, xenofobo, omofobo, antieuropeo, violento e secessionista. Vi è però da chiedersi chi abbia autorizzato l'esborso di 30 milioni di euro per una pellicola noiosa e insensata, stroncata dalla critica e ignorata dal pubblico. Una pellicola di cui i protagonisti - ingannati dalla produzione, che non ha spiegato loro i fini di propaganda della sceneggiatura - si vergognano profondamente. "Non avremo interpretato i nostri personaggi, se avessimo saputo..." hanno dichiarato la Smuntiak e Rutger Hauer. Solo Tremonti e Berlusconi, dopo aver assistito alla proiezione, hanno speso parole di elogio per il film, oltre naturalmente alle camicie verdi (ma non tutte, perché un certo imbarazzo non ha risparmiato neanche i sostenitori delle ideologie di Bossi, di fronte al costosissimo pasticcio. 30 milioni di euro, quasi del tutto sborsati dalla Rai, ovvero anche dai contribuenti, con il contributo finanziario e il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Dovendo commentare l'enormità del budget, il regista ha spiegato che no, che a suo parere si è speso poco per un simile "colossal", un'opera che è stato costretto a girare in Romania, visto che in Italia sarebbe costata "almeno 90 milioni". Un delirio. Come le sue giustificazioni, pubblicate sul Corriere della sera: «Sì, forse è paradossale girare qui una storia del genere, ma in Italia i costi sarebbero almeno triplicati. Qui posso permettermi una troupe di 130 persone, solo 15 gli italiani, i capisquadra. Qui ho a disposizione migliaia di comparse, cavalli e stuntman a bizzeffe. Un macchinista in Italia costa 1500 euro al giorno, qui 300. Da noi dopo nove ore scatta lo straordinario, qui non esistono limiti d'orario. Per la manovalanza si usa lo 'zingarume rumeno' a 400, 500 euro la settimana". Parole inqualificabili, come lo sperpero di denaro pubblico (quante opere di pubblica utilità si sarebbero potute realizzare, con 30 milioni?) e il patrocinio di un Ministero che dovrebbe porre la tutela della Cultura in cima alla lista delle sue priorità. Per avere un'idea dello spreco di denaro, basti pensare che un film campione di incassi come "Distretto 9" - saga di fantascienza e antirazzismo prodotta dal regista del Signore degli Anelli - ricco di set sbalorditivi, effetti speciali e animazioni tridimensionali fotorealistiche, è costato 22 milioni di euro.
Barbarossa (Italia, 2008) di Renzo Martinelli; con Rutger Hauer, Raz Degan, Kasia Smutniak, Hristo Shopov, Cécile Cassel, Antonio Cupo, Angela Molina, F. Murray Abraham, Gian Marco Tavani.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Altri trenta rifugiati egiziani sono morti nel mare di Sicilia. Istituzioni e media completamente indifferenti
Roma, 10 ottobre 2009. A Gela (Caltanissetta), si è verificata l'ennesima tragedia dell'immigrazione. Il corpo senza vita di un profugo egiziano è stato scoperto oggi sulla spiaggia da un pescatore, che ha avvertito le autorità. E' la terza vittima del mare recuperata in questi giorni. Il conto, purtroppo salirà a trenta morti(e non a sette, come è stato divulgato in un primo momento), come hanno dichiarato i venti profughi sbarcati a Gela il 6 ottobre: ""Eravamo in cinquanta, su quel battello". Ancora più inquietante è il silenzio stampa riguardo a queste tragedie: poche righe di agenzia e minuscoli trafiletti sui quotidiani*, in ossequio alle politiche di persecuzione dei migranti che maggioranza e opposizione hanno dimostrato di condividere, complici di innumerevoli violazioni della Convenzione di Ginevra e degli accordi internazionali sui profughi e sulle minoranze razziali.
* Domenica, 11 ottobre 2009. Solo questo pomeriggio, dopo la nostra nota di protesta, qualche quotidiano, seppure in forma ridotta e senza attribuire ad alcuno le responsabilità della tragedia, comincia a divulgare la notizia.

Nella foto, profughi dall'Africa. Istituzioni e media li definiscono "clandestini", ma si tratta di esseri umani che fuggono da una catastrofe umanitaria. Quando muoiono in mare, nel tentativo disperato di raggiungere le coste italiane, politici e media di destra e sinistra ignorano volutamente il loro martirio: per loro i profughi sono nemici e le Carte che proteggono i loro diritti sono carta straccia.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
E' nata la seconda bambina di Fini: prepariamo per lei un mondo migliore
Roma, 10 ottobre. E' nata stamattina la seconda figlia di Gianfranco Fini. Le auguriamo una vita felice, in un mondo meno cupo e crudele di quello in cui viviamo. Le auguriamo di crescere - magari anche grazie all'impegno di papà, che cerca ogni giorno di essere un uomo migliore e non chiude più gli occhi davanti al dolore del prossimo - in un mondo accogliente e ricco di diversità, come un giardino, dove non sbocciano solo rose o tulipani, ma ogni genere di fiori. Le auguriamo di avere tanti amici e non solo dalle pelli bianche, non "padani", non solo italiani, ma persone buone provenienti da tutti i popoli: africani, orientali e anche rom. I rom conoscono mille giochi e mille favole (gli "sfati") tutti basati sulla fantasia e la voglia di vivere: ti divertirai molto - in un mondo più ricco e vivo di quello di oggi - a giocare con loro, piccola bambina di Gianfranco Fini. Noi, insieme al tuo papà, ci impegneremo sempre per costruire il tuo "giardino" del futuro.
Roberto Malini
Matteo Pegoraro
Dario Picciau
Glenys Robinson
Steed Gamero
Fabio Patronelli
Viktoria Mohacsi
Nico Grancea
Ionut Grancea
Ionut Ciuraru
Mariana Danila
Mauro Zavalloni
Rebecca Covaciu
e tutti gli attivisti del Gruppo EveryOne

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Perché Obama merita il Nobel per la Pace
http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/int/10/109nobel.htm
Roma, 9 ottobre 2009. Barack Hussein Obama, 44° e attuale Presidente degli Stati Uniti d'America è stato insignito con il Premio Nobel per la Pace 2009. Oltre alle congratulazioni di rito, numerose critiche hanno fatto seguito alla scelta della giuria di Oslo. I detrattori ritengono che Obama non abbia ancora conseguito risultati importanti per la pace fra i popoli. Il Gruppo EveryOne, a propria volta candidato al premio Nobel per la Pace 2010, ha perorato la candidatura di Obama, sottolineando alcune tappe della sua vita e della sua carriera poco note all'opinione pubblica. "La giuria di Oslo ha compiuto una scelta coraggiosa, ma corretta," commentano i leader dell'organizzazione per i Diritti Umani Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "perché Obama è uomo di pace da tanti anni. Nel 1992 lavorava come avvocato a Chicago, difendendo i diritti civili e da allora si è dedicato all'antirazzismo, ai diritti delle categorie sociali disagiate, a quelli dei nativi americani e delle minoranze etniche nel mondo. L'anno scorso lo storico attivista per i diritti degli aborigeni australiani Patrick Dodson, dopo aver ricevuto il Premio Sidney per la Pace, disse che l'impegno di Obama per gli 'indiani d'America' e le sue proposte presentate alla Casa Bianca rappresentano un modello efficace e responsabile, da seguire in tutto il mondo. Sempre l'anno scorso, i leader di alcune tribù native americane, fra cui i Crow del Montana, dichiararono che le politiche di Obama sui nativi sono progetti ideali per la difesa dei popoli indigeni e definirono Barack come 'un uomo che aiuta la gente nel mondo'. La missione di Obama è quella di favorire la cooperazione fra i popoli e questo suo impegno ha convinto i giurati di Oslo". Il Presidente, quando ha appreso di aver vinto il Nobel per la Pace ha dichiarato: "Non sono sicuro di meritarlo, ma sarà un incentivo a migliorare".
"Obama sta aprendo finestre di dialogo con i leader di tutto il mondo e si sta impegnando con grande energia contro il pericolo nucleare e gli abusi ecologici e climatici, ma ci sono due momenti nel suo percorso che ci paiono simboleggiare il suo lavoro per la Pace e i Diritti Umani, proseguono gli attivisti. "Il primo riguarda la visita a Buchenwald - il giorno dopo lo storico discorso rivolto all'Islam, in cui proponeva un nuovo inizio, basato sul rispetto reciproco - dove il Presidente non ha usato le solite parole di circostanza, ma in silenzio ha deposto una rosa bianca sulla lapide che ricorda le vittime. Di fronte allo sterminio di milioni di innocenti, quel gesto di memoria e vigilanza ha significato più di mille discorsi. La seconda immagine che vogliamo ricordare è quella del Presidente seduto accanto al professore di colore e al poliziotto bianco che l'aveva arrestato per uno spiacevole equivoco. Un incidente che avrebbe potuto accrescere le tensioni razziali si è risolto amichevolmente davanti a tre boccali di birra, nei giardini della Casa Bianca. Se possono farlo due persone... sì, possiamo farlo tutti".

Da Obama, un segnale di cambio di rotta
A favore di Obama vogliamo anche ricordare il fatto - poco noto ai piu' - che egli ha spezzato la sequenza di ambasciatori USA guerrafondai all'ONU voluta da Bush. John Bolton e Zalmay Khalilzad furono - con Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Libby e altri - firmatari gia' nel 1998 di una lettera a Clinton in cui sollecitavano un intervento armato in Iraq e Bolton, quando era sottosegretario di Stato con delega agli armamenti, dichiaro' che Bush non necessitava dell'avallo dell'ONU per entrare in guerra (questo anche per dire quanto fosse adatto come ambasciatore ONU).
Inoltre il 24 settembre 2009 il Consiglio di Sicurezza (presieduto per l'occasione da Obama) ha approvato all'unanimita' la risoluzione 1887 presentata dagli USA che chiede ai Paesi firmatari del "Trattato di non proliferazione nucleare" di mantenere il loro impegno a non sviluppare armi atomiche ed esorta gli Stati che non ne fanno parte ad aderire. La risoluzione invita altresi' i Paesi a consentire agli ispettori internazionali il controllo di materiale esportato che potrebbe servire a costruire una bomba. L'obiettivo finale dichiarato e' "mettere sotto chiave tutti i materiali nucleari entro quattro anni", evitare la costruzione di nuovi ordigni nucleari ed arrivare al disarmo globale.
Due fatti che sono un segnale forte di cambio di rotta rispetto a scelte di politica unilaterale che hanno portato nel mondo guerra, distruzione e violazioni dei diritti umani spesso in barba al diritto internazionale. Fatti che ribadiscono l'importanza degli organismi di cooperazione internazionale e che conquistano punti all'autorita' morale degli USA nel mondo, che per ammissione stessa degli Americani era in forte declino.
Ovviamente non sappiamo se questi fatti giustificano o no un Nobel (altri erano deputati a giudicare) ma li approviamo con energia.
Lo staff di Osservatorio sulla legalità
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
G8 di Genova, incredibile sentenza-vendetta in appello contro i dieci manifestanti
Roma, 9 ottobre 2009. E' difficile non essere d'accordo con Haidi Giuliani Gaggio - madre di Carlo Giuliani, il giovane attivista assassinato durante gli scontri del G8 di Genova del 2001 - che ha commentato così la sentenza d'appello del processo a 25 manifestanti, accusati di devastazione e saccheggio: "Sono senza parole. Questa non è una sentenza è una vendetta". La condanna è stata confermata per undici dei 25 manifestanti. I giudici hanno dichiarato 15 tra prescrizioni e assoluzioni. Gli imputati accusati di devastazione e saccheggio si sono visti aumentare in misura abnorme le pene: Francesco Puglisi da 10 anni e 6 mesi a 15 anni; Vincenzo Vecchi da 10 anni e 6 mesi a 13 anni; Marina Cugnaschi da 11 anni a 12 anni e tre mesi; Alberto Funaro da 9 anni a dieci anni; Carlo Arculeo da 7 anni e 6 mesi a 8 anni; Luca Finotti da 10 anni a 10 anni e 9 mesi; Antonino Valguarnera da 7 anni e 8 mesi a 8 anni; Carlo Cuccomarino da 7 anni e 10 mesi a otto anni; Dario Ursino da 6 anni e 6 mesi a 7 anni; Ines Morasca da 6 anni a 6 anni e 6 mesi.

Confermata la condanna a cinque anni per Massimiliano Monai, conosciuto come "l'uomo della trave" dopo essere stato fotografato nel corso dell'assalto al defender dei carabinieri, cui partecipò anche Carlo Giuliani. I legali degli imputati hanno accolto la sentenza con vero sconcerto: "Una sentenza incredibile. Sono pene che non si infliggono neanche agli assassini. E se questi ragazzi hanno commesso qualche reato, è stato contro delle cose, degli oggetti. Non delle persone. Si era capito, dopo le recenti sentenze, che da queste parti tirava una brutta aria: ma qui ci sono imputati che hanno preso più di dieci anni per aver mandato in frantumi una vetrina e basta". Non solo, aggiungiamo noi, perché gli atti dei manifestanti sono stati compiuti in un clima di terrore e nell'àmbito di oscure strategie della tensione, con la partecipazione di forze "al di fuori e al di sopra delle Istituzioni". La sentenza, atroce nella sua iniquità, è un'altra pagina triste che entra a far parte del Dossier G8 di Genova, una decisione che appoggia e premia incondizionatamente una "gestione dissennata, anticostituzionale e antidemocratica dell'ordine pubblico," come Haidi Giuliani definì correttamente - qualche tempo fa l'uso della forza pubblica durante la "notte cilena" e in molti altri frangenti, quando il potere costituito si trova di fronte moti di protesta civile o situazioni di grave disagio sociale.
Nella foto, Carlo Giuliani
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Arte a Milano. "Siamo tutti Rom": quando i Diritti Umani fanno scandalo
Da: U VELTO - Istituto Italiano di Cultura Sinta: http://sucardrom.blogspot.com/2009/10/arte-milano-siamo-tutti-rom-quando-i.html
Milano, 9 ottobre 2009. Meno di un anno fa, il 18 novembre 2008, l'artista sociale Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky realizzavano una performance antirazzista a Milano, mentre in diversi quartieri della città le autorità, in preda a una vera e propria furia xenofoba, attuavano sgomberi e azioni punitive contro inermi famiglie Rom. Sfidando gli umori intolleranti della "città da bere", il gruppo creava con vernice spray un graffito nel bel mezzo di piazza Duomo, raffigurante una grande ruota rossa, simbolo del popolo Rom, per protestare contro la persecuzione dei "nomadi" in Italia. Continua nella sezione Arte e Cultura
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Cronache di ordinaria persecuzione nei Cie e nelle città d'Italia
Milano, 1 ottobre 2009. La rete di organizzazioni per i Diritti Umani, di fronte alla prosecuzione di respingimenti di profughi, operazioni di purga etnica, attuazione di procedure persecutorie nei confronti dei migranti detenuti nei Cie, negazione dello status di rifugiato a migliaia di esseri umani che ne avrebbero diritto, prosegue nel suo dialogo con le Istituzioni internazionali che rappresentano i valori fondanti della civiltà dei Diritti Umani: l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Consiglio d'Europa, la Commissione europea. I rappresentanti di tali organismi hanno più volte riconosciuto di non essere dotati di strumenti giuridici efficaci per opporsi alle derive nazionali che annientano il patto fra nazioni il cui vincolo basilare non sono gli accordi sottoscritti, ma il grado di civiltà degli Stati e dei loro governanti. "Non possiamo fare nulla nei confronti di un governo che non rispetti la Convenzione di Ginevra o gli altri accordi firmati," ci ha detto recentemente il rappresentante di un'Istituzione per la salvaguardia dei rifugiati. E' un'ammissione pericolosa, che spalanca le porte a qualsiasi forma di prevaricazione dei Diritti Umani e di fatto pone l'Unione europea nelle stesse condizioni che favorirono l'affermarsi del nazifascismo. Ecco perché stiamo sollecitando le Istituzioni sovrannazionali a fare un uso più efficace dei loro organismi giuridici ovvero delle corti internazionali. Intanto, le segnalazioni di abusi su immigrati e degli effetti nefasti della legge razziale 94/2009 proseguono senza sosta. Mentre negli Stati Uniti e in tutti i Paesi democratici (ma non solo in quelli) i governi approntano misure per vaccinare contro l'influenza A i migranti "irregolari", l'Italia prosegue senza tregua l'iniqua caccia all'uomo nei loro confronti, per applicare gli articoli xenofobi della legge. Per evitare di cadere nelle maglie della persecuzione, i "clandestini" vivono nascosti, in luoghi difficilmente accessibili e condizioni sanitarie tragiche, senza acqua, se non la poca che riescono a prelevare dalle fontane pubbliche grazie a taniche e secchi. Nessun provvedimento è stato messo in atto per garantire loro il vaccino o le cure mediche adeguate. La rete antirazzista segnala gravi tensioni nel Cie di Crotone, dove le condizioni di detenzione sono inumane, le violazioni della dignità dei detenuti quotidiane, gli effetti della legge razziale devastanti.

Martedì scorso, secondo la testimonianza di alcuni attivisti, "due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta". Dopo la denuncia dei gravi abusi sui migranti nel Cie di Gradisca, documentati da video e foto, finalmente i rappresentanti delle Istituzioni internazionali hanno stretto la vigilanza sull'operato delle autorità che si occupano della custodia dei reclusi. "Lunedì scorso," comunica la rete antirazzista, "due deputati e tre senatori del Partito Democratico hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino, senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando loro della durezza delle condizioni di detenzione e delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente. Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. I detenuti si sono sentiti traditi quando, nel Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei cinque parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza soffermarsi molto sui pestaggi del 21". Roma: atti di autolesionismo e uno sciopero della fame sono gli strumenti, disperati, che i detenuti all'interno del Cie utilizzano perché la loro condizione e le violazioni che subiscono non rimangano dietro la cortina di silenzio istituzionale. "Un detenuto ha perso i sensi," riferisce un attivista, "mentre altri si sono tagliati le carni. Un giovane si è reciso le vane ed è stato trovato in un lago di sangue. E' stato medicato in infermeria e riportato nella sua cella, dove continua a perdere coscienza ed è in condizioni penose. I detenuti si chiedono come sia possibile che il mondo democratico tolleri che esseri umani siano trattati come bestie".
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Milano 2009: sembra di essere nel Terzo Reich, durante gli anni della caccia agli ebrei
Milano, 30 settembre 2009. Sembra di essere tornati agli anni delle leggi razziali e della caccia agli ebrei. "Ci braccavano ovunque," ricordava durante una recente commemorazione in Germania il professor Walter Zvi Bacharach, sopravvissuto alla Shoah, "e quando ci trovavano, ci caricavano a bordo di furgoni con le grate ai finestrini, come animali in attesa di essere mandati al macello. Nel Kippur del 1943, durante una retata mi presero con mio fratello. Ci misero dentro uno di quegli abominevoli furgoni e poi verso la deportazione. Non potemmo neanche salutare i nostri genitori". A Milano si assiste ormai quotidianamente a scene simili. Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su autobus con grate sui vetri. “E' umiliante e terribile," racconta un ragazzo marocchino di 19 anni, sfuggito per miracolo a una retata. "Una volta i vigili di Milano erano gentili con tutti, milanesi o stranieri. Qui li chiamano 'ghisa'. Adesso è tutto cambiato. Sono organizzati come soldati e ci cercano dappertutto, come se fossimo criminali. Mio papà è stato preso. Ha cercato di scappare per tornare da noi, ma non ce l'ha fatta. Io sono più giovane e ho corso a perdifiato, più veloce dei vigili. Ma lui no. 'Vieni qui, furbacchione' gli gridava una guardia, mentre lo trascinava nell'autobus-prigione". Alcuni antirazzisti milanesi sintetizzano - in un messaggio 'clandestino' rivolto a tutte le persone che non hanno rinunciato alla civiltà dei Diritti Umani - la nuova struttura che fa capo ai vigili urbani, nucleo Trasporto pubblico, servizio Fermi e identificazioni:
"Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul 'bus-galera'. È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano 'Stranamore', 'perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù', ride un agente.
Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la 'tonnara' — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: 'Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?'. La risposta: 'Sono clandestini, signora' (...)
Dentro al bus, che alle dieci del mattino sta per ripartire con gli uomini a bordo, qualcuno prende a pugni il vetro. Altri nascondono il volto fra le ginocchia.
Delle pattuglie anti-clandestini va fiero il vicesindaco Riccardo De Corato: 'È un servizio svolto esclusivamente da questa speciale task-force — dice — non sottrae agenti al controllo della viabilità, che è di competenza di altri 2.900 vigili'.".
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
C'era un ulivo al nord, a Ponteranica
di Alfred Breitman
Piantiamo l'ulivo! Lo sradicamento dell'albero cresciuto a Ponteranica (Bg) in memoria di Peppino Impastatato (Cinisi, 1948-1978), martire della lotta alla mafia, ha un significato assai grave, così come la rimozione della targa della biblioteca a lui dedicata. "Con questo governo la cultura dell’antimafia è a rischio," ha commentato Giovanni, fratello di Peppino. "Si fa capire che l’ulivo - albero mediterraneo - non deve invadere questo territorio, come dire che Peppino Impastato è un simbolo estraneo e dunque va rimosso. Quindi sbaglia chi ha parlato di un fatto isolato: è invece un’azione che si sposa in pieno con il progetto della Lega, di discriminazione di tutte le culture “altre". E' un atteggiamento strumentale. Ci sono documenti molto dettagliati che testimoniano della penetrazione della mafia nel nord Italia".
C'era un ulivo al nord, a Ponteranica.
L'hanno abbattuto.
Era un simbolo vivo,
il ricordo di un uomo, di un eroe
che immolò la sua vita
per un'Italia unita,
orgogliosa, pulita.
L'hanno abbattuto. Muore quell'idea
come l'albero a terra,
senza linfa.
Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.
Prima hanno fatto a pezzi le radici
della sua vita, hanno fatto a pezzi
la verità, il coraggio e la speranza.
Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.
Chi l'ha ucciso non appartiene a un punto
cardinale, chi l'ha ucciso è dovunque,
perché la mafia è metastasi.
Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.
Ci rimane il suo nome, come un seme
di verità, come una scintilla nel buio.
"Piantiamo l'ulivo!
L'ulivo che a gli uomini appresti
la bacca che è cibo e che è luce,
gremita".
Bergamo, 29 settembre 2009
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Scoperto un ritratto del Caravaggio
Gruppo Watching The Sky: “Ecco il suo vero volto”
Milano, 28 settembre 2009.
Il 29 settembre 1571 nasceva a Caravaggio (Bergamo) Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come “il Caravaggio”, dal nome del suo paese natìo. Il Gruppo Watching The Sky, composto da artisti, studiosi d’arte ed esperti informatici annuncia, in occasione dell’anniversario della nascita del pittore, di aver scoperto un ritratto inedito di Michelangelo Merisi.
“Si tratta, probabilmente, dell’unico ritratto a lui contemporaneo,” dichiarano Roberto Malini e Dario Picciau, fondatori dell’associazione culturale, “perché fino ad oggi la fisionomia del maestro era nota grazie al ritratto che Ottavio Leoni realizzò a memoria nel 1621, undici anni dopo la morte dell’artista. Alcuni storici dell’arte, con i quali concordiamo, ritengono che il Caravaggio eseguì alcuni autoritratti, che possiamo ammirare nel celebre ‘Bacchino malato’ e nel ‘Davide e Golia’.
In quei dipinti, tuttavia, il volto del pittore si cela dietro le fattezze del dio del vino e del gigante biblico”. Per ritrovare un ritratto attendibile del Caravaggio, Watching The Sky ha condotto un’indagine accurata nelle pieghe della Storia dell’Arte, sulle orme di un artista pieno di misteri. “E’ vero,” proseguono Malini e Picciau, “perché molte sono ancora le domande che non hanno trovato risposta certa, riguardo alla burrascosa biografia del pittore lombardo.
Alcuni affermano per esempio, in base al ritrovamento di un certificato di battesimo, che il Caravaggio sia nato a Milano. Non siamo d’accordo. Senza escludere la possibilità che abbia ricevuto il sacramento nel capoluogo Lombardo, non dobbiamo dimenticare che nel 1607 Michelangelo Merisi, che voleva trasferirsi a Malta e diventare Cavaliere dell’ordine di San Giovanni, firmò un documento in cui dichiarava di essere nato proprio a Caravaggio: ‘Carraca oppido vulgo de Caravagio in Longobardis natus’. Quale fonte più attendibile, per determinare il luogo che gli diede i natali?”.
Continua nella sezione Arte e Cultura
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
A che punto siamo, con i Diritti Umani?
di Roberto Malini
Milano, 27 settembre 2009. E' importante che i politici, i responsabili dell'informazione, gli attivisti e tutti i cittadini democratici si pongano, di tanto in tanto, la seguente domanda: a che punto siamo, con i Diritti Umani? Se oggi, nell'Unione europea, ci poniamo con coscienza questo interrogativo, la riposta può essere solo una: siamo ancora nella preistoria, in un'era barbarica in cui i proclami risuonano come versi di belve all'interno di una grotta buia, perché non corrispondono al mondo che stiamo creando. L'Unione europea si è data una Carta dei diritti fondamentali che riecheggia le pagine immortali della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma non si è data strumenti per trasformare quei principi in fermenti veri e vivi. L'Unione europea nasce da un sogno, ma le sue radici affondano ancora nell'egoismo delle nazioni. Per rispondere alla domanda, allora, è opportuno raffrontare i risultati che abbiamo raggiunto, qui nel Vecchio Continente, rispetto alle risposte di civiltà che l'umanità si diede oltre sessant'anni orsono, con la Dichiarazione. Iniziamo dall'articolo 1: "Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in uno spirito di fraternità vicendevole". Non dobbiamo abbandonare la speranza, ma è opportuno e onesto riconoscere che un assunto tanto semplice, vero e giusto non è stato ancora fatto proprio dagli stati dell'Unione che, anzi, sembrano - chi più, chi meno - averne capovolto il significato e lo spirito, uno spirito che tenta, invano, di illuminarci. Non siamo liberi, perché i poteri forti, che reprimono lo sviluppo di una coscienza autonoma, il pensiero spontaneo, la ricchezza delle diversità e promuovono il terrore, le discriminazioni, i dogmi sono sempre al vertice della società europea e impediscono la metamorfosi positiva delle coscienze, l'affermarsi di sentimenti di fiducia reciproca e la ricerca della pace e del progresso della collettività. Non siamo uguali in dignità e diritti, perché razzismo, xenofobia, omofobia, intolleranza verso le minoranze sono sempre più marcati e, propagandati da potenti mezzi di informazione, raggiungono costantemente le masse con i loro messaggi improntati alla paura e all'odio verso l'altro. Ne sono una dimostrazione la persecuzione e la segregazione razziale del popolo Rom, la guerra spietata all'immigrazione, le politiche per la razza (che in Paesi com l'Italia raggiungono punte di efferatezza inquietanti e senza precedenti), il successo dei nuovi fascismi e dei movimenti xenofobi, le continue violenze contro Rom, immigrati "clandestini", senzatetto e gay. Ne sono una prova le leggi razziali che legittimano razzismo e persecuzione, negano le politiche di solidarietà verso i poveri e gli esclusi, trasformano le razze e i popoli invisi alle maggioranze - a causa dei pregiudizi alimentati dalla propaganda - in esseri senza diritti, impediscono che tutti i cittadini vedano riconosciute le proprie unioni sentimentali, riservate in molti paesi solo alla maggioranza eterosessuale. Queste differenze, quest'uso della crudeltà verso l'altro, questi sentimenti di divisione e ostilità non si fondano sulla ragione né sulla coscienza né - tantomeno - su "uno spirito di fraternità vicendevole". Siamo nella preistoria e non ne usciremo se non troveremo la forza e la volontà di superarle, per evolverci, diventare pienamente "esseri umani" e uscire finalmente dalla grotta.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Il presidente di turno alle Nazioni Unite pronuncia discorso contro la depenalizzazione dell'omosessualità. E' una grave violazione dei principi ONU
New York, 24 settembre 2009. Ieri, mercoledì 23 settembre, il Presidente di turno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il libico Ali Abdussalam Treki, ha aperto la 64esima sessione assembleare ONU con una conferenza stampa. Nel corso di essa, alle domande di alcuni giornalisti relativamente alla sua posizione sulla dichiarazione per la decriminalizzazione universale dell'omosessualità depositata il 19 dicembre 2008, ha affermato: “E’ un problema molto delicato. Da musulmano, non sono d’accordo. Penso che non sia accettabile, non lo è per la maggior parte del mondo e non lo è assolutamente per la nostra tradizione, la nostra religione”.
“Ciò che ha dichiarato Ali Abdussalam Treki è gravissimo e non deve ammettere scusanti: il Presidente dell’Assemblea Generale ONU, così come ogni Membro, ha il dovere di rappresentare in ogni sede i principi e i fini delle Nazioni Unite, secondo lo Statuto adottato il 26 giugno 1945 a San Francisco, nel pieno rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti (art. 1)”.

Lo affermano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, Co-Presidenti dell’organizzazione internazionale per i diritti umani Gruppo EveryOne. “Con tali dichiarazioni,” proseguono gli attivisti, “il presidente dell’Assemblea Generale ha di fatto legittimato la violenza, il carcere, la tortura e la pena di morte per migliaia di persone omosessuali nel mondo, dichiarando di fatto ‘inaccettabile’ la moratoria che prevede la depenalizzazione universale dell’omosessualità (e così dello stile di vita e dei rapporti omosessuali). Chiediamo al Segretario Generale e al Consiglio di Sicurezza, che hanno il dovere di risolvere controversie interne all’Assemblea Generale su tematiche che riguardino i principi delle Nazioni Unite” continuano Malini, Pegoraro e Picciau, “di rimuovere immediatamente Abdussalam Treki dall’incarico di Presidente di Turno per la sua non conformità ai fini e ai principi ONU, se necessario riconvocando in sessione speciale l’Assemblea Generale”.
Il Gruppo EveryOne fa inoltre appello alle associazioni e organizzazioni LGBT, alla Commissione Ue, al Parlamento europeo e ai Governi dei Paesi democratici, in primis Francia e Olanda – che il 19 dicembre scorso illustrarono la suddetta moratoria –, affinché stigmatizzino pesantemente le dichiarazioni del Presidente di turno dell’Assemblea Generale ONU e ne chiedano l’immediata sostituzione.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Pace subito!
di Alfred Breitman
La democrazia si esporta
con le carte costituzionali
e con le carte dei diritti fondamentali,
la pace con rami d'ulivo.
Chi afferma che si possano esportare con le armi
è come se dicesse che il bene si fonda sul male,
la giustizia sull'abuso,
la verità sulla menzogna.
Bugiardo! Guerrafondaio!
Fascista! Nemico della democrazia,
della pace e della tolleranza!
Pace subito!
Milano, 24 settembre 2009

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Disavventura di un afroamericano a Varese
di Alfred Breitman
Milano, 22 settembre 2009. Si chiama Andrew J., 25 anni, afroamericano. Vive a New York, dove è un rispettato arredatore d'interni. E' in vacanza in Italia e sabato scorso si è recato in visita da amici, a Varese. Un pomeriggio che nelle sue attese doveva essere simpatico e stimolante, visto che i suoi amici fanno parte di una rock band e Andrew è un patito del rock'n roll, "da Bill Haley a The Killers". La sua visita, però, si è trasformata in un incubo, fin da quando il giovane è sceso dal treno e ha attraversato la strada davanti alla stazione. "Ho provato una strana sensazione fin all'inizio, quando sono entrato in una tabaccheria per comperare le sigarette. Una donna davanti a me mi ha guardato dritto negli occhi mormorando qualcosa, ha fatto una smorfia orribile e si è portata la borsetta, che aveva al fianco, sul grembo.

Tutti mi hanno guardato come se avessi tentato di borseggiarla. Pensavo di essere diventato paranoico, perché, anche quando sono uscito dalla tabaccheria, mi sembrava di essere guardato come un extraterrestre". Andrew aveva un appuntamento lì vicino con gli amici. "Dovevo incontrarli davanti alla stazione, di fronte a McDonald, così mi sono seduto su una ringhiera che si trova davanti al fast food. Sono passati pochi minuti e mi si è avvicinato un carabiniere, di quelli che vanno in giro a piedi. Non ero l'unico a essere seduto sulla ringhiera, eppure l'agente si è diretto subito verso di me, allungando il passo e alzando la voce minacciosamente, come se fossi stato in procinto di scappare: 'Ragazzo, fammi vedere i documenti'. Ho estratto il portafoglio dalla tasca posteriore e gli ho mostrato il passaporto. 'Ragazzo, tu non te ne stai seduto, ma ti alzi in piedi, davanti a me. Alzati in piedi e mostrami i documenti!'. Il suo tono era decisamente intimidatorio, così ho deciso di assecondarlo, davanti a cinque o sei giovani italiani che mi guardavano ridendo. Il carabiniere ha controllato il documento con una lentezza esasperante, pronunciando il mio nome con un tono sprezzante. Quindi mi ha guardato negli occhi a lungo, obbligandomi ad abbassare lo sguardo e mi ha detto, in tono sarcastico: 'Adesso puoi sederti'. E' stata l'esperienza più umiliante della mia vita. Mi sembrava di essere tornato negli anni '50, a Little Rock o in una delle cittadine razziste di cui ci raccontano i nostri vecchi". Questa è l'immagine dell'Italia che Andrew porterà negli Stati Uniti. Questa è l'immagine che l'Italia di oggi - e non solo città notoriamente intolleranti come Varese - esporta nel mondo.
Nella foto, scena di razzismo a Little Rock, negli anni 1950
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Il mio amico Farah
di Silvia Lovesio
Roma, 21 settembre 2009
Cari amici, vorrei fare alcune puntualizzazioni sull'uomo trovato morto al parco della Caffarella, perché la persona o le persone che lo hanno ucciso si rendano conto di ciò che hanno fatto. Innanzitutto, era somalo e non senegalese, come erroneamente riportato dalle autorità.
Lo conobbi casualmente oltre dieci anni fa, perché tentai di salvare un cane che aveva "adottato" e che poi purtroppo morì di cimurro, nonostante l'ottima nutrizione che lui gli aveva garantito ed il sollecito intervento dei veterinari che avevo contattato.
A seguito di quell'episodio, rendendoci conto dello stato in cui verteva questo ragazzo, io, il mio ex e un nostro amico, avevamo cercato in ogni modo di alleviare i suoi disagi portandogli generi alimentari, capi di abbigliamento, coperte.
Col tempo Farah ci raccontò la sua triste vita. Diceva sempre della sua esistenza attuale: "Grande broblema". Era stato per tanti anni autista di un ambasciatore in Somalia, fino a quando scoppiata la guerra nella repubblica del Corno d'Africa, aveva perso il suo lavoro. Era sposato e aveva due bambini e, per non gravare sulla famiglia della moglie, come tanti altri disperati come lui, aveva deciso di venire in Italia, convinto di trovare una soluzione alla sua disoccupazione. Non immaginava certo che ad accoglierlo ci sarebbe stata una situazione ben peggiore di quella che aveva lasciato. In breve tempo cadde nella depressione più nera perché nel frattempo era scaduto il permesso di soggiorno e le pur flebili speranze di trovare un lavoro come autista erano naufragate. Lavava i vetri delle auto, tutto il giorno.
Teneva molto all'igiene e, nonostante le terribili condizioni in cui viveva, non lo ricordo sporco neanche una volta. Portava sempre i suoi vestiti in una lavanderia a gettoni e, quando gli capitava di imbattersi casualmente in un suo connazionale, mentiva circa il suo stato di disagio e per orgoglio raccontava che aveva un bel lavoro ed una bella casa. Nel giro di poco tempo ancora, la moglie, rimasta in patria coi suoi figli lo aveva lasciato, andando a vivere col suo nuovo compagno nel Nord Europa .
Depresso ed emarginato, Farah cominciò a bere, al punto che divenne impossibile per noi poterlo aiutare, se non rincuorandolo e cercando di indurlo ad avere ancora fiducia nella vita. Abbiamo provato a fargli avere il permesso di soggiorno come rifugiato politico in quanto proveniente da un paese in stato di guerra, ma ad ogni mio appuntamento per parlare con l'ambasciata o con la questura, non si era mai presentato. Forse un po' superficialmente, pensai che se in futuro avesse voluto il mio aiuto, me lo avrebbe chiesto e che forse in quel momento voleva non essere disturbato in questo senso. Ora penso che forse avrei dovuto impormi di più. L'avrei dovuto portare anche di peso, a chiedere asilo, anche quando annegava il "grande broblema" nell'alcol e magari la sua vita avrebbe avuto un altro corso.
Ora però lo voglio ricordare così: era una bella giornata di primavera o di autunno, tanto tempo fa. Io, il mio ex e l'amico, Farah e un suo compagno di strada, Ibrahim, che era stato chef in Sierra Leone. Qualche giorno prima Ibrahim ci propose di cucinare il cous cous e quindi io andai a fare la spesa di tutto l'occorrente che doviziosamente "lo chef" mi chiese di acquistare. Ci trovammo in tarda mattinata sotto il bell'albero di fico che sovrastava una tomba romana che all'epoca fungeva, per loro, da rifugio. Uno spazio povero ma ordinato e dignitosissimo: appeso a un ramo, uno specchio per radersi. Un tavolinetto con una tovaglia a fiori. Mangiammo tutti insieme, dentro un enorme vassoio che fungeva da piatto unico. Parlammo molto quel giorno, ridemmo, dovrei ancora avere una foto di quel momento. Non mi è più capitato di mangiare un cous cous così buono! Salutandoci e tornando a casa, ci dicemmo che se avessimo raccontato che avevamo mangiato con dei "barboni", tutti insieme, per terra, con le mani e che ci era pure piaciuto, nessuno ci avrebbe compresi: quindi lo tenemmo per noi. Vai a spiegare che quei due non erano dei barboni, ma per noi erano amici; che quello non era un pasto frugale, ma (ora che sono cuoca a mia volta, posso dirlo con cognizione di causa)... una lezione di cucina di alto livello.
Ciao Farah, che il tuo Dio ti benedica.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Romell Broom: un altro uomo
di Roberto Malini
"Ha ucciso. Deve morire"
aveva stabilito la Legge.
E quando venne il giorno di pagare il conto,
Romell era pronto.
Aveva consumato
l'ultimo pasto.
Aveva detto addio alla mamma
e al mondo.
"Devo morire"
ripeteva in silenzio dentro di sé,
stranamente sereno,
sul lettino del boia.
Continua nella sezione Arte & Cultura
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani denuncia l'illegittimità e la xenofobia del reato di clandestinità e delle leggi che criminalizzano i migranti
Ginevra, 17 settembre 2009. Il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, dopo aver preso visione dei contenuti della legge italiana n° 94, che istituisce il reato di clandestinità e la persecuzione dei migranti, ha diramato un comunicato in cui precisa la sua posizione riguardo a quest'aberrazione del diritto internazionale, equiparata dalle organizzazioni umanitarie alle leggi razziali nazifasciste: "Le infrazioni delle leggi sull'immigrazione non possono trasformare in alcun modo un essere umano in un criminale," afferma la Pillay, "e se le leggi associano l'immigrazione irregolare alla criminalità, esse promuovono una discriminazione dei migranti e incoraggiano xenofobia e ostilità etnica".

Nei prossimi giorni il Gruppo EveryOne invierà al Commissario - e a tutte le Istituzioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti dei migranti, dei Rom e delle minoranze - una disamina particolareggiata degli articoli che compongono la legge n° 94 e degli effetti di imbarbarimento civile e di crisi umanitaria che essa produce ogni giorno in Italia.
Nella foto, Navi Pillay
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Milano, cuore in mano
Milano, 16 settembre 2009. Serpeggia la paura di cadere nelle mani delle autorità, nella comunità dei migranti "irregolari", trasformati dalla legge razziale n. 94 in criminali e destinati dalla stessa a un'ammenda astronomica, una detenzione lunga e penosa all'interno di un Cie (in condizioni di prigionia disumane) e quindi la deportazione nei Paesi di provenienza, spesso travagliati da guerre, carestie, persecuzioni e crisi umanitarie. A Milano, si assiste sempre più speso al tragico "spettacolo" inscenato dalle forze dell'ordine, che danno vita a vere e proprie "cacce all'uomo", dove la "preda" è il migrante senza permesso di soggiorno: un essere umano in grave difficoltà sociale, emarginato, indigente, senza possibilità di procacciarsi mezzi di sopravvivenza, spesso con i requisiti - ignorati dalle Istituzioni - per avere protezione internazionale e asilo politico. Ieri un ragazzino magrebino si è gettato da un autobus, approfittando dell'apertura delle porte in coincidenza di una fermata, per evitare di essere denunciato alla forza pubblica dai controllori a bordo del mezzo. L'adolescente era senza biglietto.

Purtroppo, nella foga, è caduto rovinosamente a terra, ferendosi la fronte e riportando un violento trauma. Si è rialzato con il volto coperto di sangue, nell'indifferenza generale dei milanesi ed è fuggito, verso l'angolo d'inferno in cui è costretto a nascondersi. Ancora a Milano, un collaboratore di Anne's Door e attivista, dopo essere stato costretto a seguire una conversazione dai toni razzisti fra passeggeri della metropolitana, linea verde, è intervenuto di fronte all'ennesima affermazione discriminatoria. "Finalmente il vicesindaco De Corato sta facendo pulizia dei clandestini," aveva appena esclamato una donna di circa 50 anni. "Io quando un negro o uno zingaro mi guarda, mi sento già violentata, perché so cosa gli passa nella testa. De Corato ha detto che su 18 stupri, almeno 16 sono fatti da quella gentaglia". "E' vero che De Corato ha detto così," ha replicato l'attivista, "ma è un'affermazione falsa e razzista. Su 18 stupri, in realtà, 17 sono fatti da padri di famiglia italianissimi, fra le mura delle loro case".
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Rom e Sinti contro la violenza istituzionale degli sgomberi
Associazione Popica Onlus - Rom e Romnì di via Centocelle
Roma, 15 settembre 2009. Pubblichiamo qui di seguito un breve articolo scritto dagli attivisti di Popica Onlus e da rappresentanti del'insediamento Rom di via Centocelle. Venerdì scorso, nell'anniversario del crollo delle Torri Gemelle, i Rom di via Centocelle hanno protestato contro un altro attentato, quello - istituzionale - verso il loro diritto alla dignità dell'abitare. Il corteo, la cui natura pacifica era così diversa dalla brutalità delle forze del'ordine e delle ruspe quando attaccano e annientano i ripari di fortuna delle famiglie in difficoltà, ha chiesto alle autorità di non proseguire le politiche della repressione, delle purghe etniche e della propaganda razzista, che sono disumane, segno di un totale imbarbarimento civile. Sorprende che, a Roma, se si eccettua il solito Gianfranco Fini - peraltro al centro di una serie di attacchi proprio per le sue posizioni di civiltà - e un manipolo di idealisti, non siano presenti oggi, neanche fra chi si definisce democratico, personalità politiche capaci di opporsi con coraggio a un progetto disumano e persecutorio che distrugge la dignità e le speranze di vita di centinaia di famiglie innocenti. Il Gruppo EveryOne / Anne's Door

L'11 settembre 2009 si è svolta a Roma una manifestazione per il diritto alla casa e contro i recenti sgomberi di alcune costruzioni provvisorie e di emergenza in cui riparavano famiglie Rom in condizioni di grave disagio sociale. Abbiamo deciso di prendervi parte perché crediamo nel diritto ad avere una sistemazione degna e non possiamo accettare di rimanere in silenzio di fronte le incoerenti e scellerate politiche abitative delle giunte capitoline che si sono alternate negli ultimi decenni. Crediamo che in una città come Roma, dove quotidianamente sorgono interi nuovi quartieri per il profitto dei soliti pochi, non sia più accettabile che decine di migliaia di persone non abbiano un tetto sotto cui ripararsi. In questo contesto ci è sembrato anche giusto essere fortemente critici verso quella che è e sarà la politica dei “villaggi della solidarietà” per noi Rom. Non possiamo accettare che si continui sulla strada dei ghetti etnici che, negli ultimi vent’anni, è stata peculiarità della sola Italia nell’intero contesto europeo. Abbiamo diritto alla casa, non a inaccettabili container recintati. Esprimiamo qui la nostra totale solidarietà a quanti sono stati sgomberati in questi giorni e ai movimenti di lotta per la casa che oggi sono al centro di un’odiosa campagna denigratoria. Crediamo che non possano esistere sgomberi di esseri umani senza una garanzia di alternative degne. La casa è un diritto di tutti e tutte, anche di noi Rom e Romnì.
Nella foto, manifestazione dei Rom e Romnì di via Centocelle per il diritto alla dignità dell'abitare
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Una voce intollerante e violenta
Roma, 12 settembre 2009. Il 4 settembre scorso il ministro Roberto Calderoli, membro di spicco della Lega Nord, partito anti-immigrati e anti-gay, ha dichiarato in una conferenza stampa a Treviso, riguardo alla proposta del Presidente della Camera Gianfranco Fini di concedere il voto agli immigrati: “La Costituzione non fa distinzione fra elettori alle elezioni politiche e amministrative. Non vorrei mai fra cinque anni e un mese trovarmi un presidente abbronzato”. Sono conosciute da tutti, purtroppo, le ideologie sulla razza di Roberto Calderoli e della Lega Nord, ma stupisce che nessun ministro, nessun membro della maggioranza abbia censurato pubblicamente questa sua nuova affermazione razzista, che suscita odio etnico e razziale nel popolo italiano, già travagliato attualmente da innumerevoli episodi di violenza etnica, razzista e omofobica.

Le parole del ministro, purtroppo, rappresentano l'Italia di oggi, che respinge i rifugiati dall'Africa e dai paesi islamici in crisi umanitaria, che non assiste i profughi africani che muoiono in mare, che tollera una campagna senza precedenti di violenze contro i gay, che attua barbariche purghe etniche contro i Rom (sono 80 mila, ed è un dato documentato, i Rom evacuati dalle autorità dai loro ripari di fortuna: bambini, donne, uomini, malati. Senza assistenza né alternative di ospitalità. Con molti lutti e molte tragedie umanitarie). Il Gruppo EveryOne, a propria volta oggetto di minacce gravi e intimidazioni di ogni genere, si batte affinché rifioriscano in Italia movimenti per la tutela dei Diritti Umani e perché le notizie di ciò che avviene in Italia escano dai nostri confini - nonostante il controllo e la censura che il governo esercita sull'informazione - e tocchino la coscienza del mondo civile, di coloro che non hanno ancora abbandonato la via della solidarietà fra individui e popoli né la cultura dei Diritti Umani.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Italia di sangue
New York, 11 settembre 2009. L'Italia che respinge i profughi e perseguita i migranti che fuggono da Paesi insanguinati da violenza e guerre è in realtà una grande fabbrica governativa di dolore e morte.

Un rapporto del Congresso di Washington rivela infatti che il nostro Paese è secondo al mondo nella poco edificante classifica dei mercanti d'armi, dopo gli Stati Uniti. Il governo italiano, infatti, ha venduto 3,7 miliardi di dollari di armi nel 2008.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Anm: "Il premier delegittima chi combatte la mafia"
Roma, 9 settembre 2009 - L'Associazione nazionale magistrati Anm manifesta la propria indignazione per le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che ieri, durante l'apertura della Fiera Tessile di Milano, aveva accusato le procure di Milano e Palermo di cospirare contro di lui.
"So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano," aveva detto Berlusconi. "Si ricominciano a guardare i fatti del '92, del '93, e del '94. Follia pura. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese".
"La lotta alla mafia, che il Governo in carica dichiara spesso di voler perseguire con ogni mezzo," ha replicato in una nota ufficiale l'Associazione Nazionale Magistrati, "richiede un impegno corale di tutte le istituzioni e non può tollerare infondate operazioni di delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, che sono esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa".

Si ricorda che Paolo Borsellino espresse le proprie preoccupazioni riguardo al rafforzarsi delle mafie nel nord Italia e ai rapporti fra crimine organizzato, imprenditoria e politica nella sua ultima intervista, resa venti giorni prima di essere assassinato. E' importante non dimenticare il testimone che uno dei veri eroi della lotta alla mafia ci ha trasmesso: http://www.youtube.com/watch?v=YVQ1kmOOBrw
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Il progetto di Milano per i Rom
Milano, 6 settembre 2009. Il Comune di Milano diffonde una notizia che dovrebbe destare soddisfazione da parte delle organizzazioni per i Diritti Umani: il ministro degli Interni ha stanziato 13 milioni di euro per i Rom. Cè in effetti chi esulta e si spertica in lodi verso la giunta Moratti e un De Corato finalmente illuminato, folgorato da Dio (o da... Gianfranco Fini) sulla strada di Damasco. La realtà, purtroppo, è diversa e per saggiarne la tragica consistenza, basta chiedere ai Rom più "fortunati", ritenuti dalle autorità "degni" di abitare nei campi-ghetto, esibendo un badge sul petto e tenuti sotto controllo 24 ore su 24, pena l'espulsione dal campo alla prima violazione del Regolamento per i Rom degli Insediamenti Autorizzati. Senza contare la schedatura con fotosegnalazione e rilievo delle impronte digitali per adulti e bambini, secondo quanto ha recentemente stabilito il Consiglio di Stato. Oppure, se si vuol conoscere la condizione delle famiglie Rom nella Milano odierna, si può fare la stessa domanda ("Come state, all'ombra della Madonnina?") a quelli che la sorte non ha "baciato sulla fronte" e sopravvivono nascosti in case diroccate o in luoghi malsani, braccati dalle forze dell'ordine e sempre a rischio di evacuazione, di aggressione da parte di razzisti o di abuso poliziesco/giudiziario. Repetita juvant: come la famiglia di Anna Frank, come gli ebrei ai tempi di Hitler. Per fortuna, sono ormai poche decine, perché gli altri si sono rifugiati via da Milano e quasi sempre dall'Italia. Ma allora, se non è cambiato nulla, come verranno spesi i 13 milioni? Il Comune di Milano ne investirà 12 per sgomberi, bonifiche e messa in sicurezza di luoghi "a rischio" di ritorno dei Rom: edifici abbandonati, ponti ecc. Resta circa 1 milione, metà del quale andrà impiegato per progetti di inserimento professionale, progetti che di fatto non tengono conto della realtà sociale e delle competenze dei Rom, ma prevedono semplicemente l'apertura di un ufficio adibito alla ricerca di una collocazione per adulti di etnia Rom (richiestissimi sul mercato del lavoro, come tutti sanno!). I cinquecentomila euro, facile prevederlo, svaniranno come neve al sole. Resta ancora mezzo "testone", che il Comune vorrebbe investire in microcredito rivolto alle famiglie Rom italiane che abbiano una casa di proprietà da ristrutturare oppure non dispongano di tutto il denaro necessario all'acquisto di un appartamento. La cifra, che comprende anche tutte le spese e i costi annessi, basterebbe - se correttamente impiegata, senza sprechi - si e no per 3 o 4 famiglie, ma nonostante questo, Pdl e Lega Nord si sono opposti all'iniziativa ("Eh no, nessun canale preferenziale, per questi Rom che ormai la fanno da padroni") e si può scommettere che andrà a finire - come da Pdl e Lega richiesto - che anche tali fondi serviranno alla "messa in sicurezza". Risultato finale, come sempre: fondi investiti per la persecuzione, l'apartheid e la creazione di veri e propri ghetti, cercando di salvare la faccia con l'Ue.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Nomadi. Roma si prepara ad allontanare gli "asociali" e a mettere in atto la politica dei ghetti
Roma, 5 settembre 2009. Nonostante le visite di delegazioni inviate dalla Commissione europea, nonostante quanto prescrivono la Direttiva 2000/43/CE e la Risoluzione del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i rom, nonostante gli ammonimenti del Commissario europeo per i Diritti Umani e del Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, Roma prosegue la politica dell'emarginazione e annuncia la creazione di un vero e proprio abominio sociale. Sveva Belviso, assessore alle politiche sociali del Comune di Roma spiega le linee fondamentali del progetto: "Ridurremo i campi nomadi da 100 a 11 e i 7100 Rom che vivono qui a 6000. I campi che andremo a chiudere sono vergogne dell'umanità. I Rom comprendono la volontà di dar loro una sistemazione migliore e le persone che verranno allontanate sono leader negativi, mele marce che potrebbero rovinare tutto: sono persone agli arresti domiciliari o che hanno commesso reati importanti. Un esempio negativo per i giovani".
Sembra di tornare al 1938 - quando la Germania nazista mise in atto misure punitive contro gli "asociali", le "mele marce" di quegli anni - e al 1939, quando si decise di costruire i ghetti. In base a un censimento sullo status giuridico delle persone, ma anche a fotosegnalazione e rilievo di impronte digitali sia per gli adulti che per i bambini (come deciso recentemente dal Consiglio di Stato) i Rom verranno suddivisi in "titolari" (la "titolarità" verrà stabilita dalla prefettura con un regolamento) e "mele marce". Le "mele marce" saranno allontanate, senza che sia previsto alcun piano di sostegno, alloggio o integrazione per loro. Il 30% dei Rom destinati al controllo amministrativo e alla schedatura se ne sono già andati dalla capitale. Entro l'autunno 5 dei 7 campi-ghetto saranno pronti ad accogliere gli internati, che saranno muniti di simboli o badge da esibire ai "controllori" (anche questa misura, nonostante richiami le stelle di Davide degli ebrei, è stata approvata dal Consiglio di Stato): Salone, Gordiani, Camping River, Candoni e Castel Romano.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Le origini Rom di Roberto Calderoli
Milano, 4 settembre 2009. Riceviamo una mail da Chiara di Verona. "Cari amici di Anne's Door ed EveryOne, complimenti per le vostre campagne a tutela dei rom. Qui a Verona, e non solo per colpa di Flavio Tosi, i cosiddetti nomadi sono trattati come gli ebrei ai tempi di Mussolini o anche peggio. L'altro ieri sono rimasta stupita negativamente sentendo mio figlio, che ha 10 anni, e un suo amichetto che bisticciavano dandosi del 'rom', come se si trattasse del peggiore insulto. Qualche tempo fa ho letto di un vostro intervento a difesa dei calciatori di origini rom che giocano, o giocavano fino alla scorsa stagione, in Italia: Ibrahimovic, Stankovic, Pirlo, Quaresma, Vucinic... Avrei una domanda da farvi: ci sono anche politici di origini rom, che magari potrebbero aiutarci a combattere il razzismo?".
Rispondono Anne's Door ed EveryOne. Grazie delle belle parole. Conosciamo la situazione dei Rom e dei Sinti di Verona. Da molti anni subiscono una drammatica emarginazione, ripetuti atti discriminatori, violenze, intimidazioni, abusi polizieschi e giudiziari. Hai ragione: vivono come gli ebrei ai tempi del duce. Recentemente, durante la trasmissione "Cominciamo bene" su Rai3, il sindaco di Verona ha affermato che i Rom e i Sinti di Verona sono tutti criminali e che le loro fedine penali parlano per loro. In realtà, quelle fedine parlano di una tragica persecuzione, di un'assurda violazione e negazione di ogni fondamentale diritto umano. Abbiamo protestato con gli autori e i responsabili del programma, per quelle dichiarazioni ispirate da odio razziale, dichiarazioni che non hanno avuto replica e hanno fomentato irresponsabilmente il tasso di razzismo già fuori controllo nella città veneta. Ci è stato risposto che "è per la par condicio. Se dedichiamo una trasmissione ai Rom, siamo obbligati a invitare in studio anche chi non è antirazzista". Abbiamo fatto notare loro che secondo la Costituzione diffondere ideologie razziste è un reato, altro che par condicio! Ci hanno replicato che "sì, lo sappiamo, ma le disposizioni sono queste. Se parliamo di Rom o persone di colore, dobbiamo dare voce anche a chi non li accetta". E non hanno saputo rispondere quando ho chiesto loro se in una trasmissione sull'Olocausto verrebbero invitati neonazisti e negazionisti. Riguardo ai politici Rom e Sinti, va citato in primis Yuri Del Bar, Sinto emiliano, eletto nel Consiglio Comunale di Mantova nel 2005. Yuri Del Bar è stato il primo candidato appartenente alla minoranza Sinta e Rom eletto in un organismo politico, in sessanta anni di Repubblica Italiana. Ti ricordiamo poi che il Sinto Nazzareno Guarnieri è stato candidato al Consiglio Comunale di Pescara nelle elezioni amministrative 2008, mentre Dijana Pavlovic, Romnì 33enne di origine serba, è stata candidata al Consiglio comunale di Milano nel 2006 e alle recenti elezioni europee. Troppo poco, per un Paese democratico. Vi sono poi uomini politici i cui cognomi rivelano probabili origini "zingare": i primi due esempi che ci vengono in mente sono Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma e Alessio Spinelli, assessore di Fucecchio (Firenze). Ma ti sorprenderanno i prossimi nomi: il deputato della Lega Nord Renato Valter Togni e - udite, udite! - il ministro alla semplificazione sociale, sempre della Lega Nord, Roberto Calderoli, il cui cognome ha un'inequivocabile e antica origine Rom, derivando da "caldera" (pentola), che è all'origine del nome della tribù "nomade" dei Kalderasha e del cognome tipico Rom Caldaras/Caldarar (Calderar)/Caldararu. Dubito però che gli ultimi politici che abbiamo citato possano aiutarci a combattere il razzismo!
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Incontro con Art Spiegelman
Milano, 3 settembre 2009. Oggi pomeriggio Art Spiegelman - figlio di un sopravvissuto all'Olocausto, autore di "Maus, capolavoro del fumetto di tutti i tempi, premio Pulitzer 1992 - ha incontrato i suoi estimatori durante la vernice della mostra "Da Raw Books a Toon Books", presso la Galleria Nuages di Milano. Per Roberto Malini è stata l'attesissima occasione di stringere la mano al suo autore di fumetti preferito: "Art, sono davvero onorato di conoscerti.

Maus, insieme al Diario di Anna Frank, è la prima lettura che suggerisco ai ragazzi quando mi chiedono un consiglio su come avvicinarsi all'Olocausto". "Grazie, quello della Memoria è l'aspetto più importante del mio lavoro," gli ha risposto Spiegelman, commosso per il calore con cui è stato accolto. "Anche questa città è piena di gatti," gli ha detto sottovoce Roberto. "E i topolini che finiscono sotto i loro artigli sono i Rom e i migranti". L'artista si è rabbuiato per un istante: la sua utopia è un mondo in cui nessuno sia perseguitato per il colore della sua pelle, la sua razza e la sua condizione sociale. Poi ha impugnato un pennarello nero e con la sua mano rapida e virtuosa ha disegnato il proprio autoritratto: un regalo e un simbolo "per Roberto", per Milano, per un mondo che ha un disperato bisogno di allontanarsi dalle molte strade che non si orientano verso la Memoria e tornano ad Auschwitz.

Nelle immagini, Art Spiegelman con Roberto Malini (foto Steed Gamero); l'autoritratto donato a Roberto dall'artista.
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Tortura
di Roberto Malini
Tortura
eucaristia di mostri
parole strappate
come denti all'anima.
Tramonto della speranza, trionfo della bestia.
Tortura
sorriso di sangue
buco nero
sole accecato dal ferro rovente.
Dio
liberaci dal male
ma se non lo farai
che sia l'Uomo a fermare
le grida acuminate
i lamenti attutiti da bende
l'offesa, il latrato dei cani
l'auto da fé che si rifrange
sul cemento.
Tortura
la vita è in ginocchio
e sussurra perdute verità:
"Eerf nrobera sgnieb namuhlla...
Utirips serepu api taeb..."

|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
La storia di Michaj
di Rosa Mauro

Ho camminato a lungo per trovare questa storia.
Il passo ed il respiro di un uomo morente, sono sottili e per trovarli bisogna cercare nelle pieghe della vita, nel silenzio o in una musica.
Così, alla fine, ti ho trovato, Michaj, nelle note di una canzone di De Andrè
“Dio di misericordia, il tuo bel paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso”
E così ti ho trovato, tu che hai vissuto senza sorriso.
Eppure dovevi possederlo, quel sorriso, prima che ti fosse strappato via da una vita ingiusta, da uomini ingiusti, se pure chi si comporta così ha diritto a quella parola.
Ed ora riesco anche a vederti, Michaj, prepararti per il tuo ultimo viaggio.
Fragilissimo, il corpo piegato, le gambe che a stento quasi sollevate da un nipote, si muovono lungo l’asfalto.
Il dolore di continuare a respirare, a camminare, quando vuoi solo lasciarti andare.
E’ giunta l’ora, e lo sai, ma qui non puoi restare.
Il sole ingannevole, perché porta alla memoria un calore umano che, nella realtà, nessuno possiede , ti accompagna, il calore di una Estate in cui altri si divertono, altri si godono il mare, in questa dolorosa tua ultima fatica.
Grosse gocce di sudore sulla fronte dei tuoi nipoti, mentre tu neanche sudi più, la normale sofferenza è oltre le frontiere.
Ecco la fermata degli autobus.
Il tuo gruppetto, corpi giovani a circondarti, a difenderti, quasi nessuno lo guarda.
E’ il momento in cui il sudore si trasforma in dolore, negli occhi degli accompagnatori, sanno che non ti vedranno mai più.
La morte è il vero motivo del tuo viaggio, la morte in terra di Romania, la tua patria.
Avresti voluto chiamare l’Italia, questa città come tua patria.
Ma hai vissuto troppo, Michaj.
Hai vissuto abbastanza per vedere i tuoi sogni, onesti, semplici, un lavoro per te e i tuoi figli, una casa, il rispetto dei tuoi vicini, trasformarsi in cenere.
E pensare, che tu sei un figlio della speranza.
I tuoi genitori, sopravvissuti all’olocausto, te lo hanno ripetuto fino alla nausea, tu vedrai un mondo migliore dal nostro, il male è stato sconfitto, è morto per sempre.
Le labbra di Michaj nascondono un lieve sorriso, i genitori sono stati fortunati, sono morti convinti che, davvero, il male fosse morto.
Ma lui, invece lo ha visto tornare, quel male, negli occhi di coloro che voleva poter chiamare amici.
Lo ha visto negli occhi di quegli italiani che lui avrebbe voluto avere come colleghi di lavoro, genitori degli amici dei suoi figli.
Tutta la vita a lottare per una libertà dal lager invisibile che lo aveva accolto, guardando con occhi sempre più disperati, altri rom , altri fratelli, pestati e bruciati, presi in giro, insultati anche da coloro che avrebbero dovuto proteggerli.
I nipoti aiutano a salire quei pochi scalini, le gambe di pietra di Michaj lasciano il suolo italiano, per poggiarsi nella terra di nessuno dell’autobus, che si riempie di altri sogni infranti, e di parole in una lingua familiare, anche se da tempo non usata.
Nessuno si siede a fianco di Michaj, tutti intuiscono la verità del viaggio di quel vecchio, dietro le sue gambe, il suo corpo scheletrico.
Addio alle poche cose che in Italia ha conosciuto ed amato, al dottore che lo ha curato fino all’ultimo, al suo sguardo triste quando aveva detto a lui ed ai suoi che non c’era niente da fare.
Addio alla terra che aveva comunque ospitato i suoi pensieri, i sogni, le attese per le nascite dei suoi figli, il sudore del suo lavoro , che non aveva mai mancato di svolgere, finché gli era riuscito.
Gli occhi dei nipoti, dei figli, i loro corpi desolati, piegati, oppressi dal dolore del distacco, dalla sofferenza senza fine di una schiavitù immeritata.
Dietro ad un finestrino, li vede farsi piccoli, prima ancora che quell’autobus parta davvero.
E si, c’è qualcuno seduto a fianco del vecchio Michaj, anche se nessuno se ne accorge, invisibile per tutti.
Michaj le sorride, come una vecchia amica che si è fatta attendere a lungo, e davanti ai suoi occhi pieni di compassione, depone i dolori della sua vita errante, depone le sue paure, e le si affida completamente.
E mentre l’autobus viaggia, la grande consolatrice, quelli che a torto imprecano, quella che solo i poveri e i malati conoscono davvero, scioglie ad una ad una le catene terrene, Michaj si sente sempre più leggero, è davvero l’uomo libero che è nato per essere.
L’autobus macina strada, intorno le persone si lamentano del caldo, sono impazienti, nervose.
Ma Michaj non se ne accorge, c’è un grande campo intorno a lui, ora, un campo di terra e di stelle, un fuoco e della musica.
Musica romanì, musica di libertà.
Egli comincia a cantare e la sua voce è forte e libera.
Gli altri potranno solo vedere quella labbra vecchie muoversi, nessun suono uscire, alcuni scuoteranno la testa per la pietà, tutti pensano di sapere, ma nessuno , realmente, sa.
Michaj canta, e la voce dei suoi cari esclama gioiosa, dentro di lui “te l’avevamo detto, figlio della speranza, la speranza vince ogni cosa, vince sempre!”
E finalmente, sulle labbra senza sorriso, Dio ne stampa uno, per l’eternità.
2 settembre 2009
Grazie a Roberto Malini, e al Gruppo EveryOne per avermi raccontato questa storia. Grazie a tutti loro che portano avanti la fiaccola dell'umanità, in questo nostro mondo distratto e disumano. Rosa Mauro
|
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- |
Manifestazione anti-Rom a Torino
Napoli, 31 agosto 2009. Stamattina alle 11.30 si è tenuta a Torino davanti a Palazzo Civico una
manifestazione organizzata da La Destra "contro la riqualificazione e
ricostruzione del campo nomadi di Strada dell'Aeroporto. “Oltre alla
considerevole cifra che c’è in ballo," ha commentato il segretario regionale
de La Destra Giuseppe Lonero, "denuncio le modalità di assegnazione della
gestione dei campi ad associazioni vicine all’Amministrazione. La somma che
il Comune sosterrà per la gestione dei campi nomadi è di 280mila euro,
mentre il finanziamento richiesto per ricostruire il campo di Strada
dell’Aeroporto oscilla tra i 2,5 e i 3 milioni di euro. Ma come avrebbero
potuto essere spesi a vantaggio della collettività e dei cittadini italiani
che pagano regolarmente le tasse tutti questi soldi? Semplice: costruire un
asilo nido, una residenza per anziani, ridurre il costo dei servizi sociali
e delle tariffe che i torinesi devono pagare, migliorare la manutenzione
delle strade, fornire i buoni taxi ai disabili. Come sarebbero stati spesi
meglio tutti quei soldi!. Il Comune di Torino, invece preferisce aiutare chi
viene in Italia per delinquere, non manda i figli a scuola, sporca la città,
senza pagare le tasse". Sono esternazioni improntate a sentimenti di
intolleranza, perché il Comune di Torino sta semplicemente mettendo in atto
quanto previsto dalla Direttiva 2000/43/CE e soprattutto dalla Risoluzione
del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i
Rom, documento che riassume le linee guida per attuare piani efficaci di
integrazione rivolte ai Rom nell'Unione europea.
|
-------------------------------------------------------------------------------------------
| |