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Human Right Watch, Italia segnalata nel Rapporto annuale per razzismo e xenofobia
Milano, 23 gennaio 2010. L'Italia non ha risolto il grave problema delle politiche lesive dei diritti dei profughi e richiedenti asilo, del popolo Rom, delle minoranze. La deriva razzista e xenofobica non si è arrestata ed è definita come un "problema scottante", così come la presenza di componenti discriminatorie nella propaganda politica sui media e nei discorsi pubblici. E' il sunto del capitolo relativo al nostro Paese nel Rapporto annuale sui Diritti Umani nel mondo curato da Human Right Watch e pubblicato il 20 gennaio 2010. L'Italia è accomunata alla Grecia per quanto riguarda il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra e dunque del diritto all'asilo e alla protezione internazionale. E' importante, in un'ottica futura, che i referenti italiani dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati moltiplichino il loro impegno, opponendo le regole del diritto internazionale che tutela chi fugge da Paesi in crisi umanitaria all'atteggiamento xenofobo del governo italiano.

Le politiche di Italia e Grecia rappresentano, secondo Human Right Watch, un ostacolo sulla via dell'unificazione delle politiche dell'Unione sui rifugiati e i richiedenti asilo. I respingimenti in Libia rappresentano gli eventi più gravi e il Rapporto ricorda l'ammonimento che le autorità deputate al rispetto dei Diritti Umani in Europa e nel mondo hanno rivolto all'Italia, a partire dal Consiglio europeo e dall'Alto Commissario. Censurata anche la collaborazione offerta in alcuni casi ai Paesi intolleranti dall'agenzia Frontex. La deportazione in Tunisia di persone sospettate di terrorismo, ponendo a rischio le loro vite, rappresenta un abuso. Il documento sullo stato dei Diritti Umani nel mondo sottolinea inoltre l'iniquità del "pacchetto sicurezza" (Legge 94/2009) e la natura persecutoria e razzista delle politiche intolleranti e violente sul popolo Rom.
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La zingara rapitrice
Uno studio che smonta lo stereotipo più pesante
L’ampia ricerca “Adozione di minori rom/sinti e sottrazione di minori gagè” commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e alla direzione del Prof. Leonardo Piasere, si articola in due studi volti a rispondere a differenti ma complementari interrogativi.
L’uno –– in corso di pubblicazione presso CISU – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai Tribunali per i Minori italiani a famiglie gagé, condotto da Carlotta Saletti Salza. L’altro – già edito dallo stesso editore col titolo “La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – sui presunti tentati rapimenti di infanti non-rom da parte di rom, condotto da Sabrina Tosi Cambini.
Continua nella sezione Arte e Cultura
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"Una storia quasi soltanto mia". Un libro per ricordare Giuseppe Pinelli
"Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…" Licia Pinelli
Il 10 febbraio 2010 dalle ore 17.30 presso il Circolo dei lettori di Torino in via Bogino 9 si terrà la presentazione del libro di Licia Pinelli e Piero Scaramucci “Una storia quasi soltanto mia”. L'incontro è organizzato a cura dell'Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti.
A 40 anni dalla strage di piazza Fontana e dalla morte di Giuseppe Pinelli, durante l’interrogatorio nella Questura di Milano, viene riproposto il racconto che Licia Pinelli fece nel 1981 a Piero Scaramucci. Con rara umanità emerge la vita di Giuseppe Pinelli e della sua famiglia. Puntuale e aggiornata la documentazione sulle indagini, i depistaggi, i processi. Il libro costituisce uno strumento di assoluta importanza per comprendere la storia del nostro Paese e riflettere sul presente. Introduce l’avvocato Bruno Segre Presidente ANPPIA Torino, intervengono Boris Bellone dell'ANPPIA Torino, Licia Pinelli e Piero Scaramucci, autori del libro. Segue dibattito e, al termine della serata, verrà consegnata la tessera ad “Honorem” dell’ANPPIA a Licia Pinelli.

Nella foto, Giuseppe Pinelli
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Ascoltare Emily Dickinson
Roma, 6 gennaio 2009. Sono uscite per i LibriVivi (www.librivivi.com) "Sillabe del mattino" e "Un fiore o un libro" , raccolte di poesie di Emily Dickinson nella versione in italiano di Roberto Malini. Per la Dickinson, la vocazione del poeta nasceva dal desiderio di migliorare l'essenza stessa dell'umano indagando oltre i confini del divino, alla ricerca di una purezza sempre più perfetta. Non a caso, paragonava la sua arte alla lotta di Giacobbe con l'angelo. Emily passò quasi tutta la sua vita nella casa natìa, che abbandonava solo per visite ai parenti. Vestiva di bianco come un angelo e coglieva l'infinito nei cicli della natura e nei piccoli istanti della vita quotidiana, nei quali si fissavano anche i macro-avvenimenti della società in cui la poetessa viveva, sconvolta dalla Guerra di Secessione. Le brevi liriche, scritte nella sua camera, rappresentavano il suo progetto di comprendere il senso della vita e della Storia attraverso lo strumento dell'immaginazione. Quando Emily morì, all'età di 56 anni, la sorella trovò in un cassetto le sua opera: 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo.
 
Schede dei libri
Titoli: "Sillabe del mattino" e "Un fiore o un libro"
Autrice: Emily Dickinson
Versione in italiano di: Roberto Malini
Collana: Palco
Interpretazione: in ambiente teatrale
Direzione: Dario Picciau, Roberto Malini
Interprete: Aurora Cancian
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5 gennaio: una data che ricorda le leggi antiebraiche del 1939 e ci fa riflettere sul "pacchetto sicurezza" e sui provvedimenti anti-stranieri
del Gruppo EveryOne
Milano, 5 gennaio 2010. Spesso i cittadini di uno stato non prestano particolare attenzione ad eventi che costituiscono passi in avanti o all'indietro sul camino della civiltà e della democrazia. Sembra, per esempio, che sia stata già relegata nella soffitta dei ricordi la recente conversione in legge (la Legge 94/2009) del pacchetto sicurezza, un provvedimento anti-immigrazione, scritto su basi di discriminazione etnica e razziale, irresponsabilmente approvato del Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica. La legge che trasforma i profughi in cittadini senza diritti è stata voluta dalla Lega Nord, partito anti-stranieri, anti-europeista e secessionista che tiene in scacco le Istituzioni poiché, senza i voti dei suoi deputati e senatori, la maggioranza non potrebbe governare. A causa della Legge 94/2009 i Rom in Italia sono soggetti a un regime spietato di controllo e repressione poliziesca, mentre i migranti cosiddetti "irregolari" vengono equiparati a criminali e sono costretti a vivere nascosti, per evitare l'arresto, l'imprigionamento nei Cie, carceri-lager, e la deportazione verso Paesi da cui sono fuggiti per sottrarsi a persecuzioni, carestie o altre tragedie umanitarie. I migranti extracomunitari regolari, invece, sono costretti in uno stato di totale asservimento a datori di lavoro e padroni di casa, perché senza occupazione o alloggio adeguato possono perdere in qualsiasi momento il permesso di soggiorno, divenendo "irregolari" e dunque soggetti ad arresto e deportazione. La nuova legge non tutela neppure l'integrità delle famiglie, costringendo ogni adulto extracomunitario ad avere il permesso di soggiorno - sempre in base a lavoro a tempo indeterminato e alloggio adeguato, ovvero in possesso di requisiti quasi irraggiungibili - pena l'arresto, la prigione dura in un Cie per un periodo fino a sei mesi e la deportazione. Questo significa che se in una famiglia un genitore o un figlio maggiorenne perde il permesso di soggiorno e non trova lavoro a tempo indeterminato entro sei mesi, diventa "irregolare" e viene deportato, anche se gli altri membri della famiglia sono in grado di mantenerlo finché non trova un altra occupazione, che in questi tempi di crisi non è un evento semplice. Questa "spada di damocle" è sospesa sulla testa di tutti i cittadini extracomunitari, anche quelli che vivono nel nostro paese da tanti anni e non hanno più familiari né conoscenti nei paesi d'origine.
Oggi, 5 gennaio 2010, ricorre il 71° anniversario di un evento altrettanto terribile e caduto nell'oblio: la conversione in legge di una serie di Regi decreti-legge che annullavano i diritti civili della popolazione ebraica in Italia, aprendo la strada alle persecuzioni e alla Shoah.
Ecco i decreti antisemiti trasformati in Leggi italiane:
- Legge 5 gennaio 1939, n. 26, Conversione in legge del Regio decreto-legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1539, concernente l'istituzione, presso il Ministero dell'interno, del Consiglio superiore per la demografia e la razza (GU n. 24, 30 gennaio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l'istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica (GU n. 31, 7 febbraio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 98, Conversione in legge del Regio decreto-legge 15 novembre 1938-XVll, n. 1779, relativo all'integrazione e al coordinamento in unico testo delle norme emanate per la difesa della razza nella scuola italiana (GU n. 31, 7 febbraio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 99, Conversione in legge del Regio decreto-legge 5 settembre 1938-XVl, n. 1390, contenente provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (GU n. 31, 7 febbraio 1939).
- Legge 5 gennaio 1939, n. 274, Conversione in legge del Regio decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, recante provvedimenti per la difesa della razza italiana (GU n. 48, 27 febbraio 1939).
Contatto:
Gruppo EveryOne
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Noi, i sopravvissuti
di Nelly Sachs (traduzione di Roberto Malini)
Noi, i sopravvissuti,
Dalle cui cave ossa la morte ha iniziato a intagliare i suoi flauti,
Mentre sui tendini ha già strofinato l'archetto -
I nostri corpi continuano a lamentarsi
Producendo una musica straziata.
Noi, i sopravvissuti
Davanti ai quali penzolano ancora cappi a nodo scorsoio
Pronti a stringersi al collo, sullo sfondo del cielo -
Gocce del nostro sangue riempiono le clessidre.
Noi, i sopravvissuti,
Consumati anche oggi dai vermi dell'orrore.
La nostra costellazione è sepolta nella cenere
Noi, i sopravvissuti
Vi preghiamo:
Fateci rivedere il vostro sole, ma gradualmente.
Passo passo guidateci da stella a stella.
Siate gentili quando ci insegnerete a vivere di nuovo.
Se così non sarà, il canto di un uccello
O un secchio che si riempie fino all'orlo
Potrebbero causare l'esplosione della pena contenuta a stento
E farci scomparire un'altra volta -
Vi chiediamo in ginocchio:
Fate che non vediamo di nuovo un cane feroce
Altrimenti, altrimenti
Forse ci ridurremo ancora in cenere -
In cenere, davanti ai vostri occhi.
Ma quali cuciture tengono insieme le nostre pezze?
Noi, il cui respiro si è interrotto,
le cui anime sono volate a Lui, la mezzanotte di quel giorno,
assai prima che i nostri corpi si salvassero
nell'arco del momento.
Noi, i sopravvissuti
Vi stringiamo le mani
Guardandovi negli occhi -
Ma tutto quello che ci unisce è l'accomiatarci,
dirci addio nella cenere
ci tiene uniti a voi.

Nella foto, Nelly Sachs
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Silvia e Abrehet (perché occuparsi di Diritti Umani?)
di Roberto Malini
Roma, 30 dicembre 2009. Silvia e Abrehet aspettano un bambino. Silvia è bella, colta, ricca e famosa. La sua famiglia è potente, il suo futuro radioso. Ha trent'anni ed è fresca come una rosa. Anche Abrehet ha trent'anni e, come Silvia, è al quarto mese di gravidanza. I suoi occhi sono scuri e profondi come il cielo sul Corno d'Africa, la terra da cui è fuggita per non morire, ma la sua pelle d'ebano è appassita e segnata da tanti anni di stenti e di dolore. Silvia è benvoluta dagli italiani, che insieme a lei trepidano, aspettando che il suo bambino fortunato veda la luce. Sfogliano i rotocalchi, cercando foto di Silvia con il pancione, per amarla e sorridere. Abrehet non ha un posto dove andare. Ha fame. Ha freddo. Suo marito Yosef la guarda con amore e dolore. Vorrebbe nutrirla con il suo respiro; vorrebbe scaldarla con il suo sguardo. Ma Abrehet e Yosef sono clandestini. Una legge spietata, partorita dal puro male, li condanna a nascondersi. Gli sgherri li braccano ovunque. Tenaci, rabbiosi e fanatici come cacciatori, gli occhi iniettati d'odio, perlustrano i luoghi derelitti dove gli africani, insieme ad altri miserabili, si sottraggono alla vista della "brava gente", per allungare le loro vite disperate, per non subire la brutalità dell'arresto, l'orrore della prigionia nei Cie e infine la deportazione verso paesi in cui solo il dolore e il nulla attendono i profughi. Silvia è una stella ariana, Abrehet è una nuova ebrea. La prima è Eva, la seconda Anna. Ha fiducia nell'intima bontà dell'uomo, Abrehet, quando tende la sua manina senza più carne e sul suo teschio vivo si dischiude un atroce sorriso, da cui esala una sola parola, un lamento: "Aiutaci". A volte è troppo duro, troppo doloroso impegnarsi per i Diritti Umani, in questo tempo senz'anima, in questo paese dominato da mostri. Perché lo facciamo? Perché, nonostante tutto, continuiamo, se non a credere, almeno a sperare? Lo facciamo perché amiamo Abrehet, perché Abrehet è bellissima - più bella di Silvia - e il suo bambino è un fiore.
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E' uscito per i LIbriVivi "Le parole e l'anima" di Roberto Malini

E' uscita nella collana "Palco" dei LibriVivi (www.librivivi.it) la siloge di racconti "Le parole e l'anima", di Roberto Malini. I racconti sono interpretati dalle voci straordinarie di Dario Penne, Gino La Monica e Bruno Alessandro. Miti e leggende rappresentano a diversi livelli il significato dell'esistenza umana. Quando Ulisse, paradigma di tutti gli eroi, torna a Itaca e si prepara a vivere una vecchiaia serena, scopre che non potrà avere pace se prima non avrà saldato il suo debito con gli déi. Allora dà ordine a un esercito di artigiani di costruire un secondo cavallo... Ma è Perseo, figlio di Zeus, che assapora l'amarezza più grande dopo aver sconfitto la sua nemesi, inseguita per tutta la vita. Intanto personaggi singolari, misteriosi predicatori e rabbini riemersi dal tempo degli "shtetl", restituiscono a un'umanità che ha perduto le risposte ai grandi enigmi dell'esistenza il conforto della fede e della sapienza antica.
Scheda del libro
Titolo: "Le parole e l'anima"
Autore: Roberto Malini
Genere: narrativa
Collana: Palco
Interpretazione: in ambiente teatrale
Direzione: Dario Penne, Dario Picciau
Interpreti: Dario Penne (Voce Narrante), Gino La Monica (Voce Narrante), Bruno Alessandro (Voce Narrante)
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E' giusto paragonare la persecuzione dei Rom e dei migranti all'iniquità delle leggi razziali e dell'Olocausto?
di Roberto Malini
Milano, 19 dicembre 2009. Alcuni anni fa, durante il Festival del cinema di Roma, ricevetti pesanti critiche per aver effettuato, nel corso di una conferenza stampa, un parallelo fra la discriminazione degli ebrei, negli anni delle leggi razziali, e quella dei Rom in Italia. Per lo stesso motivo, venni escluso da una mailing list dedicata alla Resistenza: "Ma come si permette di fare un simile paragone?" mi scrisse la fondatrice della lista, per motivare la sua decisione, "Le sembra che i Rom vengano schedati? Le sembra che siano lasciati senza acqua, cibo o assistenza medica? Le sembra che qualcuno li sottoponga a violenze, li metta in prigione o li deporti senza un motivo? Le sembra che li caccino dai campi in cui vivono?"
Studio l'Olocausto e le dinamiche delle persecuzioni da quando avevo 16 anni. Ho conosciuto decine di testimoni, di Giusti, di storici e direttori di Musei. Ho lavorato insieme ai principali studiosi della Shoah, del Samudaripen, del genocidio dei Triangoli Rosa: da Dan Michman ad Avner Shalev, da Gerard Koskovich a Marcel Courthiade. Quando si conoscono i meccanismi patologici che conducono alla disumanizzazione di una società, non è difficile riconoscerne i segni e i sintomi, nell'attimo in cui si manifestano.

Chi studia l'Olocausto e si impegna per educare alla Memoria le giovani generazioni, lavora come un biologo e la sua ricerca si concentra sul formarsi di una degenerazione di un organismo vivo, come è ogni comunità umana. Oggi un'attivista toscana ha ricevuto la stessa critica, per aver tracciato, in un comunicato stampa, un parallelo fra l'intolleranza che colpisce i Rom nella sua città - e che ha condotto la cittadinanza a chiederne a gran voce l'espulsione - e la repressione degli ebrei al tempo di Mussolini. Una docente universitaria, studiosa della Seconda guerra mondiale, ma staccata dall'attuale realtà della persecuzione razziale, le ha scritto: "Il suo articolo termina con una concetto per me inaccettabile: non confondiamo la tragedia dei forni crematori con qualsiasi atto di intolleranza. Quella tragedia non deve essere banalizzata con paragoni davvero impropri. Ciò mi offende profondamente". Il messaggio dell'insegnante proseguiva con toni pieni di sdegno, come se l'Olocausto non fosse un'esperienza viva ed educativa, un baratro sempre aperto, in cui l'umanità può ricadere sempre, ma una finestra chiusa, la colpa irripetibile di una generazione di carnefici mostruosa ed estinta.

Abbiamo risposto alla studiosa che il paragone fra ebrei negli anni dell'Olocausto e Rom oggi in Italia è ormai fatto da testimoni della Shoah come Piero Terracina, Nedo Fiano, Ohni Ohnaus, Ruth Bondi, Tamara Deuel, Hanneli Pick-Goslar, Antonia e Goffredo Bezzecchi, Mihai Grancea. Le abbiamo presentato i dati riguardanti la speranza di vita media di un ebreo negli anni di Hitler, che era di 38 anni: la stessa speranza che hanno oggi i Rom e i Sinti in Italia. "Lo sa come si è giunti ad emulare tali atroci numeri?" le abbiamo chiesto. "Attraverso una persecuzione sistematica, capillare, spietata, che è avvenuta e avviene nell'indifferenza generale. Anche sopravvissuti all'Olocausto di etnia Rom hanno subito sgomberi e atti di persecuzione istituzionale in Italia: Mihai Grancea, gli anziani Ciuraru (i cui morti sono anche nell'archivio di Yad Vashem) e altri vecchi Rom, rifugiatisi in Italia, con i segni della loro tragedia, dai Paesi balcanici. Noi attivisti, che abbiamo visto tante morti e tanto dolore provocato da razzisti, ma anche e soprattutto dalle autorità, nei confronti di esseri umani innocenti di etnia Rom, non possiamo che essere pienamente concordi con i sopravvissuti di Auschwitz che considerano i Rom in Italia così simili agli ebrei di quegli anni bui. Il caro Piero Terracina piangeva, qualche mese fa, abbracciando i piccoli Rom di Tor di Quinto: 'Bambini miei," sussurrava loro fra le lacrime, con un filo di voce, commosso, "siete come noi, come noi ebrei, quando il mondo ci odiava e ci sterminava'. Dunque, gentile signora, non si offenda: non c'è offesa nella pietà, nel dolore, nella solidarietà. Sono i soli strumenti che l'uomo possiede per contrastare l'odio, un sentimento oscuro e profondo che è terra fertile per i germi dei nuovi olocausti".
Nelle foto, Traian Grancea, 101 anni, sopravvissuto al Samudaripen, insieme al presidente romeno Traian Basescu
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Le mani di Lex Luthor sulla Rete
di Roberto Malini
Milano, 19 dicembre 2009. La violenza desta orrore e sdegno. Il volto sanguinante di Berlusconi, ferito a Milano nel pomeriggio del giorno di santa Lucia, è simile, per una volta, alle facce martoriate dei Rom, dei profughi, dei senzatetto colpiti dalla furia razziale o dalla crudeltà istituzionale. Di fronte a questi eventi, che vedono l'uomo simile alle creature brute, ci si chiede da cosa scaturisca l'odio. Nel caso del primo ministro, in molti hanno strumentalizzato un fatto grave gettandone le responsabilità non al raptus di un uomo dal fragile equilibrio psichico, ma - in un clima inquisitoriale - a inquietanti figure di streghe e untori: Di Pietro, Travaglio, Spatuzza, le "toghe rosse". E, perché no?, internet: FaceBook... i blog... l'informazione libera. La caccia alle streghe non sembra fermarsi neanche in seguito alle dichiarazioni della segretaria del Milan, che dimostrano come l'aggressore di Silvio Berlusconi avesse da mesi un'ossessione per il presidente del consiglio e fosse convinto che questi gli dovesse un favore (lo sblocco di una carta di credito, secondo i ricordi della segretaria). Niente a che vedere, quindi, con i veleni politici, che pure sono perniciosissimi; niente a che vedere con la presunta pericolosità delle opinioni contrarie alle politiche della maggioranza; nulla a che spartire con FaceBook, i blog e la Rete, nuova "emergenza sicurezza" sollevata dal centrodestra. Questo governo - non senza precise e gravi responsabilità dell'opposizione, che su certi temi non ha mai smesso di recitare la parte del "governo-ombra" - ha già soppresso molte libertà e annichilito la dignità di tanti esseri umani, in primis migranti e Rom.

Con il famigerato "pacchetto sicurezza" ha creato un'emergenza umanitaria tragica, con migliaia di stranieri fuggiti da Paesi in crisi umanitaria costretti a nascondersi e vivere come animali per evitare i Cie e la deportazione; con migliaia di Rom che vivono e muoiono braccati e perseguitati, senza un futuro, in un clima allucinante di orrore, miseria e dolore. Finanziamenti di opere folli e costosissime, come il film di propaganda della Lega Nord "Barbarossa" (costo: 30 milioni di euro; incassi: meno di 400 mila euro) dimostrano che poca attenzione vi sia per i valori della cultura democratica e che sprezzo vi sia delle regole. E tutti i provvedimenti a favore delle mafie, dalla soppressione delle intercettazioni allo scudo fiscale, dai beni sequestrati messi all'asta alla delegittimazione di magistrati e collaboratori di giustizia, non sono un vero e proprio attentato alla libertà e alla vera sicurezza di tutti noi? Si cerca di mettere il bavaglio agli attivisti e ai "patrioti costituzionali", di ridicolizzare il lavoro dei giornalisti che hanno il coraggio di denunciare la corruzione, di far passare i magistrati (che pure spesso sbagliano) per strumenti di una "sinistra" che per il vero - escluse poche realtà - ha perso qualsiasi identità e di certo non controlla "toghe rosse", visto che non controlla neanche se stessa e va alla deriva in silenzio (Franceschini, se ci sei ancora, batti un colpo!). Si creano casi-civetta per distrarre l'opinione pubblica dai veri problemi. Si è portato un movimento anti-immigrazione e anti-minoranze razziali - le cui idee sono violente fino al sadismo, anticostituzionali, simile a quelle del Partito dei Lavoratori che incubò il nazionalsocialismo - ai vertici dello Stato, dove trasforma i propri deliri, le proprie teorie sugli stranieri e i diversi in leggi dello Stato. Ora, estremo insulto alla libertà e alla democrazia, si vuole controllare la Rete, per impedire che gli ultimi semi di verità sfuggiti al grande aspirapolvere politico-mediatico circolino e lentamente fruttifichino. Bisogna essere coraggiosi e attuare una resistenza nonviolenta, ma strenua, per evitare che un "Lex Luthor", i suoi avvocati e i suoi "robot" - che paiono usciti da un brutto fumetto (tale è l'Italia, oggi) - uccidano anche la speranza.
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Esplode a Carrara l'intolleranza contro i Rom
di Angela Ricci, da salviamocarrara.com (www.salviamocarrara.splinder.com)
Carrara, 19 dicembre 2009. Oggi pomeriggio avrà luogo
ad Avenza una manifestazione organizzata da La
Destra per chiedere la chiusura del campo Rom. Sulla stessa linea di
pensiero, La Lega, alcuni esponenti del PD e il sindaco di Carrara, Angelo
Zubbani.

Si è scatenato un clima di caccia alle streghe, il tutto in nome della
sicurezza. Un clima che ricorda i forni crematori di Hitler e gli ultimi
delitti dell'Italia fascista che eliminò i 'figli del vento'. Fino a
spingersi nella Russia di Stalin, dove nei gulag, queste minoranze etniche
andarono incontro ad un destino simile.
Invece di tentare la via della comunicazione e del confronto, lorsignori
usano le armi del populismo e della demagogia,armi sicuramente vincenti in un
clima cittadino caratterizzato da un forte senso di insicurezza. Chi compie un
reato è giusto che paghi ma senza differenza di etnia.
Oggi vogliono cacciare i Rom, domani a chi toccherà?
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A Genova l'arte di Rebecca Covaciu e una mostra fotografica raccontano il mondo dei Rom
Genova, 14 dicembre 2009. Dal 14 dicembre 2009 fino all'otto gennaio 2010 presso la Biblioteca Saffi a Molassana, nell'entroterra genovese, sarà possibile visitare la mostra "Di solitudini e di sorrisi. L'oasi di Elvis, le stelle di Rebecca". Si tratta di un allestimento itinerante che ha già fatto tappa in scuole, biblioteche, Università e Palazzo Ducale raccontando per immagini il mondo dei Rom.

La mostra raccoglie le foto di Mauro Repetto - pubblicate con la casa editrice La Lontra - e i disegni di Rebecca Covaciu, giovanissima artista Rom romena che ha contribuito a far conoscere la cultura del suo popolo proprio attraverso la creatività. Rebecca ha ricevuto il Premio UNICEF per il suo contributo alla realizzazione di una cultura di pace. Le sue opere sono accolte al Museo di Hilo (Stato delle Hawaii, Usa), all'Archivio Storico di Napoli, alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e in tante collezioni d'arte. La biblioteca è aperta al pubblico di pomeriggio.
Per informazioni: 3471150856
www.caratteridiversi.org
Nella foto di Steed Gamero, Rebecca Covaciu
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Natale di morte a Roma. Attivista originario del Bangladesh muore di freddo
il pacchetto sicurezza e l'odio razziale alla base di una nuova "strage degli innocenti"
Roma, 9 dicembre 2009. Ci avviciniamo a un Natale di disumanità e morte. Ci si chiede che fine farebbero la Madonna e Giuseppe, se vivessero ai nostri giorni, nella città del Papa, alla ricerca di un posto dove edificare una baracchina per non morire di freddo e consentire al bambinello di nascere. Mentre poche organizzazioni umanitarie si impegnano quotidianamente insieme a cittadini solidali per evitare la morte di gruppi sociali emarginati e indigenti - perseguitati da Istituzioni e autorità, che sono il funesto motore di un'atroce tragedia umanitaria che colpisce Rom, migranti e senzatetto - il freddo colpisce ancora, spietato come gli aguzzini. Il Gruppo EveryOne ha ricevuto segnalazioni di interruzioni di gravidanza che hanno colpito giovani donne di etnia Rom, causate dal rigore del clima e dalla precarietà della vita all'addiaccio.

Sono notizie di cui i media non si occupano, per non turbare gli acquisti di fine anno: oggetti futili e cibi ipercalorici per le brave famiglie bianche e italiche; ninnoli superflui per i loro bambini piagnucolosi, viziatissimi e infagottati di panni da capo a piedi, come se vivessero al Polo Nord. Stamattina il rifugiato Mohammad Muzaffar Alì, detto Sher Khan, è morto di freddo a Roma, in piazza Vittorio. Sher Khan, travolto dall'intolleranza e ridotto in miseria, era stato uno dei leader della comunità pachistana a Roma fin dagli inizi degli anni 1990. Senza tetto, senza mezzi di sopravvivenza, viveva all’ex museo della Carta sulla via Salaria, fino a quando il comune, nello scorso settembre, ha fatto sgomberare l'edificio. E' l'ennesima vittima dell'esclusione sociale e delle politiche razziali perpetrate da Istituzioni centrali e locali in Italia, politiche che si abbattono anche contro gli attivisti per i Diritti Umani. Solite frasi di circostanza da parte del sindaco Gianni Alemanno: ''Il piano freddo partirà come ogni anno e darà un ricovero a tutti coloro che non hanno un luogo dove andare a dormire per proteggersi dal freddo''. E' una menzogna, perché i "clandestini" sono costretti a vivere e morire nascosti, per evitare gli effetti della legge razziale nota come "pacchetto sicurezza", mentre nessun ricovero è stato previsto dal comune (come del resto dagli altri comuni italiani) per le famiglie Rom sgomberate da insediamenti e ripari di fortuna.
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La Corte europea dei Diritti Umani sentenzia che il matrimonio celebrato dai Rom è valido a tutti gli effetti
Milano, 9 dicembre 2009. Riceviamo da Juan de Dios Ramírez-Heredia, presidente di Union Romani, una notizia confortante, in questo periodo di crisi dei Diritti Umani. Due anni fa María Luisa Muñoz Díaz, detta "La Nena", madre di sei figli, presentò ricorso alla Corte europea dei Diritti Umani dopo che i tribunali spagnoli, nei tre gradi, le avevano negato il diritto alla pensione di vedovanza, poiché la legge non riconosceva il matrimonio gitano. María Luisa si era sposata nel 1971, all'età di 15 anni, con la tradizionale cerimonia Rom.

Il mancato riconoscimento del matrimonio ai fini pensionistici aveva ottenuto ampia eco sulla stampa e aveva gettato il popolo gitano nello sconforto, perché negava valore a una cerimonia antica, che è al centro della cultura e della vita sociale del popolo Rom. Con il supporto di Unión Romaní e della Fundación Secretariado Gitano, la donna era quindi ricorsa alla Corte di Strasburgo, che finalmente le dava ragione. "Oggi è un gran giorno non solo per i gitani di Spagna," commenta il presidente di Unión Romaní, "ma per il popolo Rom nell'Unione europea. Non festeggiamo solo la vittoria di María Luisa, cha avrà la sua pensione, ma finalmente vediamo riconosciuto per la prima volta il valore legale del nostro matrimonio".
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Lettera al sindaco di Torino Sergio Chiamparino: "Ci aiuti a proteggere l'artista africano Réné Bokoul, emarginato e indigente a Torino"
6 dicembre 2009
Illustrissimo sindaco di Torino Sergio Chiamparino,
siamo Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com).
Le segnaliamo la drammatica situazione di Réné Bokoul, artista che si è rifugiato in Italia dal Congo nel 2006, ottenendo asilo, ma nessun sostegno umanitario. Réné Bokoul è uno dei più importanti artisti africani viventi, considerato un caposcuola nel suo Paese, nonostante la giovane età. Fino allo scoppio della guerra che l'ha costretto a riparare fuori dal Congo, Bokoul aveva un ruolo assolutamente centrale nella cultura e nell'arte africana. Artista del Presidente della Repubblica, ha tenuto mostre di prima importanza. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni museali pubbliche e private. Eppure oggi, a causa di un clima di razzismo e intolleranza che è ormai diffuso ovunque, questo grande artista africano vive senza casa, senza mezzi di sostentamento, come un mendicante. Potrebbe dare lustro al Paese che l'ha accolto, con il frutto del suo genio, invece vive le conseguenza della povertà e dell'emarginazione. Il Gruppo Watching The Sky (formato da artisti che lavorano per i Diritti Umani, in perfetta sinergia con il Gruppo EveryOne) l'ha accolto fra i suoi artisti e, se Réné potrà vivere presto dignitosamente, si impegna a seguirne la carriera e a promuovere ovunque il suo lavoro.
Sindaco, Le chiediamo di non accogliere questa richiesta di aiuto con l'indifferenza che ormai congela i cuori delle Istituzioni e della gente, in Italia. Réné avrebbe diritto a un aiuto almeno per meriti artistici e umanitari e sarà presto autonomo, se non lo si lascerà in balìa degli stenti e dell'intolleranza. Bisogna agire con il cuore, con spirito solidale, subito, prima che sia tardi. Anne Frank scriveva nel suo Diario: "Non capisco perché i governi spendano tanto denaro per le armi e la sicurezza, mentre i poveri e gli artisti muoiono di fame". Il tempo di Anne era così simile al nostro! Non se ne accorgevano i cittadini del Reich e dei Paesi nell'orbita nazista, non se ne accorgono gli italiani. Ci aiuti, aiuti Réné: vedrà che non sarà difficile renderlo un uomo finalmente libero e in grado di badare a se stesso, oltre che di regalare a Torino, all'Italia e al mondo il prodigio dii un'arte che ha radici millenarie e che ispirò persino Picasso.
Continua nella sezione Arte e Cultura
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Francia. Montreuil espelle i Rom per "pulizia e disinfezione"
di Saimir Mile, La voix des Rroms
Parigi, 5 dicembre 2009. Ancora una volta le famiglie Rom che vagano da due settimane per le strade di Montreuil sono vittime del cinismo dell'autorità municipale. Ieri, venerdì 4 dicembre 2009, i Rom sono stati pregati di lasciare subito il vicolo in cui si erano rifugiati, nei pressi della Halle Marcel Dufriche, sede del recente Salone del Libro per la Gioventù. Le autorità hanno scritto nero su bianco i motivi dell'allontanamento, che avviene in pieno inverno, senza concessione di alternative di alloggio né assistenza sociale: "per disinfezione e pulizia". Demagogia, provocazione o mostruosità? Giudichi il e lettore. Ancora una volta, solo la solidarietà degli abitanti di Montreuil e dei collettivi di supporto hanno evitato un dramma ancora più grave.

La gente del posto, per fortuna, non accetta il disgusto che provocano negli animi tolleranti le decisioni della signora Dominique Voynet (sindaco di Montreuil, eletto per i Verdi, ndt). Così, grazie all'aiuto di molti, le famiglie hanno potuto trascorrere la notte all'aperto con un minimo di riparo (questa è l'unica differenza, ormai, fra il clima di intolleranza in Francia e in Italia: da noi i Rom, in genere, vengono sgomberati di fronte alla cittadinanza che applaude gli aguzzini e si compiace di fronte al tragico spettacolo della successiva "marcia verso il nulla", ndt). Oggi le famiglie Rom hanno occupato un edificio sfitto al numero 83 di Avenue de President Wilson, sempre a Montreuil. Stamattina il proprietario si è recato sul posto, dove ha constatato l'occupazione. Questo significa che il rifugio in cui vivono è ben precario e che la polizia potrà sgomberarle in qualsiasi momento. (Trad. Roberto Malini)
Nella foto, Rom romeni in Francia
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Ancora un omicidio razziale, ancora indifferenza mediatica
Milano, 5 dicembre 2009. Come ai tempi del Ku Klux Klan o dell'apartheid in Sudafrica: a Biella un datore di lavoro italiano uccide un suo dipendente africano, trasformato in uno "schiavo" dalla legge razziale 94/2009 dopo che gli era scaduto il permesso di soggiorno, e getta il suo cadavere in un canale. Poi, sperando di farla franca, riprende la vita di sempre. Un fatto di cronaca doloroso e agghiacciante nella sua spietata violenza. Fino a qualche anno fa, sarebbe stato sulle prime pagine di tutti i quotidiani e in apertura dei telegiornali. Oggi, invece, in Italia non è così. Dopo una lunga campagna politica e mediatica improntata all'odio razziale, gli italiani sono ormai insensibili, davanti alla tragedia di un uomo dalla pelle scura. Ed ecco che i principali quotidiani italiani dedicano al caso articoli brevi e senza alcun commento, ponendola dopo gli esiti del sorteggio dei mondiali di calcio, le solite inquietanti notizie legate alla "doppia vita" di Berlusconi e alcune notizie dall'estero.

A parti invertite, se uno straniero avesse ucciso a sangue freddo un italiano, a distanza i poche ore le versioni online dei quotidiani avrebbero iniziato il "circo" dell'intolleranza, presentano gli immigrati come creature selvagge e senza scrupoli, acquattate nel buio e pronte a colpire, stuprare, assassinare gli innocenti italiani, notoriamente "brava gente", come se Mafia, N'Drangheta e Camorra fossero solo circoli dopolavoristici. E' il 4 dicembre 2009 e sono le 23.39. Nei quotidiani online, la notizia del crimine razziale scende ancora nella home page, come se nulla fosse accaduto, come se fosse un peccato turbare le coscienze della maggioranza degli italiani, cui politici e media hanno insegnato a temere "l'uomo nero". Non la corruzione. Non le mafie e le loro sinergie con la politica. Non la crisi morale e civile che imperversa in Italia e fa più vittime di quella economica. Non l'intolleranza che brucia la civiltà dei Diritti Umani trasformando le nostre città in luoghi di un nuovo medioevo, in cui chi è diverso viene ancora braccato, scacciato dal mondo degli uomini come Caino, umiliato, battuto, imprigionato, messo al rogo. Sono le 23.42. Ora. come facciamo sempre in queste occasioni, invieremo questo articolo ai direttori di giornali, ai capiredattore, ai responsabili dei network. Domattina, si può esserne certi, la notizia del martirio di Ibrahim, 35 anni, tornerà a salire e otterrà ampio spazio nei telegiornali. "E' stata solo una svista," si giustificheranno i gestori dell'informazione. "Di certo, noi non siamo razzisti".
Nella e a non foto, violenza razziale a Tulsa, Oklahoma (Usa) nel 1921
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Sono uscite per i LibriVivi le "Poesie dell'Olocausto" di Roberto Malini
Roma, 4 dicembre 2009. Sono uscite per i LibriVivi (librivivi.com), nella collana Recital, le Poesie dell'Olocausto di Roberto Malini, suddivise in due raccolte. Da oltre trent'anni l'autore si dedica allo studio dell'Olocausto e a progetti di educazione alla Memoria, a stretto contato con i più importanti musei e centri di studio internazionali. Ha incontrato in Israele, Italia e altri Paesi numerosi sopravvissuti ebrei e rom allo sterminio nazista: a loro sono dedicate le sue "Poesie dell'Olocausto". Il poeta presenta inoltre le sue versioni in italiano di alcune poesie di autori scomparsi nell'Olocausto o scampati ai campi di morte: Henja e Ayala Karmel, Jankiel Wiernik, Paul Celan, anonimi del Ghetto di Kovno e dalla comunità sefardita della Grecia, Wladislaw Szlengel, Tamara Deuel. Quest'ultima, testimone della persecuzione antisemita in Lituania, scomparsa a Tel Aviv nel 2007, è stata a lungo amica del poeta e fonte di ispirazione per l'impegno che Roberto Malini dedica ai diritti umani e alla difesa delle minoranze ancora oggi perseguitate. E' proposto inoltre l'inno del popolo Rom di Jarko Jovanovic, che ricorda il Samudaripen e le innumerevoli persecuzioni subite dal popolo Rom in Europa. L'opera uscirà presto anche in libreria, nella versione libro+cd. Le poesie della raccolta sono interpretate dalla voce incomparabile di Dario Penne, che si alterna a quella dell'autore. Le Poesie dell'Olocausto di Roberto Malini saranno diffuse da un'importante stazione radiofonica nel corso della Giornata della Memoria 2010.
 
LibriVivi
I LibriVivi, propongono inediti, nuove versioni dei classici e casi letterari. Rappresentano un'importante novità nell'ambito dell'editoria italiana, perché le opere non sono semplicemente lette, ma interpretate dalle voci più affascinati e conosciute del cinema e del teatro. Oltre 50 titoli di LibriVivi sono già disponibili; saranno 150 entro la metà del 2010. Le tre collane in cui sono suddivisi mettono in luce le caratteristiche del progetto. La prima è "Colossal", che propone al lettore i capolavori della letteratura universale in un modo nuovo e appassionante. Grazie alle interpretazioni di prestigiosi cast con numerosi attori, i libri prendono vita e diventano veri e propri "Colossal" cinematografici, con narrazione, dialoghi, effetti sonori e musiche. La seconda è "Palco", che propone opere di media durata, con tanti interpreti, musiche, effetti d'ambiente e acustiche registrate all'interno di storici teatri italiani. Il lettore diviene spettatore e l'opera assume la profondità e le sfumature di recite indimenticabili. La terza, infine, è "Recital", che presenta il fascino della pura voce umana, attraverso letture senza musica, che interpretano poesia, monologhi teatrali, novelle: gioielli della letteratura che "parlano" a chi e cerca gli spazi dell'anima nei quali risuona, come nelle antiche sale, l'eco di pensieri immortali. Grazie a un accordo con Sony Music i LibriVivi saranno distribuiti all'inizio del 2010 nel formato libro-cd in oltre 2000 librerie.
Titolo: Poesie dell'Olocausto, voll. 1 e 2
Autore: Roberto Malini
Editore: LibriVivi (librivivi.com)
Genere: Poesia
Collana: Recital
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I minareti, simbolo delle minoranze e dei Diritti Umani
di Roberto Malini
Milano, 2 dicembre 2009. Dall'Italia l'intolleranza si diffonde in Svizzera, dove un referendum ha proibito la costruzione di nuovi minareti. E' stato facile, per il Partito Popolare Svizzero (SVP), di estrema destra, ottenere il 57% dei voti. Nel clima di diffidenza e sospetto che caratterizza oggi la Svizzera, come si poteva credere che il popolo decidesse di manifestare apertura verso la fede islamica? Perché mai avrebbe dovuto farlo, visto che i media descrivono tutti i musulmani come nemici della civiltà occidentale? A causa delle politiche contro i Diritti Umani, l'Unione europea rischia una vera e propria crisi della democrazia. La democrazia si fonda infatti sulle Costituzioni e le carte che tutelano i diritti delle minoranze, visto che le maggioranze hanno quale privilegio intangibile - nell'istituzione democratica - il diritto di governare. Nel nostro continente è in vigore la Carta dei diritti fondamentali nell'Unione europea (http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf). La "volontà popolare", spesso manipolata attraverso i media e la propaganda, non può e non deve sostituirsi ai Diritti Umani. In Italia movimenti anti-immigrazione e anti-minoranze come la Lega Nord, Forza Nuova, i partiti di estrema destra e, ormai, anche il Pdl chiedono ai cittadini: "Volete i Rom?", "Volete i rifugiati?", "Volete gli stranieri poveri?", prospettando scenari apocalittici o invasioni barbariche.

I cittadini rispondono "no, non li vogliamo" e le Istituzioni fanno leggi razziali. Con i referendum, si ottengono gli stessi risultati. Ma tutto questo è illegittimo e antidemocratico, perché viola i diritti delle minoranze, che non dovrebbero essere in discussione. Per recuperare la democrazia, è necessario impedire la propaganda e i referendum contro le minoranze. Altrimenti, sull'onda della "volontà popolare", presto i comparti sociali più vulnerabili saranno privati dei più elementari diritti della persona: "Volete le sinagoghe?", "Volete coppie omosessuali in giro per le città?", "Volete che circolino pubblicazioni che presentano altre forme di cultura, religione, civiltà?", "Volete che il denaro pubblico sia speso per dare assistenza ai poveri?", "Volete che si diffondano modi di vivere alternativi a materialismo e consumismo?". Un po' di propaganda e la risposta sarà sempre "no". No alle diversità, che spaventano il "comune buon senso". Senza l'inviolabilità dei Diritti Umani, vi sono le atrocità che si commettono da sempre in nome del popolo, quello stesso popolo che applaudiva l'Inquisitore assistendo al tragico spettacolo dei roghi; quello stesso popolo che acclamava Hitler e i suoi volenterosi carnefici; quello stesso popolo che in tante occasioni ha partecipato attivamente a pogrom e purghe etniche; quello stesso popolo che, armato di badili, picconi e bastoni, massacrava il popolo ebraico negli Stati Baltici, affiancando le sanguinose operazioni degli Einsatzgruppen. Quello stesso popolo che oggi - nonostante gli insegnamenti che la Storia recente cerca invano di trasmetterci - sorride agli sgherri e applaude il loro operato quando sgomberano un insediamento Rom o arrestano qualche immigrato scampato alle guerre o alle carestie nei Paesi poveri. Totale disumanità. Grado zero della democrazia.
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Stranieri eravate in terra d’Egitto
di Debora Peters
da "Mosaico", sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano, rubrica "Ebraismo e attualità"
Migranti, stranieri, “diversi”. E l’intolleranza che si diffonde. Ma cosa dice il pensiero ebraico in proposito? Parla Haim Baharier, maestro di Torà, biblista, consigliere di capitani d’impresa. Roberto Malini di EveryOne interviene sulla condizione dei Rom in Italia
Milano, 2 dicembre 2009. Il numero degli immigrati in Italia è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, risalenti al febbraio 2008, gli stranieri regolari sarebbero più di tre milioni oggi in Italia mentre gli irregolari si aggirerebbero intorno al milione; con una crescita annua valutata intorno al 21%, secondo il Dossier Caritas del 2007 sull’immigrazione. Il nostro Paese non era preparato a questa novità e ha provato a mettere ordine sia a livello politico che legislativo. Al di là dei problemi di ordine pubblico o dei fatti di cronaca, assistiamo tuttavia ad un diffuso sentimento di rifiuto verso lo straniero, a volte persino di repulsione, sia al livello della gente comune che istituzionale.
Se da un lato osserviamo l’esplodere dell’intemperanza, di forme di razzismo individuale che sfocia a volte in episodi xenofobi o atteggiamenti di esclusione, ci sono anche gruppi la cui violenza è ufficialmente giustificata perché contrabbandata da difesa della sicurezza pubblica. Omofobia, aggressioni, ronde, pestaggi: la sensazione è che sempre di più si stiano diffondendo fenomeni di intolleranza. Legittimati però, stavolta, da un clima politico e sociale radicalmente mutato. Un imbarbarimento generale in cui sembrano aver sempre meno valore i principi etici, quelli di rispetto dell’individuo e del prossimo, inteso appunto anche come straniero. Ma a questo proposito che cosa dice il pensiero ebraico? Qual è l’approccio della tradizione d’Israel alla condizione dell’essere straniero, proprio noi che fummo schiavi in terra d’Egitto, esuli e immigrati di tutte le epoche e in tutti i Paesi? Risponde Haim Baharier, maestro di ermeneutica biblica e pensiero ebraico, da sempre molto sensibile alla questione della diversità, della condizione di estraneità e dell’essere straniero.
“Il problema dell’accoglienza è spinoso per gli ebrei. Il primo testo che menziona l’argomento dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19,18), dove ci si azzarda ad interpretare prossimo tuo come straniero. Questa interpretazione è però erronea poiché più avanti si parla di “gher”, e in questo caso sì che la traduzione letterale è quella di straniero. In Shemot, capitolo 33 v.11, è scritto “Adonai parla a Moshé, volto a volto, come un uomo al suo prossimo vicino”. Nella profondità di questo verso è custodito un principio etico: per avere un rapporto autentico e sincero con il trascendente bisgona avere un rapporto autentico e sincero con il prossimo. Ma ancora, non è affatto chiaro che si stia parlando dello straniero. Il fatto è che nella Torà l’amore verso il prossimo non è una cosa così scontata, tant’è che differenti sono i racconti in cui fra ebrei, perfino tra fratelli, non vi è un amore vero e profondo: si ricordino Ismaele ed Isacco, Giacobbe ed Esaù.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso”, si diceva: il suo significato è comprensibile a tutti e come tale è ripreso da alcune grandi religioni. Ma la tradizione ebraica tende a diffidare delle evidenze. Teme ciò che appare troppo in fretta compreso e condiviso da tutti. Di più, lo bolla come idolo, presunzione di farsi simili a Dio, di spacciarsi per suoi soci. L’uomo non è forse stato creato per ultimo, dice il Talmud (TB, Sanhedrìn, 38a) proprio per stroncare sul nascere questa sua tentazione di farsi dio?, la fascinosa illusione della creatura di ergersi a origine di se stessa, quella che i greci chiameranno ubris e che ciascuno di noi, una volta almeno nella vita, ha sentito pulsare nel suo animo e nei suoi nervi? E dunque anche quell’“Amerai il prossimo tuo come te stesso” va compreso oltre la lettera, va aperto all’esame di tutte le sue molteplici implicazioni. Perché lì, in quelle parole, non sta tanto l’appello alla bontà, ma il nodo, ben più intricato, della responsabilità. Noi, esseri limitati, siamo illimitatamente responsabili per il nostro prossimo.
Qual è allora la condizione necessaria per l’amore degli altri, ivi compresi i diversi e gli stranieri?
Da questo punto di vista l’ebraismo è molto innovativo. Dal momento che è pieno di gente che non ama se stessa, come si fa in tal caso ad amare l’altro? Quel come te stesso è quindi l’espressione della reciprocità. Possiamo amare il prossimo solo se il prossimo ama noi. Ma c’è anche qualcosa di più: siamo addirittura responsabili dell’amore del prossimo verso di noi: ovvero abbiamo il dovere di suscitare questo amore. Solo allora anche noi dovremo amare l’altro e ci verrà spontaneo farlo. Lo stesso Rabbi Akiva riconosceva questo come uno dei più grandi principi mediati dalla Torà.
E se non c’è questa reciprocità?
Nel Talmud troviamo tradotto questo stesso principio con altre parole: “ciò che non vuoi ti sia fatto, non farlo al tuo prossimo”. Ma in questa frase è racchiusa l’idea che ci porta ad assumere un’altra grande responsabilità: se questa reciprocità non c’è noi abbiamo il dovere di difenderci da colui che ci odia e di privarlo della possibilità di fare del male. Ciò giustifica la legittima difesa. Ma torniamo al versetto da cui siamo partiti. E prendiamola alla larga, come siamo abituati a fare noi ebrei, noi che ci abbiamo messo quarant’anni ad attraversare un deserto percorso all’epoca da qualunque carovana in meno di 15 giorni. Narra il Talmud che un goy si recò un giorno dal maestro Shamai e disse: “Se mi insegni tutta la Torà mentre sto in piedi su una sola gamba, mi convertirò”, (TB, Shabbàt, 31a). Shamai furioso lo cacciò. Il goy andò allora dal maestro Hillel, che aveva fama di pazienza infinita. Hillel gli rispose: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Il resto è commento. Va’ e studia”. Così le traduzioni correnti. Ma De‘alekh sani, lehavrékh la ta‘àvid, come suona in aramaico la risposta di Hillel, significa letteralmente “colui che ti è nemico, non lo far passare per tuo amico”. Nel decidere chi è amico e chi nemico, ciascuno di noi si assume la terrificante responsabilità delle conseguenze della sua azione, o di ciò che discenderà dalla sua mancata azione. Questo ci dice Hillel. Qui è il nocciolo dell’amore come della responsabilità.
E allora “Amerai il prossimo tuo come te stesso“, in ebraico Veahavtà le-reakhà kamòkha, significa più esattamente “Amerai per il prossimo tuo ciò che ami per te”. Non un generico appello all’amore per l’altro, cosa che nessuno ti può ordinare. No. Piuttosto il vincolo ad assumere su di te la responsabilità di agire per gli altri come agiresti per te stesso. A cominciare dalla legittima difesa, che sei tenuto a estendere agli inermi, e a chi non può difendersi da solo. Accollandosi, quando le circostanze lo impongono, anche quella parte di ingiustizia necessaria e inevitabile all’espletamento della giustizia stessa. Il Talmud poi non ci dice se il gentile si convertì o no, poco importa: non di convertiti c’è bisogno, ma di persone che assumano la responsabilità implicita nella pienezza di una vita eticamente vissuta. “Come un vostro concittadino sarà per voi lo straniero che risiede con voi e lo amerai come te stesso perché stranieri eravate in terra d’Egitto…”. Levitico, 19, 34. Come per tutti i valori, anche la responsabilità è assoluta, illimitata: si costituisce a limite e nello stesso tempo a verifica della tolleranza.
Dove allora nei testi si fa esplicita menzione dello straniero, del non ebreo?
Nei Tehillim, i Salmi, Re David dice che gli stranieri si riconoscono tra di loro. Allora il Signore dice all’uomo “Accoglili: come tu sei straniero anche io sono straniero”. Ciò mi ricorda un episodio che mi è capitato: per anni ho avuto come vicino di pianerottolo una persona con cui, per tutto il tempo in cui ho abitato in quella casa, non ho mai scambiato una parola. Anni dopo ho incontrato questa stessa persona a New York, alloggiavamo nello stesso albergo, e abbiamo stretto un’amicizia fraterna, cosa che nella mia città non sarebbe mai accaduta. Ecco, quando si è entrambi nella condizione di estraneità, questo è proprio ciò che può accadere. Invece la questione dell’accoglienza è diversa, non può essere incondizionata. Ci sono casi in cui l’accoglienza non porta a qualcosa di positivo sia per colui che accoglie sia per lo straniero accolto. Prendiamo l’ebreo. Per secoli si è sentito in tutto il mondo come a casa sua, e per secoli ha cercato di fare il bene della nazione in cui si trovava migliorandone le leggi e svolgendo professioni importanti per tutta la comunità civile. Ciò non ne ha impedito comunque la discriminazione, l’allontanamento, l’espulsione. Cosa che ha radicato nel popolo ebraico un sentimento di costante estraneità.
Diversi, la voce del Bené Berith
La globalizzazione è una delle più grandi trasformazioni nella storia dell’umanità. L’uomo è costretto a misurarsi con una realtà molto più vasta e questo è percepito come una minaccia alla propria identità e alla sicurezza personale. Ed è il desiderio di sicurezza che provoca ostilità nei confronti del diverso e dello straniero. Come popolo ebraico, dispersi in tutto il mondo per più di 2000 anni siamo il primo popolo globale del pianeta e abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, ahimè con conseguenze tragiche, la condizione di essere diversi in un mondo ostile. Per la nostra tradizione, la condizione di straniero è un elemento fondante e centrale dell’identità.
Dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto, quando Israele si appresta a diventare un popolo e a conquistare la terra promessa, è chiamato a far memoria del suo essere stato straniero. Leggiamo in Esodo 23,9: “Non opprimere il forestiero, perché voi già conoscete lo stato d’animo del forestiero, essendo stati voi stessi forestieri in Egitto”. Ve-atem yadatem et nefesh ha-ger. Questo passo ci parla dellanefesh, dello stato d’animo dello straniero e usa il verbo yadache significa la conoscenza intima. Quando incontriamo colui che si trova in condizione di disagio perché “diverso” la Torà ci chiede di conoscere il suo animo, di entrare nella sua pelle, di vedere il suo dolore e di capire le sue necessità non solo materiali, ma anche il suo bisogno di accoglienza. Ci chiede di conservare la memoria di quando siamo stati anche noi stranieri, ci chiede di assumerci la responsabilità di questa memoria e comportarci con compassione. Nella nostra tradizione lo straniero è spesso associato al povero, non solo chi viene da un altro paese, ma chiunque sia in condizioni di necessità. La solidarietà, l’aiuto al bisognoso, la difesa dell’oppresso e in generale dei diritti umani, sono dei valori cardine dell’associazione Bené Berith, che quest’anno ha deciso di dedicare le sue attività sociali e culturali al tema della diversità. Il programma di attività verrà sviluppato con altre Associazioni (il CDEC, il CEJI-Centre Européen Juif D’information), L’Onlus “Oltre Il Ponte” e LICRA (Ligue Internationale Contre le Racisme et Antisémitisme) e oltre a organizzare interventi e tavole rotonde sul tema, rivolgerà particolare attenzione ai giovani e alla loro educazione circa il valore della diversità. Il Bené Berith proporrà nei prossimi mesi un concorso tematico a premi, aperto a tutti i ragazzi di età liceale della Comunità Ebraica di Milano. ( Joseph Bali)
Caccia al Rom
Everyone Group è un’associazione apolitica che combatte per i Diritti Umani, contro la discriminazione e la persecuzione delle minoranze. Ultimamente si è occupata di immigrazione e in particolare della situazione dei Rom in Italia. Roberto Malini, uno dei fondatori, organizza regolarmente proteste di natura gandhiana, per bloccare l’esagerata violenza di azioni condotte dalla nostra polizia nei campi Rom. “Il problema – dice Malini – è che la violenza è ormai legittimata istituzionalmente. Ho assistito in prima persona a veri e propri pestaggi verso uomini, donne e bambini. Mai scorderò l’accanimento della polizia due anni fa durante lo sgombero del campo di Pesaro. Nella maggior parte dei casi la stampa tace, così come tace sulle condizioni disumane in cui vivono queste persone”. Secondo Malini c’è grande affinità fra quella che è oggi la condizione dei Rom in Italia e quella degli ebrei nel periodo nazi-fascista. Non a caso, in molte azioni in difesa dei Rom hanno preso parte anche sopravvissuti alla Shoah, come Nedo Fiano e Piero Terracina. “Non deve più succedere – aggiunge Malini – che un bambino mi dica che è stato escluso dalla partita di calcio per le sue origini Rom”. Cosa che a noi ebrei purtroppo non suonerà così lontana. Perché la verità è che la legge non li considera in quanto cittadini e da immigrati li rende criminali.
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Al Crisco Club di Firenze, mostra e happening contro l'omofobia
Firenze, 1 dicembre 2009. Arcigay Firenze, Visions e il Gruppo EveryOne organizzano per il prossimo 18 dicembre un evento culturale che si oppone alla deriva omofobica in corso in Italia, caratterizzata da intolleranze e violenze ripetute contro gay, lesbiche e transessuali: Eldorado Nuova Apertura – Un simbolo di libertà contro il pregiudizio, la mostra fotografica dello scrittore, artista e attivista milanese Roberto Malini e del fotografo peruviano Steed Gamero, noto in tutto il mondo per i suoi lavori incentrati sui Diritti Umani. Il 18 dicembre, presso lo storico Crisco Club di via Sant'Egidio, 43r, si svolgerà l'evento - ospite d'onore Eva Robin's, ritratta dagli autori in alcuni magistrali fotografie-simbolo della persecuzione - che rappresenta un segnale di coraggio e orgoglio, contro la viltà delle aggressioni omofobe. Proprio ieri, 30 novembre, si è verificato a Milano l'ennesimo episodio di aggressione da parte di violenti nei confronti di un omosessuale, nell'indifferenza di una città che vorrebbe essere moderna ed europea, ma che è malata di razzismo, xenofobia e omofobia, dominata da organizzazioni criminali, amministrata da politici intolleranti, dalle ideologie medievali.

Dal mattino di Weimar al crepuscolo della persecuzione
La Berlino di Weimar ci ha consegnato molti luoghi e volti della memoria, ma anche simboli inimitabili di libertà, contro la discriminazione e la repressione omofobica. Il progetto concettuale della mostra Eldorado Nuova Apertura propone un percorso artistico e culturale ben preciso e completo, che passa attraverso la storia omosessuale contemporanea: dal mattino dorato di Weimar al crepuscolo della persecuzione, fino alle notte nera dell’Olocausto, culmine sanguinario dell’intolleranza, il cui doloroso emblema è “il ragazzo di Pierre Seel”.
Le foto di Malini e Gamero presentano un omaggio al locale berlinese Eldorado, chiuso dai nazisti dopo la promulgazione del Paragraph 175 e dove il confine fra “maschio” e “femmina”, fra “omo” ed “etero”, era così tenue da ingannare anche la sensibilità e l’occhio più acuti.
L’Eldorado riapre dunque – seppure idealmente – le serrande, come paradigma del diritto all’omosessualità e modello simbolico dell’uguaglianza fra i sessi. Emblemi di questa nuova età dell’oro, il genio innocente e polimorfe, grande interprete di cabaret, Paul O’Montis – spesso esibitosi all’Eldorado, ispirò Marlène Dietrich e fu lui stesso vittima dell’Olocausto, costretto a suicidarsi a Sachsenhausen nel 1940 – e gli straordinari “ritratti berlinesi” di Eva Robin’s, meravigliosa creatura androgina che definisce se stessa “paladina dei comportamenti sessuali” e che il pubblico dell’Eldorado avrebbe amata perdutamente. “Eva ha un volto espressivo e bellissimo” ha detto il giovane fotografo Steed Gamero “che mostra emozioni dolci o drammatiche. Abbiamo cercato di ritrarre le luci e le ombre del suo mondo interiore”. Roberto Malini tiene a precisare: “Il simbolismo storico alla base del nostro lavoro artistico non è mai costruito con la tecnica del fotomontaggio, perché i soggetti – spesso installazioni materiche – sono posti su sfondi virtuali che riproducono immagini d’epoca”. Luoghi e volti della memoria, dunque, dalle valenze etiche e culturali universali, che invitano l’uomo del nostro tempo – attraverso luci, ombre foschie e riflessi di un mondo perduto – a superare le barriere dell’odio e del pregiudizio, della paura per dialogare con la parte “diversa” di un mondo di uguali.
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La sentenza contro Angelica, ragazzina Rom: un accanimento giudiziario che annichilisce i Diritti Umani
Milano, 27 novembre 2009. L'avvocato Cristian Valle (Soccorso Legale Napoli) ci invia gli atti concernenti la decisione del Tribunale per i Minorenni di Napoli in relazione al caso di Angelica V., la quindicenne Rom accusata di aver tentato di rapire una neonata a Ponticelli. Il legale, coadiuvato da organizzazioni per i Diritti Umani italiane e internazionali, ha opposto prove e considerazioni assolutamente ineccepibili, a difesa della ragazzina, ma fin dal primo grado si è trovato di fronte a un muro. "In quei giorni Napoli era in preda a una furia distruttiva contro di noi," confidò un giovane capofamiglia Rom, nell'estate 2008, a un attivista del Gruppo EveryOne. "I cittadini chiamavano la polizia senza motivo, accusandoci di ogni crimine possibile. E' da secoli che ci accusano di rapire i bambini. Nel Medioevo ci accusavano anche di mangiarli. Poi però si trovavano di fronte alla realtà, ovvero che nessun Rom è mai stato condannato per quel reato. Migliaia di denunce per rapimento, spesso allo scopo di mandarci via dalle città, e nessuna condanna. Questa volta è partito un ordine dall'alto. In Italia, purtroppo, il razzismo ha raggiunto il potere e qualcuno ha deciso di creare il primo caso di condanna per rapimento. Non servono le prove, non serve il buon senso. Angelica deve essere colpevole, perché solo con una sentenza si potrà creare ancora odio contro noi Rom e paura da parte degli italiani. Per il popolo Rom, che è un popolo religioso, rapire un bambino è uno dei crimini più gravi, perché l'infanzia è sacra, per noi.". Anche Rebecca Covaciu, la giovanissima artista che conseguì quell'anno il Premio Unicef per l'Arte e l'Intercultura, parla con amarezza di quei giorni a Napoli: "In quel periodo vivevamo a Napoli, dopo essere stati costretti a fuggire dalle violenze contro i Rom che si erano scatenate a Milano e che hanno colpito gravemente il mio papà. I napoletani ci minacciavano, ci insultavano e ci gridavano che ci avrebbero bruciati vivi se non ce ne fossimo andati via. Siamo stati costretti a scappare ancora". Il Tribunale dei Minori di Napoli, in sede di appello al riesame, ha respinto le motivazioni della difesa, motivando la decisione e il mantenimento del regime di detenzione per la giovanissima con considerazioni ideologiche improntate a un intollerabile pregiudizio razziale: "Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva". Ideologie medievali, che espandono gli effetti i una sentenza iniqua all'intero popolo Rom, che nelle parole del giudice (e di altri giudici, in anni foschi) avrebbe un'indole criminale e sarebbe composto da individui geneticamente asociali e dediti al rapimento di bambini. Nauseante. Eì una sentenza ed è una strategia dell'odio contro cui bisogna battersi in ogni sede. Qui di seguito, il comunicato stampa di Soccorso Legale Napoli, che ringraziamo sentitamente, e gli atti relativi alla sconcertante decisione.
Comunicato stampa
Processi brevi e processi sommari
Napoli, 20 novembre 2009. Angelica V. è la quindicenne rom accusata di aver rapito una neonata a Ponticelli (Na) nel maggio 2008, avvenimento che scatenò la feroce devastazione dei campi rom di Ponticelli. L’accusa contro A.V. fu formulata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che fornì una versione dei fatti oggettivamente poco verosimile. Secondo il racconto della madre, infatti, A. V. sarebbe riuscita ad introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a “rapire” la neonata e ad uscire dall’appartamento, il tutto in pochissimi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bambina.
L’Avv. Cristian Valle, difensore della piccola rom, ha messo in evidenza la scarsa verosimiglianza del racconto e la poca attendibilità del teste che ha un precedente di polizia per falsità ideologica.
Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni di Napoli ha condannato la minore rom a 3 e 8 mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse realmente accaduto.
La difesa della piccola rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.
Da ultimo, il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello al riesame, ha rigettato le richieste della difesa con una motivazione assolutamente sconcertante e che conferma le denunciate violazioni dei diritti fondamentali della piccola rom. Si legge infatti nel breve provvedimento: “Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva.” La decisione afferma, quindi, l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati e, ancora più insidiosamente, la tendenza a condotte recidive. Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione: “Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole. Da quanto detto ne consegue il rigetto del proposto appello.”
Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la minore aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. In modo assolutamente sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di “comune esperienza”, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica.
Questa decisione del Tribunale dei Minorenni - e le stesse parole usate, agghiaccianti quanto spudorate - è perfettamente coerente alle attuali politiche in materia di immigrazione, andandosi a delineare l’esistenza di due distinte giurisdizioni, una per i cittadini e l’altra per gli stranieri.
In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda di A.V. è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli “stranieri” che gravemente annichilisce i diritti umani, e della perdita di limiti etici e giuridici oltre i quali le pulsioni più cupe, non incontrando più filtri di alcun genere, si caricano di forza di legge.
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Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne: ricordiamo gli abusi sulle donne Rom
Roma, 24 novembre 2009. Domani, 25 novembre, si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Si tratta di una delle più vili e barbare violazioni dei Diritti Umani e colpisce milioni di donne ogni anno. L'anno scorso Amnesty International ha promosso un'importante campagna: "Il terrore dentro casa", per ricordare che i crimini di stupro e violenza sule donne avvengono quasi sempre fra le pareti domestiche. Sempre l'anno scorso il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha votato all'unanimità la risoluzione 1820, in cui lo stupro è condannato come "arma di guerra". E' importante combattere la violenza sulle donne dove essa avviene e non strumentalizzarla, come fanno spesso - soprattutto in Italia - i politici e la stampa intollerante. Come nel Medioevo, in Italia le violenze sulle donne vengono attribuite allo straniero, al Rom, al senzatetto. Servizi televisivi, locandine elettorali, articoli sui quotidiani nazionali diffondono questa pericolosa calunnia, mentre le Istituzioni distolgono risorse dai veri luoghi in cui avvengono queste odiose violenze, per illudere la popolazione di un impegno - inesistente - a favore della donna e contemporaneamente fare propaganda razzista e xenofoba. Si tratta di un ulteriore stupro: lo stupro della verità, della civiltà, della dignità della donna.

Anne's Door desidera inoltre ricordare nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne la tragedia degli abusi contro le donne di etnia Rom in seguito agli sgomberi e agli allontanamenti, che spesso le mettono in mezzo alla strada senza i loro padri e mariti, i quali vengono privati della libertà senza colpa, accusati dei soliti reati attribuiti ai Rom: occupazione di stabili fatiscenti, accattonaggio molesto, resistenza a pubblico ufficiale, schiamazzi ecc.
Le organizzazioni per i Diritti Umani hanno ricevuto negli ultimi anni numerosissime segnalazioni di abusi su donne di etnia Rom, anche giovanissime. A causa della vergogna, le vittime Rom non denunciano mai i loro aggressori. Spesso, per lo stesso motivo, non è possibile neppure condurle in ospedale. Oltre agli stupri, le donne Rom subiscono spesso aggressioni razziste e maltrattamenti da parte di intolleranti o anche di uomini in divisa. Casi emblematici sono l'assassinio da parte di un gruppo razzista delle piccole Lenuca Carolea ed Eva Clopotar, di sei e undici anni, bruciate vive nel rogo di Livorno, nell'estate del 2007; il pestaggio della sedicenne Neli Grancea, in stato di gravidanza, avvenuto a Rimini nel giugno scorso, di fronte a decine di passanti indifferenti; la tragedia di Veta ed Elena, giovani Rom in gravidanza che hanno perso i loro bambini, a causa dello shock, durante la terribile operazione di sgombero compiuta dalle autorità di Pesaro il 25 febbraio 2009. Ma l'elenco di tali atrocità, sempre impunite, comprende centinaia di casi.
Nella foto di Steed Gamero, Victor ed Elena Lacatus. Hanno perso la piccola Lenuca Carolea nel rogo di Livorno
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Roberto Malini: "Sono entrato in un quadro di Edward Hopper"
Milano, 14 novembre 2009. Sono stato alla mostra di Edward Hopper (Nyack, 1882 – New York, 1967). Di fronte a Palazzo Reale, dove si tiene l'esposizione di 160 capolavori del maestro americano, è stata installata una baracca di legno bianco, che secondo gli organizzatori dovrebbe richiamare le celebri case americane che si ammirano nei dipinti dell'artista. Quando Rom, mendicanti e senzatetto passano nei pressi della baracca, la indicano e i loro pensieri sono facili da comprendere, come se apparissero in una nuvoletta: "E' piccola, ma potrei viverci". Hopper però non era interessato all'umanità che vive ai margini e sogna di rifugiarsi nelle sue grandi case. I protagonisti delle sue opere sono donne e uomini piccolo-borghesi, isolati dal mondo a causa delle loro paure.

Nel guscio delle loro finestre, coltivano una vita senza scossoni, fatta di pranzi e cene, bambini da allevare, amici e parenti da ospitare, sesso da consumare secondo i rituali ripetitivi della quotidianità. Non percepiscono lo sguardo indiscreto dell'artista, che li spia nelle loro abitazioni da finestrini di treni sopraelevati, ma se i loro volti d'olio e pigmenti chiari si voltassero all'improvviso, ne sarebbero infastiditi e tirerebbero le tende. La gente dei quadri di Hopper non è diversa dalla gente del nord, cui le ideologie dei partiti razzisti hanno instillato sospetti, timori, idiosincrasie e fobie. Anche loro, sono prigionieri entro finestre di pregiudizio e non vedono la bellezza di un mondo fatto di impressioni, macchie, astrazioni, idee. A loro, la mostra piace non per le connotazioni di iperrealismo visionario, non per la testimonianza di una società che gli eredi del surrealismo avevano trascurato, ma per la "quiete", la "sicurezza" che ispirano le opere esposte alle pareti.

Non a caso, l'artista e regista austriaco Gustav Deutsch ha tentato - con successo - di proporre alle Istituzioni culturali di Milano la sua installazione interattiva e multimediale, che imprigiona i milanesi nel famoso quadro di Hopper "Morning Sun" (1952). Roberto Malini si è "infiltrato" in quel mondo, con la complicità del fotografo Steed Gamero, divenendo per sempre parte dell'installazione, con un ruolo di artista e attivista che si propone di costringere le "facce d'olio e pigmenti chiari" a voltarsi e a vedere che il mondo che tanto li spaventa è la sola speranza di libertà e felicità che hanno, prima che la prigione definita da stipiti di finestra si trasformi in un cubo fatto di orrore e nulla, come nei quadri di un altro maestro: Francis Bacon.
"Edward Hopper"
Sede: Palazzo Reale - Piazza del Duomo, 12 - Milano
Periodo: 14 ottobre 2009 - 31 gennaio 2010
Orari: 9.00-19.30 (tutti i giorni), 14.30-19.30 (lunedì), 9.30-22.30 (giovedì e sabato)
Ingresso: €9,00 intero - €7,50 ridotto - €19,50 famiglie
Tel: 199202202 - 0455230304
Nelle foto di Steed Gamero, Roberto Malini all'interno di "Morning Sun", installazione dedicata a Hopper di Gustav Deutsch
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Notte dei Cristalli: l'urlo di un sopravvissuto
Milano, 8 novembre 2009. Ospitiamo la testimonianza di H. A., sopravvissuto all'Olocausto, che dopo aver preso visione della nostra iniziativa in memoria della Notte dei Cristalli, ci scrive poche parole, forti e drammatiche, indirizzandole a coloro che vogliono soffocare le voci delle vittime e dei sopravvissuti, negando la Shoah o approvando i rigurgiti di neonazismo e razzismo: "Durante quel novembre el 1938, vivevo a Berlino.
Mio padre fu arrestato, la nostra sinagoga distrutta. Tutti i negozi di proprietà ebraica intorno a noi furono distrutti.
Non è ancora abbastanza?!!!"

Nella foto, sinagoga a Berlino dopo il pogrom
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Casa natale di Hitler: trasformiamola in una Pinacoteca della Shoah
Milano, 8 novembre 2009. Il Gruppo EveryOne e Anne's Door propongono al governo dello Stato di Israele di acquistare la casa in cui nacque Adolf Hitler - messa in vendita nei giorni scorsi dalla proprietà - per farne una Pinacoteca dell'Olocausto, nel luogo-simbolo in cui ebbe origine "la banalità del male" ed ebbero inizio i germi dello sterminio. "EveryOne e Anne's Door sono pronti a donare allo Stato di Israele," dichiarano Roberto Malini e gli altri responsabili del progetto-pinacoteca, "circa 200 quadri realizzati da pittori ebrei scomparsi nei lager o sopravvissuti alla Shoah, una collezione di inestimabile valore creata negli anni dai nostri esperti dell'Olocausto, dopo meticolose ricerche in tutto il mondo sulle tracce degli artisti assassinati dai nazisti o entrando in contatto con i sopravvissuti". Il costo della casa, che si trova nella cittadina austriaca di Braunau am Inn, è di circa 2 milioni di euro: un costo che potrà essere ammortizzato rapidamente attraverso biglietti di ingresso, pubblicazioni, documentari, opere audiovisive, film e sponsorizzazioni.

"Riteniamo di grande importanza che la cultura della Memoria e della tolleranza razziale," concludono gli ideatori del progetto, "possa sostituire la cultura dell'odio e del male, in un luogo che è emblematico almeno come Auschwitz, offrendo frutti di pace e uguaglianza alle generazioni future". I fondatori e leader del Gruppo EveryOne e del portale per la cultura della pace Anne's Door, molti dei quali sono artisti e uomini di cultura, oltre che attivisti per i Diritti Umani, hanno realizzato diverse opere e iniziative per la Memoria dell'Olocausto: il documentario sostenuto dal Museo Yad Vashem di Gerusalemme "In viaggio con Anne Frank", che ricostruisce la vicenda della giovane vittima dell'odio razziale; i libri "Le 100 Anne Frank", "Poesie dell'Olocausto" e "Insegnare l'Olocausto"; l'opera teatrale "Anne in the sky", con la regista israeliana Angelica Calò; i cortometraggi "Binario 21" e "Grune Rose". Alcune delle opere d'arte che i promotori intendono donare al progetto sono state esposte con grande successo di pubblico durante il Giorno della Memoria 2009 in provincia di Milano.
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Io voglio loro, i senzatetto
da "Il nuovo colosso" di Emma Lazarus, trad. Roberto Malini
"Tenetevi le antiche terre, i mitici fasti!" gridò lei
con labbra mute. "A me date le vostre stanche, povere,
moltitudini che chiedono aria libera,
i miseri reietti della vostra brulicante costa.
Io voglio loro, i senzatetto, mi travolgano,
alzerò la mia fiaccola presso la porta d'oro!"

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"Nevo drom - la nuova strada", un convegno a Bari per riscoprire i diritti di Rom e Sinti
Bari, 22 ottobre 2009. Si svolgerà a Bari nei giorni 29, 30 e 31 ottobre, presso il Fortino di S. Antonio, il Convegno Nazionale “Nevo Drom: la Nuova Strada”, promosso dalla Coop. Soc. Progetto Città in collaborazione con la Coop. Artezian (composta da lavoratori residenti nella comunità rom del quartiere Japigia), e dalle Associazioni “Vox Popoli” e “Cedam”.
La finalità del Convegno è contribuire a promuovere modalità positive di relazione e comprensione reciproca fra Rom, Sinti (immigrati e autoctoni) ed il resto della società civile, scalfendo il blocco di pregiudizi e stereotipi che grava su tale relazione, e stimolando le stesse comunità Rom e Sinti a superare la tendenza alla frammentazione per unire le forze a livello sia locale che nazionale e internazionale.
Il programma del Convegno prevede relazioni, interventi e approfondimenti tematici nel corso delle tre giornate da parte di esponenti delle istituzioni, intellettuali locali, nazionali ed internazionali, personalità di etnia romanì.
Partecipano, tra gli altri, l’antropologa Annamaria Rivera, il presidente delle Federazione Rom e Sinti Insieme Radames Gabrielli, il presidente dell’associazione “Them Romanò” Vladimiro Torre, la poetessa rom rumena Luminita Cioba e attraverso una videocomunicazione l’attore e regista Moni Ovadia.
A latere del Convegno, letture di poesie, la mostra “Misto Avilan – Benvenuti !” realizzata con il coinvolgimento dei ragazzi del campo rom del quartiere Japigia di Bari e il concerto di musica romanì dell’Alexian Group diretto da Santino Spinelli.
La manifestazione si concluderà sabato sera con la festa “Io sto con i Rom” nel Villaggio Rom sito nel q.re Japigia. Immagini, musica, danza, gastronomia, cultura fino a tarda notte.
L’iniziativa, è sostenuta dall’Assessorato al Mediterraneo e quello al Turismo della Regione Puglia e patrocinata anche dall’Assessorato all’Accoglienza del Comune di Bari, dall’Università di Bari (Dipartimento Scienze Pedagogiche e Didattiche) e dalla Federazione Chiese Evangeliche di Puglia e Lucania.
Info : info@progettocitta.org; www.progettocitta.org – 080/502.3090
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Barbarossa, una follia costata ai contribuenti 30 milioni di euro
"Barbarossa" di Renzo Martinelli non è un film. E' un favore (ma alla luce del risultato, meglio definirlo "autogol") alla Lega Nord, che sperava di propinare agli italiani un'opera storica che legittimasse le fantasie di una Padania che non esiste e non è mai esistita, come non è mai esistito il suo eroe, Alberto da Giussano. Al contrario, esiste nell'Unione europea l'anomalia di un movimento razzista, xenofobo, omofobo, antieuropeo, violento e secessionista. Vi è però da chiedersi chi abbia autorizzato l'esborso di 30 milioni di euro per una pellicola noiosa e insensata, stroncata dalla critica e ignorata dal pubblico. Una pellicola di cui i protagonisti - ingannati dalla produzione, che non ha spiegato loro i fini di propaganda della sceneggiatura - si vergognano profondamente. "Non avremo interpretato i nostri personaggi, se avessimo saputo..." hanno dichiarato la Smuntiak e Rutger Hauer. Solo Tremonti e Berlusconi, dopo aver assistito alla proiezione, hanno speso parole di elogio per il film, oltre naturalmente alle camicie verdi (ma non tutte, perché un certo imbarazzo non ha risparmiato neanche i sostenitori delle ideologie di Bossi, di fronte al costosissimo pasticcio. 30 milioni di euro, quasi del tutto sborsati dalla Rai, ovvero anche dai contribuenti, con il contributo finanziario e il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Dovendo commentare l'enormità del budget, il regista ha spiegato che no, che a suo parere si è speso poco per un simile "colossal", un'opera che è stato costretto a girare in Romania, visto che in Italia sarebbe costata "almeno 90 milioni". Un delirio. Come le sue giustificazioni, pubblicate sul Corriere della sera: «Sì, forse è paradossale girare qui una storia del genere, ma in Italia i costi sarebbero almeno triplicati. Qui posso permettermi una troupe di 130 persone, solo 15 gli italiani, i capisquadra. Qui ho a disposizione migliaia di comparse, cavalli e stuntman a bizzeffe. Un macchinista in Italia costa 1500 euro al giorno, qui 300. Da noi dopo nove ore scatta lo straordinario, qui non esistono limiti d'orario. Per la manovalanza si usa lo 'zingarume rumeno' a 400, 500 euro la settimana". Parole inqualificabili, come lo sperpero di denaro pubblico (quante opere di pubblica utilità si sarebbero potute realizzare, con 30 milioni?) e il patrocinio di un Ministero che dovrebbe porre la tutela della Cultura in cima alla lista delle sue priorità. Per avere un'idea dello spreco di denaro, basti pensare che un film campione di incassi come "Distretto 9" - saga di fantascienza e antirazzismo prodotta dal regista del Signore degli Anelli - ricco di set sbalorditivi, effetti speciali e animazioni tridimensionali fotorealistiche, è costato 22 milioni di euro.
Barbarossa (Italia, 2008) di Renzo Martinelli; con Rutger Hauer, Raz Degan, Kasia Smutniak, Hristo Shopov, Cécile Cassel, Antonio Cupo, Angela Molina, F. Murray Abraham, Gian Marco Tavani.
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Altri trenta rifugiati egiziani sono morti nel mare di Sicilia. Istituzioni e media completamente indifferenti
Roma, 10 ottobre 2009. A Gela (Caltanissetta), si è verificata l'ennesima tragedia dell'immigrazione. Il corpo senza vita di un profugo egiziano è stato scoperto oggi sulla spiaggia da un pescatore, che ha avvertito le autorità. E' la terza vittima del mare recuperata in questi giorni. Il conto, purtroppo salirà a trenta morti(e non a sette, come è stato divulgato in un primo momento), come hanno dichiarato i venti profughi sbarcati a Gela il 6 ottobre: ""Eravamo in cinquanta, su quel battello". Ancora più inquietante è il silenzio stampa riguardo a queste tragedie: poche righe di agenzia e minuscoli trafiletti sui quotidiani*, in ossequio alle politiche di persecuzione dei migranti che maggioranza e opposizione hanno dimostrato di condividere, complici di innumerevoli violazioni della Convenzione di Ginevra e degli accordi internazionali sui profughi e sulle minoranze razziali.
* Domenica, 11 ottobre 2009. Solo questo pomeriggio, dopo la nostra nota di protesta, qualche quotidiano, seppure in forma ridotta e senza attribuire ad alcuno le responsabilità della tragedia, comincia a divulgare la notizia.

Nella foto, profughi dall'Africa. Istituzioni e media li definiscono "clandestini", ma si tratta di esseri umani che fuggono da una catastrofe umanitaria. Quando muoiono in mare, nel tentativo disperato di raggiungere le coste italiane, politici e media di destra e sinistra ignorano volutamente il loro martirio: per loro i profughi sono nemici e le Carte che proteggono i loro diritti sono carta straccia.
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E' nata la seconda bambina di Fini: prepariamo per lei un mondo migliore
Roma, 10 ottobre. E' nata stamattina la seconda figlia di Gianfranco Fini. Le auguriamo una vita felice, in un mondo meno cupo e crudele di quello in cui viviamo. Le auguriamo di crescere - magari anche grazie all'impegno di papà, che cerca ogni giorno di essere un uomo migliore e non chiude più gli occhi davanti al dolore del prossimo - in un mondo accogliente e ricco di diversità, come un giardino, dove non sbocciano solo rose o tulipani, ma ogni genere di fiori. Le auguriamo di avere tanti amici e non solo dalle pelli bianche, non "padani", non solo italiani, ma persone buone provenienti da tutti i popoli: africani, orientali e anche rom. I rom conoscono mille giochi e mille favole (gli "sfati") tutti basati sulla fantasia e la voglia di vivere: ti divertirai molto - in un mondo più ricco e vivo di quello di oggi - a giocare con loro, piccola bambina di Gianfranco Fini. Noi, insieme al tuo papà, ci impegneremo sempre per costruire il tuo "giardino" del futuro.
Roberto Malini
Matteo Pegoraro
Dario Picciau
Glenys Robinson
Steed Gamero
Fabio Patronelli
Viktoria Mohacsi
Nico Grancea
Ionut Grancea
Ionut Ciuraru
Mariana Danila
Mauro Zavalloni
Rebecca Covaciu
e tutti gli attivisti del Gruppo EveryOne

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Perché Obama merita il Nobel per la Pace
http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/int/10/109nobel.htm
Roma, 9 ottobre 2009. Barack Hussein Obama, 44° e attuale Presidente degli Stati Uniti d'America è stato insignito con il Premio Nobel per la Pace 2009. Oltre alle congratulazioni di rito, numerose critiche hanno fatto seguito alla scelta della giuria di Oslo. I detrattori ritengono che Obama non abbia ancora conseguito risultati importanti per la pace fra i popoli. Il Gruppo EveryOne, a propria volta candidato al premio Nobel per la Pace 2010, ha perorato la candidatura di Obama, sottolineando alcune tappe della sua vita e della sua carriera poco note all'opinione pubblica. "La giuria di Oslo ha compiuto una scelta coraggiosa, ma corretta," commentano i leader dell'organizzazione per i Diritti Umani Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "perché Obama è uomo di pace da tanti anni. Nel 1992 lavorava come avvocato a Chicago, difendendo i diritti civili e da allora si è dedicato all'antirazzismo, ai diritti delle categorie sociali disagiate, a quelli dei nativi americani e delle minoranze etniche nel mondo. L'anno scorso lo storico attivista per i diritti degli aborigeni australiani Patrick Dodson, dopo aver ricevuto il Premio Sidney per la Pace, disse che l'impegno di Obama per gli 'indiani d'America' e le sue proposte presentate alla Casa Bianca rappresentano un modello efficace e responsabile, da seguire in tutto il mondo. Sempre l'anno scorso, i leader di alcune tribù native americane, fra cui i Crow del Montana, dichiararono che le politiche di Obama sui nativi sono progetti ideali per la difesa dei popoli indigeni e definirono Barack come 'un uomo che aiuta la gente nel mondo'. La missione di Obama è quella di favorire la cooperazione fra i popoli e questo suo impegno ha convinto i giurati di Oslo". Il Presidente, quando ha appreso di aver vinto il Nobel per la Pace ha dichiarato: "Non sono sicuro di meritarlo, ma sarà un incentivo a migliorare".
"Obama sta aprendo finestre di dialogo con i leader di tutto il mondo e si sta impegnando con grande energia contro il pericolo nucleare e gli abusi ecologici e climatici, ma ci sono due momenti nel suo percorso che ci paiono simboleggiare il suo lavoro per la Pace e i Diritti Umani, proseguono gli attivisti. "Il primo riguarda la visita a Buchenwald - il giorno dopo lo storico discorso rivolto all'Islam, in cui proponeva un nuovo inizio, basato sul rispetto reciproco - dove il Presidente non ha usato le solite parole di circostanza, ma in silenzio ha deposto una rosa bianca sulla lapide che ricorda le vittime. Di fronte allo sterminio di milioni di innocenti, quel gesto di memoria e vigilanza ha significato più di mille discorsi. La seconda immagine che vogliamo ricordare è quella del Presidente seduto accanto al professore di colore e al poliziotto bianco che l'aveva arrestato per uno spiacevole equivoco. Un incidente che avrebbe potuto accrescere le tensioni razziali si è risolto amichevolmente davanti a tre boccali di birra, nei giardini della Casa Bianca. Se possono farlo due persone... sì, possiamo farlo tutti".

Da Obama, un segnale di cambio di rotta
A favore di Obama vogliamo anche ricordare il fatto - poco noto ai piu' - che egli ha spezzato la sequenza di ambasciatori USA guerrafondai all'ONU voluta da Bush. John Bolton e Zalmay Khalilzad furono - con Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Libby e altri - firmatari gia' nel 1998 di una lettera a Clinton in cui sollecitavano un intervento armato in Iraq e Bolton, quando era sottosegretario di Stato con delega agli armamenti, dichiaro' che Bush non necessitava dell'avallo dell'ONU per entrare in guerra (questo anche per dire quanto fosse adatto come ambasciatore ONU).
Inoltre il 24 settembre 2009 il Consiglio di Sicurezza (presieduto per l'occasione da Obama) ha approvato all'unanimita' la risoluzione 1887 presentata dagli USA che chiede ai Paesi firmatari del "Trattato di non proliferazione nucleare" di mantenere il loro impegno a non sviluppare armi atomiche ed esorta gli Stati che non ne fanno parte ad aderire. La risoluzione invita altresi' i Paesi a consentire agli ispettori internazionali il controllo di materiale esportato che potrebbe servire a costruire una bomba. L'obiettivo finale dichiarato e' "mettere sotto chiave tutti i materiali nucleari entro quattro anni", evitare la costruzione di nuovi ordigni nucleari ed arrivare al disarmo globale.
Due fatti che sono un segnale forte di cambio di rotta rispetto a scelte di politica unilaterale che hanno portato nel mondo guerra, distruzione e violazioni dei diritti umani spesso in barba al diritto internazionale. Fatti che ribadiscono l'importanza degli organismi di cooperazione internazionale e che conquistano punti all'autorita' morale degli USA nel mondo, che per ammissione stessa degli Americani era in forte declino.
Ovviamente non sappiamo se questi fatti giustificano o no un Nobel (altri erano deputati a giudicare) ma li approviamo con energia.
Lo staff di Osservatorio sulla legalità
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G8 di Genova, incredibile sentenza-vendetta in appello contro i dieci manifestanti
Roma, 9 ottobre 2009. E' difficile non essere d'accordo con Haidi Giuliani Gaggio - madre di Carlo Giuliani, il giovane attivista assassinato durante gli scontri del G8 di Genova del 2001 - che ha commentato così la sentenza d'appello del processo a 25 manifestanti, accusati di devastazione e saccheggio: "Sono senza parole. Questa non è una sentenza è una vendetta". La condanna è stata confermata per undici dei 25 manifestanti. I giudici hanno dichiarato 15 tra prescrizioni e assoluzioni. Gli imputati accusati di devastazione e saccheggio si sono visti aumentare in misura abnorme le pene: Francesco Puglisi da 10 anni e 6 mesi a 15 anni; Vincenzo Vecchi da 10 anni e 6 mesi a 13 anni; Marina Cugnaschi da 11 anni a 12 anni e tre mesi; Alberto Funaro da 9 anni a dieci anni; Carlo Arculeo da 7 anni e 6 mesi a 8 anni; Luca Finotti da 10 anni a 10 anni e 9 mesi; Antonino Valguarnera da 7 anni e 8 mesi a 8 anni; Carlo Cuccomarino da 7 anni e 10 mesi a otto anni; Dario Ursino da 6 anni e 6 mesi a 7 anni; Ines Morasca da 6 anni a 6 anni e 6 mesi.

Confermata la condanna a cinque anni per Massimiliano Monai, conosciuto come "l'uomo della trave" dopo essere stato fotografato nel corso dell'assalto al defender dei carabinieri, cui partecipò anche Carlo Giuliani. I legali degli imputati hanno accolto la sentenza con vero sconcerto: "Una sentenza incredibile. Sono pene che non si infliggono neanche agli assassini. E se questi ragazzi hanno commesso qualche reato, è stato contro delle cose, degli oggetti. Non delle persone. Si era capito, dopo le recenti sentenze, che da queste parti tirava una brutta aria: ma qui ci sono imputati che hanno preso più di dieci anni per aver mandato in frantumi una vetrina e basta". Non solo, aggiungiamo noi, perché gli atti dei manifestanti sono stati compiuti in un clima di terrore e nell'àmbito di oscure strategie della tensione, con la partecipazione di forze "al di fuori e al di sopra delle Istituzioni". La sentenza, atroce nella sua iniquità, è un'altra pagina triste che entra a far parte del Dossier G8 di Genova, una decisione che appoggia e premia incondizionatamente una "gestione dissennata, anticostituzionale e antidemocratica dell'ordine pubblico," come Haidi Giuliani definì correttamente - qualche tempo fa l'uso della forza pubblica durante la "notte cilena" e in molti altri frangenti, quando il potere costituito si trova di fronte moti di protesta civile o situazioni di grave disagio sociale.
Nella foto, Carlo Giuliani
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Arte a Milano. "Siamo tutti Rom": quando i Diritti Umani fanno scandalo
Da: U VELTO - Istituto Italiano di Cultura Sinta: http://sucardrom.blogspot.com/2009/10/arte-milano-siamo-tutti-rom-quando-i.html
Milano, 9 ottobre 2009. Meno di un anno fa, il 18 novembre 2008, l'artista sociale Alfred Breitman e il Gruppo Watching The Sky realizzavano una performance antirazzista a Milano, mentre in diversi quartieri della città le autorità, in preda a una vera e propria furia xenofoba, attuavano sgomberi e azioni punitive contro inermi famiglie Rom. Sfidando gli umori intolleranti della "città da bere", il gruppo creava con vernice spray un graffito nel bel mezzo di piazza Duomo, raffigurante una grande ruota rossa, simbolo del popolo Rom, per protestare contro la persecuzione dei "nomadi" in Italia. Continua nella sezione Arte e Cultura
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Cronache di ordinaria persecuzione nei Cie e nelle città d'Italia
Milano, 1 ottobre 2009. La rete di organizzazioni per i Diritti Umani, di fronte alla prosecuzione di respingimenti di profughi, operazioni di purga etnica, attuazione di procedure persecutorie nei confronti dei migranti detenuti nei Cie, negazione dello status di rifugiato a migliaia di esseri umani che ne avrebbero diritto, prosegue nel suo dialogo con le Istituzioni internazionali che rappresentano i valori fondanti della civiltà dei Diritti Umani: l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Consiglio d'Europa, la Commissione europea. I rappresentanti di tali organismi hanno più volte riconosciuto di non essere dotati di strumenti giuridici efficaci per opporsi alle derive nazionali che annientano il patto fra nazioni il cui vincolo basilare non sono gli accordi sottoscritti, ma il grado di civiltà degli Stati e dei loro governanti. "Non possiamo fare nulla nei confronti di un governo che non rispetti la Convenzione di Ginevra o gli altri accordi firmati," ci ha detto recentemente il rappresentante di un'Istituzione per la salvaguardia dei rifugiati. E' un'ammissione pericolosa, che spalanca le porte a qualsiasi forma di prevaricazione dei Diritti Umani e di fatto pone l'Unione europea nelle stesse condizioni che favorirono l'affermarsi del nazifascismo. Ecco perché stiamo sollecitando le Istituzioni sovrannazionali a fare un uso più efficace dei loro organismi giuridici ovvero delle corti internazionali. Intanto, le segnalazioni di abusi su immigrati e degli effetti nefasti della legge razziale 94/2009 proseguono senza sosta. Mentre negli Stati Uniti e in tutti i Paesi democratici (ma non solo in quelli) i governi approntano misure per vaccinare contro l'influenza A i migranti "irregolari", l'Italia prosegue senza tregua l'iniqua caccia all'uomo nei loro confronti, per applicare gli articoli xenofobi della legge. Per evitare di cadere nelle maglie della persecuzione, i "clandestini" vivono nascosti, in luoghi difficilmente accessibili e condizioni sanitarie tragiche, senza acqua, se non la poca che riescono a prelevare dalle fontane pubbliche grazie a taniche e secchi. Nessun provvedimento è stato messo in atto per garantire loro il vaccino o le cure mediche adeguate. La rete antirazzista segnala gravi tensioni nel Cie di Crotone, dove le condizioni di detenzione sono inumane, le violazioni della dignità dei detenuti quotidiane, gli effetti della legge razziale devastanti.

Martedì scorso, secondo la testimonianza di alcuni attivisti, "due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta". Dopo la denuncia dei gravi abusi sui migranti nel Cie di Gradisca, documentati da video e foto, finalmente i rappresentanti delle Istituzioni internazionali hanno stretto la vigilanza sull'operato delle autorità che si occupano della custodia dei reclusi. "Lunedì scorso," comunica la rete antirazzista, "due deputati e tre senatori del Partito Democratico hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino, senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando loro della durezza delle condizioni di detenzione e delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente. Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. I detenuti si sono sentiti traditi quando, nel Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei cinque parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza soffermarsi molto sui pestaggi del 21". Roma: atti di autolesionismo e uno sciopero della fame sono gli strumenti, disperati, che i detenuti all'interno del Cie utilizzano perché la loro condizione e le violazioni che subiscono non rimangano dietro la cortina di silenzio istituzionale. "Un detenuto ha perso i sensi," riferisce un attivista, "mentre altri si sono tagliati le carni. Un giovane si è reciso le vane ed è stato trovato in un lago di sangue. E' stato medicato in infermeria e riportato nella sua cella, dove continua a perdere coscienza ed è in condizioni penose. I detenuti si chiedono come sia possibile che il mondo democratico tolleri che esseri umani siano trattati come bestie".
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Milano 2009: sembra di essere nel Terzo Reich, durante gli anni della caccia agli ebrei
Milano, 30 settembre 2009. Sembra di essere tornati agli anni delle leggi razziali e della caccia agli ebrei. "Ci braccavano ovunque," ricordava durante una recente commemorazione in Germania il professor Walter Zvi Bacharach, sopravvissuto alla Shoah, "e quando ci trovavano, ci caricavano a bordo di furgoni con le grate ai finestrini, come animali in attesa di essere mandati al macello. Nel Kippur del 1943, durante una retata mi presero con mio fratello. Ci misero dentro uno di quegli abominevoli furgoni e poi verso la deportazione. Non potemmo neanche salutare i nostri genitori". A Milano si assiste ormai quotidianamente a scene simili. Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su autobus con grate sui vetri. “E' umiliante e terribile," racconta un ragazzo marocchino di 19 anni, sfuggito per miracolo a una retata. "Una volta i vigili di Milano erano gentili con tutti, milanesi o stranieri. Qui li chiamano 'ghisa'. Adesso è tutto cambiato. Sono organizzati come soldati e ci cercano dappertutto, come se fossimo criminali. Mio papà è stato preso. Ha cercato di scappare per tornare da noi, ma non ce l'ha fatta. Io sono più giovane e ho corso a perdifiato, più veloce dei vigili. Ma lui no. 'Vieni qui, furbacchione' gli gridava una guardia, mentre lo trascinava nell'autobus-prigione". Alcuni antirazzisti milanesi sintetizzano - in un messaggio 'clandestino' rivolto a tutte le persone che non hanno rinunciato alla civiltà dei Diritti Umani - la nuova struttura che fa capo ai vigili urbani, nucleo Trasporto pubblico, servizio Fermi e identificazioni:
"Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul 'bus-galera'. È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano 'Stranamore', 'perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù', ride un agente.
Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la 'tonnara' — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: 'Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?'. La risposta: 'Sono clandestini, signora' (...)
Dentro al bus, che alle dieci del mattino sta per ripartire con gli uomini a bordo, qualcuno prende a pugni il vetro. Altri nascondono il volto fra le ginocchia.
Delle pattuglie anti-clandestini va fiero il vicesindaco Riccardo De Corato: 'È un servizio svolto esclusivamente da questa speciale task-force — dice — non sottrae agenti al controllo della viabilità, che è di competenza di altri 2.900 vigili'.".
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C'era un ulivo al nord, a Ponteranica
di Alfred Breitman
Piantiamo l'ulivo! Lo sradicamento dell'albero cresciuto a Ponteranica (Bg) in memoria di Peppino Impastatato (Cinisi, 1948-1978), martire della lotta alla mafia, ha un significato assai grave, così come la rimozione della targa della biblioteca a lui dedicata. "Con questo governo la cultura dell’antimafia è a rischio," ha commentato Giovanni, fratello di Peppino. "Si fa capire che l’ulivo - albero mediterraneo - non deve invadere questo territorio, come dire che Peppino Impastato è un simbolo estraneo e dunque va rimosso. Quindi sbaglia chi ha parlato di un fatto isolato: è invece un’azione che si sposa in pieno con il progetto della Lega, di discriminazione di tutte le culture “altre". E' un atteggiamento strumentale. Ci sono documenti molto dettagliati che testimoniano della penetrazione della mafia nel nord Italia".
C'era un ulivo al nord, a Ponteranica.
L'hanno abbattuto.
Era un simbolo vivo,
il ricordo di un uomo, di un eroe
che immolò la sua vita
per un'Italia unita,
orgogliosa, pulita.
L'hanno abbattuto. Muore quell'idea
come l'albero a terra,
senza linfa.
Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.
Prima hanno fatto a pezzi le radici
della sua vita, hanno fatto a pezzi
la verità, il coraggio e la speranza.
Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.
Chi l'ha ucciso non appartiene a un punto
cardinale, chi l'ha ucciso è dovunque,
perché la mafia è metastasi.
Hanno ucciso Peppino,
un'altra volta.
Ci rimane il suo nome, come un seme
di verità, come una scintilla nel buio.
"Piantiamo l'ulivo!
L'ulivo che a gli uomini appresti
la bacca che è cibo e che è luce,
gremita".
Bergamo, 29 settembre 2009
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Scoperto un ritratto del Caravaggio
Gruppo Watching The Sky: “Ecco il suo vero volto”
Milano, 28 settembre 2009.
Il 29 settembre 1571 nasceva a Caravaggio (Bergamo) Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come “il Caravaggio”, dal nome del suo paese natìo. Il Gruppo Watching The Sky, composto da artisti, studiosi d’arte ed esperti informatici annuncia, in occasione dell’anniversario della nascita del pittore, di aver scoperto un ritratto inedito di Michelangelo Merisi.
“Si tratta, probabilmente, dell’unico ritratto a lui contemporaneo,” dichiarano Roberto Malini e Dario Picciau, fondatori dell’associazione culturale, “perché fino ad oggi la fisionomia del maestro era nota grazie al ritratto che Ottavio Leoni realizzò a memoria nel 1621, undici anni dopo la morte dell’artista. Alcuni storici dell’arte, con i quali concordiamo, ritengono che il Caravaggio eseguì alcuni autoritratti, che possiamo ammirare nel celebre ‘Bacchino malato’ e nel ‘Davide e Golia’.
In quei dipinti, tuttavia, il volto del pittore si cela dietro le fattezze del dio del vino e del gigante biblico”. Per ritrovare un ritratto attendibile del Caravaggio, Watching The Sky ha condotto un’indagine accurata nelle pieghe della Storia dell’Arte, sulle orme di un artista pieno di misteri. “E’ vero,” proseguono Malini e Picciau, “perché molte sono ancora le domande che non hanno trovato risposta certa, riguardo alla burrascosa biografia del pittore lombardo.
Alcuni affermano per esempio, in base al ritrovamento di un certificato di battesimo, che il Caravaggio sia nato a Milano. Non siamo d’accordo. Senza escludere la possibilità che abbia ricevuto il sacramento nel capoluogo Lombardo, non dobbiamo dimenticare che nel 1607 Michelangelo Merisi, che voleva trasferirsi a Malta e diventare Cavaliere dell’ordine di San Giovanni, firmò un documento in cui dichiarava di essere nato proprio a Caravaggio: ‘Carraca oppido vulgo de Caravagio in Longobardis natus’. Quale fonte più attendibile, per determinare il luogo che gli diede i natali?”.
Continua nella sezione Arte e Cultura
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A che punto siamo, con i Diritti Umani?
di Roberto Malini
Milano, 27 settembre 2009. E' importante che i politici, i responsabili dell'informazione, gli attivisti e tutti i cittadini democratici si pongano, di tanto in tanto, la seguente domanda: a che punto siamo, con i Diritti Umani? Se oggi, nell'Unione europea, ci poniamo con coscienza questo interrogativo, la riposta può essere solo una: siamo ancora nella preistoria, in un'era barbarica in cui i proclami risuonano come versi di belve all'interno di una grotta buia, perché non corrispondono al mondo che stiamo creando. L'Unione europea si è data una Carta dei diritti fondamentali che riecheggia le pagine immortali della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma non si è data strumenti per trasformare quei principi in fermenti veri e vivi. L'Unione europea nasce da un sogno, ma le sue radici affondano ancora nell'egoismo delle nazioni. Per rispondere alla domanda, allora, è opportuno raffrontare i risultati che abbiamo raggiunto, qui nel Vecchio Continente, rispetto alle risposte di civiltà che l'umanità si diede oltre sessant'anni orsono, con la Dichiarazione. Iniziamo dall'articolo 1: "Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in uno spirito di fraternità vicendevole". Non dobbiamo abbandonare la speranza, ma è opportuno e onesto riconoscere che un assunto tanto semplice, vero e giusto non è stato ancora fatto proprio dagli stati dell'Unione che, anzi, sembrano - chi più, chi meno - averne capovolto il significato e lo spirito, uno spirito che tenta, invano, di illuminarci. Non siamo liberi, perché i poteri forti, che reprimono lo sviluppo di una coscienza autonoma, il pensiero spontaneo, la ricchezza delle diversità e promuovono il terrore, le discriminazioni, i dogmi sono sempre al vertice della società europea e impediscono la metamorfosi positiva delle coscienze, l'affermarsi di sentimenti di fiducia reciproca e la ricerca della pace e del progresso della collettività. Non siamo uguali in dignità e diritti, perché razzismo, xenofobia, omofobia, intolleranza verso le minoranze sono sempre più marcati e, propagandati da potenti mezzi di informazione, raggiungono costantemente le masse con i loro messaggi improntati alla paura e all'odio verso l'altro. Ne sono una dimostrazione la persecuzione e la segregazione razziale del popolo Rom, la guerra spietata all'immigrazione, le politiche per la razza (che in Paesi com l'Italia raggiungono punte di efferatezza inquietanti e senza precedenti), il successo dei nuovi fascismi e dei movimenti xenofobi, le continue violenze contro Rom, immigrati "clandestini", senzatetto e gay. Ne sono una prova le leggi razziali che legittimano razzismo e persecuzione, negano le politiche di solidarietà verso i poveri e gli esclusi, trasformano le razze e i popoli invisi alle maggioranze - a causa dei pregiudizi alimentati dalla propaganda - in esseri senza diritti, impediscono che tutti i cittadini vedano riconosciute le proprie unioni sentimentali, riservate in molti paesi solo alla maggioranza eterosessuale. Queste differenze, quest'uso della crudeltà verso l'altro, questi sentimenti di divisione e ostilità non si fondano sulla ragione né sulla coscienza né - tantomeno - su "uno spirito di fraternità vicendevole". Siamo nella preistoria e non ne usciremo se non troveremo la forza e la volontà di superarle, per evolverci, diventare pienamente "esseri umani" e uscire finalmente dalla grotta.
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Il presidente di turno alle Nazioni Unite pronuncia discorso contro la depenalizzazione dell'omosessualità. E' una grave violazione dei principi ONU
New York, 24 settembre 2009. Ieri, mercoledì 23 settembre, il Presidente di turno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il libico Ali Abdussalam Treki, ha aperto la 64esima sessione assembleare ONU con una conferenza stampa. Nel corso di essa, alle domande di alcuni giornalisti relativamente alla sua posizione sulla dichiarazione per la decriminalizzazione universale dell'omosessualità depositata il 19 dicembre 2008, ha affermato: “E’ un problema molto delicato. Da musulmano, non sono d’accordo. Penso che non sia accettabile, non lo è per la maggior parte del mondo e non lo è assolutamente per la nostra tradizione, la nostra religione”.
“Ciò che ha dichiarato Ali Abdussalam Treki è gravissimo e non deve ammettere scusanti: il Presidente dell’Assemblea Generale ONU, così come ogni Membro, ha il dovere di rappresentare in ogni sede i principi e i fini delle Nazioni Unite, secondo lo Statuto adottato il 26 giugno 1945 a San Francisco, nel pieno rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti (art. 1)”.

Lo affermano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, Co-Presidenti dell’organizzazione internazionale per i diritti umani Gruppo EveryOne. “Con tali dichiarazioni,” proseguono gli attivisti, “il presidente dell’Assemblea Generale ha di fatto legittimato la violenza, il carcere, la tortura e la pena di morte per migliaia di persone omosessuali nel mondo, dichiarando di fatto ‘inaccettabile’ la moratoria che prevede la depenalizzazione universale dell’omosessualità (e così dello stile di vita e dei rapporti omosessuali). Chiediamo al Segretario Generale e al Consiglio di Sicurezza, che hanno il dovere di risolvere controversie interne all’Assemblea Generale su tematiche che riguardino i principi delle Nazioni Unite” continuano Malini, Pegoraro e Picciau, “di rimuovere immediatamente Abdussalam Treki dall’incarico di Presidente di Turno per la sua non conformità ai fini e ai principi ONU, se necessario riconvocando in sessione speciale l’Assemblea Generale”.
Il Gruppo EveryOne fa inoltre appello alle associazioni e organizzazioni LGBT, alla Commissione Ue, al Parlamento europeo e ai Governi dei Paesi democratici, in primis Francia e Olanda – che il 19 dicembre scorso illustrarono la suddetta moratoria –, affinché stigmatizzino pesantemente le dichiarazioni del Presidente di turno dell’Assemblea Generale ONU e ne chiedano l’immediata sostituzione.
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Pace subito!
di Alfred Breitman
La democrazia si esporta
con le carte costituzionali
e con le carte dei diritti fondamentali,
la pace con rami d'ulivo.
Chi afferma che si possano esportare con le armi
è come se dicesse che il bene si fonda sul male,
la giustizia sull'abuso,
la verità sulla menzogna.
Bugiardo! Guerrafondaio!
Fascista! Nemico della democrazia,
della pace e della tolleranza!
Pace subito!
Milano, 24 settembre 2009

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Disavventura di un afroamericano a Varese
di Alfred Breitman
Milano, 22 settembre 2009. Si chiama Andrew J., 25 anni, afroamericano. Vive a New York, dove è un rispettato arredatore d'interni. E' in vacanza in Italia e sabato scorso si è recato in visita da amici, a Varese. Un pomeriggio che nelle sue attese doveva essere simpatico e stimolante, visto che i suoi amici fanno parte di una rock band e Andrew è un patito del rock'n roll, "da Bill Haley a The Killers". La sua visita, però, si è trasformata in un incubo, fin da quando il giovane è sceso dal treno e ha attraversato la strada davanti alla stazione. "Ho provato una strana sensazione fin all'inizio, quando sono entrato in una tabaccheria per comperare le sigarette. Una donna davanti a me mi ha guardato dritto negli occhi mormorando qualcosa, ha fatto una smorfia orribile e si è portata la borsetta, che aveva al fianco, sul grembo.

Tutti mi hanno guardato come se avessi tentato di borseggiarla. Pensavo di essere diventato paranoico, perché, anche quando sono uscito dalla tabaccheria, mi sembrava di essere guardato come un extraterrestre". Andrew aveva un appuntamento lì vicino con gli amici. "Dovevo incontrarli davanti alla stazione, di fronte a McDonald, così mi sono seduto su una ringhiera che si trova davanti al fast food. Sono passati pochi minuti e mi si è avvicinato un carabiniere, di quelli che vanno in giro a piedi. Non ero l'unico a essere seduto sulla ringhiera, eppure l'agente si è diretto subito verso di me, allungando il passo e alzando la voce minacciosamente, come se fossi stato in procinto di scappare: 'Ragazzo, fammi vedere i documenti'. Ho estratto il portafoglio dalla tasca posteriore e gli ho mostrato il passaporto. 'Ragazzo, tu non te ne stai seduto, ma ti alzi in piedi, davanti a me. Alzati in piedi e mostrami i documenti!'. Il suo tono era decisamente intimidatorio, così ho deciso di assecondarlo, davanti a cinque o sei giovani italiani che mi guardavano ridendo. Il carabiniere ha controllato il documento con una lentezza esasperante, pronunciando il mio nome con un tono sprezzante. Quindi mi ha guardato negli occhi a lungo, obbligandomi ad abbassare lo sguardo e mi ha detto, in tono sarcastico: 'Adesso puoi sederti'. E' stata l'esperienza più umiliante della mia vita. Mi sembrava di essere tornato negli anni '50, a Little Rock o in una delle cittadine razziste di cui ci raccontano i nostri vecchi". Questa è l'immagine dell'Italia che Andrew porterà negli Stati Uniti. Questa è l'immagine che l'Italia di oggi - e non solo città notoriamente intolleranti come Varese - esporta nel mondo.
Nella foto, scena di razzismo a Little Rock, negli anni 1950
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Il mio amico Farah
di Silvia Lovesio
Roma, 21 settembre 2009
Cari amici, vorrei fare alcune puntualizzazioni sull'uomo trovato morto al parco della Caffarella, perché la persona o le persone che lo hanno ucciso si rendano conto di ciò che hanno fatto. Innanzitutto, era somalo e non senegalese, come erroneamente riportato dalle autorità.
Lo conobbi casualmente oltre dieci anni fa, perché tentai di salvare un cane che aveva "adottato" e che poi purtroppo morì di cimurro, nonostante l'ottima nutrizione che lui gli aveva garantito ed il sollecito intervento dei veterinari che avevo contattato.
A seguito di quell'episodio, rendendoci conto dello stato in cui verteva questo ragazzo, io, il mio ex e un nostro amico, avevamo cercato in ogni modo di alleviare i suoi disagi portandogli generi alimentari, capi di abbigliamento, coperte.
Col tempo Farah ci raccontò la sua triste vita. Diceva sempre della sua esistenza attuale: "Grande broblema". Era stato per tanti anni autista di un ambasciatore in Somalia, fino a quando scoppiata la guerra nella repubblica del Corno d'Africa, aveva perso il suo lavoro. Era sposato e aveva due bambini e, per non gravare sulla famiglia della moglie, come tanti altri disperati come lui, aveva deciso di venire in Italia, convinto di trovare una soluzione alla sua disoccupazione. Non immaginava certo che ad accoglierlo ci sarebbe stata una situazione ben peggiore di quella che aveva lasciato. In breve tempo cadde nella depressione più nera perché nel frattempo era scaduto il permesso di soggiorno e le pur flebili speranze di trovare un lavoro come autista erano naufragate. Lavava i vetri delle auto, tutto il giorno.
Teneva molto all'igiene e, nonostante le terribili condizioni in cui viveva, non lo ricordo sporco neanche una volta. Portava sempre i suoi vestiti in una lavanderia a gettoni e, quando gli capitava di imbattersi casualmente in un suo connazionale, mentiva circa il suo stato di disagio e per orgoglio raccontava che aveva un bel lavoro ed una bella casa. Nel giro di poco tempo ancora, la moglie, rimasta in patria coi suoi figli lo aveva lasciato, andando a vivere col suo nuovo compagno nel Nord Europa .
Depresso ed emarginato, Farah cominciò a bere, al punto che divenne impossibile per noi poterlo aiutare, se non rincuorandolo e cercando di indurlo ad avere ancora fiducia nella vita. Abbiamo provato a fargli avere il permesso di soggiorno come rifugiato politico in quanto proveniente da un paese in stato di guerra, ma ad ogni mio appuntamento per parlare con l'ambasciata o con la questura, non si era mai presentato. Forse un po' superficialmente, pensai che se in futuro avesse voluto il mio aiuto, me lo avrebbe chiesto e che forse in quel momento voleva non essere disturbato in questo senso. Ora penso che forse avrei dovuto impormi di più. L'avrei dovuto portare anche di peso, a chiedere asilo, anche quando annegava il "grande broblema" nell'alcol e magari la sua vita avrebbe avuto un altro corso.
Ora però lo voglio ricordare così: era una bella giornata di primavera o di autunno, tanto tempo fa. Io, il mio ex e l'amico, Farah e un suo compagno di strada, Ibrahim, che era stato chef in Sierra Leone. Qualche giorno prima Ibrahim ci propose di cucinare il cous cous e quindi io andai a fare la spesa di tutto l'occorrente che doviziosamente "lo chef" mi chiese di acquistare. Ci trovammo in tarda mattinata sotto il bell'albero di fico che sovrastava una tomba romana che all'epoca fungeva, per loro, da rifugio. Uno spazio povero ma ordinato e dignitosissimo: appeso a un ramo, uno specchio per radersi. Un tavolinetto con una tovaglia a fiori. Mangiammo tutti insieme, dentro un enorme vassoio che fungeva da piatto unico. Parlammo molto quel giorno, ridemmo, dovrei ancora avere una foto di quel momento. Non mi è più capitato di mangiare un cous cous così buono! Salutandoci e tornando a casa, ci dicemmo che se avessimo raccontato che avevamo mangiato con dei "barboni", tutti insieme, per terra, con le mani e che ci era pure piaciuto, nessuno ci avrebbe compresi: quindi lo tenemmo per noi. Vai a spiegare che quei due non erano dei barboni, ma per noi erano amici; che quello non era un pasto frugale, ma (ora che sono cuoca a mia volta, posso dirlo con cognizione di causa)... una lezione di cucina di alto livello.
Ciao Farah, che il tuo Dio ti benedica.
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Romell Broom: un altro uomo
di Roberto Malini
"Ha ucciso. Deve morire"
aveva stabilito la Legge.
E quando venne il giorno di pagare il conto,
Romell era pronto.
Aveva consumato
l'ultimo pasto.
Aveva detto addio alla mamma
e al mondo.
"Devo morire"
ripeteva in silenzio dentro di sé,
stranamente sereno,
sul lettino del boia.
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Il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani denuncia l'illegittimità e la xenofobia del reato di clandestinità e delle leggi che criminalizzano i migranti
Ginevra, 17 settembre 2009. Il Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, dopo aver preso visione dei contenuti della legge italiana n° 94, che istituisce il reato di clandestinità e la persecuzione dei migranti, ha diramato un comunicato in cui precisa la sua posizione riguardo a quest'aberrazione del diritto internazionale, equiparata dalle organizzazioni umanitarie alle leggi razziali nazifasciste: "Le infrazioni delle leggi sull'immigrazione non possono trasformare in alcun modo un essere umano in un criminale," afferma la Pillay, "e se le leggi associano l'immigrazione irregolare alla criminalità, esse promuovono una discriminazione dei migranti e incoraggiano xenofobia e ostilità etnica".

Nei prossimi giorni il Gruppo EveryOne invierà al Commissario - e a tutte le Istituzioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti dei migranti, dei Rom e delle minoranze - una disamina particolareggiata degli articoli che compongono la legge n° 94 e degli effetti di imbarbarimento civile e di crisi umanitaria che essa produce ogni giorno in Italia.
Nella foto, Navi Pillay
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Milano, cuore in mano
Milano, 16 settembre 2009. Serpeggia la paura di cadere nelle mani delle autorità, nella comunità dei migranti "irregolari", trasformati dalla legge razziale n. 94 in criminali e destinati dalla stessa a un'ammenda astronomica, una detenzione lunga e penosa all'interno di un Cie (in condizioni di prigionia disumane) e quindi la deportazione nei Paesi di provenienza, spesso travagliati da guerre, carestie, persecuzioni e crisi umanitarie. A Milano, si assiste sempre più speso al tragico "spettacolo" inscenato dalle forze dell'ordine, che danno vita a vere e proprie "cacce all'uomo", dove la "preda" è il migrante senza permesso di soggiorno: un essere umano in grave difficoltà sociale, emarginato, indigente, senza possibilità di procacciarsi mezzi di sopravvivenza, spesso con i requisiti - ignorati dalle Istituzioni - per avere protezione internazionale e asilo politico. Ieri un ragazzino magrebino si è gettato da un autobus, approfittando dell'apertura delle porte in coincidenza di una fermata, per evitare di essere denunciato alla forza pubblica dai controllori a bordo del mezzo. L'adolescente era senza biglietto.

Purtroppo, nella foga, è caduto rovinosamente a terra, ferendosi la fronte e riportando un violento trauma. Si è rialzato con il volto coperto di sangue, nell'indifferenza generale dei milanesi ed è fuggito, verso l'angolo d'inferno in cui è costretto a nascondersi. Ancora a Milano, un collaboratore di Anne's Door e attivista, dopo essere stato costretto a seguire una conversazione dai toni razzisti fra passeggeri della metropolitana, linea verde, è intervenuto di fronte all'ennesima affermazione discriminatoria. "Finalmente il vicesindaco De Corato sta facendo pulizia dei clandestini," aveva appena esclamato una donna di circa 50 anni. "Io quando un negro o uno zingaro mi guarda, mi sento già violentata, perché so cosa gli passa nella testa. De Corato ha detto che su 18 stupri, almeno 16 sono fatti da quella gentaglia". "E' vero che De Corato ha detto così," ha replicato l'attivista, "ma è un'affermazione falsa e razzista. Su 18 stupri, in realtà, 17 sono fatti da padri di famiglia italianissimi, fra le mura delle loro case".
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Rom e Sinti contro la violenza istituzionale degli sgomberi
Associazione Popica Onlus - Rom e Romnì di via Centocelle
Roma, 15 settembre 2009. Pubblichiamo qui di seguito un breve articolo scritto dagli attivisti di Popica Onlus e da rappresentanti del'insediamento Rom di via Centocelle. Venerdì scorso, nell'anniversario del crollo delle Torri Gemelle, i Rom di via Centocelle hanno protestato contro un altro attentato, quello - istituzionale - verso il loro diritto alla dignità dell'abitare. Il corteo, la cui natura pacifica era così diversa dalla brutalità delle forze del'ordine e delle ruspe quando attaccano e annientano i ripari di fortuna delle famiglie in difficoltà, ha chiesto alle autorità di non proseguire le politiche della repressione, delle purghe etniche e della propaganda razzista, che sono disumane, segno di un totale imbarbarimento civile. Sorprende che, a Roma, se si eccettua il solito Gianfranco Fini - peraltro al centro di una serie di attacchi proprio per le sue posizioni di civiltà - e un manipolo di idealisti, non siano presenti oggi, neanche fra chi si definisce democratico, personalità politiche capaci di opporsi con coraggio a un progetto disumano e persecutorio che distrugge la dignità e le speranze di vita di centinaia di famiglie innocenti. Il Gruppo EveryOne / Anne's Door

L'11 settembre 2009 si è svolta a Roma una manifestazione per il diritto alla casa e contro i recenti sgomberi di alcune costruzioni provvisorie e di emergenza in cui riparavano famiglie Rom in condizioni di grave disagio sociale. Abbiamo deciso di prendervi parte perché crediamo nel diritto ad avere una sistemazione degna e non possiamo accettare di rimanere in silenzio di fronte le incoerenti e scellerate politiche abitative delle giunte capitoline che si sono alternate negli ultimi decenni. Crediamo che in una città come Roma, dove quotidianamente sorgono interi nuovi quartieri per il profitto dei soliti pochi, non sia più accettabile che decine di migliaia di persone non abbiano un tetto sotto cui ripararsi. In questo contesto ci è sembrato anche giusto essere fortemente critici verso quella che è e sarà la politica dei “villaggi della solidarietà” per noi Rom. Non possiamo accettare che si continui sulla strada dei ghetti etnici che, negli ultimi vent’anni, è stata peculiarità della sola Italia nell’intero contesto europeo. Abbiamo diritto alla casa, non a inaccettabili container recintati. Esprimiamo qui la nostra totale solidarietà a quanti sono stati sgomberati in questi giorni e ai movimenti di lotta per la casa che oggi sono al centro di un’odiosa campagna denigratoria. Crediamo che non possano esistere sgomberi di esseri umani senza una garanzia di alternative degne. La casa è un diritto di tutti e tutte, anche di noi Rom e Romnì.
Nella foto, manifestazione dei Rom e Romnì di via Centocelle per il diritto alla dignità dell'abitare
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Una voce intollerante e violenta
Roma, 12 settembre 2009. Il 4 settembre scorso il ministro Roberto Calderoli, membro di spicco della Lega Nord, partito anti-immigrati e anti-gay, ha dichiarato in una conferenza stampa a Treviso, riguardo alla proposta del Presidente della Camera Gianfranco Fini di concedere il voto agli immigrati: “La Costituzione non fa distinzione fra elettori alle elezioni politiche e amministrative. Non vorrei mai fra cinque anni e un mese trovarmi un presidente abbronzato”. Sono conosciute da tutti, purtroppo, le ideologie sulla razza di Roberto Calderoli e della Lega Nord, ma stupisce che nessun ministro, nessun membro della maggioranza abbia censurato pubblicamente questa sua nuova affermazione razzista, che suscita odio etnico e razziale nel popolo italiano, già travagliato attualmente da innumerevoli episodi di violenza etnica, razzista e omofobica.

Le parole del ministro, purtroppo, rappresentano l'Italia di oggi, che respinge i rifugiati dall'Africa e dai paesi islamici in crisi umanitaria, che non assiste i profughi africani che muoiono in mare, che tollera una campagna senza precedenti di violenze contro i gay, che attua barbariche purghe etniche contro i Rom (sono 80 mila, ed è un dato documentato, i Rom evacuati dalle autorità dai loro ripari di fortuna: bambini, donne, uomini, malati. Senza assistenza né alternative di ospitalità. Con molti lutti e molte tragedie umanitarie). Il Gruppo EveryOne, a propria volta oggetto di minacce gravi e intimidazioni di ogni genere, si batte affinché rifioriscano in Italia movimenti per la tutela dei Diritti Umani e perché le notizie di ciò che avviene in Italia escano dai nostri confini - nonostante il controllo e la censura che il governo esercita sull'informazione - e tocchino la coscienza del mondo civile, di coloro che non hanno ancora abbandonato la via della solidarietà fra individui e popoli né la cultura dei Diritti Umani.
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Italia di sangue
New York, 11 settembre 2009. L'Italia che respinge i profughi e perseguita i migranti che fuggono da Paesi insanguinati da violenza e guerre è in realtà una grande fabbrica governativa di dolore e morte.

Un rapporto del Congresso di Washington rivela infatti che il nostro Paese è secondo al mondo nella poco edificante classifica dei mercanti d'armi, dopo gli Stati Uniti. Il governo italiano, infatti, ha venduto 3,7 miliardi di dollari di armi nel 2008.
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Anm: "Il premier delegittima chi combatte la mafia"
Roma, 9 settembre 2009 - L'Associazione nazionale magistrati Anm manifesta la propria indignazione per le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che ieri, durante l'apertura della Fiera Tessile di Milano, aveva accusato le procure di Milano e Palermo di cospirare contro di lui.
"So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano," aveva detto Berlusconi. "Si ricominciano a guardare i fatti del '92, del '93, e del '94. Follia pura. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese".
"La lotta alla mafia, che il Governo in carica dichiara spesso di voler perseguire con ogni mezzo," ha replicato in una nota ufficiale l'Associazione Nazionale Magistrati, "richiede un impegno corale di tutte le istituzioni e non può tollerare infondate operazioni di delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, che sono esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa".

Si ricorda che Paolo Borsellino espresse le proprie preoccupazioni riguardo al rafforzarsi delle mafie nel nord Italia e ai rapporti fra crimine organizzato, imprenditoria e politica nella sua ultima intervista, resa venti giorni prima di essere assassinato. E' importante non dimenticare il testimone che uno dei veri eroi della lotta alla mafia ci ha trasmesso: http://www.youtube.com/watch?v=YVQ1kmOOBrw
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Il progetto di Milano per i Rom
Milano, 6 settembre 2009. Il Comune di Milano diffonde una notizia che dovrebbe destare soddisfazione da parte delle organizzazioni per i Diritti Umani: il ministro degli Interni ha stanziato 13 milioni di euro per i Rom. Cè in effetti chi esulta e si spertica in lodi verso la giunta Moratti e un De Corato finalmente illuminato, folgorato da Dio (o da... Gianfranco Fini) sulla strada di Damasco. La realtà, purtroppo, è diversa e per saggiarne la tragica consistenza, basta chiedere ai Rom più "fortunati", ritenuti dalle autorità "degni" di abitare nei campi-ghetto, esibendo un badge sul petto e tenuti sotto controllo 24 ore su 24, pena l'espulsione dal campo alla prima violazione del Regolamento per i Rom degli Insediamenti Autorizzati. Senza contare la schedatura con fotosegnalazione e rilievo delle impronte digitali per adulti e bambini, secondo quanto ha recentemente stabilito il Consiglio di Stato. Oppure, se si vuol conoscere la condizione delle famiglie Rom nella Milano odierna, si può fare la stessa domanda ("Come state, all'ombra della Madonnina?") a quelli che la sorte non ha "baciato sulla fronte" e sopravvivono nascosti in case diroccate o in luoghi malsani, braccati dalle forze dell'ordine e sempre a rischio di evacuazione, di aggressione da parte di razzisti o di abuso poliziesco/giudiziario. Repetita juvant: come la famiglia di Anna Frank, come gli ebrei ai tempi di Hitler. Per fortuna, sono ormai poche decine, perché gli altri si sono rifugiati via da Milano e quasi sempre dall'Italia. Ma allora, se non è cambiato nulla, come verranno spesi i 13 milioni? Il Comune di Milano ne investirà 12 per sgomberi, bonifiche e messa in sicurezza di luoghi "a rischio" di ritorno dei Rom: edifici abbandonati, ponti ecc. Resta circa 1 milione, metà del quale andrà impiegato per progetti di inserimento professionale, progetti che di fatto non tengono conto della realtà sociale e delle competenze dei Rom, ma prevedono semplicemente l'apertura di un ufficio adibito alla ricerca di una collocazione per adulti di etnia Rom (richiestissimi sul mercato del lavoro, come tutti sanno!). I cinquecentomila euro, facile prevederlo, svaniranno come neve al sole. Resta ancora mezzo "testone", che il Comune vorrebbe investire in microcredito rivolto alle famiglie Rom italiane che abbiano una casa di proprietà da ristrutturare oppure non dispongano di tutto il denaro necessario all'acquisto di un appartamento. La cifra, che comprende anche tutte le spese e i costi annessi, basterebbe - se correttamente impiegata, senza sprechi - si e no per 3 o 4 famiglie, ma nonostante questo, Pdl e Lega Nord si sono opposti all'iniziativa ("Eh no, nessun canale preferenziale, per questi Rom che ormai la fanno da padroni") e si può scommettere che andrà a finire - come da Pdl e Lega richiesto - che anche tali fondi serviranno alla "messa in sicurezza". Risultato finale, come sempre: fondi investiti per la persecuzione, l'apartheid e la creazione di veri e propri ghetti, cercando di salvare la faccia con l'Ue.
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Nomadi. Roma si prepara ad allontanare gli "asociali" e a mettere in atto la politica dei ghetti
Roma, 5 settembre 2009. Nonostante le visite di delegazioni inviate dalla Commissione europea, nonostante quanto prescrivono la Direttiva 2000/43/CE e la Risoluzione del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i rom, nonostante gli ammonimenti del Commissario europeo per i Diritti Umani e del Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, Roma prosegue la politica dell'emarginazione e annuncia la creazione di un vero e proprio abominio sociale. Sveva Belviso, assessore alle politiche sociali del Comune di Roma spiega le linee fondamentali del progetto: "Ridurremo i campi nomadi da 100 a 11 e i 7100 Rom che vivono qui a 6000. I campi che andremo a chiudere sono vergogne dell'umanità. I Rom comprendono la volontà di dar loro una sistemazione migliore e le persone che verranno allontanate sono leader negativi, mele marce che potrebbero rovinare tutto: sono persone agli arresti domiciliari o che hanno commesso reati importanti. Un esempio negativo per i giovani".
Sembra di tornare al 1938 - quando la Germania nazista mise in atto misure punitive contro gli "asociali", le "mele marce" di quegli anni - e al 1939, quando si decise di costruire i ghetti. In base a un censimento sullo status giuridico delle persone, ma anche a fotosegnalazione e rilievo di impronte digitali sia per gli adulti che per i bambini (come deciso recentemente dal Consiglio di Stato) i Rom verranno suddivisi in "titolari" (la "titolarità" verrà stabilita dalla prefettura con un regolamento) e "mele marce". Le "mele marce" saranno allontanate, senza che sia previsto alcun piano di sostegno, alloggio o integrazione per loro. Il 30% dei Rom destinati al controllo amministrativo e alla schedatura se ne sono già andati dalla capitale. Entro l'autunno 5 dei 7 campi-ghetto saranno pronti ad accogliere gli internati, che saranno muniti di simboli o badge da esibire ai "controllori" (anche questa misura, nonostante richiami le stelle di Davide degli ebrei, è stata approvata dal Consiglio di Stato): Salone, Gordiani, Camping River, Candoni e Castel Romano.
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Le origini Rom di Roberto Calderoli
Milano, 4 settembre 2009. Riceviamo una mail da Chiara di Verona. "Cari amici di Anne's Door ed EveryOne, complimenti per le vostre campagne a tutela dei rom. Qui a Verona, e non solo per colpa di Flavio Tosi, i cosiddetti nomadi sono trattati come gli ebrei ai tempi di Mussolini o anche peggio. L'altro ieri sono rimasta stupita negativamente sentendo mio figlio, che ha 10 anni, e un suo amichetto che bisticciavano dandosi del 'rom', come se si trattasse del peggiore insulto. Qualche tempo fa ho letto di un vostro intervento a difesa dei calciatori di origini rom che giocano, o giocavano fino alla scorsa stagione, in Italia: Ibrahimovic, Stankovic, Pirlo, Quaresma, Vucinic... Avrei una domanda da farvi: ci sono anche politici di origini rom, che magari potrebbero aiutarci a combattere il razzismo?".
Rispondono Anne's Door ed EveryOne. Grazie delle belle parole. Conosciamo la situazione dei Rom e dei Sinti di Verona. Da molti anni subiscono una drammatica emarginazione, ripetuti atti discriminatori, violenze, intimidazioni, abusi polizieschi e giudiziari. Hai ragione: vivono come gli ebrei ai tempi del duce. Recentemente, durante la trasmissione "Cominciamo bene" su Rai3, il sindaco di Verona ha affermato che i Rom e i Sinti di Verona sono tutti criminali e che le loro fedine penali parlano per loro. In realtà, quelle fedine parlano di una tragica persecuzione, di un'assurda violazione e negazione di ogni fondamentale diritto umano. Abbiamo protestato con gli autori e i responsabili del programma, per quelle dichiarazioni ispirate da odio razziale, dichiarazioni che non hanno avuto replica e hanno fomentato irresponsabilmente il tasso di razzismo già fuori controllo nella città veneta. Ci è stato risposto che "è per la par condicio. Se dedichiamo una trasmissione ai Rom, siamo obbligati a invitare in studio anche chi non è antirazzista". Abbiamo fatto notare loro che secondo la Costituzione diffondere ideologie razziste è un reato, altro che par condicio! Ci hanno replicato che "sì, lo sappiamo, ma le disposizioni sono queste. Se parliamo di Rom o persone di colore, dobbiamo dare voce anche a chi non li accetta". E non hanno saputo rispondere quando ho chiesto loro se in una trasmissione sull'Olocausto verrebbero invitati neonazisti e negazionisti. Riguardo ai politici Rom e Sinti, va citato in primis Yuri Del Bar, Sinto emiliano, eletto nel Consiglio Comunale di Mantova nel 2005. Yuri Del Bar è stato il primo candidato appartenente alla minoranza Sinta e Rom eletto in un organismo politico, in sessanta anni di Repubblica Italiana. Ti ricordiamo poi che il Sinto Nazzareno Guarnieri è stato candidato al Consiglio Comunale di Pescara nelle elezioni amministrative 2008, mentre Dijana Pavlovic, Romnì 33enne di origine serba, è stata candidata al Consiglio comunale di Milano nel 2006 e alle recenti elezioni europee. Troppo poco, per un Paese democratico. Vi sono poi uomini politici i cui cognomi rivelano probabili origini "zingare": i primi due esempi che ci vengono in mente sono Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma e Alessio Spinelli, assessore di Fucecchio (Firenze). Ma ti sorprenderanno i prossimi nomi: il deputato della Lega Nord Renato Valter Togni e - udite, udite! - il ministro alla semplificazione sociale, sempre della Lega Nord, Roberto Calderoli, il cui cognome ha un'inequivocabile e antica origine Rom, derivando da "caldera" (pentola), che è all'origine del nome della tribù "nomade" dei Kalderasha e del cognome tipico Rom Caldaras/Caldarar (Calderar)/Caldararu. Dubito però che gli ultimi politici che abbiamo citato possano aiutarci a combattere il razzismo!
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Incontro con Art Spiegelman
Milano, 3 settembre 2009. Oggi pomeriggio Art Spiegelman - figlio di un sopravvissuto all'Olocausto, autore di "Maus, capolavoro del fumetto di tutti i tempi, premio Pulitzer 1992 - ha incontrato i suoi estimatori durante la vernice della mostra "Da Raw Books a Toon Books", presso la Galleria Nuages di Milano. Per Roberto Malini è stata l'attesissima occasione di stringere la mano al suo autore di fumetti preferito: "Art, sono davvero onorato di conoscerti.

Maus, insieme al Diario di Anna Frank, è la prima lettura che suggerisco ai ragazzi quando mi chiedono un consiglio su come avvicinarsi all'Olocausto". "Grazie, quello della Memoria è l'aspetto più importante del mio lavoro," gli ha risposto Spiegelman, commosso per il calore con cui è stato accolto. "Anche questa città è piena di gatti," gli ha detto sottovoce Roberto. "E i topolini che finiscono sotto i loro artigli sono i Rom e i migranti". L'artista si è rabbuiato per un istante: la sua utopia è un mondo in cui nessuno sia perseguitato per il colore della sua pelle, la sua razza e la sua condizione sociale. Poi ha impugnato un pennarello nero e con la sua mano rapida e virtuosa ha disegnato il proprio autoritratto: un regalo e un simbolo "per Roberto", per Milano, per un mondo che ha un disperato bisogno di allontanarsi dalle molte strade che non si orientano verso la Memoria e tornano ad Auschwitz.

Nelle immagini, Art Spiegelman con Roberto Malini (foto Steed Gamero); l'autoritratto donato a Roberto dall'artista.
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Tortura
di Roberto Malini
Tortura
eucaristia di mostri
parole strappate
come denti all'anima.
Tramonto della speranza, trionfo della bestia.
Tortura
sorriso di sangue
buco nero
sole accecato dal ferro rovente.
Dio
liberaci dal male
ma se non lo farai
che sia l'Uomo a fermare
le grida acuminate
i lamenti attutiti da bende
l'offesa, il latrato dei cani
l'auto da fé che si rifrange
sul cemento.
Tortura
la vita è in ginocchio
e sussurra perdute verità:
"Eerf nrobera sgnieb namuhlla...
Utirips serepu api taeb..."

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La storia di Michaj
di Rosa Mauro

Ho camminato a lungo per trovare questa storia.
Il passo ed il respiro di un uomo morente, sono sottili e per trovarli bisogna cercare nelle pieghe della vita, nel silenzio o in una musica.
Così, alla fine, ti ho trovato, Michaj, nelle note di una canzone di De Andrè
“Dio di misericordia, il tuo bel paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso”
E così ti ho trovato, tu che hai vissuto senza sorriso.
Eppure dovevi possederlo, quel sorriso, prima che ti fosse strappato via da una vita ingiusta, da uomini ingiusti, se pure chi si comporta così ha diritto a quella parola.
Ed ora riesco anche a vederti, Michaj, prepararti per il tuo ultimo viaggio.
Fragilissimo, il corpo piegato, le gambe che a stento quasi sollevate da un nipote, si muovono lungo l’asfalto.
Il dolore di continuare a respirare, a camminare, quando vuoi solo lasciarti andare.
E’ giunta l’ora, e lo sai, ma qui non puoi restare.
Il sole ingannevole, perché porta alla memoria un calore umano che, nella realtà, nessuno possiede , ti accompagna, il calore di una Estate in cui altri si divertono, altri si godono il mare, in questa dolorosa tua ultima fatica.
Grosse gocce di sudore sulla fronte dei tuoi nipoti, mentre tu neanche sudi più, la normale sofferenza è oltre le frontiere.
Ecco la fermata degli autobus.
Il tuo gruppetto, corpi giovani a circondarti, a difenderti, quasi nessuno lo guarda.
E’ il momento in cui il sudore si trasforma in dolore, negli occhi degli accompagnatori, sanno che non ti vedranno mai più.
La morte è il vero motivo del tuo viaggio, la morte in terra di Romania, la tua patria.
Avresti voluto chiamare l’Italia, questa città come tua patria.
Ma hai vissuto troppo, Michaj.
Hai vissuto abbastanza per vedere i tuoi sogni, onesti, semplici, un lavoro per te e i tuoi figli, una casa, il rispetto dei tuoi vicini, trasformarsi in cenere.
E pensare, che tu sei un figlio della speranza.
I tuoi genitori, sopravvissuti all’olocausto, te lo hanno ripetuto fino alla nausea, tu vedrai un mondo migliore dal nostro, il male è stato sconfitto, è morto per sempre.
Le labbra di Michaj nascondono un lieve sorriso, i genitori sono stati fortunati, sono morti convinti che, davvero, il male fosse morto.
Ma lui, invece lo ha visto tornare, quel male, negli occhi di coloro che voleva poter chiamare amici.
Lo ha visto negli occhi di quegli italiani che lui avrebbe voluto avere come colleghi di lavoro, genitori degli amici dei suoi figli.
Tutta la vita a lottare per una libertà dal lager invisibile che lo aveva accolto, guardando con occhi sempre più disperati, altri rom , altri fratelli, pestati e bruciati, presi in giro, insultati anche da coloro che avrebbero dovuto proteggerli.
I nipoti aiutano a salire quei pochi scalini, le gambe di pietra di Michaj lasciano il suolo italiano, per poggiarsi nella terra di nessuno dell’autobus, che si riempie di altri sogni infranti, e di parole in una lingua familiare, anche se da tempo non usata.
Nessuno si siede a fianco di Michaj, tutti intuiscono la verità del viaggio di quel vecchio, dietro le sue gambe, il suo corpo scheletrico.
Addio alle poche cose che in Italia ha conosciuto ed amato, al dottore che lo ha curato fino all’ultimo, al suo sguardo triste quando aveva detto a lui ed ai suoi che non c’era niente da fare.
Addio alla terra che aveva comunque ospitato i suoi pensieri, i sogni, le attese per le nascite dei suoi figli, il sudore del suo lavoro , che non aveva mai mancato di svolgere, finché gli era riuscito.
Gli occhi dei nipoti, dei figli, i loro corpi desolati, piegati, oppressi dal dolore del distacco, dalla sofferenza senza fine di una schiavitù immeritata.
Dietro ad un finestrino, li vede farsi piccoli, prima ancora che quell’autobus parta davvero.
E si, c’è qualcuno seduto a fianco del vecchio Michaj, anche se nessuno se ne accorge, invisibile per tutti.
Michaj le sorride, come una vecchia amica che si è fatta attendere a lungo, e davanti ai suoi occhi pieni di compassione, depone i dolori della sua vita errante, depone le sue paure, e le si affida completamente.
E mentre l’autobus viaggia, la grande consolatrice, quelli che a torto imprecano, quella che solo i poveri e i malati conoscono davvero, scioglie ad una ad una le catene terrene, Michaj si sente sempre più leggero, è davvero l’uomo libero che è nato per essere.
L’autobus macina strada, intorno le persone si lamentano del caldo, sono impazienti, nervose.
Ma Michaj non se ne accorge, c’è un grande campo intorno a lui, ora, un campo di terra e di stelle, un fuoco e della musica.
Musica romanì, musica di libertà.
Egli comincia a cantare e la sua voce è forte e libera.
Gli altri potranno solo vedere quella labbra vecchie muoversi, nessun suono uscire, alcuni scuoteranno la testa per la pietà, tutti pensano di sapere, ma nessuno , realmente, sa.
Michaj canta, e la voce dei suoi cari esclama gioiosa, dentro di lui “te l’avevamo detto, figlio della speranza, la speranza vince ogni cosa, vince sempre!”
E finalmente, sulle labbra senza sorriso, Dio ne stampa uno, per l’eternità.
2 settembre 2009
Grazie a Roberto Malini, e al Gruppo EveryOne per avermi raccontato questa storia. Grazie a tutti loro che portano avanti la fiaccola dell'umanità, in questo nostro mondo distratto e disumano. Rosa Mauro
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Manifestazione anti-Rom a Torino
Napoli, 31 agosto 2009. Stamattina alle 11.30 si è tenuta a Torino davanti a Palazzo Civico una
manifestazione organizzata da La Destra "contro la riqualificazione e
ricostruzione del campo nomadi di Strada dell'Aeroporto. “Oltre alla
considerevole cifra che c’è in ballo," ha commentato il segretario regionale
de La Destra Giuseppe Lonero, "denuncio le modalità di assegnazione della
gestione dei campi ad associazioni vicine all’Amministrazione. La somma che
il Comune sosterrà per la gestione dei campi nomadi è di 280mila euro,
mentre il finanziamento richiesto per ricostruire il campo di Strada
dell’Aeroporto oscilla tra i 2,5 e i 3 milioni di euro. Ma come avrebbero
potuto essere spesi a vantaggio della collettività e dei cittadini italiani
che pagano regolarmente le tasse tutti questi soldi? Semplice: costruire un
asilo nido, una residenza per anziani, ridurre il costo dei servizi sociali
e delle tariffe che i torinesi devono pagare, migliorare la manutenzione
delle strade, fornire i buoni taxi ai disabili. Come sarebbero stati spesi
meglio tutti quei soldi!. Il Comune di Torino, invece preferisce aiutare chi
viene in Italia per delinquere, non manda i figli a scuola, sporca la città,
senza pagare le tasse". Sono esternazioni improntate a sentimenti di
intolleranza, perché il Comune di Torino sta semplicemente mettendo in atto
quanto previsto dalla Direttiva 2000/43/CE e soprattutto dalla Risoluzione
del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i
Rom, documento che riassume le linee guida per attuare piani efficaci di
integrazione rivolte ai Rom nell'Unione europea.
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Le dichiarazioni di Gheddafi contro Israele sono gravi e diffondono ideologie antisemite
di Roberto Malini
Roma, 31 agosto 2009. Le dichiarazioni del dittatore libico Muammar Gheddafi contro Israele rappresentano un fatto grave ed è sbagliato sottovalutarle. Durante l'apertura del vertice dell'Unione Africana a Tripoli, il leader della Libia ha dichiarato che "lo stato di Israele è dietro a tutti i conflitti in Africa: alimenta le crisi in Darfur, Sud Sudan, Ciad, per sfruttare le ricchezze di quelle aree; per questo chiediamo che siano chiuse tutte le ambasciate di Israele in Africa". Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Yigal Palmor ha definito "show tragicomico" le esternazioni di Gheddafi, bollando il suo regime come un "circo equestre itinerante" e dicendosi certo che nessuno al mondo prenderà seriamente questo nuovo attacco contro Israele.

In realtà il colonnello ha consapevolmente e astutamente recuperato e diffuso una teoria pericolosa: quella del "complotto ebraico", che fu alla base delle più feroci persecuzioni antisemite, dai pogrom nella regione del Reno a quelli, terribili, nella Russia zarista. La diceria secondo cui gli ebrei tramassero per dominare il mondo venne diffusa in Occidente attraverso i famigerati Protocolli dei Savi di Sion ed ossessionò Hitler ponendosi fra le cause che innescarono le leggi razziali e l'Olocausto. Successivamente la teoria del "complotto ebraico" attecchì nei paesi arabi, fu ripresa dai gruppi neonazisti ed è ancora una delle cause scatenanti dei fenomeni di antisemitismo.
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L'Unione europea chiede spiegazioni all'Italia riguardo al respingimento dei 75 profughi somali
Roma, 31 agosto 2009. Dopo le proteste dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, del Gruppo EveryOne (che ha inviato lettere dettagliate alle Istituzioni europee e internazionali) e di una rete di Ong, l'Unione Europea ha inviato una richiesta formale di informazioni ai paesi interessati, Italia e Malta, riguardo al respingimento del gommone con a bordo 75 persone. La richiesta prelude a posizioni che assumerà l'Ue nei confronti di Italia e Malta, come ha riferito oggi a Bruxelles Dennis Abbott , portavoce dell'Esecutivo dell'Unione europea. "Valuteremo attentamente le risposte dei due paesi, " ha detto Abbott, "ma già da ora la Commissione sottolinea che qualunque essere umano ha diritto di sottoporre una domanda che gli riconosca lo statuto di rifugiato o la protezione internazionale, come ha scritto a suo tempo al governo italiano il Commissario alla Giustizia, libertà e sicurezza, Jacques Barrot, spiegando che il principio di non-refoulement, del non respingimento, così come è interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, significa essenzialmente che gli Stati devono astenersi dal respingere una persona, direttamente o indirettamente, quando essa potrebbe correre un rischio reale di essere sottoposta a tortura o a pene o trattamenti inumani o degradanti". Intanto il gommone carico di rifugiati si trova a 5 miglia dalla costa libica, che non riesce a raggiungere a causa del mare mosso.
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Preghiera di un "clandestino"
di Roberto Malini
Morrò giovane,
lontano da mia moglie,
fra pareti ammuffite, cattivi odori
e lacrime.
Morrò a Milano, con la mano
di mio fratello sulla fronte,
tremando per la febbre
e pregando così:
"Oh Dio onnipotente,
non distogliere il tuo sguardo
da questo figlio tuo,
ricordati che è un uomo,
anche se muore come un cane.
Oh Dio generoso,
non giudicare il suo corpo
vestito di stracci
e sfinito dai tormenti,
ma giudica il suo cuore,
un cuore ardente come l'Africa
che non ha mai odiato,
ma dopo aver sofferto
ogni pena del mondo,
ama ancora.
Oh Dio misericordioso,
non distogliere il tuo sguardo
da questo figlio tuo
e accoglilo in un angolo del tuo Giardino
perché - guardalo! - è un uomo,
anche se muore come un clandestino".

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Continuano i respingimenti in Libia. Grande preoccupazione dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Le Ong denunciano le violazioni della Convenzione di Ginevra alla Corte penale internazionale
Roma, 30 agosto 2009. 75 profughi provenienti da Somalia ed Eritrea (e quindi con i requisiti per ottenere asilo politico) sono stati respinti in Libia dalle autorità italiane in data odierna. A nessuno di loro è stata concessa la possibilità di chiedere protezione internazionale. I profughi, a bordo di un gommone, sono stati fermati 20 miglia a sud di Capo Passero. Prima del respingimento, erano stati assistiti da una motovedetta maltese e scortati fino alle acque territoriali italiane, come da loro richiesta. I migranti, fra i quali vi erano alcuni malati, donne e bambini, avevano comunicato alle autorità maltesi di aver intenzione di chiedere asilo in Italia. Il gruppo EveryOne allertava immediatamente l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati affinché vigilasse sul rispetto della Convenzione di Ginevra da parte del governo italiano e sulla concessione ai profughi, nel rispetto degli accordi internazionali, profughi dell'opportunità di presentare domanda di asilo. L'Alto Commissario si attivava immediatamente, ma le Istituzioni italiane prendevano una decisione repentina, che non consentiva alcun intervento.

Intanto dalla Libia, dove si trova per i festeggiamenti in occasione del primo anniversario della firma del Trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Liba, il primo ministro italiano Silvio Berlusconi chiedeva al regime di Gheddafi un rigore ancora maggiore contro l'emigrazione dall'Africa verso l'Italia. In seguito al respingimento, l'Alto Commissariato diffondeva una nota, esprimendo grande preoccupazione. Secondo Laura Boldrini, portavoce in Italia dell'Unhcr, la politica dei respingimenti si traduce "in una forma di penalizzazione nei confronti dei richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che hanno diritto ad ottenere protezione umanitaria e asilo. E' il caso dei 75 migranti riportati oggi a Tripoli che, secondo le prima informazioni, sarebbero somali, un paese che da circa vent'anni vive in condizioni di completa anarchia, una situazione che colpisce sopratutto la popolazione civile". Il Gruppo EveryOne ha annunciato che presenterà, insieme a una rete di Ong, una denuncia alla Corte penale internazionale de L'Aja. "I giudici della Corte penale internazionale stanno già valutando le politiche xenofobe contro i Rom," dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell'organizzazione, "ed è auspicabile che si pronuncino con urgenza anche contro questi aberranti crimini umanitari. Lasciar passare nell'indifferenza queste violazioni degli accordi internazionali che sono alla base della civiltà e della democrazia significa stracciare in un solo momento la Carta dei Diritti Fondamentali nell'Unione europea, la Convenzione di Ginevra, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani".
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Dacci oggi il nostro pane quotidiano
"Sembra quasi che Dio ci abbia abbandonati, ma è questo il momento di avere fede e di pregare". Mihai Ciuraru (Costanza, Romania 1945 - Bucarest 2009), vittima della persecuzione contro il popolo Rom in Italia.
"E' sempre peggio, per noi africani, in Italia. Sono andato via dalla Somalia perché morivo di fame. Ho cercato un posto in cui avere qualche speranza di sopravvivere, ho affrontato un viaggio spaventoso, a piedi, un viaggio in cui tanti miei fratelli sono morti. Poi ho affrontato il mare. Ho lavorato duramente, mi sono spezzato la schiena e non sono stato neanche pagato.

Quando sento che Berlusconi, Bossi e Maroni gridano che ce ne dobbiamo tornare a casa nostra, vorrei rispondere loro che una casa non ce l'abbiamo e che quella legge che hanno fatto per mandarci via non è una legge giusta, perché siamo venuti in Italia solo quando non avevamo più scelta". Sulemain, immigrato "clandestino" somalo.
"Andremo in Vaticano per ricordare alla Chiesa le nostre radici cristiane. Ci andiamo per ricordare che la nostra matrice è cristiana e cattolica. La Lega è l'unico partito che veramente ha radici cristiane". Umberto Bossi, leader della Lega Nord, 29 agosto 2009
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Persecuzione politica e dignità dei migranti
"La dignita' dell'uomo e' inviolabile sempre e comunque, a maggiore ragione quando la sua vita è piu' debole e indifesa: concepita, malata, terminale, senza casa, lavoro, patria. Quando i morsi dell'insicurezza, dell'oppressione politica e culturale, della persecuzione religiosa, dell'assoluta incertezza del futuro, si fanno più laceranti e insopportabili. Non è forse questo ciò che normalmente spinge tanti nostri fratelli e sorelle a tentare imprese impossibili pur di trovare speranza? Imprese che, come spesso è avvenuto, sono segnate da tragedie che interpellano la coscienza di tutti''.

Mons. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, omelia pronunciata il 29 agosto 2009 alla Madonna della Guardia sul monte Figogna.
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"La rivolta degli zingari", un libro per ricordare l'eroismo dei Rom ad Auschwitz
di Roberto Malini e Dario Picciau
Milano, 27 agosto 2009. La rivolta degli zingari, novella storica di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano è un libro che racconta il Pharraimos (o Porrajmos), l'Olocausto del popolo Rom. Abbiamo letto alcuni brani dell'opera nel corso di un incontro con i bambini e ragazzi Rom che vivono in un insediamento milanese, per avvicinarli alla Storia del loro popolo, che da secoli vede le famiglie "zingare" conservare la propria identità e le proprie tradizioni, nonostante le innumerevoli persecuzioni, i roghi della Santa Inquisizione, la lunga schiavitù nei Principati Romeni, le purghe etniche. Attraverso i racconti degli anziani, i giovani Rom conservano la memoria del "Divoramento" che nell'era nazista causò lo sterminio di oltre 500 mila nomadi. E' stato emozionante, per loro, ascoltare la vicenda del vecchio Tarì e della sua tribù, travolti dal buio della Storia insieme agli ebrei, agli "asociali", ai gay e ai disabili. I ragazzi più grandi sanno già cosa fu Auschwitz, la "fabbrica della morte" e rivivono con angoscia mista a orgoglio una pagina tragica, ma anche gloriosa della loro storia: quando quattromila Rom si opposero con tutte le loro forze alla più potente macchina di morte mai costruita dall'umanità, fra metà maggio e l'inizio di agosto del 1944. Uomini, donne e bambini combatterono gli uni a fianco degli altri, a mani nude o con armi rudimentali, in uno scontro eroico, senza speranza, contro le SS. Gli aguzzini furono colti di sorpresa e molti di loro persero la vita, finché il 2 agosto dello stesso anno, gli eroi dello "zigeunerlager" vennero assassinati nelle camere a gas. La rivolta degli zingari restituisce la memoria dell'epica battaglia di Auschwitz, ma anche di tanti episodi di altruismo e coraggio, virtù che non sono mai mancate al popolo Rom e che ancora oggi gli consentono di sopravvivere e mantenersi unito nonostante l'odio razziale, la violenza e la persecuzione istituzionale lo colpiscano con una ferocia che non accenna a placarsi.

"Un uomo in prima fila si tolse il berretto e sputò due volte per terra. L'ufficiale che presiedeva la punizione gli si avvicinò con le mascelle serrate, e lo colpì con il frustino. Provò a colpirlo ancora, ma l'uomo afferrò il frustino con la mano, svelto come un serpente, e lo tenne così stretto che l'ufficiale non riusciva più a riprenderselo. Allora il tedesco si arrabbiò. Diede degli strattoni. Ma fu inutile. Lo zingaro, uno di quegli zingari che cavalcano senza sella, che fanno innamorare le donne col violino, che fanno girare il coltello così velocemente che non puoi vederlo, gli rise in faccia. L'ufficiale sbarrò gli occhi. Emise una specie di grugnito, fece due passi indietro e tirò fuori la pistola. Poi gli sparò. Si alzò un mormorio dalle file, come un alito di vento. Lo zingaro cadde. Ma l'ufficiale aveva perso un'altra volta, perché lo zingaro rideva ancora, anche da morto". Da La rivolta degli zingari di Alessandro Cechi Paone e Flavio Pagano
Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano, La rivolta degli zingari, Mursia, Euro 17, pp. 240
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Il Consiglio di Stato approva la politica delle impronte digitali ai bambini Rom e delle Stelle di Davide
del Gruppo EveryOne
Roma, 27 agosto 2009. Il Consiglio di Stato, contrapponendosi alla sentenza emessa lo scorso 1 luglio dal TAR del Lazio, ha ammesso l'identificazione dei minori - oltre che degli adulti - che vivono nei campi Rom autorizzati, anche attraverso rilievo delle impronte digitali e fotosegnalazione. Il Tribunale amministrativo del Lazio aveva parzialmente accolto (sentenza n. 06352/2009) il ricorso presentato dall'European Roma Rights Center contro il D.P.C.M. del 21.05.2008 e le relative ordinanze in materia di dichiarazione dello stato di emergenza riguardo agli insediamenti di comunità nomadi in diverse regioni italiane, nonché in relazione ai regolamenti adottati dai Prefetti di Roma e Milano per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio e nel territorio del Comune di Milano. Il Consiglio di Stato è organo di governo, il cui presidente è nominato dal primo ministro e questa sua decisione era scontata, almeno secondo gli attivisti. Essa tuttavia servirà alle Istituzioni intolleranti per attuare l'aspetto più odioso delle già disumane politiche discriminatorie, un aspetto a lungo perseguito, nonostante la stigmatizzazione del Consiglio d'Europa, dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e di tutte le principali organizzazioni umanitarie. Ricordiamo che il 5 agosto scorso lo stesso Consiglio di Stato aveva ritenuta ammissibile l'identificazione dei Rom che vivono nei campi con un "badge" specifico, equivalente alla Stella di Davide che connotava gli ebrei nei ghetti e nei campi di concentramento nazisti.
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Come api impazzite
di Roberto Malini
Come api impazzite
si trafiggono
con pungiglioni acuminati,
volano verso il fuoco,
producono veleno
e hanno dimenticato
il profumo dei fiori.

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Che rischi corrono i migranti deportati in Libia?
Milano, 25 agosto 2009. Le notizie che giungono dal carcere libico di Ganfuda, a dieci chilometri da Bengasi, seconda città della Libia, capoluogo della Cirenaica, sono tragiche. La prigione viene definita "lager" dagli stessi internati, in riferimento alle terribili condizioni di detenzione e alle atrocità commesse sui prigionieri dagli aguzzini di Gheddafi. Attualmente 537 persone sono detenute nel campo: somali, eritrei, etiopi, nigeriani, profughi dal Mali e dal Burkina Faso. Tutti loro sono fuggiti da crisi umanitarie e sono stati arrestati per il "reato di clandestinità", che è previsto solo dai regimi dittatoriali e... dall'Italia, a differenza di quanto affermi la propaganda diffusa delle Istituzioni del nostro paese, che vorrebbero rendere "accettabile" la legge razziale n° 94. Le condizioni dei migranti detenuti in Libia, compresi quelli deportati dall'Italia, sono inumane. A Ganfuda come nelle carceri di Zlitan, Misratah e Sebha, i Diritti Umani non esistono né è possibile chiedere protezione internazionale, poiché la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra né gli altri accordi che tutelano i rifugiati.

Nonostante ciò e nonostante i rapporti dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e delle principali organizzazioni per i Diritti Umani, il governo Italiano ha firmato un patto anti- immigrazione con il regime libico e finanzia i suoi lager. I detenuti di Ganfuda sono stati arrestati nella regione di Bengasi. Anche in Libia, come in Italia, profughi innocenti possono essere detenuti anche per diversi mesi e, come avviene nei Cie, molti tentano il suicidio o compiono atti di autolesionismo. Tbc, scabbia e infezioni di ogni genere falcidiano la popolazione carceraria. Nelle strette celle sono stipati i detenuti, senza spazio per muoversi, nutriti con cibo insufficiente, sottoposti a continue umiliazioni e punizioni corporali, comprese torture, mutilazioni e stupri. Sfiniti da una condizione raccapricciante, il 9 agosto 2009 circa trecento detenuti hanno scelto la ribellione, ritenendo la morte preferibile alla vita nel carcere. Al segnale convenuto, hanno cominciato a correre verso i cancelli, forzando il cordone di polizia, incuranti dei colpi di manganello e baionetta. Mentre alcuni difendevano le retrovie, gli altri scavalcavano i cancelli. Venti di loro restavano sul campo, distesi senza vita in letti di sangue. Altri venivano pestati selvaggiamente, ammanettati e ricondotti nelle celle. Un centinaio riuscivano a evadere e si dirigevano verso Tripoli, braccati dalle forze dell'ordine. Manifestazioni di disperazione, dovute alle drammatiche condizioni di detenzione, sono segnalate anche nelle altre carceri libiche, sovraffollate e trasformate dal sadismo dei secondini in veri e propri gironi infernali.
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Altri 57 eritrei a Lampedusa: hanno diritto a status di rifugiati
Lampedusa, 25 Agosto 2009
57 eritrei a bordo di un gommone sono stati trasbordati sul pattugliatore d'altura G100 "Lippi" della Guardia di Finanza e sulla motovedetta CP40 della Guardia Costiera, da dove saranno trasferiti a Porto Empedocle. Uno dei migranti, che presentava evidenze di malattia, è stato tradotto presso l'ospedale di Lampedusa. Un'unità maltese ha seguito le operazioni, filmandole, dopo che le stesse autorità di Malta avevano fornito giubbotti salvagente, viveri, acqua e carburante ai profughi. In queste ore, mentre Italia e Malta si palleggiano le responsabilità della strage dei 75 eritrei recentemente morti di stenti in una condizione analoga, è importante vigilare affinché i 57 eritrei soccorsi oggi, che provengono da un Paese in crisi umanitaria, si vedano riconosciuto il diritto di presentare domanda di asilo, domanda che le Istituzioni italiane dovranno necessariamente accogliere, in rispetto degli accordi internazionali riguardanti i profughi dall'Eritrea. Nel frattempo, in via non ancora ufficiale, ma da fonte attendibile, il Gruppo EveryOne apprende che la domanda di asilo dei cinque eritrei sopravvissuti alla recente tragedia nel tratto di mare fra Libia e Italia - e indagati per il "reato di clandestinità" - risulta conforme a quanto prevedono gli accordi internazionali e che, di conseguenza, i cinque otterranno lo status di rifugiati e protezione umanitaria nel nostro Paese.
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Scuola di razzismo
Milano, 23 agosto 2009. Due episodi inquietanti di razzismo, che hanno avuto giovanissimi quali protagonisti negativi. A Castiglione della Pescaia (Grosseto) un calciatore brasiliano 16enne, in prova con la squadra locale della Castiglionese, è stato pestato venerdì sera da tra coetanei italiani nel centro della cittadina maremmana. I tre l'hanno fermato al termine dell'allenamento e hanno cominciato a infierire su di lui gridandogli: "Tornatene al tuo paese, torna in Brasile". Medicato al pronto soccorso, il ragazzo ha chiesto di tornare a casa, in Brasile. Sempre venerdì, nel pomeriggio, nei pressi di piazza San Babila, nel centro di Milano, un ragazzo marocchino di 14 anni è stato insultato e picchiato da un gruppo di giovani italiani poco più grandi di lui, che oltre a una serie di insulti razzisti, gli hanno detto in tono minaccioso: "Facciamo parte di una ronda padana e non vogliamo clandestini a Milano". Dopo la raccapricciante performance del figlio di Umberto Bossi, "creatore" del gioco razzista "Rimbalza il clandestino", ecco nuove spregevoli azioni della generazione che tanti cattivi maestri stanno allevando per trasmettere la loro eredità di razzismo e vigliaccheria all'Italia e all'Europa di domani, sempre più "padane", sempre meno umane.
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I veri eroi della Padania
del Gruppo EveryOne
Milano, 22 agosto 2009. Mirko ha 11 anni. Nel dicembre del 2006 subì un'aggressione razziale da parte di una ronda padana a Opera (Milano). Sua madre fu spinta a terra e umiliata. Il suo fratellino, più piccolo di due anni, da quel giorno ha problemi con il linguaggio. Lui non ha mai dimenticato. "Quando sarò grande," dice con il viso rosso dall'agitazione, "voglio essere forte, per proteggere la mia famiglia dalla Lega Nord". I nemici di Mirko, i persecutori dei bambini, delle donne e del popolo Rom non sono cambiati. Sono solo diventati più potenti, hanno raggiunto posizioni da cui possono scrivere e far applicare leggi terribili contro i Rom e i migranti, da cui possono organizzare - protetti dalla loro legge - la più spietata e disumana caccia all'uomo che si sia mai vista in Italia. Perché neanche i fascisti di Mussolini avevano il cuore di mettere in mezzo alla strada e cacciare via da paesi, città, regioni famiglie innocenti e vulnerabili, con bambini, donne incinte e malati. Anche in Ungheria esiste un movimento che diffonde odio contro Rom e migranti, esattamente come la Lega Nord in Italia. Si chiama Magyar Gárda e ha ottenuto un importante successo alle ultime elezioni europee. La Corte d'Appello di Budapest, però, dopo aver esaminato le ideologie della Guardia Ungherese diffuse a mezzo stampa e nei comizi, ha messo il partito fuori legge.

In questi giorni, mentre decine di profughi eritrei morivano di fame, sete e sfinimento nel tratto di mare che separa la Libia dall'Italia e le autorità cercavano di insabbiare la tragedia, in internet impazzava presso i razzisti italiani il gioco "Rimbalza il clandestino", sviluppato da Renzo Bossi, figlio del leader leghista, riservato agli utenti di Facebook e ospitato nel sito della Lega Nord. Il meccanismo raccapricciante del gioco chiede agli utenti di respingere, cliccando con il mouse, i battelli della speranza, ricacciando in mare i "clandestini". Mentre il piccolo Mirko corre a piedi nudi, solleva tronchetti di legno e si allena per essere pronto di fronte alle ronde padane del futuro, la nazionale italiana di cricket under 15, composta da ragazzini con cittadinanza italiana, ma figli di immigrati dello Sri Lanka, ha vinto il titolo europeo". "È il primo titolo europeo nella storia del cricket italiano", esclama l'allenatore Simone Gambino dopo il successo in finale contro l'isola di Man per 163 a 59. "I ragazzi e io abbiamo deciso di dedicare il titolo a Umberto Bossi perché questa vittoria dimostra che gli extracomunitari danno anche lustro all'Italia. E questi ragazzi conoscono l'inno di Mameli". Il miglior giocatore della nazionale e del torneo è un sikh indiano di Mondovì (Cn) che gioca a Varese. "Questi ragazzini hanno lottato per l'Italia," dice un tifoso, "e molti di loro vivono in quella 'terra che non c'è' che i leghisti chiamano Padania. Studiano e si allenano a Milano, Bologna, Venezia, Trento. A volte subiscono insulti, perché le ideologie razziste sono sempre più forti, al Nord. Ma secondo me, il futuro del nostro Paese sono loro e non certo i Maroni, i Calderoli, i Tosi, i Bossi né la loro discendenza".
Nella foto, Abdul Salam Guibre, 19 anni, il ragazzo originario del Bourkina Faso con cittadinanza italiana ucciso a sprangate a Milano poco meno di un anno fa.
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Così i Rom muoiono a Roma
Roma, 22 Agosto 2009. Ennesima vittima della discriminazione e del razzismo a Roma dove un Rom romeno 45enne è stato trovato senza vita in un cassonetto dei rifiuti, dove stava rovistando in cerca di avanzi ancora commestibili. Il Gruppo EveryOne riceve sempre più di frequente segnalazioni di Rom in condizioni umanitarie tragiche, malati, deperiti, affamati, costretti a dormire in luoghi malsani e lontani dagli sguardi della gente. E' proprio "la gente" il mandante di queste morti, perché ai cittadini di Roma - e non solo di Roma - basta la vista di un Rom o di una famiglia di "nomadi" perché chiamino il pronto intervento, pretendendo l'allontanamento di quegli esseri umani che sono ormai considerati alla stregua di animali molesti. L'elemosina, che è il cardine delle principali religioni e che è tollerata persino nei regimi più repressivi e disumani, è considerata nelle grandi città italiane come un'attività illecita, che minaccia la "sicurezza".

Se i bambini e i ragazzini Rom vengono sorpresi dalle forze dell'ordine o da un delatore mentre aiutano le loro famiglie, per le quali non esiste alcuna forma di assistenza sociale, a sopravvivere questuando - come farebbe qualsiasi bambino o ragazzino italiano, di fronte alla tragica povertà della propria famiglia - le autorità privano i loro genitori della patria potestà, affidandoli a comunità di accoglienza (dove spesso subiscono gravi abusi) e quindi a famiglie italiane. Se invece si lasciano morire insieme ai loro cari, le Istituzioni, il popolo, i media approvano, perché è questa la loro idea di "legalità": l'unico Rom legale e tollerato è un Rom morto. E siccome gli orrori prodotti dal razzismo non hanno mai fondo, in genere quando un Rom è vicino alla morte (in Italia la sua speranza di vita è di soli 35 anni, a causa della persecuzione), i familiari, grazie a una colletta fra concittadini sventurati, gli acquistano un biglietto di sola andata per il Paese di provenienza (in genere, la Romania), perché esali là l'ultimo respiro, visto che il denaro per rimpatriare la salma non lo posseggono e visto che le Istituzioni italiane non provvedono neppure a tale estrema necessità di un popolo senza diritti.
Nella foto di Roberto Malini, la tragedia di un senzatetto a Roma
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Corriere della Sera > Cronache > Il giallo del maestro «anarchico» morto durante il ricovero coatto
Il giallo del maestro «anarchico» morto durante il ricovero coatto
Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, sarebbe stato legato al letto per giorni. Indagati sette medici dell'ospedale
SALERNO - Legato a un letto, polsi e caviglie. Così sarebbe morto Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento. Aveva 58 anni. Il 31 luglio era entrato nell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania: sul suo capo pendeva un'ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio. Quattro giorni dopo, la mattina del 4 agosto, gli infermieri l'hanno trovato morto. Per edema polmonare, secondo il medico legale che ha effettuato l'autopsia. Forse Francesco Mastrogiovanni era legato su quel letto da troppe ore, forse addirittura da giorni. «Nella cartella clinica non viene menzionata la contenzione fisica, ma dall'autopsia è risultato che aveva segni su polsi e caviglie compatibili con lacci di un materiale rigido» spiega Vincenzo Serra, cognato della vittima. Il Tso è un atto medico e giuridico regolamentato da una legge: viene deciso dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico. Della procedura deve essere informato anche il Giudice Tutelare di competenza. Insomma, uno strumento su cui esistono vari livelli di controllo e soprattutto, come impone la legge, «esclusivamente finalizzato alla tutela della salute».
SETTE INDAGATI - La storia del maestro che, come dicono parenti e mici, «non passava inosservato» (anche per i quasi 2 metri di altezza), ha molti punti oscuri. Troppi. Tanto che la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un'inchiesta, affidata al pm Francesco Rotondo, e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. La famiglia ha istituito il comitato «Giustizia per Franco» (è il diminutivo con cui veniva chiamato usualmente), che ha una pagina online per il momento in costruzione (www.giustiziaperfranco.it). Anche l'associazione EveryOne (che si occupa anche di lotta agli abusi psichiatrici) ha preso a cuore il caso. «Abbiamo depositato un'interrogazione parlamentare, insieme ai deputati radicali, rivolta ai ministro degli Interni e della Salute proprio sulla morte di Mastrogiovanni e abbiamo presentato una denuncia in sede europea perché sia finalmente approvata una regolamentazione internazionale contro gli abusi psichiatrici» spiega il co-presidente Roberto Malini. «Il trattamento riservato al signor Mastrogiovanni è altamente lesivo dei suoi diritti e della sua dignità di essere umano - si legge nell'interrogazione messa a punto dai tre co-presidenti di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau -. Il Tso rappresenta un uso consolidato in molte città italiane e il suo fine coercitivo è dimostrato da molti casi».
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Profughi in Italia. Rischio di deportazione per i cinque sopravvissuti eritrei
Lampedusa. 22 agosto 2009. Fonti attendibili, dall'interno della Procura di Agrigento, rivelano che il governo italiano ha intenzione di deportare i cinque sopravvissuti alla tragedia del mare in cui circa 75 rifugiati eritrei, fra cui donne e bambini, hanno perso la vita, nell'indifferenza degli equipaggi di diversi natanti che li hanno avvistati durante la drammatica traversata. Perché tanta fretta? Che cosa temono, le Istituzioni italiane? Forse che i testimoni possano rivelare particolari raccapriccianti riguardo alla tragedia, evidenze che potrebbero costituire di fronte alla Corte Penale Internazionale prove di crimini contro l'umanità. Ricordiamo che due dei sopravvissuti sono minorenni e che dunque la loro deportazione non sarebbe consentita dagli accordi internazionali in alcun caso. Il Gruppo EveryOne ha chiesto con una lettera urgente all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e alle Istituzioni internazionali di non consentire questa gravissima violazione dei diritti dei profughi.

Gli attivisti hanno inoltre scritto e motivato una richiesta di protezione umanitaria, rivolgendola al Presidente della Camera e ad altre cariche istituzionali. Purtroppo, al di là di messaggi di generica solidarietà, nessuno ha offerto una risposta confortante, neanche sul piano dell'impegno personale. "La nostra sensazione è che Gianfranco Fini si farà carico di questa istanza," afferma EveryOne, "ma che, anche nella sua posizione, sia ormai difficile aprire significativi spiragli nel muro di xenofobia e odio razziale che l'Italia ha posto fra sé e le etnie che non gradisce". Leggendo le dichiarazioni di solidarietà verso i migranti che Silvio Berlusconi rilasciò ai quotidiani nel 2003, ponendo in rilievo la necessità di accogliere e proteggere coloro che fuggono da crisi umanitarie, è sempre più evidente come ormai il primo ministro sia in ostaggio della Lega Nord, che facendo cadere il governo gli toglierebbe lo scudo del lodo Alfano, esponendolo a processi e a un effetto-domino che distruggerebbe in breve il suo impero. Quindi, Berlusconi e il suo seguito ingoiano ormai qualsiasi boccone velenoso e obbediscono al movimento xenofobo che fa dell'odio razziale e della crudeltà verso le minoranze la propria bandiera.
Nella foto, profughi eritrei in attesa del "viaggio della speranza", che sempre più spesso diviene "viaggio della morte"
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75 profughi eritrei muoiono in mare, solo 5 raggiungono Lampedusa: hanno diritto all'asilo, impediamo la loro deportazione
Lampedusa, 20 agosto 2009. Erano in 80 e fuggivano da una crisi umanitaria spaventosa, in Eritrea. 75 di loro sono morti in mare, a causa di un viaggio che è lungo e pericoloso, un viaggio che è reso ancora più difficile dalle politiche xenofobe italiane, che riservano ai rifugiati, comunque, una probabile - quasi certa- deportazione. Cinque di loro sono sopravvissuti, soccorsi su un gommone al largo di Lampedusa.

Una motovedetta li ha trovati in pessime condizioni di salute e in preda a una disperazione senza fine, a circa 12 miglia a Sud dell'isolaa, al limite delle acque territoriali. Evitiamo che anche loro siano mandati verso un destino tragico: il Paese da cui provengono (si vedano le relazioni delle organizzazioni internazionali per i Diritti Umani) e i rischi che hanno affrontato per fuggire li rendono soggetti deboli, vulnerabili, bisognosi di protezione e asilo.
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Addio Nanda, amica dei poeti
di Roberto Malini
Milano, 18 agosto 2009. E' morta all'età di 92 anni Fernanda Pivano, dopo una lunga malattia. Era ricoverata da tempo in una clinica privata di Milano. Nata a Genova nel 1917 si trasferì presto a Torino con la famiglia. A lei si deve la conoscenza in Italia dei grandi autori della letteratura americana, da Edgar Lee Masters a Hemingway, da William Burroughs a Richard Wright, da Jack Kerouac ad Allen Ginsberg, fino a Laurence Ferlinghetti e alla generazione che succedette quella "beat", la generazione di Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace. Nanda era una donna di valore; la sua vita, sospinta dal vento della curiosità, è stata un'avventura appassionante e irripetibile: eterna bambina sempre alla ricerca della novità e non della convinzione. Le parole del suo grande amico Ernest Hemingway, tratte da "Addio alle armi", sono il suo miglior epitaffio: "No. È il grande inganno, la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano attenti". Conobbi Nanda a Milano, nel 1984, al festival "Milano Poesia". Mi presentò in quell'occasione il poeta americano Gregory Corso, ma mi confidò di preferire Allen Ginsberg e di avere una predilezone per i poeti omosessuali. "Hanno due anime, soffrono di più e spesso posseggono il dono di superare con un solo balzo tutte le convenzioni".

Negli anni 1980 avevo creato un gruppo internazionale di poeti impegnati in tematiche civili, che tenne letture in tutta Italia. Ne facevano parte Christopher White, raffinato lirico gallese, e Paola Astuni, poetessa transessuale e straordinaria interprete dei propri versi. A volte partecipava alle nostre serate anche Dario Bellezza. Paola e io davamo vita a duetti intensi, elettrici, pieni di creatività e improvvisazione. Nanda è venuta a vederci in diverse occasioni ed era affascinata dalle nostre esibizioni. "Un gruppo così avrebbe un successo enorme negli Stati Uniti," mi disse dopo una performance all'Entropia di Milano. "La vostra poesia parla di bellezza. I diritti umani sono belli. Le razze, quando si mescolano, sono belle. Il sesso e gli amori omosessuali sono belli. Anche il dolore è bello, se è condiviso con il mondo". Ci perdemmo perché la vita - se pur bella - non sempre è facile per i poeti. Però abbiamo conservato un'affinità e in questo momento dedico a Nanda una lacrima e un sorriso, perché se è vero che la morte porta dolore ai vivi, è anche vero che è piena di bellezza, se giunge alla fine di una vita vissuta bene.
"Avere un cuore da bambino non è una vergogna". Ernest Hemingway, da "Vero all'alba".
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Le bugie della Lega Nord
"Noi italiani andavamo all'estero a lavorare non a uccidere la gente". Umberto Bossi, leader della Lega Nord, 9 agosto 2009 (Corriere della Sera e altri quotidiani)
Milano, 18 agosto 2009. L'emigrazione porta con sé fenomeni positivi (lavoro, diversità culturali, idee) e negativi (competizione nel mondo del lavoro, disagio, criminalità). A differenza di quanto affermi la propaganda razziale, gli italiani non sono diversi dagli altri popoli. Il crimine organizzato di origine italiana (i cui membri non appartengono solo al Sud, ma in alta percentuale anche al Nord Italia) conta oggi 25 mila membri e 250 mila affiliati nel mondo, per un giro d'affari di oltre un miliardo di dollari annui.

Gli omicidi legati alle mafie italiane sono da 10 a 15 mila ogni anno, a cui vanno aggiunti i morti per sfruttamento nel mercato del lavoro nero e della prostituzione, i morti per droga, le vittime di sostanze inquinante smaltite illegalmente, le vittime del mercato nero delle armi. Riguardo ai legami fra mafia e politica, soprattutto nel Nord Italia, lo stesso Umberto Bossi denunciò questo grave e diffuso fenomeno (cerca su google "Umberto Bossi Mafia").
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Le Istituzioni italiane riportano l'Unione europea ai tempi dei ghetti, della discriminazione razziale e delle purghe etniche
Roma, 16 agosto 2009. Il razzismo istituzionale in Italia raggiunge livelli indegni dello spirito e dei principi che hanno formato e ispirano ancora l'Unione europea. Mentre l'Europa cerca di allontanarsi dai fantasmi dell'Olocausto e delle persecuzioni etniche, in Italia si verificano quotidianamente violazioni della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue e della Convenzione di Ginevra. In poco tempo sono state cancellate le conquiste civili del continente e si assiste a ogni genere di abuso etnico: respingimenti di profughi verso Paesi in cui non esiste rispetto dei Diritti Umani, accordi anti-immigrazione con regimi spietati, approvazione di leggi razziali, organizzazione e attuazione di purghe etniche contro i Rom, creazione di ghetti, abusi polizieschi e giudiziari, istituzione di ronde xenofobe con il beneplacito delle Istituzioni. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno sintetizza nella sua dichiarazione di ieri, 15 agosto 2009, la deriva razzista italiana: "I nomadi a Roma potranno essere al massimo seimila, divisi in 12 campi, due dei quali saranno costruiti nei prossimi mesi, che verranno recintati e controllati da posti di polizia che impediscano il proliferare di crimini". Rinasce, in seno all'Unione europea che vuole essere civile e moderna, il Ghetto di Roma.
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Lotta contro il Male
Milano, 15 agosto 2009. Il programma di "lotta contro le forze del male" annunciato oggi da Berlusconi, Maroni e Alfano presenta aspetti contraddittori e inquietanti. L'enfasi stessa delle loro dichiarazioni ricorda i proclami degli ayatollah e dei leader dei regimi integralisti: "Combatteremo il male, combatteremo Satana". Lo stesso Adolf Hitler affermò che la sua Germania stava "combattendo le forze del male, chiedendo a Dio onnipotente di concedere la sua grazia e benedire il progetto". Di fatto l'attuale maggioranza, che per non morire ha fatte proprie le ideologie xenofobe della Lega Nord, non combatte il male, ma perseguita le minoranze sociali, etniche e razziali. "Combatteremo anche la mafia," assicura Berlusconi. Ma per combattere il crimine organizzato bisogna potenziare gli strumenti in mano alle forze dell'ordine e alla magistratura: strumenti investigativi e risorse umane adeguate agli obiettivi, intercettazioni, lotta al riciclaggio, uso dei collaboratori di giustizia, lotta alle connivenze mafia-politica o meglio - come suggerì Paolo Borsellino - al semplice sospetto di tali connivenze. Antonio Di Pietro ha commentato così l'annuncio del piano anti-criminalità: "Ha ragione Berlusconi quando dice che bisogna liberarsi delle forze del male, ma per farlo c'è un solo modo: liberarsi prima di tutto di lui. Il presidente del Consiglio ci sta infatti proponendo una politica di disuguaglianza sociale e economica e leggi che vanno contro la sicurezza e il bene dei cittadini. E quando dice di voler combattere le mafie non è credibile, visto che ha portato in Parlamento i suoi sodali, condannati e con pendenza penali". Berlusconi, Maroni e Alfano hanno ribadito per l'ennesima volta un dato che non è corretto. Secondo il Ministero dell'Interno "tutti i reati sono diminuiti quasi del 14% rispetto ai 14 mesi precedenti". Le statistiche Istat e i dati in possesso delle prefetture, però, sono diversi. Se il trend di furti e rapine in banca è in calo a partire dagli anni 1990, si rileva infatti che la mancanza di politiche sulla famiglia ha causato un aumento dei crimini all'interno dei nuclei familiari: stupri, maltrattamenti e violenze. Il dato è ancora più grave se si considera che raramente questo genere di reati viene denunciato. L'assenza di politiche sociali e di integrazione ha causato un aumento dei borseggi e dei reati contro il patrimonio commessi dalle minoranze disagiate. Nel clima di conflitto sociale e di propaganda mediatica che istiga all'odio, anche il numero di aggressioni e degli omicidi è in crescita. Allora, quali reati sarebbero diminuiti? In primo luogo, quelli generalmente ascritti ai Rom: accattonaggio molesto, occupazione di suolo pubblico e privato, piccoli furti, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Sono reati di piccolissima entità, spesso attribuiti ai Rom a causa di politiche xenofobe ("Se viene commesso un crimine," si dice nella comunità Rom, "la polizia cerca prima di tutto uno 'zingaro' nei paraggi. Nel caso non ci sia, si cerca il colpevole"). Sono diminuiti perché negli ultimi 14 mesi migliaia di Rom hanno lasciato l'Italia in seguito alla persecuzione e si sono rifugiati in altri Paesi dell'Unione europea. Un altro elemento, inoltre, è intervenuto a falsificare le statistiche. Pur essendo aumentati a dismisura i reati violenti contro stranieri, senzatetto e carcerati, ben di rado le vittime sporgono denuncia, temendo ripercussioni da parte delle Istituzioni e delle autorità xenofobe. La legge 94 peggiorerà questo aspetto, rendendo ancora meno attendibili i dati in possesso del Viminale. Per rendersi conto dell'andamento reale della fenomenologia criminale in Italia, meglio riferirsi alla cronaca riportata dai quotidiani nazionali e locali, che mette in luce una realtà ben più grave e inquietante di quanto non possano far credere le parole ottimistiche di Berlusconi, Maroni e Alfano, una realtà che si può fronteggiare solo partendo da politiche sociali efficaci e in linea con gli accordi e le norme internazionali, costantemente violati dalle nostre Istituzioni.
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150 parlamentari nelle carceri, iniziativa dei Radicali contro il sovraffollamento e le condizioni inumane
Roma, 14 agosto 2009. Il Gruppo EveryOne è particolarmente vicino all'iniziativa dei Radicali e in settembre presenterà un dossier sulle violazioni dei Diritti Umani negli Istituti penitenziari italiani. Oggi, il primo dei tre giorni del 'Ferragosto in carcere', l'iniziativa che coinvolge 150 deputati e senatori, organizzata dai Radicali Italiani in 175 dei 221 istituti di pena, ha consentito di verificare le condizioni di vita nei penitenziari italiani e di aprire il dibattito politico su come affrontare un'emergenza che è prioritaria nell'àmbito dei diritti civili e vede 63 mila detenuti costretti a vivere in strutture che hanno una capienza massima di 43.327 posti. Sovraffollamento fuori controllo, prigionieri che vivono senza diritti, sicurezza, dignità umana, in luoghi dimenticati dalla civiltà, dove il tempo scorre nell'inquieturdine e nell'angoscia. Non vi sono, in porigione, attività di recupero miurate al reinserimento, le strutture sono cadenti, il personale di sorveglianza carente e addestrato a umiliare e reprimere gl iternati, piuttosto che assisterli nelle necessità derivanti da una condizione tragica. La realtà, dietro le sbarre, è quella presentata a tanti film, dove il condannato diventa un numero e viene gettato in una lotta per la vita atroce e disperata. I parlamentari, di tutte le forze politiche, hanno visto con i loro occhi il prodotto della psicosi della "sicurezza" e di una giustizia che è ormai scollata dalla realtà sociale e non presenta differenze rispetto a concetti come vendetta e crudeltà.

"E' un'iniziativa importante," commenta il Gruppo EveryOne, "che non deve produrre solo nuovi dati, ma procedimenti che tolgano migliaia di detenuti da una situazione invivibile. Il carcere non è una condanna a morte, eppure molti prigionieri si tolgono la vita, si ammalano di AIDS ed epatite C, subiscono violenze e traumi che li conducono a forme di depressione irreversibili. Vi è poi una tragedia che sembra diventata tabù, ma che i detenuti e il personale di sicurezza conoscono benissimo: la realtà degli stupri nei penitenziari, che colpiscono la quasi totalità dei carcerati giovani, si ripetono a un ritmo che a volte è quotidiano e sono alla base di un'altissima percentuale di suicidi e atti di autolesionismo. La vergogna impedisce quasi sempre alle vittime di denunciare tali abusi o anche solo di parlarne e il fenomeno viene tollerato dalle guardie penitenziarie, che lo ritengono ormai parte integrante di una pena. UN altra evidenza grave è la sproporzione fra i detenuti di etnia Rom, nelle carceri maschili e soprattutto femminili, rispetto alla loro presenza sul territorio italiano, una sproporzione che dimostra una vera e propria persecuzione razziale". Rita Bernardini, la deputata radicale che ha promosso l' iniziativa della collega Antonella Casu, ha visitato il carcere romano di Regina Coeli. "Far stare, come accade qui, detenuti in cella 22 ore al giorno senza da loro la possibilità di lavorare per poter guadagnare e costruirsi una opportunità quando escono - ha detto - non corrisponde a criteri di giustizia, legalità e umanità". La parlamentare qualche giorno fa aveva osservato che quasi tutti i detenuti italiani potrebbero ricorrere alla Corte Europea e ottenere il risarcimento per le condizioni in cui vivono, come è avvenuto nei giorni scorsi per un detenuto bosniaco costretto a vivere 18 ore al giorno in una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone, avendo a disposizione uno spazio di 2,7 metri quadri quando gli standard ne impongono sette.
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L'Italia deve concedere protezione internazionale ai 22 profughi tunisini sbarcati a Lampedusa
Roma, 14 agosto 2009. Un gruppo di 22 profughi tunisini ha raggiunto, nel primo mattino del 9 agosto, le coste di Lampedusa, sbarcando sulla spiaggia di Cala Madonna. Appena scesi dal battello, proveniente dalla Tunisia (come hanno confermato le autorità libiche, cui le autorità si erano rivolte in previsione di una deportazione-lampo), i migranti sono stati fermati dai Carabinieri e trasferiti a Porto Empedocle su un traghetto di linea. Segnalazioni pervenute agli attivisti riferiscono che nel gruppo vi è un paziente cardiopatico, ma a quanto risulta finora, le autorità non hanno provveduto a sottoporre i rifugiati a esami medici. Si ricorda che le Istituzioni tunisine si distinguono per violazioni regolari e impunite dei Diritti Umani. Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International ha affermato recentemente che "la Tunisia promette a parole di onorare i suoi obblighi internazionali in materia di Diritti Umani, ma queste affermazioni sono lontane dalla realtà ed è ormai necessario che riconoscano i gravi abusi denunciati nel Rapporto di Amnesty International, aprano indagini e portino i responsabili davanti alla giustizia". Con il pretesto della sicurezza, le autorità tunisine si rendono responsabili di arresti e detenzioni di natura arbitraria, di sparizioni forzate di detenuti, torture e altri maltrattamenti, condanne emesse al termine di procedimenti iniqui. Prigionieri civili hanno denunciato recentemente di essere stati picchiati, legati e presi a calci solo per aver protestato contro le condizioni di detenzione della prigione di Mornaguia. Altri internati, come il giovane Ramzi El Aifi, di essere stati legati, picchiati e sodomizzati con bastoni.
"Nonostante questo scenario di violazioni dei diritti umani," spiega Hassiba Hadj Sahraoui, "governi arabi ed europei hanno effettuato espulsioni verso la Tunisia, deportando persone che poi hanno subito detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti. Invece di rimpatriare i cittadini tunisini, che vanno così incontro a situazioni drammatiche, i governi dovrebbero chiedere a quello di Tunisi di adottare provvedimenti concreti per introdurre riforme sui diritti umani". Va rilevato che le politiche di deportazione attuate dall'Italia sono ancora più riprovevoli e rappresentano le più gravi violazioni degli accordi internazionali, perché se gli altri Paesi hanno effettuato espulsioni di cittadini tunisini sospettati di attività terroristiche, il nostro li deporta solo in quanto "clandestini", non consentendo loro neppure la richiesta formale di asilo politico o protezione sussidiaria.
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Rubare per non morire
Roma, 14 agosto 2009. A Roma due minorenni di etnia Rom, un ragazzo di 14 anni e una giovane di 15, sono stati denunciati dai Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia Parioli per tentato furto in una casa privata. I ragazzi sono stati sorpresi mentre tentavano di forzare un portone con arnesi da scasso. Fermati dai militari, sono stati portati in caserma per l'identificazione e la denuncia, quindi condotti in un centro di prima accoglienza per minori. Pochi giorni fa abbiamo parlato a lungo con gli adolescenti di un campo-ghetto della capitale. "Ci controllano e perquisiscono ogni giorno," ci ha detto uno di loro. "La gente ci odia e i nostri genitori non riescono più a fare nessun lavoro, neanche quelli pesanti. Qualche anno fa, papà lavorava nei traslochi, ma adesso la gente non vuole vedere uno 'zingaro' a casa propria, perché ha paura che poi torni a rubare. Un mio amico è morto tossendo e sputando sangue, perché all'ospedale gli hanno detto che non aveva niente e l'hanno mandato via. Se chiediamo l'elemosina, arrivano subito poliziotti, carabinieri o vigili. Se una delle nostre donne tiene con sé un bambino e cammina per la strada, gli viene subito tolto dai servizi sociali e viene affidato a una famiglia italiana. Sapete quante famiglie hanno rubato i nostri bambini, negli ultimi anni? Tante. Eppure i loro genitori avrebbero dato la vita per loro. Vogliono che ci lasciamo morire, perché senza lavoro, senza assistenza, senza neanche l'elemosina non possiamo sopravvivere. I ragazzi che non si arrendono, rubano. Rubano perché vedono le loro mamme piangere e i bambini piccoli deperire, senza latte, senza pannolini, senza medicine. A cosa serve andare a scuola, se siamo condannati a vivere come bestie? E poi, dovreste vedere i pochi Rom che non vengono cacciati via e riescono a frequentare la scuola, come sono trattati da insegnanti e compagni. Ci dicono che puzziamo e che dobbiamo andarcene via dall'Italia. Ci picchiano e gli insegnanti dicono sempre che è colpa nostra, che siamo come l'erba cattiva".
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Un crescendo di tensione e abusi nei Cie italiani. Giungono notizie tragiche sulla sorte dell'algerino che ha avuto una crisi cardiaca al Cie di Ponte Galeria
Milano, 13 agosto 2009. Nel Cie di via Corelli cresce la tensione. Nel centro romano di Ponte Galeria i detenuti sono sotto shock per il destino del giovane algerino cardiopatico, trasferito a Roma da Bari Palese lunedì 3 agosto. "Era malato di cuore," ricorda un attivista, "e si è lamentato perché la polizia non aveva portato con sé dal centro pugliese i farmaci necessari alla sua sopravvivenza. Gli agenti pensavano che facesse la scena e l'hanno portato in una cella di sicurezza, dove l'hanno pestato. Pieno di lividi, perdendo sangue dal naso, ha avuto una crisi cardiaca in sezione, davanti ad altri detenuti, in piena notte. I compagni hanno dato l'allarme e il giovane è stato portato all'ospedale in ambulanza". Da quel momento non l'ha visto più nessuno. Oltre agli internati - allertati dal Gruppo EveryOne e da altre associazioni - parlamentari, rappresentanti del Consiglio d'Europa e dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati hanno chiesto notizie sulla sua salute. La direzione del Cie si è trincerata dietro una cortina di silenzio e non ha voluto fornire le generalità del ragazzo né informazioni sulla sua condizione sanitaria.

Sono passati alcuni giorni e notizie ancora meno confortanti sono pervenute alle organizzazioni per i Diritti Umani. "I testimoni che hanno visto il giovane pesto e sanguinante, in preda a una crisi cardiaca, sono stati deportati in fretta e furia," ha rivelato un solidale il 9 agosto, dopo aver parlato con alcuni internati. Il giorno dopo, una notizia che non ha ancora trovato conferma ufficiale viene diramata da radio Onda Rossa: "Purtroppo abbiamo avuto una notizia tragica. Fonti attendibili ci hanno comunicato che il ragazzo algerino non ce l'ha fatta ed è morto in ospedale". I detenuti del Cie di Ponte Galeria hanno manifestato in modo pacifico, ma pieni di sdegno e dolore, chiedendo la verità sul loro compagno e giustizia nei confronti dei suoi torturatori. La protesta si è estesa a tutti gli altri centri italiani, dove le autorità sono intervenute, a volte con le maniere forti. Alla drammatica voce ha fatto seguito, nel Cie di via Corelli, a Milano, la comunicazione da parte delle autorità che ai detenuti sarà prolungata la detenzione di altri 60 giorni, in linea con la legge 94. La protesta conseguente è stata sedata da polizia e carabinieri in assetto antisommossa, con manganellate e getti di idrante. Secondo i solidali, uomini e donne hanno subito pestaggi. Alcuni detenuti hanno ingoiato oggetti, si sono prodotti ferite sul corpo e hanno sfogato la loro disperazione dando fuoco ad oggetti e compiendo atti di autolesionismo. Anche a Torino, al Cie di corso Brunelleschi, proseguono le manifestazioni di protesta da parte dei detenuti, davanti ad agenti in tenuta antisommossa. La rete antirazzista, intanto, comunica che la Prefettura di Gorizia ha annunciato deportazioni rapide per i manifestanti di Gradisca, che sabato scorso hanno espresso solidarietà all'algerino picchiato a Roma e protestato contro la legge 94 e le condizioni invivibili presso il centro.
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Migranti e Rom: è importante che i politici democratici supportino urgentemente il difficile impegno degli attivisti
Nel Cie di via Corelli, a Milano, prosegue lo sciopero della fame, che è giunto al sesto giorno, mentre alcuni migranti hanno iniziato uno sciopero della sete. La protesta nonviolenta cerca di sensibilizzare la società civile e la parte delle Istituzioni non ancora preda di razzismo e xenofobia sulle drammatiche condizioni di vita degli internati e sulle sistematiche violazioni dei loro Diritti Umani. Associazioni antirazziste sostengono come possono i detenuti. Le loro richieste di incontrare alcuni scioperanti, però, non sono state accolte dalla direzione del Centro. I migranti in attesa di espulsione sono allo stremo delle forze e fra di loro serpeggia la disperazione. "Vogliamo che si sappia come viviamo," si lamenta un loro portavoce, "e desideriamo incontrare gli attivisti che si interessano di noi. Non ce la facciamo più, perché neanche nei regimi totalitari i diritti dei profughi vengono violati così". Di fronte a un ennesimo diniego in risposta alla richiesta di vedere alcuni solidali, i detenuti hanno iniziato a picchiare la testa e i pugni contro il muro, a gridare la loro angoscia, giungendo a levare dai cardini alcune porte. La sezione femminile ha seguito a ruota quella maschile: "Giustizia, umanità, rispetto," hanno chiesto le donne. "Noi ci battiamo per i Diritti di tutti i profughi che sono e che verranno incarcerati e perseguitati nei Centri italiani, che sono luoghi di sofferenza senza fine, come senza fine è il sadismo dei nostri carcerieri e l'angoscia in queste anticamere della deportazione e dell'inferno. Chiediamo perciò ai politici, ai giornalisti, oltre che ai nostri fratelli attivisti, di non ignorare il nostro grido di libertà. Venite a trovarci e ascoltate le nostre testimonianze. Non lasciateci soli o questa terribile ingiustizia, che è alla base di dolore e morte, non avrà mai fine".
Da oggi, 12 agosto 2009, anche i migranti detenuti presso il Cie di corso Brunelleschi, a Torino, hanno iniziato una sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei Diritti Umani perpetrate nei loro confronti. Le autorità di pubblica sicurezza non accettano questa forma di contestazione nonviolenta e invitano i manifestanti con fare minaccioso, brandendo i manganelli, a desistere. Lo sciopero però viene effettuato in ogni sezione, anche quella femminile. Mentre gli attivisti si preparano a un presidio sotto le mura del Centro, anche a Torino i detenuti chiedono ad eurodeputati, parlamentari italiani ed assessori regionali di recarsi - insieme alle organizzazioni per i Diritti Umani - presso l'istituto di via Brunelleschi, per esercitare il loro diritto a visitare gli internati e i locali della struttura, ascoltando testimoni a campione (e non scelti dalla direzione del Centro) e garantendo loro riservatezza, per evitare ritorsioni da parte delle autorità. In tutti i Centri di identificazione ed espulsione i detenuti attuano forme di protesta nonviolenta, sfidando ritorsioni spaventose, per levare voci di contestazione contro la legge razziale n° 94, le politiche di persecuzione etnica contro i migranti e l'orrore dei Cie.
Contemporaneamente, negli ultimi insediamenti "nomadi", dove la crudeltà e la violenza istituzionale sono parimenti atroci, alcuni attivisti Rom si impegnano ogni giorno per aiutare i loro simili, subendo violenze e intimidazioni di ogni genere da parte delle autorità e dei gruppi di pulizia etnica. Si distingue in questa attività sempre più difficile il Rom romeno Nico Grancea, sempre pronto a soccorrere famiglie in difficoltà, ad aiutare i suoi simili quando cadono nelle mani degli aguzzini o quando si trovano in gravi situazioni di malattia o indigenza. Nico fa parte del Gruppo EveryOne e il suo lavoro per i Diritti Umani è prezioso. Ma è assolutamente necessario che i politici che manifestano vicinanza e amicizia verso EveryOne si impegnino accanto agli attivisti del gruppo sia presso le Istituzioni italiane che presso quelle internazionali per supportarne le denunce e le istanze di giustizia, perché la condizione della comunità Rom in Italia, come quella dei migranti "irregolari", è sempre più tragica, mentre i drammi umanitari e gli abusi nei confronti delle etnie invise alle Istituzioni sono sempre più numerosi, in un'escalation d'intolleranza e repressione ormai fuori controllo.
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Deportati da Ancona in Grecia altri 40 migranti. Negati i loro diritti alla protezione internazionale
Ancona, 11 agosto 2009 - Trentotto migranti rifugiatisi in Italia sono stati fermati ieri dalla Guardia di Finanza di Ancona. Erano nascosti in uno spazio angusto ricavato all'interno del semirimorchio di un tir che trasportava caschi di banane. Il camion era appena sbarcato dalla motonave Superfast, proveniente dalla Grecia.
Dopo essere stati scoperti, gli stranieri sono stati identificati e respinti immediatamente, affidati al comandante della Superfast. Dalla Grecia, saranno deportati in Turchia e quindi nei loro Paesi di origine, dove sono in corso tragedie umanitarie. Il gruppo di profughi respinto era composto da 20 iracheni, 14 afghani, due palestinesi, un iraniano e un pakistano. Le autorità hanno effettuato il respingimento senza aver dato ai profughi alcuna possibilità di chiedere asilo politico. Si ricorda che respingimento di rifugiati o richiedenti asilo è tassativamente vietato dagli obblighi internazionali previsti dalla Convenzione sui Rifugiati del 1951 e dal protocollo del 1967, dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, dalla Convenzione Onu contro la Tortura e dalla Convenzione Europea sulla Protezione dei Diritti Umani. Si ricorda inoltre che la Grecia non rispetta tali Convenzioni, nonostante le abbia sottoscritte e, come giustamente asserisce l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, "arresta e deporta i migranti, molti dei quali minori, ai quali viene negato qualsiasi accesso alla procedura di asilo, sottoponendoli invece ad internamento ed espulsione in Turchia e quindi nei Paesi di provenienza, dove sono in corso gravi crisi umanitarie".
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Non dimentichiamo Zarema Sadulayeva e Alik Dzhabrailov, attivisti, eroi e martiri in Cecenia
Milano, 11 agosto 2009. Avremmo dovuto conoscerli a Dublino l'anno prossimo, nel corso della Piattaforma organizzata sotto il patrocinio dell'Alto Commissario per i Diritti Umani e riservata agli attivisti che, in tutto il mondo, sono in pericolo di vita a causa del loro impegno civile e umanitario. A un mese dall'assassinio di Nataliya Estemirova, erede di Anna Politkovskaja, gli attivisti per i diritti umani Zarema Sadulayeva e il marito Alik Dzhabrailov, che dirigevano l'organizzazione Save the Generation - impegnata nell'inserimento nella società dei giovani ceceni, affinché non finissero arruolati nei gruppi armati - sono stati assassinati. I coniugi, di nazionalità russa, avevano 33 anni ed erano stati rapiti lunedì scorso a Grozny. I loro corpi, crivellati di colpi d'arma da fuoco, sono stati ritrovati nel bagagliaio della loro auto, nella periferia di Grozny. Non dimentichiamo il loro coraggio, la loro visione di un mondo più giusto, la loro incrollabile fede nei Diritti Umani. Conserviamo il loro ricordo nei nostri cuori, che ci infonda forza per le campagne a tutela delle minoranze e degli esseri umani più vulnerabili, che sono sempre più numerose, sempre più ardue, sempre più necessarie.
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Visite dei parlamentari e delle organizzazioni per i Diritti Umani nei Cie
Roma, 11 agosto 2009. Serve coraggio. Visitare i Centri di detenzione è un diritto degli eurodeputati, dei parlamentari italiani, degli assessori regionali. In compagnia di uno di loro, anche le orgnizzazioni per i Diritti Umani possono accedervi. E allora perché in Italia come in Libia, in Algeria, in Tunisia, nell'Iran di Ahmadinejad non si riesce a far luce sugli innumerevoli abusi, sulle condizioni igieniche, sul vitto, sul rispetto dei diritti fondamentali? E procedendo a ritroso nel tempo, perché, ai tempi di Hitler, le ispezioni a Theresienstadt ed Auschwitz non riuscirono a rilevare l'orrore della persecuzione e del genocidio? La risposta è semplice: le Istituzioni che violano i Diritti Umani proteggono le loro nefandezze gestendo con cura visite e ispezioni. Per controllare un Centro di detenzione la procedura dovrebbe essere la seguente: l'eurodeputato, il parlamentare, l'assessore regionale, l'ispettore (e il loro seguito) hanno porte aperte e una piantina da consultare per spostarsi all'interno della struttura. Un incaricato del centro soddisfa le richieste dei visitatori, i quali scelgono come procedere, quali sezioni visitare (celle, cucine, bagni ecc.) e come garantire riservatezza ai testimoni. In tal modo sarebbe facile appurare il funzionamento dei centri, gli eventuali maltrattamenti, la qualità del cibo e dell'acqua, le condizioni igieniche, il rispetto dei Diritti Umani. Le cose però funzionano diversamente, come dimostrano le visite che alcuni parlamentari, dietro segnalazione del Gruppo EveryOne, stanno effettuando presso il Cie di Ponte Galeria, a Roma. Nonostante le loro intenzioni siano sincere, i visitatori non riescono a superare le barriere organizzative dietro cui si svolgono le violazioni. Entrano in punta di piedi, vanno nella stanza del direttore, il quale sorride loro e mostra un volto umano, li rassicura, minimizza i problemi: "Sì, vi è un po' di sovraffollamento, ma i detenuti stanno bene. Se ascoltiamo gli attivisti, allora dovremo trattarli a caviale e aragosta. Ma no, qui abusi non ce ne sono, le guardie fanno il loro dovere e a volte anche di più". Ed ecco che il direttore consente agli ospiti di incontrare qualche detenuto. "Sono i suoi pupilli," spiega un attivista, "che confermano le parole del direttore in ogni particolare e rispondono sempre che stanno bene, che il vitto è ottimo e abbondante, i secondini umani e disponibili. I visitatori prendono appunti, si sentono rassicurati e la visita finisce. Ci si dimentica di visitare bagni, cucine e celle. Di incontrare a campione i detenuti, approcciandoli nelle gabbie. I sorrisi del direttore e delle guardie hanno il potere di far dimenticare ai visitatori il motivo stesso della loro visita e non è raro che dopo battute di spirito e pacche sulle spalle le piccole delegazioni, rasserenate nello spirito, passino dal centro a una pizzeria, pronte per il comunicato stampa: 'Nei Cie la situazione è sotto controllo e i diritti dei detenuti vengono rispettati. Forse vi è un po' di sovraffollamento, ma la direzione fa del suo meglio per garantire una permanenza decorosa agli ospiti'". E' necessario modificare radicalmente il sistema delle visite e delle ispezioni, evitare le "visite guidate" e coinvolgere all'interno delle delegazioni gli attivisti che conoscono nei particolari la realtà dei Centri di detenzione e di espulsione in Italia.
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Diritti Umani nei Cie, ultime notizie da Gorizia e Roma
Roma, 10 agosto 2009. Notizie dal Centro di identificazione e di espulsione di Gradisca (Gorizia). Sabato scorso vi è stata una manifestazione di protesta da parte dei detenuti. Alcuni immigrati sono saliti sul tetto, chiedendo giustizia, rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra, sospensione dei trattamenti inumani e degradanti. La polizia ha operato con durezza estrema e alcuni detenuti hanno impugnato bottiglie, un po' minacciando atti autolesionistici, un po' brandendole in direzione degli agenti armati. La forza pubblica ha reagito con violenza, usando i manganelli. Sedati i moti di contestazione, la polizia ha chiuso i migranti nelle camerate, togliendo loro, in ritorsione contro il loro atteggiamento di "ribellione", i viveri e l'acqua e sottoponendoli a continue, umilianti perquisizioni.

Intanto a Roma, nel Cie di Ponte Galeria, nella sezione femminile, situazione ancora più drammatica, con sovraffollamento, trattamenti inumani e degradanti, condizioni igieniche spaventose. Le latrine del carcere sono perennemente intasate, richiamano migliaia di mosche ed emanano un fetore insopportabile. Le lenzuola non vengono mai lavate e sono sporche e piene di parassiti. Nel cibo si trovano spesso larve e vermi. Ieri alcune detenute si sono lamentate per l'infestazione di topi di grandi dimensioni. "E vi lagnate?" rispondeva un aguzzino. "Perché mai? Vi abbiamo trovato compagnia!".
L'acqua è razionata in modo insufficiente e spesso ha un colore torbido. In questi giorni, le donne parlano con angoscia del giovane algerino malato di cuore, pestato e misteriosamente scomparso, probabilmente deportato insieme ai testimoni delle torture.
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I profughi tunisini che tentarono il suicidio a Lampedusa sono stati deportati, quindi sono scomparsi nel nulla
Tunisi, 9 agosto 2009. Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, lanciò l'allarme, l'anno scorso, riguardo ai Diritti Umani in Tunisia: "In nome della sicurezza, in Tunisia le violazioni sono la regola e riguardano sparizioni di detenuti, torture, trattamenti inumani e degradanti, condanne emesse al termine di procedimenti iniqui". Nonostante questo, in violazione della Convenzione di Ginevra, l'Italia continua a deportare i profughi che, fra mille rischi e difficoltà, fuggono dalla Tunisia e raggiungono il nostro Paese, non consentendo loro neppure di chiedere asilo politico. Nello scorso febbraio dieci profughi tunisini tentarono il suicidio presso il Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa, dopo aver appreso della decisione del governo italiano di rimpatriarli.

Alcuni ingoiarono lamette di rasoi, viti e bulloni. Altri tentarono di impiccarsi con i propri stracci. "Se ci rimandano in Tunisia, ci uccideranno in modo terribile. Meglio morire subito". Il sindaco di Lampedusa, Dino De Rubeis, nonostante il clima di intimidazione intorno a lui, si rivolse al Commissario europeo alla Giustizia Sicurezza e Libertà Jacques Barrot, denunciando gravi violazioni dei diritti dei profughi: "L'accanimento del governo sta portando questi disperati alla morte. Noi vogliamo invece che all’interno della struttura via siano pace e serenità e soprattutto che vengano garantiti i diritti dell’uomo'’. Ieri, 8 agosto 2009, un attivista EveryOne ha appreso la sorte di alcuni dei tunisini che tentarono di uccidersi e chiesero protezione umanitaria. Furono deportati durante i mesi di febbraio e marzo, imprigionati in carceri sovraffollate, sottoposti a trattamenti inumani e degradanti e privati di ogni diritto fondamentale. "Di alcuni di loro non si sa nulla dal momento del loro arrivo in Tunisia," spiega Mohamed P., un loro compatriota e amico. "Sono scomparsi, nonostante i loro familiari abbiano chiesto insistentemente notizie presso la prigione riguardo alla loro sorte".
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Un'estate di razzismo, prevaricazione e violenza etnica
Milano, 8 agosto 2009. L'Italia dell'odio razziale approfitta del mese di agosto, quando le Istituzioni internazionali funzionano a ranghi ridotti, per condurre azioni di forza contro le minoranze. Sgomberi brutali di insediamenti Rom si susseguono da nord a sud. Arrivano gli agenti, denunciano i rifugiati negli insediamenti di fortuna per occupazione abusiva di suolo pubblico o privato, a volte sottraggono i minori alle famiglie, quindi abbattono i ripari e "bonificano" l'area. Ormai, però, le operazioni etniche non riguardano più solo i Rom, ma anche i migranti senza permesso di soggiorno e i senzatetto. Nei Cie si respira un'atmosfera di terrore. Intimidazioni e violenze sono frequenti e chi, fra gli internati, tenta di denunciare gli abusi, viene deportato in patria, spesso verso la persecuzione, in tempi lampo. Con la legge 94/2009 sulla sicurezza, in vigore da oggi, la detenzione potrà durare fino a sei mesi: una pena lunga, in condizioni atroci, che si abbatterà su esseri umani vulnerabili, colpevoli solo di fuggire fame, malattie e violenze. Al Cie di via Corelli di Milano alcuni detenuti sono appena entrati in sciopero della fame e della sete. "Siamo disposti a lasciarci morire, piuttosto che tornare là da dove siamo fuggiti. La nostra protesta nonviolenta non ci sarà di aiuto, lo sappiamo, ma forse servirà a quelli che verranno dopo di noi. Ci siamo accorti che i media italiani non danno spazio alla nostra voce, neanche quelli che una volta si occupavano di diritti civili. Siamo soli all'inferno". Gli ultimi giorni antecedenti l'entrata in vigore della legge razziale 94 sono stati drammatici, per i Rom e i migranti, caratterizzati non solo dalla caccia all'uomo e dalle purghe etniche, ma anche da atti di grave autolesionismo compiuti dalle vittime dell'intolleranza, atti culminati con il suicidio di una giovane marocchina terrorizzata dalle conseguenze, per lei, del "reato di clandestinità". Ieri sera, infine, la giovanissima artista Rom Rebecca Covaciu, premio Unicef e già vittima di gravi atti di razzismo, è stata aggredita in pieno centro Milano da un intollerante italiano. Il fratello di lei, Samuel, 18 anni, si è messo fra la ragazzina e l'aggressore, tentando di difenderla, ma soccombendo in pochi minuti, dopo aver ricevuto pugni e calci, nell'indifferenza dei molti passanti. Per terminare l'azione brutale, l'energumeno ha infine afferrato Samuel per il collo, stringendo con tutta la forza. Solo l'intervento di altri Rom ha evitato il peggio. Il ragazzo è stato medicato in ospedale, mentre un attivista del Gruppo EveryOne ha effettuato le prime indagini finalizzate a identificare l'aggressore, che sarà denunciato.
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Da Milano a Gorizia i migranti detenuti nei Cie levano un grido di giustizia contro la legge razziale n° 94
Gorizia, 9 agosto 2009. Nonostante le intimidazioni, cento immigrati detenuti presso il Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) hanno iniziato, poche ore dopo la protesta degli internati al Cie di via Corelli (Milano), una manifestazione nonviolenta contro la legge 94, che introduce in Italia il reato di clandestinità e dilata i tempi di permanenza degli immigrati all'interno dei Centri d'identificazione da 60 fino a un massimo di 180 giorni. I cento detenuti sono saliti sul tetto e chiedono l'annullamento della nuova legge contro i migranti. "Ci puniranno e ci deporteranno verso un destino terribile," ha detto uno dei manifestanti, "ma vogliamo levare una voce pacifica contro queste leggi razziali e contro le torture e i trattamenti umilianti che riceviamo nei Cie. Lo facciamo per chi verrà dopo di noi". Anche nei centri di Bari, Roma e Torino si preparano manfestazioni di resistenza passiva contro le atrocità razziali che si verificano nei Cie.
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Roma, dopo sgombero giovane Rom tenta suicidio
Roma, 7 agosto 2009. Un giovane Rom, padre di famiglia, ha compiuto un gesto disperato tentando di gettarsi sotto un'auto, a Roma. Con prontezza è riuscito a trattenerlo, afferrandolo d'istinto per la maglietta, il fratello di lui. Dal 27 luglio scorso, il giovane e i suoi congiunti sono senzatetto e senza mezzi di sopravvivenza. Quel giorno, infatti, il campo di via Dameta e via Neida, in zona Rustica, è stato sgomberato e le abitazioni, in cui 140 Rom vivevano da oltre 20 anni, sono state distrutte dalle ruspe. "Serviva lo spazio per realizzare le strade complanari alla A24 e inoltre l'insediamento era abusivo e di certo non possiamo tollerare l'illegalità," hanno spiegato le autorità. "Ci avevano avvisati, ma non credevamo che l'avrebbero fatto," commenta una delle vittime dell'evacuazione. "Sono venuti circa 200 agenti per mandarci via, come se fossimo una banda di delinquenti. Non ci danno alcuna alternativa, se non una breve permanenza al dormitorio della ex Fiera. Eppure, quel terreno lo avevamo pagato profumatamente ad alcuni italiani, che però, secondo quanto dice il Comune, non erano proprietari del lotto. Ma se è così, perché ce lo dicono solo ora? Possibile che non abbiamo maturato diritti, in tutti questi anni di sofferenze ed emarginazione, magari dietro pagamento di un affitto? Alcuni di noi andranno al campo di Salone, che è un ghetto. Perderemo tutti i contatti che ci consentivano di svolgere piccoli lavori. Che speranze abbiamo di sopravvivere, se vogliamo restare onesti?"
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Giovane marocchina si suicida perché condannata alla "clandestinità"
Bergamo, 7 agosto 2009. Nel Bergamasco la condizione degli immigrati "irregolari" è assolutamente disperata. Attivisti del Gruppo EveryOne hanno avuto modo di incontrare, nei giorni scorsi, numerosi "clandestini" provenienti soprattutto dall'Africa, constatando una vera e propria tragedia umanitaria. Donne incinte che non si recano in ospedale e malati gravi che non accedono più alle cure sanitarie, per timore di essere denunciati e deportati. Genitori che nascondono i bambini, per timore di perderli, in quanto impossibilitati a registrarli e ad offrire loro condizioni di vita sufficienti a evitare che le autorità li sottraggano loro. Sospetti casi di Tbc e altre malattie contagiose, fra cui l'influenza A/H1N1: malattie che si diffondono fuori controllo, perché i migranti non si recano presso le strutture sanitarie. Sui bimbi, inoltre, non possono essere eseguite la vaccinazioni obbligatorie dell'età evolutiva: antidifterite, antitetanica, antipolio e antiepatite B né quelle raccomandate dalle Istituzioni sanitarie: antimorbillo, antirosolia, antiparotite e antipertosse. In questo clima di persecuzione, che vede tanti nuclei familiari vivere nascosti come la famiglia di Anna Frank durante l'Olocausto, si registrano già diverse vittime. Bambini nati in condizioni igieniche terribili. Malati gravi che si spengono fra atroci sofferenze, privati di ogni terapia. Persone fragili che scelgono di togliersi la vita, le cui morti sono spesso imputate a "incidenti" dagli inquirenti che non vogliono sentir parlare di persecuzione etnica. La giovane marocchina F.A., 27 anni, si è uccisa ieri gettandosi nelle acque del fiume Brembo, a Ponte San Pietro (Bergamo). Si è suicidata perché era clandestina, non riusciva a regolarizzarsi ed era consapevole che con la legge n. 94/2009 sulla sicurezza, la sua presenza in italia sarebbe diventata un reato, che l'avrebbe condannata a vivere senza diritti, in attesa della deportazione. Il corpo della giovane è stato notato da alcuni passanti ieri sera, sotto il ponte del centro storico. Il fratello della ragazza, Mohammed, che ha un regolare permesso di soggiorno e vive a Ponte San Pietro, ha raccontato il dramma della sorella, dramma che l'ha condotta a una depressione senza uscita. "Era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato," ha detto fra le lacrime, incapace di accettare l'ennesima tragedia causata dal razzismo istituzionale.
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Milano, un inferno razziale per i Rom
Milano, 6 agosto 2009. Le Istituzioni milanesi sono ormai accecate dal razzismo e dall'odio etnico nei confronti dei Rom. Lo sgombero avvenuto oggi, riguardante l'insediamento di Rom romeni che vivevano in condizioni di grave esclusione sociale presso la Cascina Bareggiate, è una delle più gravi violazioni dei Diritti Umani che si siano verificate nell'Unione europea. Circa quaranta famiglie, con tanti bambini, donne incinte e malati gravi sono state cacciate dal riparo di fortuna e messe senza pietà in mezzo alla strada, senza un'alternativa di alloggio, senza assistenza, senza alcuna speranza di un futuro che non sia tragico. Alcune delle famiglie sgomberate dallo storico insediamento avevano già subito la terribile violenza poliziesca durante lo sgombero di via Adda, il 2 aprile 2004, nonché nel corso dell'operazione di pulizia etnica nel quartiere milanese Isola - poco più di un mese dopo - e gli abusi del 20 giugno dello stesso anno, quando le forze dell'ordine provocarono la morte di un ragazzino Rom. Ma gli eventi persecutori che hanno colpito quella comunità negli ultimi 5 anni sono tanto numerosi quanto atroci.

La persecuzione etnica delle famiglie rifugiate in via Adda e quindi presso la Cascina Bareggiate è stata recentemente portata all'attenzione del Consiglio d'Europa, della Commissione europea e della Corte Internazionale dei Diritti Umani, grazie al coraggio di alcune delle vittime, che hanno testimoniato gli abusi subiti dalla loro sfortunata comunità. Le famiglie sgomberate si trovano oggi in una situazione di grave emergenza umanitaria ed è difficile per gli attivisti, al momento attuale, rintracciarle. Contemporaneamente, prosegue la purga etnica nel campo di via Triboniano, il più vecchio insediamento milanese, con 800 internati (non chiamiamoli ospiti, viste le condizioni disumane e la totale mancanza di diritti in cui vivono). Le ingiunzioni di sgombero e le ordinanze di allontanamento, nonostante l'opposizione legale che ha dimostrato la loro illegittimità, produrranno presto, secondo le autorità, i loro effetti disumani, che condurranno alla liquidazione del campo entro il 2010. Sempre riguardo ai Rom, sono stati segnalati, ancora a Milano, episodi di intolleranza nei giorni scorsi. Presso la Stazione Centrale un ragazzino è stato picchiato e insultato da razzisti, mentre a una famiglia che si era recata a pregare nel Duomo è stato negato l'accesso alla cattedrale da parte degli agenti che la presidiano.
Nella foto, alcuni Rom romeni colpiti dallo sgombero di via Adda nel 2004 e rifugiatisi a Pesaro, dove la persecuzione razziale li ha raggiunti ancora
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A Cremona, multate due donne di etnia Rom perché elemosinavano davanti al cimitero
Cremona, 3 agosto 2009. Solo in Italia esiste il "reato di questua", secondo alcuni regolamenti comunali. Mai, nella Storia delle civiltà, si era toccato un simile fondo di crudeltà e ingiustizia sociale. Neanche il nazionalsocialismo concepì una simile forma di repressione rivolta agli esseri umani più vulnerabili: i poveri, i portatori di handicap, i senzatetto. Solo in occasione delle Olimpiadi di Berlino, Hitler proibì la questua nel centro cittadino, ma solo durante i giochi.

Nei regimi integralisti, il mendicante gode di protezione e rispetto. Ricordiamo inoltre che il Vangelo riconosce ai questuanti un'identità con Gesù Cristo e riserva loro un posto nel Regno dei Cieli. A Cremona, in base a una norma del regolamento comunale che vieta l'elemosina in alcuni luoghi cittadini, voluta dall'assessore leghista Claudio Demicheli, due donne romene di etnia Rom hanno ricevuto multe da cento euro per essere state sorprese a fare la questua davanti al cimitero.
Nella foto, la Madonna dell'Elemosina a Biancavilla (Catania), cui fu devoto Papa Giovanni Paolo II
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Combattere le mafie
Milano, 2 agosto 2009. L'attuale classe politica, al di là dei proclami, non ha né la volontà né la capacità di combattere le mafie, che si stanno affermando ovunque, in un crescendo fuori controllo. La demagogia e quattro arresti mirati di pesci piccoli o piccoli boss in disgrazia, con sequestri ridicoli di beni, non serve di certo ad opporsi al fenomeno ed è grave il fatto che diversi senatori e deputati abbiano a che vedere - di fronte alla magistratura - con gravi fatti legati al crimine organizzato, mantengano le loro posizioni senza destare scandalo, protetti dai colleghi e dai media che, riguardo alle mafie, non informano o disinformano, anziché fornire notizie corrette e dare voce a chi tale piaga la combatte davvero. Le mafie sono più forti che mai, più tutelate che mai, più introdotte che mai. Notevole ed esatto l'articolo di Luigi De Magistris apparso oggi su La Repubblica:
Antimafia a parole
di Luigi De Magistris
Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.
La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.
L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate. E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea.
La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.
Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.
È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.
Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.
E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.
Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.
P.s. Consiglio di leggere - a proposito di mafia e magistratura - l’intervento di Paolo Borsellino al convegno organizzato da Micromega a Palermo dopo la strage di Capaci.
02 agosto 2009
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E' morto Mihai, figlio dell'Olocausto e vittima del razzismo italiano
Milano, 2 agosto 2009. Mihai Ciuraru, Rom romeno, 65 anni, è morto. E' l'ennesima vittima di un mostro che si chiama razzismo. Figlio di sopravvissuti al Pharraimos, l'Olocausto dei Rom, Mihai nacque a Costanza, sul Mar Nero. Costretto da povertà ed emarginazione a migrare, negli anni 1990 Mihai si trasferì a Torino, dove svolse lavori umilissimi per la municipalità, poi si ammalò e fu costretto all'accattonaggio. La vita all'addiaccio nei campi "nomadi" annientò, anno dopo anno, il suo organismo. Dopo uno sgombero nel nord Italia, Mihai e la sua famiglia hanno cercato rifugio a Pesaro. Le politiche persecutorie attuate dalla municipalità del capoluogo marchigiano hanno minato ulteriormente la già precaria salute dell'anziano. Evacuati da case abbandonate, scacciati dai parchi pubblici, braccati fin sotto i ponti, Mihai e i suoi cari hanno infine trovato riparo in un edificio abbandonato di via Solferino, più volte al centro di proteste della cittadinanza, che ne chiedeva a gran voce lo sgombero. Grazie alla presenza di alcuni membri del Gruppo EveryOne a Pesaro, la famiglia di Mihai ha potuto restare per diversi mesi nell'edificio e curarsi preso il locale ospedale San Salvatore, che - dopo una serie di scontri con gli attivisti riguardanti il diritto alla salute dei Rom - assumeva l'impegno formale di consentire anche ai "nomadi" l'accesso alle cure sanitarie, in controtendenza rispetto alla maggior parte degli ospedali italiani, che in genere forniscono ai pazienti Rom solo prestazioni di emergenza. A Pesaro Mihai ha lamentato più volte trattamenti inumani e degradanti da parte delle forze dell'ordine, nonché atti di razzismo da parte della cittadinanza. "Carabinieri e polizia mi mandano via in malo modo da qualsiasi angolo in cui mi fermo a mendicare," ha confidato un giorno a un attivista, "ma quello che mi fa più male è quando i sacerdoti mi scacciano dal sagrato delle chiese oppure chiamano la forza pubblica. Il Vangelo che studiamo noi Rom dice che Cristo e la sua chiesa dovrebbero amare e aiutare i poveri e i malati come me".

Il Gruppo EveryOne ha chiesto più volte alle Istituzioni di Pesaro e delle Marche, con lettere formali e nel corso di incontri, l'attuazione di un programma di assistenza e integrazione per Mihai e la sua famiglia, ricevendo risposte risposte e promesse tanto confortanti quanto regolarmente disattese. Anche la Scavolini Spar, gloriosa società di basket locale che si era impegnata a sostenere i diritti della comunità Rom di Pesaro (ricevendo ampio spazio sulla stampa), girava le spalle a Mihai e ai suoi cari: dopo avere invitato una delegazione di Rom ad assistere a una partita, impegnandosi a recarsi con alcuni atleti e dirigenti presso gli edifici fatiscenti in cui le sfortunate famiglie avevano trovato rifugio, evitava poi di "esporsi", abbandonando - per non inimicarsi le Istituzioni locali - i Rom a un destino fatto ancora di emarginazione, razzismo, violenze, malattie e morte. Il caso di Mihai e della comunità Rom di Pesaro è stato portato all'attenzione del Parlamento europeo, del Consiglio d'Europa, del Comitato ONU contro le discriminazioni e della Corte internazionale dei Diritti Umani. Al di là di risoluzioni inefficaci e messaggi di critica rivolti al governo italiano, in relazione alle sue politiche razziste e xenofobe, nessuna azione a salvaguardia delle famiglie veniva tuttavia messa in atto. A causa della repressione, culminata in un tragico sgombero, due Rom sono morti, due donne incinte hanno subito aborti spontanei, mentre alcuni pazienti oncologici sono stati costretti a interrompere le cure, fatto equivalente a una condanna a morte. Gli altri, quando non si sono perse le loro tracce, si sono dispersi in Italia e all'estero, in Romania, Francia, Spagna, Grecia. Il 15 luglio, quando i medici del San Salvatore hanno acclarato la fase terminale della malattia di Mihai, cui restavano pochi giorni di vita, la famiglia è stata costretta a farlo salire su un pullman per Bucarest, non possedendo il denaro sufficiente al rimpatrio della salma, qualora l'uomo fosse morto in Italia. Ricordiamo che le autorità italiane non prevedono alcun sostegno né per i Rom che decidano di rientrare nel Paese dell'Unione da cui provengono, né per il trasferimento in patria dei loro defunti. Così Mihai è "andato a morire in Romania". La sua agonia è durata il tempo di raggiungere la capitale romena, dove - ancora a bordo del pullman - esalava l'ultimo respiro.
Nella foto, funerale Rom
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Rom, continuano le operazioni di purga etnica a Roma
Roma, 31 luglio 2009. Nonostante le raccomandazioni delle istituzioni Ue, nonostante le Direttive e le Risoluzioni che tutelano i diritti del popolo Rom negli Stati membri dell'Unione, gli sgomberi senza alternative di alloggio né piani assistenziali o di integrazione proseguono in Italia. Le rassicurazioni e le promesse che il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano hanno fatto ai rappresentanti del Gruppo EveryOne sono rimaste nel limbo delle buone intenzioni, perché le politiche disumane, paragonabili in tutto e per tutto al programma di purga etnica attuato dai nazifascisti negli anni delle leggi razziali, non si sono mai interrotte. Uomini, donne anche incinte, bambini, disabili, malati: a nessun essere umano di etnia Rom è riservato un trattamento civile. Le forze dell'ordine, trasformate ormai in squadre di aguzzini, puliscono gli insediamenti Rom, distruggono i ricoveri di fortuna e mettono le famiglie in mezzo alla strada, costringendole a incamminarsi in dolorose marce verso il nulla. L'indifferenza delle autorità Ue e delle Nazioni Unite, che si limitano a stigmatizzare l'orrore, le rende complici degli autori delle purghe etniche. Oggi, a Roma, si verifica l'ennesima violazione dei diritti umani. Quindici agenti della Polizia Municipale dell'VIII Gruppo e del Gruppo Sicurezza Sociale ed Urbana di Roma, sotto la direzione del comandante Antonio Di Maggio, in collaborazione con la Polizia del Commissariato Casilino Nuovo stanno sgomberando con le consuete, disumane procedure tre insediamenti "abusivi" in zona VIII Municipio. Il concetto di "abusivismo" serve da giustificazione per le operazioni di pulizia etnica, nonostante il Gruppo EveryOne abbia più volte illustrato alle autorità romane oltre che alle Istituzioni centrali - come gli insediamenti di fortuna accolgano in realtà comunità di famiglie indigenti ed emarginate, con individui fragili, malati e vulnerabili, spesso in età infantile. Come di consueto, le autorità sono intervenute in seguito alle proteste di uno dei tanti comitati di quartiere. Vale la pena i ricordare come anche il famigerato "Ufficio Centrale contro la piaga zingara" agisse, negli anni dell'Olocausto, dietro reclamo di comitati di cittadini. Le operazioni di evacuazione sono iniziate nella zona recintata di via Biancavilla, dove sono rifugiati alcuni Rom romeni, fra cui due malati di cancro. Quindi le attività poliziesche sono proseguite in via Acqua Vergine, dove trentadue Rom romeni della tribù Pletosh sopravvivevano in dodici baracche. Infine, gli agenti hanno schedato ed evacuato alcune decine di Rom, sempre romeni, insediatisi nei pressi del Policlinico di Tor Vergata.
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All'Alto Commissario ONU per i Rifugiati. Contro i respingimenti illegittimi, un grido di giustizia
Lampedusa, 29 luglio 2009. Dopo gli 89 profughi respinti in Libia mercoledì 1 luglio 2009 e i 47 respinti ancora verso i centri-lager di Gheddafi il 5 luglio, ieri, 29 luglio, altri 14 migranti, fra cui due donne e un bambino, sono stati raccolti in mare, nel Canale di Sicilia, e deportati verso il porto da cui erano partiti. Il motopeschereccio che li ha raggiunti, 35 miglia a sud di Lampedusa, ha chiesto alle autorità della Marina italiana come comportarsi. La risposta è stata: respingimento. In seguito a questa nuova violazione della Convenzione di Ginevra, il Gruppo EveryOne ha scritto una lettera allarmata all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati:
Milano, 29 luglio 2009
All'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati,
il Gruppo EveryOne sta preparando un dossier sulla sorte dei migranti respinti in Libia in violazione delle norme internazionali sulla protezione sussidiaria e il diritto di asilo: emergono dati di una realtà tragica che nasce dalla volontà delle Istituzioni italiane di accanirsi contro i profughi, nell'àmbito di politiche razziste e xenofobe. Le Istituzioni, attuando tali decisioni, sono consapevoli di perpetrare gravi crimini contro l'umanità, ma sono altrettanto consapevoli che tali azioni resteranno impunite, a causa della mancanza di sanzioni e pene efficaci per i governi che si macchino oggi di tali colpe. Dopo gli 89 respinti (1 luglio 2009), come Lei sa, ne sono stati respinti ufficialmente altri 47 (5 luglio) e ora 14, senza dar loro la possibilità di chiedere protezione né asilo. Ci sono inoltre stati segnalati altri respingimenti, che non sono stati divulgati sulla stampa. Inoltre, abbiamo avuto notizia di maltrattamenti e abusi in Libia, riservati dalle autorità locali ai profughi deportati nelle precedenti occasioni. Si è verificata l'ennesima violazione della Convenzione di Ginevra e delle carte internazionali che proteggono gli esseri umani che fuggono da guerre, carestie e persecuzioni. Noi denunceremo questi gravi abusi in ogni sede italiana e internazionale, ma abbiamo bisogno di un atteggiamento deciso da parte dell'Alto Commissario. Non abituiamoci all'orrore: le norme esistono, anche se il Paese in cui viviamo e di cui siamo attualmente ben poco orgogliosi le infrange senza alcun timore di incorrere in sanzioni o decisioni efficaci da parte delle Istituzioni internazionali, con la svergognatezza che ormai caratterizza le autorità politiche italiane, facendone un pessimo esempio nel mondo. Il Gruppo Everyone

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Eto'o, fuoriclasse e Ambasciatore contro il razzismo, giocherà in Italia
Milano, 29 luglio 2009. Il fuoriclasse camerunense Samuel Eto'o è passato da Barcelona all'Inter. L'attaccante è consapevole dell'escalation razzista che caratterizza l'Italia e dichiara: "Sono partito dal Camerun come cittadino del mondo e voglio continuare ad esserlo. So che qui in Italia esiste qualche problema, ma l'affronteremo quando si verificherà.

Sono fiero di essere di colore, è la mia forza". Samuel Eto'o è Ambasciatore per la Nazioni Unite contro il razzismo e collabora, anche tramite la sua Fondazione, alla lotta contro la xenofobia, il razzismo e l'apartheid nel mondo. Giocherà a fianco di Mario Balotelli, premiato dal gruppo EveryOne con il Premio Eddie Hamel 2009, riservato agli atleti che si distinguono per l'impegno antirazzista.
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Milano combatte l'arte sociale dei writer
Milano, 25 luglio 2009. I writer sono artisti sociali, che incarnano il dissenso verso una società repressiva. Si può non apprezzare le loro performance, ma non mancano alle Istituzioni le strutture e il personale per ripulire i muri dalle opere sgradite. Criminalizzare gli autori di graffiti, testimoni di un'epoca buia, di una deriva della civiltà del libero pensiero e dei diritti umani, è segno di barbarie culturale. I nazisti attribuirono un'indole asociale, violenta e sediziosa agli "artisti degenerati". Lo stesso accade oggi nei confronti dei writer. Stamattina all'alba numerosi carabinieri hanno inseguito attraverso le gallerie della metropolitana quattro artisti sociali di nazionalità spagnola, sorpresi in una performance di arte urbana nei depositi della metropolitana.

Sono stati arrestati, ammanettati e accusati non solo dell'azione creativa, ma anche sottoposti ad indagine per reati violenti accaduti nei giorni scorsi nei sotterranei della metropolitana milanese. Al di là dell'opportunità di multare gli autori di graffiti, è indubbiamente sbagliato perseguitarli. Nelle scorse settimane sono stati segnalati atti di violenza contro ragazzini intenti a creare graffiti. Le autorità milanesi, che hanno commentato in modo blando i dati pubblicati dal Prevo.lab relativi alla crescita fuori controllo del consumo di droga (e quindi della presenza delle mafie) a Milano e in Lombardia, annunciano adesso "tolleranza zero" nei confronti dei ragazzini con le bombolette, colpevoli di essere... giovani, creativi e un po' ribelli.
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Ma chi sono io, Babbo Natale?
Roberto Maroni è seccato dalle critiche che gli piovono addosso da parte dell'ONU, dell'UE e del Vaticano, riguardo alle politiche xenofobe del governo. E' stufo di essere paragonato ai carnefici del passato e afferma che l'Italia è oggi all'avanguardia in materia di immigrazione e (udite, udite!) di integrazione.

Proviamo a ipotizzare come spiegherebbe le sue affermazioni, di fronte alle evidenze delle innumerevoli violazioni dei diritti umani di migranti e Rom:
"Mi paragonano a Hitler, ma io ci rido sopra. Con gli sgomberi, ho restituito i Rom al tradizionale nomadismo, collocando i loro bambini presso amorevoli famiglie italiane. Per evitare ai profughi complicate pratiche di asilo e dolorose permanenze nei Cie, li mando subito in Libia, dal mio amico Gheddafi, dove li attende il confort dei 'Centri di Soggiorno Carta Verde'. Grazie a me, i clandestini se la cavano con una multa, sei mesi in un Cie e l'espulsione. In Vaticano, li chiuderebbero nelle segrete. E poi dicono che non ho a cuore i negri, gli zingari e i barboni: ma se ho fatto la Legge 733 solo per loro!"
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Lettere del Gruppo EveryOne ad Antonio Di Pietro e Debora Serracchiani
Milano, 24 luglio 2009
Caro Antonio Di Pietro,
il Gruppo EveryOne si sente completamente affine alle Sue posizioni, che spesso Le attraggono pesanti critiche e attacchi mediatici, anche da parte di personalità politiche di "sinistra". E' ormai assodato come le Istituzioni siano malate, dalla base al vertice e stiano intaccando le fondamenta stesse del diritto, della democrazia, della civiltà. Recentemente Rita Borsellino ci ha scritto parole commoventi, che ci hanno fatto sentire meno soli, nel nostro impegno per i Diritti Umani. Però ci fanno anche sentire - ed è un sentimento amaro - la mancanza di uomini coraggiosi come Paolo Borsellino. Pare proprio che, a fasi alterne, a volte come "uomini-ombra" a volte con la loro tiepidità opportunistica, con la loro ignavia, anche le persone in cui ci pare di poter confidare, in virtù di episodiche dichiarazioni a mezzo stampa, non sappiano in realtà quello che fanno. Di certo, non paiono così "eroici" da scendere dal "trenino dei privilegi" su cui - sgomitando - sono saliti, chi prima, chi dopo. E a destra è tutto parimenti desolante. Da un lodo a un decreto legge, da un provvedimento (centrale o locale) a un'esternazione, da una dichiarazione pubblica alla risposta a una critica proveniente dall'estero: ormai è chiaro che la malattia del nostro Paese non è incarnata dal solo Berlusconi, con le sue amicizie pericolose, i suoi conflitti di ogni genere, la sua lussuria sadomasochistica. No. L'orgia del potere - in cui su altari osceni si bruciano le conquiste della civiltà, i valori morali e le pagine della Costituzione - vede partecipare ai vari "trenini" quasi tutta la classe politica che possiede ruoli decisionali e conduce lo "stivale" verso il baratro dell'inciviltà, della perversione, dela crudeltà verso i deboli e gli indifesi, dell'apartheid, della dittatura. E' "satanismo di Stato" e il Presidente della Repubblica regala un beneplacito - che in apparenza sembra provenire da un pulpito di saggezza e autorevolezza - all'abominio. Presidenti..! sembra che la collettività non impari mai la lezione della Storia, che ha visto così spesso in cima alla piramide del potere uomini senza grandezza morale, senza coraggio civile, senza una grande anima. Se fossimo privi anche della la Sua "scimitarra", carissimo Antonio Di Pietro, non ci sarebbero solo "piume" e indifferenza, ma armi e strumenti di tortura ben più atroci: quelli che già dilaniano le carni scure di rifugiati e Rom, che colpiscono chi ha il coraggio di ribellarsi e fanno a pezzi gli innocenti. Noi abbiamo fede in un futuro diverso. Non accettiamo la fine dei valori civili e umanitari né la metamorfosi kafkiana del diritto e dei principi morali. Viviamo in un Paese dove show televisivi e politici sostituiscono la crescita culturale e civile, dove i ragazzi imparano solo a essere ligi e disciplinati, ad aver paura di un mondo che vive (perché i movimenti migratori non sono che questo), mentre all'Italia di oggi occorrono ribelli e idealisti. I nostri attivisti resistono e resisteranno, fino a vedere quell'alba di un nuovo giorno in cui neanche Lei ha rinunciato a credere, con le armi della ragione, della nonviolenza, della tradizione democratica e di testi illuminati come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione di Ginevra, il Vangelo, le parole sagge di Gandhi, quelle sognanti di Martin Luther King, quelle piene di innocente speranza del Diario di Anne Frank. Queste parole, questi ideali brandiremo anche noi, come "scimitarre", caro Di Pietro, contro i fantasmi di una regressione civile che prendono corpo e si moltiplicano ogni giorno. Con solidarietà, ammirazione e fiducia. Il Gruppo EveryOne
Milano, 24 luglio 2009
Continua nella sezione Club
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Politici e Mafia
di Paolo Borsellino
L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso.

Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati.
Dalla lezione del 26 gennaio 1989 agli studenti dell'Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa. Lo pubblichiamo oggi, 19 luglio 2009, nel 17° anniversario della "strage di Stato" in cui persero la vita il magistrato palermitano e i cinque agenti della sua scorta.
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Nel silenzio mediatico, proseguono in Italia e Libia le politiche xenofobe
Milano, 18 luglio 2009. Anche se una cortina di silenzio è calata su respingimenti di migranti e sgomberi di insediamenti Rom, gli uni e gli altri proseguono. Da nord a sud, le amministrazioni comunali in simbiosi con le forze dell'ordine attuano operazioni di allontanamento nei confronti delle famiglie Rom che si rifugiano all'interno di edifici abbandonati o di baracche costruite con materiali di fortuna in luoghi fuori mano. Particolarmente rapide e sbrigative le evacuazioni da località turistiche.

A Sesto San Giovani (Milano) ben quattro insediamenti "abusivi" sorti preso aree dismesse, in cui vivevano famiglie Rom di nazionalità romena, sono stati sgomberati con metodi brutali, come sempre senza concessione di alternative di accoglienza né assistenza a malati, donne incinte, bambini. Intanto, i respingimenti di profughi provenienti da Paesi in crisi umanitaria proseguono, nonostante il silenzio mediatico e le autorità libiche, in ottemperanza al "patto scellerato" stretto con il governo italiano, fermano, internano in luoghi simili a lager e infine deportano centinaia di migranti, senza concedere loro alcuna opportunità di chiedere asilo politico.
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Abbiamo bisogno di giovani
di Roberto Malini
Milano, 17 luglio 2009. L'Italia razzista, immorale, materialista, indifferente di oggi ha bisogno di disobbedienza. Mi commuovono i 9.500 ragazzi non ammessi agli esami di maturità a causa del loro comportamento: punto su di loro, per il futuro della nostra società. Ribelli, abbiamo bisogno di ribelli.

I ragazzi che dipingono meravigliosi graffiti sui muri delle città: ecco i semi dell'arte, di un'arte così pura e idealista e nobile da suscitare l'odio dei nuovi iconoclasti, che i muri vogliono incolori, grigi come le loro vite, freddi come i loro cuori. Eroi, abbiamo bisogno di eroi. I ragazzi che protestano contro gli aguzzini, che hanno amici Rom e "clandestini", che cambiano il mondo opponendo l'ebrezza della vita alla sobrietà della morte, la creatività delle idee all'aridità delle leggi e degli schemi. Giovani, abbiamo bisogno di giovani.
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A Foggia, parroco denuncia carovana di famiglie Rom alle forze dell'ordine, che la costringono ad allontanarsi
Foggia, 17 luglio 2009. Il seme dell'odio è stato gettato e non ne sono immuni gli uomini di chiesa. Se alcune parrocchie di Pesaro hanno iniziato a conciliare Cristianesimo e intolleranza già dalla scorsa estate, da qualche settimana, parroci e sacerdoti di tutta Italia hanno preso l'abitudine di segnalare alle forze dell'ordine la presenza davanti alle chiese di Rom e questuanti.

Il caso più recente si è verificato a Borgo Incoronata di Foggia, dove una carovana composta da 45 roulotte abitate da nomadi è stata costretta ad allontanarsi da uomini della Polizia di Stato e della Polizia Municipale. Le forze dell'ordine sono intervenute dietro reclamo del parroco del Santuario della Madonna dell'Incoronata. Le famiglie, in tragiche condizioni di indigenza, con bambini, donne e malati, si sono subito avviate verso una destinazione indefinita. E pensare che il santuario, la cui fondazione risale all'Alto Medioevo, è stato per secoli luogo di asilo per forestieri, poveri e perseguitati. Ai fedeli che vi accedevano era chiesto di "ungere l'anima con l'olio della fede e della carità cristiana".
Nella foto, Borgo Incoronata, dipinto raffigurante la Madonna del santuario
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Lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente della Camera Gianfranco Fini a proposito della Legge 733 B sulla "sicurezza"
Esiste un pensiero politico virtuoso, che sostiene l'attivismo dall'interno delle Istituzioni. E' un fenomeno che cresce, si evolve e trasforma la società italiana, nonostante la Costituzione sia stata e sia violata ripetutamente, nonostante l'anima antirazzista, tollerante e umanitaria del nostro Paese sia stata rapita ed è tenuta in catene insieme alla Democrazia. L'approvazione, la ratifica e la firma apposta dal Presidente della Repubblica in calce alla Legge 733 B, che rappresenta il ritorno delle leggi razziali in Italia, ha soffocato nell'orrore tanti anni di conquiste civili, riportandoci all'odio etnico, alla discriminazione e alla persecuzione razziale. E' una sconfitta per civiltà e democrazia europee. "Non ci arrenderemo," ci scrive Antonio Di Pietro, con cui intratteniamo una fitta corrispondenza che affronta temi cruciali per il futuro della democrazia e della società italiana. "Ci adopereremo attraverso tutti gli strumenti politici a nostra disposizione, perché il dissenso popolare a cui abbiamo dato voce non resti inascoltato". Il leader dell'Italia dei Valori è animato da uno spirito realmente patriottico, che sottolinea la necessità di scelte precise, da parte dei democratici, per i quali non è più tempo di ignavia.
Continua nella sezione Watching The Sky
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Lucio, fuoriclasse antirazzista, giocherà nell'Inter
Milano, 16 luglio 2009. Abbiamo ancora nelle orecchie le parole che ha pronunciato il 25 giugno scorso, durante i preamboli dell'incontro Sudafrica-Brasile, semifinale della Confederation Cup, alternandosi al microfono con il capitano della nazionale sudafricana Aaron Mokoena: "Il razzismo deve scomparire dallo sport e dalla società". Ora, è ufficiale, Lucimar Ferreira da Silva detto Lucio, capitano del Brasile, considerato da molti il più forte difensore del mondo, giocherà in Italia. Il fuoriclasse 31enne ha firmato un contratto triennale per l'Internazionale Milano e difenderà i colori nerazzurri (e gli ideali di tolleranza e uguaglianza razziale) nella squadra campione d'Italia

Nella foto, Lucio solleva la Confederation Cup
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Dopo la denuncia da parte del Gruppo EveryOne e il biasimo di Fini, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati condanna in una lettera al governo italiano il respingimento di 89 rifugiati eritrei con bambini
In data 1 luglio 2009 il Gruppo EveryOne, denunciava alle Istituzioni internazionali preposte al rispetto della Convenzione di Ginevra e in particolare all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati il respingimento di 89 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone nel canale di Sicilia. Soccorsi a 50 km dalla costa di Lampedusa, i migranti, provenienti dall'Eritrea, Paese in cui è in corso una tragedia umanitaria, sono stati trasferiti con metodi brutali e senza alcuna assistenza - nonostante fossero affamati e sfiniti - su una motovedetta libica e quindi deportati verso i centri di raccolta di Gheddafi, simili a lager. "Cara Laura Boldrini, rappresentante in Italia dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati," scrivevano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "l'ultima volta che il nostro gruppo ha comunicato con l'Alto Commissario, sembravate determinati a non farvi zittire dalle Istituzioni italiane cadute nel baratro xenofobico. Noi di EveryOne stiamo lavorando senza sosta per evitare che le nuove politiche che violano il principio internazionale del 'non-refoulement' e il decreto razzista possano davvero rendere legali le persecuzione e il razzismo. Ci saranno novità importanti, presto, ci creda e abbia fiducia in noi. Lei e i Suoi collaboratori, per piacere, non dovete smettere di levare le vostre voci contro questi crimini, che toccano profughi e bambini. Se vi attaccheranno, saremo con voi, ma non fatevi persuadere a tacere". Lo sdegno nostro e di una rete di organizzazioni per i Diritti Umani veniva condiviso anche dal Presidente della Camera Gianfranco Fini, che definiva "immorali" i respingimenti, spiegando che "i rifugiati non possono essere automaticamente equiparati al clandestino".

Oggi l'Alto Commissario per i Rifugiati condanna senza mezzi termini, in una lettera inviata al governo italiano, il respingimento degli 89 rifugiati e la brutalità dei militari che li hanno trasferiti sulla motovedetta libica. "Non risulta che le autorità italiane a bordo della nave abbiano cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte," denuncia l'Alto Commissario, "né tanto meno le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri Paesi". Secondo le valutazioni dell'agenzia Onu, i migranti dall'Eritrea hanno diritto a protezione internazionale, ma le autorità italiane hanno ignorato questa realtà e hanno effettuato il respingimento agendo con disumanità, senza neanche assicurare cure mediche, sostegno alimentare e accertamenti sulla condizione sociale dei profughi. "Negli anni passati l'Italia ha salvato migliaia di persone in difficoltà nel Mediterraneo," è scritto nella lettera inviata al governo italiano, "fornendo assistenza e protezione a chi ne aveva bisogno. Dall'inizio di maggio è stata introdotta la nuova politica dei respingimenti e almeno 900 persone sono state respinte verso altri paesi, principalmente la Libia. Si tratta di una politica che desta seria preoccupazione, poiché rischia di impedire l'accesso all'asilo e mina il principio internazionale del non-respingimento".
Nella foto, rifugiati eritrei.
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Lettera aperta alla sezione romana e alla sede nazionale del Partito Democratico
Stupri Roma. Luca Bianchini potrebbe essere innocente, ma in ogni caso ha diritto a tutte le garanzie
Roma, 11 luglio 2009
Cari compagni, abbiamo seguito attentamente la vicenda dell'arresto di Luca Bianchini, coordinatore del Circolo del Pd di Torrino. Le evidenze sembrerebbero inchiodarlo, ma vi ricordiamo che con l'esame del DNA le autorità romane avevano incastrato i Rom romeni Racz e Loyos, dopo lo stupro della Caffarella, poi risultati innocenti. Anche nel caso Giovanna Reggiani, riguardo a Romulus Mailat, restano dubbi relativi agli esiti degli esami del DNA. Mailat si è beccato l'ergastolo, ma gli esami del DNA rilevato dai campioni di sangue sotto le unghie della Reggiani e sul viso di lui sono misteriosamente scomparsi durante le indagini. "La pioggia ha diluito il sangue rendendo gli esiti inattendibili," si è detto durante il processo. Ma il DNA è presente anche in una diluizione di 1 a un milione. Vi sono stati molti scandali, in tutto il mondo, legati alla manipolazione del DNA da parte di autorità e inquirenti. Prima di crocifiggere Bianchini (e secondo noi è stato un errore espellerlo dal partito prima di avere le prove di una sua implicazione negli stupri), sarebbe bene che un rappresentante del Pd - meglio se un deputato - lo andasse a trovare in carcere, evitando di "prendere le distanze" da lui, ma cercando la verità. Racz e Loyos, durante gli interrogatori, hanno subito ogni genere di abuso, tanto che il "biondino" aveva confessato particolari raccapriccianti, risultati poi indotti ed estorti dalla polizia. E' importante ascoltare la versione di Bianchini e appurare se ha alibi che possano scagionarlo. Gli esami del DNA in Italia, repetita juvant, sono effettuati con approssimazione e si sono rivelati inattendibili in un numero altissimo di casi. Se abbandonate Luca Bianchini adesso (così come tutti i politici, salvo i Radicali e Giulietto Chiesa, hanno abbandonato i Rom accusati di ogni nefandezza negli ultimi anni), il giovane sarà ritenuto colpevole e non avrà speranza di giustizia, al di là di come si sono svolti gli eventi.
E' possiblie che le autorità e il sindaco abbiano ragione e che il caso dello "stupratore mascherato" sia risolto. Ma... se fosse l'ennesimo tentativo di "costruire" un colpevole su misura? Non sottovalutiamo alcuna ipotesi, nell'Italia d'oggi. Neanche quella di un "mostro" di sinistra creato ad hoc, così utile per allontanare i riflettori dai tanti "mostri" che stanno dall'altra parte. Non ci sarebbe niente di male, se dopo aver esaminato obiettivamente i fatti e le prove, dovessimo riconoscere che le autorità si sono comportate bene, questa volta. Almeno, avremo concesso a un uomo tutte le garanzie e i molti dubbi svanirebbero, insieme ad alcune domande, come le seguenti:
1) se Bianchini era davvero informato sulla casistica degli stupri seriali (le autorità hanno dichiarato di aver trovato, a casa sua, materiale documentale e film sull'argomento), perché, dopo aver pianificato logisticamente i suoi delitti ed essersi munito di passamontagna al fine di essere irriconoscibile, è stato così malaccorto da lasciare tracce biologiche in tutti e tre gli stupri di cui è sospettato?
2) Perché, dopo tanta cura dei dettagli, avrebbe conservato a casa propria il nastro adesivo e il coltello usati durante suoi crimini, visto che di certo sapeva di aver lasciato prove biologiche di colpevolezza sui luoghi degli stupri?
3) Perché la fidanzata non ha mai notato alcunché di strano nell'appartamento di Bianchini, mentre le autorità hanno affermato che un libro sui crimini seriali e alcuni appunti si trovavano sul suo comodino?
Inoltre, fatto ancora più importante, vogliate notare le differenze abissali fra l'identikit fornito dalle vittime degli stupri e le caratteristiche dell'arrestato:
- identikit: le tre vittime hanno descritto così il criminale: romano (dall'’accento spiccato), fra i 30 e 40 anni, alto 170-175, corporatura media;
- caratteristiche di Luca Bianchini: 33 anni, alto circa 1 metro e 65, robusto.
Se osservate il filmato divulgato dalla questura di Roma, noterete che lo stupratore è di corporatura normale, alto circa 1 metro e 75 (si ottiene l'altezza comparando la sagoma con il ciclomotore vicino ad essa): osservando una foto di Bianchini, si nota come sia molto più corpulento.
Grati dell'attenzione e in attesa di un contatto (siamo disponibili ad accompagnare il deputato durante l'incontro con Luca Bianchini) vi salutiamo con amicizia. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne
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La Legge 733 e il Vangelo
Milano, 12 luglio 2009. Marta, che appartiene a un gruppo parrocchiale, ha ricevuto il messaggio del Gruppo EveryOne in cui viene chiesto alle Istituzioni cattoliche, alla Caritas e ai cristiani come si comporteranno di fronte alla Legge 733, che pone i migranti "irregolari" in una condizione di cittadini senza diritti, colpevoli di essere poveri e di aver cercato rifugio in Italia dopo aver abbandonato nazioni in guerra o in preda a carestie, drammi umanitari e persecuzioni. Ecco la sua risposta:
"Cari fratelli, io mi auguro vivamente che anche la Chiesa, la Caritas, i sacerdoti, i religiosi, in qualche modo disobbediscano. Nella mia parrocchia, con il mio gruppo, abbiamo avviato da un paio d'anni un'ospitalità per una famiglia Rom numerosa... è un pò lunga da raccontare, ma fatto sta che dopo due anni la gente è riuscita a farli andare via, mentre il parrocco ha speso in quel progetto non si sa quanti soldi, per sostenerli e consentire loro di integrarsi. Ma la gente della
"comunità" si è addirittura presa la briga di andare al catasto per dimostrare che quel posto non era abitabile, per poi minacciare una denuncia penale al parroco... il quale è stato costretto dalla polizia a farli andare via. Spesso ci saranno relgiosi ed organizzazioni che non accoglieranno gli stranieri considerati clandestini.
Ma molto spesso ci sarà (e gia c'è) gente come il mio parroco e vi assicuro che è una una rete fitta di credenti che vedono nel prossimo il riflesso di Gesù e che disobbedirà, o meglio continuerà ad obbedire all'unica Legge che per loro esiste, quella del Vangelo".

Nella foto, "Gesù guarisce i lebbrosi", particolare del mosaico della Cattedrale di Monreale a Palermo (XII secolo)
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Come deve comportarsi un cristiano di fronte alle nuove leggi razziali? Alcune domande alle Istituzioni cattoliche, alla Caritas, ai cristiani
Milano, 11 luglio 2009. Cari fratelli, con la Legge 733 gli italiani saranno obbligati alla delazione nei confronti dei migranti senza permesso di soggiorno. Abbiamo notizia di diversi ricoveri notturni, mense dei poveri e centri distribuzione abiti che allontanano i senzatetto senza documenti in regola. Questo fenomeno condurrà a una tragedia umanitaria di proporzioni spaventose, perché gli stranieri poveri, che adesso dormono in prati lontani dall'abitato, lungo i binari o in case abbandonate, il prossimo inverno non avranno speranze di sopravvivenza.

Stamattina un marocchino è morto risucchiato da un treno, a Milano: era costretto a dormire in quelle condizioni dallo spaventoso razzismo che si abbatte sugli stranieri invisi alle Istituzioni (e a gran parte del popolo italiano, cristiani compresi). Altro sangue sarà versato per colpa della Legge 733, altro dolore provocato. La Chiesa cosa farà? La Caritas cosa farà? I sacerdoti cosa faranno? I ricoveri gestiti da religiosi, come si comporteranno? E nelle prediche, i poveri e i forestieri saranno ancora considerati immagine di Cristo? Attendo una risposta con la stessa ansia che prende alla gola i nostri fratelli migranti. Roberto Malini
Nella foto, "Cristo senzatetto" di Deb Hoefner
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G8, una vetrina delle vanità e progetti inconsistenti
I risultati del G8 a L'Aquila sono, purtroppo, facili da commentare. Il Summit si è risolto in una vetrina delle vanità, in cui i leader - Obama in primis - si sono riflessi nello specchio mediatico mostrando al mondo ipotesi di progresso, ma idee annebbiate in ogni campo. Riguardo al clima e all'emergenza inquinamento, si sono spese parole e promesse, tuttavia mancano programmi coordinati, progetti di evoluzione tecnologica delle industrie (per ridurre le emissioni), con coinvolgimento delle multinazionali, che sono i principali attori del disastro ambientale globale.

Anche la lotta alla fame, al di là dei proclami reboanti e dei 20 miliardi sventolati sotto il naso delle popolazioni colpite dalle più gravi carestie, ha la consistenza del fumo propagandistico. I leader hanno omesso di specificare un particolare non di poco conto: dei 20 miliardi, infatti, 15 sono quelli già promessi cinque anni fa e mai erogati. "E' molto deludente, perché significa che non è stato previsto alcun nuovo stanziamento reale," ha commentato Kumi Naidoo, co-presidente della Coalizione globale contro la povertà. Per il resto, non si può che concordare con le conclusioni tratte dalle Ong presenti al Summit: "Sono sempre in grave ritardo rispetto agli impegni; sono inaffidabili; troppo spesso irresponsabili e inadeguati; non sono neanche in grado di individuare le vere priorità da affrontare”.
Nella foto, Kumi Naidoo
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Sicurezza, legge 733: allarme epidemia e mutazione virus influenza suina in Italia
Roma, 10 luglio 2009. Il Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale per i Diritti Umani, rende noto che alcuni brasiliani clandestini a Milano potrebbero, secondo i sintomi, essere affetti da influenza suina. Uno di loro proviene dalla Grecia, dove è in corso pandemia. “A causa della legge 733 B, in materia di pubblica sicurezza, che istituisce in Italia il ‘reato di clandestinità’ e obbliga i funzionari pubblici e i pubblici ufficiali a denunciare i migranti senza permesso di soggiorno” dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, “il virus è destinato a diffondersi a macchia d'olio fra le comunità straniere ‘irregolari’. Nei prossimi 12 mesi la situazione sarà fuori controllo e in Italia, unico Paese al mondo dove non si potrà fare prevenzione né prestare cure sanitarie ai malati – proprio perché ‘clandestini’, i migranti sono infatti obbligati a vivere nascosti e sono terrorizzati dall’idea di recarsi nelle aziende sanitarie –, il virus, diffondendosi senza barriere, darà luogo a un'epidemia atipica, senza presidio sanitario, come nel Medioevo. Vi sono migranti” proseguono Malini, Pegoraro e Picciau “che lavorano di nascosto presso allevamenti suini o che vivono presso fattorie e piccole aziende agricole. Il contatto fra pazienti e animali – e sottolineiamo che non vi è prevenzione in atto, né procedure antiepidemiologiche – può causare, come spiegato nell'articolo pubblicato da Thomas Vahlenkamp del Friedrich-Loeffler-Institut (Greifswald-Insel Riems, Germania) nell’ultimo numero del Journal of General Virology, un'ulteriore evoluzione del virus e una maggiore pericolosità. Sempre a causa del decreto,” concludono gli attivisti “in Italia vi è un grave rischio di epidemia di lebbra – abbiamo recentemente segnalato casi sospetti fra clandestini che non si recano in ospedale sempre a Milano – e si prospetterebbe nel prossimo futuro una catastrofe umanitaria se dovesse diffondersi una malattia infettiva grave, come l'Ebola”.
Il Gruppo EveryOne ha chiesto oggi, con una lettera urgente indirizzata agli uffici di Ginevra dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, di intervenire presso il Governo Italiano, in particolare intercedendo con il Ministro della Salute, Maurizio Sacconi, per attuare nell’immediato un programma di tutela della salute pubblica, facendo sì che sia indiscriminatamente garantita, senza deroga alcuna e senza l’applicazione della Legge 733 B, l’assistenza sanitaria agli immigrati non regolari. L'organizzazione internazionale per i Diritti Umani sottolinea inoltre nella missiva come l'istituzione del "reato di clandestinità" e l'obbligo per i cittadini alla delazione rendano di fatto impossibile l'attuazione di qualsiasi piano di prevenzione, quarantena o cura efficace in caso di epidemia.
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Appello di Antonio Di Pietro alla comunità internazionale per salvare la democrazia in Italia
Milano, 10 luglio 2009. Antonio Di Pietro ha acquistato una pagina sull'International Herald Tribune per denunciare il rischio di una dittatura in Italia. Si può non condividere le idee politiche del leader dell'Idv; si può restare sconcertati dalle sue strategie e tattiche di stampo "militare". Di certo, in questo frangente u democratici dovrebbero riconoscere che agisce come un patriota, perché si batte con gli strumenti democratici per difendere democrazia e Costituzione. Abbiamo un buon rapporto, oggi, con Antonio e forse gli abbiamo ispirato questo tipo di iniziative: far uscire dai confini italiani l'impegno politico e l'attivismo, denunciare fuori dai confini italiani gli abusi e le iniquità istituzionali. Il cambiamento non può avvenire in un territorio dove tutto è controllato e represso. Affrontare il "mostro" è pericoloso non solo per Di Pietro, ma anche per una escort che ha il coraggio di parlare, per un giornalista obiettivo, per un politico coscienzioso, per un attivista che svolge il suo compito (in nessun Paese civile gli attivisti vengono perseguitati e intimiditi coma da noi: è un dato emerso della Piattaforma di Dublino 2009). Ma tale coraggio è la sola speranza che abbiamo, perché l'alternativa è un regime ancora più arrogante, immorale, irresponsabile (sta per avvelenarci con l'energia nucleare), xenofobo e colluso di quello che esiste già in Italia.
Di Pietro sull'Herald Tribune: "La Democrazia in Italia è in pericolo"
"Appello alla comunità internazionale. La democrazia in Italia è in pericolo": è il titolo che campeggia a caratteri cubitali sulla pagina di pubblicità sull'International Herald Tribune acquistata dal leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro. A lato una grande foto di Di Pietro, che sovrasta il simbolo dell'Idv. Il testo è tutto puntato sul lodo Alfano, il cui meccanismo viene brevemente spiegato in inglese nei contenuti. Dopo le denunce di incostituzionalità sul testo da parte di "più di 100 costituzionalisti", viene ricordato che il 6 ottobre la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sullo scudo per le alte cariche, e racconta la cena nella casa del giudice della Consulta Mazzella cui presero parte anche Berlusconi e il ministro della Giustizia Alfano. "Faccio appello - si conclude il messaggio di Di Pietro - alla comunità internazionale perché faccia circolare queste informazioni ed eserciti la pressione necessaria per assicurare i principi di libertà democratica e di indipendenza della Consulta, così da scongiurare che la nostra democrazia in Italia venga trasformata in una dittatura di fatto". Da La Repubblica
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L'Italia torna al nucleare. Una scelta pericolosa, inquinante, antieconomica
Roma, 9 luglio 2009. Fermiamoli. Fermiamoli con gli strumenti democratici e costituzionali, perché sono fascisti, razzisti, antidemocratici, immorali. Fermiamoli perché hanno ricondotto l'Europa ai tempi delle leggi e delle violenze razziali contro neri e Rom, delle deportazioni, della schiavitù, della cultura xenofoba e omofoba. Hanno promosso pogrom e purghe etniche. Hanno tirato fuori dai cassetti dell'intolleranza i registri riservati agli "asociali" (i senzatetto). Fermiamoli perché hanno deciso di avvelenare il nostro Paese con l'energia nucleare. Con il via libera del senato al ddl sviluppo, l'Italia, infatti, è tornata oggi al nucleare, proprio mentre al G8 si parla di clima, fonti di energia rinnovabili, economia verde.

E' una tendenza che si pone in contrasto con le scelte nell'Unione Europea e negli Stati Uniti, dove nessuno punta più sul nucleare, che è pericoloso, inquinante, tecnologicamente superato e antieconomico. I siti nucleari saranno scelti dalle imprese che li costruiranno e militarizzati: né i cittadini né le Regioni avranno voce in capitolo, in tali scelte. Di certo - invitiamo tutti a monitorare questa facile previsione - le centrali non sorgeranno nelle vicinanze delle ville dei fautori dell'energia atomica. I primi quattro impianti, che nei progetti del governo dovrebbero essere attivi fra 20 anni (ma che verosimilmente governi più responsabili fermeranno), costeranno circa 25 miliardi di euro e forniranno all'Italia meno del 5 per cento dell'energia elettrica necessaria al Paese. Fermiamoli perché non si fermeranno.
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La vita umana e i wafer
Napoli, 8 luglio 2009. Che cos'è la giustizia? Se ispirata a nobili valori, è forse l'invenzione più alta e importante mai raggiunta dall'uomo. Giustizia è il nome dei più importanti testi sacri, retaggio di un'umanità che nella Storia non ha accettato la legge del più forte o del più cinico. Giustizia è la sostanza con cui uomini illuminati hanno scritto e approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione di Ginevra.
Quando, al contrario, perde la sua stella polare, che coincide con la via della civiltà e dell'evoluzione spirituale, la giustizia diviene follia. Alcuni giorni fa il Tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi di detenzione i quattro poliziotti che hanno umiliato, torturato, seviziato e massacrato un ragazzino, Federico Aldrovandi.

E vi è da scommettere che quei mostri, quegli aguzzini, quei criminali non sconteranno che una minima parte della pena, ammesso che nei gradi di giudizio successivi non vengano addirittura assolti. Oggi il giudice monocratico di Marano, sezione distaccata del Tribunale di Napoli, ha condannato a tre anni di detenzione (il minimo della pena, per effetto della legge Cirielli che colpisce i recidivi) il 40enne napoletano Salvatore Scognamiglio, indigente e tossicodipendente, per aver rubato in un discount un pacchetto di Wafer da 1 euro e 29 centesimi. "Mi vergogno, ma avevo fame," si è giustificato l'uomo, che ha rinunciato al patteggiamento, che gli avrebbe concesso una pena più mite. Salvatore, probabilmente, i tre anni li sconterà tutti e il suo carcere non avrà sbarre dorate come quello che - forse - accoglierà gli agenti assassini. La vita di Federico, secondo una giustizia che non ha più occhi per vedere la "stella polare" della virtù, valeva come un pacchetto di wafer.
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Laura, che vive vicino al Casilino 900, manda a Roberto Malini il suo sfogo: "La notte prima che mi sono sposata, hanno bruciato ancora. Nonostante ci sia la vigilanza, bruciano e si sente la puzza di gomme bruciate..."
Risponde Roberto Malini: "Basterebbe chiedere a gran voce al Comune casa e lavoro per i capifamiglia, con impegno da parte loro a pagare l'affitto (o meglio ancora, rate-mutuo) dopo il collocamento avvenuto. Il Comune sarebbe obbligato ad accettare la richiesta, in base alle Direttive europee e alle leggi italiane. Ma mi sembra che l'odio per i Rom sia più forte anche del vostro desiderio di aria pulita. L'unico modo civile per chiudere il campo è un progetto casa-lavoro, perché Auschwitz non è più attivo e di certo non si possono mettere le famiglie sulla strada. I Rom del Casilino, vittime di esclusione sociale e persecuzione istituzionale, non hanno possibilità di inserirsi da soli. Noi abbiamo chiesto ripetutamente un incontro alle Istituzioni, per formulare un piano preciso, sia a vostra tutela che a tutela dei Rom. Hanno preferito spendere milioni e milioni di euro in sgomberi, messe in sicurezza ecc. Con un decimo di quel denaro sprecato, si poteva risolvere il problema dei campi a Roma. Il futuro è ancora più fosco, perché nell'emarginazione e senza piani sociali, i giovani Rom cadranno nelle reti della 'ndrangheta, che a Roma è sempre più forte, e i problemi aumenteranno. Aumenteranno criminalità e corruzione. Il Comune sa tutto questo, ma sollevare puntualmente "emergenze-Rom" consente di nascondere sprechi, immoralità e fallimenti, mantenendo consenso. Chi ne fa le spese sono i poveri, ma anche i cittadini. Se solo i cittadini esercitassero i loro veri diritti e non si facessero prendere all'amo da chi amministra le loro vite e il loro denaro..!"
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G8 a L'Aquila. Vi sono gravi pericoli sismici e non vi sono condizioni di serenità e sicurezza per i leader mondiali. Chiediamo che il Summit sia spostato in altra sede. Lettera aperta agli Ambasciatori in Italia dei Paesi del G8
Milano, 7 luglio 2009
Illustrissimo Ambasciatore,
il Gruppo EveryOne continua ad essere preoccupato per la sicurezza dei leader del G8 durante il Summit a L'Aquila. Non ci preoccupano di certo le manifestazioni di legittimo dissenso (anche noi dissentiamo riguardo a molte politiche dei leader del G8), ma il fatto che gli otto grandi, accettando di riunirsi in una città in preda a eventi sismici, mettano in rilievo come siano fragili le basi dei Paesi che rappresentano. Stiamo monitorando l'attività sismica nella zona de L'Aquila, che ci preoccupa molto. Non capiamo come mai i servizi di sicurezza e le personalità che dovrebbero proteggere i leader dei Paesi democratici e di assicurarsi condizioni serene per loro durante gli impegni ufficiali accettino questa incertezza, questa precarietà, questa tensione, questi pericoli. Che immagine darebbero nel mondo le grandi democrazie se ci si trovasse di fronte a una grottesca (o drammatica) evacuazione durante il meeting? E se vi fosse una scossa superiore a 4.5 di magnitudo, come reggerebbero le strutture nella cittadella di Coppito, vista l'approssimazione e la disorganizzazione dimostrate dall'Italia? La verità è che i Vigili del fuoco dovranno approvarla, ma non vi è stato tempo per effettuare test di sicurezza.
In Italia i giornali hanno cominciato a censurare le notizie delle scosse, per compiacere il governo e gli organizzatori. Rimediamo noi:
ieri, 6 luglio 2009, vi sono state ben 8 scosse di terremoto, che hanno gettato nel panico la cittadinanza de L'Aquila;
oggi, 7 luglio 2009, si sono verificate 4 scosse, rilevate dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. La più forte, di magnitudo 2.9, si è verificata all'1.09 del mattino. Un'altra scossa di terremoto di magnitudo 2.8 si è verificata alle 01.51. Altre due scosse, alle 2.48 e alle 5.13.
I sismologi hanno affermato che "a L' Aquila esistono diverse faglie attive che creano terremoti. Vi è un pericolo grave che riguarda una faglia di massimo rischio (tenuta sotto osservazione dal 6 aprile) che è detta "la Faglia di Pizzoli"; se si dovesse attivare, potrebbe accadere una catastrofe". Le scosse sui Monti Reatini non sono lontane da Pizzoli, dunque i leader corrono pericolo di vita. A conferma di questa situazione di rischio, in data odierna l'Istituto Nazionale di Geofisica, sezione di Milano e Pavia, ha dichiarato che la Faglia di Pizzoli è attiva
Il Gruppo EveryOne si chiede perché nessuno ne parli e perché i Paesi del G8 abbiano deciso di gettare i loro leader allo sbaraglio in una "roulette sismica"...
Il Gruppo EveryOne chiede ancora una volta a tutti coloro che sono coinvolti nell'organizzazione o nella partecipazione al Summit di dedicare maggiore attenzione e rispetto per i leader dei Paesi democratici, che lavorano per il benessere della civiltà e devono farlo in condizioni di sicurezza e serenità: è necessario che, con un atto di responsabilità, si sposti il G8 in altra sede. Cordiali saluti, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Glenys Robinson - Gruppo EveryOne
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Leader induista ed ebreo chiedono alle star di Hollywood di sostenere i Rom perseguitati in Europa. Il Gruppo EveryOne e una rete di ONG appoggiano il progetto
Hollywood e Milano, 7 luglio 2009. Due eminenti figure del mondo religioso americano, il leader induista Rajan Zed e il rabbino Jonathan B. Freirich, figura di grande prestigio in Nevada e California, hanno promosso un'azione di informazione presso l'elite di Hollywood, finalizzata a combattere le gravi situazioni di esclusione sociale e persecuzione che colpiscono il popolo Rom in Italia e in altri Paesi d'Europa. Le due personalità religiose sollecitano le star a impegnarsi perché i Paesi in cui si verifica il fenomeno della ziganofobia inizino a combatterla efficacemente e diano l'avvio a seri progetti di integrazione. Il Gruppo EveryOne - alcuni dei cui attivisti lavorano nel mondo del cinema e dello spettacolo - e il Coordinamento antirazzista Sa Phrala hanno aderito all'iniziativa. "Nei prossimi giorni comunicheremo il progetto alle più importanti personalità di Hollywood," dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau e Glenys Robinson, "chiedendo loro di aderire al progetto di Rajan e Jonathan e di aiutarci a rompere il muro di silenzio dietro cui ha luogo un nuovo Olocausto. In Italia le famiglie Rom subiscono ogni genere di abuso da parte delle autorità e dei movimenti razzisti. Sono famiglie poverissime, con tanti bambini, malati e donne incinte, che si rifugiano, per non morire, in case abbandonate, sotto i ponti o in luoghi nascosti, dove costruiscono baracche. "Il governo italiano e le autorità locali, però, non li trattano come esseri umani, ma come topi" commentano gli attivisti.

"E' in corso in Italia una propaganda feroce contro i Rom," continuano, "basata sull'odio razziale. Il movimento anti-etnico Lega Nord ha ottenuto, con la demagogia xenofoba, l'ideologia contro l'immigrazione e le azioni persecutorie, consensi elettorali tali che oggi, insieme al Pdl (che ha abbracciato l'intolleranza) governa l'Italia, un Paese dove, nonostante le leggi, il razzismo non è combattuto in alcun modo dalle Istituzioni. Le famiglie Rom vengono scacciate anche dai loro poveri rifugi, mentre le forze dell'ordine distruggono le loro baracche e le mettono in mezzo alla strada, senza assistenza sociale né sanitaria. Dopo tali sgomberi, da noi denunciati come crimini contro l'umanità, le famiglie Rom intraprendono tragiche 'marce della morte' verso un destino senza speranza. L'elemosina, estremo mezzo di sopravvivenza, è combattuta con durezza, mentre gli abusi polizieschi e giudiziari, gli attentati e i trattamenti inumani contro i Rom sono innumerevoli. Altri Paesi europei attuano politiche discriminatorie, mentre i progetti di integrazione restano sulla carta. A causa di questa persecuzione, la speranza di vita media dei Rom è scesa sotto i 40 anni e la mortalità infantile è 15 volte superiore a quella degli altri cittadini. Ci auguriamo che le Star di Hollywood diano il buon esempio e ci aiutino a combattere il fenomeno del razzismo in Italia e in altri Paesi europei, perché il popolo Rom è allo stremo delle forze".
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In memoria di Federico
(Ferrara 17 luglio 1987 - 25 settembre 2005)
di Roberto Malini
Nessun giudizio
ridarà luce
a una stella
demolita.
Ma sia giustizia
perché si chiuda
nella carne del cielo
una ferita.

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Mario Mauro non sarà Presidente del Parlamento europeo
Lo annuncia il presidente del Gruppo PPE al Parlamento Europeo, Joseph Daul: "Ringraziamo Mauro e Berlusconi di aver accettato il nostro invito a ritirare la candidatura"
Bruxelles, 6 luglio 2009. Mario Mauro ha rinunciato alla propria candidatura a presidente del parlamento europeo. La notizia è arrivata in serata, quando mancano due giorni al voto che, in mancanza di un accordo, avrebbe sancito una grave spaccatura all’interno del gruppo popolare europeo chiamato ad esprimere un candidato alla presidenza dell’europarlamento. Il 14 luglio prossimo verrà quindi eletto l’ex Primo Ministro polacco Jerzy Buzek, che fin dall’inizio ha rappresentato la candidatura alternativa a quella di Mauro. Buzek ha avuto il sostegno di Germania e Francia, oltre che naturalmente di tutti i paesi dell’Est. La rinuncia di Mario Mauro è arrivata dopo che il presidente del Gruppo PPE al Parlamento Europeo, Joseph Daul, ha parlato con Silvio Berlusconi e chiesto a Mauro di ritirare la sua candidatura, ringraziandolo naturalmente «di aver accettato di ritirare la sua candidatura nello spirito di compromesso e di solidarietà europea». Vedi anche articolo sul sito EveryOne
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TAR del Lazio e campi nomadi: dov'è la vittoria?
del Gruppo EveryOne
Budapest/Roma, 6 luglio 2009. E' un risultato incoraggiante, che premia, anche se in misura minima, il lavoro della rete di organizzazioni per i Diritti Umani che hanno lavorato insieme all'European Roma Rights Center e all'Open Society Institute per denunciare procedure illegittime e discriminatorie nei confronti del Rom in Italia. In particolare va sottolineato l'impegno di Viktoria Mohacsi, fondamentale nelle istanze a tutela dei Rom sul territorio italiano. Va tuttavia rilevato che, di importante, il TAR Lazio ha accolto solo i rilievi contro le procedure di identificazione di individui di etnia Rom attraverso rilievi segnaletici e dattiloscopici, che contrastano con le normative a tutela dei minori, con quelle sulla privacy e sui Diritti Umani. Di fatto, tali procedure erano già state dichiarate anticostituzionale e non in linea con la carta europea dei diritti fondamentali della persona, come riconosciuto ufficialmente - dietro pressione delle organizzazioni per i Diritti Umani e, conseguentemente, delle Istituzioni Ue - dal ministero dell'Interno con le "Linee guida" emanate il 27 luglio 2008. Parzialmente soddisfacenti, invece, le decisioni da parte del TAR di annullare alcuni provvedimenti contenuti nei "regolamenti per i campi nomadi": la sottoscrizione di "patti di legalità" e l'ottemperanza ad essi quale condizione per permanere negli insediamenti, le restrizioni riguardanti l'accesso e la permanenza di ospiti e visitatori nei campi, l'obbligo di esibire una tessera/Stella di David. Il TAR, tuttavia, contro ogni evidenza, ha respinto i rilievi che dimostrano la non sussistenza di uno stato di emergenza riguardante la presenza di Rom e Sinti in Italia, ma - al contrario - di una condizione di discriminazione e persecuzione istituzionale. Conseguentemente, i giudici hanno giudicato legittimi gli interventi istituzionali (repressione, limitazione delle libertà personali, mancata assistenza, sgomberi iniqui, trattamenti inumani e degradanti, ghettizzazione dei campi "regolari"), asserendo che tali azioni rispondono alle finalità di integrazione sociale delle comunità nomadi e agli obiettivi di garantire standard adeguati sotto i profili sanitario, sociale, assistenziale e soprattutto di sicurezza. Di fatto, dunque, la decisione del TAR de Lazio si risolve in una piena assoluzione delle Istituzioni, cui vengono chieste impalpabili modifiche dei regolamenti, che tuttavia restano in ogni parte vere e proprie norme razziste, simili in tutto e per tutto a quelle che vigevano bei ghetti polacchi ai tempi di Hitler.
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Lettera al Commissario Hammarberg sulla situazione attuale dei Rom in Italia
Milano, 6 luglio 2009
Egregio Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg,
abbiamo ascoltato l'intervista che Lei ha rilasciato a Klaus Davi per “KlausCondicio” in cui si augura che le Istituzioni italiane abbiano seguito i Suoi consigli riguardo alla politiche sui Rom. Alle Sue speranze in relazione ai Rom in Italia, dobbiamo rispondere che purtroppo da gennaio a oggi gli sgomberi sono proceduti nel solito modo: famiglie messe in mezzo alla strada, minori spesso sottratti illegittimamente ai genitori, baracche e beni personali distrutti, nessuna assistenza sociale né sanitaria. Dopo ogni sgombero, bambini (quelli lasciati alle madri), donne anche incinte, malati hanno dovuto incamminarsi verso il nulla, alla ricerca di un altro riparo: un ponte, una casa abbandonata, una baracca. Luoghi senza acqua né servizi, malsani, pericolosi. Spesso gli agenti conducono in questura gli uomini, per "controlli" (non di rado durante tali "controlli" si verificano abusi e brutalità) e le donne restano con i bambini, esposte a ogni genere di abusi. Dopo gli ultimi, terribili sgomberi, la maggior parte della famiglie è tornata in Romania o fuggita in Spagna, Grecia, Francia. Malati di cancro, portatori di handicap, pazienti cardiopatici hanno dovuto rinunciare alle cure, per tornare a morire in patria. Si sono verificati aborti spontanei, in seguito agli sgomberi senza alternative. Da parte nostra, abbiamo investito ogni energia fisica, morale ed economica (anche vendendo beni personali mobili e immobili) per aiutare numerose famiglie ad acquistare farmaci e beni di sopravvivenza o ad affrontare il rinnovo dei documenti e il viaggio in Romania (le Istituzioni ci avevano garantito almeno di provvedere al costo dei rimpatri, ma non hanno mantenuto le promesse). Quando le autorità hanno sottratto i bambini alle madri, spesso queste hanno commesso atti violenti contro se stesse. Durante l'azione poliziesca di Pesaro (simile a tante altre) abbiamo percorso la città e caricato a bordo di furgoni donne semiassiderate, fuggite con i loro bambini per evitare la sottrazione. Si è sfiorata la tragedia, perché padri e madri Rom avevano minacciato di darsi fuoco se avessero perso i figli. Per concludere, le politiche delle Istituzioni centrali e locali sono ormai di feroce persecuzione, senza alcuno scrupolo, nei confronti delle ultime famiglie Rom. Come possono testimoniare gli ultimi Rom romeni rimasti in Italia - perché in possesso di documenti scaduti e privi del denaro necessario al viaggio in Romania - sono ormai negati loro anche i minimi diritti della persona. I Rom vengono maltrattati, accusati di reati che non hanno commesso, braccati e scacciati da tutte le città, picchiati e insultati dagli intolleranti. La invitiamo a visitare il nostro sito per aggiornamenti e a prendere contatto con alcune vittime della persecuzione (siamo in grado di fornirLe recapiti telefonici), che potranno riferirle vicende di razzismo e abuso raccapriccianti, che purtroppo sono ormai la quotidianità, in Italia, per il popolo Rom. Le Sue parole e il Suo invito rivolto alle autorità italiane sono lodevoli, Commissario, ma il nostro Paese è ormai in preda a un razzismo e una xenofobia fuori controllo e di certo non bastano ammonimenti, Risoluzioni, consigli da parte delle Istituzioni internazionali (che sono strumenti inefficaci) per cambiare le cose. Da parte nostra, continueremo a impegnarci per limitare la terribile tragedia umanitaria che avviene nell'indifferenza del mondo. Cordiali saluti.
Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Glenys Robinson, Steed Gamero, Fabio Patronelli, Katalin Barsony, Nico Grancea, Ionut Ciuraru, Mariana Danila, Danciu Caldarar, Mauro Zavalloni - Gruppo EveryOne
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Decreto sicurezza: iniziamo a regolarizzare, come suggerisce Giovanardi, le 500 mila badanti "fuori legge", ma pensiamo anche agli altri danni che causerà
Milano, 5 luglio 2009. Fin dal momento in cui il decreto sulla sicurezza stato approvato, il Gruppo EveryOne - che si appresta a sottoporre agli organi giudiziari internazionali il testo del provvedimento, chiedendo che ne sia riconosciuta l'illegittimità di fronte alle norme internazionali che combattono la discriminazione sociale e il razzismo - ha sottoposto al governo due emergenze, da affrontare e risolvere immediatamente. La prima riguarda le 500 mila badanti e i lavoratori "clandestini" senza permesso di soggiorno: per evitare di mettere fuori legge sia loro che i loro datori di lavoro, è importante regolarizzarli senza eccezioni. Oggi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia Carlo Giovanardi ha riconosciuto la gravità del problema, sollecitando un provvedimento d'urgenza simile alla regolarizzazione attuata nel 2002 (prima dell'entrata in vigore della legge Bossi-Fini). Di fatto, è l'ammissione che il testo del decreto, a partire dall'introduzione del "reato di clandestinità", approvato per compiacere la Lega Nord e le correnti xenofobe, non solo è una legge razziale, ma fa acqua da tutte le parti, sia sotto il profilo del diritto che sotto quello dell'opportunità sociale. La seconda richiesta posta dal Gruppo EveryOne al governo è una disposizione che ponga rimedio al diffondersi del panico fra i migranti, costringendoli a vivere la condizione di clandestinità nascondendosi per timore di essere denunciati, internati ed espulsi. Attualmente, migliaia di stranieri, gruppi familiari e individui singoli, vivono in tali condizioni, senza accedere a cure sanitarie in caso di malattia, senza segnalare alle autorità i nuovi nati, senza denunciare violenze e abusi subiti. Chi lavora "in nero" è spesso costretto a subire ricatti e soprusi, mancati pagamenti per le prestazioni e, nel caso delle donne, richieste di prestazioni sessuali da parte dei "datori di lavoro". E' una nuova forma di schiavitù cui hanno portato negli ultimi anni le politiche xenofobe e razziali delle Istituzioni, una schiavitù di Stato che è divenuta ancora più odiosa, incivile e inaccettabile dopo l'approvazione del decreto sicurezza, che raccoglia un vergognoso insieme di leggi razziali. Un altro problema, verso il quale abbiamo protestato con altrettanta fermezza, è il rischio di epidemie cui il provvedimento sottopone sia i migranti che i cittadini dell'Unione europea e del resto del mondo. La condizione di totale esclusione sociale cui sono costretti, in seguito al "reato di clandestinità", gli stranieri "irregolari", costretti a vivere nascosti, in condizioni igieniche tragiche, renderebbe impossibile, nel caso insorgesse un'epidemia, qualsiasi azione di prevenzione, quarantena o azione sanitaria. Senza cure mediche, senza vaccinazioni e trattamenti adeguati, basterebbe un'influenza atipica per mietere molte vittime e dare luogo a possibili gravi mutazioni. Per non parlare del pericolo-lebbra, una malattia che recentemente è stata segnalata a Milano e Genova. Le pronte cure, le procedure antiepidemiche e la quarantena hanno evitato il diffondersi del morbo, cosa che da oggi non sarà più possibile. Due casi di sospetta lebbra non curata a causa della paura di una denuncia sono già stati segnalati, ancora a Milano. Il pericolo emidemie, un'emergenza del mondo globalizzato di oggi, richiede necessariamente la fiducia nelle Istituzioni sanitarie da parte di tutte le categorie sociali. In caso contrario, si torna nel Medioevo, con i pericoli che ne conseguono. E' l'ulteriore dimostrazione di quanto sia irresponsabile il provvedimento e non osiamo pensare a cosa accadrebbe in presenza di un virus terribile come l'Ebola, evento tutt'altro che improbabile, considerato che perseguitati e profughi provengono spesso da Paesi in cui tale virus rappresenta un grave problema sanitario. Il Gruppo EveryOne, insieme a una rete di organizzazioni per i Diritti Umani e alle personalità politiche che continuano a rispettare la Costituzione chiede che il governo ponga immediatamente fine a questa barbarie razzista, che rappresenta una vergogna nell'Unione europea, la cui Carta dei Diritti Fondamentali e le cui Direttive indicano una direzione opposta: la realizzazione di una civiltà continentale fondata su tolleranza, accoglienza e Diritti Umani.
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Roma. Una ronda razzista pesta un rifugiato politico del Congo: "Facciamo la volontà del governo!"
Roma, 5 luglio 2009. Tre giorni fa, in via di Donna Olimpia, nel quartiere Monteverde, una "ronda" razzista composta da tre italiani ha pestato selvaggiamente un cittadino del Congo, rifugiato politico nel nostro Paese. L'uomo stava distribuendo volantini pubblicitari, quando dalle finestre di una palazzina alcune persone hanno cominciato a ingiuriarlo per il colore della pelle. Quindi una "ronda" formata da tre uomini robusti, fra i 30 e i 50 anni, è uscita dallo stesso edificio, lo ha rincorso e picchiato con furia barbara, rivolgendogli i peggiori insulti razzisti e rapinandolo del passaporto e del denaro che aveva con sé. Dopo aver chiamato la polizia, l'uomo è stato condotto al pronto soccorso, dove è stato medicato per un trauma cranico, una ferita lacero-contusa allo zigomo sinistro e diverse contusioni.
La vittima dell'ennesimo pestaggio razzista vive in Italia dal 2004, è sposato e ha una bimba piccola. Gli aggressori, che se vi sarà volontà di farlo, potranno essere facilmente identificati svolgendo semplici indagini preso la palazzina, mentre lo picchiavano, gli hanno gridato: "Facciamo la volontà del governo, dovete tornare a casa vostra!". I pestaggi nei confronti di immigrati sono ormai fenomeni assai frequenti. Non passa giorno senza che episodi di intolleranza violenta abbiano luogo, dal nord al sud. Va rilevato, tuttavia, che le violenze vengono denunciate solo in rari casi: quando le vittime sono in possesso di documenti di soggiorno. I "clandestini", al contrario, incassano botte, sevizie e insulti senza ricorrere più al pronto soccorso né denunciare i loro aguzzini.
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Roma. E se lo "stupratore mascherato" agisse per creare allarme sociale?
Roma, 4 luglio. Ancora un tentato stupro, nella capitale, da parte del misterioso aggressore dal passamontagna nero, stavolta ai danni di una poliziotta in abiti civili, nel quartiere romano di Tor Carbone, a poche centinaia di metri di distanza dal luogo in cui il 3 luglio scorso è avvenuto lo stupro della studentessa universitaria di 21 anni. La dinamica delle due aggressioni è simile anche a quella avvenuta il 6 giugno scorso alla Buffalotta, vittima una giornalista. Abbiamo pochi dettagli riguardanti l'episodio di oggi, mentre negli altri due casi il criminale ha minacciato le vittime con un coltello. Sembra assai sospetta l'apparizione di questo spaventoso "eroe del male", che pare uscito da un thriller di serie B, ancora una volta in concomitanza con la discussione e l'approvazione del decreto sicurezza e con le polemiche relative all'istituzione delle ronde.

Invitiamo le autorità a svolgere accurate indagini anche presso i gruppi di giustizieri, neonazisti e intolleranti e laddove possa essere strumentale sollevare allarme sociale e ricorrere a misure repressive sull'onda dell'isteria collettiva. A differenza dell'assassino seriale, che in alcuni casi sfida la società, magari con il desiderio inconscio di essere fermato, lo stupratore seriale è un insicuro e un vigliacco: difficilmente colpisce a distanza ravvicinata nel tempo e nello spazio, soprattutto quando media e autorità concentrano una particolare attenzione sulle aggressioni. In quest'ottica, per bloccare la serie di aggressioni, può essere importante non trascurare l'ipotesi che qualcuno agisca all'interno di un'organizzazione e convinto di farla franca potendo contare su protezioni efficaci.
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L'Aquila: trema la terra, trema la civiltà
L'Aquila, 4 luglio 2009. Mentre giornalisti del Financial Times e del Guardian eludono con facilità irrisoria la sicurezza predisposta nella sede del prossimo G8, a L'Aquila e riescono ad osservare i lavori per ultimare il campetto di basket che sarà riservato al Presidente Obama, la terra, a L'Aquila, continua a tremare: dopo le scosse di ieri, che hanno raggiunto una magnitudo di 4.1, nuove scosse importanti sono state avvertite e rilevate oggi dai sismografi. La sede che le Istituzioni italiane hanno scelto per il Summit si rivela sempre più infelice, come il Gruppo EveryOne sostiene da tempo. E' impossibile approntare qualsiasi piano logistico e di sicurezza, in una città semidistrutta da un terribile terremoto, una città che dovrebbe confrontarsi solo con la ricostruzione e non con l'imminenza di uno show politico-mediatico o, nel caso più infausto, di un dramma apocalittico e grottesco con i più importanti leader politici e le loro rappresentanze in preda al panico ed evacuati come in un film "catastrofico". Scene di monumentale angoscia che metterebbero in pericolo sia i leader e il loro entourage, sia i manifestanti contro il Summit, sia la cittadinanza locale, già fin troppo provata da un un evento distruttivo e da progetti incorporei di ripresa. Oggi abbiamo sollecitato una volta di più le autorità dei Paesi che parteciperanno al G8, aggiornandole sulla situazione sismica a L'Aquila e soprattutto sul parere degli esperti, secondo cui l'attività tellurica è imprevedibile e potrebbero verificarsi nuovi picchi.

A nostro giudizio è una follia esporre i leader mondiali a un simile rischio e mettere a repentaglio la sicurezza delle loro vite, trasmettendo una sensazione di fragilità delle democrazie e dei loro capi al modo intero. "Di questo passo, si organizzeranno i prossimi Summit in zone a rischio Tsunami, epidemia, guerra?" abbiamo chiesto agli ambasciatori dei Paesi del G8. Non sarebbero prove di coraggio, ma di incoscienza, di instabilità. Si può non credere più nelle democrazie, ma se non si difendono i leader delle nazioni, se li si manda allo sbaraglio, è la civiltà stessa a mostrare piedi d'argilla e testa vuota. La scelta del G8 a L'Aquila è stata un errore fin dall'inizio, sciagurata verso le personalità politiche e tutti coloro che, anche per manifestare dissenso, parteciperanno all'evento. La vitalità sismica della zona prospetta eventi tellurici assolutamente imprevedibili e nessuno, oggi, può definire "sicura" la sede del Summit. Come potranno essere sereni e lucidi, i capi delle democrazie, quando discuteranno temi che riguardano la salute economica, sociale e fisica dal pianeta? E' necessaria una riflessione da parte di tutti, non solo per l'appuntamento del 10 luglio a L'Aquila, ma per restituire importanza al vero concetto di "sicurezza", che presuppone la tutela della vita e il rispetto di tutti, dal Presidente Obama a Mariana, la mendicante Rom, madre di famiglia, cui ieri, a Campobasso, le forze dell'ordine hanno distrutto la tenda sotto cui viveva con i familiari e che aveva subito da poco una delicata operazione ai reni. Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Piciau - Gruppo EveryOne
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G8 a L'Aquila mentre la terra trema: una scelta sbagliata e pericolosa
Milano, 3 luglio 2009
Il Gruppo EveryOne ha scritto il mese scorso agli Ambasciatori di Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Russia Giappone e Canada ponendo in risalto una serie di ragioni per le quali la sede scelta per il G8, L'Aquila, si presenta inadeguata a un Summit così importante. In particolar modo, ci sembrava un azzardo irresponsabile mettere in pericolo la sicurezza dei leader politici degli Stati partecipanti, considerata l'attività sismica ancora in corso nella città abruzzese. Purtroppo i nostri timori si rivelano sempre più fondati e oggi L'Aquila è stata colpita da scosse di terremoto di magnitudo 4.1, mentre i sismologi non escludono altri eventi sismici anche gravi. In data odierna, abbiamo nuovamente fatto presente agli ambasciatori i rischi a cui si sottoporranno i leader partecipando all'evento. Ecco il messaggio a David Thorne, ambasciatore degli U.S.A.
Il Gruppo EveryOne
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Egregio Ambasciatore David Thorne,
a L'Aquila il rischio di terremoto è ancora alto e Il Gruppo EveryOne ritiene che il Presidente Obama e gli altri Leader dovrebbero essere tutelati in relazione alla loro incolumità e serenità durante l'evento: riteniamo assurdo che la scelta palesemente sbagliata di una sede, nella quale non è mai cessata l'attività sismica, dopo la catastrofe, debba mettere a repentaglio la loro sicurezza. Forse non accadrà nulla, durante il Summit, ma ci pare che non sia stata tenuta in conto l'importanza dei partecipanti e la necessità di garantire loro assoluta sicurezza. Gli organizzatori di un Summit che coinvolge tante persone, fra cui alcune delle personalità politiche più importanti del mondo, dovrebbero porre la sicurezza in cima alla lista delle priorità, ma purtroppo, in Italia, non è così: altre motivazioni dettano certe scelte. Siamo consapevoli che ormai sarebbe difficile rimandare il meeting e realizzarlo in una località più sicura, ma è per noi inevitabile sentirci preoccupati per il Presidente Obama e gli altri partecipanti al Summit. Le inviamo articoli di quotidiani italiani che riportano informazioni sulle scosse di terremoto che preoccupano e spaventano, giustamente, i cittadini de L'Aquila. Anche per il loro futuro e il loro bene, sarebbe stato meglio continuare a lavorare alla ricostruzione e alla prevenzione sul posto, senza appesantire la città, in una situazione tanto precaria, con un avvenimento che per forza di cose rallenterà le operazioni umanitarie. Un caro saluto, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau - Gruppo EveryOne
Seguono articoli sugli eventi sismici in corso.
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Padre nostro che sei nei Cieli
Milano, 3 luglio 2009. Che cos'è il Male? Il male è il buio morale, la tenebra che cade sul cuore degli uomini, togliendo loro la capacità di provare sentimenti di amore e altruismo. E una trasformazione progressiva, capace di condurre l'umanità, quasi impercettibilmente (ed è questo il suo potere grande e nefasto) dalla civiltà alla barbarie, dall'amore all'odio. "Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto," scrisse nel suo Diario Anne Frank, mentre si nascondeva con i suoi cari in una soffitta di Amsterdam per evitare la deportazione e la morte. Il Male ha una voce suadente, spesso convincente. Pone le basi dell'orrore, ma all'orrore attribuisce il nome rassicurante di "bene". Come hanno rilevato uomini di chiesa, fra cui Monsignor Marchetto, presidente della pastorale per i migranti del Vaticano, il decreto legge n° 733 sulla sicurezza rappresenta senza dubbio il Male sulla Terra e "porterà molto dolore".

E' un testo raccapricciante, come le leggi razziali varate alla fine degli anni 1930. Uno dopo l'altro, gli articoli del decreto (il cui numero, per una singolare coincidenza, richiama un passo del Vangelo di Giovanni - capitolo 7, versetto 33 - in cui Gesù annuncia ai discepoli il proprio destino di morte) predicano, sgranando un rosario di crudeltà e sadismo, la negazione dei valori dell'umanità, della fratellanza, della solidarietà, della speranza. Il Gruppo EveryOne, insieme a tutte le organizzazioni per i Diritti Umani, che in questi giorni hanno alzato voci sdegnate contro la persecuzione dei profughi, dei migranti e dei poveri, è vicino ai religiosi che hanno il coraggio di non tacere, di chiedere giustizia per coloro che soffrono, senza abbassare gli occhi di fronte ai potenti. Il Vangelo è chiaro. La strada indicata da Gesù (un Gesù che è oggi assoluto valore della parola e trascende le confessioni, incarnando l'universalità del puro amore) è chiara riguardo a quello che tutti noi abbiamo il dovere di fare per i poveri, i viandanti, gli ignudi, gli affamati, i forestieri. Tutti gli uomini sono uguali e il Figlio dell'Uomo è la loro immagine dolente, mentre il suo messaggio ci costringe ad ancorarci alle radici del Bene, a riconoscerci quali esseri umani, cui il dono di brevi esistenze assegna il compito di togliere al mondo quanto più dolore possibile. Ecco perché ci sentiamo parte della Chiesa, quando è chiesa della Croce, dei perseguitati, degli umili, dei reietti, di coloro che non hanno casa né terra. Quando diventa un tempio senza pareti, che si identifica nell'universale e accoglie preghiere che suonano come canti di pace o grida di libertà. Roberto Malini
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Disumanità!
di Alain Goussot
“Io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato , privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria , gli altri i miei stranieri” (Don Lorenzo Milani)
Sappiamo che di questi tempi la vita delle persone non vale molto; soprattutto se si tratta di poveri, senza fissa dimora o immigrati senza documenti o con documenti scaduti; la vita è ormai solo valore di scambio sul mercato della politica mediatica e sul mercato delle merci che servono al sistema dei consumi e a chi lo gestisce. La vita della donna somala fuggita dalla guerra e dalle violenze vale solo come oggetto di aggressione degli urlatori del mercato politico che devono stare al potere per rendere la massa gregaria e incapace di esprimere la propria coscienza critica e anche la propria umanità . La sicurezza? La sicurezza di chi? Di chi è privilegiato nei quartieri alti, di chi ha accumulato profitti , di chi fa parte della casta che governa sfregiando continuamente i precetti costituzionali e repubblicani? Ma chi si occupa della sicurezza del cittadino immigrato che lavora, magari senza misure di sicurezza sul lavoro, della donna immigrata che fa la badante e che magari viene anche molestata dalle persone per bene che la sottopagano, del giovane precario che non ha prospettiva, del lavoratore di 50 anni che perde il lavoro, del cassintegrato che deve vivere con 800 euro al mese’. Di quale sicurezza stiamo parlando ? Dei corrotti e dei mafiosi che gestiscono flussi di denaro e controllano banche, società finanziarie, aziende e anche uomini politici corrotti fino al midollo? Di quale sicurezza stiamo parlando? Dei ceti che si sono arricchiti sulla pelle dei lavoratori e che devono difendere le loro proprietà dalle ‘classi pericolose’: barboni, immigrati clandestini, malati psichiatrici , vagabondi di ogni tipo, giovani arrabbiati, lavoratori disperati. Urlano con il megafono dei media! Sicurezza!! La sicurezza di alcuni diventa l’insicurezza, la paura, l’angoscia dei tanti che si sentono come braccati e stigmatizzati: abbiamo già conosciuto questo tipo di clima sociale e di sentimenti negli anni trenta nella caccia all’ebreo; oggi assistiamo alla caccia all’immigrato ‘clandestino’ di cui spesso si sa quasi tutto mentre i potenti pretendono per loro l’assoluta riservatezza e opacità rispetto alla loro vita. La vera insicurezza è quella sociale che sta calpestando la vita e la dignità umana di tante donne e uomini di questo paese (ma anche di tanti altri paesi) che non sanno più come andare avanti. Ovviamente i media in mano alla casta dei potenti e dell’aristocrazia del denaro alimenta la paura del povero di colore diverso; la costruzione del capro espiatorio sul quale scagliare tutte le frustrazioni sociali che prova tanta gente di fronte ad una crisi che tuttavia non viene dal cielo in quanto è il prodotto di decisioni a livello economico, finanziario e politico. Inoltre la cultura dell’indifferenza verso l’altro, dell’egoismo individualistico e consumistico rende la società sempre più aggressiva nei confronti di chi è più debole; la perdita totale di senso morale e di ethos dell’accoglienza nonché della responsabilità degli uni verso gli altri sta lacerando il tessuto sociale. La democrazia è ormai soltanto un farsa perché la sicurezza riguarda alcuni ceti e alcune zone territoriali a scapito di tutto e di tutti. I demagoghi hanno acceso la miccia dell’odio verso l’altro e sta passando già nei comportamenti e nel linguaggio la tecnica del linciaggio che aggrega le folle permettendo così alla valvola di sfogo di tutte le frustrazioni di funzionare in modo non pericoloso per chi domina. Anzi tutto ciò diventa funzionale all’organizzazione di un nuovo senso comune fatto d’intolleranza, aggressività, volgarità e individualismo sfrenato; nuovo senso comune che è anche alla base dell’organizzazione del consenso perché fa leva , non sulla ragione critica, ma sulle pulsioni più arcaiche e le emozioni eccitabili e non controllate dalla riflessione. Continua nella sezione Arte & Cultura
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2 luglio: una ricorrenza che ci chiede di impegnarci per la giustizia sociale, la libertà e la pace
E' la data in cui è stato approvato il decreto razzista, lo stesso giorno in cui, 65 anni fa, i nazifascisti trucidarono 26 giovani partigiani. Il loro martirio ci darà la forza di difendere i nuovi perseguitati
Milano, 3 luglio 2009. Il 2 luglio 2009 i fascisti del nostro tempo hanno approvato il decreto n° 733 sulla sicurezza, una legge razziale che intende trasformare i migranti, i Rom e i senzatetto che vivono in Italia, già vittime di un razzismo fuori controllo, in esseri senza diritti e i cittadini italiani in delatori e complici di un'efferata persecuzione. La società civile, la Chiesa, i cittadini democratici giudicano tale misura come un'aberrazione che porterà solo dolore, disumanità e ingiustizia. Le donne e gli uomini che conservano i valori delle conquiste civili, conquiste che hanno portato alla creazione di documenti fondamentali per la civiltà, come la Dichiarazione Universale dei Dir | |